628.  Dispaccio 387, primo del 19 maggio 1503, e dispaccio 390, secondo del 20 maggio.

629.  Questa lettera trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 1, e venne pubblicata dal Passerini, Opere (P. M.), vol. IV, pag. 298. Se non che egli non interpretò bene il nome della persona, di cui si parla, leggendo Noch, invece di Troche, e quindi suppose che si trattasse d'un soldato ignoto. Nè si accorse che quel foglio contiene solo una copia fatta dal Machiavelli della lettera originale. Indotto forse in errore dall'aver questi un poco imitato la firma convenzionale, che il Valentino usava specialmente nelle lettere d'ufficio, suppose che fosse un ordine scritto dal Machiavelli e firmato dal Valentino. Dovè quindi supporre una gita ignota del Segretario fiorentino a Roma, e ne prese occasione a ritornare sull'altra sua ipotesi, che questi cioè fosse stato il consigliere della politica e degli assassinii del Valentino. Tutto ciò va in fumo quando si osserva il documento. La firma del Valentino non è autografa, ma imitata; manca quella di Agapito, che trovasi in tutti gli ordini del Valentino; non v'è sigillo nè bollo di alcuna sorte, e la lettera non ha indirizzo: dietro v'è però scritto, sempre di mano del Machiavelli e con qualche abbreviazione: 1503, di messer Troche. Il signor Nitti, op. cit., vol. I, pag. 223-24, nota (1), osservando che il 16 maggio il Machiavelli scriveva una lettera da Firenze, dubita giustamente della supposta gita a Roma; fa però un'altra ipotesi non meno impossibile, che il Valentino cioè mandasse al Machiavelli un foglio in bianco, colla sola sua firma, perchè questi vi scrivesse sopra l'ordine, nel modo che credeva. L'egregio signor Nitti però ha dovuto in quel momento dimenticare affatto chi erano i Borgia e chi era il Valentino, per poter fare una tale ipotesi. Perchè poi si dovesse mandare al Machiavelli una firma in bianco, trattandosi solo di scrivere una circolare come quella, non si capisce; ed in ogni caso il Valentino non avrebbe mai fatto tal cosa neppure con Agapito, con don Micheletto o chiunque dei suoi più fidi, fra i quali non si potrà mai mettere il Machiavelli. Notiamo in fine che non solo il 16, ma il 17, il 18, il 19, il 21 maggio, questi scriveva lettere da Firenze, come apparisce dai Registri dei Dieci nell'Archivio fiorentino (Cl. X, dist. 3, n. 108, da carte 2 a carte 12). La sua gita a Roma è, quindi, non solo improbabile, ma impossibile. Il Troccio fuggì da Roma il 19 maggio (Giustinian, dispaccio 19 maggio), e l'ordine d'arrestarlo è datato da Roma lo stesso giorno. Il Machiavelli dunque non può averlo scritto in nessun modo.

630.  Giustinian, dispaccio dell'8 giugno 1503. Vedi in Appendice, doc. XXIII, la lettera dell'ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, in data 11 giugno, citata anche nella Storia del Gregorovius. Parrà singolare che un uomo come il Troccio s'occupasse di poesia; eppure ciò apparisce da due sue lettere, in cui chiede con grande premura alcuni sonetti alla marchesa di Mantova. Vedi anche, nella Lucrezia Borgia del Gregorovius, i documenti 42 e 43. Del resto simili fatti non erano punto rari nel Rinascimento italiano, come prova la vita di Sigismondo Malatesta di Rimini. È noto anche che il capitano G. G. Trivulzio, sopra tutte le cose perdute nella presa di Milano, deplorava quella di un Quinto Curzio, facendo grandi promesse e ricerche per averlo.

