369.  Opere, vol. I, pag. 248. Il Cavalcanti dice: «E' non erano sì tosto tratti gli uffizi principali, che per la Città si teneva conto quanti ve n'era dell'una parte e quanti dell'altra.... E' non era mai tratta di Signori, che tutta la Città non istesse sollevata, ecc.» vol. I, pag. 494. «E non era caso innanzi ad alcuno officio, per giusto od ingiusto, o per utile o dannificio, che da' cittadini in gara non fusse messo: e così la poverella città era governata.» Ibidem, pag. 495.

370.  Opere, vol. I, pag. 248; Cavalcanti, vol. I, lib. IX, cap. 3.

371.  Lo stessissimo pensiero trovasi nel Cavalcanti, vol. I, pag. 503.

372.  E nel Cavalcanti: «Noi con segreto modo ci forniremo di fanti, avvisandoti che tutti gli antichi del reggimento t'adorano a giunte mani. Egli hanno sotto le mantella l'armi prese, per difendere la giustizia.» vol. I, pag. 504. «Non dubitare di nulla e massimamente della plebe, perocchè dove non è capo, ogni moltitudine è perduta.... Piglia l'esempio da messer Giorgio Scali.» Ibidem, pag. 505. «Ancora, le ricchezze non fieno a lato a cui le possa spendere; però ch'elle gli fieno negate, quando lo avrete nella vostra forza.... Tu ne sarai glorificato da tutta la Città; gli scrittori ti glorificheranno di gloria e di fama.» Ibidem, pag. 506.

373.  Opere, vol. I, pag. 253-60; Cavalcanti, vol. I, lib. IX, cap. 23, 24, 25 e 28; lib. X, cap. 1, 2, 3, 4, 5 e 19.

374.  Nel Machiavelli (Opere, vol. I, pag. 259) l'Albizzi dice: «Ma io più di me stesso che di alcuno mi dolgo, poi che io credetti, che voi che eri stato cacciato dalla patria vostra, poteste tener me nella mia.» E nel Cavalcanti (vol. I, pag. 608): «Io mi dolgo bene di me medesimo di fidarmi, sotto le tante promesse, di cui è stato insufficiente ad aiutare sè medesimo, conciossia cosa che chi è impotente per sè, mai non fia potente per altrui.»

375.  Opere, vol. VIII, pag. 165, lettera LIII.

376.  Opere, vol. II, pag. 1-4.

377.  Il Machiavelli dice che lo Sforza ed il Fortebracci andarono a guerreggiare nello Stato della Chiesa, per proprio conto, non sapendo vivere senza far guerra; ma la verità è che furono in segreto mandati da Filippo Maria Visconti. Parla (Opere, vol. II, pag. 5), fra le altre cose, d'un accordo seguito tra lo Sforza ed il Fortebracci, per opera del Visconti, che non fu mai paciere, ma suscitatore di guerre fra di loro. Dice che lo Sforza, per mostrar disprezzo al Papa, scriveva le sue lettere con la data: Ex Girifalco nostro firmiano, invitis Petro et Paulo (Opere, vol. II, pag. 5); ma queste parole non si trovano, che io sappia, in nessun documento, nè sono ricordate da altri storici. Il Rubieri osserva giustamente che, se anche fossero state adoperate dallo Sforza, ciò poteva avvenire solo più tardi di quel che suppone il Machiavelli, perchè negli anni 1433-35 lo Sforza non aveva nessuna ragione d'essere scontento del Papa. E. Rubieri, Francesco I Sforza, Narrazione storica: Firenze, Success. Le Monnier, 1879, volumi due. Vol. I, pag. 225, nota 2, e pag. 342, nota 2.

