Gian Battifiore e il Cavalier Mostardo ebbero, qualche giorno dopo la trionfale impresa, un colloquio intimissimo per istabilire su varii punti il piano di condotta da tenersi durante il periodo delle elezioni imminenti.
— Sopratutto bisogna osservare Didino — disse Gian Battifiore.
— A questo ho già pensato — rispose il Cavaliere — e il clericale è sottoposto alla vigilanza più oculata.
— Che ne dicono i preti?
— Male!
— Sono sempre contrari al matrimonio?
— Più che contrari. Hanno giurato che non avverrà mai.
— Lo vedremo! C'è anche il Codice Penale!
— Ma che Codice d'Egitto! Ci siamo noi! Non vi pare basti, sindaco?
— Basterà, lo spero, perchè non vorrei essere trascinato a estremi odiosi.
— Lasciate fare a me, sindaco, e non temete. Le acque andranno per la loro china. Non vi ho dato prova più che sufficiente della mia abilità? Voi lo saprete: se si arrivava un giorno dopo tutto era perduto!
— È vero! — esclamò Gian Battifiore. — Tu meriti una gran ricompensa che non mancherà. Noi non siamo ingrati. Ma, pensavo, durante il periodo delle elezioni non potrai occuparti affatto della faccenda.
— Certamente no; ma vi ho detto, mi pare, che ho pensato a tutto. Non vi fidate forse? Prendo sulla mia coscienza ogni responsabilità. Didino non muoverà un passo fuori di casa.
— E come farai?
— È affar mio: non ci pensate. I clericali hanno pretesa di essere più furbi del diavolo. Io li prenderò tutti in una sola rete.
— Te lo auguro.
— Sindaco, io non ischerzo!
— Lo so.
— Sulla mia parola di repubblicano, il signor Rutilante questa volta non la spunterà.
— Bada, tu non disponi de' suoi mezzi.
— Io dispongo del mio ingegno e della mia forza.
— A volte ciò non basta.
— Basterà perchè il popolo è con me.
— Vorresti ricorrere alla violenza?
— Anche alla violenza se occorre!
— Ma allora la legge sarà coi clericali.
— E che m'importa della legge? La legge è una sciocchezza scritta; è una cappezza per gli asini. Voi non sapete tirarmi in ballo se non la legge! Io non l'ho mai guardata in faccia questa signora e me ne infischio!
— In questo hai torto.
— Sarà. Ma quando la maggioranza, quando il popolo vuole una cosa, non ha forse il diritto per volerla e la forza per prendersela? Voi avete detto mille volte che il popolo è sovrano!
— È vero!
— Allora il popolo è con me, la legge è con me.
— Ma il popolo non si cura del matrimonio.
— Avete torto. Bastano dieci amici di buona volontà e una botte di vino. Quando la gente beve è sempre dell'opinione di chi paga.
— Possono fare altrettanto i clericali.
— No, perchè sono odiati. Poi io ho detto ai caporioni: Badate, chi beve il vino dei clericali segna la sua morte!
Vi fu una pausa durante la quale Gian Battifiore guardò con molta ammirazione il Cavalier Mostardo. Riprese poi:
— Amico, per te sono giornate campali queste.
— Così andasse sempre. È la mia vita!
— Ma non sai che nella settimana entrante non potremo trovar sonno?
— Lo so e che m'importa? La repubblica deve trionfare su tutto.
— Sarà una lotta accanita perchè i monarchici si uniranno ai clericali. Hai girato le campagne?
— Sì.
— Come vanno le cose?
— Bene. Al mare repubblicani e socialisti; al monte monarchici e clericali; ma avremo la maggioranza. I monarchici e i clericali votano a base di biglietti di banca.
— Noi non ne abbiamo.
— Lasciate fare e vedrete!
— Domani arriverà il nostro candidato Livio Merate. Bisogna preparargli una bella accoglienza.
— Ho già pensato a tutto. Alla stazione vi sarà gente di palma, come dice il signor Regida e l'avvocato Merate avrà gli applausi che merita.
— Bravo. Un'altra cosa voleva dirti.
— Dite.
— Gli anarchici che pensano di fare?
— Non voteranno, questo era da supporsi. Però bisogna rispettarli. Ci hanno reso un servizio.
— Per parte mia nulla hanno a temere; ma non so come la penserà la questura.
— Se sono prudenti non li toccherà.
— Lo credi?
— Lo suppongo. D'altra parte io non li ho presi sotto tutela e... sono uomini!
— Già!... Ma ho udito pessime voci.
— Anch'io.
— Sai come sia andato l'affare dei manifestini dinamitardi?
— Precisamente non lo so; la cosa parte da Gargiuvîn; è sempre lui che ha certe trovate malinconiche. Gli altri sono come la coda.
— Speriamo bene per tutti.
— Speriamo.
— Allora — fece Gian Battifiore alzandosi — all'opera, amico mio. Questo è un periodo in cui il nostro partito deve affermarsi solennemente. Tutto dipende dalla nostra attività e dal nostro ingegno. Io fido molto in te.
— Sindaco! — esclamò il Cavalier Mostardo ponendosi una mano sul cuore: — Sulla mia parola di repubblicano, fra dieci giorni la bandiera rossa sventolerà vittoriosa sulla nostra torre!
— La Rocca delle sacre dottrine rivoluzionarie non può essere smantellata finchè abbia uomini simili! — rispose con enfasi Gian Battifiore e strinse vigorosamente la mano al Cavaliere.
— E non lo sarà! — soggiunse il Cavalier Mostarde.
— Arivederci.
— Arivederci.
Si guardarono negli occhi, si strinsero la mano ancora e si lasciarono.
E la settimana di passione, per gli uomini che nella politica pongono ogni loro ragione d'essere, cominciò turbolenta, affannata, in un crescendo continuo fino alla finale esplosione.
Da Coriolano, donzello del municipio, a Bortolo Sangiovese; dal Cavalier Mostardo, uomo di fieri costumi, a Ardito Popolini, terribile e stringente dialettico, ogni attività fu posta in opera con furia audace, con veemenza vulcanica. I tre giornali della città quadruplicarono la tiratura e aprirono feroci polemiche.
Il Cataclisma, organo dei socialisti rivoluzionarii, parve l'emanazione di una falange pandistruzionista, decisa a porre nello spazio una lapide commemorativa: Qui fu la Terra.
La vera Croce, per opera di Monsignor Rutilante, deciso ora più che mai vedendosi in procinto di perdere due partite, a combattere a tutta oltranza gli avversari, parve l'emanazione di un novello Isaia, re delle spaventose iperboli.
L'Aristogitone in capo a tutti, ebbe la violenza, la rossigna luminosità di un rogo rinnovantesi di continuo per l'attiva forza di un temperamento vulcanico portato alle sue ultime espressioni.
A questi tre si aggiunse, buon ultimo nella lotta, La Verità, diretta emanazione del comitato monarchico del quale era presidente Monarco Crisomele, uomo di buoni costumi e di discreta dottrina.
L'Aristogitone non appena si vide innanzi il nuovo avversario, lo attaccò ferocemente.
In breve andar di tempo la polemica si arricchì di contumelie e condusse a una dimostrazione ostile che il popolo, guidato dal Cavalier Mostardo, fece sotto gli uffici di redazione de La Verità.
Il Cataclisma plaudì; La vera Croce, bestemmiando in sua guisa la modernità, innalzò la Chiesa ad unico segnacolo, perchè in essa era la fratellanza, in essa la pace, in essa l'avvenire trionfale del popolo. Le male vie erano aperte; le orribili voragini del peccato guatavano l'umanità; la fatale perdizione delle genti sarebbe stata prossima e per l'eterno nella consumazione dei secoli, se gli sguardi del popolo non si rivolgevano al fulgente lume di civiltà e di dolcezza impersonato dalla Chiesa; se gli elettori, traviati dalle maligne arti dei sovversivi, contribuivano col loro voto al trionfo del male.
