366. C'è un piccolo brano autografo d'una traduzione molto libera di Vittore Vitense (Historia persecutionis vandalicae). Il Passerini, senza darne prova, lo dice scritto prima del 1494; e veramente, non sapendosene nulla, può mettersi nell'anno che si vuole; può credersi anche lavoro giovanile. Lo diamo in Appendice, doc. III. Francesco Palermo lo pubblicò assai scorrettamente in un opuscolo, che restò quasi ignoto: Niccolò Machiavelli e il suo centenario, con una sua versione non mai pubblicata: Firenze, tip. Bencini, 1869. Il Codice Ricci contiene una Risposta fatta ad uno ambasciatore pel re di Francia, che non ha nome di autore, sebbene vi sia la data del 1495, e da qualcuno siasi, senza ragione, voluta attribuire al Machiavelli.
Questo Codice Ricci, che già abbiamo citato e citeremo più volte, è una raccolta di lettere e di altri scritti del Machiavelli, insieme con molti documenti che a lui o alle sue opere si riferiscono, ma che non sono scritti da lui. Il Ricci copiò e raccolse tutto ciò, aggiungendovi di suo prefazioni, osservazioni, comenti. Di questa raccolta si trovano nella Bibl. Nazionale di Firenze l'autografo e due copie del secolo passato. Un'altra copia più antica delle due fiorentine, trovasi nella Bibl. Barberini in Roma, ed un frammento se ne trova nella Corsiniana della stessa città. Questi codici differiscono pel diverso ordine in cui sono disposti i documenti, il che ha reso necessaria qualche differenza di forma nelle prefazioni e comenti del Ricci. L'autografo (che solo in parte è autografo) non segue l'ordine cronologico, che è invece serbato nelle due copie fiorentine.
Il Codice fiorentino segnato E, B, 15, 10 è l'autografo; ma in esso si riscontrano altre due mani, una delle quali ritroviamo anche nel Priorista Ricci, che si trova nella stessa Nazionale di Firenze, ed è segnato B, A, 9, p. 2, n. 1. Vi sono poi alcune note marginali di Scipione de' Ricci. Delle due copie fiorentine, una è il Codice Palat. 815 (già 21, 2, 692), l'altra, che pare una copia di esso, ha le indicazioni: Bº, Ri, 5, 1, 16, e II, II, 334. — Il Tommasini (La Vita e gli Scritti di N. Machiavelli: Torino, Loescher, 1883) ha dato di tutti questi Codici un indice copioso con molti estratti e confronti.
367. Sono le prime fra le lettere pubblicate del Machiavelli. Fra le Carte del Machiavelli, conservate nella Biblioteca Nazionale di Firenze, in sei cassette, si trova una lettera, che discorre d'un altro patronato della famiglia, ma non è firmata, e, sebbene sia autografa di Niccolò, parla di lui come di terza persona. Vedi Appendice, doc. IV.
368. Così apparisce da un documento citato dal Nitti, Machiavelli nella vita e nelle opere: Napoli, 1876, vol. I, pag. 39. Quest'opera rimase interrotta col I vol., che arriva solo fino all'anno 1512, prima cioè che il Machiavelli incominciasse a scrivere le sue Opere. Il cardinale perugino era Giovanni Lopez, spagnuolo.
369. Il breve Elogio del Giovio incomincia: «Quis non miretur in hoc Macciavello tantum valuisse naturam, ut in nulla vel certe mediocri latinarum literarum cognitione, ad iustam recte scribendi facultatem pervenire potuerit...?» E più oltre: «Constat eum, sicut ipse nobis fatebatur, a Marcello Virgilio, cuius et notarius et assecla publici muneris fuit, graecae atque latinae flores accepisse quos scriptis suis insereret.» Elogia doctorum virorum, auctore Paulo Jovio: Antuerpiae, 1557, pag. 192-93. Da queste affermazioni inesattissime, come segue troppo spesso al Giovio, hanno origine quelle che altri molti ripeterono poi.
370. «Seppe di greco e di latino a perfezione,» dice il Passerini a pag. X, del Discorso da lui premesso alle Opere (P. M.); ma lo dice senza provarlo, e senza neppure toccare delle osservazioni fatte in contrario da scrittori autorevolissimi.
371. Storia di Firenze: ediz. L. Arbib: Firenze, 1843-44, vol. I, pag. 266.
372. Nel suo Codice più sopra citato (E, B, 15, 10, pag. 23, e nel Palat. 815, pag. 8-10) egli dice infatti che le parole del Giovio non hanno nessun fondamento; che il Machiavelli non fu mai notaio di Marcello Virgilio, ma Segretario dei Dieci; che il brano di lettera latina da lui scritta nel dicembre 1497, prova come egli sapesse il latino. Quel brano, egli aggiunge, è solo un'ottava parte dell'intero, il resto essendosi perduto perchè lacero il foglio. Ed in quel tempo Niccolò Machiavelli «appena aveva cominciato a conoscere, non che a praticare e conversare con Virgilio.» Il codice Palatino, sebbene disponga i documenti con ordine diverso dall'autografo, ne è però, come dicemmo, copia fedele. In fine di esso si legge infatti: «Il presente volume da me Marco Martini, in quest'anno 1726, è stato copiato dall'esemplare del signor abate Corso de' Ricci, quale esemplare fu copiato da Giuliano de' Ricci dagli originali di Niccolò Machiavelli, e questa copia da Rosso Antonio Martini, mio fratello, è stata collazionata coll'esemplare suddetto di Giuliano de' Ricci.» Le stesse parole trovansi anche nell'altra copia già ricordata, ma vi furono poi cancellate, il che ci riconferma nell'opinione che la seconda derivi dalla prima, sia cioè copia di copia.
