514. «Machiavelli hat gesündigt, aber noch mehr ist gegen ihn gesündigt worden.» Mohl, op. cit., pag. 541.
515. Guicciardini, Opere inedite, vol. I: Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sulla prima Deca di Tito Livio. Esse si riferiscono ai ventotto capitoli del primo libro dei Discorsi, al proemio ed ai sette capitoli del secondo libro, e finalmente ai tre capitoli del terzo libro. Vedi la Considerazione sul cap. I del lib. I dei Discorsi.
516. Considerazione sul cap. IX del lib. I dei Discorsi.
517. Considerazione sul cap. X del lib. I dei Discorsi.
518. Considerazione sul cap III del lib. I dei Discorsi.
519. Considerazione sul cap. XVI del lib. I dei Discorsi.
520. Considerazione sul cap. XXVI del lib. I dei Discorsi.
521. Considerazione sul cap. XIII del lib. II dei Discorsi. — A sempre meglio provare, che non pochi erano allora quelli che non osavano arrivare fino alle ultime conseguenze che il Machiavelli tirava dalle sue premesse, anzi spesso lo biasimavano, diamo in Appendice, documento XXIII, lo scritto di un fratello di Francesco Guicciardini. Esso ci è stato, durante la stampa, comunicato dall'amico A. Gherardi, cui ne rendiamo le dovute grazie; e conferma ancora, che il concetto del Principe trovavasi in germe nei Discorsi. Infatti l'autore, facendo la critica di un capitolo dei Discorsi (lib. I, cap. 25), è indotto a fare, nello stesso tempo, quella del Principe.
522. Considerazione sul cap. IV del lib. I dei Discorsi.
523. Considerazione sul cap. XL del lib. I dei Discorsi.
524. Considerazione sul cap. V del lib. I dei Discorsi.
525. Considerazione sul cap. LVIII del lib. I dei Discorsi.
526. Considerazione sul cap. XLIX del lib. I dei Discorsi.
527. Considerazione sul cap. XXIV del lib. II dei Discorsi.
528. Considerazione sul cap. XXIV del lib. II dei Discorsi.
529. Considerazione sul cap. XII del lib. I dei Discorsi.
530. Quando furono pubblicate le Opere inedite del Guicciardini, il Cavour cominciò subito a leggerle, e poi disse ad un amico: — «Questi era un uomo che conosceva veramente gli affari, e li conosceva assai meglio del Machiavelli.» — Anche Gino Capponi soleva insistere, nei suoi familiari colloqui, come fa pure nella sua Storia, sulla superiorità pratica del Guicciardini, e sulla più sicura conoscenza che questi aveva degli uomini. A lui sembrava che gli scritti del Machiavelli «non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè, le avesse fatte più che guardate.... Parve a me sempre, che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l'uomo; gli conoscesse per quello che fanno in comune, e che importa alla vita pubblica; ma non gli guardasse e intendesse per quello che sono ciascuno in sè stesso e in casa e in famiglia, le quali cose fanno ostacoli, ai quali non pensano gl'ingegni speculativi, ma bene gli sentono i veri pratici del governo.» Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 65. Bisogna però osservare, che il Machiavelli voleva studiare la vita politica e non la privata; i popoli, i governi e i principi, non l'individuo o la famiglia. Fu anzi il primo a distinguere chiaramente i due ordini di ricerche, il che era pur necessario allora.
531. Questa villa si trova a poco meno di sette miglia toscane da Firenze, sulla strada Romana, circa tre miglia prima d'arrivare a San Casciano in val di Pesa, in un luogo chiamato Sant'Andrea in Percussina. Assai piccola e modesta, porta anche oggi il suo antico nome l'Albergaccio, ed è divenuta in gran parte abitazione d'un fattore. Pervenne alla famiglia Serristori insieme coi poderi annessi, i quali costituivano quasi tutto il paululo patrimonio del Machiavelli, e conservano anch'essi i loro antichi nomi. Ippolita Machiavelli (in cui s'estinse la famiglia di Niccolò) figlia di Alessandro di Bernardo di Niccolò, andò in moglie (1610) a Pierfrancesco de' Ricci, e la loro figlia Cassandra sposò (1639) in seconde nozze il senatore Antonio Serristori, matrimonio da cui nacque (1647) Luigi Serristori che così ereditò i beni del Machiavelli.