Il paradiso non era serbato se non a coloro i quali avrebbero votato per Giacomo Albenga, candidato monarco-clericaleggiante, sommo agnello del Signore.
L'Aristogitone s'intrattenne su le dissoluzioni del papato, su le gesta de l'Inquisizione e aggiunse: «I fatti parlano, le nostre parole nulla valgono d'innanzi alla fulgida evidenza dei fatti. Questi signori cianciano di moralità; ma quale significato dànno essi a tale parola? Tutta la storia è là per provarci che la morale dei preti non è quella delle persone oneste! Noi combatteremo le turpitudini finchè la forza ci assisterà, finchè il pensiero vorrà guidarci con la sua fiaccola rossa.
«Elettori!
«Fra pochi giorni sarete chiamati alle urne; fra pochi giorni dal vostro giudizio complessivo sarà segnato un trionfo: o quello della Giustizia, o quello dell'Ipocrisia clericale.
«Elettori!
«Il mondo vi è a testimonio. Il vostro atto è solenne. Dalla decisione che prenderete dipenderà la vostra fortuna.
«Volete il proseguimento di questo stato di cose intollerabile, di questa orrenda ruina nella quale la vita dei più precipita miseramente?
«E allora votate per Giacomo Albenga.
«Volete le riforme, volete la giustizia comune, volete che i vostri infrangibili diritti, manomessi ora e posti in non cale, siano finalmente riconosciuti?
«E allora votate per Livio Merate.
«Il suo nome è una bandiera; la sua vita un segnacolo di giustizia; la sua fede è la nostra, elettori; quella fede per la quale da tanti anni diamo tutte le nostre energie, tutto il nostro sangue.
«Elettori!
«In nome di questa fede incrollabile, v'invitiamo a gridare con noi: Evviva la R...»
I puntini erano posti per evitare un sequestro.
A tali accuse La vera Croce raggiunse il diapason delle sue apocalittiche visioni e La Verità attaccò la condotta dei capi repubblicani.
Così i primi fuochi si accesero e la politicofilia romagnola cominciò a porre gli animi in quello speciale stato di tensione che ha sempre, come risultato finale, una qualsiasi conflagrazione di parole nelle classi borghesi dirigenti; di azioni nelle masse popolari barbare e audaci.
A compire le prime avvisaglie della lotta che si annunciava quell'anno insolitamente accanita comparvero sui muri, i manifesti proclamanti le poste candidature dei singoli partiti.
Due avvocati si contendevano il campo: Livio Merate, candidato repubblicano; e Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale.
Nelle antecedenti elezioni, il partito monarchico e il partito clericale si erano astenuti cosicchè gli uomini rossi avevano riportato una grande vittoria. Il dubbio di non ottenere nelle nuove elezioni identico risultato, era tale assillo doloroso agli uomini rossi che le più ardenti fantasie furono chiamate a raccolta per escogitare nuovi mezzi, atti a raccogliere il maggior numero di voti possibile.
L'accensione velava, ne' suoi alti bagliori, le qualità speciali di bonaria festevolezza, di ampia e cordiale ospitalità per le quali le genti romagnole vanno nominate in Italia. Ogni forestiero rappresentava in quel periodo, per lo meno una x incognita di dubitosa vicinanza. Più non si aprivano le case con la facile accoglienza patriarcale di gentile memoria; le mense non erano condivise; il volto de l'ospite non sorrideva più alle giovanette e ai candidi capi dei vecchi, finito l'abbondante pasto servito in onor suo; la diffidenza era subentrata alla ingenua festevolezza primitiva; il silenzio alla feconda loquacità ridanciana; il cipiglio fiero alla serena espansività dilagante.
Ogni buon romagnolo, in tempi normali, quando la politica co' suoi flagelli non turbi il suo bell'equilibrio di uomo sano che ama la vita e la gode come può, essendo di tutto grato alla terra, ritiene obbligo imprescindibile quello di accogliere l'ospite col riso più franco e circondarlo di tutta la sua gioia e offrirgli, nei limiti de l'onesto, ogni possibile bene ch'egli possieda: però, se la politica dalle aggrovigliate chiome appaia a l'orizzonte, il buon romagnolo si turba, dubita, si acciglia e non si rinfranca se non allora quando il nuovo arrivato gli dichiarerà di appartenere alla fede de l'ospite, di odiare coloro che l'avversano, di essersi votato anima e corpo al trionfo della medesima.
Inoltre non è uomo valutabile colui che non sia ascritto a un partito qualsiasi; chi non si proclamerà gridando, strenuo propugnatore di qualche forma politica, non godrà mai piena stima in Romagna, anzi sarà guardato con lo stesso fare dubitoso col quale gli antiquari sbirciano la merce se temono una contraffazione.
V'è un solo Dio: la Politica; questo è il verbo che guida gli uomini rossi nella loro vita irruenta.
Ora, nei primi giorni della settimana di passione, avvenne che, per ragioni di commercio, si trovasse a passare dalla rosea città, certo Mauro Rubini, persona pacifica e aliena da qualsiasi partecipazione ai così detti pubblici interessi. Siccome il Rubini conosceva da qualche tempo il capo repubblicano e ne aveva ricevute altre volte festose accoglienze, tanto da serbarne grata memoria, pensò di recarsi agli uffici de l'Aristogitone per presentare i suoi ossequi al cortese ospite.
Così fece, e trovò Ardito Popolini acceso e sudante sul quarantesimo articolo.
Levò gli occhi dalle cartelle, guardò il nuovo arrivato e, aggrottando le ciglia, ebbe la smorfia dubitosa di colui che non rammenta.
— Non mi riconosce? — chiese Mauro Rubini.
— Ecco... precisamente... mi pare... ma...
— Sono Mauro Rubini. Non ricorda?
— Ah! si, ricordo. Come sta, come sta?
— Non c'è male e lei?
— Io ho la febbre; io mi consumo caro signore.
— E come mai? Perchè non rimane in letto e non si cura?
— In letto? Ma non sa che siamo in periodo d'elezioni?
— Lo so. E con questo?
Il Popolini, a l'inaspettata risposta, divenne livido, sbirciò il conoscente che gli stava innanzi sorridendo e si tacque.
Dopo una pausa levò gli occhi e chiese a bruciapelo al malcapitato signore:
— Scusi, a quale partito appartiene lei?
— A nessuno. — Rispose con tranquillità Mauro Rubini.
Altra brevissima pausa in cui Popolini parve inghiottisse qualcosa di estremamente amaro.
— Domando — riprese — quale è la sua opinione politica?
— Non ne ho.
— Ecco — aggiunse con voce tremante per repressa ira, il Popolini — ecco... forse non riesco a spiegarmi. — E alzando il tono, continuò: — Desideravo sapere s'ella milita fra i repubblicani, fra i socialisti o fra i monarchici.
— Io non milito — rispose l'interpellato col suo sorriso bonario.
Gli occhi del capo repubblicano lampeggiarono vivissimamente, le sue mani ebbero uno scatto nervoso. Fu per levarsi, ma si rattenne e cambiando tono e pronome, con un risolino sarcastico riprese:
— Sarete clericale allora?
— Meno che mai.
— Anarchico?
— Neppure.
A quest'ultima risposta il Popolini più non si frenò. Spinse indietro la sedia con impeto, si rizzò di scatto, battè i pugni sul tavolo e con gli occhi sbarrati, congestionato in viso, gridò protendendosi:
— Vi dichiaro ch'io non amo essere preso in giro e voi, a quel che pare, ne avete intenzione. Sbagliate strada. Vi avverto per amicizia, e per evitare dolorose e forse irreparabili conseguenze.
