INTRODUZIONE

I. IL RINASCIMENTO

È difficile trovare nella storia dell'Europa moderna un periodo che abbia l'importanza di quello cui suol darsi, nella storia italiana, il nome di Rinascimento. Posto fra il cadere del Medio Evo ed il costituirsi delle società moderne, può dirsi che già cominci con Dante Alighieri, il quale nelle sue opere immortali ci lasciò la sintesi d'una età che muore, e ci annunziò il sorgere d'un'èra novella. Questa, che è appunto il Rinascimento, s'iniziò davvero con Francesco Petrarca e con gli eruditi, finì con Martino Lutero e la Riforma, la quale alterò profondamente la storia anche dei popoli che restarono cattolici, e portò di là dalle Alpi il centro di gravità della cultura europea. Durante il periodo di cui ragioniamo, vedesi in Italia una rapida trasformazione sociale, una grandissima operosità intellettuale. Da per tutto tradizioni, forme, istituzioni antiche, che crollano dinanzi alle nuove che sorgono. La scolastica cede il luogo alla filosofia, il principio d'autorità cade innanzi alla libera ragione ed al libero esame, che s'avanzano. Comincia lo studio delle scienze naturali: con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci si danno i primi passi alla ricerca del metodo sperimentale; progrediscono il commercio e l'industria; si moltiplicano i viaggi, e Cristoforo Colombo scopre l'America. La stampa, trovata in Germania, diviene subito un'industria italiana. L'erudizione classica si diffonde per tutto, e l'uso della lingua latina, che sembra, per qualche tempo, tornata la lingua universale dei popoli civili, pone l'Italia in stretta relazione con l'Europa, che l'accetta a guida e maestra del sapere. Si creano la scienza politica e l'arte della guerra; la cronaca cede il luogo alla storia civile del Guicciardini e del Machiavelli; la cultura antica rinasce, ed il poema cavalleresco sorge in mezzo ad altre ed altre nuove forme di componimenti letterarî. Il Brunelleschi crea un'architettura nuova, Donatello fa risorgere la scultura, Masaccio ed una miriade di pittori toscani ed umbri apparecchiano, collo studio della natura, la via a Raffaello ed a Michelangelo. Il mondo sembra rinnovarsi e ringiovanirsi, illuminato dal sole della cultura italiana.

Ma in mezzo a così grande splendore si osservano strane ed inesplicabili contradizioni. Questo popolo tanto ricco, industrioso, intelligente, innanzi a cui l'Europa resta come estatica d'ammirazione, va corrompendosi rapidamente. La libertà scomparisce e sorgono tiranni per tutto; i vincoli della famiglia sembrano indebolirsi, e il focolare domestico profanarsi: nessuno si fida più della fede italiana. La nazione diviene politicamente e moralmente così debole, che non può resistere ad alcun urto di potenza straniera; il primo esercito che passa le Alpi, percorre la Penisola senza quasi colpo ferire, e seguono altri, che vengono con uguale facilità a lacerarla e calpestarla. Usi a sentire ogni giorno ripetere, che l'istruzione e la cultura costituiscono la grandezza e misurano la forza dei popoli, siamo naturalmente indotti a domandarci: come dunque l'Italia, in mezzo a tanto splendore di lettere e di arti, s'indebolisce, si corrompe e decade? È facile il dire: colpa degl'italiani, che, invece d'unirsi a difesa comune, si lacerano fra loro. Ma perchè sono essi a un tratto divenuti così colpevoli? L'Italia del Medio Evo non era stata più divisa e più forte ad un tempo, le vendette e le guerre civili non erano state più cieche e più sanguinose? Nè vale il dire che essa s'era esaurita nelle lotte e nella grandezza raggiunta nel Medio Evo. Può dirsi veramente esaurita una nazione nel momento in cui, con la sua intelligenza ed operosità, trasforma la faccia del mondo? Invece d'affaticarsi a formulare giudizî e sentenze generali, val meglio fermarsi ad osservare e descrivere i fatti. Ed il fatto principale nel secolo XV è questo: che le istituzioni medievali avevano in Italia prodotto una società nuova ed un progresso civile tale, che esse si trovarono a un tratto divenute insufficienti o anche dannose. Una radicale trasformazione e rivoluzione era quindi inevitabile. Or fu nel momento appunto, in cui questo generale sconvolgimento sociale seguiva nella Penisola, che gli stranieri le piombarono addosso, e le resero impossibile l'andare innanzi.

Il Medio Evo non conosceva quell'organismo politico che noi chiamiamo Stato, che riunisce e coordina con norme precise le forze sociali. La società era invece divisa in feudi e sotto-feudi, in Comuni grossi e piccoli, ed il Comune non era altro che un fascio di associazioni minori, malamente legate insieme. Al di sopra di sì vasta ed incomposta mole stavano il Papato e l'Impero, che sebbene, essendo spesso in guerra fra loro, crescessero il generale scompiglio, pur costituivano allora la informe unità del mondo civile. Tutto ciò era mutato affatto nel secolo XV. Da un lato le grandi nazioni cominciavano a formarsi, da un altro l'autorità dell'Impero, circoscritta in Germania, era in Italia poco più che una memoria del passato; ed i papi, occupati a costituire un vero e proprio principato temporale, restando pur capi della Chiesa universale, non potevano più pretendere al dominio politico del mondo, e cercavano perciò divenire sovrani come gli altri. In questo stato di cose il Comune, che aveva costituito la passata grandezza d'Italia, si trovò in una condizione sostanzialmente nuova, che fu troppo poco esaminata dagli storici.

Esso aveva ora ottenuto la tanto sospirata indipendenza, e non doveva contare che sulle proprie forze; nelle sue guerre coi vicini non v'era più da sperare o temere che s'interponesse un'autorità superiore. Era quindi necessario estendere il proprio territorio, e rendersi più forte, specialmente se, volgendo intorno lo sguardo, si osservava che in tutta Europa s'andavano formando i grandi Stati e le monarchie militari. Ma la costituzione politica del Comune era tale, che ogni estensione del suo territorio faceva sorgere pericoli nuovi e così gravi che ne mettevano a repentaglio l'esistenza. Poteva dirsi giunta per esso un'ora funesta, nella quale ciò che più gli era necessario, più lo minacciava. Il Comune medievale non conosceva il governo rappresentativo, ma solo il governo diretto de' suoi liberi cittadini, i quali era perciò necessario ridurre ad un numero assai ristretto, se non si voleva cadere nell'anarchia. Il diritto di cittadinanza era quindi un privilegio concesso solo ad alcuni di coloro che abitavano dentro la cerchia delle mura. Firenze, che era la repubblica più democratica dell'Italia, e che nel 1494 ebbe la sua più libera costituzione, contava allora circa 90,000 abitanti, di cui solo 3200 erano veri e proprî cittadini.[7] Neppure i Ciompi, nel loro incomposto tumulto, avevano preteso di dare la cittadinanza a tutti. E quanto al contado, pareva già molto l'avere abolito la servitù; a nessuno sarebbe mai venuto in mente di chiamarlo a parte del governo.

Questo stato di cose trovava la sua sanzione non solo negli statuti, nelle leggi e nelle consuetudini esistenti, ma nelle convinzioni radicate e profonde degli uomini più illustri. Dante Alighieri, che aveva preso non piccola parte alla legge tanto democratica degli Ordinamenti di Giustizia, al tempo di Giano della Bella, rimpiange nel suo poema i tempi nei quali il territorio del Comune si stendeva solo fino a pochi passi oltre le mura, e gli abitanti delle vicine terre di Campi, Figline e Signa non s'erano venuti a mescolare con quelli di Firenze; perchè

Sempre la confusion delle persone

Principio fu del mal della Cittade.[8]

Ed il Petrarca, che sognava anch'egli l'antico Impero, ed era tanto entusiasta di Cola di Rienzo, raccomandava che, nel riordinare la repubblica romana, se ne affidasse il governo ai soli cittadini, escludendone come stranieri gli abitanti del Lazio, ed anche gli Orsini ed i Colonna, perchè, sebbene romani, discendevano, secondo lui, da stranieri.[9]

Quando adunque il Comune ingrandiva il suo territorio, sottomettendo un altro Comune, questo, anche se governato con mitezza, si trovava d'un tratto escluso da ogni vita politica, ed i suoi principali cittadini se ne andavano esuli e raminghi per il mondo. Vedere un Pisano, un Pistoiese nei Consigli della repubblica fiorentina, sarebbe stato allora come il vedere oggi un cittadino di Parigi o Berlino sedere fra i deputati del Parlamento italiano. Si preferiva quindi cadere sotto una monarchia, perchè in essa almeno tutti i sudditi erano nelle medesime condizioni, ed agli ufficî pubblici poteva ogni abitante, di qualunque provincia, partecipare. Il Guicciardini infatti osservava al Machiavelli, quando questi immaginava una grande repubblica italiana, che ciò sarebbe stato tutto a vantaggio d'una sola città, ed a rovina delle altre; perchè la repubblica non concede il benefizio della sua libertà «a altri che a' suoi cittadini proprî;» la monarchia invece «è più comune a tutti.»[10] E non v'era spavento che potesse uguagliare quello provato dalle repubbliche italiane, quando Venezia, che pur governava i sudditi suoi con maggiore libertà, volgendosi alla terraferma, sembrò aspirare al dominio della Penisola. Avrebbero preferito non solo la monarchia, ma ancora lo straniero, che poteva lasciar qualche locale indipendenza, cosa allora non sperabile in Italia da una repubblica. Cosimo dei Medici, quando aiutò Francesco Sforza a divenir signore di Milano, salvò, secondo il Guicciardini, la libertà di tutta Italia, che sarebbe altrimenti caduta sotto Venezia.[11] E Niccolò Machiavelli, che pur sospirava così spesso la repubblica, in tutte le sue lettere d'ufficio, in tutte le sue legazioni, parla sempre di Venezia come del maggior nemico che avesse la libertà d'Italia.