373. Così almeno si può argomentare dall'avergli i parenti affidato la difesa dei loro diritti nell'affare di Santa Maria della Fagna, e da qualche altro incarico di simile natura, che assunse assai più tardi. Suo padre potè facilmente iniziarlo in questi studî, intorno ai quali però non troviamo nessuna notizia sicura nelle opere del Machiavelli, nè altrove.
Il Gervinus nel suo lavoro, Florentinische Historiographie, più sopra citato, si ferma lungamente e con qualche esagerazione a determinare i danni che vennero, secondo lui, agli studî ed all'ingegno del Machiavelli dal non aver esso conosciuto la lingua e la cultura greca. Invece il prof. Triantafillis, prima in un suo lavoro intitolato: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875); poi in un altro sulla Vita di Castruccio Castracani del Machiavelli, pubblicato nell'Archivio Veneto, crede di aver vittoriosamente provato che questi conoscesse il greco, e si valesse degli autori greci, leggendoli nell'originale. I due lavori del Triantafillis mettono certo in chiaro, che il Segretario fiorentino si valse molto di alcuni scrittori greci; ma non bastano, secondo noi, a provare che li studiasse nella lingua originale, e non già nelle traduzioni. Il torto principale del Triantafillis sta nell'aver creduto che basti esaminare il Lexicon bibliographicum dell'Hoffmann, e quando in esso non si trovi citata una qualche traduzione, già fatta al tempo del Machiavelli, di un autore greco, del quale egli si valse, possa concludersene senz'altro, che la traduzione non c'era, e che l'autore fu dal Machiavelli studiato nell'originale. È evidente che questo metodo non può condurre ad un resultato sicuro, perchè moltissime furono le traduzioni fatte in quel secolo, che restarono inedite, e possono quindi essere ignote a noi. Di qualcuno infatti degli autori, di cui il Triantafillis crede che non vi fossero allora traduzioni, se ne trova nelle biblioteche di Firenze più d'una, e nulla vieta di credere che il Machiavelli di queste o d'altre, che noi non conosciamo, si fosse valso. Il signor Triantafillis si ferma ancora lungamente a provare, che il dialogo Dell'ira o dei modi di curarla è quasi una traduzione di Plutarco, senza però occuparsi punto di esaminare se l'opinione degli scrittori i quali autorevolmente affermarono che quel lavoro non è del Machiavelli, sia fondata. Oltre di che, nella Laurenziana trovasi (come apprendo dal prof. E. Piccolomini, che ho più volte consultato in questa questione) un'antica traduzione appunto di quell'opuscolo di Plutarco, attribuita a Coluccio Salutati, della quale il Machiavelli potrebbe in ogni caso essersi valso. I due lavori del prof. Triantafillis adunque, per quanto sotto altri aspetti lodevoli, non mutano lo stato della questione, e non ci rimuovono dalla nostra opinione, che del resto è quella più generalmente accettata. Si potrebbe qui aggiungere come il Ricci, nel suo Priorista, ricordi che il Machiavelli compose un ragionamento, in forma di commedia, il quale andò poi perduto, ed era intitolato: Le Maschere. In esso l'autore imitava, ad istigazione di M. Virgilio, le Nuvole ed altre commedie di Aristofane, facendo amara satira di molti suoi contemporanei. Questo fatto però non potrebbe dare un argomento in favore della tèsi sostenuta dal prof. Triantafillis, perchè si tratta solo di una generica imitazione, per la quale bastava una qualsiasi illustrazione o comento, fatto in iscritto o a voce dallo stesso M. Virgilio o da altro professore dello Studio fiorentino. Diamo in Appendice (doc. V) una lettera che ci ha indirizzata a questo proposito il nostro amico prof. E. Piccolomini. — Il signor G. Ellinger ha poi pubblicato un suo lavoro: Die antiken Quellen der Staatslehere Machiavelli's: Tübingen, 1888. In esso si discorre dei molti autori antichi dei quali il Machiavelli si valse nelle sue opere politiche. Ne riparleremo.
