Gli anarchici ritornarono dai loro nascondigli sui monti. Qualcuno li rassicurò ed essi, posto da parte ogni timore, ripresero la via della loro lieta città nel piano.
Arfàt, Marcôn, Schignòtt e Apulinèr, i fuggiaschi per l'idea, pensarono che nessuno li avrebbe tormentati ormai poichè tutto s'era appianato.
Mendicando o prestando opera presso qualche villano, percorsero la lunga via.
Marcôn cantò e disse la ventura e siccome aveva i lunghi capelli a zazzera e il viso pallido degli ispirati, trovò ovunque numerose simpatie. Una vecchia lo pregò di guarire una sua povera figlia che tribolava per l'anma cadù e siccome l'operazione era lunga, egli si trattenne qualche giorno nella casa ospitale. Certi disturbi nervosi, non infrequenti nelle ragazze, i contadini della terra romagnola li spiegano con l'anma cadù o caduta de l'anima. Secondo il loro concetto, l'anima si abbassa dal livello normale e il corpo, svigorendosi per il disequilibrio, si consuma. Un pratico de l'arte poi, con certi suoi nastri e scongiuri, misurando e rimisurando, con nodi e cappii rimette a mano a mano le cose a posto.
Ora Marcôn, per certe malattie, era rinomato quasi come taumaturgo. La vecchia comare lo chiamò ed egli operò il miracolo.
Raggiunse poi i compagni vicino alla città, su gli ultimi contrafforti de l'Apennino. Li trovò, un crepuscolo serale, distesi in un praticello che si apriva fra un ampio anfiteatro di quercie, poco lontano dalla via maestra. Schignòtt ed Arfàt erano intenti a dividere qualche rosicchiolo fra la voracità di Plè, il cane filosofo e di Lèdar, la cornacchia. Apulinèr, disteso col ventre a l'aria, guardava le nuvole rosse e cantava.
Al comparire di Marcôn, non fu scambiata parola e nessuno si scompose. Era loro abito il trattarsi così rudemente e il non sindacar gli atti reciproci con vana curiosità. Andavano uniti, si disunivano a seconda dei casi, non v'era patto prestabilito fra loro; ognuno era padron suo.
Marcôn si assise fra Schignòtt ed Arfàt che lo guardarono appena; solo Plè scodinzolò e Lèdar crocidò il suo contento; anzi, come aveva spiccata simpatia per il profeta, gli volò sopra una spalla.
Nel piano appariva la città co' suoi campanili a cono e le sue torri, tutta animata da un lampeggio rosso di vetri.
Ad un certo punto Apulinèr si alzò:
— Andiamo — disse. — Il rientrare in città prima di notte tarda, è cosa prudente!
— Andiamo! — risposero gli altri.
Plè, ondulando, riprese la strada e Lèdar non si mosse dalla spalla di Marcôn.
Disse Schignòtt:
— Gargiuvîn ci aspetterà!
Nessuno rispose. Poi, dopo una sosta, Arfàt soggiunse:
— Ma siete ben certi che ci lascino in pace?
Uguale esito di risposta. Nella brigata regnava perenne concordia per questo semplicissimo mezzo di reciproca difesa: se non si trattava di affari gravissimi ognuno che movesse una domanda doveva implicitamente rispondersi; gli altri non interloquivano mai.
Così, allorchè Marcôn disse:
— Êrla, la vecchia del castello dei Lecci, è rimasta contenta. Le ho guarita la figlia che soffriva da sei mesi e più. Male difficile e guarigione portentosa. Êrla è ricca e mi ha pagato bene. Avete bisogno di qualche spicciolo?