Fra queste condizioni e queste convinzioni, era impossibile sperare che il Comune potesse, formando una forte repubblica, riunire l'Italia. Si poteva sperare in una confederazione o in una monarchia; ma la prima supponeva già un governo centrale diverso da quello dei Comuni, nel quale la città non fosse più lo Stato, e aveva contro di sè i papi ed i re di Napoli. La monarchia, invece, trovava contro di sè, da un lato l'antico amore di libertà, che aveva reso gloriosa l'Italia, e da un altro i papi, che, messi nel centro della Penisola, troppo deboli per poterla riunire, abbastanza forti per impedire che altri la riunisse, di tanto in tanto chiamavano gli stranieri, i quali venivano a sovvertire ogni cosa. Per tutte queste ragioni il Comune, che aveva formato l'antica forza e grandezza d'Italia, sopravvisse come a sè stesso, in presenza dei nuovi problemi sociali, che sorgevano ad ogni piè sospinto; fra i mille pericoli, che scaturivano come dal suo proprio seno.

Esso aveva proclamato la libertà e l'uguaglianza; era quindi naturale che il basso popolo, il quale trovavasi escluso dal governo, dopo avere coi ricchi mercanti combattuto e vinto il feudalismo, non potesse rimanere contento. Nè gli abitanti del contado, che pure erano colle armi chiamati a difendere la patria, tolleravano più di buon animo d'essere esclusi da ogni ufficio pubblico, da ogni diritto di cittadinanza. E quando il territorio si estendeva, e nuove città venivano conquistate, la moltitudine degli oppressi cresceva, e le passioni s'infiammavano, perchè la sproporzione fra il piccolo numero dei governanti e quello sempre maggiore dei governati aumentava, ed ogni equilibrio riusciva affatto impossibile. Un abile tiranno, che fosse sorto allora, avrebbe trovato in suo appoggio la moltitudine infinita degli scontenti, ai quali sarebbe apparso come un liberatore o almeno come un vendicatore.

Se poi dalle condizioni politiche volgiamo lo sguardo alle sociali, osserveremo una trasformazione non meno grave, nè meno pericolosa. I Comuni del Medio Evo, chi li guarda da lontano, appariscono già come un piccolo Stato, nel senso moderno della parola; ma erano invece un agglomerato di mille associazioni diverse: Arti maggiori ed Arti minori, Società delle torri, Consorterie, Leghe, ordinate tutte come altrettante repubbliche, con le loro assemblee, statuti, tribunali, ambasciatori. Esse erano qualche volta più forti dello stesso governo centrale, di cui facevano le veci, quando, fra le continue rivoluzioni, questo si trovava come momentaneamente soppresso, il che di tanto in tanto avveniva. Si direbbe quasi che la forza del Comune fosse tutta nelle associazioni, che lo dividevano e lo governavano. I cittadini erano ad esse così tenacemente legati, che spesso sembravano combattere a difesa della repubblica, solo perchè tutelava l'esistenza dell'associazione cui essi appartenevano, ed impediva che venisse oppressa dalle altre.

Il Medio Evo è stato perciò a giusta ragione chiamato un'età di consorterie e di caste. Il numero e la varietà grande di esse produssero una varietà infinita di caratteri e di passioni, ignota al mondo antico; ma l'indipendenza dell'uomo moderno non era anche nata, perchè l'individuo restava come assorbito nella casta, in cui e per cui viveva. Infatti, per lunghissimo tempo la storia italiana ci tace quasi del tutto i nomi dei politici, dei soldati, degli artisti e dei poeti, che fondarono e difesero i Comuni; crearono le istituzioni, le lettere, le arti. Sono Guelfi e Ghibellini, Arti maggiori e minori, poeti vaganti, maestri comacini, sempre associazioni o partiti, non mai individui. Le stesse grandi figure dei papi e degl'imperatori ricevono la loro importanza, meno dal proprio carattere personale, che dal sistema e dalla istituzione cui appartengono e che rappresentano.

Tutto ciò scomparisce rapidamente nel secolo XIV. La figura colossale di Dante si stacca dal fondo medievale, in mezzo a cui vive ancora, ed egli si vanta orgogliosamente d'essersi fatta parte per sè stesso. I nomi dei poeti, dei pittori, dei capi di parte si moltiplicano d'ora in ora, e i caratteri individuali si determinano, si disegnano nettamente, e si separano dalla folla. Noi assistiamo ad una generale trasformazione di tutta la società italiana, la quale, dopo avere distrutto il feudalismo e proclamata l'uguaglianza, si trova obbligata a decomporre le associazioni che l'avevano costituita. E ciò si vede assai più chiaro che altrove in Firenze, dove gli Ordinamenti di Giustizia (1293) abbattono i nobili e li cacciano dal governo; sopprimono alcune delle associazioni e rendono impossibili le consorterie; pongono per la prima volta alla testa del Comune un gonfaloniere.[12] La necessità di cominciare a costituire l'unità dello Stato moderno scaturiva naturalmente dalla forma sempre più democratica che aveva preso il Comune; questo era anzi il grande problema che doveva risolvere l'Italia del secolo XV. Ma il periodo di passaggio e di trasformazione era pieno di mille pericoli, perchè le antiche istituzioni si decomponevano prima che le nuove sorgessero; l'individuo, abbandonato a sè stesso, si trovava dominato solo dall'interesse personale e dall'egoismo: la corruzione dei costumi diveniva inevitabile.

La moralità del Medio Evo era fondata principalmente sugli stretti vincoli della famiglia e della casta cui si apparteneva. Di questi vincoli le leggi e le consuetudini erano state in mille modi gelose custodi: mantenevano la eredità nelle famiglie; impedivano che i matrimonî la portassero fuori del Comune; rendevano difficilissimi quelli fra persone non solo di diverso Comune, ma di diverso partito o consorteria. Di qui una grande comunanza d'interessi, le affezioni tenaci e i forti sacrifizî nel seno della casta, le gelosie e spesso gli odî, le vendette contro i vicini. A poco a poco tutto questo scomparve per le riforme politiche, che spezzarono i vecchi legami, per la cresciuta uguaglianza, pel continuo prevalere del diritto romano imperiale, che rendeva la donna meno sottoposta alla tutela de' suoi. E nel medesimo modo in cui il Comune s'era a un tratto trovato abbandonato a sè stesso, per la cessata supremazia dell'Imperatore e del Papa, il cittadino, sciolto da ogni vincolo, si trovò isolato e costretto a fare assegnamento sulle sole sue forze. Esso quindi non poteva più sentire l'antico interesse nel destino de' suoi vicini, che non s'occupavano più di lui; il suo avvenire, il suo stato nel mondo dipendeva unicamente dalle sue qualità individuali. Così si vide, in un medesimo tempo, l'egoismo impadronirsi rapidamente degli animi, e la personalità umana svolgersi sotto forme sempre più varie e nuove. Non solo si moltiplicano ora i nomi degl'individui, e ambiziosi capi di parte sorgono per tutto; ma le guerre intestine dei Comuni sembrano mutarsi in guerre personali; le città si dividono secondo i nomi dei più potenti e turbolenti; le famiglie stesse si scindono e si lacerano, perchè gli uomini non sanno sottostare più a nessun vincolo. I pregiudizi, le tradizioni, le virtù e i vizî del Medio Evo scompariscono affatto, per dar luogo ad un'altra società, ad altri uomini.

Chi osserva ora la doppia mutazione che han subita le nostre repubbliche, s'accorge come da un lato, secondo che esse ingrandivano il proprio territorio, divenivano internamente più deboli, e sentivano sempre maggiore bisogno d'un governo centrale più forte e più uguale verso tutti; e come da un altro lato, secondo che le consorterie si scioglievano, aumentava il numero degli ambiziosi e degli audaci, i quali non avevano altro scopo, che d'essere primi e soli a comandare. Queste ambizioni, manifestandosi nel tempo appunto in cui il Comune era portato naturalmente verso la forma monarchica, costituivano un pericolo gravissimo; e così, come v'era stato un giorno nel quale si videro in Italia sorgere per tutto i Comuni, era adesso giunta l'ora in cui si vedevano per tutto sorgere i tiranni.

