516. Dispaccio del 29 luglio.
517. Dispaccio del 27 luglio.
518. Dispaccio del 22 luglio 1502.
519. A questo proposito la buona Isabella Gonzaga scriveva al marito: Si dice che il Re di Francia vuol farvi cavalcare contro il Duca, ma a me par che bisogna andar molto cauti, «perchè adesso non se sa di chi fidarsi,» e fra poco si potrebbe di nuovo vedere il Re d'accordo col Duca. (Lettera 23 luglio 1502). E non s'ingannava. Ella però non si esprimeva così per simpatia che avesse verso il Valentino. Quando, infatti, i Faentini difendevano valorosamente il loro Signore, aveva invece scritto al marito: «Piacemi che li Faentini siano tanto fedeli et costanti alla defensione del suo Signore chè recuperano lo onore de Italiani. Così Dio gli conceda gratia di perseverare, non per augurar male al Duca Valentino, ma perchè quel Signore nè il suo fedele popolo non meritano tanta ruina.» (Lettera 20 aprile 1501). E il 3 luglio dello stesso anno scriveva, che per l'anniversario della battaglia di Fornuovo aveva ordinato, «sii celebrato uno officio per le anime di quelli nostri valorosi homini, quali persero la vita per salvare Italia, siccome prudenter et pie mi ha commesso V. E.» Un tale linguaggio è molto nobile, e però tanto più notevole nel secolo dei Borgia e di Lodovico il Moro. Queste lettere furono anch'esse, insieme con le altre, già citate, pubblicate dal D'Arco nell'Arch. Stor. It., Appendice, vol. II. — Altre lettere e documenti importanti hanno ora date alla luce i signori A. Luzio ed R. Renier, nel loro libro: Mantova e Urbino — Isabella d'Este ed Elisabetta Gonzaga: Torino, Roux, 1893.
520. Questa espressione si trova nella lettera scritta il dì 11 ottobre da Giovan Paolo Baglioni, uno dei congiurati, a messer Vincenzo conte di Montevibiano, ultimo che tenesse l'ufficio di Podestà in Firenze. Vedila insieme con altre pubblicate dal Passerini, Opere (P. M.), vol. IV, pag. 94 e seg.
521. Questa data si cava dalle lettere sopra citate. V'erano però state altre precedenti riunioni preparatorie, come apparisce dagli storici e dalla Legazione stessa del Machiavelli al Valentino in Romagna.
522. Lettere del Baglioni sopra citate.
523. Voleva dire che si obbligavano ad assoldarli, ma ancora non li avevano pronti; e però il Valentino, come vedremo, di ciò li canzonava.
524. Una nota nell'edizione delle Opere del Machiavelli (vol. VI, pag. 485), ripetuta nell'edizione Passerini e Milanesi, lo dice veneto, citando una lettera del commissario d'Arezzo, la quale invano cercammo e facemmo cercare nell'Archivio Fiorentino. Tutti gli altri lo dicono spagnuolo; e quando fu condotto come capitano di guardia dai Fiorentini, la deliberazione del 27 febbraio 1507 dice: «Dicti Domini deliberarono, ecc.: Michele Corigla spagnuolo si conducessi per capitano....» Cl. XIII, dist. 2, n. 70 (Deliberazioni dei IX d'Ordinanza), a c. 9t.
525. Ugolini, Storia dei Conti e Duchi d'Urbino, vol. II, pag. 98 e seg.
526. Il mandare ambasciatori ai re, all'Imperatore, al Papa toccava generalmente ai Signori, e non ai Dieci. Di questa disputa per la elezione di un oratore al Valentino, parlano il Parenti, Storia di Firenze (Biblioteca Nazionale di Firenze, stanza II, palchetto II, Cod. 133, a carte 62), ed il Cerretani, Storia di Firenze (Ivi, stanza II, palchetto III, Cod. 74, a c. 301t). Vedi anche i Dispacci di A. Giustinian, vol. I, pag. 181, nota 1.
527. Cerretani, loc. cit.
528. Sebbene eletto nel settembre, il Soderini venne in Firenze solo ai primi di ottobre, ed entrò in ufficio verso la fine del mese. Cerretani, Cod. cit., a carte 301t e 302; Parenti, Cod. cit., a carte 65.