Fu come parlasse al vento. Gli spiccioli di un compagno sapevan bene ch'eran anche i loro; questa era vecchia consuetudine. Poi, tanto eran disabituati al possesso speciale della moneta, che ormai non ne conoscevano più il valore. Un soldo equivaleva ad un pane e sta bene; ma Schignòtt, ad esempio, aveva l'abilità di fornirsi quasi quotidianamente di un pane senza bisogno di ricorrere allo sporco dischetto di metallo, ragion per la quale allorchè possedeva un soldo, essendo i bisogni suoi limitatissimi, lo dimenticava in fondo a qualche tasca o lo regalava a Don Vitupèri perchè, come diceva lui, si comprasse un libro o un bicchier di vino, a suo talento. Negli ultimi tempi, su l'alta montagna, un ricco proprietario al quale Schignòtt aveva reso un servizio, gli chiese che pretendesse in compenso. Schignòtt dai capelli rossicci, era bizzarro, aveva certe predilezioni particolari quasi da fanciullo.
Avendo visto in mano al suo debitore del momento un vecchio portafogli tutto sgualcito, lo guardò ben bene e disse poi, chinando la testa da un lato e puntando un dito come soleva fare allorquando gli prendeva vaghezza di una cosa:
— Dammi quello!
— Questo? per che fartene?
— Niente. Dammi quello.
Per quanto l'altro cercasse sapere la motivazione della strana domanda, non si ebbe in altra risposta da l'ingenuo mendicante se non le due parole con le quali questi aveva chiesto l'oggetto desiderato:
— Dammi quello!
E se l'ebbe e ne fu lieto. Lo guardò con infinita compiacenza cercando poi nella profondità delle proprie tasche qualcosa da riporvi. Dopo un minuto esame estrasse un sigaro, un vecchio sigaro per il quale aveva speciale predilezione; lo rinchiuse nel portafogli e se ne andò contentone, guardando i compagni e la gente che incontrava, con occhi accesi.
Il vagabondo era ricco allora, più ricco di un re perchè aveva appagato i suoi desideri.
Disse Schignòtt, come furon poco lontani dalla città, ed eran già apparse le prime stelle:
— Apulinèr, mi dice il cuore che non dovremmo entrare in città — e come, secondo la consuetudine, il vecchio Apulinèr dalle grandi bizzarrie non si volse manco a guardarlo, Schignòtt continuò quasi, a soddisfare una supposta domanda:
— Perchè, vedi? noi siamo i topi di tutte le trappole e i perpetui sconta-pene delle colpe altrui.
Apulinèr si dette a fischiettare, poi, siccome gli cadde la mazza, la lasciò cadere reiteratamente, ad ogni tre passi, per altre sei volte, perchè egli aveva la mania del tre e del sette e, se compiva cosa che non dovesse ripetersi per tre o per sette volte, riteneva certa e prossima la fine sua.
Entrarono in città ch'erano già accese le fiammelle rossastre dei fanali a gas. Entrarono alla spicciolata e nessuno pose mente agli straccioni che guardavan le stelle ed il selciato, alla ricerca di sogni e di rosicchioli secchi.
Don Vitupèri li accolse con allegrezza. Miarù, il gatto forastico, s'inarcò soffiando, alla comparsa del suo fiero ed implacabile nemico: Plè.
Lèdar tornò nel suo nido sotto le travi. E tutto parve ristabilirsi in pace. Don Vitupèri nulla chiese ai compagni ch'erano stati assenti e i compagni non lo tormentarono con domande importune. Solo Apulinèr, capo della schiera in assenza di Gargiuvîn, domandò:
— Novità?
E Don Vitupèri:
— Nessuna.
— Gargiuvîn è libero?
— Si.
— Sta bene.
Don Vitupèri, seduto sul suo pagliericcio, riprese la lettura interrotta e Schignòtt lo guardò per qualche tempo con molta ammirazione poi gli regalò un soldo, tutto ciò che possedeva e molto più gli avrebbe dato, potendo, perchè, secondo l'idea sua, Don Vitupèri era un Saggio e non doveva che leggere.
Usciti per la città poi, videro le principali vie adobbate come per gran festa, tanto che si guardarono maravigliati. Qualcuno disse loro di che si trattava.
Benchè il centenario non fosse argomento da persuaderli, proseguirono il loro cammino verso la casa di Gargiuvîn, senza più dimandare.