Il tiranno italiano però, con molti vizi, aveva una propria originalità di carattere, una vera importanza storica. A lui non era necessario discendere di nobile o potente famiglia, e neppure essere primogenito della sua casa. Un mercante, un bastardo, un venturiero qualunque potevano comandare un esercito, fare una rivoluzione, divenire tiranni, se avevano l'audacia e l'arte necessarie a riuscire. Le storie ci raccontano, a questo proposito, strane avventure, ed i novellieri italiani, che sì fedelmente descrivono i costumi del tempo, ridono spesso d'uomini da nulla, i quali si ponevano in mente di farsi tiranni, come quel calzolaio che, invece di fare scarpe, voleva, secondo narra il Sacchetti, «tor la terra a messer Ridolfo da Camerino.»[13]

Il secolo XV fu giustamente chiamato il secolo degli avventurieri e dei bastardi: Borso d'Este a Ferrara, Sigismondo Malatesta a Rimini, Francesco Sforza a Milano, Ferdinando d'Aragona a Napoli, molti e molti altri signori o principi erano bastardi. Nessuno di essi si sentiva più legato da alcuna convenzione o tradizione; tutto dipendeva dalle qualità personali di coloro che osavano tentare la fortuna, dagli amici e aderenti che sapevano guadagnarsi. Costretti ad impadronirsi del potere in mezzo a mille pericoli, contro mille emuli, si trovavano come in uno stato di guerra continua, nel quale tutto era permesso: nessuno scrupolo vietava la violenza, il tradimento ed il sangue. Il male, per questi tiranni, non aveva altri limiti se non quelli imposti dalla opportunità e dalla utilità personale; doveva essere un mezzo adatto a conseguire il fine desiderato. Di là da questi confini era non una colpa, ma una follìa indegna d'un uomo politico, perchè non portava alcun vantaggio. La loro coscienza non conosceva rimorsi, la loro ragione calcolava e misurava tutto. Ma una volta superate le difficoltà, e riusciti nell'intento, i pericoli non cessavano per questo. Bisognava lottare contro lo scontento fierissimo di coloro che, per lunga consuetudine, s'erano usati a non saper vivere senza partecipare al governo; contro le ire feroci di coloro che avevano anch'essi aspirato alla tirannide, ed erano stati prevenuti o vinti. Se colla forza si vinceva un tumulto popolare, i pugnali s'appuntavano nelle tenebre da ogni lato. E le congiure erano allora più crudeli, perchè assumevano il carattere di vendette personali; s'ordivano fra gli amici, nella famiglia stessa: si vedevano i più stretti parenti, anche i fratelli, contendersi il trono col ferro o col veleno. Così il tiranno italiano poteva dirsi condannato a riconquistare ogni giorno il suo regno; e pur di ottenere questo fine, esso credeva giustificato ogni mezzo.

In sì misero stato di cose, non bastavano il coraggio personale, il valor militare e una coscienza senza rimorsi; bisognava avere anche una grande accortezza, una fine astuzia, una profonda conoscenza degli uomini e delle cose, sopra tutto un perfetto dominio delle proprie passioni. Bisognava studiare i fenomeni sociali come si studiano i fenomeni della natura, non avere alcuna illusione, fondarsi solo sulla realtà delle cose. Bisognava conoscere a fondo il proprio Stato e gli uomini in mezzo ai quali si viveva, per poterli dominare; trovare la nuova forma di governo; riordinare, in mezzo alle rovine del passato, l'amministrazione, la giustizia, la polizia, le opere pubbliche, ogni cosa. Il potere, in sostanza, si concentrò allora tutto nel tiranno, e l'unità del nuovo Stato nacque come una creazione personale di lui. E con lui nascevano la scienza e l'arte di governo; ma si cominciava ancora a diffondere quella opinione, che divenne poi un errore assai generale e funesto, che cioè le leggi e le istituzioni siano un trovato dell'uomo politico, non già un resultato naturale della storia, dello svolgimento sociale e civile dei popoli. Pel Medio Evo lo Stato e la storia erano un'opera della Provvidenza, in cui nulla potevano la ragione e la volontà dell'uomo; pel Rinascimento, invece, tutto era opera dell'uomo, che se non riusciva, doveva dolersi prima di se stesso, e poi della fortuna, a cui si dava allora grandissima parte nel destino delle cose umane.

In un paese diviso e suddiviso come l'Italia, queste vicende si moltiplicavano e ripetevano per tutto; ed è facile immaginarsi quanto dovessero contribuire alla corruzione del paese, e in quanti modi diversi. Sorgevano i tiranni in mezzo alle repubbliche, ai papi, ai re di Napoli; e gelosi tutti gli uni degli altri, ricorrevano all'amicizia dei vicini o degli stranieri, cercando indebolire o dividere i nemici. Così le trame e gl'intrighi crescevano all'infinito; e nello stesso tempo si formava un intreccio singolare d'interessi politici, che moltiplicava le relazioni fra i diversi Stati; faceva sorgere in Italia la prima idea d'un equilibrio politico; dava alla nostra diplomazia un'attività, una intelligenza, un'accortezza meravigliose. Fu allora un tempo in cui ogni Italiano sembrava un diplomatico nato: il mercante, il letterato, il capitano di ventura sapevano presentarsi e discorrere ai re ed agl'imperatori con tutta la conoscenza delle forme convenzionali, con un acume ed una penetrazione che facevano restare ammirati. I dispacci dei nostri ambasciatori furono uno dei più grandi monumenti della storia e letteratura di quel tempo. Primeggiavano i Veneziani pel senno pratico e l'osservazione dei fatti, i Fiorentini per la eleganza del dire e l'acume con cui esaminavano, intendevano i caratteri; ma tutti gli altri erano emuli non indegni di quelli. L'arte del dire e dello scrivere divenne così una potenza formidabile, acquistò una importanza nuova fra gl'italiani.

Si videro allora dei soldati di ventura, che non si movevano per minacce, per preghiere o pietà, cedere ai versi di un erudito. Lorenzo dei Medici, andando a Napoli, persuadeva coi suoi ragionamenti Ferrante d'Aragona a smettere la guerra e fare alleanza con lui. Alfonso il Magnanimo, prigioniero di Filippo Maria Visconti, quando tutti lo credevano morto, fu invece liberato con onore, perchè, secondo il Machiavelli, aveva saputo persuadere a quel tiranno cupo e crudele, che gli tornava più conto avere gli Aragonesi che gli Angioini a Napoli, concludendo: Vuoi tu piuttosto soddisfare ad un tuo appetito che assicurarti lo Stato?[14] Nella rivoluzione promossa a Prato da Bernardo Nardi, questi aveva, secondo lo stesso Machiavelli, già messo il capestro al Podestà fiorentino per impiccarlo, quando si lasciò dagli accorti ragionamenti di lui persuadere a desistere, e così nulla più gli potè riuscire.[15] Simili fatti possono essere qualche volta esagerati o anche inventati; ma il vederli tante volte ripetuti e creduti, prova quali erano le idee e l'indole di quegli uomini.

Non è perciò da meravigliarsi, se anche i tiranni studiavano e proteggevano con sì grande ardore le arti, le lettere, la cultura sotto ogni sua forma. Non era solo un sottile accorgimento di governo, un mezzo per deviare dalla politica l'attenzione del popolo; era una necessità della loro condizione, un bisogno vero e reale del loro spirito. Una nota diplomatica abilmente scritta, un discorso accorto solevano risolvere le più gravi questioni politiche. A chi il tiranno italiano doveva il proprio Stato, se non al suo ingegno? E come poteva essere indifferente alle arti che lo educano e lo accrescono? Le più felici ore di riposo dagli affari di Stato, le passava tra i libri, i letterati e gli artisti. Il museo e la biblioteca tenevano per lui il posto che presso molti signori feudali del settentrione, tenevano la scuderia e la cantina; tutto ciò che poteva coltivare o ingentilire lo spirito era un elemento necessario alla sua esistenza; nel suo palazzo si formavano il perfetto cortigiano, la raffinatezza dei modi del gentiluomo moderno.

V'era però un singolare contrasto negli uomini di quel tempo, un contrasto che ci sembra spesso un enimma inesplicabile. Noi possiamo perdonare al Medio Evo, tanto diverso da noi, le sue selvagge passioni ed i suoi delitti, o almeno possiamo comprenderli; ma vedere degli uomini, che discorrono e pensano come noi; che sono rapiti con la più spontanea sincerità innanzi ad una Madonna del Beato Angelico o di Luca della Robbia, innanzi alle aeree curve dell'architettura dell'Alberti e del Brunelleschi; che si mostrano disgustati da ogni atto appena grossolano, da un gesto che non sia della più perfetta eleganza; e vederli abbandonarsi ai più atroci delitti, ai più osceni vizî; apparecchiare il veleno per cacciar dal mondo un rivale o un parente pericoloso, questo è quello che non comprendiamo. Era un periodo di transizione, in cui si direbbe che le passioni ed i caratteri di due età diverse si trovavano fra loro come innestati, per formare innanzi ai nostri sguardi una sfinge misteriosa, che ci maraviglia e quasi ci spaventa. Verso di essa noi siamo troppo severi, quando dimentichiamo che un secolo non può essere giudicato colle norme e i criterî di un altro.

Ovunque noi rivolgiamo lo sguardo, vediamo sotto forme diverse riprodursi i medesimi fatti. La milizia del secolo XV anch'essa non è più quella del Medio Evo, ma inizia la moderna, da cui pur tanto differisce. Al tempo dei Comuni, le guerre s'erano fatte con fanti leggermente armati: il mercante e l'artigiano ogni primavera indossavano la corazza, ed uscivano fuori delle mura a combattere i castelli baronali e le terre vicine, per poi tornare alle loro officine. Pochissima importanza aveva la cavalleria, formata il più dai nobili. Ma col tempo le cose mutarono affatto. Le guerre divennero assai più complicate, e la forza degli eserciti passò nella cavalleria pesante o, come dicevano allora, negli uomini d'arme. Ognuno di essi era seguito da due o tre cavalieri, che portavano la sua grave armatura, di cui egli ed il cavallo di battaglia si coprivano solo nel momento dell'azione, perchè era così pesante, che, se con essa cadevano a terra, non si rialzavano più senza aiuto. E questa specie di torre corazzata spingeva innanzi una lunghissima lancia, colla quale atterrava il fantaccino prima che esso, coll'alabarda o la spada, potesse recare alcuna offesa. Uno squadrone di tale cavalleria bastava a sbaragliare un esercito di fanti, fino a che la invenzione della polvere e il perfezionamento delle armi da fuoco non vennero più tardi a trasformar di nuovo l'arte della guerra. I Fiorentini se ne avvidero a Montaperti (1260), quando pochi cavalieri tedeschi uniti agli esuli ghibellini, posero in rotta il più forte esercito di fanti che si fosse mai visto in Toscana. Ed a Campaldino (1289) i fanti, per abbattere gli uomini d'arme, dovettero avanzarsi sotto i loro cavalli e sventrarli. Questo nuovo modo di guerreggiare riuscì funesto alle nostre repubbliche. L'uomo d'arme doveva educarsi con un lungo tirocinio, un esercizio continuo; come potevano l'artigiano ed il mercante avere il tempo da ciò? Eserciti stanziali non v'erano allora, e l'aristocrazia, che sola poteva educarsi a vivere nelle armi, era stata nei Comuni italiani distrutta. Che fare adunque? Si ricorse agli stranieri, e cominciarono i soldati mercenarî.

