426. Vedi la lettera XXVI nelle Opere, vol. VIII, pag. 93 e segg. In essa il Machiavelli, dopo aver detto all'amico Vettori come aveva composto il suo lavoro, aggiunge: «Filippo Casavecchia l'ha visto; vi potrà ragguagliare della cosa in sè, e de' ragionamenti ho avuti seco, ancorchè tutta volta io lo ingrasso e ripulisco.» Questa celebre lettera fu trovata nel codice LVIII, 47 della biblioteca Barberini di Roma, dove ha la data del 10 ottobre 1513, come nella prefazione (a pag. XXXVII) notarono gli editori delle Opere, che primi la pubblicarono, e come abbiamo noi stessi riscontrato. Ma essi poi, senza dirne il perchè, la stamparono invece con la data del 10 dicembre, e noi crediamo che abbiano avuto ragione. Francesco Vettori, nella sua del 24 dicembre, dice, la prima volta, d'averla ricevuta, e in una del 23 novembre, dice che l'ultima lettera del Machiavelli da lui ricevuta è quella del 26 agosto, nella quale si narra la favola del leone e della volpe. Vedi Appendice, doc. XXI.
427. L'opera non ha una vera e propria conclusione. Il Giunta, nella edizione del 1543, dice che il Machiavelli andava tuttavia correggendo il suo lavoro, e voleva portarvi nuove modificazioni.
428. Il secondo capitolo del Principe incomincia: «Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato, ecc.» Opere, vol. IV. pag. 2. E anche i Discorsi citano più volte il Principe. Nel capitolo I del libro II troviamo: «Sarebbesi da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal popolo romano nello entrare nelle provincie d'altrui, se nel nostro trattato dei principati non ne avessimo parlato a lungo, perchè in quello questa materia è diffusamente disputata.» Opere, vol. III, pag. 183. Nel cap. XIX del libro III, dopo aver detto che il principe deve guardarsi più dalla rapina della roba altrui che dal sangue, il Machiavelli aggiunge: «Come in altro trattato sopra questa materia s'è largamente discorso.» Ibidem, pag. 377. Nel capitolo XLII del libro III, dopo aver detto che i principi non osservano le promesse, quando mancano le cagioni che fanno promettere, continua: «Il che se è cosa laudabile o no, o se da un principe si debbono osservare simili modi o no, largamente è dimostrato da noi nel nostro trattato del Principe; però al presente lo taceremo,» pag. 437.
Il signor Carlo Gioda (Machiavelli e le sue opere, Firenze, Barbèra, 1874), a pag. 292, parlando della citazione che nel Principe si fa dei Discorsi, dice: «Questo periodo è stato, secondo l'Artaud, alterato, allorchè i Medici concessero che il libro venisse stampato; eppure non si trova nella copia del 1513, nel qual anno non aveva composto i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio; e dee averlo aggiunto parecchi anni dopo, cioè dopo averlo ingrassato e ripulito.» Ma io non so dove sia questa copia del 1513, in cui manca il periodo. Non lo dicono l'Artaud, nè il Gioda, nè altri. (Vedi Artaud, Machiavelli, son génie, etc., vol. I, pag. 285, nota 1). Del resto l'Artaud, cui si riferisce il Gioda, non ha nè molta autorità, nè molta esattezza. Le due più antiche copie del Principe, che ad alcuni sembrarono di mano del Buonaccorsi, si trovano, una nella Laurenziana (Plut. XLIV, cod. 32), l'altra nella Riccardiana (cod. 2603), e contengono ambedue il periodo citato. La prima lo ha in questa forma: «Io lascerò indrieto el ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai ad lungo.» La seconda dice: «Io lascerò indreto el ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne parlai a lungo.» Un'altra copia assai antica, che si trova nella Barberiniana di Roma, cod. LVI, 7, contiene del pari lo stesso periodo.