E Gargiuvîn li ospitò ridendo. Aveva innanzi a sè i suoi teschi e lavorava ad una corniola su la quale, con infinita pazienza ed arte squisita, incideva la figura di una morte sorridente, con le braccia protese a l'amplesso. Illuminava l'opera sua e la stanzuccia meschina, un'esile candela. Il volto del pallido artefice, era in netto contrasto di luci e di ombre.
— Ehi! — fece Gargiuvîn sghignazzando — vi presento Tanumlìgh, la spia, che morì quattro anni fa. Guardate che testa aveva, il buffone!
Arfàt che era superstizioso e credeva negli spiriti, si fece il segno della croce. Egli era ne l'ombra ed ebbe cura di non farsi scorgere.
— Hai veduto Apulinèr? — riprese il capo anarchico: — L'ho bollato come si meritava. Per le spie non c'è perdono.
Prese il teschio e ne mostrò la calotta su la quale risaltava in grandi lettere nere, la scritta: Morte alle spie!
Apulinèr lesse la condanna ad alta voce e la ripetè sette volte in tre tempi, metodicamente.
Marcôn dagli occhi spiritati guardò Gargiuvîn ed esclamò:
— Bravo!
— Ehi! — fece il pallido ribelle — a ognuno il suo. Botte agli asini e fieno ai cavalli. Ieri notte Tanumlìgh mi un ardo di traverso perchè gli avevo conciato il cranio a quel modo. Ha corso un brutto rischio sapete, perchè io faccio giustizia. Ma tant'è, l'ho voluto risparmiare. Così al giorno del Giudizio Universale, quando il Signore Iddio lo chiamerà con gli altri per dirgli la buona o la mala sorte, non potrà nascondere i suoi peccatacci. Glie li ho scritti sul cranio e vi rimarranno!
Arfàt, il gigante dagli occhi placidi e timorosi, sentì un brivido di paura.
— Dunque sbandatevi e state all'erta! — disse ad un tratto Gargiuvîn.
Nessuno rispose.
— Avete inteso?
— Sì.
— Ora celebrano il centenario della morte di Girolamo Parvenza. È un signore che non conosco, ma non era anarchico. Molta gente è venuta, molta ne verrà, i gendarmi ci terranno d'occhio.
— È vero! — disse Schignòtt.
— Essi debbono pure far qualcosa e tutelare l'ordine pubblico. Se un asino raglierà, probabilmente saremo incolpati noi. Tenetevi lontani dalla folla.
— Faremo come dici.
— E se ci porteranno al buio, pazienza. Pensate che i martiri saranno ricordati.
Silenzio assoluto.
— Avreste paura forse?
Tutti, tranne Arfàt, risposero concordi:
— No!
— Bravi! La prigione non è poi la morte, è un po' di riposo, ecco tutto.
Dopo breve pausa, Gargiuvîn si alzò, andò ad aprir l'uscio e disse:
— Ed ora andatevene. Ognuno alla sua casa. Dove dormi Schignòtt?
— Non lo so.
— Vuoi rimanere con me?
— Non importa. È caldo ed è sereno. Nei fossi c'è posto per tutti.
— E tu Arfàt? — riprese Gargiuvîn.
— Io? — sussurrò il nemico de l'acqua che parve ridesto da un sogno. — Io mi adatto sotto al ponte del fiume. Ci si sta bene.
— Non sei mai ruzzolato nell'acqua?
— Mai! — rispose con orrore il gigante. — Mai!
— Ti fa tanta paura l'acqua?
— Si, perchè non so nuotare!
— Ma per lavarsi non c'è bisogno di saper nuotare, sai? Vecchio barbagianni!
E Marcôn con aria d'ispirato esclamò:
— È vero!
Ad uno ad uno sfilarono innanzi a Gargiuvîn e scomparvero ne l'oscurità delle scale; solo Apulinèr si fermò a toccar l'uscio sette volte e se ne andò a capo chino, senza nulla dire.
Così i rappresentanti del partito estremo, se pur poteva dirsi quella loro inconsulta associazione un'estremità, si trovarono riuniti una volta ancora nella città degli uomini rossi, culla di eccellenti vini e di idee avanzate.