— Le assicuro... — soggiunse il Rubini.
— Non posso perdere tempo ora. Ci rivedremo altrove se così vi piace.
L'ospite, pallido ed esterrefatto, guardò il Popolini, guardò il Cavalier Mostardo, seduto in un angolo, s'inchinò e senza far parola disparve.
Non appena ebbe richiuso la porta, disse il Popolini al Cavalier Mostardo:
— Tieni d'occhio quel tipo. È una spia.
— Sarà fatto! — rispose il Cavaliere arricciandosi i mustacchi: e a lenti passi seguì il malcapitato ospite, il quale ormai poteva esser certo di avere una volta o l'altra, un piccolo e grazioso ricordo della Romagna rossa.
Ora, l'indice ordinario delle passioni che turbavano la città, era il così detto Passo, nome posto a una via nella quale si trovavano, quasi di contro, due caffè: il Caffè della bandiera e il Caffè dei Girondini. Il primo era comune ritrovo dei monarchici; il secondo, come si può facilmente supporre dal nome, era stato eletto a sede permanente dei repubblicani. Da l'uno si udivan gli urli de l'altro, e ciò avveniva da l'alba fino a notte tarda, quando il lampionaio scendeva la via per ispegnere le giallastre fiammelle dei fanali.
Il Caffè della bandiera era frequentato più che altro da vecchi patrioti, uomini fieri, gravi e arditi nella loro vecchiezza: la generazione che passava.
Al Caffè dei Girondini predominava l'elemento giovane: studenti, commercianti, impiegati: gente che viveva de' suoi sogni come di indiscutibile realtà.
A seconda delle voci che giungevano dai due luoghi di ritrovo posti di fronte: a seconda delle invettive e delle grida, si poteva misurare lo stato di tensione degli animi e i sentimenti belligeri della popolazione.
In periodo di elezioni, il Passo assumeva importanza straordinaria, tale, che v'erano alcuni giovani di buona volontà i quali s'incaricavano di diffonderne d'ora in ora le lotte e le querele. Querele e lotte che sollevavano a loro volta altre consorelle, onde dagli angiporti alle case dei ricchi, era un battagliare continuo fra alte voci discordi e dissonanti.
Dominava i frequentatori del Caffè della bandiera, Antonio Viminèdi, vecchio colonnello pensionato; uomo di salda coltura, di tenace memoria e di spirito bizzarro.
Il colonello Viminèdi era tal pessimista da non trovare facile riscontro nella storia, e siccome sosteneva le sue iperboliche malinconie con sufficiente dialettica, non trovava oppositori che gli tenesser testa se non forse Pietro Ramelli, capitano in ritiro, il quale, allorquando gli falliva la parola, subentrava con gli urli, persuaso in tal guisa di aver doppia ragione. Erano intorno a questi due capostipiti, una trentina di uomini, tutti oltre la cinquantina; gente di coraggio, temeraria, fiera e prepotente.
Forti del loro diritto di giudizio, perchè tutti o quasi avevan preso parte alla grande epopea del nostro Risorgimento, non si facevano intimorire dalle minaccie e dagli scherni che il Caffè dei Girondini lanciava loro quotidianamente; anzi ne ridevano, pronti a menar le mani se alle parole si fossero sostituiti gli atti, come era accaduto talvolta.
Erano uomini severi, vecchi soldati che l'entusiasmo di un tempo non aveva abbandonato, devoti di un amore senza limiti a l'Italia, alla quale era stata consacrata con impeto e violenza tutta la loro giovanile energia. E come avevan sognato un tempo veder la loro patria, oltrechè libera da gioghi, grande e possente fra le Nazioni, ora si addoloravano sapendola umile laddove avrebber voluto avesse assunto una disdegnosa indifferenza. Essi non intendevano la diplomazia, erano stati uomini d'azione pronti a dare e la loro vita e i loro beni e tutto che avesser potuto, al loro ideale di ribelli; la loro giovinezza non aveva avuto timori, non debolezze, non dubitanze sentimentali; così ogni transigere, ogni pencolare, era per le anime loro dolorosa ferita.
Se avesser dominato, fatta l'Italia l'avrebber ugualmente disfatta. Ora, costretti a l'inazione, seguivano i moti politici giudicandoli in base ad un pessimismo amaro del quale Antonio Viminèdi era la massima espressione.
Al Caffè dei Girondini era invece nota comune l'intolleranza spinta alle sue ultime espressioni. D'altra parte i romagnoli hanno necessità d'agitarsi in tutti i tempi, comunque sia.
Mancando una general causa che li accendesse, se ne eran creata una votandosi alla repubblica e credevano sinceramente che ogni bene fosse per provenire a l'umanità dalla trasformazione politica da essi con ardore inestinguibile propugnata. Sognavano un domani oltre al quale più non doveva esistere su la terra uomo infelice; un domani di redenzione universa che si sarebbe verificato con lo stabilirsi della repubblica, con l'imperare delle dottrine per le quali alla lor volta, i nuovi, avrebber data la vita.
Tale fondamento di grande sincerità e l'intima persuasione che solo le loro dottrine fosser le buone, le infallibili sorgenti di ogni bene, faceva sì che i giovani repubblicani fossero violenti nemici di qualsiasi altra manifestazione avversa alla loro: faceva sì ch'essi guardassero non come avversario politico, ma come nemico personale e nemico del pubblico bene, ogni individuo professante fede diversa.
I romagnoli non conoscono se non gli estremi. Se una cosa è buona, e allora va accettata e imposta; se è cattiva, e allora va soppressa. I mezzi termini sono ignoti in Romagna.
Nel primo giorno della settimana di passione si inasprirono adunque, al Passo, i rapporti diplomatici.
Antonio Viminèdi, come di consueto, imperava; gli erano intorno i compagni attenti. Pietro Ramelli passeggiò in lungo e in largo, guardando a tratti il soffitto. Egli era in preda a visibile turbamento.
Entrò un ritardatario, Achille Donatelli: salutò, poi, come vide i compagni tacere, chiese:
— Avete letto il manifesto dei repubblicani?
Molti risposero:
— L'abbiamo letto.
— E... che ve ne pare?
— Peuh! — fecero alcuni; e Pietro Ramelli:
— Ci vorrebbero i tedeschi!
Antonio Viminèdi incrociò le gambe, lanciò il fumo a l'aria e disse sorridendo ironicamente:
— Jaculatio verborum!
Chi capiva il latino, approvò.
— Dicono — soggiunse Pietro Ramelli che parlava a scatti, animandosi — dicono i ranocchi che non hanno partito e si tengono coi più forti: — Essi sono nel loro pieno diritto. Il pensiero è libero! — Il pensiero?! Ma quelle sono ingiurie. Dice: è libertà di cosa... è libertà d'opinione; ma che s'intende allora per opinione?
— Eh! — fece Antonio Viminèdi — l'opinione è una parola e significa niente in sè. Guarda ad esempio: in Asia chiaman l'assa fætida, cibo degli dèi; in Europa invece, stercus diaboli. Siamo nell'identico caso.
— Sono così... sono villani — riprese gridando sempre più. Pietro Ramelli — e si dicono democratici. Ma che intendono essi per democrazia?
— Non sbagliare i termini! — riprese il Viminèdi. — Questa non è democrazia, è ciarlataneria.
— Ben detto! — esclamarono gli ascoltanti.
— Sentili! — disse il Donatelli indicando il Caffè dei Girondini: — Gridano come tanti ossessi! Quella gente rifà il mondo così!
— Vedrai! Quando saranno al potere, riformeranno il paternostro come ai tempi di Cromwell e la loro azione non andrà oltre.
— Ma tu così... tu ammetti — gridò Pietro Ramelli — che possano salire al potere?