374. Questo si cava dall'esame dei Registri della Repubblica nell'Archivio fiorentino. Le legazioni ed istruzioni ad ambasciatori dal 1499 al 1512 sono talora in nome dei Signori, tal'altra dei Dieci, o anche degli uni e degli altri. (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. I, num. 105). Alle lettere dirette alla Signoria, spesso per delegazione rispondevano i Dieci. Secondo lo Statuto del 1415 (stampato nel 1781, colla data di Friburgo, vol. II, pag. 25 e seg.) essi potevano nominare sindaci, procuratori, ambasciatori, cursori, ecc.; non però destinare ambasciatori al Papa, Imperatore o ad un re o regina, senza il consenso dei Priori e Collegi, ai quali più specialmente tali nomine spettavano. Generalmente si richiedeva anche l'approvazione del Consiglio.
375. Bartolomei Scalae Collensis, Vita, auctore Dominico Maria Mannio: Florentiae, 1768.
Il Passerini nel suo Discorso a pag. XII, Opere (P. M.), vol. I, afferma che il Machiavelli, «desideroso di avviarsi al servizio del suo paese, si pose, intorno al 1494, sotto la direzione di Marcello Virgilio Adriani, nella seconda cancelleria del Comune.» Ma non sappiamo dove mai abbia potuto trovare che prima del 1498 il Machiavelli e Marcello Virgilio fossero già regolarmente in ufficio: non certo nei documenti. È ben vero che, con deliberazione del 28 dicembre 1494 (Deliberazione dei Signori, reg. 86, a c. 120t), formandosi allora il nuovo governo, vennero cassati Bartolommeo Scala ed altri ufficiali delle cancellerie. Ma il 31 dicembre seguente i Priori «attenta capsatione facta per dictos Dominos de domino Bart. Sch., et attenta necessitate Palatii et negotiis eiusdem,» lo rielessero. E così restò in ufficio fino al 1497, come risulta dai documenti, e come ricorda anche il Manni nella Vita di lui. Nella riforma della cancelleria, deliberata poi nel Consiglio Maggiore il 13 febbraio 1498 (stile nuovo), è detto che il «primo cancelliere, cioè dove serviva Bartholomeo Schala,» abbia un salario di fiorini 330. E poco più oltre, parlando dei Segretari della Signoria, si accenna a quello «dove ha servito Alessandro Braccesi,» che infatti era stato allora appunto dimesso, e venne poi sostituito dal Machiavelli. (Provvisioni, reg. 189, a carte 56t-58). — Tuttavia recentemente il Dr. Demetrio Marzi, (La Cancelleria fiorentina, pag. 287, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1910) osservò che non solo il Passerini, ma anche altri scrittori dicono che nel 1494 o 1495 il Machiavelli fu adoperato nella Cancelleria. Ed aggiunse ancora che Agostino Vespucci suo collega, in una lettera che gli scrisse il 20 ottobre 1500, ricordava, che essi erano già stati in ufficio un quinquennio. Ne concluse perciò che possa indursi, che tra il 1494 e 1495, quando, dopo il mutamento del governo, molti della Cancelleria furono dimessi o si dimisero, il Machiavelli potè essere stato chiamato a servire in essa provvisoriamente quale straordinario. Questo, egli dice, spiegherebbe ancora come mai nel 1498 potesse, in età di soli 29 anni, senza altri titoli, essere eletto segretario.
376. L'atto di nomina del Machiavelli fu più volte pubblicato, sempre però con qualche omissione. Recentemente lo ripubblicava il Passerini, nel volume citato, a pag. LIX; ma di due documenti ne fece uno solo, avendo, al principio del secondo paragrafo, omesso la data: Die XVIIII mensis iunii, dalla quale apparisce che la deliberazione del Consiglio Maggiore fu presa quattro giorni dopo quella del Consiglio degli Ottanta. (Archivio fiorentino, Cl. II, n. 154, a carte 104). I due decreti sono scritti in margine del foglio indicato. Questa filza porta anche l'indicazione più moderna: Signori e Collegi, Deliberazioni, reg. duplicato 169.
377. Tutto ciò spiega perchè lo chiamarono il Segretario fiorentino, e perchè nei documenti è detto ora segretario dei Dieci, ora della Signoria, ora della seconda cancelleria.
378. A questa conclusione siamo venuti esaminando la riforma del 28 dicembre 1494, quella del 13 febbraio 1497 (98), più sopra citata, e gli ordini di pagamento, uno dei quali può vedersi nell'Archivio fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 69, a c. 142.
379. Angelo Maria Bandini, Collectio veterum aliquot monumentorum: Aretii, 1752. Nella prefazione parla di Marcello Virgilio, di cui si può vedere l'elogio anche nel vol. III degli Elogi storici degli uomini illustri toscani: Firenze, 1766-73.