Fuori d'Italia l'aristocrazia era sempre potentissima, e però gli uomini che vivevano nelle armi, abbondavano: erano appunto nobili seguìti dai loro vassalli. Ogni volta che gli Angioini ritentavano la loro eterna impresa di Napoli, o gli Spagnuoli facevano qualche nuova scorrerìa, restavano, dopo la guerra, soldati e drappelli sbandati, che, vaghi d'avventure, cercavano e trovavano servizio presso i signori o le repubbliche. I primi arrivati furono subito di richiamo agli altri, perchè le paghe erano grosse, e lo straniero trovava più facile preda e vittoria, per la mancanza fra noi d'uomini d'arme. E cominciarono a formarsi le compagnie di ventura, che mettevano a prezzo la propria spada al maggiore offerente. Esse divennero subito minacciose, insolenti, e dettarono leggi ad amici ed a nemici. Ma gl'Italiani più tardi s'arrolarono alla spicciolata sotto queste bandiere, ed allettati da questo nuovo genere di vita, crebbero tanto di numero, e così bene riuscirono, che si provarono poi a costituire compagnie nazionali. Non mancava invero fra noi la materia per formare capitani e soldati. Che cosa dovevano fare tutti quei capi di parte, che erano stati vinti nei loro ambiziosi disegni da più ambiziosi o fortunati rivali? Essi correvano là dove trovavano rizzata una bandiera di ventura, e s'educavano alle armi, per comandare poi una squadra o una compagnia. I più piccoli tiranni, servendo sotto un capo di reputazione, o formando una compagnia, trovavano modo di difendere il proprio Stato e d'ingrandirlo. Quando una repubblica era vinta e sottomessa da un'altra, i cittadini che l'avevano governata e poi difesa invano, emigravano qualche volta in massa, per correre il mondo come soldati di ventura, e cercavano nell'armi quella libertà che avevano perduta in casa. Così fecero i Pisani, quando la loro repubblica cadde sotto i Fiorentini; così altri moltissimi. Il contado dava buon numero di soldati; ed alcune provincie, come la Romagna, le Marche e l'Umbria, dove il disordine era tale che gli uomini sembravano vivere di rapine, di vendette e di brigantaggio, furono addirittura un vivaio e mercato di capitani e soldati di ventura.

Queste compagnie non si possono dire una istituzione del Medio Evo, e neppure una istituzione moderna. Proprie d'un periodo di transizione, si compongono dei rottami di tutte le vecchie istituzioni, ora distrutte o cadenti, e sono una grande calamità; ma lo spirito del Rinascimento italiano si manifesta anche in esse, che ne ricevono e ne determinano sempre più il carattere. Le nostre, che subito cominciarono ad aver vittoria contro le straniere, specialmente quando Alberico da Barbiano creò la nuova arte della guerra, presero una forma, ebbero un carattere proprio e diverso dalle straniere. Queste, infatti, erano comandate da un Consiglio di capi, ognuno dei quali aveva molta autorità sopra i suoi uomini, che solevano essere, in parte almeno, suoi vassalli, i quali all'occorrenza lo seguivano, quand'egli voleva separarsi dagli altri. In Italia, invece, l'importanza e la forza della compagnia dipesero affatto dal valore e dal genio militare di chi la comandava e quasi la personificava; i soldati obbedivano alla volontà suprema del capo, senza però essere legati a lui da alcuna fedeltà o sottomissione personale, pronti ad abbandonarlo per un capitano più famoso o per una paga maggiore. La guerra divenne l'opera d'una mente direttrice, l'esercito fu unito dal nome e dal valore del capitano, la battaglia fu come una sua creazione militare.

Così si formò la scuola d'Alberico da Barbiano, cui tennero dietro quelle di Braccio da Montone, degli Sforza, dei Piccinini e di molti altri, gli uni formandosi sotto la guida e disciplina degli altri. Il capitano italiano creava la scienza e l'arte militare, come il principe creava la scienza e l'arte di governare. Nell'uno e nell'altro l'ingegno e la personalità si manifestavano in altissimo grado; nell'uno e nell'altro mancava quella forza morale, che sola può dare stabilità vera alle opere dell'uomo. Nella compagnia, più che altrove, il capitano era sciolto da tutti i vincoli convenzionali del Medio Evo; la sua fama e la sua potenza dipendevano unicamente dal suo valore e dal suo ingegno. Muzio Attendolo Sforza, uno dei più temuti capitani del suo tempo, divenuto anche gran contestabile del regno di Napoli, aveva in origine coltivato i campi, e cominciò la sua vita militare col custodire e condurre i cavalli. Il suo bastardo Francesco fu duca di Milano. Il Carmagnola, che comandò i più formidabili eserciti di Venezia, e fu signore di molte terre, era stato in origine guardiano di vacche. Niccolò Piccinini, prima di diventare capitano famoso, era stato ascritto all'arte dei macellai in Perugia. Nè ciò recava la più piccola maraviglia ad alcuno. La compagnia era il campo aperto all'attività individuale; in essa comandavano solo la forza, la fortuna e l'ingegno; non v'erano vincoli tradizionali nè morali di sorta. La guerra si faceva senza servire ad alcun principio, ad alcuna patria, passando, per danari o promesse, dall'amico al nemico. L'onor militare, la fede ai patti giurati, la fedeltà alla propria bandiera, tutto ciò era ignoto al capitano di ventura, che avrebbe trovato puerile e ridicolo il lasciarsi da questi ostacoli fermare nel cammino intrapreso a costituire la propria fortuna e potenza, unico scopo alla vita.

Sotto molti aspetti la sua sorte ed il suo carattere somigliavano a quelli del tiranno italiano. Alla testa di un'amministrazione complicata e difficile, doveva ogni giorno pensare a raccogliere nuovi soldati, per riempire i vuoti che facevano nelle sue file, non tanto il ferro nemico, quanto la continua diserzione, e trovare ogni giorno i danari, coi quali pagare, nella pace e nella guerra, i suoi uomini. Egli era in continua relazione cogli Stati italiani, per cercare condotte, avere danari colle minacce o colle promesse, dare ascolto a coloro che, con maggiori offerte, volevano levarlo al nemico. Pareva in sostanza quasi principe d'una città che si moveva di paese in paese, il che non la rendeva di certo più facile ad amministrare o governare; ed al pari del tiranno, viveva in continui pericoli, nella pace non meno che nella guerra. Egli era minacciato dalle gelosie degli altri capi di bande o compagnie; dalle ambizioni dei sottoposti, che spesso tramavano congiure contro di lui; dalla mancanza di condotte, che, lasciandolo senza danari, poteva sciogliere il suo esercito. La nessuna sicurezza della sua fede teneva gli Stati che serviva sempre in sospetto, e dal sospetto facilmente si passava alle vie di fatto, testimonî il Carmagnola e Paolo Vitelli, improvvisamente presi e decapitati, l'uno dai Veneziani, l'altro dai Fiorentini, alla testa dei cui eserciti combattevano. Singolare era poi vedere questi uomini, il più delle volte di bassa origine e senza cultura, circondati in campo da ambasciatori, e da poeti, da eruditi, che leggevano loro Livio e Cicerone, e nei propri versi li paragonavano sempre a Scipione, ad Annibale, a Cesare o Alessandro. Quando conquistavano per proprio conto una terra, o la ricevevano in cambio di servigi prestati, il che pur seguiva qualche volta, erano addirittura capitani e principi ad un tempo.

La guerra divenne allora per gli Stati italiani una specie di operazione diplomatica e finanziaria: vinceva chi sapeva trovare più danari, procurarsi più amici, meglio lusingare e pagare i capitani più reputati, la cui fedeltà si alimentava solo con nuovi danari o nuove speranze. Ma il vero spirito militare andò presto decadendo in questi soldati, che avevano oggi di fronte i compagni di ieri, coi quali potevano essere domani nuovamente uniti. Il loro scopo non era più la vittoria, ma la preda. Più tardi le compagnie di ventura scomparvero affatto cedendo il luogo agli eserciti stanziali, cui avevano apparecchiato la via; ma esse lasciarono dietro di loro la memoria di grandi calamità, durante le quali gl'Italiani dettero prova di molto ingegno e molto coraggio; fondarono la nuova arte della guerra; manifestarono una varietà infinita di attitudini e di qualità militari; produssero una gran moltitudine di capitani, e pure sbandarono indebolendo e corrompendo sempre di più.