378.  Opere, vol. II, pag. 8; Cavalcanti, lib. X, cap. 21-25.

379.  Opere, vol. II, pag. 9; Cavalcanti, lib. X, cap. 20.

380.  Ricordiamo qui le opere di cui il Machiavelli si vale per tali guerre. Iohannis Simonetae, Historia de rebus gestis Francisci Primi Sfortiae vicecomitis Mediolanensium ducis, pubblicato in Muratori, Rerum italicarum Scriptores, vol. XXI; la storia di Flavio Biondo, che, per le guerre fatte nello Stato della Chiesa in questi anni, è la fonte più autorevole (Deca III, cap. 5 e 6); i Commentarî di Neri di Gino Capponi (1419-1456), in Muratori, Rerum italicarum Scriptores, vol. XVIII; la Cacciata del Conte di Poppi dello stesso Capponi, nel medesimo volume del Muratori.

381.  Ecco come incominciò, secondo il Cavalcanti, il discorso del Duca: «O serenissimi re, o mansuetissimi signori, o illustrissimi cavalieri, voi non siete presi, anzi siete stati pigliatori del nostro amore, ecc.» Vol. II, lib. IX, cap. 5, pag. 11.

382.  Opere, vol. II, pag. 11.

383.  Ibidem, pag. 11 e seg.; Flavio Biondo, Deca III, lib. VII, pag. 503 e seg.

384.  Si paragonino le parole con cui il Machiavelli (Opere, vol. II, pag. 37-40) narra le accoglienze fatte al Capponi nel Senato veneto, con la narrazione che dello stesso fatto ci dà il Capponi nei suoi Commentarî (Muratori, Rer. ital., vol. XVIII, col. 188-89). Anche dalla descrizione delle varie strade che poteva prendere lo Sforza, si vede che il Machiavelli segue il Capponi. Poco più oltre il Capponi (col. 190, D) parla della rotta data dallo Sforza al Piccinini presso Brescia, e narra che questi fuggì attraverso il campo, facendosi portare da uno Schiavone. Ed il Machiavelli (vol. II, pag. 44), per rendere il racconto più fantastico, dice che il Piccinini aveva un servitore tedesco assai robusto, cui persuase di metterlo in un sacco, e, come se portasse arnesi di guerra, menarlo attraverso il campo nemico, che era senza guardia, e così salvarlo. Il Tedesco, «levatoselo in spalla, vestito come saccomanno, passò per tutto il campo senza alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.»

385.  Deca IV, lib. I, pag. 563 e seg.

386.  Opere, vol. II, pag. 65-66.

387.  Capponi, Commentari, col. 1195.

388.  Biondo, ecc., nell'unico libro della Deca IV.

389.  Poggii, Historia florentina, lib. VII, pag. 349: Venetiis, 1715. Vedi anche Gino Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 23 e nota 1.

390.  In quest'ultima parte del lib. V (Opere, vol. II, pag. 60 e seg.), il Machiavelli si vale non solo dei Commentarî del Capponi (Vedi Commentari, col. 1194, C, D); ma anche della Cacciata del Conte di Poppi, scritta dallo stesso, e pubblicata dal Muratori dopo dei Commentari. In essa (Muratori, vol. XVIII, col. 1220) si trova il discorso fra il conte di Poppi ed il Capponi, riferito pure dal Machiavelli (Opere, vol. II, pag. 69). Colla battaglia d'Anghiari finisce la storia di L. Aretino. Il Cavalcanti senza narrare la battaglia d'Anghiari, salta alla morte dell'Albizzi. I fatti intermedi si trovano, in parte solamente, narrati da lui nei frammenti a stampa di quella che il Polidori chiamò Seconda Storia.

391.  Opere, vol. II, pag. 81-3.

392.  Cavalcanti, vol. II, pag. 161; Opere, vol. II, pag. 82-84.

393.  Storia fiorentina, nel volume III delle Opere inedite, pag. 8.

394.  Historia de rebus gestis Fr. Sfortiae, etc., in Muratori, volume XXI, pag. 485, 598 e seg.

395.  Varî sono gli errori in cui cade. Dice, per esempio (Opere, vol. II, pag. 98) che il duca di Savoia combatteva pel duca d'Orléans, mentre combatteva per proprio conto; che lo Sforza voleva passare l'Adda per assalire il Bresciano, e pone Brescia e Caravaggio sulle opposte rive del fiume (pag. 99), mentre sono ambedue sulla sinistra. E così non Pandolfo, come dice il Machiavelli, ma Gismondo Malatesta era capitano dei Veneziani.