529. Il tempo preciso del matrimonio non ci è dato determinarlo; ma si può affermare che seguì nell'anno 1502. Nel 1503 il Machiavelli ebbe un figlio, come apparisce da più lettere del Buonaccorsi. Questi che prima, nelle sue lettere a lui dirette, non parlava della Marietta, durante la legazione al Valentino ne parla, come vedremo, in modo da non lasciar dubbio che era già moglie. Il 27 ottobre 1502 anche gli ambasciatori fiorentini in Francia, in una lettera al Machiavelli, che citiamo più oltre, accennano alla sua moglie restata sola a Firenze.
530. Il primo a darne la prova con autentici documenti fu il signor Innocenzio Giampieri, in un suo scritto sul Machiavelli, pubblicato nei Monumenti del Giardino Puccini: Pistoia, tip. Cino, 1846.
531. Commissione a Niccolò Machiavelli, deliberata a dì 5 ottobre 1502: Opere, vol. VI, pag. 185. È scritta in nome dei Signori, sebbene il Machiavelli corrispondesse poi coi Dieci, da cui era stato inviato.
532. La lettera è in data del 7 ottobre (Opere, vol. I, pag. 188), il che prova che la dieta tenuta alla Magione il 9, era stata, come dicemmo, preceduta da altre.
533. Lettera del 7 ottobre 1502.
534. Lettera del 9 ottobre 1502.
535. Prima lettera del 20 ottobre.
536. Si trova nella Legazione: Opere, vol. VI, pag. 225.
537. Lettera del 23 ottobre 1502.
538. Lettera del 27 ottobre.
539. Lettera del 1º novembre.
540. Lettera dell'8 novembre.
541. Vedila nelle Opere, vol. IV, pag. 264.
542. Così il Machiavelli scriveva nella lettera del 13 novembre, ed in quella del 20 raccontava d'aver detto al Duca, che per questa ragione lo aveva giudicato sempre vincitore, e se avesse fin dal primo giorno scritto quel che pensava, sarebbe sembrato un profeta. Più tardi, di questa osservazione fece una delle sue teorie, dando come regola generale, che ad uno il quale si trovi circondato da molti nemici, riesce sempre facile indebolirli e vincere, perchè li può separare, il che non è possibile ai suoi avversarî.
543. Lettera dei Dieci, firmata Marcello, in data 11 novembre 1502. Vedi Opere (P. M.), vol. IV, pag. 168. Lo stesso lamento ripeteva nelle sue lettere il Buonaccorsi: Appendice, documento XIX.
544. Lettera del 13 novembre.
545. In una lettera del 18 novembre, il Buonaccorsi gli dice: «Avendo tanta fermezza che non vi basta una hora ad stare in uno saldo proposito.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 16. Ser Agostino Vespucci da Terranova gli scriveva il 14 ottobre: Vides igitur quo nos inducat animus iste tuus equitandi, evagandi ac cursitandi tam avidus. Ivi, cassetta III, n. 38: Appendice, documento XIX.
546. Il Buonaccorsi, il 18 ottobre 1502, gli scriveva ad Imola, che la Marietta chiedeva di lui e si doleva che, avendo promesso di stare assente soli otto giorni, tardasse poi tanto. Essa non voleva scrivergli, «et fa mille pazzie...; sicchè tornate in nome del diavolo.» Carte del Machiavelli, cass. III, n. 5. Ed in un'altra del 21 dicembre 1502 gli diceva: «Mona Marietta riniega Iddio, e parie avere gettato via la carne sua e la roba insieme. Per vostra fe', ordinate che l'abbia le dotte (sic) sua, come l'altre sue pari, altrimenti non ci si harà patientia.... Io sono successo nel luogo vostro, quando questi Dieci fanno certe cenuzze, ecc.» Ivi, cassetta III, n. 17: Appendice, documento XIX.
547. Lettera del 13 novembre 1502.
548. Lettera del 14 dicembre. Il 27 giugno 1502 il vescovo Soderini aveva scritto da Urbino alla Signoria, che il Duca gli aveva detto, che «quanto alle cose dell'arme, di qui si regolava Roma, e non da Roma qui.» Opere (P. M.), vol. IV, pag. 19.