Nelle lettere, meglio che altrove, si vede chiara la generale trasformazione che seguiva in quel tempo. Gli storici deplorano generalmente, e sembrano non comprendere per qual ragione gl'Italiani, dopo avere creata una così splendida letteratura nazionale con la Divina Commedia, il Decamerone ed il Canzoniere, deviassero dal cammino gloriosamente percorso, volgendosi alla imitazione degli antichi, disprezzando quasi la propria lingua, e rimettendo in onore l'uso del latino. Ma leggendo le opere di Dante, del Boccaccio, del Petrarca, si vede subito che aprirono essi la via per cui il secolo XV entrò. Nella Divina Commedia l'antichità riceve continuamente un posto d'onore, ed è quasi santificata da un'ammirazione senza limiti; nel Decamerone il periodo latino già trasforma e sconvolge il periodo italiano; il Petrarca è addirittura il primo degli eruditi. Chi poi paragona gli scrittori italiani del Trecento con quelli che compariscono sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI, s'accorge subito, che il tempo speso in questo mezzo sui classici, non è andato perduto. Leggendo infatti, non dirò i Fioretti di San Francesco e le Vite del Cavalca, ma il De Monarchia ed il Convivio di Dante, anche alcuni canti della Divina Commedia, noi dobbiamo come trasportarci in un altro mondo: l'autore assai di frequente ragiona ancora al modo scolastico, non osserva e non vede il mondo come lo vediamo noi. Se invece apriamo le opere del Guicciardini, del Machiavelli e dei loro contemporanei, troviamo degli uomini che, anche avendo opinioni diverse dalle nostre, pensano o ragionano come noi. La scolastica, il misticismo, l'allegoria del Medio Evo sono scomparsi per modo che sembra quasi se ne sia perduta la memoria. Siamo sulla terra, in mezzo alla realtà, con uomini che non guardano il mondo attraverso alcun velo fantastico di mistiche illusioni, ma con i propri occhi, con la propria ragione, senza essere schiavi d'alcuna autorità. E così vien fatto di chiedere: in che modo gli eruditi del secolo XV, tornando verso gli antichi, poterono scoprire un mondo nuovo, simili quasi, come fu detto, al Colombo che trovò l'America, cercando d'arrivare alle Indie per un'altra strada?

Il Medio Evo, per ridestare nell'uomo una nuova vita dello spirito, aveva disprezzato la vita terrena e la società civile; sottomesso la filosofia alla teologia, lo Stato alla Chiesa. Il reale gli sembrava utile solo come simbolo o allegorìa per esprimere l'ideale, la Città terrena solo come un apparecchio alla Città di Dio: si reagiva contro tutto ciò che era stata l'essenza del Paganesimo, l'ispirazione dell'arte antica. E così lo spirito umano restò chiuso nei sillogismi della scolastica, nelle nebbie del misticismo, nelle fantastiche e intricate creazioni della poesia cavalleresca e delle canzoni provenzali. Ma quando, come per uno slancio improvviso di nuova ispirazione, in mezzo alle libertà comunali, sorsero la poesia e la prosa italiana a descrivere gli affetti, le passioni reali e vere dell'uomo, il mondo del Medio Evo fu condannato a perire. Le vecchie forme, incerte e fantastiche, non resistettero più di fronte a quelle nuove analisi così precise, a quelle immagini così splendide e chiare, a quello stile, a quel linguaggio, in cui il pensiero trasparisce come attraverso purissimo cristallo. Ma questa letteratura, dando un nuovo indirizzo allo spirito umano, fece ben presto nascere anche bisogni nuovi, che essa non poteva tutti soddisfare. Il linguaggio poetico s'era già trovato, e s'erano avuti, in una forma ammirabile, la novella, il sonetto, la canzone ed il poema; ma il nuovo stile filosofico, epistolare, oratorio, storico mancavano affatto: il bisogno di trovarli diveniva irresistibile.

Lo scrittore del Trecento somigliava perciò assai spesso ad un uomo che, pure avendo buone gambe, si trovi in una via così piena di ostacoli e di pericoli, che non può camminar senza aiuto: di tanto in tanto egli s'appoggia novamente alle grucce della scolastica. Quando lo stesso Alighieri, nella sua Monarchia, discute se il Papa debba essere paragonato al sole, e l'Imperatore alla luna; se il fatto di Samuele che depose Saul, e l'offerta dei re Magi a Cristo bambino possano provare la dipendenza dell'Impero dalla Chiesa, chi non vede che egli ha ancora un piede nel Medio Evo? Leggendo la Cronica di Giovanni Villani, troviamo non solo uno scrittore molto chiaro, ma un osservatore acutissimo, cui nulla sfugge; un uomo pratico del mondo e degli affari. Tutto egli vede e registra: battaglie, rivoluzioni politiche e sociali, forme di governo, nuovi edifizî, quadri, opere letterarie, industria, commercio, tasse, entrate ed uscite della Repubblica, perchè egli comprende che di tutto ciò si compone la società umana, e che da ciò risulta la potenza e la prosperità degli Stati. Ma egli ci dà ancora come storie le più favolose e fantastiche leggende sull'origine di Firenze. E neppure una volta sola gli riesce di trovare la logica unità della narrazione storica, che connette i vari avvenimenti, e ne rende visibile il legame; il suo lavoro non esce perciò mai dai modesti confini della cronica. Ogni volta che lo scrittore del Trecento scrive di filosofia o di politica, ogni volta che compone una orazione o una lettera, egli è condannato a tornare fra quelle pastoie, che poco prima sembrava avere spezzate per sempre.

Bisognava dunque allargare lo stile; diffondere la lingua; renderla più universale, più duttile; trovare le nuove forme letterarie, che ancora mancavano ed erano divenute necessarie. Ma questo bisogno cominciava a sentirsi nel momento stesso in cui ogni giovanile e vigoroso incremento delle forze nazionali veniva contrastato dalle complicazioni politiche e sociali, che abbiamo più sopra accennate. Cominciava perciò a mancare quella forza creatrice che già aveva dato origine alla nostra letteratura, e sola poteva portarla al suo naturale compimento, facendole trovare le altre forme che essa cercava. Se non che, queste forme non sono mutabili a capriccio, sono determinate dalle leggi stesse del pensiero e della natura, ed erano state trovate la prima volta dai Greci e dai Romani, negli scritti dei quali serbano in eterno tutto il vigore, lo splendore e la originalità, che le opere dell'arte raggiungono solo nel momento della prima creazione. Il ritorno al passato si presentava quindi come un progresso naturale, necessario, e la grande relazione della cultura latina con la italiana lo faceva sembrare come un ritemprarsi alle prime sorgenti, un ritorno all'antica grandezza nazionale. I Greci ed i Latini presentavano inoltre agl'Italiani una letteratura ispirata alla natura ed alla realtà, guidata dalla ragione, non sottoposta ad alcuna autorità, non circondata da nessun velo allegorico, da nessun misticismo: imitarla era quindi un liberarsi affatto dal Medio Evo. E così tutto spingeva ora verso il mondo antico. La pittura e la scultura vi trovavano lo studio perfezionato delle forme umane, un disegno insuperabile; l'architettura vi trovava una costruzione più solida e meglio pieghevole ai varî bisogni della vita sociale; l'uomo di lettere, quel magistero di stile, di cui andava in cerca; il filosofo, l'indipendenza della ragione e l'osservazione della natura; il politico trovava nel concetto di Roma antica quella unità dello Stato, che non solo la scienza, ma la società stessa cercavano allora come un loro fine necessario. La imitazione dei Greci e dei Romani divenne perciò come una manìa, che s'impadronì rapidamente di tutti gli animi: i tiranni vollero imitare Cesare ed Augusto; i repubblicani, Bruto; i capitani di ventura, Scipione ed Annibale; i filosofi, Aristotele e Platone; i letterati, Virgilio e Cicerone; perfino i nomi stessi delle persone e dei paesi si mutarono in greci e romani.

Il Medio Evo conosceva certo molti degli antichi scrittori; per alcuni di essi ebbe anzi come un ossequio religioso. Ma la sua erudizione, salvo alcune eccezioni, era ben diversa da quel rinascimento che cominciava ora. Essa restringevasi ad un piccolo numero di scrittori latini, dei più recenti, i quali, meno lontani dalle idee cristiane, e vissuti sotto l'Impero, che sembrava dominare ancora la società umana, essere anzi immutabile ed immortale, erano quasi letti come scrittori contemporanei, e le loro opere venivano forzate, piegate a sostenere i concetti stessi del Cristianesimo. Virgilio profetizzava la venuta di Cristo; l'etica di Cicerone doveva essere identica a quella del Vangelo; ed Aristotele, conosciuto solo nelle traduzioni latine, alterato dai comentatori, era costretto a sostenere l'immortalità e spiritualità dell'anima, cui non aveva creduto. Ben diversi erano i desideri e i gusti del secolo XV. Esso non voleva trasformare in cristiano il mondo pagano; voleva anzi tornare a questo, che lo riconduceva dalla Città di Dio a quella degli uomini, dal cielo alla terra. Non gli bastava perciò la conoscenza di pochi scrittori più recenti; li voleva leggere tutti, ed i più lontani con più ardore, perchè obbligavano ad uno sforzo maggiore della mente, e facevano fare un più lungo viaggio intellettuale. Si cercarono, quindi, si disseppellirono ed illustrarono gli antichi codici, gli antichi monumenti con una febbrile attività, di cui non v'è altro esempio nella storia. Sembrava che gl'Italiani volessero non solo imitare il mondo antico, ma evocarlo dalla tomba, farlo rivivere, perchè in esso sentivano di ritrovare sè stessi, entrando come in una seconda vita: era un vero e proprio rinascimento. E non s'accorgevano punto che le loro imitazioni e riproduzioni venivano animate da uno spirito nuovo, che si andava svolgendo, dapprima invisibile e nascosto, per liberarsi poi a un tratto dalla sua crisalide, uscendo alla luce in una forma nazionale e moderna.