396.  Opere, vol. II, pag. 103-6.

397.  Opere, vol. II, pag. 147.

398.  Opere, vol. II, pag 148-55.

399.  Opere, vol. II, pag. 158.

400.  Guicciardini, Storia fiorentina, pag. 17 e seg.

401.  Opere, vol. II, pag. 177.

402.  Le due lettere originali si ritrovano nel Fabroni, Vita Laurentii Medicis Magnifici, vol. II, pag. 36. Se si paragonano con quelle che ci dà il Machiavelli (Opere, vol. II, pag. 173 e seg.), si vedrà chiaro che qualche espressione è riprodotta con fedeltà, ma che il resto è sostanzialmente alterato.

403.  L'Ammirato aveva certo qualche ragione di parlare così; ma egli esagerava assai, perchè non comprendeva e non riconosceva il valore storico del Machiavelli: lodandone lo stile, ne biasimava il resto, perfino la lingua. Vedi ciò che dice nei Ritratti, pubblicati nel secondo volume dei suoi Opuscoli. Ecco intanto quello che scrive di lui nelle sue Storie, libro XXIII, vol. V, pag. 169 (Firenze, Batelli, 1846-49): «Egli fa morto il duca Francesco dopo il gonfalonierato di Niccolò Soderini, e vuol che Piero de' Medici sia vivo dopo la morte di papa Pagolo. Attribuisce a Luca Pitti quello che è di Roberto Sostegni, nomina Bardo Altoviti per gonfaloniere di giustizia dopo Ruberto Lioni, che non vi fu mai. Insomma scambia gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge, toglie, diminuisce e fa tutto quello che gli torna in fantasia, senza freno o ritegno di legge alcuna, e quel che più pare noioso è che, in molti luoghi, pare che egli voglia ciò fare più tosto artatamente, che perchè ei prenda errore o non sappia quelle cose essere andate altrimenti, forse perchè così facendo lo scrivere più bello o men secco ne divenisse.» Gino Capponi nella sua Storia della Repubblica di Firenze (vol. II, pagina 88, nota 2, ed altrove) riconosce ancor egli che l'Ammirato ha ragione, ed aggiunge che il Bruto, vissuto cento anni dopo del Machiavelli, dice che lo seguiva solamente quando non poteva farne a meno, perchè troppo spesso lo trovò inesatto.

404.  Opere, vol. II, pag. 178.

405.  Ecco quel che dice l'Ammirato, vol. V, lib. XXII, pag. 178: «Combattessi con incredibil valore da amendue le parti infino a notte scura, con morte dall'una parte e dall'altra di trecento uomini d'arme e di quattrocento corpi di cavalli, se a chi scrisse la Vita del Coglione (Bartolommeo Colleoni) si deve prestar fede. Lo scrittore delle cose ferraresi dice di mille persone. Alcune memorie che sono presso di me fanno menzione di ottocento, la miglior parte de' Veneziani. Il Machiavelli, schernendo, come egli suol far, quella milizia, dice che non vi morì niuno. Dal Sabellico, senza esprimere il numero, è chiamata quella battaglia molto sanguinosa.»

406.  Storia fiorentina, pag. 22.

407.  Opere, vol. II, pag 187-8.

408.  Opere, vol. II, pag. 198-203.

409.  Così afferma l'Ammirato, e così si deduce anche dalla narrazione del Machiavelli. Vedi Capponi, Storia, ecc., vol. II, pag. 113, nota 1.

410.  Storia fiorentina, pag. 42.

411.  Opere, vol. II, pag. 214. A questo proposito aveva già nei Discorsi fatta la stessa osservazione: «Perchè dell'animo nelle cose grandi, senza aver fatto esperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa certa.» Discorsi, lib, III, cap. 6, nelle Opere, vol. III, pag. 331.