Nell'interno della villa si legge:
NICCOLÒ MACHIAVELLI
ABITÒ QUESTA SUA VILLA NELL'ANNO 1513.
L'anno 1869 il Comune di San Casciano pose sul muro esterno della villa quest'altra iscrizione dettata dal prof. Atto Vannucci:
A NICCOLÒ MACHIAVELLI
CHE QUI MEDITÒ E PROPUGNÒ LA LIBERAZIONE d'ITALIA
SCRIVENDO LE SUE OPERE IMMORTALI
SULL'ARTE DI REGGERE E DIFENDERE CON ARMI PROPRIE GLI STATI
IL COMUNE DI SAN CASCIANO
POSE QUESTA MEMORIA
NEL IV CENTENARIO DELLA NASCITA
DEL GRANDE STATISTA ITALIANO.
Anche il testamento del Machiavelli dice chiaro che la sua villa e i suoi poderi erano in Sant'Andrea in Percussina, e il documento in cui sono minutamente descritti i suoi beni, cioè la Portata davanti agli ufficiali del Catasto, pubblicata nel primo volume delle Opere (P. M.), pag. LV, conferma che la villa modestissima dal Machiavelli abitata, era in Sant'Andrea in Percussina. A Sant'Angelo in Bibbione, dove possedeva un altro ramo della famiglia, trovasi un antico e grandioso castello, che certo non poteva essere la modestissima villa del Machiavelli, come vorrebbe far credere una tradizione ancora vivente colà (Fanfulla della Domenica, 30 novembre, 1879). Vedi anche nel Dizionario geografico, fisico, storico del Repetti, l'articolo Percussina (Sant'Andrea in).
532. Il Principe, cap. XIII. Il Tommasini osserva che il Machiavelli qui non parla in genere, ma allude al caso speciale delle milizie ausiliari e mercenarie. Nel Principe, egli aggiunge, molti sono gli esempi tratti dalla storia antica. Ed è vero. Forse la mia espressione era in questo luogo troppo assoluta; l'ho perciò attenuata, aggiungendo le parole qualche volta. Non è però men vero che, pur citando gli esempi antichi, che io stesso ho di continuo ricordati, il Principe è tutto animato dallo spirito del Rinascimento, e sostanzialmente ispirato da uomini vissuti, da fatti avvenuti in quel tempo. Una prova, fra le molte altre, se ne ha nelle frequenti allusioni al Valentino ed ai Borgia.
533. Assai giustamente, a questo proposito, il Ranke osserva: «Alles aber hat erst dann wahrhaft Hand und Fuss, wenn er auf seine eigne Zeit zu reden kommt.» Pag. 165.
534. Ciò apparisce chiarissimo anche dalle lettere che di là scrisse il Guicciardini nel 1516, quando andò governatore dell'Emilia. Vedi la sua Legazione dell'Emilia nelle Opere inedite, vol. VII; e la monografia del signor Giovanni Livi, Il Guicciardini e Domenico d'Amorotto (Nuova edizione: Bologna, Romagnoli, 1879). Merita qui di essere pure ricordato lo scritto di A. Geffroy: Une Autobiographie de Guichardin d'après ses œuvres inédites. (Extrait de la Revue des Deux Mondes, 1er février 1874).
535. Qui le stampe dicono Monsignore..., e manca il nome. È certo però che il Machiavelli vuol parlare di messer Rimino o Ramiro d'Orco come lo chiamava, ma che si firmava Remigius de Lorqua.