Così l'erudizione fu il mezzo con cui gl'Italiani seppero liberare sè stessi e l'Europa dalle pastoie del Medio Evo, non interrompendo, ma continuando e compiendo, sotto diversa forma, l'opera iniziata dagli scrittori del Trecento. Ma le nuove opere letterarie ed artistiche non furono il risultato d'una giovane e vigorosa ispirazione, sorta in una società come quella in cui visse Dante, piena d'ardore e di fede, tra forti caratteri e fiere passioni. Formate in un tempo, nel quale continuava una febbrile attività della mente, ma si spegnevano le più nobili aspirazioni del cuore umano, risentirono le conseguenze di un tale stato di cose. Si riescì mirabilmente in tutti quei generi nei quali la natura visibile, lo studio esteriore dell'uomo e delle sue azioni hanno parte principale. Le arti belle, plastiche sempre di loro natura, perderono l'epica grandezza di Giotto e dell'Orcagna, quella ispirazione religiosa che tanto si ammira nelle antiche cattedrali cristiane; ma, assimilando le forme classiche, che modificarono inconsapevolmente, s'ispirarono al genio greco, imitarono la natura, e la riprodussero nelle loro nuove e spontanee creazioni, circondate d'un velo etereo, con colori che hanno uno smalto, una freschezza, una fragranza inarrivabili. È un'arte che, innestando le forme cristiane e pagane, acquista una spontaneità e verginità nuova; resta una gloria immortale del secolo e dell'Italia, la manifestazione più compiuta del Rinascimento, da cui riceve ed a cui comunica il proprio carattere. La poesia fu del pari inarrivabile nelle descrizioni e riproduzioni del vero, che apparisce chiaro e preciso anche in mezzo alle più fantastiche creazioni del poema cavalleresco ed eroicomico. La scienza politica, che esamina le azioni umane nel loro valore obbiettivo ed esteriore, nelle loro pratiche conseguenze, quasi astraendo dal carattere morale che acquistano nella coscienza dell'uomo, e dalle intenzioni con cui vengono compiute, non solo fiorì del pari, ma fu la creazione più originale nella letteratura dei secoli XV e XVI.

Si lavorò con energia irrefrenabile; si cercarono e si trovarono tutte le forme letterarie; si ottenne una grande verità e facilità nella prosa e nella poesia; si crearono il linguaggio e lo stile oratorio, diplomatico, storico, filosofico; ma svaniva il sentimento religioso; s'infiacchiva il senso morale, ed il culto della forma cresceva spesso a scapito della sostanza, difetto che rimase per molti secoli nella letteratura italiana. Nel vedere questa prodigiosa attività intellettuale, che sotto mille forme diverse si riproduce sempre più ricca e più splendida, eppur sempre accompagnata da una sociale e morale decadenza, lo storico che studia quei tempi, resta sgomento, sentendosi come in presenza di una misteriosa contradizione, che fa presagire futuri guai. Quando il male che travaglia internamente questo popolo, verrà alla superficie, una catastrofe sarà inevitabile. Il lento e continuo avanzarsi di essa, in mezzo a tanto progresso intellettuale, è appunto la storia del Rinascimento. Per meglio comprenderla bisogna esaminare le cose anche più da vicino.

II. I PRINCIPALI STATI ITALIANI

1. — MILANO.

La prima trasformazione del Comune italiano che, per mezzo della tirannide, aprì la via alla costituzione dello Stato moderno, noi la troviamo a Milano. Divenuta centro d'una vasta agglomerazione di repubbliche e signorie, che interessi e gelosie diverse ora riunivano ed ora separavano, vide sorgere nel suo seno il dominio della famiglia Visconti, lacerata anch'essa da interni e sanguinosi dissidî. Nel 1378 si trovano di fronte Bernabò ed il nipote Giovan Galeazzo, più noto col nome di conte di Virtù. Ambedue ambiziosi e malvagi del pari, il primo era ciecamente dominato dalle sue passioni, e fu quindi preda del nipote, che sapeva dirigerle ad un fine premeditato. Questi riuscì nel 1385 a farlo con i figli mettere in prigione, donde non uscirono più vivi; e restato così solo, si pose con ardore all'opera di riordinare lo Stato, per liberarlo dall'anarchia.

In mezzo a mille nemici, egli non aveva un esercito, ed era anche privo di valor militare; ma accoppiava ad una grandissima astuzia una profonda conoscenza degli uomini ed un vero ingegno politico. Chiuso nel suo castello di Pavia, prese a stipendio i primi capitani d'Italia, ed i più accorti diplomatici, distendendo con questi le fila della sua tenebrosa politica in tutta la Penisola, che subito riempì d'intrighi e di guerre, dirigendo le operazioni militari dal suo gabinetto. Con un occhio sicuro ed una volontà pronta, egli riuscì a fare una vera ecatombe di piccoli tiranni nella Lombardia, unendosi con gli uni ad abbattere gli altri, per poi rivolgersi contro quelli che lo avevano aiutato, e impadronirsi dei loro Stati. Così formò il Ducato di Milano, di cui ebbe l'investitura dall'Imperatore. Estese poi il suo dominio sino a Genova, a Bologna, alla Toscana, e vagheggiava mettersi sul capo la corona d'Italia, dopo aver vinto Firenze, che già aveva esaurita con le continue guerre. Ma il 3 dicembre 1402 la morte venne a troncare tutti gli ambiziosi disegni.

Mirabile fu vederlo chiuso nelle mura del suo castello, gettarsi in tante guerre, che di là seppe dirigere e vincere fortunatamente. Nello stesso tempo egli creò ed ordinò un nuovo Stato. Occupazione principale del suo governo fu veramente imporre tasse, per alimentare le guerre incessanti; ma la giustizia veniva nei casi ordinarî bene amministrata, le finanze procedevano con ordine, e la prosperità cresceva. Le libere assemblee furono mutate in Consigli amministrativi e di polizia; ogni città ebbe un Podestà, eletto dal Duca, non più dal popolo; il Comune non fu più uno Stato, ma un organo amministrativo, come nelle società moderne; ed un collegio d'uomini autorevoli nella capitale rendeva già immagine dei nostri ministeri. Circondato da letterati ed artisti, iniziatore di molte opere pubbliche, fra cui i due più grandi monumenti della Lombardia, il duomo di Milano e la certosa di Pavia, ove dètte anche nuova vita e splendore alla università, egli fu uno dei primi principi moderni. Con lui le istituzioni del Medio Evo scompariscono affatto, e sorge l'unità del nuovo Stato. Questo fu però una creazione tutta personale del principe, che ebbe di mira solamente il suo interesse personale; e quindi con la sua morte la società ricadde ben presto nell'anarchia, lacerata dalle ambizioni dei capitani di ventura.

Più tardi Filippo Maria, figlio di Giovan Galeazzo, ripigliò in mano le redini del governo, per camminare sulle orme del padre. Egli aveva dovuto dividere il Ducato col fratello Giovanni Maria, uomo feroce, che faceva sbranare le sue vittime dai cani, di cui teneva perciò gran moltitudine; ma il pugnale dei congiurati venne a far vendetta, ed il 12 maggio 1412 Giovanni fu pugnalato in chiesa. Filippo era una copia peggiorata del padre, di cui non aveva l'ingegno politico; astuto, falso, traditore e crudele univa ad una grande conoscenza degli uomini un perfetto dominio delle sue passioni. Timido fino alla viltà, aveva la strana passione di gettarsi in guerre continue e pericolose, le quali conduceva scegliendo, con mirabile accortezza, i primi capitani d'Italia, che poneva gli uni in sospetto degli altri, per essere sicuro dalle loro ambizioni. Circondato di spie, chiuso nel suo castello di Milano, da cui non usciva mai, ingannò sempre e trovò sempre da ingannare; visse in continua guerra con tutti, e si salvò sempre dalle disfatte con l'astuzia. I Fiorentini furono da lui rotti a Zagonara nel 1424; dai Veneziani, che sempre combattè, fu più e più volte vinto; ma dopo paci non sempre accorte ed onorevoli, raccoglieva danari e ripigliava la guerra. Si gettò perfino nella contesa napoletana fra gli Angioini e gli Aragonesi, e riuscì a prendere prigioniero Alfonso d'Aragona, che poi liberò per non lasciar piena vittoria agli Angioini. In mezzo a questo grande turbinìo d'eventi e di nemici da lui provocati, riconquistò e riordinò lo Stato paterno, che tenne sicuro fino alla morte (1447), unicamente per mezzo della sua infernale astuzia.

Egli non aveva eredi legittimi, ma solo una figlia naturale, Bianca, il che aveva reso assai più pericolosa la sua condizione, essendo molti coloro che aspiravano a succedergli. Fra di essi v'era Francesco Sforza, tenuto in Italia il primo capitano del secolo, al cui aiuto il Visconti dovette di continuo ricorrere, trovandosi perciò inevitabilmente in balìa di lui. Questi era un leone che sapeva far la volpe, e Filippo Maria era una volpe che amava mettersi la pelle del leone. Così vissero ambedue lunghi anni, tendendosi a vicenda agguati, e conoscendo ognuno assai bene le intenzioni segrete dell'altro. Lo Sforza fu più e più volte sull'orlo d'una totale rovina, circondato dalle trame del Visconti, che poi invece lo aiutava. Nel 1441 davagli in isposa la propria figlia, e ne alimentava così le ambiziose speranze, per meglio valersene nelle guerre, salvo poi a ordir nuove trame contro di lui, che pur sapeva scamparne senza mai lasciarsi vincere dal desiderio della vendetta. Ed in questo modo, quando, dopo quasi mezzo secolo di regno, il Visconti moriva di morte naturale, lo Sforza si trovò abbastanza potente per riuscire nel disegno lungamente meditato d'impadronirsi del Ducato.