— Certamente — rispose Viminèdi — Tanto ora
un Marcel diventa
ogni villan che parteggiando viene!
— La colpa è nostra, la colpa è nostra — gridò Sandro Ancona, un vecchio cieco che ascoltava sempre col capo eretto e le mani incrociate sul pomo della mazza. — Io non vedo, ma sento e imparo e so che la nostra azione è debole. Per questo essi hanno ogni agevolezza e conquistano il campo!
— Siamo vecchi! — mormorò Gian Urbini.
E Pietro Ramelli, gridando:
— Vecchi?! Io ho tanta cosa... ho tanta energia da venderne a tutti quei signori. Sono le idee nuove che traviano le masse. Essi promettono mari e monti e cosano... e trascinano il gregge.
— È tutta una putrefazione — gridò Viminèdi — tutta una putrefazione! Povera Italia! Vi siete affaticati, vi siete macerati per farla? Ora guardatela finire! Uomini politici che hanno l'intelligenza di un grillo, che non sanno che voglia dire reggere uno Stato! Saliti al potere per mene parlamentari, per vane ambizioni personali, senza coltura, senza una meta prefissa, ci hanno fatto indossare la veste di Arlecchino e, a suono di tube, hanno raccolto le Nazioni perchè assistessero alle nostre vili pantomime. È tutto un giuoco di ipocrisie che vela sordidi interessi; tutto un contesto di viltà. Se fossimo persone dabbene, dovremmo sopprimere dalle nostre scuole l'insegnamento della geografia perchè i figli nostri non imparassero che nel mondo v'è un continente denominato Africa. Proprio noi dovevamo assistere a tale obbrobrio. Il trionfo dei vili in terra italiana! Ma quando mai i nostri vecchi sono andati processionando per le vie perchè non si partisse? Io, vedete, io son diventato anarchico! Non credo più a nulla, mi aspetto tutto. Domani un barattiere domanderà se l'Italia è da vendere e la venderanno. Potrebbero venire anche gli Esquimesi o i Patagoni a dominare qui, per conto mio non farò un passo: serberò il mio otium cum dignitate.
— Esagerazioni! — esclamò Gian Urbini.
— Volete anche illudervi? Guarda: io non leggo più i giornali per partito preso; ma tu, che li leggi, potrai essere al corrente più di me di ciò che avviene. Ora vorrai tu dirmi che da un giorno a l'altro il male si sia convertito in bene?
— Tu esageri — ripetè l'Urbini.
— Ma che esagero?! Tutto va a catafascio, tutto si corrompe, tutto scompare in un battibaleno. Quando abbiamo combattuto si faceva un giuoco di bimbi. Costruivamo un balocco complicato e per tale costruzione abbiamo rischiato la vita, ora lo si rompe per vedere com'è fatto dentro.
— Sono le nuove cose... sono le nuove dottrine che rovinan tutto! — esclamò Pietro Ramelli che continuava la sua passeggiata affannosa.
— E le nuove dottrine e l'insipienza degli uomini di Stato. Si fa la politica della paura e del sentimento e col sentimento si dominano le femminucce e non si guida un popolo nè ci si impone agli altri. Aggiungi a questo, le promesse dell'impossibile che i parolai fanno al popolo, al Popolo Sovrano, al grande ambiguo martufo, mezz'asino e mezzo giullare e ne avrai il risultato presente. La corda che ci regge non ha più che una debolissima vena; il minimo vento di tempesta farà disparire tutta la bella costruzione. L'Italia è un castello in aria, amici miei!
— Frattanto — disse il cieco Sandro Ancona — se invece di profetizzare bibliche rovine, voi, che avete a cuore il bene di questa nostra terra, vi deste d'attorno per far trionfare le idee buone, tanto male non sarebbe.
— Ma quali sono le idee buone? — gridò inveendo il colonnello Viminèdi.
— Le nostre! — rispose il cieco arcuando le sopracciglia.
— Vi sbagliate. Le nostre idee non valgono più delle altre. Il mondo è un carcame e il tempo se lo riprende.
— Ma allora che cosa vuoi, tu? — chiese violentemente Pietro Ramelli, che s'era fermo innanzi al colonnello e lo guardava con occhio torvo.
— Io vorrei non esser nato per non vedere questo mondaccio fatto così a rovescio.
— Ma vuoi sostituirti al Coso... vuoi sostituirti al Creatore, tu? Tutto è a rovescio per te, nulla v'è di buono! E allora è meglio non cosare perchè tu fai come coloro che si metton gli occhiali neri e vedono tutto oscuro.
— E non cosiamo! — rispose il colonnello sorridendo con lieve malignità. — Tanto se tutto va male io non ne ho colpa e col vostro ottimismo non cambiereste direzione a una piuma.
— Bella ragione! — gridò il capitano Ramelli che si accendeva d'ira — bella ragione! Quando hai torto, per difenderti, sostieni le maggiori strampalerie. Faresti inviperire un santo.
— Ecco la tua logica!
— Ma che logica! Io dico che è una vergogna sentirti parlare in tal modo qui, di fronte al Caffè dei Girondini, in tempo di elezioni!
— Ha ragione! — dissero i compagni.
— Io coi preti non voterò mai! — gridò Antonio Viminèdi con la sicurezza di aver toccato un tasto d'effetto.
Passò un silenzio generale. Pietro Ramelli riprese la sua passeggiata guardando qua e là con gli occhi torvi.
— Avreste forse il coraggio di votare insieme a coloro che vi odiano, che odiate e avete combattuto?
— No! — gridaron tutti quasi che un impeto di fiamme fosse passato nelle singole voci.
— E allora è inutile sperare: i repubblicani trionferanno.
— Vi sono le campagne — disse il cieco.
— Le campagne sono sovversive.
— Non tutte.
— Gran parte.
— I preti condurranno molti elettori.
— Rieccoci ai preti! — gridò Viminèdi. — Ciò che ci vien da loro si converte in veleno. Per me, dall'ora in cui i nostri capi han deciso unirsi alle vesti nere, ho fatto voto di abbracciare l'anarchia come unico possibile partito in Italia. Ma dobbiamo dunque rinnegare tutta la nostra giovinezza con un atto di vergognosa umiltà? Quando partimmo con Garibaldi si aveva in odio ogni bestia nera e si uccidevano i corvi in mancanza d'altro: ora dovremmo stringerci al seno, per un imbroglietto politico, i nostri maggiori nemici?
La domanda lanciata là come una sfida, non ebbe risposta precisa; ma fu seguita da un mormorìo di singole conversazioni intavolate a bassa voce fra compagno e compagno.
Antonio Viminèdi e Pietro Ramelli si tacquero guardandosi.
— Che ne dici? — chiese il colonnello.
— Hai ragione! — rispose per la prima volta, quasi rabbiosamente, Pietro Ramelli.
— Chi disse prete disse castigo!
— Per me — esclamò il Ramelli — la mia parte l'ho fatta. Nella cosa contro il brigantaggio ne fucilai due.
— E il Signore ti avrà in grazia.
— Ne sono certo.
Achille Donatelli che fino allora era rimasto in silenzio, ascoltando, uscì d'improvviso in una imprecazione quasi compisse così e suggellasse dignitosamente un suo lungo ragionare:
— Accidenti ai capi!
— Quali capi? — chiesero molte voci.
— I nostri i nostri! Quelli che abbiamo eletti noi, che gettano lo scorno sul nostro nome! Perchè avremo il male, il malanno e l'uscio adosso. Vincere non si vince, questa è verità indiscussa. Dunque tanto valeva rimanersene soli e non stender la mano a Monsignor Rutilante che vorrà riderne ora di questi nemici di Dio.