429. Nel cap. 23 del I libro (pag. 83) dei Discorsi, il Machiavelli cita un freschissimo esempio del 1515. Nel cap. 10 del II libro (pagina 213) parla della guerra tra i Fiorentini e il duca d'Urbino, seguìta nel 1517, ed osserva: «pochi giorni sono il Papa e i Fiorentini insieme non avrebbono avuto difficoltà in vincere Francesco Maria, nipote di papa Giulio II, nella guerra d'Urbino.» Nel capitolo XXIV dello stesso libro (pag. 217), parla di Ottaviano Fregoso, che disfece la fortezza di Genova, e che, assalito poi dai nemici, li respinse, il che avvenne nel 1521. Nel cap. 27 del libro III (pag. 396), alludendo alle fazioni che lacerarono Pistoia nel 1501, ed ai provvedimenti allora presi dai Fiorentini, dice: quindici anni sono. Queste parole dovrebbero quindi essere state scritte nel 1516. Tutto ciò prova che egli andò per parecchi anni ricorreggendo il suo lavoro.
430. Il signor Karl Knies, nel suo scritto intitolato: Der Pratriotismus Machiavelli's (Preussische Jahrbücher, fascicolo del giugno 1871), dopo avere osservato, che se il Machiavelli pensò male degli uomini, anche Martino Lutero e la Riforma cominciarono col non avere nessuna fede nella bontà umana, conchiude anch'egli col dire che uno stesso concetto dell'uomo trovavasi allora nella nuova politica e nella religione riformata.
431. Il Tommasini (II, 38-39) crede invece che il Machiavelli adoperi la parola virtù nel senso in cui l'adoperavano Galeno e i medici quando accennavano alla virtù del farmaco. Ed, insistendo sul paragone colla medicina, dice che chi questo non riconosce non può comprendere il sistema filosofico del Machiavelli. In una nota poi (pag. 39 nota 1) aggiunge: — Il Villari riconosce che pel Machiavelli la parola virtù significa sempre coraggio, energia così nel bene come nel male, ma ha torto di credere che tale significazione abbia soltanto «per lui», che alla virtù cristiana «dà piuttosto il nome di bontà.» —
Non mi fermo qui sopra una questione sulla quale più oltre discorro a lungo. Osservo solamente che il Machiavelli spesso deplorò che la religione cristiana spingesse alla mansuetudine mentre quella dei Greci e dei Romani inculcava invece l'energia ed il patriottismo. Nel Principe (cap. VII) egli parla della ferocia e virtù del Valentino. E io non so che altri molti facciano uso della stessa parola nello stesso significato.
432. Nella lettera già citata del Vettori, che non era poi un erudito, questi scriveva da Roma al Machiavelli, il 23 novembre 1513 (Vedi Appendice, documento XXI), che, per «passar tempo,» aveva raccolto: «Livio con lo epitome di Lucio, Floro, Sallustio, Plutarco, Appiano Alessandrino, Tacito, Svetonio, Lampridio, Sparziano, Erodiano, Ammiano Marcellino e Procopio.»
433. Fra coloro che si sono recentemente occupati delle fonti antiche del Machiavelli, va citato Georg Ellinger, Die Antiken Quellen der Staatslehre Machiavelli's. Tübingen, H. Laupp, 1888. Questo autore ha senza dubbio fatto molte ricerche, ed è venuto ad alcuni utili resultati; ma esagerandone l'importanza, ha recato danno al suo lavoro. Spesso infatti sembra attribuire il medesimo valore alle imitazioni di parole o di frasi, ed a quelle di dottrine e di idee. Si aggiunge poi che si ferma a notare non solamente imitazioni che egli stesso crede solo possibili, ma anche espressioni che il Machiavelli potè avere imitate non da uno, ma da molti autori, come potè anche non averle imitate da nessuno, perchè sono di quelle che era difficile allora non adoperare.
Il signor L. Arthur Burd, nella edizione da lui fatta del Principe, preceduta da una sua introduzione e da un'altra di Lord Acton, ha, in molte note e comenti, fatto anch'egli assai utili ricerche sulle antiche fonti del Machiavelli. Vedi Il Principe by Niccolò Machiavelli, edited by L. Arthur Burd. Oxford, at the Clarendon Press, 1891.