A una dinastia ne succede ora un'altra, ed il principato italiano si presenta a noi sotto un aspetto totalmente diverso. I Visconti erano stati una grande famiglia, e coll'astuzia, l'ardire e l'ingegno politico s'erano impadroniti del Ducato che avevano costituito; gli Sforza, invece, uomini nuovi, usciti di assai basso stato, s'aprirono la via colla spada. Muzio Attendolo, il padre di Francesco Sforza, era nato d'una famiglia romagnola, che viveva in Cotignola una vita di semi-brigantaggio e d'ereditarie vendette. Dicesi che la cucina della loro casa pareva un arsenale di guerra: tra i piatti e le padelle affumicate pendevano le corazze, i pugnali e le spade, che uomini, donne e bambini maneggiavano con uguale ardire. Ancora giovanetto, Muzio fu menato via da una banda di ventura, ed in breve tempo, raggiunto dai suoi, si pose alla testa d'una propria compagnia, e fu noto col nome di Sforza, datogli in campo. D'un coraggio, d'una forza e d'una volontà indomabili, più che un generale fu un soldato che si gettava nella mischia, e scannava i nemici colle proprie mani. D'indole assai impetuosa, commise spesso azioni da brigante, come quando trapassò con la spada Ottobuono III di Parma, mentre questi parlamentava col marchese d'Este. Eppure, sebbene andasse sempre da uno ad un altro padrone, portando scompiglio e desolazione per tutto, riuscì ad esser signore di molte terre, le quali tenne per sè e per coloro che lo avevano seguìto. Nel regno di Napoli, ai servigi della capricciosa regina Giovanna II, ebbe le sue maggiori e più strane vicende: prima generale, poi prigioniero, poi gran contestabile del regno, poi di nuovo in carcere, era per finire i suoi giorni miseramente, quando a Tricarico la sorella Margherita, con la spada in pugno e l'elmo in testa, spaventò per modo i messi reali, che ne ottenne la salvezza del fratello. Fu di nuovo comandante delle forze reali, e poi morì presso Aquila, affogando nel fiume Pescara, quando lo passava a nuoto, per incoraggiare i suoi a seguirlo nella vittoria, che pareva assicurata. E così compiè la vita, non meno agitata del mare, in cui il suo corpo andò finalmente a trovar sepoltura (1424).

Francesco suo figlio naturale, che aveva 23 anni, prese subito il comando delle schiere paterne, e le condusse di vittoria in vittoria, dimostrando un vero genio militare, una grandissima accortezza politica. Sempre padrone di sè, scatenava l'impeto indomito delle sue passioni solamente quando voleva. Servì il Visconti contro i Veneziani, i Veneziani contro il Visconti; attaccò il Papa, togliendogli la Romagna, ed emanando colà i suoi ordini: invitis Petro et Paulo; poi lo difese. Pel suo valor militare divenne l'uomo che tutti volevano a loro servigio, perchè pareva che senza di lui nessuno in Italia potesse vincere, sebbene vi fossero allora capitani come i Piccinini ed il Carmagnola. Ma in mezzo a tutte queste vicende, egli seppe tener sempre fermo l'occhio alla sua mira costante; e quando Filippo Maria morì, si vide subito in che modo il capitano di ventura sapeva mutarsi in uomo di Stato.

Milano aveva proclamato la repubblica; le città sottoposte s'eran ribellate; Venezia minacciava; i partiti interni si scatenavano. Egli offrì la sua spada in servigio della pericolante città, che credette d'aver trovato un'àncora di salvezza, ed invece fu poco di poi assediata dal suo stesso capitano, che il 25 marzo 1450 vi faceva l'ingresso trionfale, avendo già ordinata la propria corte. Il suo primo atto fu d'interrogare il popolo se, a difesa contro i Veneziani, volevano ricostruire la fortezza di porta Giovia, o mantenere piuttosto un esercito permanente in città. Votarono per la fortezza, che fu invece valido baluardo della tirannide contro il popolo. Amici e nemici, se temibili, furono subito imprigionati, spogliati di tutto, ed anche spenti senza esitare. Il territorio dello Stato fu riconquistato; i ribelli furono sottomessi; l'ordine, l'amministrazione, la giustizia dei tribunali ordinarî ristabiliti con maravigliosa rapidità. E in tutto ciò lo Sforza procedeva con la calma dell'uomo che si sente forte, e che vuole aver nome d'imparziale e giusto. Pure quando gli pareva opportuno, nessuno più di lui sapeva, per disfarsi d'amici o nemici, essere perfido e crudele.

La rivolta di Piacenza fu soffocata nel sangue dal suo fido capitano Brandolini. Arrivate le stragi al colmo, e pacificata ogni cosa, si vide con generale maraviglia il Brandolini messo in carcere come sospetto; poi fu trovato con la gola tagliata, e una spada spuntata e sanguinosa accanto. Si disse dal volgo, che il Duca aveva voluto disapprovare e punire le crudeltà eccessive del suo capitano; si disse invece dai più accorti che, dopo essersene servito, gettava via l'inutile strumento, perchè su di esso solamente cadesse l'odio del sangue versato. Nato e vissuto nella guerra, egli voleva ora essere un uomo di pace, e mirava unicamente a consolidare il proprio Ducato ne' suoi naturali confini, abbandonando del tutto gli ambiziosi e pericolosi disegni dei Visconti. E quando, dopo una guerra quasi generale, ma di nessuna importanza, i potentati italiani vennero l'anno 1454 ad una pace comune, egli seppe fare in modo da essere implicitamente riconosciuto da tutti, restando a lui anche il Bergamasco, la Ghiara d'Adda ed il Bresciano. Noto fra i più audaci e tumultuosi capitani di ventura, conosceva meglio d'ogni altro di che grande calamità essi erano agli Stati ordinati e pacifici; quindi fu tra coloro che più contribuirono, se non a farli scomparire del tutto, a far loro perdere assai della passata importanza, come già per forza naturale delle cose cominciava a seguire. Uno solo della vecchia scuola sopravviveva allora, Iacopo Piccinini, ed era veramente di quelli che, rizzando una bandiera, potevano mettere insieme un esercito pericoloso. Costui se ne viveva tranquillo a Milano, quando gli venne voglia d'andare a vedere le sue terre nel reame di Napoli, e fu dal Duca assai incoraggiato, sebbene ognuno sapesse quanto era inviso a Ferrante d'Aragona. Arrivato colà, venne accolto a braccia aperte dal Re, che lo condusse a vedere la reggia e poi lo mise in prigione, dove presto morì. Lo Sforza protestò, strepitò contro la violata fede; ma tutti credettero che, d'accordo con Ferrante, egli si fosse voluto liberare d'un incomodo vicino.

Francesco Sforza, dice felicemente uno storico moderno, era proprio l'uomo secondo il cuore del secolo XV.[16] Grande capitano ed accorto politico, egli sapeva fare a tempo la volpe ed il leone; sapeva, occorrendo, metter le mani nel sangue: ma quando ciò non era necessario, voleva invece giustizia imparziale, e si dimostrava anche generoso e pietoso. Fondò una dinastia; conquistò uno Stato, che lasciò sicuro e bene amministrato; costruì grandi opere pubbliche, come il canale della Martesana e l'ospedale maggiore di Milano. Si circondò d'esuli greci e d'eruditi italiani, e così la corte del già capitano di ventura divenne subito una delle più splendide d'Italia. Sua figlia Ippolita fu celebre pei discorsi latini, che tutti lodavano, esaltavano. Il famoso Cicco (Francesco) Simonetta, calabrese, uomo dottissimo e d'una fedeltà a tutta prova, fu il segretario del Duca; il fratello Giovanni ne fu lo storiografo; Francesco Filelfo, il poeta cortigiano, ne cantò le lodi nella Sforziade. Celebrato così in verso ed in prosa, col nome di giusto, di grande, di magnanimo, moriva il giorno 8 marzo 1466. Tutto aveva tentato ed in tutto era riuscito; i contemporanei lo credettero perciò il più grande uomo del secolo. Ma che cosa era lo Stato da lui definitivamente costituito? Una società in cui tutte le forze s'andavano rapidamente esaurendo; un popolo di cui il sovrano credeva poter fare tutto quello che voleva, materia plastica nelle mani d'un nuovo artista, il cui valore stava solo nel conseguire il fine propostosi, qualunque esso fosse. Nè i Visconti nè lo Sforza ebbero mai alcuna idea politica veramente grande e feconda, perchè essi non s'immedesimarono mai col popolo, ma lo fecero solo servire ai loro propri interessi. Furono maestri nel trovar l'arte di governo; ma non riuscirono a fondare un vero governo, perchè ne avevano colla tirannide disfatti gli elementi essenziali. Le funeste conseguenze di questa politica, che fu pur troppo la politica italiana del secolo XV, si dovevano ben presto vedere in tutta la Penisola, come si cominciarono a vedere in Milano dopo la morte del Duca.

Il figlio Galeazzo Maria, dissoluto e crudele, era di un'indole così triste, che fu perfino accusato d'avere avvelenato la propria madre. Credendo che al principe tutto fosse lecito e possibile, egli, in un secolo che omai si poteva dir civile, fece seppellir vivi alcuni de' suoi sudditi; altri condannò a morir fra torture crudeli, per frivoli pretesti, perdonando solo a coloro che si riscattavano con danaro. Dissipava tesori nelle feste in Milano e nelle cavalcate che faceva per tutta Italia, portando corruzione dovunque andava. Nè gli bastava corrompere le donne delle più nobili famiglie milanesi, che le esponeva egli stesso anche al pubblico disprezzo. Le istituzioni o la volontà popolare non potevano allora metter freno a questo cieco furore, perchè un popolo più non esisteva, e le istituzioni eran tutte divenute congegni atti solo a servir la tirannide. Ben vi pose fine una congiura delle più singolari e notevoli, in quello che può veramente dirsi il secolo delle congiure.