Ora (essendo il carattere romagnolo impulsivo e per conseguenza rapido nel condannare e rapidissimo ne l'assolvere) nessuno pensò più alla ragione per la quale i miti apostoli dello sfacelo si erano allontanati per ignote vie.
Essi trascorsero fra la gente senza destar sorprese; solo Arfàt servì da spauracchio alle donne ed ai bambini, per la sua bruttezza pietosa.
Il giorno seguente alla loro comparsa ripresero le consuete occupazioni interrotte per qualche tempo.
Frattanto avveniva che Gian Battifiore, ingolfato nel soverchio daffare, avesse quasi dimenticato la figlia fuggita.
E come avrebbe potuto occuparsene se tutta l'Europa scientifica era per partecipare al centenario di Gerolamo Parvenza?
Ben vide Monsignor Rutilante la propizia occasione e pensò alla sua buona fortuna che non era per abbandonarlo.
Ardito Popolini, dopo il primo violento articolo comparso su l'Aristogitone, aveva taciuto aspettando l'opera del Cavalier Mostardo.
Passava come una tregua di Dio in nome de l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza.
L'idea del centenario non era nata a Gian Battifiore il quale poco si occupava del passato: ma al conte Agesilao De' Lavilla, uomo studioso quant'altri mai.
Era il conte Agesilao di antichissima stirpe chè la sua famiglia aveva avuto e guelfi e ghibellini e capitani di ventura e cardinali ed alti magistrati dottissimi. Il genio dei Lavilla si era esplicato universalmente, in tutti i rami dello scibile umano, lasciando traccie non comuni del suo passare. Un Teodoro che aveva vissuto su l'aprirsi del millecinquecento, era stato inviato dal papa per certa ambascieria in Ispagna, con missioni delicate, tali da richiedere la più abile tempra di diplomatico; e con tanto onore aveva disimpegnato il non comune incarico che il papa, poichè il detto Teodoro fece ritorno, lo creò spontaneamente cardinale, elargendogli ricchi premii e in terre e in danaro.
Però del vasto patrimonio accumulato dagli avi poca cosa rimaneva al conte Agesilao, onde viveva egli modestamente del frutto di qualche podere, pascendosi de' suoi studi prediletti.
Nella città rossa altri non v'era che, come il conte Agesilao, conoscesse punto per punto, fin nei più minuziosi particolari, le cronache ed i documenti inediti dai quali la storia della detta vermiglia città emergeva chiara; altri non v'era che potesse con più dotta facondia enumerare e fatti e uomini e cose lustro e decoro di tutta la terra di Romagna, sicchè a lui spettava per diritto acquisito dal lungo studio e da l'inesausto amore, il vanto di far rivivere per pochi giorni nella memoria dei già lontani nepoti l'illustre scienziato Gerolamo Parvenza.
Sfogliando un giorno una monografia nella quale il genio del Parvenza si esplicava per un sapiente parallelo istituito fra i costumi de l'ornitorinco (classe dei monotremi o, come altri vogliono, ornitodelfi) e quelli del pinguino (famiglia dei bachitteri, ordine dei palmipedi, genere degli aptenodytes) e ricercando gli anni nei quali l'illustre compaesano, tutto dedito agli studi gerarchici delle famiglie animali, aveva compito certi suoi viaggi per rintracciare l'esatta ubicazione delle uberifere bestiuole, per associazione d'idee si chiese:
— Ma quando è morto Gerolamo Parvenza?
Compulsò i documenti e vide che poche settimane mancavano perchè il ciclo dei cento anni si compisse. Allora gli nacque il pensiero della doverosa memoria e con forbita dialettica l'espose a Gian Battifiore. Questi se pur rimase dapprima sconcertato perchè il Parvenza non era stato repubblicano nè tampoco libero pensatore e non s'era occupato di politica (ciò che segnava senza dubbio una implicita inferiorità) si lasciò purtuttavia persuadere dal pensiero che la commemorazione avrebbe portato grande decoro a lui ed alla città sua.
Fece uno strappo alla fede politica e lanciò la proposta in pieno consiglio comunale.
Naturalmente ne nacquero divergenze le quali, secondo i costumi dei fieri uomini di parte, finirono in chiassosi battibecchi.