434. Infatti egli, che fu il primo a cercare nel Principe le imitazioni da Aristotele, dice: «Wenn die Wiederholungen aristotelischen Sätze von grosser Merkwurdigkeit sind, so sind die Abweichungen beinahe noch von einer grösseren.» Queste parole si leggono a pag. 169 della sua critica degli storici italiani del secolo XVI, messa in appendice all'opera: Geschichten der romanischen und germanischen Völker, pubblicata prima nel 1824, poi nel 1874 a Berlino. Nella seconda edizione il Ranke riconosce, assai più che nella prima, il valore affatto originale e indipendente del Principe.
Il Burd che più di tutti ha ricercato nel Principe le imitazioni dagli antichi, conchiude riconoscendone tutta l'originalità: «In any case, the value of The Prince is quite unaffected by its superficial resemblance to ancient writings.» Op. cit., pag. 173.
435. Il primo a sostener questa opinione fu il Leo, nella prefazione (pagina XX) alla sua traduzione delle lettere del Machiavelli. A proposito degli Svizzeri, dei quali il Machiavelli era grande ammiratore, il Vettori, gli scriveva il 20 agosto 1513: «Se voi leggerete bene la Politica e le repubbliche che sono state, non troverete che una repubblica come quella, divulsa, possa fare progresso.» Al che il Machiavelli rispondeva il 26 dello stesso mese: «Nè so quello si dica Aristotele delle repubbliche divulse; ma io penso bene quello che ragionevolmente potrebbe essere, quello che è, e quello che è stato.» Opere, vol. VIII. pag. 89 e 90. Il Leo da questa risposta deduce, che il Machiavelli non poteva allora aver letto la Politica di Aristotele, altrimenti avrebbe saputo che in essa non si parla, nè poteva parlarsi delle repubbliche divulse, e conclude che il paragone tra Aristotele e Machiavelli (fatto due anni prima, cioè dal Ranke nel 1824): «muss mit Bestimmtheit zurückegewiesen sein.» Vedi, Die Briefe des florentinischen Kanzlers und Geschichtschreibers Niccolò Machiavelli an seine Freunde aus dem Italienischen übersetzt von D.r H. Leo: Berlin, Dümmler, 1826. Ma in verità la conclusione che il Leo tira dalle premesse è arrischiata. Anche avendo letto la Politica, poteva il Machiavelli non ricordarsi bene se in essa parlava o no delle repubbliche divulse. Le due lettere provano però che l'opera di Aristotele era allora assai nota e diffusa.
Un altro scrittore più recente, che si è pure occupato delle relazioni fra Aristotele e il Machiavelli, crede che questi abbia conosciuto la Politica solo di seconda mano, non sapendosi altrimenti spiegare come mai egli, che tanto amava citare esempî storici, «non si sia almeno una volta» valso di quelli assai notevoli e adatti che si trovano nella Politica. E ne conchiude che, non ostante la somiglianza, «dürfen wir Rankes Behauptung, Aristoteles sei die Quelle für Machiavelli gewesen, nicht für bewiesen halten.» W. Lutoslawski, Erhaltung und Untergang der Staatverfassungen nach Plato, Aristoteles und Machiavelli. Breslau, Koebner, 1888, pag. 132-3.
436. Basta aprire la Politica di Aristotele per persuadersene. Vedi a questo proposito l'opera: Die Staatslehre des Aristoteles in historisch-politischen Umrissen von prof. Wilhelm Oncken, zwei Hälfte: Leipzig, Engelmann, 1870 e 1875. È dello stesso autore un opuscolo intitolato: Aristoteles und seine Lehre vom Staat. Berlin, 1870.