Girolamo Olgiati e Giannandrea Lampugnani, discepoli di Niccola Montano, che li aveva coi classici educati all'amore della libertà e all'odio della tirannide, ingiuriati dal Duca, deliberarono di vendicarsi, e trovarono in Carlo Visconti, per le stesse ragioni, un terzo compagno. S'infiammarono all'impresa colla lettura di Sallustio e di Tacito, si esercitarono tra loro a ferire colle guaine dei pugnali; e quando ebbero fissato ogni cosa pel 26 dicembre 1476, l'Olgiati, entrato nella chiesa di Sant'Ambrogio, si gettò ai piedi della immagine del Santo, pregandolo che non facesse fallire il colpo. Il mattino del giorno stabilito assistevano alle funzioni religiose nella chiesa di Santo Stefano, recitando una preghiera latina, espressamente composta dal Visconti: — Se tu ami la giustizia e odii l'iniquità, — dicevano al Santo, — sii favorevole alla magnanima impresa, e non ti adirare quando fra poco dovremo insanguinare i tuoi altari, per liberare il mondo da un mostro. — Il Duca fu ucciso, ma il Visconti ed il Lampugnani restarono vittime del furore del popolo, che volle vendicare il proprio oppressore. L'Olgiati fuggì e si nascose, ma fu di poi anch'egli preso e condannato all'estremo supplizio. Lacerato dalla tortura, evocava in suo aiuto le ombre dei Romani, e si raccomandava alla Vergine Maria; incitato a pentirsi, dichiarava che, se avesse dieci volte dovuto spirare fra quei tormenti, avrebbe dieci volte consacrato il sangue all'eroica impresa. Vicino a morire, componeva ancora epigrammi latini, rallegrandosi che riuscissero bene; e quando il carnefice gli era già accanto, le sue ultime parole furono: Collige te, Hieronyme, stabit vetus memoria facti. Mors acerba, fama perpetua.[17] Qui si vede che, se era spenta nel popolo ogni vera passione politica, in alcuni individui si mescolavano, nel modo più strano, sentimenti pagani e cristiani; l'amore della libertà con un odio personale, irrefrenabile e feroce; un'eroica rassegnazione alla morte con una sete inestinguibile di sangue, di vendetta e di gloria. I rottami di vecchi sistemi, gli avanzi di civiltà diverse si trovano mescolati insieme nello spirito italiano, e con essi s'apparecchia e si feconda il germe d'una nuova forma individuale e sociale, che ancora non è visibile ai nostri occhi. Poco di poi Lodovico il Moro, fratello del morto Duca, ambizioso, timido, irrequieto, usurpò il dominio al nipote Galeazzo, e per mantenere la male acquistata signoria, mise a soqquadro l'Italia intera, come avremo occasione di vedere, quando, dopo esaminate le condizioni dei varî Stati italiani, daremo uno sguardo generale a tutta la Penisola.

2. — FIRENZE.

La storia di Firenze ci conduce in mezzo a condizioni sostanzialmente diverse da quelle di Milano. A prima vista sembra che noi siamo in un gran caos di avvenimenti disordinati, dei quali non si possa comprendere nè la ragione nè il fine. Ma, esaminando poi le cose più da vicino, si ritrova un filo conduttore, e si vede come quella repubblica, attraverso una serie infinita di rivoluzioni, percorrendo tutte le forme politiche che il Medio Evo poteva conoscere, mirò costantemente al trionfo della democrazia, alla distruzione totale del feudalismo, scopo che conseguì cogli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella, l'anno 1293. Da quell'anno Firenze, divenuta una città di soli mercanti, non è più divisa in Grandi e popolani; ma in popolo grasso e popolo minuto, in Arti maggiori ed Arti minori. Le prime s'occupano della grande industria e del grande commercio d'importazione e di esportazione; le seconde s'occupano della piccola industria e del commercio interno della Città. Nasce da ciò una divisione, e spesso ancora una collisione d'interessi, da cui scaturisce la nuova formazione dei partiti politici. Quando si tratta d'ingrandire il territorio della repubblica; di combattere Pisa per tenersi aperta la via del mare, o Siena per assicurarsi il commercio con Roma; di respingere gli assalti continui e minacciosi dei Visconti di Milano, il governo cade inevitabilmente in mano delle Arti maggiori, più ricche, più intraprendenti, più audaci e capaci d'intendere e tutelare i grandi interessi dello Stato fuori de' suoi confini. Ma quando posano le armi e comincia la pace, allora subito le Arti minori, sospinte anche dall'infima plebe, insorgono contro la nuova aristocrazia del danaro, che, con le guerre e le tasse continue, le opprime, e chiedono maggiori libertà, più generale uguaglianza. Questo continuo avvicendarsi dura per più di un secolo, fino al tempo, cioè, in cui il territorio della repubblica si è costituito, e le interminabili guerre con Milano hanno termine. Allora diviene inevitabile il trionfo definitivo delle Arti minori, ed esse con la loro inesperienza, colle loro intemperanze, spianano la via alla tirannide dei Medici.

Ben s'illuderebbe, però, chi s'aspettasse di vederli salire al potere con le arti ed i mezzi adoperati dai Visconti e dagli Sforza. Colui che avesse in Firenze cominciato a torturare arbitrariamente i cittadini, a seppellirne vivo qualcuno, a farne sbranare qualche altro dai cani, come fecero i signori di Milano, sarebbe stato subito cacciato a furore di popolo dalle Arti maggiori e dalle minori unite insieme. L'importanza e l'originalità politica tutta propria dei Medici sta anzi in questo, che il loro trionfo è la conseguenza d'una condotta tradizionale, seguita da quella famiglia, per più di un secolo, con una costanza ed un'accortezza impareggiabili, per arrivare ad impadronirsi del potere senza ricorrere alla violenza. E l'essere a ciò riusciti in una città così accorta, così inquieta, così gelosa delle sue antiche libertà, è prova di un vero genio politico.

Sin del 1378, in mezzo all'incomposto tumulto dei Ciompi, noi troviamo la mano di Salvestro dei Medici, che, quantunque delle Arti maggiori, aiuta, eccita le minori a rovesciarne il potere, e acquista così una grande popolarità. Fallito quel tumulto, ricominciata la guerra, e quindi tornate le Arti maggiori e gli Albizzi al potere, noi vediamo Vieri de' Medici rimanersene tranquillo, pensando solo a far danari. Non cessò tuttavia di mostrarsi favorevole sempre al partito popolare, nel quale seppe acquistarsi tanta autorità da far dire al Machiavelli, «che se fosse stato più ambizioso che buono, poteva, senza alcuno impedimento, farsi principe della città.»[18] Vieri però conosceva meglio il suo tempo, e si contentò d'aspettare, agevolando la via a Giovanni di Bicci, che fu il vero fondatore politico della casa. Questi vide chiaramente, che trasformare colla violenza il governo non era possibile in Firenze, e che non avrebbe giovato gran fatto il salire, anche più volte, al potere, in una repubblica che mutava ogni due mesi i suoi principali magistrati. Non v'era che un mezzo solo per ottenere un predominio reale e sicuro: costituire e guidare un partito che avesse la prudenza e la forza di far continuamente entrare nei più importanti uffici della Repubblica i propri aderenti. E gli Albizzi s'avvidero subito che questo disegno cominciava a riuscire, perchè i loro avversari, nonostante il continuo ammonirli ed esiliarli, risultavano eletti in numero sempre maggiore. Invano cercarono di controminare l'opera di Giovanni de' Medici, col proporre inopportunamente leggi intese ad indebolire le Arti minori, perchè essi non potevano farle approvare nei Consigli senza l'aiuto del loro avversario, che invece le combatteva apertamente, e ne diveniva così sempre più potente appresso il popolo (1426). Egli, come afferma il Machiavelli, sostenne la legge del Catasto,[19] con la quale si ordinava che fosse riconosciuta e scritta la fortuna di ciascun cittadino, il che impediva che i potenti, tassando ad arbitrio, gravassero senza misura i più deboli. La legge fu vinta, l'autorità dei Medici ne crebbe sempre di più, e mentre essi salivano volando al principato, pareva invece che dessero solo una forma più popolare alla Repubblica. Questa fu allora e sempre la loro arte.

Quando nel 1429 Cosimo dei Medici, in età di quarant'anni, succedeva al padre, egli, che era per sè stesso uomo di grande autorità e fortuna, trovava la via già spianata dinanzi a sè. Aveva col commercio aumentato assai il ricco patrimonio avìto, e ne usava così largamente, imprestando o donando, che non v'era quasi uomo autorevole in Firenze, che, nei suoi bisogni, non ricorresse a lui e non lo trovasse pronto. Onde è che, senza mai uscire, in apparenza almeno, dalla modestia di privato cittadino, vedeva ogni giorno aumentare la sua potenza, e se ne valeva a demolire gli ultimi avanzi del potere degli Albizzi e de' loro amici. Il che li fece montare in tanto furore, che, levatisi a tumulto, lo cacciarono in esilio, non osando fare di peggio (1433). Ma Cosimo neppure allora perdette la sua calma prudente. Se ne andò a Venezia come un benefattore ripagato d'ingratitudine, e fu da per tutto accolto come un principe. L'anno seguente un tumulto popolare, favorito dal numero infinito di coloro che aveva beneficati o che speravano benefizi, cacciati gli Albizzi, lo richiamò a Firenze, dove essendo partito potente, tornò potentissimo, coll'animo irritato dal desiderio della vendetta. Abbandonò allora l'antica riserva, per mettere a profitto il momento opportuno. Senza spargere molto sangue, colle persecuzioni e gli esilî disfece addirittura il partito avverso, abbassando i potenti, tirando su uomini «bassi e di vile condizione.»[20] Ed a chi lo accusava di trascendere, rovinando troppi cittadini, soleva rispondere: coi paternostri non si governano gli Stati, e con poche canne di panno rosato si fanno nuovi cittadini e uomini da bene.[21]