412.  Opere, vol. II, pag. 214-15.

413.  Il giorno 2 ottobre 1895, nella Sagrestia nuova di S. Lorenzo, venne aperta la tomba di Lorenzo e di Giuliano di Piero de' Medici, i cui scheletri furono trovati in due casse separate. Quello di Giuliano, assai meglio conservato, mostrava sul cranio e sopra una delle tibie, le tracce visibilissime delle pugnalate. Quello di Lorenzo era in frantumi, ma il cranio era ben conservato, e si vedeva la bocca molto sporgente, quale apparisce negli antichi ritratti. Io mi trovai presente con parecchi altri, che fecero tutti le medesime osservazioni.

414.  Opere, vol. cit., pag. 216. Il Poliziano, De pactiana coniuratione, dice: «Fuerunt et qui crederent templum corruere.»

415.  Opere, vol. II, pag. 216 e 219.

416.  Ibidem, pag. 220.

417.  Ibidem, pag. 273-4.

418.  Vedi il capitolo IX della sua Storia fiorentina.

419.  Opere, vol. I, pag. 277 e seg. A pag. 340 comincia l'Estratto di lettere ai Dieci di Balìa.

Gli editori delle Opere (P. M.) hanno pubblicato dal Codice Ricci e dai Manoscritti Palatini una serie di nuovi Estratti di lettere ai Dieci, com'essi li chiamano. Ma, senza tema di errare, può dirsi, almeno per quanto risguarda il Machiavelli, che questa è una pubblicazione assai poco utile. I primi due Estratti (Opere (P. M.), vol. II, pag. 156-160 e 160-166), dopo quelli già pubblicati nell'edizione fiorentina del 1843 ed in altre, sono veramente autografi, e vanno dal 1494 al 1495. Ma a che giova il pubblicare informi e scarsissimi brani di lettere, o appunti non meno informi, quando per questi medesimi anni abbiamo i Frammenti, i quali con nuove notizie corressero ed ampliarono molto i primi estratti? Seguono altri due Estratti (Ibidem, pag. 166-7 e 167-82), che risguardano gli anni 1495 e 96. Questi non sono di mano del Machiavelli, ma di Agostino di Terranuova, nè sono ricavati da lettere ai Dieci, ed apparecchiati per le Storie, ma sono appunti fatti nella Cancelleria, per lettere già scritte o da scriversi. Il Machiavelli non c'entra per nulla, o c'entra solo perchè questi appunti furono trovati fra le sue carte. Ne facevano allora come ne fanno oggi tutti gli ufficiali delle Cancellerie, ed a lui potevano servire forse per ricercare in archivio le lettere scritte dai o ai Dieci. Lo stesso può dirsi degli Estratti che seguono (Ibidem, pag. 172-189), i quali risguardano gli anni 1496-97, e sono alternativamente di mano di Biagio Buonaccorsi, di Andrea della Valle e di altri. Il Machiavelli scrisse di sua mano, sull'esterno dei quadernetti, gli anni e i mesi cui si riferiscono tali appunti, il che prova solo che gli aveva raccolti per servirsene al medesimo scopo. Seguono (Ibidem, pag. 190-95) ancora altri appunti, che si trovano nel Codice Ricci, dove sono intitolati: Memorie appartenenti a Istorie del 1495, scritte di mano di N. Machiavelli. Essi furono ricavati da Consulte o Pratiche della Repubblica; sono sommarî, quasi indici dei processi verbali delle discussioni, e servirono a scrivere i Frammenti per l'anno 1495, che abbiamo già a stampa. Più oltre (pag. 195-213) gli stessi editori ci dànno nuovi appunti di Cancelleria, scritti di mano del Buonaccorsi e di Agostino della Valle, per gli anni 1497-98, di cui si occupano i Frammenti e gli Estratti a stampa.