437. Queste idee che si posson dire elementari, si trovano nei trattati più noti. Vedi: Théorie générale de l'État par M. Bluntschli, trad. de M. A. de Riedmatten. Paris, Guillemain, 1877. Nel lib. I, cap. III, l'autore espone l'Histoire du développement de l'idée de l'État. E più estesamente ancora ragiona delle differenze che passano fra lo Stato del Medio Evo e quello dei tempi moderni, in un suo discorso: Ueber den Unterschied der mittelalterlichen und der modernen Staatsidee. Ein wissenschaftlicher Vortrag gehalten zu München, am 5 februar 1855. München, 1855. Vedi anche: Theodore D. Woolsey, Political Science or the State theoretically and practically considered. Part II, chap. I: Opinions on the Nature and Origin of the State: London, Sampson Low.
438. Roberto von Mohl, nel suo eccellente lavoro: Die Machiavelli-Literatur, che fa parte della sua grande opera: Die Geschichte und Literatur Staatswissenschaften (Erlangen, Enke, 1855-58, in tre volumi), dopo altre considerazioni sul Machiavelli, aggiunge: «Zweitens aber ist seine Methode eine treffliche. Seit Aristoteles war er wieder der erste, welcher die inneren allgemeinen Gründe der von der Geschichte erzählten, oder von ihm selbst erlebten und beobachteten Thatsachen aufzusuchen sich bemühte, und aus den einzelnen Erscheinungen auf die Ursache schloss. Diess ist allerdings noch nicht vollendete und am wenigsten systematische Wissenschaft, allein es ist die einzig richtige Grundlage für eine Erfahrungslehre, wie diess die Staatskunst ist oder wenigsten sein soll.» Vol. III, pag. 539.
439. Questo fu assai bene osservato dall'Oncken, che perciò appunto avrebbe, secondo noi, dovuto riconoscere più esplicitamente anche il cammino fatto dalla scienza politica nel Rinascimento.
440. Il Fabricius (4ª ediz.: Amburgo, 1793) cita (III, 309) una edizione s. l. et a. dell'Etica, della Politica e dell'Economia, tradotte dal Bruni, e dice: hanc editionem esse forte omnium primam, saltem ante annum 1477, a Io. Mentlim excusam. Altrove (III, 308) ricorda un'altra edizione: Aristotel. Politicorum, libri VIII, Leonardo Aretino interprete. Florentiae, 1478, in-fol. Dal 1480 al 90 molte nuove edizioni della Politica, tradotta dal Bruni e da altri, in diverse lingue, vennero alla luce in Italia e fuori.
441. Opere, vol. III, pag. 1.
442. Ibidem, vol. III, pag. 5.
443. Opere, vol. III, pag. 6-7. L'Ellinger, pag. 13, 14 e 15, crede che il concetto dell'importanza della storia il Machiavelli l'abbia trovato in Polibio, Dione Cassio, e Isocrate. Poteva aggiungere che si trova anche in Cicerone ed in altri. Ma qui si tratta di prendere, con nuovo metodo, la storia a base della scienza politica, ed è cosa, ci pare, assai diversa.
444. Discorsi, lib. I, cap. II.
445. La somiglianza che troviamo fra la successione dei governi quale è determinata nella Scienza Nuova e nei Discorsi, non deve meravigliarci, perchè l'una e l'altra teoria è cavata dalla storia di Roma, e sono ambedue suggerite da antichi scrittori. La teoria, del resto, è in parte ammessa anche dai moderni. Sir Henry Maine, nella sua opera, Ancient Law (London, Murray, 1878; cap. I, pag. 10-11), dice: «The proposition that a historical era of aristocracies succeded a historical era of heroic kings, may be considered as true, if not of all mankind, at all events of all branches of the Indo-European family of nations.» E poco prima aveva osservato, parlando degli ottimati, i quali successero ai re: «Unless they were prematurely overthrown by the popular party, they all ultimately approached very closely to what we should now understand by a political aristocracy.»