631.  Dispaccio 19 giugno e nota.

632.  Giustinian, dispaccio del 2 agosto 1503.

633.  Dispaccio dell'8 giugno.

634.  Giustinian, dispacci del 7 e 8 giugno 1503.

635.  Dispaccio del 29 maggio.

636.  Dispacci de' 7 giugno e 31 luglio.

637.  Giustinian, dispaccio del 7 agosto, e nota 1 a pag. 99 del vol. II.

638.  Dispaccio del 13 agosto.

639.  Sebbene il Burcardo ed il Giustinian vadano d'accordo nei ragguagli che danno, pure fu osservato come il primo afferma che al Papa furono, il 15 agosto, cavate 13 once di sangue vel circa, quando invece il secondo scrive che già il 14 gli furono cavate, chi diceva 12 e chi 14 once di sangue. È però da osservare ancora che il Burcardo non dice nulla addirittura del giorno 14, e che nel giorno 15, il Giustinian, scrive nuovamente d'un salasso di otto once di sangue, aggiungendo essergli impossibile aver notizie veramente precise e sicure su tutti questi particolari.

640.  Anche il Burcardo la chiama, nel Diario, febris tertiana.

641.  «Dux nunquam venit ad Papam in tota eius infirmitate nec in morte, nec Papa fuit unquam memor sui vel Lucretiae, in aliquo minimo verbo, etiam in tota sua infirmitate.» Burchardi, Diarium, Ms. della Biblioteca Nazionale di Firenze, tomo IV, a carte 1. L'ediz. Thuasne (III, 239) dice: «nec in sua infirmitate.»

642.  Giustinian, dispacci 484-87, in data del 18 agosto 1503.

643.  Nel Sanuto si trovano ragguagli che portano questa somma fino a 500,000 ducati. Noi stiamo a quella più generalmente ripetuta dagli scrittori.

644.  Burchardi, Diarium, tomo V, a carte 1 e seg.

645.  «Et continuo crevit turpitudo et negredo faciei, adeo quod hora vigesima tertia qua eum vidi, factus erat sicut pannus vel morus nigerrimus; facies livoris tota plena; nasus plenus; os amplissimum; lingua duplex in ore, quae labia tota implebat; os apertum et adeo horribile, quod nemo viderit unquam, vel esse tale dixerit.» Burchardi, Diarium, ediz. Thuasne, I, 243. E andò divenendo sempre più orribile, come dicono del pari gli ambasciatori Costabili, Giustinian, ecc.

646.  Giustinian, dispaccio del 19 agosto, hora 24.

647.  «Et cum pugnis pestarunt eum ut capsam intraret, sine intorticiis vel lumine aliquo, et sine aliquo presbitero vel persona una vel lumine.» Burchardi, Diarium, loc. cit.

648.  Lettera del 22 settembre 1503, in Gregorovius, Lucrezia Borgia, documento 49. Più tardi il cadavere di Alessandro VI fu dalle Grotte Vaticane portato in San Giacomo degli Spagnuoli, e poi in Santa Maria di Monserrato, dove si trova con quello di Calisto III, dietro l'altar maggiore, senza alcuna iscrizione. Anche quella che era stata messa in Santa Maria del Popolo alla Vannozza ed ai figli, fu tolta.

649.  Il Giovio afferma che il cardinale gli disse di credere, che la sua malattia era conseguenza del veleno datogli dai Borgia. Se non che, le affermazioni del Giovio non sono sempre credibili, e poteva anche il cardinale, che pur s'era ammalato, credere d'avere avuto il veleno, quando da per tutto se ne parlava, senza che perciò il fatto fosse vero.

650.  Sebbene anche gli scrittori più sinceramente cattolici abbiano dovuto riconoscere le colpe, i delitti e la pazza politica dei Borgia in genere e di Alessandro VI in specie, pure non mancarono mai gli apologisti, e neppure oggi, nonostante i molti nuovi documenti che parlano sempre più chiaro, mancano coloro che vorrebbero attenuare il giudizio severo della storia imparziale. A questa tendenza noi crediamo che abbia obbedito il signor R. Garnett (English Historical Review, aprile 1892, pag. 312-14) nel ripubblicare una parte della orazione funebre in onore di Alessandro VI, scritta e letta dal Vescovo di Gallipoli, dinanzi ai Cardinali che dovevano entrare in Conclave. Egli vorrebbe in essa trovare un'attenuazione autorevole dei giudizî, secondo lui, troppo severi di molti storici sui Borgia. Quale era il valore storico delle orazioni funebri ufficiali, pronunziate nei secoli XV e XVI, lo sanno tutti; e nessuno può, io credo, dare importanza a certe frasi convenzionali, in simili occasioni, allora universalmente ripetute.