536. Lettera XL nelle Opere, vol. VIII.
537. Il Baumgarten, a pag. 525 della sua Geschichte Karls V, vol. I (Stuttgart, Cotta, 1885), non osservando che, anche nella prima edizione del mio libro (II, 364), io dicevo che di quel disegno parlavasi, nel gennaio del 1515, di nuovo e con maggiore insistenza, trova naturalmente assurdo che un fatto, il quale egli suppone la prima volta seguìto nel 1515, potesse avere ispirato un libro che, come io stesso poco dopo dicevo, era stato già scritto nel 1513. Ma l'errore è nato dal non essersi egli accorto che il fatto, o piuttosto discorso ripetuto nel 1515, era assai più antico, come avevo notato anche a pag. 362. Nell'esame che farò della critica del Baumgarten, risponderò all'accusa, che egli muove a me ed al prof. Ranke, circa la impossibilità (secondo lui) che un libro, ispirato da un fatto particolare, con uno scopo pratico determinato, possa avere anche un carattere scientifico e generale.
538. Questa lettera, citata nella Storia di Carlo V del Baumgarten (vol. I, pagina 526), trovasi in parte pubblicata nei Manoscritti Torrigiani, ecc., Arch. Stor. It., serie III, vol. XIX, pag. 231. — Il Tommasini (II, 105, nota 3) la pubblica intera nell'Appendice VIII. Mi era sfuggita nella prima edizione di quest'opera; la ricordai nella seconda.
539. Cricca, giuoco di carte; tric trac, giuoco di dadi.
540.
che non fa scienza
Senza lo ritenere, avere inteso.
Paradiso, Canto V, 41-42.
541. Anche queste parole han dato occasione a molte dispute sul vero titolo del libro. È assai probabile che, quando il Machiavelli scriveva la sua lettera, non avesse ancora fissato il titolo preciso che voleva dare al suo lavoro. Nei Discorsi lo chiamò prima (lib. II, cap. I, pag. 183) il «nostro trattato dei Principati,» e poi (lib. III, cap. XLII, pag. 437) il «nostro trattato del Principe,» titolo che esso ebbe quando, dopo la morte dell'autore, fu nel 1532 la prima volta pubblicato. Si è anche fantasticato per indovinare da quale autore greco o romano il Machiavelli avesse preso, imitato questo titolo; quale ne fosse la fonte. Ma è un titolo che somiglia a quello di tanti altri libri scritti da S. Tommaso in poi sullo stesso soggetto (De Monarchia, De Regimine principum, De Principe, Institutio principis, etc.), che parmi inutile andarsi su di ciò stillando il cervello. Io non credo neppure che i Discorsi d'Isocrate o il Ierone di Senofonte abbiano ispirato il Principe, come si è qualche volta supposto. Basta un paragone anche superficiale per convincersene. Il concetto fondamentale è sostanzialmente diverso.
542. Il Casavecchia era stato già commissario della Repubblica a Barga, Fivizzano ed altrove, donde aveva scritte più lettere al Machiavelli, alcune delle quali abbiamo pubblicate nell'Appendice.
543. Da quanto abbiam visto precedentemente, l'Ardinghelli, tenuto uomo molto intrigante, non doveva esser punto amico del Machiavelli.
544. Opere, vol. VIII; lettera XXVI, del 10 dicembre 1513.
545. Lettera del Vettori, in data 18 gennaio 1514. Vedi anche la lettera precedente dello stesso, in data 24 dicembre 1513. Le diamo ambedue in Appendice, documento XXI.
546. Vedi in Appendice, doc. XXI, le lettere del Vettori più volte citate.
547. Vedi la lettera nelle Opere, in principio del vol. IV.
548. Io non ho accettato, ho anzi combattuto la conclusione, cui volle venire il Triantafillis, che il Machiavelli conoscesse il greco (Vedi Appendice, documento XXII). Debbo perciò tanto maggiormente riconoscere che, se prima il Cristio aveva notato le imitazioni da Polibio, ed il Ranke quelle da Aristotele, spetta a lui il merito di aver primo iniziato nuove ricerche per scoprire gli altri autori greci di cui il Machiavelli si valse. Dopo di lui l'Ellinger le estese, occupandosi anche delle imitazioni dai molti autori latini. Il Burd finalmente le continuò con grandissima diligenza, tanto che potè darci (p. 172) un elenco di tutti gli autori greci e latini che il Machiavelli ricorda nelle sue opere, aggiungendovi ancora quelli di cui fece uso senza citarli. Fra questi sono principalissimi, come era già noto, Polibio, del quale molto si valse nei Discorsi, e Vegezio, De re militari, che fu la principal fonte dell'Arte della Guerra.