446. Vol. I, nota alla pag. 303 di quest'opera. Vedasi anche nell'Appendice a questo volume, il doc. XXII. Il professor Triantafillis, nel suo scritto, Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875, pag. 9 e seg.) riportò il frammento originale di Polibio, la traduzione italiana del dott. J. Kohen, ed il brano del Machiavelli, per dimostrarne di nuovo la grande somiglianza coll'originale greco, già notata dal Fabricius. Noi abbiamo più sopra citato il Cod. laurenziano (40 del Plut. 89 inf.), che contiene la traduzione latina fatta dallo Zefi dei brani (fra cui quello appunto sui governi) del libro VI di Polibio. Questa parte del Codice (c. 30 a c. 47) è dei primi del secolo XVI, come crede anche il Bandini, il quale dice che lo Zefi morì nel 1442. La seconda parte, da c. 48 in poi, sembra del secolo XVI inoltrato.
Recentemente il Tommasini (II, 165 e seg., nota 1) ha con diligenza confrontato il testo di Polibio, la traduzione dello Zefi e la traduzione o imitazione del Machiavelli, dimostrando come questi s'allontanasse spesso dall'autore greco, più fedelmente riprodotto dallo Zefi. Come abbiamo più volte osservato, il Machiavelli, nel valersi continuamente degli antichi, li riassumeva, e spesso anche li modificava, per meglio valersene a sostegno delle proprie idee.
447. Il prof. Crivellucci, nel suo breve scritto, Del Governo popolare in Firenze (1494-5), secondo il Guicciardini (Pisa, Nistri, 1877), a pag. 102 e seg., fa qualche giusta osservazione sul modo in cui allora si diffuse tra noi l'idea del governo misto.
448. Discorsi, lib. I, cap. VI.
449. Ibidem, cap. III.
450. Discorsi, lib. I, cap. IX.
451. Il prof. C. Schirren, nel suo discorso inaugurale, Ueber Machiavelli, fatto da lui come Rettore della Università di Kiel (1878), dice che la chiave del Principe si trova nel cap. 8 del libro I dei Discorsi: «Unter den vielen Schlüsseln zum System des Principe ist indess der einfachste in achtzehnten Capitel des ersten Buches der Discorsi gegeben» (pag. 8). Altri scrittori dicono lo stesso di altri capitoli della stessa opera.
452. Sebbene quello che diciamo qui sopra sia per sè stesso evidente, pure vogliamo riferire le parole che, a questo proposito, scrive uno storico assai autorevole. Lo Schwegler (Römische Geschichte, vol. I, cap. II, § 29) parlando dei Discorsi, osserva: «Die Schrift ist reich an den feinsten und treffendsten Wahrnehmungen im Gebiete der politischen Psychologie....; über die allgemeinen psychologischen Gesetze des Staats- und Völkerlebens werden darin höchst kluge und geistreiche Urtheile vorgetragen. Was dagegen dem Verfasser fehlt ist ein richtiger Begriff, eine objectivhistorische Anschauung des römischen Alterthums.... Eine eindringende, selbständige Kentniss des römischen Alterthums besitzt er nichts, daher sind seine Urtheile, z. B. diejenigen über Julius Caesar gar oft unhistorisch, und durch conventionelles Vorurtheil dictirt.» Questo difetto diviene naturalmente maggiore là dove Tito Livio ci dà solo tradizioni primitive. Quanto poi al giudizio dato su Cesare, poteva l'illustre tedesco, che tanto lo biasima, ricordarsi quello che di Cesare pensavano e dicevano quasi tutti fino al principio del secolo XIX.