— Non del Signore Iddio! — corresse Antonio Viminèdi. — Noi siamo nemici dei mercanti del soprannaturale; del tenebroso sinedrio dei barattieri; dei catafalchi neri che rinnegano il sole. Il Signore Iddio è troppo in alto per queste creature meschine.
Nel frattempo dal Caffè dei Girondini era giunto un alto frastuono di grida. I vecchi frequentatori del Caffè della bandiera, tacquero guardando nella via.
— Che hanno le araguste? — chiese Viminèdi.
— Sssst!... — fecero gli altri.
Stettero in ascolto. Una voce chiara e solennemente tribunizia, si udiva giungere, interrotta, a ogni fuocherello d'artifizio, da vivi applausi.
— Chi parla?
— Aspettino, guardo — disse il piccolo cameriere, rotondo e paffuto come un chierichetto.
Si affacciò su la porta, sporse il capo e susurrò poco dopo, rientrando:
— È Ardito Popolini.
— Sempre lui... quel buffone!.. — gridò Pietro Ramelli.
— Sarà al suo novantesimo discorso — soggiunse il cieco.
— Non lo cambia mai! — disse Viminèdi.
— Non importa; ottiene il suo scopo.
Nel Caffè dei Girondini infatti, il direttore de l'Aristogitone, ritto sopra un tavolo, arringava quel tanto di folla che poteva capire nel ristretto ambiente repubblicano. Con voce sonora, scandendo le parole più importanti e seguendo nel dire un suo ritmo musicale di ineffabile monotonia, intesseva a sazietà gli elogi di Livio Merate candidato popolare, accennando alla vastità del suo programma di riforme, alla saldezza de' suoi propositi, alla maravigliosa possanza del suo ingegno.
E siccome, ne l'esaltazione crescente, la frase del Popolini si arrotondava acquistando sveltezze procaci, lampeggiamenti e plasticità tentatrici, gli ascoltatori, facili alle veneri oratorie, scattavano di tanto in tanto in applausi, poco curandosi se il periodo s'interrompeva a metà e il senso comune prendeva i cocci. Tanto, a detta stessa del Popolini, il senso comune era il giudizio irriflessivo di tutto uno stupido gregge; non valeva dunque la pena di accalorarsi per lui.
Erano adunati nel Caffè dei Girondini e si pigiavano attorno a l'oratore o, dispersi in fondo alla sala, ascoltavano seduti, sorbendo la loro bibita, circa un centinaio di repubblicani, giovani per la maggior parte, alcuni giovanissimi e accesi tutti di sacro ardore.
Visi fieri, accigliati: cravatte rosse; lunghi capelli spartiti, come in giube leonine, ombreggiati dalle vaste tese dei cappelli flosci gettati sul capo quasi con dispetto civettuolo.
E tutti avevano il loro ciondolo, recante il ritratto di un capo repubblicano: di Garibaldi o di Giuseppe Mazzini. Alcuni l'avevano adottato come spilla, altri come fibbia al cappello, altri come decorazione; ed uno ve n'era, giovane repubblicano di stirpe repubblicana: Ribelle Libertà Giovanelli il quale, per avere il sopravvento sui compagni, e per dimostrare l'altezza della sua fede, aveva sostituito agli umili bottoni del suo vestiario, tante piccole reliquiette rotonde dalle quali, attraverso un cristallino, trasparivano i ritratti in miniatura dei principali repubblicani, da Platone in poi.
Così Ribelle Libertà, oltre essere un'espressione altamente repubblicana, era anche un utilissimo sunto di storia.
Oltre ai ciondoli, qualcuno mostrava le calze rosse: altri aveva, poichè la calda estate col suo nimbo di mosche avanzava, in luogo del panciotto, una larga fascia vermiglia; altri portava a l'occhiello garofani, gerani, papaveri, del più bel scarlatto. E compivano il loro assetto, con grossi bastoni, atteggiandosi alla guisa di coloro che son pronti a l'assalto se una voce li inciti.
Il loro Caffè aveva assunto quella esterior forma che più si confaceva ai gusti di sì vulcanica stirpe.
Nella scansia troneggiante nel fondo, dietro al banco vegliato dalla cittadina Ragione Verlenghi, la proprietaria, si allineavano in buon ordine, su varie file, parecchie dozzine di bottiglie della più strana foggia. Ciascuna d'esse rappresentava, a suo modo, il busto di un uomo caro alla repubblica; busto il quale, per necessità di cose, terminava con una breve appendice chiusa da un bel tappo rigonfio e dorato.
Chi fosse entrato nel Caffè, inconscio della cosa, avrebbe potuto supporre di trovarsi in un nuovo originalissimo museo ove fossero accolte nobili persone costrette a portare col cercine uno strano carico.
Sui muri bianchi della sala bislunga trionfavano poi, fra gruppi di ghirlande d'alloro, oleografie di Garibaldi, di Mazzini, di Ermellini, di Saffi, di Cavallotti, di Imbriani, ecc.; oleografie che Madonna Ragione ricopriva l'estate con garze color rosa perchè le mosche non vi lasciassero irriverentemente le schiere dei loro puntini.
Completava l'insieme un affresco del soffitto, affresco rappresentante una figura enorme vestita alla foggia romana, ricoperto il capo dal berretto frigio.
Ora Ardito Popolini, inesauribile oratore, continuava a tessere le lodi del candidato repubblicano e avrebbe continuato chi sa quanto ancora, dimentico di tutto, se, in una sosta, una voce d'avvertimento non si fosse levata dal gruppo degli ascoltatori.
— Ardito, sono le quattro; c'è il discorso di Livio Merate al teatro Chenier.
Al subito richiamo, l'ardente tribuno troncò a mezzo la sua concione, discese dalla tavola e si volse in giro battendo le mani.
— Ragazzi?... Presto, al teatro Chenier. Parla il nostro candidato.
In un battibaleno il Caffè dei Girondini si vuotò e la folla schiamazzando empì la via del Passo, diretta al prossimo teatro.
Vi fu chi, passando innanzi al Caffè della bandiera, volse occhiate di scherno alle persone ivi accolte; ma rapidamente chè Pietro Ramelli, ritto su la porta, vegliò con gli occhi torvi, nero come la più nera tempesta. E sapevano i repubblicani che l'uomo grave d'anni, ma forte ancora in tutta la sua vigorìa, non avrebbe temuto, ne l'impulso de l'ira, di cimentarsi con tutta una folla. Era il Ramelli come un ariete bronzeo, cieco ne l'impeto e di straordinaria violenza.
— Dove vanno? — chiese il vecchio cieco che ascoltava.
— Al teatro Andrea Chenier. Parla il loro candidato — rispose Urbini.
— Bisognerebbe render loro pan per focaccia! — fece il Ramelli volgendosi — L'altro giorno non vennero forse appositamente al coso... al teatro Comunale, per fischiare Giacomo Albenga?
— Chi ha più educazione l'adoperi — rispose Sandro Ancona, il cieco.
— In tempo di lotta politica non v'è educazione che tenga. Chi fischia sarà fischiato. Io coso... io vado, chi viene con me?
Mentre Pietro Ramelli si volgeva, interrogando con lo sguardo i compagni e molti già s'eran levati per seguirlo, passò dalla strada un gruppo di giovanotti, che si soffermò innanzi al Caffè della bandiera.
Era a capo della schiera Teseo Alvisi, studente di medicina, piccolo e forte, dal viso energico.
— Dove andate? — chiese Antonio Viminèdi.
— Andiamo al teatro Andrea Chenier. Andiamo a fischiare, guardate! — ed estrasse un'enorme chiave. — Chi viene? — soggiunse.