Il Bandini, nella citata prefazione, dice: «Id vero in Marcello mirum fuit, quod etsi publice florentinam iuventutem humanioribus literis erudiret, nomine tamen Reipublicae literas scribendi munus numquam intermiserit.» Dopo la prefazione, si trovano in questo volume lettere indirizzate a Marcello dal Calcondila (1496), da Roberto Acciaioli, da Aldo Manuzio (1499) e dal card. Soderini (1508), nelle quali si parla sempre di ricerche d'antichi classici, scoperte d'antichi monumenti, ecc. Vedi anche Prezziner, Storia del pubblico Studio, ecc., vol. I, pag. 181, 187 e 190; Fabroni, Historia Academiae Pisanae, vol. I, pag. 95, 375 e 377. Da una lettera inedita di Marcello Virgilio al Machiavelli, che citeremo più oltre, si vede chiaro che anche nel 1502, quando questi era presso il Valentino, Marcello Virgilio dirigeva la prima segreteria, e continuava le sue lezioni. Di ciò parlano il Valeriani, De literatorum infelicitate: Venetiis, 1630, pag. 71, e il Bandini, a pag. XIX della citata prefazione. — Molte notizie su Marcello Virgilio Adriani e i suoi scritti si trovano in Wilhelm Rüdiger, Marcellus Virgilius Adrianus aus Florenz. Halle a. S., Max Niemeyer, 1898.
Fu sepolto nella tomba di famiglia, nella chiesa di S. Francesco a S. Miniato al Monte, fuori delle mura. Ivi è il monumento di famiglia con una iscrizione. Più tardi vi fu messo il busto di Marcello Virgilio, con quest'altra iscrizione:
Suprema nomen hoc solo
Tantum voluntas iusserat
Poni, sed hanc statuam prius
Erexit haeres, nescius
Famae futurum et gloriae
Aut nomen aut nihil satis.
Da queste ultime parole potè forse essere suggerita la bella iscrizione che fu messa più tardi sulla tomba del Machiavelli in Santa Croce. Il figlio di Marcello Virgilio, G. B. Adriani, lo storico, ed il nipote sedettero sulla stessa cattedra del padre e dell'avo.
380. Molti sono i ritratti che, senza ragioni sufficienti, si dicono del Machiavelli. Ricordiamo prima di tutti il busto in marmo, con la data del 1495, che fu messo nella Galleria degli Uffizi l'anno 1824, e passò poi al Museo Nazionale, nel Palazzo del Bargello. Esso porta sempre il nome del Machiavelli, sebbene adesso ne sia generalmente negata l'autenticità. Negli Uffizi si trova ancora una maschera in gesso, che si dice formata sul cadavere del Machiavelli. Ma dai documenti che ivi si conservano, apparisce che la maschera fu rinvenuta fra il 1840 e 48, nell'armadio d'una cantina della casa abitata già dal Machiavelli (Via Guicciardini, n. 16); e che solo perciò fu supposta di lui, sebbene il gesso non abbia neppur ora l'apparenza di molta antichità, nè, che si sappia, vi sia nessuna antica tradizione, che ne ricordi l'esistenza.
Presso la Società Colombaria si trova un antico ritratto in terra cotta colorata, che da qualcuno si volle attribuire al Machiavelli. Ma la Società cominciò solamente nel secolo passato; ebbe in dono questo ritratto, senza però che nessun documento accerti che sia di lui. Il signor Seymour Kirkup, dotto Inglese, che fu anche pittore, e lungamente dimorò in Firenze, possedeva un busto in terra cotta, che egli acquistò da un rivendugliolo, e lo credeva fermamente del Machiavelli, anzi lo supponeva formato sul cadavere. Questo busto, andato in Inghilterra, dopo che il proprietario morì a Livorno, ha una qualche lontana somiglianza con quello della Colombaria, specialmente pel naso aquilino, che non hanno gli altri ritratti. Io ricordo d'aver più volte sentito dire dallo stesso signor Kirkup, non so però con quale fondamento, che quel busto era uscito dalla Colombaria, in uno sgombero che essa fece. Sembra un lavoro non finito; i capelli infatti sono messi solamente al lato destro della maschera. Forse una certa somiglianza può trovarsi fra questi due busti e la testa assai piccola, assai brutta, assai male incisa sul frontespizio della edizione delle Opere del Machiavelli, che fu fatta nel 1550, ed è chiamata la Testina.
V'è però un'altra serie di ritratti, che sono di un tipo assai diverso, e con maggiore fondamento si possono dire del Machiavelli. E prima di tutti poniamo il busto che pare in terra cotta, ma è di stucco colorito, e trovavasi nella casa dei Ricci, parenti come si sa del Machiavelli, di cui conservarono lungamente le carte. Con la morte della marchesa Ricci-Piccolellis, esso venne in eredità al conte Bentivoglio d'Aragona, e fu allora inciso ed illustrato nella Revue Archéologique (gennaio-giugno, Parigi, 1887). Io lo esaminai in compagnia d'alcuni artisti, che lo giudicarono lavoro certamente antico, ma di merito assai secondario come opera d'arte. Dalle Memorie di Scipione de' Ricci (vol. II, pag. 13, ediz. Le Monnier), risulta chiaro che questo busto, conservato religiosamente nella sua famiglia, ritenevasi formato sul cadavere del Machiavelli, e che se ne era fatta una copia in gesso, la quale fu data ad amici che volevano riprodurla. Probabilmente di essa si valse il pittore Santi di Tito (n. 1536, m. 1603), nel fare quel suo ritratto del Machiavelli, che venne più volte inciso, e che ora non si sa più dove si trovi.