453. Discorsi, lib. I, cap. XI e XII.
454. Discorsi, cap. XIV. Polibio, nel secondo frammento del libro VI, espone un concetto non molto diverso. Riferiamo le parole della già ricordata traduzione dello Zefi, che forse il Machiavelli ebbe sott'occhio. (Laurenz. 40, Plut. LXXXIX inf., f. 43v. Cfr. Polyb., Hist. (ed. Didot), col. 371, LVI, n. 6 e segg.): «Verum longe ab aliis differunt Romani, meliusque sibi consulere uidentur in iis quae ad Deorum praeceptionem pertinent. Quod enim despicitur apud alios, id mihi uidetur Rem romanam constituere, superstitionem dico. Usque adeo haec illis formidolosa est, atque ita in re tam priuata quam pubblica admittitur, ut supra fidem uideatur. Sed quod multis mirabile fit, hoc ego multitudinis causa puto introductum. Si enim ciuitas ex sapientibus uiris universa cogi posset, non erant forte eiusmodi ceremoniae necessariae. Cum uero plebs ipsa uarium et mutabile sit, refercta emormibus (sic) appetitionibus, temeraria indignatione uiolentique ira, restat ut incerto metu et id genus territamentis contineatur. Quapropter non temere uidentur nostri maiores Deorum cognitionem et inferorum commenta ad multitudinem detulisse. Multo illi inconsideratius faciunt nostra tempestate, qui haec deturbare expungereque conantur.»
455. Discorsi, lib. I, cap. XII, pag. 54-56.
456. Discorsi, lib. II, cap. II, pag. 188-9. Nell'opera di William E. H. Lecky, History of European Morals (in due volumi: Londra, Longmans, 1869), si trovano alcune pagine che si direbbero copiate dal Machiavelli. Il concetto fondamentale che il Lecky più volte espone a questo proposito, è certamente identico a quello dei Discorsi. «A candid examination will show that the Christian civilisations have been as inferior to the Pagan ones in civic and intellectual virtues, as they have been superior to them in the virtues of humanity and chastity. We have already seen that one remarkable feature of the intellectual movement that preceded Christianity, was the gradual decadence of patriotism, etc.» Vol. II, pag. 148.
457. Discorsi, lib. III, cap. XLI.
458. Abbiamo già detto che lo Schwegler biasima il Machiavelli per questo suo giudizio su Giulio Cesare; ed abbiamo aggiunto la nostra opinione in proposito.
459. Discorsi, lib. I, cap. X, pag. 46-48.
460. Tucidide (Didot), I, 22 e III, 82; Polibio (Didot), VI, 4 e 9. Lo stesso concetto si ritrova nella Poetica di Aristotele e nel De republica di Cicerone. E non senza ragione il Burd, pag. 208, dice a questo proposito: «Such ideas are indeed part of the classical prejudice of the Renaissance.»
461. Discorsi, lib. I, cap. XXXIX. Vedi anche libro III, cap. XLIII.
462. Prologo della Clizia; Asino d'oro, cap. V.
463. Questa, che può parere un'idea assai singolare, è stata ai nostri giorni sostenuta ampiamente dal Buckle.
464. È singolare che qui ricordi Roma e l'Impero d'Oriente, non la Grecia repubblicana, cui indirettamente accenna poco dopo. La vera, la grande antichità il Machiavelli la vedeva nella Repubblica e nell'Impero romano.
465. Discorsi, Proemio al II libro.
466. Discorsi, lib. III, cap. VIII.
467. Ibidem, lib. III, cap. IX.
468. Discorsi, lib. II, cap. 29, pag. 288. Grandissimo era il potere che, nelle cose umane, s'attribuiva allora alla fortuna. Qualche volta ho trovato pubblici documenti che incominciano: In nomine Domini; e dentro l'I maiuscolo è scritto: Fortuna in omni re dominatur.
469. Ibidem, lib. I, cap. XVI, pag. 65.
470. Ibidem, lib. I, cap. XVI, pag. 66.
471. Ibidem, lib. III, cap. III.
472. Discorsi, lib. I, cap. XVII.
473. Discorsi, lib. I, cap. XVIII, pag. 74-5.
474. Discorsi, lib. I, cap. LV.
475. Discorsi, lib. I, cap. XXV.
476. Ibidem, lib. I, cap. XXVI.
477. Ibidem, lib. II, cap. XXIII.
478. Discorsi, lib. III, cap. XXVII, pag. 397.
479. Discorsi, lib. I, cap. XXVII.
480. Ibidem, lib. II, cap. XIII.
481. Discorsi, lib. III, cap. XL.
482. Ibidem, lib. III, cap. VI.
483. Ibidem, pag. 316.
484. Discorsi, lib. III, cap. VI, pag. 331.
485. Discorsi, lib. II, cap. II, pag. 191.
486. Si vede che ora aveva mutato le sue idee intorno alle «repubbliche divulse,» delle quali gli parlava il Vettori, e che era alquanto diminuita la sua fede esagerata nella futura potenza degli Svizzeri.