La schiera adunata da Pietro Ramelli si confuse con quella de l'Alvisi e partirono in silenzio. Al teatro si divisero fra la platea, il loggione e i palchi. Pietro Ramelli, Teseo Alvisi, Giacomo Verati, Bartolomeo Vienni, occuparono un palco di proscenio, al prim'ordine. Non appena entrarono, tutti gli occhi si rivolsero dalla loro parte e siccome l'oratore aveva già cominciato la sua arringa e i nuovi venuti, col loro entrare, coprirono un po' la sua voce, si levò un coro di zittii e qualche:
— Alla porta i disturbatori! — che non ebbe altro effetto se non quello di far sorridere Teseo Alvisi. Il qual Teseo Alvisi, per rendere nota al pubblico la sua intenzione, estrasse da una tasca l'enorme chiave che avea portato seco e la posò con lento gesto sul parapetto del palco.
— Questo è il mio binoccolo! — disse ad un tipo che stava sotto al palco e lo guardava con minaccia.
— Bada alla tua pelle! — rispose lo sconosciuto.
— Non temere, ne ho molta cura e ho anche la canterina a dodici colpi.
— Silenzio! — gridarono dal palco vicino. E altri:
— Alla porta i disturbatori!
— Fuori i codini!
— Alla forca!
— Non vogliamo gli sfruttatori!
— Abbasso i borghesi!
— Fuori fuori fuori!
A tale impeto di ribellione e al pandemonio che ne seguì, Livio Merate interruppe il suo dire onde la furia popolare si volse più intensa verso il palco di proscenio nel quale erano apparsi i quattro monarchici.
Teseo Alvisi e Pietro Ramelli, ch'erano innanzi, non si scomposero. Ascoltarono per qualche secondo il diluvio d'invettive a loro dirette poi, mentre l'Alvisi con gesto lento e composto, presa l'enorme chiave l'avvicinò alle labbra e gonfiando le gote mandò un sibilo acutissimo, Pietro Ramelli afferrata una sedia, la levò sul capo e, sporgendosi, gridò a coloro che s'erano minacciosamente aggruppati vicino al palco:
— Al primo che fa un passo rompo la testa come a un cane!
Sì bene si leggeva l'intenzione del vecchio capitano che nessuno si mosse.
L'intervento dei pennacchi rossi e la minaccia di far sgombrare il teatro, rimisero un po' di calma negli animi; ma calma fittizia.
Gli urli si spensero a mano a mano in un brontolìo sordo che si perse completamente allorchè Livio Merate accennò a riprendere l'interrotto filo del suo discorso. La voce tonò alta e musicale sotto le volte armoniche.
Disse il Merate delle soverchie ingiustizie del presente ordinamento economico; esaminò le condizioni del proletariato romagnolo e parlò de l'indifferenza e de l'incuranza degli uomini di Stato per questa enorme falange di lavoratori. Scese poi gradualmente a discutere dei partiti riformatori e dei partiti impossenti a portar frutti di prossime riforme, dati i capisaldi sui quali si reggevano; i dogmi imprescindibili che dovevano osservare per serbarsi in vita.
Entrato nel difficile argomento, vi si mantenne poichè se da un lato vedeva i pochi monarchici accendersi d'ira funesta, notava da l'altro il mormorìo d'intima soddisfazione che scorreva fra la folla dei repubblicani.
E disse:
— Noi rappresentiamo la vita e l'avvenire. Con noi è la giustizia, è la verità, è la divina libertà. Noi, liberi pensatori, scioglieremo il mondo dagli oscuri legami che l'avvincono ancora e, nella grande scìa che la nostra nave, impetuosamente avanzando, aprirà, scompariranno i nemici nostri, coloro che ci avversano e vorrebbero vederci morire perchè dalla nostra presenza sentono minacciati i loro dominii oscuri.
«Cittadini! Con noi la giovinezza adunque, con noi ogni forza primaverile, con noi la scure che abbatte, la vanga che apre la terra e la rigenera e la rende atta ad accogliere e a fecondare una nuova sementa.
«Forti di questa luminosa certezza, avanzeremo impavidi e sicuri sotto qualsiasi bufera. Vengano pure i monarchici a protestare poco civilmente, noi...
Ma non gli fu dato compire la frase chè dalla platea, dai palchi, si levò un coro di acutissimi sibili.
Ai fischi risposero gli urli, agli urli seguirono e si confusero le invettive.
Livio Merate si avanzò fino al proscenio, si sporse verso il palco ove Teseo Alvisi adoprava tutta la forza de' suoi polmoni per trarre dal suo istrumento di protesta suoni sopracuti e gridò:
— Accettate un contradditorio!
— No! — rispose il Ramelli — Io coso... io protesto!
— Villani!
— Buffone!
— Patriottardi da strapazzo!
— Canaglia in mala fede!
— Prete!...
— Ah! assassino! — gridò Pietro Ramelli preso dalla cieca furia della sua violenza a l'imperdonabile insulto. E Teseo Alvisi e gli altri compagni usarono la forza per trattenerlo, ch'egli, posto già un piede sul parapetto del palco, stava per lanciarsi a l'assalto.
— Lasciatelo venire! — gridarono dal palcoscenico.
— Liberatelo, l'eroe da burla!
— Lo vedremo! Venga, venga l'amico dei preti!
— Non ci si muove. Ti aspetteremo fino a domani, capitano!
E Pietro Ramelli, reso impotente dalla vigorosa stretta di sei poderose braccia, proteso il capo dagli occhi iniettati di sangue, continuava a lanciare le sue invettive.
— A me prete? Ve lo farò vedere s'io porto le vesti, buffoni! Mentre a cori, a ondate, da tutti gli angoli del teatro si levava il grido:
— Alla lanterna!
Nel contempo, poichè la scena si svolse in pochi secondi, era dalla platea al loggione, come un mare corso da furiosissima bufera. Volavano i cappelli, si levavano i bastoni in atti minacciosi, ricadendo, rialzandosi come un ondeggiare continuo. Si videro più braccia sollevare un uomo che si difendeva a disperazione con ogni suo arto libero, poi scomparve, si riconfuse alla folla; si videro due avvinghiarsi alla vita e attorno a loro si formò un largo improvviso tosto ricoperto; si notò la lotta di un giovinetto circondato da dieci che gli gridavano in viso ogni contumelia poi si udirono, acuti sul tumulto, i tre squilli fatali, ravviso che i pennacchi rossi intervenivano.
Per qualche secondo ancora il tafferuglio continuò; ma ai primi arresti, i tumultuanti si accalcarono a l'uscita.
Teseo Alvisi e Pietro Ramelli furono seguiti da due carabinieri. Non appena se ne avvidero, si volsero pregandoli di allontanarsi:
— Non abbiamo bisogno di protezioni!
— Sappiamo difenderci, lasciateci soli.
Però i pennacchi rossi, che avevano ricevuto un ordine, non vollero saperne e continuarono la loro guardia, molto opportuna d'altra parte, perchè non appena i due monarchici sbucarono su la piazza, un crocchio di male faccie che s'era formato, si trattenne da l'assalto solo per la presenza dei due paggi severi che hanno una loro casa di ricovero poco simpatica al popolo. Anche l'eco del tumultuoso comizio, si perse in breve ne l'accrescersi de l'ansia, per la sempre più prossima giornata campale.
Il Cavalier Mostardo continuò a batter le campagne in compagnia molte volte di Ardito Popolini che improvvisava discorsi su discorsi: nelle aie, nelle osterie, nelle stalle, fra i campi, ovunque trovasse un gruppo di bifolchi.
Il Cavalier Mostardo era più risoluto; Popolini più suasivo; ciò che il primo otteneva minacciando, il secondo otteneva con la parola ornata, sempre pronta, sempre chiara nelle iperboli strampalate, ragione principale questa del suo notevole ascendente su gli uomini che ascoltano a bocca socchiusa e ad occhi fissi e tanto più si maravigliano quanto meno comprendono.