Mi sembra piuttosto, che sia una prova sicura della pessima opinione, che tutti avevano allora di Alessandro VI, il sentir l'oratore ufficiale pronunziare, dinanzi ai Cardinali, molti dei quali creati dallo stesso Papa, parole come queste: «Quid plura? Adeo et sermone et ingenio confidebat ut videretur non quid aggrediendum, sed quid cupiendum cogitare. Unde tantam auri vim in pontificatu collegit, quantam nec ipse fortassis si viveret, rationem reddere posset. Forma etiam oris proceritateque corporis, ut nostis, egregius fuit. His autem naturae fortunaeque dotibus quomodo usus fuerit, quid apud vos attinet dicere, qui bene et fortasse melius nostis? Habet enim hoc etiam infelicitatis principatus, quod, in excelso positus, nihil celare potest.» E più oltre, dopo aver detto che una quatriduana febris lo portò via dal mondo, aggiunge, confermando sempre più le parole del Giustinian circa la morte e i funerali, d'averlo visto, «humili feretro iacentem, turpem, fetidum, et usque ad horrorem deformem.» Questa orazione parrà di certo una conferma assai notevole del pessimo concetto in cui i contemporanei tenevano Alessandro VI, specialmente se si pensa chi era l'oratore, chi erano gli uditori e quali erano il tempo ed il luogo in cui essa fu letta.

651.  Et nescit quo se vertit, nec ubi reclinet caput. Giustinian, dispaccio 489, secondo del 19 agosto 1503.

652.  Una lettera, in data 8 novembre 1503, firmata: Sigismundus doctor et clericus senensis, e indirizzata ad Alessandro Piccolomini, nipote di Pio III, dopo aver lodato la bontà di questo Papa, dice che esso «non poter morir in miglior termine che ora, che era esaltato in questa felicità, et prima che in quella lui si venissi a imbrattare; chè chi è in quello luogo, non può far di manco.... Lui non ha facto simonie; non ha fatto guerre a christiani; non ha facto homicidî, nè impiccar, nè far iustitia; non ha dissipato el patrimonio di San Pietro in guerre, in bastardi, nè in altra gente.» — Tale era il concetto, in cui erano allora tenuti i Papi! Questo Sigismondo, nato a Castiglione Aretino, eletto nel 1482 cittadino senese, fu autore di storie scritte in latino. La sua lettera venne pubblicata a Siena co' tipi dell'Ancora, nel 1877, per le nozze Piccolomini-Giuggioli, dal compianto signor Giuseppe Palmieri-Nuti.

653.  Circolare del 20 agosto 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 129. Molte altre lettere del Machiavelli si trovano nella stessa filza. Citiamo solo quelle a carte 136, 139 e 148 che ci sembrano più importanti.

654.  Lettera del 25 agosto, loc. cit., filza 107, a carte 136, e lettera del 12 settembre, a carte 156.

655.  Lettera del 5 ottobre ad Americo Antinori, filza 107, a carte 171. Vedi Appendice, documento XXIV.

656.  Fino dal 28 agosto era stato deliberato di mandarlo a Roma, come apparisce dai registri dei Dieci. Ma poi non partì altrimenti, e più tardi fu di nuovo deliberata la sua commissione. Le istruzioni e la lettera al cardinal Soderini, si trovano con la Legazione, nelle Opere, vol. VI, pag. 364 e segg.

657.  Buonaccorsi, Diario, pag. 83 e segg.

658.  Lettera del 29 ottobre 1503.

659.  Giustinian, dispaccio del 19 ottobre.

660.  Giustinian, dispaccio del 30 ottobre.

661.  Dispaccio del 6 novembre.

662.  Lettera del 4 novembre.

663.  Questa lettera, senza data, è la IX nella Legazione. Opere, vol. VI, pag. 388.

664.  Lettera dell'11 novembre.

665.  Francesco Loris, vescovo d'Elna. Spesso lo dicono d'Euna, d'Herina, d'Helna. Pel vero suo titolo vedi i Dispacci di A. Giustinian, vol. I, pag. 247, nota 1.

666.  Lettera del 14 novembre.

667.  Le due lettere di raccomandazione si trovano nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 349.

668.  Lettera del Buonaccorsi, in data 15 novembre 1503, Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 21: Appendice, documento XXV. Vedi anche a questo proposito la lettera dei Dieci. Opere (P. M.), vol. IV, pag. 361.