Quando lo scultore Bartolini lavorava la sua bella statua, che è sotto gli Uffizi, cercò ed esaminò tutti i ritratti allora conosciuti del Machiavelli. Nel suo studio si conserva ancora un busto in gesso, che somiglia molto a quello in stucco di casa Ricci; ma è migliore assai come opera d'arte, ed io ne possiedo un calco, che feci eseguire dal formatore Nelli. Sembra un lavoro antico, che il Bartolini prescelse per eseguire la sua statua, la quale par da esso veramente ispirata. Non so come nè dove il Bartolini lo trovasse; probabilmente è il gesso di cui parla Scipione de' Ricci. Sia comunque, il busto in stucco, questo dello studio Bartolini, il ritratto dipinto da Santi di Tito e la statua dello stesso Bartolini riproducono tutti un medesimo tipo, diverso assai dal busto della Colombaria, da quello del Kirkup e dalla così detta maschera degli Uffizi. Il naso non è aquilino, ma diritto e piccolo; v'è una espressione di sottigliezza, di accortezza, quasi di furberia, tanto che, se non fosse la certezza di un'antichità più o meno remota, si direbbe un concepimento moderno del Machiavelli tradizionale.
381. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 174.
382. Il Nardi dice che la condotta di Paolo e Vitellozzo, consigliata dal Moro, fu fatta d'accordo col re di Francia «ed a soldo comune del detto Re e del popolo fiorentino.» Storia di Firenze, vol. I, pag. 173.
383. Questa Orazione trovasi nella Biblioteca Laurenziana, Plut. LXXXX, cod. 29: Oratio pro eligendo imperatore exercitus Paullo Vitellio, et dandis illi militaribus imperatoriis signis. In essa l'oratore accenna a pericoli che aveva corsi recentemente, forse nei casi del Savonarola: Scitis enim omnes quantis vitae periculi his diebus iactatus sim, quantoque metu coactus sim fugere presentem ubique mortem, quam nescius ipse mecum forte trahebam.
384. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 176.
385. Di questo don Basilio abate di San Felice in Piazza, e poi vicario generale dei Camaldolesi, il Machiavelli dice nei suoi Frammenti storici: Cuius fuit summa manus in bello, et amor et fides in patriam. Opere, vol. II, pag. 366.
386. Vedi le Storie di Firenze del Nardi e del Guicciardini. Quanto alla somma che dovevano pagare i Fiorentini ai Veneziani, il Nardi dice 100,000 ducati in 12 anni, il Guicciardini 150,000 in 15 anni. Il Diario del Buonaccorsi ha qui una lacuna, e l'autografo, che è nella Riccardiana, ha una nota, la quale dice, che l'autore sospese il lavoro per essere stato sei mesi assente da Firenze. Osserviamo che questo basterebbe a smentire, se pur ve ne fosse bisogno, l'opinione di chi volle attribuire il Diario del Buonaccorsi al Machiavelli, che allora certo non fu sei mesi assente. Ma di ciò più oltre.
387. La lettera dei Dieci, che dà la commissione al Machiavelli, in data 24 marzo 1498 (stile fiorentino), e trovasi fra le Legazioni, nelle Opere a stampa, è generalmente preceduta, per errore, da un'altra del novembre 1498, la quale, come si osserva giustamente nella edizione (P. M.), inviava colà Niccolò Mannelli, non il Machiavelli.
388. Secondo la riforma del 2 dicembre 1494, i Dieci duravano in ufficio sei mesi. (Archivio fiorentino, Provvisioni, reg. 186, a c. 4). Per deliberazione del Consiglio degli Ottanta (11 maggio 1495), l'elezione doveva esser fatta nel Consiglio Maggiore. Secondo la riforma del 27 aprile 1496 (Provvisioni, reg. 188, a c. 16 e segg.), fu stabilito che i «Commissarî, così generali come particolari nel dominio, si eleggano nel Consiglio degli Ottanta, sulla proposta dei Dieci, che presenteranno 10 nomi da porre a partito.» In caso urgente potevano anche di propria autorità mandare in campo un Commissario per quindici giorni, e procedere poi alla regolare elezione, la quale, come è naturale, assai spesso confermava in ufficio quello già mandato dai Dieci. Questi potevano inoltre prorogare il tempo dell'elezione fino a sei mesi, mantenendo intanto nell'ufficio il Commissario da essi inviato. E qui nascevano molti abusi, giacchè, per favorire gli amici, si mandavano d'urgenza commissarî, quando l'urgenza non v'era; si confermavano poi di quindici in quindici giorni, e finalmente si cercava di farli eleggere dal Consiglio. Oltre le nomine dei «commissarî e rettori dei luoghi,» i Dieci deliberavano le condotte per le milizie, e le spese della guerra, cose tutte che potevano aprir la porta ad altri abusi.