Gli autori che cita sono: Livio, Tacito, Cicerone, Cesare, Sallustio, Quinto Curzio, Svetonio, Terenzio, Tibullo, Ovidio, Giovenale, Ausonio, Virgilio, Plutarco, Diodoro Siculo, Erodiano, Aristotele, Tucidide, Senofonte, Procopio, Giuseppe Flavio. Quelli di cui poco o punto ricorda il nome, ma dei quali si valse, sono, secondo il Burd: Polibio, Vegezio, Giustino, Seneca (De Clementia), Plauto, Orazio, Erodoto, Isocrate, Diogene Laerzio e forse Plinio (Panegyricus).
Ripetiamo però, come già notammo altrove, che dopo tutte queste ricerche, il Burd conclude giustamente che il Principe (e lo stesso si può dire dei Discorsi) is quite unaffected by its superficial resemblance to ancient writings: it still remains an original work.
549. Questa ipotesi fu, tra gli altri, messa innanzi dal Triantafillis e dal Lutoslawski. Non è però in nessun modo accettabile l'idea che il Machiavelli conoscesse gli Excerpta del Porfirogenito (Vedi Appendice, doc. XXII).
550. Il Principe, cap. II, pag. 2.
551. Il Principe, cap. III.
552. Il Principe, cap. V.
553. Ibidem, cap. VI.
554. Per questi particolari vedi anche i Discorsi, lib. III, cap. XXIX.
555. Il Principe, cap. VII.
556. E. Alvisi, Cesare Borgia, Duca di Romagna. Imola, Galeati, 1878.
557. Il Principe, cap. VII.
558. Il Triantafillis sostenne, che pel racconto di questi fatti il Machiavelli si valse di Diodoro Siculo e di Polibio, i quali avrebbe letti nell'originale greco; ma il Burd (p. 231-232) ha dimostrato invece, con opportuni confronti, che tutto è cavato dal libro XXII di Giustino.
559. Il Principe, cap. VIII.
560. Il Principe, cap. IX.
561. Ibidem, cap. X.
562. Ibidem, cap. XI.
563. Il Principe, cap. XII.
564. Il Principe, cap. XIII.
565. Ibidem, cap. XIV.
566. Il Principe, cap. XV.
567. Il Principe, cap. XVI.
568. Ibidem, cap. XVII.
569. Mad. de Rémusat nelle sue Mémoires, parlando di Napoleone I, dice: «Toujours il se défiait des apparences d'un bon sentiment; il ne faisait nul cas de la sincérité, et n'a pas craint de dire qu'il reconnaissait la supériorité d'un homme au plus ou moins d'habilité avec laquelle il savait manier le mensonge; et à cette occasion il se plaisait à rappeler, que l'un de ses oncles, dès son enfance, avait prédit qu'il gouvernerait le monde, parce qu'il avait coutume de toujours mentir. M. de Metternich, dissait-il encore, est tout près d'être un homme d'État, il ment très-bien.» Mémoires (Paris, C. Lévy, 1880), vol. I, pag. 105. E altrove riferisce queste altre parole di Napoleone I: «Tenez, au fond, il n'y a rien de noble ni de bas dans ce monde; j'ai dans mon caractère tout ce qui peut contribuer à affermir le pouvoir, et à tromper ceux qui prétendent me connaître.» Ibidem, vol. I, pag. 108.