487. Discorsi, lib. II, cap. IV.
488. Discorsi, lib. II, cap. XXI, pag. 257.
489. Invece di loro. È uno dei tanti idiotismi, che si trovano nel Machiavelli.
490. Discorsi, lib. II, cap. XXI, pag. 258.
491. Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, lib. VI, cap. VII, pag. 366.
492. Io credo che s'inganni l'Ellinger quando vuol vedere l'origine di questa teoria in Sallustio, Cat. II, là dove dice: «Nam imperium facile eis artibus retinetur, quibus initio partum est, verum ubi pro labore desidia, pro continentia et aequitate lubido atque superbia invasere, fortuna simul cum moribus immutatur. Itaque imperium semper ad optimum quemque a minus bono transfertur.» Sallustio dice che gl'imperi colla virtù si acquistano e si mantengono; il Machiavelli non parla qui solo di virtù o di vizî, nè d'impero, ma d'istituzioni e dei principii che le informano. Quando esse decadono, il miglior modo di correggerle è il ricondurle ai loro principii.
493. Discorsi, lib. III, cap. I.
494. Discorsi, lib. I, cap. LVIII.
495. Ibidem, lib. II, cap. II.
496. Ibidem, lib. III, cap. XXV, pag. 392-94.
497. Discorsi, lib. I, cap. XXXIV.
498. Ibidem, lib. I, cap. XXXV.
499. Ibidem, lib. I, cap. XL.
500. Discorsi, lib. II, cap. XXIV.
501. Discorsi, lib. I, cap. XXI, pag. 79, e lib. III, cap. XXXVIII, pagina 430.
502. Ibidem, lib. III, cap. XXIX, intitolato: Che gli peccati dei popoli nascono dai principi.
503. Non si può negare però che più di una volta egli osserva che dove c'è grande uguaglianza e amore alla libertà, ivi non è facile fondare un principato, come non si riesce a fondare una repubblica dove tali qualità fanno difetto. Occorrono allora mezzi violenti, e non sempre si ottiene l'intento.
504. Il Macaulay, nel suo eloquente Saggio sul Machiavelli, osserva: «The whole man seems to be an enigma, a grotesque assemblage of incongruous qualities, selfishness and generosity, cruelty and benevolance, craft and simplicity, abject villany and romantic heroism.... An act of dexterous perfidy and an act of patriotic self-devotion call forth the same kind and the same degree of respectful admiration. The moral sensibility of the writer seems at once to be morbidly obtuse and morbidly acute. Two characters altogether dissimilar are united in him. They are not merely joined, but interwoven.» Macaulay's Essay, Leipzig, 1850, vol. I, pag. 63. Dei meriti e difetti di questo lavoro parleremo altrove.
505. Tutto ciò fu con molta verità e dottrina esposto anche dal prof. Andrea Zambelli nelle sue belle considerazioni sul Principe, ripubblicate nel volume: Machiavelli, Il Principe, ecc. Firenze, Le Monnier, 1857. Ma l'autore, come vedremo, fu di quelli che spiegano tutto coi tempi. Egli sembra credere, che a giustificare il Machiavelli e l'Italia del Rinascimento, basti provare che il resto dell'Europa era corrotto del pari, e seguiva una politica non meno immorale.