669.  Lettera del 18 novembre. Il Giustinian scriveva il 17 dello stesso mese: «Il Papa attende alla destruzion del Duca, ma non vuol che para la cosa vegni da lui.» E il 13 aggiungeva, che il Papa stesso gli aveva detto: «Questo Duca è tanto volubile e inintelligibile, che certo non sapremo come dei fatti suoi possiamo affermarvi alcuna cosa....; lassatelo pur andar, che credemo che sarà svalizato.»

670.  Lettera del 18 novembre.

671.  Lettera del 19 novembre.

672.  Trovasi nelle Opere, vol. VI, a pag. 430, in nota.

673.  Lettera del 20 novembre.

674.  Lettera del 24 novembre.

675.  Lettera del 21 novembre. Nella lettera seguente il Machiavelli chiede danari ai Dieci, e fa loro i suoi conti. Ebbe in sul partire 33 ducati. Ne spese 13 nelle poste, 18 in una mula, 18 in una veste di velluto, 11 in un catelano, 10 in un gabbano, il che fa un totale di 70 ducati. Era all'osteria con due garzoni e la mula, spendendo 10 carlini al giorno. Sebbene gli avessero dato il salario che aveva chiesto, pure non conosceva allora la carestìa che era in Roma. Chiedeva perciò che gli fosse almeno pagata la spesa del viaggio, come soleva praticarsi cogli altri. Il suo desiderio fu esaudito. Infatti trovasi nell'Archivio fiorentino uno stanziamento del 3 gennaio 1503 (1504), in cui è detto che, essendogli stato concesso un salario di 10 lire di piccoli al giorno, compreso in ciò il suo ordinario stipendio, gli toccavano dal 23 novembre al 22 dicembre lire 300. Cavandone lire 164, soldi 3, danari 4, per salario ordinario, restavano lire 132, soldi 12, danari 8, di cui si ordinava il pagamento, con più 25 fiorini larghi in oro, e lire 6 di piccoli, che «appare per il conto, lui havere speso per andare ad Roma, et tornare in sulle poste.» Opere (P. M.), vol. I, pag. LXII.

676.  Lettere del 23 e 24 novembre.

677.  Lettera del 26 novembre. È inutile quasi avvertire, che molti brani di queste lettere erano scritti in cifra.

678.  Prima lettera del 28 novembre.

679.  Lettera del 15 novembre, citata più sopra.

680.  Lettera del 29 novembre. Vedi ancora il dispaccio scritto nel medesimo giorno dal Giustinian. I due oratori dànno qualche volta le stesse notizie quasi con le stesse parole, caso che non è molto raro nelle corrispondenze diplomatiche di quel tempo. In parte dipende dalla fedeltà e precisione degli ambasciatori italiani; in parte, io credo, anche dal servirsi dei medesimi agenti segreti nell'attingere le notizie, o dall'aver letto di straforo i medesimi documenti, le stesse frasi trovandosi riprodotte nelle lettere non di uno o due solamente, ma anche di più oratori. Nel pubblicare i Dispacci del Giustinian, ci è più volte occorsa questa osservazione, quando li abbiamo paragonati con quelli di altri oratori.

681.  Lettera del dì 1º dicembre.

682.  Lettera del 3 dicembre.

683.  Vedi la lettera del 29 agosto 1502, pubblicata nel già citato libro dei signori Luzio e Renier, a pag. 142. Tutto il cap. III dà particolari e documenti importanti su questo dramma doloroso.

684.  Questa importantissima lettera fu trovata e pubblicata dall'Ugolini nella sua Storia dei Duchi d'Urbino, vol. II, pag. 523. Manca la data del giorno, essendovi scritto solo: Dat: Romæ V.... 1503.