570. Questo è un modo di dire assai diffuso ed antico. I Francesi hanno il proverbio: «il faut coudre la peau du renard à celle du lion.» Ma già Plutarco, nella Vita di Lisandro faceva dire a questo, che dove non giunge la pelle del leone, si vuol cucire quella della volpe. E Pindaro, nella terza delle Odi Istmiche, aveva descritto chi lottava con la forza del leone e l'astuzia della volpe. Più volte Cicerone fece lo stesso paragone, ma per venire a conclusioni ben diverse, anzi opposte a quelle del Machiavelli. Nel De Officiis (I, xiii, § 41) dice che vi sono due modi di combattere, di fare ingiuria, «aut vi, aut fraude» e poi continua: «fraus quasi vulpeculae, vis leonis videtur; utrumque homine alienissimum, sed fraus odio digna maiore. Totius autem iniustitiae nulla capitalior est, quam eorum qui, quum maxime fallunt, id agunt ut viri boni videantur.» V. il Burd nel suo comento al cap. XVIII del Principe.
571. Il Principe, cap. XVIII. Qui l'autore sembra alludere a Ferdinando il Cattolico, tenuto in Italia e fuori grande maestro d'inganni.
572. Politica (Didot), lib. V, cap. IX.
573. Questo comento venne spesso stampato insieme con la Politica tradotta da Leonardo Bruni, traduzione che assai probabilmente fu, come suppone il Ranke, quella di cui si valse il Machiavelli. Citiamo l'ediz. colla data: Venetiis, apud Juntas, 1568.
574. Comentando Aristotele, S. Tommaso dice: «expedit tyranno ad salvandum tyrannidem, quod non appareat subditis saevus, sive crudelis, et ratio huius est quia ex hoc quod apparet subditis saevus, reddit se odiosum eis...: reverentia enim debetur bono excellenti, et si non habeat illud bonum excellens, debet simulare se habere illud.... Et ideo tyrannus debet se reddere talem quod videatur subditis ipsos eccellere in aliquo bono excellenti.» È ben chiaro che qui le parole debet, simulare, appareat, che si trovano così spesso ripetute anche nel Principe, hanno significato diversissimo, se non vogliam dire opposto. Lo stesso può dirsi delle parole di Aristotele, che paiono imitate dal Machiavelli. Il tiranno deve fare il contrario di ciò che si è detto del re. «Contrariumque agendum est supradictorum fere omnium. Corroboranda enim et ornanda est civitas ab eo, tanquam a curatore, ac non tyranno. Videri enim oportet ipsum erga religionem Deorum affici vehementer, minus enim formidabunt populi ne quid contra iustitiam fiat, si religioni deditum illum existimabunt.... Hos autem honores ipsemet tribuere debet tyrannus. Poenas vero et animadversiones per alios infligere, per magistratus videlicet et iudicia.... Insuper ab omni contumelia abstinendum, praecipue tamen a duabus, ne in corpus flagris, neve in aetatem libidine insultet. Maximeque id cavendum in illis hominibus, qui honorem magnifaciunt. Nam in pecunias illatam iniuriam avari homines graviter ferunt, in honorem vero illatam, et qui boni sunt viri, et qui honorem magnifaciunt permoleste patiuntur.» lib. V, Lectio 12, fol. 88. Tutte queste sentenze e molte altre ancora si possono, più o meno, ritrovare nel Machiavelli, ma sempre con diverso significato. V. la Politica, ediz. Didot. lib. V, cap. 9, pag. 586-587.
575. Erodiano, Tacito, Quinto Curzio, Livio, Giustino, Sallustio, Erodoto, Tucidide, Platone. Naturalmente agli esempi di congiure cavati dalla storia antica, il Machiavelli ne aggiunse moltissimi cavati dalla storia italiana. Vedi Burd nel comento al capitolo XIX del Principe.
576. Anche qui si può credere che vi sia imitazione da Aristotele, ma il concetto del Machiavelli è sempre assai diverso. Secondo la Politica il governo dei re si fonda sull'aristocrazia, la tirannide rampolla della moltitudine a danno dei potenti. La storia prova che quasi tutti i tiranni cominciarono col farla da demagoghi: «Tyrannis vero originem habet a populo ac multitudine contra nobilitatem, ut populus iniuriam ab illis non patiatur. Patet hoc ex ipsis his quae contingerunt. Fere enim tyranni ut plurimum facti sunt ex ducibus populorum.» Lib. V, lectio 8, fol. 82. Ediz. Didot, lib. V, cap. 8, pag. 582.
