In Umanità.

Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica quando invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale significato fosse usata quella parola; anzi appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche fra i grandi.

Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori, la più parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore di lettere italiane e latine non era nè giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di coltura nè di buon volere; era uno di quei molti insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, rara a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran levatura, come le voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato un buon professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto l'ispirazione, ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda, l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia letteraria, nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure un momento dalla sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia della sua voce che rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire, nè la placidità immobile del suo buon faccione di padre guardiano. E in questa maniera otteneva effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce si espandesse nella scuola un'esalazione continua di cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci, domava a poco a poco i temperamenti più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. In anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti della stessa natura; ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice. Era contento di noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido: egli ci recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina servite in una tal salsa di papavero.

C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica, un omino tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle matematiche. Questi insegnava mirabilmente; ma era impaziente come un poledro stallino e rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per la sua natura violenta a picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed anche dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa di mezzo tra la percossa, che era proibita, e gli epiteti forti, che non gli bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, che sarebbe stato una bazza: una specie di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro chiamato alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla spalla con l'indice e il pollice, e stringeva e torceva fin che quegli capisse. In quell'esercizio, ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano acquistato una forza di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si dovesse inoculare in quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di scuola eravamo quasi tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli delle altre classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione e intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che avevan per la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder le stelle, ma anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè pizzicottava signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al mondo l'avremmo voluto cambiare con un professore di mano più dolce, ma di metodo didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica a chi le agevola lo studio, anche martirizzandole le carni.

Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia; il quale provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di tener la disciplina sia la fermezza del carattere e la dignità delle maniere. Egli aveva tutti i giorni lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, non gridava, quasi non rimproverava neppure: e non di meno, credo che se ci avesse fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato lui nella scuola, non rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a rimettere a dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una parola più forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria. A renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto, poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane bellissimo, di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre con grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba d'un biondo d'oro, che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia di tutta la gioventù brillante della città; e non lasciava trasparire per questo il menomo segno di compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era quello di non rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli scherzi, rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui, tanto che una sua parola di lode, un semplice bene o anche solo un cenno approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla vergogna una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno stetti in iscuola come una statua.

Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di francese, un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno, che non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi tormentavamo barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino, con la grammatica in mano, col pretesto scellerato di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi, e si metteva a sprangar calci da tutte le parti e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la scuola come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero professore! E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di montanaro, che ci sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci le traccie dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non ci faceva entrare il francese da nessuna parte. Colpa meno sua che della consuetudine stupida, non ancora smessa affatto, di non dare nelle scuole la grande importanza dovuta allo studio di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi debbono studiare in furia più tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola male per sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di figure ridicole.