Finalmente (Ibidem, pag. 213-17) troviamo alcuni appunti di mano del Machiavelli, che si riferiscono al 1503, al quale anno non arrivano nè le Storie, nè i Frammenti, nè gli Estratti già pubblicati. Sono assai scarni ed aridi, raccolti per una parte della storia che non fu mai cominciata a scrivere, e quindi possono valere come continuazione di ciò che si aveva già a stampa. Segue di nuovo (Ibidem, pag. 217-281) una lunga serie d'appunti presi dal Codice Ricci, i quali vanno dalla morte di Cosimo nel 1464 all'anno 1501. Le Storie arrivano all'anno 1492, i Frammenti al 1498, gli Estratti già pubblicati al 1499. Bastava quindi aggiungere a questi anche le poche pagine che accennano a fatti seguìti negli anni 1500 e 1501 o ad altri non ricordati altrove.

Dei primi Estratti pubblicati, si è occupato il signor Plinio Carli (Giornale Stor. della Lett. Italiana, anno 1907, vol. I, pagg. 354 e segg.) paragonandoli col Cod. Riccardiano 3627, che egli ritiene autografo, e dandone le varianti. Se ne è occupato anche il commendator Fiorini, il quale, forse non a torto, suppone che siano cavati, in parte almeno, da qualche cronista. (Nella prefazione alla edizione delle Istorie, pag. X).

Il Carli ha pubblicato ancora un assai diligente lavoro (Contributo agli studi sul testo delle Storie fiorentine di N. Machiavelli), nel quale esamina i manoscritti e la prima edizione. In esso ha raccolto un materiale assai utile per una futura edizione delle Storie (Memorie della R. Accademia dei Lincei, Cl. di Scienze Morali, Serie V, vol. 14, fasc. 1, anno 1909).

420.  Opere, vol. II, pag. 312.

421.  Ibidem, pag. 350. Qui allude al Savonarola. Il dì 7 aprile seguì il fatto del fallito esperimento del fuoco; il dì 8 venne assalito il Convento di S. Marco, ed il Savonarola fu messo in carcere coi suoi due compagni, Fra Domenico e Fra Salvestro; poi cominciò il processo, che finì colla condanna a morte.

422.  Opere, vol. II, pag. 353 e 361.

423.  Ecco com'essi incominciano: «Così morì Piero Capponi. — Costui (Antonio Giacomini) in sua puerizia. — Furono eletti oratori mess. Francesco de' Pazzi vescovo d'Arezzo e mess. Francesco Pepi iureconsulto. — Ebbe Francesco Pepi questo fine indegno.» — Il ritratto del Capponi è già introdotto in uno dei Frammenti, sebbene in forma alquanto meno corretta. Forse lo ricopiò a parte per ripulirlo e limarlo di nuovo.

424.  Questi frammenti di bozze (dei libri II, IV, VI e VII), sono pubblicati nel vol. II delle Opere (P. M.), col titolo: Frammenti autografi delle Istorie fiorentine. Il signor Passerini credette in sul principio d'avere scoperto una parte dell'autografo definitivo dell'opera; ma avvertito dell'errore in cui era caduto, pubblicò prima le storie, poi le bozze, senza istituire confronti di sorta; e così queste riescono assai poco utili, quando potevano giovare a porre in nota alcune varianti, ed a fare, col confronto, vedere in che modo il Machiavelli correggeva e migliorava il suo stile. Citiamo qualche esempio, ponendo in corsivo le parole mutate o trasposte, senza tener conto delle diversità di ortografia, che nelle Storie varia secondo gli editori.

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Mediante il quale si edificavano di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città.»

Storie (Opere, vol. I, pag. 62): «Mediante il quale di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città si edificavano

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè, oltre allo essere cagione questo ordine, che nuove terre si edificassero, rendevano il paese vinto al vincitore più sicuro, e riempitosi di abitatori i luoghi vôti, si mantenevano nelle province li uomini ben distribuiti.»

Storie (Opere, vol. I, pag. 62): «Rendeva il paese vinto al vincitore più sicuro, riempiva di abitatori i luoghi vuoti, e nelle province gli uomini bene distribuiti manteneva

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè questo ordine solo è quello che fa gl'imperii più securi, e che le province, come è detto, mantiene copiosamente abitate, per essere gli abitatori di quelle meglio distribuiti

Storie (Opere, vol. I, pag. 62): «Perchè quest'ordine solo è quello che fa gl'imperii più sicuri, e i paesi, come è detto, mantiene copiosamente abitati.»