L'assessore della pubblica istruzione Bartolomeo Campana, fervido studioso delle orazioni di Cicerone dalle quali desumeva le veneri della sua oratoria, pronunziò uno de' suoi più applauditi discorsi. Dato uno sguardo alle finanze del Comune, da un lato e a l'accrescersi della miseria e dei bisogni della popolazione, da l'altro, disse ch'era ormai tempo di lasciare in pace i morti per occuparsi con maggior serietà dei vivi.
Alla foga demagogicamente irruenta del suo discorso, il pubblico rispose con grida osannanti.
Il Maraviglia e l'Arrubinati furono pure contrari al progetto. Bortolo Sangiovese per amore del sindaco e Ardito Popolini per tattica prudenza, si astennero.
Contuttociò l'idea del conte Agesilao De' Lavilla segui una sua via trionfale onde furono decretate a Gerolamo Parvenza solenni onoranze.
Si diramarono circolari-invito ai quattro punti cardinali: si stabilì un programma di feste per intrattenere i forestieri che sarebber giunti in istraordinaria affluenza; si dotò il teatro comunale per avere una breve stagione d'opera; si bandiron concorsi ippici, gare ginnastiche, feste popolari, e Bortolo Sangiovese il quale appena in quei giorni ebbe nozione del suo illustre compaesano, lanciò la proposta di bandire una grande fiera di bestie. L'idea non attecchì data la solennità de l'avvenimento.
Gian Battifiore, novello Bruto, sacrificava così a l'amor del paese i figli suoi.
In quei giorni, volgevan le calende di maggio, fra discorsi, ricevimenti, preparativi e sorveglianze, non aveva trovato tempo neppure per il suo quotidiano nutrimento!
Gerolamo Parvenza lo aveva assorbito; Agesilao De' Lavilla gli era sempre alle calcagna.
Erano giunti frattanto gli scienziati tedeschi rappresentanti varii Istituti ed Accademie: Fredrich Hoblein, Heinrich Krapffer, Sigmund Hoërgritz.
Il primo, Fredrich Hoblein, professore de l'Università di Lipsia, era presidente di venti istituzioni scientifiche, membro un po' di tutte le Accademie del mondo. Profonda celebrità, intelletto insuperabilmente vasto, dottrina incoercibile. Ove lucesse un lume di civiltà ivi era il nome, volava la fama di Hoblein, torre d'avorio incorruttibile al tempo.
Seguiva Heinrich Krapffer prototipo del genere co' suoi grandi occhiali cerchiati d'oro, rotondi come due lenti da lanterna; biondastro, obeso, solenne. Egli era filosofo naturalista; nato a Wolfenbüttel professava a Gottinga. L'opera che aveva destato un mormorio intorno al suo nome s'intitolava: Quadri comparativi degli alfabeti dei varii popoli. Per condurla a termine aveva impiegato venticinque anni votandosi al celibato ed alla castità. I varï popoli, riconoscenti per i rispettivi alfabeti, l'avevan fatto salire in somma gloria.
Veniva terzo ed ultimo Sigmund Hoërgritz, uomo che pareva l'emanazione diretta della tranquillità e della pazienza. Portava un soprabito bluastro orlato accuratamente ai bordi da un nastro nero; un cappelluccio rotondo e floscio, adorno da una piccola penna ricurva; gli immancabili occhiali e le scarpe coi chiodi.
Sigmund Hoërgritz aveva il viso rotondo, gli occhietti chiari e pareva sempre assunto alla maraviglia delle maraviglie. Egli era celebre come i compagni per un'opera grandiosa: La storia degli uomini e delle bestie.
L'autore non aveva trovato fra gli uomini persona il nome della quale fosse meritevole di andar unito nei secoli a l'opera sua onde, preso da subita ispirazione, l'aveva dedicata al Signore Iddio Re degli Universi.