577. Il Principe, cap. XIX.
578. Ibidem, cap. XXI.
579. Il Principe, cap. XXI.
580. Gli sforzi fatti a provare il contrario riuscirono sempre vani, poichè troppo evidentemente in contradizione col fatto. Il signor Karl Knies pubblicò un diligente lavoro col titolo: Niccolò Machiavelli als volkswirthschaftlicher Schriftsteller, nella Zeitschrift für die gesammte Staatswissenschaft (Achter Jahrgang, zweites und drittes Heft). Tübingen, 1852. Egli vorrebbe provare che il Machiavelli aveva idee originali anche in economia politica; ma non riesce ad altro che a cavare dalle opere di lui una serie di frasi e di osservazioni, che risguardano più o meno direttamente fenomeni economici, e che sarebbe difficile non trovare del pari in molti altri storici o politici del tempo. Nei cronisti del Trecento, come per esempio il Villani, si trovano in assai maggior numero registrati fatti ed osservazioni, che hanno valore economico e finanziario. Pur lodando questo scritto, il Mohl assai giustamente osservò, che esso dimostra più l'acume e la diligenza del signor Knies, che il valore economico delle opere del Machiavelli. «Mit grossem Fleisse sind die ganz gelegentlichen und zerstreuten Sprüche Machiavelli's über wirthschaftliche Beziehungen zusammengestellt; das Hauptergebniss dürfte aber doch wohl mehr ein Beweis von dem Scharfsinne des Bearbeiters, als ein Nachweis von irgend bemerkenswerthen Kenntnissen und Gedanken des Florentiners über die Wirthschaft der Völker und Staaten sein. Sagt er doch selbst in einem seiner Briefe, dass er über die Verarbeitung von Seide und Wolle, über Gewinn und Verlust nicht zu reden wisse.» Mohl, Op. cit., pag. 532, in nota.
581. Il Principe, cap. XXII.
582. Il Principe, cap. XXIII. Intorno alla necessità di fuggire gli adulatori, di saper dare ascolto ai buoni consigli, anzi provocarli, spesso ragionarono gli antichi ed i moderni, senza che perciò si debba dire che il Machiavelli li copiasse.
583. Ibidem, cap. XXIV.
584. Il Principe, cap. XXV.
585. Qui c'è forse un'allusione al Valentino.
586. Il prof. Triantafillis sostenne, che questa esortazione sia imitata dal Discorso sul Principato d'Isocrate a Nicocle. Ma, come dico altrove (Appendice, doc. XXII), è una opinione già combattuta da altri, e che io non credo punto accettabile.
587. L'Ellinger nella Vierteljahrsschrift für Kultur und Litteratur der Renaissance (vol. II, pag. 17 e segg., Berlin, 1886) osserva che nell'Utopia si trovano alcuni concetti assai poco morali, che ricordano il Principe. Gli abitanti dell'isola, per far la guerra, si valgono di un altro popolo, che pagano bene, ma che espongono a tutti i pericoli, salvo alcuni casi, nei quali difendono essi con grandissimo valore la loro patria. E quando debbono combattere un qualche Stato vicino, cercano, con tutte le arti lecite ed illecite, di promuovere in esso la guerra civile, ed anche di farne ammazzare il sovrano, con promesse di larghi premi. Da ciò il sig. Ellinger conclude, che certe massime sono proprie dei tempi di guerre e di odii religiosi, nei quali, senza scrupolo di sorta, si ricorre ad ogni mezzo onesto o disonesto. Ma bisogna notare che tutto quello che viene dal critico tedesco giustamente osservato e biasimato, è nell'Utopia affatto secondario ed eccezionale, nè costituisce punto il carattere generale del libro, che è invece animato da un alto senso morale: si potrebbe dire piuttosto che si tratta d'una delle fantastiche bizzarrie, che non mancano in lui. Quanto al Machiavelli, non è possibile parlare di passioni o di odii religiosi, che nè egli, nè la società in cui viveva, sentivano allora.