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 5): «Era nella famiglia dei Donati una donna vedova, ricca e nobilissima, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto, e disegnava in fra sè di darla per moglie a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo.»

Storie (Opere, vol. I, pag. 66): «..... una donna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto. Aveva costei in tra sè disegnato a messer Buondelmonte cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo maritarla.» Poco più basso parlando della stessa giovane, muta la parola formosità in bellezza, che è assai più semplice.

Bozze (Opere (P. M.), vol. II, pag. 30): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole saranno stimate assai da le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenzia, nè di Fiorentino altro che la lingua e lo abito.... Stuprò le donne, viziò le vergini et trassele dalle braccia delle madri.»

Storie (Opere, pag. 234 e 235): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole troveranno fede e compassione appresso le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che il nome.... Stuprò le donne, viziò le vergini, et trattele dalle braccia delle madri, le fece preda de' suoi soldati

425.  L'illustre storico L. Ranke ha espresso una diversa opinione. Vedi le nostre Osservazioni sul Guicciardini, in fine dell'Appendice.

426.  Vedi ancora, in fine dell'Appendice, le nostre Osservazioni sul Guicciardini, già citate.

427.  Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 79.

428.  Guicciardini, Storia d'Italia, loc. cit., pag. 79-85; Ranke, History of the Popes (trad. dal tedesco): London, Bohn, vol. I, pag. 80-81. Qui il Ranke va d'accordo col Guicciardini, che descrive mirabilmente il carattere di Clemente VII; Gregorovius, Geschichte, etc., vol. VIII, pag. 413 e seg.; Creighton, History of the Papacy, vol. V, cap. VIII; Capponi, Storia, vol. II, pag. 344; Vettori, Sommario della Storia d'Italia, pag. 381.

429.  Vettori, Sommario, pag. 349-50.

430.  Il De Leva parla di 8,000, il Mignet di 10,000, il Gregorovius di 12,000 morti. Il Guicciardini dice essere stata opinione generale, che morirono, tra di ferro e affogati nel Ticino, più di 8,000 Francesi.

431.  «Madame, pour vous faire savoir comment se porte le reste de mon infortune, de toutes choses ne m'est demeuré qui l'honneur et la vie, qui est saulve.» Queste furono le precise parole scritte dal Re. Papiers d'État du cardinal Granvelle, vol. I, pag. 250; Aimé Champollion-Figeac, Captivité du roi François I, pag. 129. Vedi anche Mignet, Rivalité, etc., vol. II, pag. 68; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 242. La tradizione alterò alquanto le parole dette dal Re, facendo dire invece: «tutto è perduto fuorchè l'onore.»

432.  «Sie ist das grossartigste Schlachtenbild des XVI Jahrhunderts. Eine weltgeschichtliche Katastrophe hat sich darin vereinigt,» Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, vol. VIII, pag. 434; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, cap. IV; Mignet, Rivalité, etc., vol. II, cap. VII. Questo lavoro francese tien troppo poco conto delle pubblicazioni italiane, e specialmente dell'opera del De Leva, assai coscienziosa e fatta con ricerche veramente originali.

433.  Guicciardini, Storia d'Italia, lib. XIV, vol. VII, pag. 4-5.

434.  Lettera del dì 1º luglio 1525 a Ennio Filonardi, nunzio nella Svizzera, nelle Lettere ai Principi, vol. II, a c. 80t: Venezia, Ziletti, 1575.

435.  Lettera del 10 luglio 1525 a Guido Guiducci, nelle Lettere ai Principi, vol. II, a c. 86.

436.  Vedi l'Esame del Morone nei Ricordi inediti di Girolamo Morone, pubblicati dal conte Tullio Dandolo: Milano, 1855, pag. 152-4.