685.  Lettera del 14 dicembre. Il 17 il Giustinian dava i medesimi ragguagli.

686.  Trovasi nelle Opere, vol. VI, pag. 494, in nota.

Fra le lettere di questa Legazione se ne trova una, segnata nelle Opere col numero XLII, e diretta ad un cittadino fiorentino in forma privata. Il Machiavelli scrive in essa di non poter fare altro che ripetere alla buona le cose già dette d'ufficio: «parlerò in volgare, se io avessi parlato con l'ofizio in grammatica, che non mel pare aver fatto.» Generalmente si suppone che sia scritta al Soderini: ma, a questo proposito, osserva giustamente il signor Nitti (op. cit., vol. I, pag. 261), che la forma ne è troppo familiare per poterlo credere. Egli la ritiene, invece, scritta ad un messer Tucci, che era allora dei Signori, e che, secondo una lettera del Buonaccorsi, in data del 4 dicembre, s'era molto doluto che il Machiavelli non gli avesse risposto; nè è impossibile che sia così, giacchè questi si scusa appunto del suo silenzio. La cosa del resto non ha importanza. Solamente notiamo che lo scrivere in volgare e non in grammatica non ha il significato di risentimento che gli attribuisce il signor Nitti, e che verso uno dei Signori il Segretario non avrebbe usato, come egli suppone, «vive e pungenti parole.» La lettera del Buonaccorsi, accennata dal signor Nitti, contenendo anche altre notizie sul Machiavelli, la diamo in Appendice, documento XXVI.

687.  Opere, VI, 495. L'originale trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 130, e non è scritto di mano di M. Virgilio, come afferma il Passerini, Opere (P. M.), vol. V, pag. 3, nota 1, ma di altro ufficiale della Cancelleria, con qualche postilla messa dal Machiavelli per suo uso. La minuta, non intera, che v'è unita, è della stessa mano, e non del Machiavelli, come afferma il Passerini.

688.  Lettera del 22 gennaio 1504, da Milano.

689.  Il signor Gaspar Amico, a pag. 182 del suo libro, La Vita di Niccolò Machiavelli (Firenze, Civelli, 1875), parla d'una gita finora ignota del Machiavelli in Francia, nel gennaio del 1502, e cita, in conferma di ciò, una lettera, che crede inedita, di Francesco Vettori, in data del 17 gennaio di quell'anno, da Pulsano. La lettera però, che trovasi non a carte 8, ma 83 del codice da lui citato (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 4, n. 92) è scritta da Bulsano (Bolzano), e porta la data, non del 17 gennaio 1502, ma del 17 gennaio 1507, quando il Vettori era ambasciatore presso l'Imperatore. Al signor Amico è inoltre sfuggito, che la lettera da lui pubblicata è quella stessa che trovasi come terza nella Legazione all'Imperatore, nel 1507.

Una lettera poi di Niccolò Valori (Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 63) dà luogo ad una serie di congetture del signor Nitti (op. cit., vol. I, pag. 220, nota 1), che a noi sembrano assai poco probabili. Egli vede in essa la prova che il Machiavelli s'adoperasse col Valori a «ricondurre all'antica intima unione la casa Borgia col re di Francia.» Il Machiavelli avrebbe seguìto una politica per conto suo, cercando col Valori riannodare legami, pei quali essi non avevano ricevuto alcun incarico. Ma il Segretario dei Dieci non poteva pigliarsi queste libertà. Del resto tutto l'equivoco è nato dal non avere osservato che la data della lettera: Rouen, 7 marzo 1503, è secondo lo stile fiorentino, e risponde perciò al 7 marzo 1504, nello stile moderno. Allora Alessandro VI era morto, il Valentino era stato arrestato ad Ostia, e non contava più nulla. La lettera fu scritta dal Valori, quando il Machiavelli dalla Francia tornava in Firenze, ed accenna ad alcuni affari, di cui doveva per viaggio occuparsi a benefizio della Repubblica, in nome e per ordine del Gonfaloniere stesso. Non v'è quindi nulla di misterioso, e non c'entrano i Borgia.

690.  Opere, vol. VI, pag. 564.

691.  Guicciardini, Storia Fiorentina, cap. XXVIII.

692.  Buonaccorsi, Diario, pag. 88-89.

693.  Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, foglio 32.

694.  Guicciardini, Storia Fiorentina, cap. XXVIII, pag. 315.

695.  Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, foglio 89t: Appendice, documento XXVII.