Aspra fu la lotta alle Colìe, regione divisa in due nimicissimi campi: socialista e repubblicano. Un fiume che scorreva per le verdi e belle campagne, un fiume profondo e azzurro, serviva di confine ai due partiti.
Su la destra del fiume si trovava un villaggio: Asis, piazza forte dei repubblicani; su la sinistra, un poco più innanzi, era un secondo villaggio: Duràz, torre maestra dei socialisti.
Gli abitanti del primo erano in prevalenza contadini; quelli del secondo erano braccianti e barrocciai.
Non nasceva ombra d'uomo ad Asis che non fosse battezzato repubblicano e non dovesse per conseguenza nutrire un verace odio per gli abitanti de l'altra sponda; e a Duràz, ogni neonato succhiava spontaneamente il collettivismo con le prime goccie di latte dal dolce seno materno.
Se ad Asis fu, per il Cavalier Mostardo, larga e facile messe, a Duràz, l'idea de l'unione dei partiti popolari non ebbe efficacia.
Nei giorni che seguirono, il Cavalier Mostardo, dando ampia relazione del suo operato, fece notare come fosse necessaria un'azione concorde contro Duràz, villaggio sovversivo, peste dannosa che si doveva combattere con lena gagliarda per evitare irreparabili danni al razionale estendersi del partito repubblicano!
Ma ormai il momento solenne era vicino e la voce del Cavaliere passò inosservata.
Il Comitato istituito per la compilazione e la diffusione dei manifesti, del quale facevano parte l'assessore della pubblica istruzione Bartolomeo Campana e Tragico Arrubinati, cominciò la sua opera di propaganda.
Furono da prima enormi manifesti nei quali si annoveravano i pratici benefizî che sarebbero derivati al popolo dalla elezione di Livio Merate. Ogni male, al solo presentarsi de l'apostolo rosso, sarebbe dileguato e i beni, in benefiche masse accorrendo, avrebbero scacciato ogni miseria. Livio Merate chiudeva il vaso di Pandora; Livio Merate era l'Ecce Homo dei nuovi credenti, il divulgatore dei vangeli per il trionfo dei quali tutta una falange di martiri giaceva disseminata sotto le zolle.
I muri de l'eroica città passarono rapidamente nel corso delle ore, dal bianco al vermiglio, dal vermiglio al verde, al giallo, a l'indaco. I colori si sovrapposero, si fusero, formarono immani tavolozze.
Vere torme di uomini furono assoldate per andare intorno ad affiggere i cartelloni, gli avvisi, i manifesti, onde non aveva finito il pubblico di leggerne uno che un altro vi si poneva a canto, poi un terzo, un quarto in sequela interminata finchè si sovrapponevano, disparivano, si accavallavano in pandemoniaca fratellanza.
Ciò che cominciava nel nome del Signore, finiva con feroci imprecazioni alla casta sacerdotale; così gli accenni rivoluzionari, modificandosi per via, trovavano loro conclusione in una compunta fidanza ne l'Ente Supremo e la morale dei liberi pensatori (chè non può supporsi in Romagna un libero pensatore amorale) dopo una serie di guizzi bizzarri, finiva per cadere e abbandonarsi in seno di Nostra Madre Chiesa.
Da ciò impeti di sdegno, lotte con gli uomini assoldati, irruzione di nuovi manifesti e cartelloni in prolificità spaventosa.
La lotta continuò, amplificandosi, fino alla vigilia del giorno destinato alle elezioni, nella quale vigilia, assunse nuova, inaspettata forma.
Avendo ormai i repubblicani ed i loro avversari esaurita ogni possibile sorgente di auto-esaltazione e di denigrazione del campo nemico, attaccarono di fronte cose e persone e trassero al pubblico giudizio fatti ormai dimenticati o posti in non cale.
La vita di Giacomo Albenga, candidato monarchico-clericale, fu accuratamente vagliata, e come si scoprì che Giacomo Albenga, nella sua ormai lontana giovinezza, aveva professato le dottrine della repubblica, alte querele se ne mossero e motivazioni di sempre rinnovati attacchi.
Sì come il tempo urgeva e l'ansia e l'esaltazione toglievano la possibilità materiale di lunghe elucubrazioni, i cartelloni si ridussero a semplici striscie, su le quali erano stampate le frasi che dovevano bollare, come un marchio d'infamia, il candidato nemico.
Così la mattina del penultimo giorno, i muri ebbero un nuovo aspetto e gridarono la loro ingiuria:
Non votate per Giacomo Albenga, candidato fedifrago!
Più tardi un'altra se ne aggiunse:
Chi ha tradito, tradirà. All'erta, elettori!
Poi un'altra:
Vorrete esaltare Giuda?
A capannelli, a crocchi, fermi su le cantonate, accalcandosi in corona, vecchi, giovani, fanciulli stettero fermi sussurrando, intenti alla lettura. Le grida d'approvazione o i susurrii discordi crescevano:
— Chi ha tradito la sua parte è un cane!
— E un assoldato della polizia!
— E un figlio di preti!
Il Cavalier Mostardo batteva le piazze e le vie seguito da una sua torma di fedeli dal ceffo poco rassicurante, onde la prudenza, in veste di mite madonna, seguiva la maggior parte degli amici dello statu quo.
Ad ora più tarda, sempre nella mattinata, un'altra torma di uomini, recanti nuovi avvisi, si sparse per la città. Questa volta erano i monarchici. La pubblica curiosità si acuì, sì che ogni uomo lanciato in corsa lungo le vie, alla ricerca degli angoli ove affiggere le sue striscie di risposta, aveva dietro una vera massa di gente che lo seguiva affannandosi.
Si videro così passare in varie direzioni questi gruppi bizzarri rincorrenti un uomo scamiciato e sudante.
Dopo non molto, sui muri, sotto l'ultima striscia vermiglia che recava l'ingiuriosa domanda:
Vorrete esaltare Giuda?
era disteso un cartello verde che recava la risposta dei monarchici:
Il vostro linguaggio vi giudica. Elettori, guardatevi dai falsi apostoli; dai Ciceruacchi che vi tendono reti insidiose!
Quando il Cavalier Mostardo lesse tale risposta, si ripromise di appendere alla cima del campanile, almeno una coppia di monarchici per intima soddisfazione degli occhi e della coscienza.
Però non trascorse il breve periodo di un'ora che già il comitato repubblicano aveva replicato:
Mentitori! Nelle nostre file non milita gente prezzolata. Il popolo può giudicarci.
E i monarchici:
Vi giudica l'amministrazione del 18... Vi giudica il Commissario regio!
E i repubblicani:
Le vostre insinuazioni non hanno valore, traditori del popolo! Ricordate l'Africa e le persecuzioni politiche!
E i monarchici:
La nostra moralità è ineccepibile. Voi non potete dire altrettanto!
E i repubblicani:
Non c'è morale dove l'interesse borghese domina. Il popolo vi giudicherà, sanguisughe insanabili!
E ancora ancora in fila ininterrotta, sui muri, su le colonne, sui marciapiedi, nei tempietti del divo imperatore, sui fanali, su le insegne dei negozi, sui portoni chiusi, su le finestre, ovunque fosse uno spazio libero, ovunque fosse un palmo disponibile, le striscie si distesero, si sovrapposero recando il loro dialogare rapido e veemente.
Il prefetto fece sguinzagliare per tutta la città i suci agenti: ma con l'ordine di seguire la massima prudenza che, data la soverchia eccitazione degli animi, sarebbe bastata la più lieve scintilla a far nascere gravissimi disordini.