437.  Lettera del Giberti al Canossa, inviato di Francia a Venezia, in data del dì 8 luglio. Il Giberti dice che queste proposte sarebbero partite per la Francia il giorno seguente. Lettere ai Principi, vol. II, a c. 85. Sono in fatti le stesse proposte che si leggono nelle Recheste mandate ad fare in Franza per N. S., nei Documenti concernenti la vita di Girolamo Morone, pubblicati da Giuseppe Müller nella Miscellanea di Storia Italiana della R. Deputazione di Storia patria in Torino, vol. III, pag. 436-37: Torino, 1865.

438.  Il Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 56, dice che il Papa, sempre pieno di sospetti e di ansietà, «non per scoprire la pratica, ma per prepararsi qualche rifugio, se la cosa non succedesse, avvertì sotto specie di attenzione Cesare, che tenesse ben contenti i suoi capitani.» Questi avvisi furono dati in un Memoriale mandato d'ordine del papa Clemente VII a monsignor Farnese. Vedi Papiers d'État du cardinal Granvelle, vol. I, pag. 295; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 287.

439.  Così afferma anche il Morone nel suo Esame. Dandolo, Ricordi, ecc., pag. 152.

440.  Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 52.

441.  Esame del Morone. Dandolo, Ricordi, ecc., pag. 152-9.

442.  Ecco come il Pescara stesso scriveva in una delle sue lettere all'Imperatore: «Y dende algunos dias vyno Hieronimo Moron a hablarme por grandes arodeos y ultimamente dezirme que sy yo le prometia la fe de le tener secreto, que el me dyria y descubriria grandes cosas. Yo le dixe qua le ternia secreto, y le dj la fe. Descubriome el mal contentamyento de toda Italia, y come toda ella disponya y determynava salyr de sugecyon, y de Francia abya grande correspondencia y requyrymyentos, y que sy yo querya sentirme de como me avyan tratado, y de la forma con que procuravan y abyan syempre procurado abaxarme, y acordarme que abia nacydo Italiano, y que glorya podia ganar en ser el libertador de la propria patria, que en my mano era ser la cabeça y el capytan de toda esta empresa, y que el creya, que todos concorreryan en darme el reyno de Napoles, y que abia tan grandes cosas y tan grandes cymyentos, que yo veria que era razon de venyr cuello y que podria byen salyr lo que se desiñava.» — Lettera del 30 luglio 1526, duplicata di una del 25, nei già citati Documenti che concernono la vita pubblica di Girolamo Morone, raccolti ed editi da Giuseppe Müller, pag. 358 e seg. Questo, come dicemmo, è il III volume della Miscellanea pubblicata dalla R. Deputazione di Storia patria di Torino. Il vol. II contiene le Lettere ed Orazioni latine di Girolamo Morone, edite da Domenico Promis e Giuseppe Müller. V. anche C. Gioda, Girolamo Morone e i suoi tempi: Torino, Paravia, 1887.

443.  A questo proposito si può utilmente consultare un lavoro pubblicato dal signor Ch. Paillard nella Revue Historique, IIIe année, tome VIII (sept.-déc. 1878), pag. 297-367: Documents relatifs aux projets d'évasion de François Ier, prisonnier à Madrid, ainsi qu'à la situation intérieure de la France en 1525, en 1542 et en 1544. L'autore osserva a pag. 316, che quantunque grandissimi fossero i torti fatti da Francesco I e dalla Reggente al conestabile di Borbone, essi non giustificavano un tradimento che minacciò non solo l'autorità regia, ma anche il paese. «Toutefois on se tromperait singulièrement, si l'on pensait que Bourbon ait été jugé par les contemporains comme il l'a été par la postérité, si l'on supposait que lui-même ait senti sur sa tête ce poids inéluctable de honte, de mépris, de réprobation et de haine, dont aujourd'hui tout traître a pleinement conscience.... À cette époque, l'idée de patrie, aujourd'hui si puissante et pour ainsi dire souvraine, existait à peine, ou du moins était fort obscurcie par l'idée féodale encore dominante.... Sismondi a sur ce point un mot tout-à-fait topique: Les lettres des plus grands seigneurs de cette époque, où il est question du connêtable, ne laissent pas, dit-il, entrevoir de blâme.» In Italia dove le tradizioni feudali avevano assai minor forza, e specialmente a Firenze, dove l'idea della patria s'era colla repubblica svolta assai più, gli storici giudicavano il Borbone con maggiore severità; pure anch'essi parlano generalmente del tradimento fatto al suo signore, non alla Francia. Il Vettori, narrata la morte del Borbone sotto le mura di Roma, aggiunge: «Uomo a cui, per il tradimento aveva fatto al suo signore, non conveniva sì onorevole morte.» Sommario della Storia d'Italia, pag. 379. Il Guicciardini (vol. VIII, lib. XVI, pag. 72) dice che, nella Spagna, sebbene il Borbone fosse da Carlo V ricevuto con grande onore e come cognato, pure i nobili della Corte «l'abborrivano come persona infame, nominandolo traditore del proprio re.»

