Alcuni momenti dopo intesi che lo sbattimento d’ale più ingagliardiva, e vidi chiaro che il cassettino alzava ed abbassava continuamente. Parvemi che l’Aquila, (poichè non ho mai potuto togliermi dalla fantasia, che una non ne fosse, che nel suo rostro tenesse l’anello del cassettino,) fosse incalzata da qualche altro uccello; e di là a un instante osservai che io perpendicolarmente cadeva, ma con una rapidità sì portentosa, che mi sentivi di gia sfiatato. La mia caduta, poco più o meno, durò un minuto, e allora il cassettino poggiò sulla superficie del mare, e fecevi, in cadendo, un sì enorme fracasso, quanto quegli della cateratta di Niagara; dopo di che, per lo spazio d’un altro minuto mi trovai fra le tenebre, ed indi il cassettino cominciò a riaversi tanto, che potei verso l’alto delle mie finestre ravvisar lume. Senz’altro mi accertai che io era caduto nel mare. La cassetta pel peso del mio corpo, ed eziandio per quello degli arnesi che ella conteneva, e per le lamine di ferro ond’era armata ne’quattr’angoli all’alto, e al basso perchè ne fosse la struttura più forte, ondeggiava nell’acqua, profondatavi per cinque piedi. Pensai allora, come al presente il penso, che l’Aquila, volandosene col mio cassettino, stata fosse assalita da due, o tre altri uccelli della medesima, o d’una diversa spezie; e che tentando difendersi contro ad essi, che probabilmente voleano la loro parte della preda, fosse stata costretta di laciarmi cadere. Le lamine di ferro fitte sull’inferior tavola del cassettino, come le più massicce, mantenuto aveano l’equilibrio nell’atto della caduta, e impedito che l’urto dell’acqua nol mettesse in pezzi, e oltracciò, egli era sì ben connesso, e chiuso da tutti i lati, che pochissimo mare vi entrò. Fu non picciolo lo stento mio per togliermi dalla materassa, dopo di aver avuta la cautela di prima ricevere alquanto d’aria fresca, onde estremamente io bisognava, pel finestrino, con tal intento già stato fatto al di sopra del mio Studiolo.

Quante volte allora desiderato non mi sono presso la mia cara Glumdalclitch, da cui m’era allontanato per un’ora sola: E ben posso realmente dire, che nel forte de’propj miei infortunj, non potei di meno di compiagnere la povera mia Nutricina, e d’essere sensibile a’crepacuori che probabilmente stava per cagionarle la mia perdita. Pochi forse rinvengonsi Viaggiatori, che si sieno abbattuti in congiuntura così sgraziata come la mia; aspettando io a cadaun momento di scorgere messo in pezzi il mio cassettino, o inghiottito da’flutti. Ella era spedita per me se una menoma parte delle mie invetriate si spezzava. Vidi che entrava l’acqua per molte picciole fessure, che procurai di turare alla meglio, ed ebbi la sorte di ben riuscirvi. Con tutto questo, era molto deplorabile lo stato mio: o a buon’ora, o tardi, non poteva non abissarsi il mio cassettino, e quando pure da un risico, tale fosse egli stato esente, il freddo, e la fame, dovevano, senz’altro, farmi morire. Per quattr’ore continue mi son trovato in sì lagrimevoli circostanze, attendendo, e per ispiegarmi nel vero senso, bramando che cadaun instante fosse l’ultimo del mio vivere.

Ho già instruiti i miei Leggitori, che a quella parte del cassettino ove non vi era finestra di sorta, aveavi annessi due poderosi ritegni, ne’quali colui che mi portava andando a cavallo, avea l’attenzione di passare un centurione di cuojo, ch’ei poscia affibiava d’intorno a se. Nel mezzo delle mie angustie, sentii, o per lo meno credei di sentire, verso la parte de’ritegni mentovati, qualche strepito, e un momento dopo m’immaginai che il cassettino tratto fosse sul piano del mare; mercè che di tempo in tempo io sentiva che l’onde percuotevano le mi finestre, nella giusa stessa che un Vascello in viaggiando, fonde l’onde medesime. Ristettè in me allora un raggio tenuissimo di speranza; tutto che per anche non concepissi la possibilità della mia salvezza. Levai le viti che univano al solajo uno de’miei sedili, e poscia feci alla meglio perchè il sedile saldo al di sotto della picciola tavola che io testè aperta avea; dopo di che vi montai sopra, ed avendo avvicinata la bocca al finestrino quanto potei, mi messi fortemente a gridare, e in tutte le lingue che mi erano cognite. Indi a un bastone, che per ordinario io aveva meco, appesi il mio fazzoletto, che cacciai fuori del finestrino a foggia di banderuola, girandolo, e rigirandolo molte volte, affinchè in caso che qualche Vascello, o qualche schifo vicino ivi fosse, potessero i Marinaj indovinare che nella cassetta stavavi rinchiuso qualche sgraziato mortale.