Per la città gaia di sole, di stendardi e di bei visi di donna; sonora di voci bronzee, di voci umane osannanti al bel maggio, divino amante; per la città vegliata dalle lunghe ombre degli insigni campanili, rosea e bianca come una adolescente che il bel tempo innamorato non raccoglie, gli scienziati andavano sogguardando e il cielo e i monumenti, scortati da un corteo di monelli che il conte Agesilao De Lavilla e Bortolo Sangiovese cercavano invano di scacciare a cenciate, quali mosche importune.
Erano su la piazza maggiore, dinnanzi a la chiesa di San Viminale di maravigliosa eleganza per l'esile campanile diritto come albero di nave, lanciante fra il vago sciamar delle nubi e dei cirri, fra il volo dei colombi e l'azzurrità chiara de l'infinito, il suo cono roggio e verdastro sormontato da una croce di ferro aperta in eterno stupore innanzi a l'immenso.
— Questa — diceva il conte Agesilao in pessimo francese — è la chiesa più antica della città. La sua fondazione si perde ne la notte dei tempi. Il primo ricordo che se ne abbia, risale all'893. Apparteneva allora ai monaci cluniacensi. Grandi venture si ebbe nei numerosi secoli di sua esistenza. Fu quasi distrutta dall'incendio, fu ricostruita e s'ingrandì a mano a mano nel tempo. La facciata, come è ora, fu compita nel 1646, naturalmente non serba che pochissime traccie dell'antico splendore. Quando il seicento è passato restaurando, addio bellezza!
— Addio bellezza! — ripetè Bortolo Sangiovese tanto per interloquire qualche volta e far notare la sua presenza ai tre ospiti illustri. In verità egli non concepiva come si potesse ammirare un vecchio muro nerastro il quale d'altro non aveva bisogno se non d'essere intonacato, chè, così nero, era una vera indecenza. Comunque fosse ascoltava pazientemente le fole del conte Agesilao, con la rassegnazione particolare alle cariche autorevoli.
I monelli facevano attorno a loro un gran vocìo ridendo e segnando a dito in particolar modo Sigmund Hoergritz per il suo cappellaccio olivastro e rotondeggiante.
— E questo è il campanile — riprese il conte Agesilao — antica opera muraria pregevole di grazia e d'eleganza. Ne fu cominciata la costruzione nell'anno 1178 e fu compiuta nel 1180. In soli tre anni si elevò dalla terra a dominare la magnificenza dei piani vastissimi. Lo stile è lombardo. È alto settantacinque metri o poco più. Gli uomini ne deturparono in parte l'aspetto primitivo.
I tre scienziati del nord stavano col capo a l'aria, ammirati dalla grazia della esile guglia eretta a dominio ne l'alto medioevo.
— La fede per la quale sorse l'ha salvato da rovina — soggiunse il conte Agesilao. — L'ombra sua coprì stragi e tripudii; vide barbari dominii e libero governo repubblicano; vide alte le aquile imperiali e gli stendardi che il popolo eresse a grida, i rossi stendardi dalle bianche croci che segnavano le libertà repubblicane!
— Bravo bravo! — esclamò Bortolo entusiasmandosi al sacro nome del suo desiderato governo; e l'Hoblein, molto freddamente, quasi avesse udito un qualsiasi brano del Baedeker, soggiunse:
— Très bien.
L'assessore de l'annona gli lanciò un'occhiata feroce.
Seguirono per la grande piazza innondata di sole e il conte Agesilao, animandosi sempre più, nonostante la fredda cera degli illustri ospiti, dimostrò come la bella piazza fosse stata campo di grandi stragi, di insigni esaltazioni e di giostre e di quintane e di palii trionfali. — Se vide dilagare il sangue — soggiunse — se per l'aria la campana del popolo lanciò le sue grida d'allarme che corsero dai colli al mare e destarono ogni capanna; se gli uomini fecero scempio di uomini nel giro delle mura severe, sotto l'ombra delle alte grondaie su le quali si era annidata la morte, anche vide trionfar primavera, la bella piazza che cerchia un breve orizzonte, e vide passar carri e cavalli e bardotti coperti di acciaio e di argento; di ori scintillanti e di gemme, fra i suoni delle baldose, dei liuti e il ritmo lieto dei caribi. Vide i bei torneamenti, le magnificenze imperiali, le porpore, i broccati e le sete delle quali andarono adorne le dilettose giovanette al tempo in cui ogni bella cortesia fioriva per l'amore gentile; ella fu la terra madre di tutta una gente, il grande altare sacro all'ignoto Dio degli umani destini. Solitario orto un tempo, corso dai cantici gravi dei monaci cluniacensi, campo di orgogli e di bellezza di poi, di aspre violenze e di primaverili conviti; altare in cui fluì il sangue e si sparsero fiori, in cui giacquero i vinti, la faccia rivolta al cielo profondo e sul quale volarono canti propiziatori di amplessi fecondi; altare in cui gli uomini, arrovellandosi e accarnandosi, invocarono il cielo e la morte; l'amore e la morte; ara misteriosa nella quale tutta una gente esaltò la sua forza e la sua eterna paura: Iddio!