389. Vedi Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 202 e segg., e Nardi, op. cit., vol. I, pag. 189-91. Questo secondo scrittore, a pag. 184, nel parlare delle strettezze della Repubblica, racconta d'un Lorenzo Catucci, il quale offerì ad essa in dono mille fiorini, e cinquemila in prestito, per cinque anni, purchè «gli fosse conceduto il beneficio dello Stato per le Arti minori.» La sua domanda fu respinta, ma, venuto il giorno in cui il beneficio si poteva legalmente concedere, il Catucci fu messo a partito per le Arti maggiori, ed ottenne così gratuitamente più di quello che aveva chiesto per danaro. Ciò prova che allora esistevano ancora virtù repubblicane a Firenze.
Una provvisione del 31 maggio 1499 (Archivio fiorentino, Consigli Maggiori, Provvisioni, reg. 191, a c. 10t) stabilisce nuove norme per l'elezione dei magistrati, giacchè occorrendo allora, per ottenere la maggioranza legale dei voti, radunare più volte il Consiglio Maggiore, molti si stancavano e non andavano alle adunanze. Si deliberò quindi che tutti coloro i quali ottenevano il voto della metà più uno dei presenti, venissero imborsati, e fra di loro decidesse poi la sorte. Quanto ai Dieci, venne sospesa ogni deliberazione, fino a che gli Ottanta non avessero, con due terzi dei voti, dichiarato se volevano che un tale ufficio continuasse o no.
390. È singolare che il Nardi, contemporaneo e fedele storico, la dica (op. cit., vol. I, pag. 34) sorella del Moro, quando ella stessa, nelle sue lettere ai Fiorentini, lo chiama il nostro barba, cioè zio.
391. Pier Francesco de' Medici padre di Giovanni (1467-98) era figlio di quel Lorenzo, che fu fratello minore di Cosimo padre della patria. Il padre di questi due fratelli fu, come è noto, Giovanni de' Medici vero fondatore della casa. Il ramo primogenito, cioè la discendenza di Cosimo, si estinse l'anno 1537 in Alessandro, ucciso da Lorenzino de' Medici. Dal ramo secondogenito vennero i granduchi di Toscana.
392. Abate Antonio Burriel, Vita di Caterina Sforza, 3 vol. in-4: Bologna, 1795; T. A. Trollope, A Decade of Italian Women: London, 1859, due volumi. — Il senatore conte P. D. Pasolini ha recentemente pubblicato un'opera in tre volumi, che tratta il soggetto ampiamente e compiutamente, con moltissimi nuovi documenti (Caterina Sforza: Roma, Loescher, 1893).
393. Vedi la Istruzione al Machiavelli, deliberata il 12 luglio 1499, nelle Opere, vol. VI, pag. 7.
394. Lettera del 17 luglio, nella Legazione a Caterina Sforza.
395. I Fiorentini ne avevano bisogno senza indugio, «perchè il capitano sollecita, stringe e infesta ogni ora.» Così dice la lettera del 18 luglio, firmata Marcello Virgilio. Questa ed altre dello stesso, che sono però di poca o nessuna importanza, trovansi nella Biblioteca Nazionale di Firenze (Carte del Machiavelli, cassetta II), e furono pubblicate dal Passerini, insieme con la Legazione a Caterina Sforza di Forlì, nel terzo volume delle Opere (P. M.).
396. Vedi la Legazione a Caterina Sforza, che è la prima in tutte le edizioni. Contiene sette lettere del Machiavelli, dal 16 al 24 luglio. Opere, vol. VI, pag. 11-31.
397. Per questa legazione furono dati al Machiavelli, con deliberazione del 31 agosto 1499, fiorini diciannove larghi in oro, «per rifacimento di spese fatte in andare, stare e tornare in giorni diciannove, incominciati addì 13 di luglio, e finiti per tutto il primo del presente.» Il documento fu pubblicato nelle Opere (P. M.) vol. III, pag. 32, nota 2.
398. «Il spettabile Ioanni mio auditore.» Vedi la lettera della Contessa in data del 3 agosto 1499, nelle Opere, vol. VI, pag. 31.
399. Di queste lettere, scritte dal Buonaccorsi nel luglio se ne trovano nella Biblioteca Nazionale di Firenze tre, di cui due in data del 19, una del 27. Carte del Machiavelli, cassetta II, numeri 1, 77, 78. Le diamo in Appendice, documento VI.
Biagio Buonaccorsi, fedele al Machiavelli anche quando questi cadde più tardi nella sventura, e molti lo assalivano per la pubblicazione del Principe, nacque nel 1472, e sposò una nipote di Marsilio Ficino, la quale fu poi amica della moglie del Machiavelli. Le sue poesie restano inedite nelle biblioteche di Firenze. Scrisse la Impresa fatta dai Signori fiorentini l'anno 1500 con le genti francesi, per espugnare la città di Pisa, capitano monsignor di Belmonte. Questo breve lavoro, utile per la esattezza delle notizie che dà, venne pubblicato da F. L. Polidori nell'Arch. Stor. It., vol. IV, parte II. Sono 19 pagine, precedute da una prefazione del Polidori, che in essa raccolse varie notizie intorno all'autore. Questi pubblicò, ai suoi tempi, una lettera dedicata a Girolamo Benivieni, la quale discorre del comento di Pico della Mirandola alla Canzone dell'amor divino, scritta dallo stesso Benivieni. Vedi Opere di Girolamo Benivieni: Firenze, Giunti, 1519. Ma il lavoro principale del Buonaccorsi è il Diario dei fatti seguiti in Italia, massime in Firenze, dal 1498 al 1512, durante il qual periodo di tempo, esso ed il Machiavelli stettero insieme nella seconda cancelleria della Repubblica, per uscirne insieme, quando mutò il governo. Il Diario fu pubblicato a Firenze l'anno 1568 dal Giunti, ed ha certo importanza storica, perchè composto, quantunque con assai poca arte, sulle lettere della cancelleria. Il suo stile non si può in nessun modo paragonare con quello del Machiavelli, sebbene qualcuno abbia avuto la strana idea di attribuire a lui il Diario.