Per quanto mi pareva, tutti i miei schiamazzi, e tutti i miei segnali non furono nè veduti, nè intesi; ma non ostante, chiaro ravvisai, che il cassettino ad essere tratto continuava. Un’ora dopo, quella parte del cassettino ov’erano attaccati i ritegni, ed ove non erano finestre, urtò in qualche cosa di consistente. Temetti che non fosse una roccia; e più che prima io sentiva le scosse. Al di sopra della cassetta intesi distintamente uno strepito somigliante a quello d’una fune che traesi per un anello. Vidi allora che la cassetta insensibilmente sorgeva; e che prima di fermarsi, era più alta di tre piedi che per laddietro. In tal caso ricominciai a nuove spese a chiamar ajuto, e a vogliere il mio fazzoletto; e un grido, che molte voci rimescolate insieme rendevano confuso, mi servì di risposta, e mi cagionò un trasporto tale di gioja, che solo da chi il saggiò può essere conceputo. Un istante dopo, sentì camminare sulla mia testa, e qualcuno gridando pel finestrino ad alta voce in IngleseSe vi sta alcuno qui abbasso che parli. Immediate risposi, che io era un Inglese confinato dalla spietata mia sorte nella più spaventevole constituzione in cui ma i siasi trovato uomo; e che io pregava per tutto ciò che essere può valevole a muovere a compassione, di trarmisi da quel carcere. Replicò la voce che io nulla avea a temere, poichè la cassetta era attaccata al loro Vascello; e che ben presto sarebbe venuto il Falegname per farvi al di sopra un buco, bastevolmente capace per estrarmivi fuori. Risposi, che ciò era inutile, e bisognava di molto tempo; che era ben meglio che alcuno de’Marinaj mettesse un dito nell’anello, e così togliesse il cassettino dal mare, per riporlo poscia nel camerino del Capitano. Un linguaggio di questa fatta feci credere a chi l’intese, che io vaneggiassi; ma taluno di coloro si mise a ridere di buon gusto; dovendo io con mia vergogna confessare, che io non badava di ritrovarmi allora fra uomini di mia forza, e di mia statura. Venne il Falegname, e in pochi minuti formò un’apertura di quattro piedi in quadro; fecevi poscia passare una picciola scala, sulla qual montai per rendermi nel Vascello.

Stordiva all’ultimo segno l’Equipaggio tutto, facendomi mille quistioni, alle quali tuttavia non sentivami di dare risposta. Dal canto mio non restai men attonito nel ravvisare tanti Pigmei: tali eglino sembrandomi, per essere stato sì lungo tempo accostumato a non vedere che mostruosi oggetti. Ma il Capitano, che appellavasi Tommaso Vvilcolks, uomo generoso, ed obbligante, osservando che io veniva meno, mi prese nel suo Camerino, mi recò un Cordiale per guarentirmi da uno svenimento, e corcar mi fece nel proprio suo letto, affinchè col riposo alquanto mi ristorassi; e certamente ne avea io un gran bisogno. Prima però di effettuarlo, diedi gli a conoscere che nel mio cassettino esistevano alcune robicciuole che mi farebbe spiaciuto di perdere; e fra l’altre, una buona picciola materassa, un galantissimo letto da Campagna, due sedie, una tavola, ed uno studiolo. In oltre; che la cassetta stessa da tutti i lati era foderata di bambagia, e di seta; e che s’ei si compiaceva di farla trasferire da qualcuno de’suoi Marinaj nel suo Camerino, gli avrei mostrato quant’io dicevagli, ed altre cosucce altresì. Intesisi dal Capitano somiglianti assurdi, che io sognassi ei credè. Con tutto ciò, (a quel che ne penso, per acquietarmi,) mi promise di darvi l’ordine; e portatosi sul Cassero, fece scendere alcuno de’suoi nel cassettino, e toglierne, come di poi il trovai, tutto ciò che di buono entro aveavi; ma i sedidi e lo studiolo, essendo uniti con madreviti al solajo, restarono non poco danneggiati dall’ignoranza de’Marinaj, che vollero a forza di braccia levargli. Veduto ch’ebbero non esservi più cosa che meritasse a ricuperarsi, lasciarono andar al mare il cassettino, il qual essendo aperto in diversi luoghi, guari non istette a sprofondarsi. E, per vero dire, molto gradì di non essere stato testimonio di vista di quello spettacolo, che mi avrebbe rinnovata la più infausta, e la più angosciosa memoria.