549. Il 22 novembre scriveva da Imola: «Oltre al vedere di non poter fare cosa utile a cotesta Città, vengo in mala disposizione di corpo, e due dì fa ebbi una gran febbre, e tuttavolta mi sento chioccio. Di più, le cose mia non hanno costì chi le rivegga, e perdo in più modi.» Anche da molte lettere degli amici suoi risulta che era costretto allora a fare debiti. Ed in una del 6 dicembre (la prima di quel giorno) egli scriveva, pregando al solito di avere licenza, «per tòrre questa spesa al Comune, e a me questo disagio, perchè da dodici dì in qua io mi sono sentito malissimo, e se io vo facendo così, dubito non avere a tornar in cesta.»
550. Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 30. Il dì 11 ottobre aveva scritto allo stesso: «Il discorso vostro et il ritratto non potrebbe essere suto più approvato, et conoscesi quello che sempre io in spetie ho cogniosciuto in voi, una necta, propria et sincera relatione, sopra che si può fare buono fondamento.» Ivi, cassetta III, n. 12: Appendice, documento XIX. Le medesime cose scrivevano i Dieci, il Soderini, molti amici. Vedi fra le altre le lettere del Soderini, in data 14 e 28 novembre, Opere (P. M.), vol. IV, pag. 169 e 201.
551. La lettera di M. Virgilio è scritta in data 7 novembre 1502, e trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 32. In essa dice che mal volentieri gli scrive queste cose, perchè «mi truovo con le faccende mie, con le tue e con la lectione addosso.» Il che prova, come altrove dicemmo, che il primo Segretario continuava ancora ad insegnare nello Studio. Appendice, documento XIX.
552. La lettera del gonfaloniere Soderini, scritta il 21 dicembre, trovasi anch'essa fra le Carte dei Machiavelli, e fu pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 243. Vedi anche la lettera dei Dieci pubblicata nello stesso volume, a pag. 239-41.
553. Il 27 ottobre 1502 gli ambasciatori fiorentini in Francia, Luigi Della Stufa e Ugolino Martelli, gli scrivevano: «Di voi avemo qualche compassione, che avete lasciata la donna e la casa come noi, se non giudicassimo che la profondità delle faccende di là vi debbino avere oggimai infastidito, e che volentieri relassiate l'animo e riposiate il corpo; che il mutare aria e vedere altri volti e massime di cotesta qualità, suole assottigliare la mente; e però ce ne rallegriamo con voi, e vi confortiamo che, avanzandovi tempo, non vi rincresca scriverci qualche cosa.» Opere (P. M.), vol. IV, pagine 133-34.
554. Il Passerini, nelle sue note alla Marietta de' Ricci, romanzo dell'Ademollo, disse addirittura, che il Machiavelli, credendo d'avere nel Valentino «trovato lo strumento che mettesse ad esecuzione la sua tanto idolatrata idea della libertà ed unione d'Italia, lo istigava al tanto famoso tradimento di Sinigaglia.» (Nota 10 al cap. IV). Lo stesso ripete nelle Opere (P. M.). Questa stranissima opinione senza verun fondamento storico, sostenuta prima e dopo anche da altri, fu, tra i primi, combattuta energicamente dal Gervinus.
555. Una lettera di Bartolommeo Ruffini, in data del 23 ottobre 1502, diceva: «Le vostre lettere a Biagio et alli altri sono a tutti gratissime, et i motti e le facezie usate in esse muovono ognuno a smascellare dalle risa. La donna vostra vi desidera, e manda qui spesso ad intendere di voi e del ritorno.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 14. Lo stesso cavasi da molte lettere del Buonaccorsi: Appendice, documento XIX.
556. Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 6. La sua affezione pel Machiavelli era tale, che il 18 ottobre 1502, dopo avergliene scritto, aggiungeva: «Di che io non voglio mi sappiate grado, perchè volendo non amarvi e non esser tutto vostro, non lo potrei fare, forzato, dicasi, dalla natura che mi costrigne ad farlo.» Ivi, cassetta III, n. 5: Appendice, documento XIX.
557. Lettera del 20 novembre.
558. Lettera del 20 novembre. In un dispaccio del 7 agosto 1502, il Giustinian scriveva, che il Papa confessava d'essere stato trascinato a secondare Vitellozzo e gli Orsini nell'affare d'Arezzo. L'ambasciatore, sempre accortissimo, ne induceva che egli parlava così, per mettere le mani avanti, avendo forse scritto qualche lettera agli Orsini ed a Vitellozzo, la quale poteva scoprirlo.