588. Parecchie notizie furono raccolte nel Theatrum prudentiae elegantioris del Reinhard (pag. 37 e seg.) pubblicato nel 1702, e nella Bibliotheca politico-heraldica (pag. 38-68), pubblicata nel 1706. Molto si trova ancora (spesso sono riportati per esteso i brani degli autori citati) in Joh. Frider. Christii, De Nicolao Machiavello libri tres, da noi già ricordato, e così pure nella prefazione alla grande edizione delle opere del Machiavelli fatta nel 1782 a Firenze, e nell'Elogio di Niccolò Machiavelli, scritto da Giovan Battista Baldelli, pubblicato colla data di Londra, 1794. Da questi autori moltissimi poi copiarono senza citarli. Il lavoro eccellente del Mohl, Die Machiavelli-Literatur, lo abbiamo già più sopra citato.
589. Questa edizione contiene anche la Vita di Castruccio Castracane, la Narrazione del modo in cui il Duca Valentino si disfece degli Orsini e degli altri suoi nemici in Sinigaglia, i Ritratti delle Cose della Francia et della Alemagna. È qui da notare che in questa edizione i titoli così dell'opera come dei capitoli di essa sono in italiano, mentre nei Mss. più antichi erano in latino, come fu notato anche dal prof. Lisio.
590. G. Lisio, Il Principe di Niccolò Machiavelli, testo critico con introduzione e note. Firenze, Sansoni, 1899. Di quest'opera si occuparono il Tommasini nei Rendiconti dell'Accademia dei Lincei (Seduta del 17 giugno 1900); M. Brosch, in Beilage zur Allgemeine Zeitung (26 marzo 1900); Cian, nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. XXXV, pag. 106 e seg. (anno, 1900).
591. Dopo un attento esame, del Mss. ciò è messo in dubbio, o addirittura negato dal Lisio e da altri. Il prof. Marzi, sopraintendente dell'Archivio di Stato in Firenze lo nega affatto. Recentemente il Tommasini, nell'Appendice alla sua opera (doc. V), ha dato una minuta e diligente descrizione dei vari Mss. del Principe. Mentre stiamo correggendo le bozze di stampa, il sig. Adolfo Gerber c'invia un suo nuovo lavoro, in cui con grande diligenza descrive, e con molti fac-simili illustra i manoscritti, le edizioni e traduzioni delle varie opere del Machiavelli, nei secoli 16 e 17. Adolph Gerber, Niccolò Machiavelli: Die Handschriften, Ausgaben und Übersetzungen seiner Werke im 16. und 17- Jahrhundert mit 147 Fac-similes. Erster Theile. Die Handschriften. Manca ancora la seconda parte che dovrà descrivere le edizioni.
592. Questa lettera, già più volte pubblicata, trovasi nella copia apografa del Principe, che si conserva nella Laurenziana di Firenze, banco XLIV, cod. 32.
593. Augustini Nifi, Medices, philosophi suessani, De regnandi peritia. Il libro, dedicato a Carlo V, fu finito di scrivere a Sessa nel 1522, e stampato a Napoli nel 1523, aedibus Catharinae de Sylvestro.
594. Fu infatti pubblicato insieme con lettere ed epigrammi laudativi. Uno di questi dice, che il libro contiene:
Quid laetos faciat populos urbesque beatas,
Quid regem similem reddat in orbe Deo.
Una lettera di Pietro Gravina lo dice «aureum quidem et vere regium,» aggiungendo che come Alessandro teneva presso di sè l'Iliade, «sic tuum hoc opus in augustissimo Caesaris nostri pectore perpetuo reponendum putem.» A questa lettera lo stesso Gravina aggiunse versi latini, nei quali diceva che il piccolo e prezioso volume doveva essere il fido Acate dei re.