Ora avvenne che Gargiuvîn avesse adunato, in quel penultimo giorno, i compagni suoi per impartir loro la parte delle dottrine anarchiche che impediva di portare il loro contributo alle urne. Decisero adunque di astenersi in massa. Però, come volevan dimostrare la loro presenza e l'assiduita del loro pensiero avvenirista, Gargiuvîn, capo e iniziatore, pensò di esporre un unico cartello nero sul quale a lettere rosse, sotto un teschio che aveva stampata nelle concave occhiaie la parola Libertà, era scritto:
La morale non esiste; il popolo non esiste. Esistono solo degli uomini. Abbasso i Re, le Elezioni, i Governi. Evviva l'Anarchia!
NOI.
Finita la compilazione, Gargiuvîn si rivolse a Apulinèr, Marcôn, Arfàt e Don Vitupèri che aveano seguito il suo lavoro ammirando e disse loro:
— Andiamo.
Come non era loro abitudine nè rispondere, nè trasgredire, si avviarono dietro lo storpio il quale, col cartello arrotolato in una mano, li precedè cianchettando.
Quando furono su la via, Gargiuvîn si provvide della colla necessaria poi, in prossimità della piazza maggiore, si fece aiutare da Marcôn e da Arfàt e, spiegato il cartello e spalmatolo ben bene di colla, lo affisse sotto l'ultima striscia dei repubblicani che diceva:
Non c'è morale dove l'interesse borghese domina, ecc. ecc.
Stavano contemplando l'opera loro e Don Vitupèri già era per allontanarsi, allorquando una torma di agenti fu loro addosso; li legò, li impacchettò, e, fra larg'ala di popolo, li trasse al consueto domicilio. La preda era fatta. L'azione della polizia, salva.
Gargiuvîn rise. Rideva sempre quell'anima da burla! Marcòn guardò i cieli, Arfàt il selciato, Don Vitupèri studiò le proprie scarpe, più anarchiche del padrone nella loro disfatta compagine e Apulinèr tentò toccare col gomito sette volte e poi sette e poi tre, i poliziotti che lo avean preso in mezzo e lo conducevan fieramente, a buon passo.
Solo su l'entrare nel corpo di guardia, Gargiuvîn, come di consueto, squadrò le guardie ch'eran ferme su la porta, le salutò, e gridò loro con un bel gesto marziale:
— Amici!... Son di ritorno!
E più debolmente la voce di Don Vitupèri si udì, come a compimento di una prece:
— Amen!
Così la feccia del sobbollimento politico era tolta di mezzo.
Ma l'ultimo giorno spuntò; l'ultimo giorno in cui gli uomini rossi, dischiuse le loro fucine, dovean provare la vigorìa delle proprie ancudini.
Nella notte antecedente i capi non avevan saputo riposo. Il Cavalier Mostardo era partito per le più lontane campagne onde raccogliere e guidare alla città torme di contadini.
Ardito Popolini e Tragico Arrubinati avevan vegliato, intenti a disporre le cose in guisa che la prima vittoria si ottenesse con la conquista dei seggi. Gian Battifiore, vigile nel suo studio, aveva misurato le forze degli avversari.
Inoltre Bartolomeo Campana parlò al Circolo Marat e Bortolo Sangiovese, nella solenne occasione, compì un discorso che aveva cominciato il padre, l'unico discorso della famiglia Sangiovese.
Come suonaron le campane del giorno, gli uomini rossi ritornarono alla luce.
Alle nove doveva aver principio la votazione per eleggere i presidenti dei seggi.
L'ultima adunanza fra i capi repubblicani fu tenuta rapidamente in casa di Gian Battifiore. Stabilite le ultime disposizioni si lasciarono. Nessuno pensò a prender cibo.
E alle nove, in vari punti della città si apriron le porte fatali.
Gli ambienti, adibiti a l'alta funzione politica, furono presi d'assalto dagli uomini di parte rossa. Urlando e sbracciandosi si scagliarono verso le urne.
Nel frattempo, una geniale idea di Bartolomeo Campana, aveva trovato sua pratica applicazione. Erano state scelte, fra il popolo, le giovanette più avvenenti, e si era fatta indossar loro una veste del color di fiamma viva e, a gruppi, erano state poste su la soglia delle varie sezioni, per distribuire le schede su le quali figurava il nome di Livio Merate.
Alle dieci era compita la prima votazione terribilmente indiavolata. Vi fu sul principio un istante di panico fra le masse repubblicane, poichè erano corse male voci; ma gli animi si rincorarono allorchè furono positivamente noti i risultati. Su otto seggi, cinque erano stati conquistati dai popolari e tre dai monarchici.
Sotto gli auspici di sì maraviglioso principio, la votazione fatale cominciò.
Fra lo sventolìo delle bandiere, sotto l'ardente sole estivo, fra un via vai continuo, un incontrarsi, un soffermarsi, un sussurrio di parole a pena pronunciate e male intese, i cittadini cominciarono il loro còmpito solenne.
Andavano a gruppi o alla spicciolata, attardandosi su la soglia delle sezioni, sogguardando coloro che ne uscivano, quasi tentassero investigarli nel più profondo de l'anima e divinare così, per chi fosse stata la loro preferenza di elettori.
Sotto ai porticati, innanzi ai caffè, non era più gente la quale, placida nel riposo estivo, oziasse, incurante di ogni umano affannarsi; l'alta febbre, l'agitazione comune aveva preso i più refrattari, trascinandoli nel suo vortice.
Il sole ascese, toccò il meriggio, indicando invano a quella sua esigua torma di fedeli, l'ora consueta del pasto quotidiano.
Giunsero frattanto i grandi carrozzoni dentro ai quali, stipati, chè uno in più non vi si sarebbe costretto, erano i contadini elettori, i gruppi raccolti quà e là dai seguaci sguinzagliati per le campagne.
A Porta del Mare, un gran frastuono richiamò l'attenzione dei passanti e delle buone comari che attendevano alle loro faccende.
Un impeto di sonagli, uno schioccare di fruste, uno scalpitìo fisso di zoccoli ferrati e un cigolìo, un fremito di ruote su le selci, accompagnato da canti, da risa, da alti vocii, da evviva, irruppe in una ondata sonora, s'innalzò dilagando.
Le finestre furono in un attimo gremite.
Ecco, da Porta del Mare, faceva in quell'istante il suo ingresso trionfale nella via Robespierre, un lungo corteo formato da circa una ventina di pesanti vetture, di antiche corriere, e di carrozzoni antidiluviani nei quali gli uomini dei campi, sotto il propiziare di Bacco, cantavano e gridavano e ridevano agitando le braccia, sporgendosi col torso, picchiandosi a sonori pugni, così, per cortesia di reciproco amore.
A cassetta, nella prima vettura, era Uguaglianza Vicini, un seguace del Cavalier Mostardo: uomo robusto e forte e solenne; circa alla metà del corteo, un altro era posto a vegliare: Ribelle Libertà Giovanelli; veniva ultimo il Cavalier Mostardo, il quale, salito su l'imperiale di una corriera, dominava la situazione.
Fra la polvere sollevata, passarono nel sole, a gran trotto, allontanandosi verso la piazza maggiore.
A un'ora pomeridiana i clericali e i monarchici dubitavano già e la confusa rincorsa al voto non accennava a diminuire.
D'innanzi ai singoli comitati monarchici e repubblicani era uno stazionare perenne, un via vai continuo di contadini che attendevano il loro turno, che tornavano col contrassegno per ricevere la promessa ricompensa. Non di rado avveniva che qualcuno, sbandatosi, fosse improvvisamente conglomerato in una squadra repubblicana o viceversa.
— C'mav ciamèv? Come vi chiamate? — gli chiedeva a bruciapelo il capo della squadra.
— Me non lo so! — rispondeva il contadino nella sua bizzarra lingua.
— Il vostro nome? — urlava il capo.
— Ah! mi dice Tininana! — rispondeva illuminandosi per la subita comprensione il malcapitato.