444.  Il 5 ottobre G. Battista Sanga scriveva all'ambasciatore francese in Venezia: «Parturient montes, nascetur ridiculus mus. Che ben mi pare poter cominciare così, già che quella resolutione, che tanti dì fa Franzesi hanno annunziato, come l'advento del Messia, di voler mandare in Italia, si è alla fine trovata esser manco assai di quello che mandarono ad offrire per mezzo di Lorenzo Toscano. Et crederò che non tengano tutti Italiani per bestie, che, sotto semplice speranza della fede loro, habbiano a darseli in mano ligati, perchè facciano migliori le condizioni loro con Cesare, al qual segno con molta ragione si può sospettare che vadano, essendo così pubblica alla Corte questa offerta, come se non fusse proprio ad altro effetto, che ad impaurir Cesare.» Lettere ai Principi, vol. II, pag. 94t.

445.  Vedi le lettere del Pescara a Carlo V nel vol. III della citata Miscellanea di storia italiana.

446.  Il datario Gilberti, in una lettera del 19 settembre 1525, scriveva al Sauli: essere il Papa stato avvisato da più parti, che il Morone ed il Pescara tradivano, ed accennarsi da molti alle pratiche fatte dagli alleati, esponendone i più minuti particolari, dal che si vedeva che tutto ormai era noto. Ciò dava naturalmente grandissimo sospetto. Nondimeno il Gilberti fidava o almeno mostrava di fidar sempre nel Pescara e più ancora nel Morone, non volendo credere che essi conoscessero così poco l'immenso vantaggio che poteva venir loro dalla buona riuscita della congiura. Lettere ai Principi, vol. II, a c. 91 e 92.

447.  Lo dice egli stesso nel suo Esame, pag. 175-77, e chiarissimamente lo dice anche il Pescara nelle sue lettere a Carlo V. Vedi la lettera 8 settembre 1525, citata più sotto.

448.  Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 67.

449.  Miscellanea citata, vol. III, pag. 407, lettera del 5 settembre 1525; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295.

450.  Nella lettera del dì 8 settembre 1525, il Pescara scriveva all'Imperatore: «Tengo por fe, que si el Duque muere, que Geronimo Moron harà ultimo de potencia en servicio de V. M., pero en esto trova ruyn todo lo posible: es verdad que muestra enteramente fiar de mj, y siempre lo traygo a lo que quiero.» Miscellanea, ecc., vol. III, pag. 422-23.

451.  Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 66-67; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295-96.

452.  Il Guicciardini (op. cit., pag. 67) e moltissimi altri storici affermarono che, durante il colloquio tra il Pescara ed il Morone, Antonio de Leyva stava ad ascoltare dietro un arazzo, dove il Marchese lo aveva fatto nascondere. Il De Leva (Storia, vol. II, pag. 297). secondo noi a ragione, non presta fede a questo racconto, perchè non ne trova fatta menzione nè nel Rapporto di Rosso dall'Olmo, 17 ottobre 1525, in Marin Sanuto; nè nella Cronica del Grumello. Non c'erano in fatti allora più segreti da scoprire, tutto era noto così al de Leyva come al Pescara.