506. Bryce, The Holy Roman Empire. London, Macmillan, 1866, cap. XV, pag. 287.
507. Vedi Sir Henry Main, Ancient Law, cap. III e IV. London, Murray, 1878, settima edizione.
508. Machiavelli, Storie, nelle Opere, vol. I, pag. 166.
509. «He who begins to read the history of Middle Ages, is alternately amused and provoked by the seeming absurdities that meet him at every step. He finds writers proclaiming amidst universal assent magnificent theories, which no one attempts to carry out.» La divergenza fra la teoria e la pratica è stata sempre grande, osserva lo stesso scrittore, ma nel Medio Evo «this perpetual opposition of theory and practice was peculiarly abrupt. Men's impulses were more violent and their conduct more reckless than is often witnessed in modern society, while the absence of a criticizing and measuring spirit made them surrender their minds more unreservedly than they would now do, to a complete and imposing theory.» Bryce, The Holy Roman Empire, pag. 145-46.
510. «Le prince, quand une urgent circonstance, et quelque impetueux et inopiné accident du besoing de son estat luy faiet gauchir sa parole et sa foy, ou aultrement le iecte hors de son debvoir ordinaire, doibt attribuer cette necessité à un coup de la verge divine: vice n'est ce pas, car il a quitté sa raison à une plus universelle et puissante raison; mais, certes, c'est malheur; de manière qu'à quelqu'un qui me demandoit: — Quel remède? — Nul remède, feis ie, s'il feust véritablement gehenné (tourmenté) entre ces deux extrèmes, sed videat ne quaeratur latebra periurio. Il le falloit faire; mais s'il le feit saus regret, s'il ne luy greva de le faire, c'est signe que sa conscience est en mauvais termes.» — Montaigne, Essais, vol. IV, lib. III, cap. I, pag. 351-2: Paris, Tardieu-Denesle, 1828.
511. Chi vuol vedere quanto sia incerta ancora la scienza moderna su tal questione, può leggere un trattato qualsiasi di politica. Citeremo quello del dottor Holtzendorff (Die Principien der Politik. Berlin, 1869) e specialmente ciò che si legge a pag. 151 e segg., nel capitolo intitolato: Das Verhältniss der Moral zur Politik. L'autore, al solito, combatte il machiavellismo come immorale; riconosce però che la morale politica è diversa dalla privata; insiste sulle loro relazioni, sui comuni principii, e combatte ogni immoralità in politica. Ma poi si presentano (a pag. 175) alcune Streitfragen, nelle quali ricomparisce l'opposizione, che egli non riesce a spiegare.
512. Citiamo a questo proposito alcune brevi e chiare osservazioni del dottor Bluntschli, nel suo scritto intitolato: Über den Unterschied der mittelalterlicher und der modernen Staatsidee. Ein wissenschaftlicher Vortrag. «Indem das Mittelalter von Gott aus den Staat betrachtete, konfundirte es noch vielfache Politik und Religion, Staat und Kirche (pag. 10).... Die heutigen Streitigkeiten zwischen dem Staat und der Kirche sind daher unbedeutend im Vergleich mit denen des Mittelalters (pag. 15). Das Mittelalter vermengte ferner öffentliches und Privatrecht: wiederum eine natürliche Folge seines Gedankenganges.... Daher vermischten sich die beiderlei Rechte in der Vorstellungen und in den Institutionen. Daher nahm das Mittelalter keinen Anstoss daran, dass alle öffentlichen Aemter mit dem Grundbesitz verbunden wurden, und erblich von Vater auf Sohn überging wie diese» (pag. 16-17). Tutto questo è quello appunto che il Machiavelli mirava a distruggere, per arrivare ad un chiaro concetto dello Stato moderno.
513. «The full grandeur of his indomitable will, his large and patient statemanship, the loftiness of aim which lifts him out of his age, had still to be disclosed. But there never was a moment from his boyhood when he was not among the greatest of men.... His vengeance had no touch of human pity. William tore out the eyes of the prisoners he had taken, cut off their hands and feet, and flung them into the town. At the close of his greatest victory he refused Harold's body a grave.» J. R. Green, A short history of the English People. London, Macmillan, 1878, a pag. 71-72.