Il conte Agesilao De' Lavilla trasse un gran sospiro e Bortolo Sangiovese, l'assessore de l'annona, rimase con gli occhi sbarrati e luccicanti, il viso congestionato dalla commozione intensa. Solo, dopo qualche secondo, strinse vigorosamente la mano al conte Agesilao e gli disse in tono enfatico e solenne:
— Sei grande!
Gli scienziati speculavan un piccolo arco di luna, navicella d'argento, che scendeva fra nuvole ed aria verso il suo nido negli alti grani maggesi.
Poi, come passavan cantando due giovanette belle, in tutto quel sole d'oro, Hoergritz si rivolse al conte Agesilao e gli chiese:
— Connaissez vous le folk-lore de votre pays?
Il conte fu preso da un certo imbarazzo e rispose:
— Non monsieur, mais....
Si arrestò perchè, volgendo gli occhi, aveva veduto Augusto Regida che li sbirciava poco lungi, sorridendo.
— Regida, Regida? — chiamò il conte accennando con la mano. Il giovane si avvicinò.
Fatte le debite presentazioni disse Agesilao De' Lavilla:
— Senta, caro Regida, questi signori vorrebbero sapere qualcosa circa il folk-lore romagnolo, ella che è profondamente erudito....
— Prego! — fece inchinandosi con schernevole sorriso il Regida.
— Me lo lasci dire — riprese il conte — lo merita! Ella che è profondamente erudito può dar loro gli schiarimenti che desiderano. Vuole?
— Ma certamente!
E il Regida compiacque il desiderio degli scienziati i quali lo ascoltarono con molta deferenza.
Giunsero così a passo a passo ad una piccola piazza nella quale si teneva il quotidiano mercato delle erbe. V'era molta folla; un gridìo assordante si levava fra il trascorrere di terribili cortesie. In Romagna ogni insolenza ha valore di squisito augurio.
In lunga fila erano schierate le ortolane sedute sui loro piccoli carri, sotto immense ombrelle bianche, fra monti di legumi, di frutta e di verdura; fra scintillar di colori e di sole e chi andava, chi veniva, chi si soffermava gridando. Tutti gridavano a gola aperta quasi temessero non essere uditi dal vicino, quasi volessero comunicare ai circostanti la loro ragione, onde più e più cresceva il frastuono con l'accrescersi della folla. In tutti quei volti accesi, era una ebbrezza di vita gagliarda.
Grandi mucchi di ciliegie e di albicocche e di pesche duracine mettevano la loro nota gaia nel sole; i frutti degli orti e dei giardini dei quali la città si coronava come di un bel diadema.
E i monelli ronzavano intorno a tutto quel bene, a quella festa, a quella dovizia inutile per loro; ronzavano come povere pecchie a cui toccano appena gli avanzi.
Andaron quattro fanciullette bionde tenendosi per mano ed eran tutte un sorriso, vieppiù chiare che l'alba del giorno. I visetti belli e luminosi, gli occhi festevoli e ridenti. Avevan su le orecchie, a pendenti, gruppetti di ciliegie martelline come rubini e gridavano saltando:
— Son venute le ciliegie martelline che hanno sapore d'uva paradisa!...
Passarono come una folata di vento.