595. Corso sugli scrittori politici italiani. Milano, 1862, pag. 338.
596. Così disse nella seconda edizione delle sue Lezioni di letteratura italiana (vol. II, pag. 171. Napoli, Morano, 1870), dove espresse anche il dubbio che ambedue avessero imitato Aristotele. Nelle edizioni successive, dopo che il Triantafillis ebbe (1875) notato nel Principe qualche imitazione da Isocrate, modificò la sua prima opinione.
597. Nourrisson, Machiavel, cap. XII, XIII, XIV, Paris, Didier, 1875. Non ho trovato che egli ricordi il Settembrini, il quale non pare che conoscesse il libro del Nourrisson, non citandolo nelle edizioni della sua opera, posteriori alla pubblicazione di esso.
598. Del Principe del Machiavelli e di un libro di Agostino Nifo nel Giornale Napoletano di filosofia e lettere, scienze morali e politiche. Nuova serie, anno I, fascicolo I, anno 1879.
599. Il sig. Ninian Thomson, che ha mirabilmente tradotto in inglese varie opere del Guicciardini e del Machiavelli, fra cui il Principe, possiede una copia dell'edizione giuntina, e richiamò la mia attenzione sulle parole qui sopra riferite. Di ciò mi fu grato, nella 2ª ediz. di quest'opera (vol. III, pag. 211, in nota), testimoniargli tutta la mia riconoscenza, che qui nuovamente ripeto.
600. Questa edizione del Blado, e quelle in diversi tempi pubblicate dai Giunta si trovano descritte nel Gamba; nell'opuscolo intitolato: Quarto Centenario di Niccolò Machiavelli (Firenze, tip. Succ. Le Monnier, 1869), e nel Burd, op. cit.
601. Il cardinale Reginaldo Polo, grande avversario del Machiavelli, fu dei primi a parlare di ciò nella sua Apologia ad Carolum V Caesarem, super libro de Unitate. Brixiae, 1744, tom. I, pag. 152. Egli dice che nell'anno 1534, cioè appena sette anni dopo la morte del Machiavelli, sentì come gli amici scusavano l'autore del Principe, specialmente per avere scritto esser meglio governare ispirando timore piuttosto che amore. «Illi responderunt idem quod dicebant ab ipso Machiavello, cum idem illi aliquando opponeretur, fuisse responsum: se non solum quidem iudicium suum in illo libro fuisse sequutum, sed illius ad quem scriberet, quem cum sciret tyrannica natura fuisse, ea inseruit quae non potuerunt tali naturae non maxime arridere; eadem tamen si exerceret, se idem iudicare quod reliqui omnes, quicumque de Regis vel Principis viri institutione scripserant, et experientia docet, breve eius imperium futurum; id quod maxime exoptabat, cum intus odio flagraret illius principis ad quem scriberet: neque aliud spectasse in eo libro quam, scribendo ad tyrannum ea quae tyranno placent, eum sua sponte ruentem praecipitem si posset dare.»
Matteo Toscano nel suo Peplus Italiae (Parisiis, 1578), a pagina 52, dice: «Sed iuvat commemorare quid ipse responderit se eo nomine arguentibus. Ideo enim impiis praeceptis a se imbutos principes affirmavit, ut qui tum Italiam tyrannice vexabant, sua institutione deteriores redditi, eo celerius scelerum suorum poenas penderent. Fore enim ut cum se penitus vitiis immersissent, statim meritam Numinis iram experirentur.» È da ricordare che nè il Polo nè il Toscano furono contemporanei del Machiavelli.
602. Lettere di G. B. Busini a Benedetto Varchi, ripubblicate per cura di Gaetano Milanesi in Firenze, Le Monnier, 1861. Lettera IX in data di Roma, 23 gennaio 1549, pag. 84.
603. Varchi, Storie fiorentine. Firenze, 1843, a spese della Società editrice del Nardi e del Varchi, vol. I, lib. IV, pag. 266 e seg.