696.  Fra le Carte del Machiavelli (cassetta VI, n. 78): trovasi su tutto ciò una relazione fatta dal Buonaccorsi. Il Bentivoglio dichiarava impossibile l'impresa anche perchè, secondo lui, dalla parte dello stagno bisognava percorrere circa sette miglia, ed il terreno pendeva meno che da quella su cui scorreva il fiume. «Queste ragioni, quale sono tutte palpabile et infalibili,» conchiude il Buonaccorsi, «tamen non furono admesse. La experientia ha chiarito ogni homo.»

697.  Cioè: questa cosa che par tanto facile, riuscirà nel fatto assai difficile. Lettera ai Dieci, del 25 agosto 1504. Arch. Stor. It., vol. XV, pag. 296. Il Nardi, nella Vita di Antonio Giacomini, dice: «Fu commessa tale opera ad Antonio, ed egli la faceva conducere con ogni diligenza e sollecitudine, comecchè da lui e da messer Ercole Bentivogli non fusse approvata, come spesa e fatica inutile.»

698.  Anche questa lettera del Giacomini trovasi pubblicata nell'Arch. Stor. It., vol. XV, pag. 306; la concessione della licenza chiesta, e l'annunzio della nomina del Tosinghi sono nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 125t.

699.  Vedi Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a carte 94 e 103t, e n. 113, a carte 96t. Queste due filze sono piene di lettere del Machiavelli sul deviare l'Arno.

700.  Buonaccorsi, Diario, pag. 93 e seg.

701.  Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 152 e 154. Vedi in Appendice, documento XXVIII, la prima di queste due lettere.

702.  Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 147t.

703.  Il bando trovasi, loc. cit., n. 112, a carte 156: Appendice, doc. XXIX. Vedi anche Guicciardini, Storia Fiorentina, cap. XXVIII, pag. 314-15.

704.  Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a carte 160t.

705.  Loc. cit., a carte 157t: Appendice, documento XXX.

706.  Il cardinale Soderini scriveva da Roma al Machiavelli, il 26 ottobre 1504: «Assai c'è doluto che in quelle acque si sia presa tanta fallacia, che ci pare impossibile sia stata senza colpa di quelli maestri, che si sono ingannati sì in grosso. Forse anche che piace così a Dio, a qualche miglior fine incognito a noi altri.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 58.

707.  Opere, vol. V, pag. 351-73.

708.  Ivi, a pag. 355.

709.  Ciò apparisce dalla lettera 5 del Buonaccorsi pubblicata in Appendice, documento XXXVIII.

710.  La prima edizione, fatta nel febbraio 1506 da Agostino Vespucci, aveva per titolo queste parole: Nicolai Malclavelli florentini, compendium rerum decennii in Italiam gestarum ad viros florentinos incipit feliciter. Essa venne dopo venti giorni contraffatta, ed il Vespucci ne mosse querela agli Otto, del che parla in una sua lettera al Machiavelli, nella quale aggiunge che, non conoscendo i magistrati «questa vostra cantafavola,» egli era uscito di casa con dieci copie, per farle legare elegantemente, e darne poi una a ciascuno di loro e ad altri due cittadini. La lettera è in data del 14 marzo 1506, e fu pubblicata dal Passerini, Opere (P. M.), vol. III, pag. LXIII. Questa rarissima edizione del Decennale, senza data di luogo nè d'anno, fu dal Libri creduta del 1504; ma la lettera del Vespucci leva, secondo noi, ogni dubbio. — Il signor Giuseppe Torre (Bibliofilo, anno II, n. 5: Firenze, Success. Le Monnier, 1881), dice che possiede un esemplare della prima e rarissima edizione del Decennale, e torna a sostenere che è del 1504, ma senza argomenti che possano convincere. Tutto si riduce a dire che, trattandosi di libri, l'autorità del Libri deve aver molto valore, e che il libraio inglese Boone affermava aver visto l'esemplare posseduto dal Bembo, il quale di sua mano vi aveva scritto sopra: stampato a Venezia nel 1503. Ma il Decennale così sarebbe stato stampato un anno prima che fosse scritto. In ogni modo l'esemplare posseduto dal signor Torre, secondo la descrizione che ne dà egli stesso, è in-4, di 12 carte. Il titolo latino è quello stesso che abbiam dato qui sopra. Sulla prima pagina è stampato solamente: Decemnale; sulla seconda c'è questa lettera del Vespucci.

«Augustinus Mathei N. V.