L'Ammirato, nelle Famiglie nobili fiorentine, a pag. 103, accennò ad un piccolissimo quadernuccio, scritto di mano del Machiavelli, «per metterlo forse nell'historia, che di poi non seguì.» In conseguenza di ciò, negli Elogi di Uomini illustri toscani (Firenze, 1766-73, vol. I, pag. 37), fu scritto che un letterato aveva scoperto come il Diario non fosse del Buonaccorsi, ma del Machiavelli, e si osservava ancora che il Diario comincia quasi là dove i Frammenti storici, che fanno seguito alle Storie del Machiavelli, finiscono. Il Moreni, nella Bibliografia della Toscana, ripetè la stessa osservazione senza combatterla. Pure sarebbe stato assai facile notare che l'Ammirato citava un brano del quadernuccio, e che questo brano era il ritratto di Niccolò Valori, scritto dal Machiavelli, e pubblicato fra le Nature di Uomini illustri fiorentini. Queste potevano formare un quadernuccio, ma il Diario è invece un volume di mole discreta. Così si sarebbe evitata una ipotesi in nessun modo sostenibile.
Inoltre, tutti i Mss. antichi del Diario portano il nome del Buonaccorsi, e quello che si conserva nella Riccardiana di Firenze (Codice 1920), ed è l'autografo, ha, come abbiamo già osservato, la postilla che ricorda l'assenza dell'autore da Firenze, in un tempo nel quale il Machiavelli non era certo assente. Si volle da qualcuno sostenere ancora che la scrittura del Diario autografo si potesse confondere con quella del Machiavelli; ma basta paragonarle fra loro, per accertarsi del contrario. Del resto, è superfluo fermarsi troppo su di ciò, e notiamo invece che il Diario si trova quasi tutto di sana pianta riportato nella Storia di Firenze di Iacopo Nardi, il quale ne corresse solo alquanto la forma.
400. Archivio fiorentino, Lettere de' Dieci di Balìa, 1499, Cl. X, dist. 3, n. 91. Secondo il nuovo ordinamento dell'Archivio, la stessa filza ha anche l'indicazione: Signori, Missive, n. 21. La lettera qui sopra citata è del 5 agosto, e trovasi a carte 64.
Da questo momento noi cominciamo a valerci delle lettere d'ufficio, scritte dal Machiavelli, che si trovano in grandissimo numero ancora inedite nell'Archivio fiorentino. Più di 4100 sono le schede delle sole lettere autografe, nelle quali vanno però comprese alcune legazioni e circa 264 lettere pubblicate dal Canestrini negli Scritti inediti di N. Machiavelli. Queste lettere erano scritte di mano propria del Machiavelli nei minutarî o protocolli, e poi copiate nei registri da ufficiali della cancelleria. Naturalmente non tutte quelle dei minutarî sono di mano del Machiavelli, sebbene da lui ispirate; ma il suo autografo si riconosce in modo da non lasciar dubbio. Delle lettere scritte nell'agosto 1499 non abbiamo trovato il minutario, ma solo il registro, e però quelle pochissime che citiamo come scritte da lui in questo mese, le abbiamo supposte tali solamente dallo stile. Dal 1º settembre in poi (lo noti bene il lettore), tutte le lettere che citiamo senz'altra osservazione, sono del Machiavelli, e se ne trova l'autografo.
401. Lettera del 7 agosto, a carte 68 del Registro sopra citato.
402. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 196 e seg.
403. Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 204.
404. Lettera del 14 agosto, a carte 74 del Registro citato.
405. A questo punto, una mano contemporanea ha scritto in margine del Registro: Quantus moeror.
406. Diamo in Appendice questa lettera del 20 agosto, insieme con un'altra del 15 nei documenti VII e VIII.
407. Anche questa lettera del 25 agosto diamo in Appendice, documento IX.
408. Vedi negli Scritti inediti di Niccolò Machiavelli, illustrati da G. Canestrini (Firenze, Barbèra, Bianchi e C., 1857), le lettere dell'8, 10 e 13 settembre, e quella del 27 ottobre 1499, a pag. 81, 82, 85 e 118.