559. Nel dispaccio del 13 novembre, il Giustinian scriveva che il Papa gli aveva detto che gli Orsini tentavano di continuo i Fiorentini con la speranza di dar loro Pisa, «e quei pazzi ci credono..., che per aver Pisa darìano l'anima al diavolo, abbandonerìano il Re di Franza, noi e tutto il mondo.»
560. Prima lettera del 6 dicembre.
561. Lettera del 28 novembre 1502.
562. Lettere di Piero Ardinghelli, Commissario fiorentino (tra i Manoscritti Torrigiani), pubblicate da C. Guasti, Archivio Storico, Serie III, tomo XIX, pag. 21 e seg.
563. È chiamato indistintamente messer Rimino o messer Ramiro d'Orco; il suo vero nome era Remigius de Lorqua. Vedi i Dispacci di A. Giustinian, vol. I, pag. 226, nota.
564. Lettera del 14 dicembre 1502, da Cesena.
565. Lettere del 20 e 23 dicembre.
566. Giustinian, dispaccio 29 dicembre, e nota allo stesso.
567. Lettera del 26 dicembre, ultima fra quelle scritte da Cesena.
568. Lettera del 23 dicembre 1502. — Il signor E. Alvisi nel suo libro Cesare Borgia (Imola, Galeati, 1878) ha pubblicato importanti documenti, i quali provano che veramente questo messer Ramiro aveva oppresso le popolazioni, andando qualche volta al di là, ed anche contro gli ordini del Duca.
569. Lettera del 26 dicembre. Nel Principe (cap. VII) il Machiavelli, accennando a questo fatto, dice che il Duca volle liberarsi dall'accusa di crudele, venutagli dall'operare di messer Ramiro, dopo che questi lo aveva liberato dai nemici. Vedi anche Dispacci di A. Giustinian, vol. I, pag. 293.
Nella stessa lettera il Machiavelli ringraziava i Dieci di avergli mandato i 25 ducati d'oro e le 16 braccia di dommasco nero, di cui s'è detto più sopra. Al quale proposito il Buonaccorsi gli scriveva il 22 dello stesso mese: «Voi sgallinerete pure un farsetto di questo drappo, tristaccio che voi siete.» Vedi nelle Opere la nota, a pag. 332 del vol. VI.
570. Ugolini, Storia dei Conti e Duchi d'Urbino, vol. II, pag. 106-115.
571. Lettera del 31 dicembre 1502.
572. La lettera veramente dice solo che furono fatti morire, ma è noto che vennero strangolati, e lo afferma altrove anche il Machiavelli. Nel cap. VIII del Principe, egli narra che Oliverotto da Fermo, allevato da suo zio Giovanni Fogliani, e mandato a militare sotto Paolo e poi sotto Vitellozzo Vitelli, era divenuto il primo uomo nella milizia di quest'ultimo. Volendo impadronirsi di Fermo, dove molti erano scontenti dello zio, si mise prima d'accordo con alcuni della città, e poi gli scrisse che voleva tornare a riveder lui e la terra natale. Entrò con 100 cavalli, e fu ricevuto con grande onore per opera dello zio; dette un solenne desinare a lui ed ai primi uomini di Fermo, e poi li fece tutti uccidere.
Niccolò Vitelli ebbe cinque figli, quattro dei quali morirono di morte violenta. Il primo, Giovanni, d'una cannonata all'assedio d'Osimo; il secondo, Camillo, d'un sasso a Circello nel Napoletano, combattendo pei Francesi; Paolo fu decapitato; Vitellozzo strangolato.
Il Gregorovius, ecc., Geschichte, vol. VII, pag. 483, osserva in nota, come, a proposito di questo assassinio, il Giovio scrisse nella sua Vita di Cesare Borgia, che questi aveva «con bellissimo inganno» ammazzati gli Orsini; e il re di Francia aveva detto, secondo l'orator di Ferrara, che era stata «un'azione da Romano.» I Veneziani invece disapprovarono il fatto come assai crudele, ma l'oratore di Ferrara colà scriveva che dovettero tacere, quando egli dimostrò loro che assai bene avevano fatto Papa e Duca «etiam a squartare costoro, per infino all'ultimo esterminio di quella casa.» È singolare poi vedere che in questo momento, Isabella Gonzaga, con lettera del 15 gennaio 1503, mandava da Mantova 100 maschere al Duca, il quale assai la ringraziò con lettera del 1º febbraio. Si leggano i documenti XLIV e XLV nella Lucrezia Borgia, del Gregorovius.