Gli scienziati speculavano la massa. E chiese l'Hoergritz indicando una fila di ragazze:
— Chi sono quelle?
— Quelle sono le coefore — rispose Regida sogghignando — le portatrici di libamenti e mercanteggiano i cibi per la mensa.
Augusto Regida aveva intuito la grazia di linguaggio confacentesi a menti sì erudite onde si compiacque far pompa de' suoi ricordi classici e riferirli, a dritto o a torto, a cose presenti.
Un tronco di colonna, abbandonato fra l'erba, disse appartenere a un gran tempio di Giove statore; del qual tempio non si aveva ricordo se non nella leggenda popolare e in un palinsesto del secolo quinto.
Aggiunse che in alcune canzoni del popolo si nominava ancora Giove quale datore di ogni bene.
Parlò della città romana e della repubblica popolare che fu già grande nel medioevo sì che la città rossa, per feudi e castella, dominò su gran parte della Romagna.
— Gli astrologi del tempo — soggiunse — pronosticarono che il Governo Popolare avrebbe avuto qui sua stabile dimora. Ricorda conte Agesilao? Dice il cronista:
«Nell'anno 1381 apparve un segno in l'aria a modo d'una lampida da fuoco, e avea direto a modo d'una coda de fuoco conio lancie grosse...» Eccetera. Dall'apparizione trae gli auspici.
Videro poi le chiese e il po' che avanzava dei maravigliosi affreschi di taluna fra esse.
— Ringraziamo il cielo — aggiunse Regida — che qualcosa si sia salvato perchè dove è un'opera d'arte ed un prete, ivi sono due nemici inconciliabili!
— Mais — chiese Sigmund Hoergritz — on n'aime pas l'art en Romagne?
— Ecco — rispose Regida sbirciando il conte e Bortolo Sangiovese — i romagnoli sono gente pratica: amano il buono ma non il bello. Ad un quadro preferiscono una moggia di grano. Intendiamoci, ogni legge ha la sua eccezione. Il conte Agesilao, ad esempio, è tra coloro che difendono il nostro patrimonio d'arte dall'eccessiva praticità dei cosidetti popolari.
Bortolo Sangiovese tossì e torse il niffolo.
— Sicuro. Guardi ad esempio: la parola artigiano in dialetto romagnolo non esiste: esiste bensì la parola artista; ma non s'inganni; gli artisti per il nostro gaio-osannante popolo sono i falegnami, i fabbri, i calzolai et similia. Un catenaccio, un tavolino, un paio di scarpe sono, per ogni buon romagnolo, opera d'arte perchè di indiscussa utilità: il resto... è letteratura!
La cosa mise un po' di malumore Bortolo Sangiovese il quale mormorò fra le labbra:
— Esagerazioni!
— Nient'affatto, verità! — rispose Regida.
— E sta bene! — soggiunse il rotondeggiante repubblicano il quale, per aver combattuto con Garibaldi, adottava il suo intercalare.
La città fu esplorata minuziosamente in lungo ed in largo; tutto ch'ella poteva offrire alla curiosità dei dotti alemanni, offrì; anzi più si rivelò che non fosse possibile supporre.
In un quartiere eccentrico, poi che gli scienziati uscivano da una vecchia chiesa, s'imbatterono in una torma di marmocchi i quali, con le rispettive camicie occhieggianti da l'apertura posteriore delle brache, infervorati di belligero ardore andavano cantando a squarciagola:
Con Mirabelli
Noi vogliam marciar!...
Trascorrevan così sotto al sole di primavera sempre più animandosi allorchè, da un vicoletto, sbucarono altri monelli i quali, udita la canzone dei compagni, si dettero a gridare a contrapposto:
Con Enrico Ferri
Noi vogliam marciar!...
Le due schiere urlanti si diressero l'una verso l'altra cercando soppraffarsi con la vigoria delle voci. Allorchè si scontrarono, tacquero un attimo; poi da ambo le parti, per reciproco saluto di guerra, si levò alto e sonoro quello special suono che Dante udì in Malebolge, usato a vaga salutazione da Barbariccia, capo della decina.
Al qual suono i dotti alemanni corrugarono il supercilio.