Il Canestrini ha in questo volume ristampate le lettere scritte dal Machiavelli, quando ordinò la milizia in Firenze, che già erano state da lui pubblicate nell'Arch. Stor. It. Vi ha poi aggiunto molte altre lettere inedite. In tutto sono 264, e trattano sempre affari della Repubblica. Salvo quelle che risguardano la milizia, la scelta può dirsi fatta a caso, senza un concetto, senza un vero ordine cronologico, e senza una vera distribuzione per materie. Salta da una lettera all'altra, tralascia brani più o meno lunghi di quelle che pubblica, senza dirne la ragione, e senza neppure avvertirne il lettore. Evidentemente poi egli non conobbe o non esaminò la massima parte delle lettere d'ufficio scritte dal Machiavelli, avendone pubblicate molte che non hanno valore, e tralasciato un grandissimo numero di assai importanti.
409. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 199-200.
410. Scritti inediti, a pag. 95. Vedi anche la lettera del 29 settembre a pag. 96, e le altre che seguono sullo stesso argomento.
411. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 201 e 202. Quello stesso giorno 28 settembre, Paolo Vitelli scrisse da Cascina, dopo essere stato fatto prigione, una lettera ad un tal Cerbone da Castello, la quale si trova fra le Carte del Machiavelli, cassetta II, n. 75. Il Nardi ci dice infatti (op. cit., vol. I, pag. 204) che questo Cerbone fu preso ed esaminato, e che gli si trovarono addosso lettere e carte che si riferivano al Vitelli. Vedi la lettera in Appendice, documento X.
412. Opere, vol. V, pag. 364.
413. Archivio dei Frari, Consiglio dei Dieci, Misti, vol. 275, anno 1495-98, carte 213t. Il primo a richiamare l'attenzione su questi documenti e sulla loro importanza fu il Brosch, nell'Historische Zeitschrift del Sybel (XXXVIII, 165). Risulta da essi, che i Veneziani trattarono a lungo con Piero dei Medici per rimetterlo in Firenze con l'aiuto del Vitelli, discorrendo i modi e le condizioni. Vedi Appendice, documento XI.
414. Dalle notizie che il Machiavelli mandava, nell'aprile e luglio 1499, a Francesco Tosinghi, commissario nel campo di Pisa, risulta manifesto che i Fiorentini, stretti dalla Francia e dal Moro, non si dichiaravano, «temporeggiando coll'uno e coll'altro, usando il benefizio del tempo.» Vedi nelle Opere, vol. VIII, la lettera V, in data 6 luglio 1499, e le due precedenti.
La lettera del 27 settembre, da noi più sopra citata, nella quale i Fiorentini, raccomandando che si pigliasse subito il Vitelli, dicevano di esser decisi a far capire, «massime alla Cristianissima Maestà,» che volevano essere rispettati, conferma che sospettavano davvero, che il Vitelli, amico di Francia, menasse in lungo le cose, per vedere prima l'esito della guerra in Lombardia.
415. Nardi, Storia di Firenze, vol. I, pag. 210.
416. Il signor Nitti (op. cit., vol. I, pag. 67 e segg.) pubblica, a questo proposito, una lettera che si trova fra le Carte del Machiavelli (cassetta I, n. 49) senza indirizzo, senza data e senza firma. Egli, pur notandovi «il disordine delle idee e la eccezionale verbosità,» la crede del Machiavelli perchè autografa. Io, per le ragioni che dirò in Appendice, doc. XII, dove la ripubblico riscontrata sull'originale, non la credo di lui. Osservo intanto che fra le carte del Machiavelli sono più lettere o scritti non suoi, di sua mano copiati, per obbligo d'ufficio o per altre ragioni. Un esempio ce ne ha già dato il nostro documento IV.
Nel giugno 1501 fu preso ed esaminato un tale Piero Gambacorti, che aveva servito i Pisani. Anche il suo processo, che trovasi nell'Archivio fiorentino, è scritto in parte di mano del Machiavelli. Interrogato come andò la cosa di Stampace, disse che i Pisani credevano tutto perduto: «ogni uomo si abbandonò, et tutto il sabato et mezza la domenica Pisa stette vostra.» Egli se ne andò, perchè non vi vedeva rimedio; diversi soldati et conestabili s'apparecchiavano a partire; «ma veduto che i vostri non seguivano la vittoria, si tornò ai bastioni et alle mura.» Domandato se credeva che Paolo Vitelli avesse tradito, rispose che non poteva affermare il tradimento, poteva bene affermare che Pisa stette un giorno e mezzo nelle mani di lui. Che anzi lo aveva in Faenza detto a Vitellozzo, il quale rispose, che non sapevano allora in che termini si trovassero i nemici; che credevano aver fatto abbastanza pigliando Stampace, e la volevano fortificare per prendere poi la città; «et che la natura di Pagolo era di volere risparmiare e' suoi fanti, et «nolli mettere ad pericolo.» Alcuni degli atti di questo processo, vennero pubblicati dal Passerini nelle Opere (P. M.), vol. III, pag. 73 e seg. Ma neppur questi noi porremo fra le Opere del Machiavelli (sebbene scritti in parte di sua mano), perchè egli di veramente suo potè mettervi poco o nulla.