573. Il cardinale Orsini.
574. Lettera del dì 1º gennaio 1503.
575.
«Sentì Perugia e Siena ancor la vampa
Dell'Idra, e ciaschedun di quei tiranni,
Fuggendo innanzi alla sua furia scampa.»
Machiavelli, Decennale primo.
576. Lettere di Piero Ardinghelli, più sopra citate.
577. Lettera del dì 8 gennaio 1503.
578. Lettera del dì 10 gennaio.
579. Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 19, autografo. Questo brano di lettera fu pubblicato nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 254. Il Passerini la giudica scritta il 31 dicembre 1502; ma in essa si dice già arrivato il nuovo ambasciatore, che il 13 gennaio 1503 era ancora aspettato.
580. Più volte infatti gli scrisse, che lo accusavano di far troppo gran caso del Valentino.
581. Giustinian, dispacci dei giorni 1, 7 e 18 ottobre 1502.
582. Dispaccio del 22 ottobre.
583. Dispaccio del 23 ottobre.
584. Dispaccio del 24 ottobre 1502.
585. Giustinian, dispaccio del 4 novembre.
586. Cioè, il veleno a termine fisso. Giustinian, dispaccio del 6 novembre, e nota alla pag. 195 del vol. I.
587. Giustinian, dispacci del 7 e 15 novembre e del 2 dicembre 1502.
588. Dispaccio del 15 novembre 1502. È il secondo che fu scritto in quel giorno, ed è segnato col numero 168.
589. Dispaccio del 17 dicembre 1502.
590. Dispaccio del 23 dicembre.
591. Il Burcardo nel suo Diario racconta (il 25 dicembre) d'una mascherata di trenta persone che vennero in Piazza San Pietro habentes nasos longos et grossos in formam priaporum sive membrorum virilium, in magna quantitate, precedente valigia cardinalari. Il Papa guardava dalla finestra. Nelle feste natalizie dell'anno precedente si era, secondo lo stesso scrittore, fatto anche peggio.
592. Giustinian, dispaccio del 30 dicembre.
593. Espressione usata dal Giustinian per significare che lo lusingavano e blandivano.
594. Giustinian, dispaccio del 1º gennaio 1503.
595. Dispaccio del 5 gennaio 1503, ad ore 20.
596. Giustinian, dispacci del 6 e dell'8 gennaio.
597. Dispaccio dell'8 gennaio, hora 19.
598. Dispaccio del 7 gennaio.
599. Dispaccio dell'8 gennaio 1503, hora 2 noctis.
600. Giustinian, dispaccio del 21 febbraio.
601. Dispacci 22, 23 e 24 febbraio.
602. Quia idem Cardinalis diligebat et cognoscebat principissam, uxorem fratris dicti Ducis, quam et ipse Dux cognoscebat carnaliter. Burcardo citato dal Gregorovius, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 486, nota 4.
603. Così racconta il Burcardo nel suo Diario, il 23 gennaio 1503.
604. Giustinian, dispacci 26 e 27 febbraio.
605. Quando il Duca inganna gli Orsini, lo chiama il basalischio; quando va verso Perugia, lo chiama l'idra; quando spera in Giulio II, osserva:
E quel Duca in altrui trovar credette
Quella pietà che non conobbe mai.
Quando fu preso a tradimento, e fatto prigioniero da Consalvo di Cordova, il Machiavelli dice:
gli pose la soma
Che meritava un ribellante a Cristo.
E finalmente, narrata la morte di Alessandro VI, aggiunge:
Del qual seguirno le sante pedate
Tre sue familiari e care ancelle,
Lussuria, Simonia e Crudeltate.
Vedremo quel che dice poi nella prima Legazione a Roma.
606. Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini. Opere, vol. II, pag. 391 e seg.
607. Tutte le edizioni dicono: «e per più assicurarsi, licenziò le genti francesi;» ma l'autografo, che si conserva nell'Archivio fiorentino (Carte Strozziane, filza 139, carte 208 e seg.) dice: «e per più assicurargli,» cioè, per meglio ingannare i congiurati.