Viris Florentinis Salutem.

Se le cose pericolose a passare sono dilectevole ad ricordarsene, la memoria de proximi tempi vi doverrà esser grata, sendo suti quelli pericolosissimi. Onde havendoli Niccolò Machiavegli in versi et con mirabile brevità descripti, come quello che desideroso in qualche parte mostrarsi grato de molti honori, quali confessa havere ricevuti da voi; mi è parso imprimerli, et fare questo suo dono più liberale.»

Il Tommasini pubblicò la medesima lettera dall'autografo, che trovasi in un manoscritto strozziano della Nazionale di Firenze, nel quale essa è più lunga assai. Quella a stampa ne sarebbe solo la prima metà. Secondo lui le parole, Augustinus Matei N. V. Viris Florentinis Salutem, provano che il Vespucci dedicò la stampa ai (Nobili o Nostri) Cinque Conservatori del Contado e dominio fiorentino, magistrato autorevole della Repubblica fiorentina.

711.  Questa lettera fu pubblicata dal Nitti, vol. I, pag. 301, in nota. Trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 99.

712.  Vedi nella Biblioteca Nazionale di Firenze il Priorista del Ricci, quartiere Santo Spirito, famiglia Machiavelli, a carte 161 e seg.

713.  Lettera del 9 dicembre, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 211t: Appendice, doc. XXXI. Nelle filze 114 e 116 sono molte lettere del Machiavelli relative ai fatti, di cui discorriamo ora.

714.  È notevole, fra le altre, la lettera al Capitano di Livorno. Archivio fiorentino, filza 116, a carte 23: Appendice, documento XXXII.

715.  Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a carte 69 e 70.

716.  Matarazzo, Cronaca di Perugia, nell'Arch. Stor. It., vol. XVI, parte II, pag. 59.

717.  Le sue lettere trovansi a Venezia nella Biblioteca di San Marco: Epistolae Variorum, vol. II, Cl. X, codice CLXXVI. Esse sono scritte in italiano, spesso aggiungendovi il Cardinale, di suo pugno, qualche parola in spagnuolo. E per citare un esempio, in quella del penultimo luglio, scritta da Perugia, chiedendo soldati per tenere a dovere le genti di Todi e di Narni, prima di firmare, egli fa nuove premure in spagnuolo, concludendo col dire che quelle tumultuose popolazioni no obeyexen perque son vilans i mala gent, que volen lo basto y que quyls ha de governar los puga manar, que altrament no sen pot aver overa. E firmava generalmente: De V. S. esclav e factura, qui los benerats peus li besa,

lo Car.al de Boria.

718.  Matarazzo, op. cit., pag. 130-144.

719.  Matarazzo, op. cit., pag. 150.

720.  Ibidem, op. cit., pag. 241.

721.  Vedi la Legazione nelle Opere, vol. VII.

722.  Buonaccorsi, Diario, pag. 102-103. Ascanio Sforza aveva da lungo tempo aspirato a governare Milano. Fin dal 10 settembre 1487, l'ambasciatore Lanfredini in Roma scriveva a Lorenzo il Magnifico, che il cardinale Ascanio gli aveva detto: «Io sono advisato da Milano, che il signore Lodovico è gravemente malato, et che sanza la grazia di Dio non può scapolare di questo male, et li medici ne parlano chiaro. Io, quando Dio facessi altro di lui, desidererei, come mi pare sia il dovere, di andare ad quello ghoverno, et nessuno credo li sia ad chi tocchi più che ad me, nè di chi quello Stato et quello signore» (il nipote Giovan Galeazzo ancora minorenne) «possa viver più quieto, per esser io suo barba, et etiam per essere nello habito che io sono di religione.» Chiedeva poi, per mezzo dell'ambasciatore, di essere a ciò aiutato da Lorenzo. Vedi le Lettere dell'ambasciatore Lanfredini, nell'Archivio fiorentino, Carte Medicee, filza LVIII.

723.  Vedi la Commissione, nelle Opere, vol. VII, pag. 13. Nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 103 e seg., sono pubblicati i Capitoli proposti per la condotta.

724.  Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a carte 151: Appendice, documento XXXIII. Vedi anche Canestrini, Scritti inediti, pag. 188, 190-91.