608. Il 28 dicembre 1502 i Dieci scrivevano al commissario Giovanni Ridolfi, in conseguenza delle notizie avute dal Machiavelli e da altri, che non si capiva la ragione di questa improvvisa ritirata, non essendo sorto pericolo in Lombardia. «Donde pare si possa concludere, che sia suto solo a fine di raffrenare el corso di questa sinistra fortuna et pensieri et disegni di accrescere.» In ogni caso era tutt'altro che furberìa del Duca. (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 104, fog. 59t). Vedi anche A. Giustinian, Dispacci, vol. I, pag. 293, e doc. III in fine dello stesso volume.
609. Parenti, Storie Fiorentine, Ms. nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Cl. II, Cod. 133, vol. V, a c. 87 e seg.
610. Parole da dirle sopra la provvisione del danaio, fatto prima un poco di proemio e di scusa. Questo discorso fu pubblicato la prima volta nell'Antologia di Firenze (luglio 1822, tomo VII, pag. 3-10) da un manoscritto autografo del Machiavelli; venne poi ristampato a Milano, coi torchi di Felice Rusconi, 1823; nelle Opere minori del Machiavelli: Firenze, Le Monnier, 1852; e nell'edizione (poco nota) di tutte le Opere, fatta in Firenze, A. Usigli, 1857. Alcuni lo credettero recitato dal Machiavelli nel Consiglio Maggiore; ma nè egli, che come ufficiale amministrativo e stipendiato non vi poteva essere ammesso a discutere e votare, nè altro cittadino, ad eccezione del Gonfaloniere stesso, poteva tenere il linguaggio tenuto in quel discorso. Nel Consiglio Maggiore allora o si votava senza parlare, contro le proposte del governo, o si parlava in favore, per poi votare. E non si parlava in nome proprio, ma delle varie pancate, in cui i cittadini si dividevano a consultare sul partito da prendere: tutto ciò sempre con infiniti riguardi. Il Parenti racconta d'un tale che venne in questa occasione appunto imprigionato e poi esiliato, per avere parlato con troppa vivacità contro le passate imposte. (Vedi anche la mia Storia di Girolamo Savonarola, lib. II, cap. V, dove ho minutamente esposto come si soleva procedere allora in Consiglio). Nelle Consulte o Pratiche, assai più ristrette, si discorreva con maggiore libertà; ma oltre che non è credibile che il Machiavelli v'intervenisse, il Discorso di cui parliamo è diretto ai cittadini in genere, ed ha tutta la solennità del linguaggio che si tiene in una grande assemblea. Nè molto meno crediamo ammissibile l'altra ipotesi che lo vuole indirizzato ai Dieci di Balìa, i quali erano i superiori del Machiavelli. Esso è scritto per esser detto nel Consiglio Maggiore, dove solo il Soderini poteva tenere quel linguaggio. Il Parenti racconta, infatti, che il Gonfaloniere fece allora un discorso solenne; e noi teniamo per certo che il Machiavelli lo componesse in questa occasione, sia che gli venisse commesso, sia che lo scrivesse allora come semplice esercizio letterario. Anco il Guicciardini ci lasciò molti discorsi dello stesso genere, che sono, senza dubbio, semplici esercizî letterarî, spesso anche destinati a far parte della sua Storia.
611. Vedi la Commissione che gli fu data dai Dieci. Opere, vol. VI, pag. 261.
612. Lettera del dì 1º maggio 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 104, a carte 157.
613. Loc. cit., a carte 163.
614. La prima probabilità era di 12, la seconda di 18 su 20, la lira essendo di 20 soldi. Lettera del 14 maggio 1503, Cl. X, dist. 3, n. 103, a carte 172. Vedila in Appendice, doc. XX. Le filze 103 e 104 contengono un gran numero d'altre lettere del Machiavelli sullo stesso argomento.
615. Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 7t.
616. Lettera del 25 maggio 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 18.
617. Vedi la lettera del 27 maggio in Appendice, doc. XXI, Cl. X, dist. 3, n. 107, a carte 24.
618. Lettera del 14 giugno, Cl. X, dist. 3, n. 107, a carte 47t. Vedila in Appendice, doc. XXII.
619. Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 54.
620. Lettera del 22 giugno 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 58.
621. Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 111.
622. Giustinian, dispacci dei giorni 1 e 28 febbraio, 1, 4, 8, 11 marzo 1503.
623. Dispaccio 304, primo con la data del 3 marzo. Vedi anche quello del 19 marzo.
624. Dispaccio 29 marzo.
625. Dispaccio 31 maggio.
626. Giustinian, dispaccio del 13 aprile 1503.
627. Dispaccio 8 giugno.