Dormì alcune ore, ma d’un sonno ad ogni instante turbato dalla meditazione del luogo ond’era io uscito, e de’pericoli che aveva scorsi: Nulladimeno, destato che fui, mi trovai assai meglio. Erano allora circa le ore otto della sera; e poco dopo il capitano ordinò che si servisse la cena, credendo ei già che io avessi pranzato da molto tempo. Fu assai benigna la conversazione di lui; e rimasti noi soli, ei mi pregò di fargli la relazione de’miei viaggj, e di narargli per qual accidente in quell’enorme macchina di legno trovato mi fossi. Dissemi, che verso il mezzo giorno, risguardando col cannocchiale, avea scoperta la mia cassetta, e che immaginandosi che fosse un Vascello, formato avea il disegno di procurar di raggiugnerlo, con la speranza di provvedersi di poco biscotto, onde cominciava a penuriarne il suo bastimento: Che nell’accostarsi; si era accorto del proprio errore, ed avea inviato lo schifo per sapere ciò che galleggiasse sull’acqua: Che le sue genti se n’erano ritornate assai attonite, giurando di aver veduta una casa fluttuante: Che egli beffatosi della follia loro si era messo in persona nello schifo, avendo prima dato ordine di riporsi nello schifo stesso un buon cavo: Che essendo il mare in bonaccia, con l’ajuto de’remi avea egli molte volte fatto il giro della mia cassetta, e considerato le mie finestre: Che avea ravvisati due ritegni da una parte che era tutta di tavole, senza aperture di sorta che dessero passaggio al lume: Che avea allora comandato a’suoi Marinaj d’accostarsi col Caicco a quella parte stessa, di assicurar il cavo ad uno di que’ritegni, e poscia di tirar la Cassa, (così ei chiama va la) fin al Vascello. Compiuta tal opera, ordinò che si raccomandasse un’altra fune all’annello che stava fitto al di sopra del cassettino, e che il si levasse con carrucole; il che quegli uomini eseguir non poterono che per due o tre piedi. Mi disse che ben gli era caduto sotto l’occhio il mio bastone, e il mio fazzoletto; e che aveane conchiuso che in quella sì strana spezie di prigione, se ne stesse rinchiuso qualche sventurato. Gli dimandai, se verso il tempo onde io era stato discoperto la prima volta, egli, o alcuno de’suoi, veduti avesse alcuni uccelli d’una prodigiosa grandezza nell’aria? La sua risposta fu, che parlando su questo proposito co’suoi Marinaj in tempo che io dormiva, uno d’essi gli disse di aver osservate tre Aquile che volavano verso il Ponente; ma che non vi avea fatta riflessione se fossero maggiori delle Aquile ordinarie; il che, alla prodigiosa altezza, ond’elleno si trovavano, attribuisco: ed egli indovinar non potè il motivo d’una tale mia interrogazione. Saper poscia volli dal Capitano, in quale distanza da terra ei credeva d’essere: disse, che secondo la sua opinione, n’eravamo, per lo meno, a un centinajo di leghe. Gli protestai che egli prendeva abbaglio almeno per la meta; poichè non erano che due ore che io lasciato avea il Paese onde io veniva, quando cadei nel mare. Questa risposta fecegli di nuovo credere che avessi la fantasia stravoltra; il che bastevolmente ei diede a conoscere, dicendomi che me ne andassi a dormire in uno stanzino fattomi di già allestire. L’assicurai che la sua conversazione più mi giovava del riposo che prendere potessi; e che per altro io mi rinveniva nel mio buon senso, che non l’era mai stato per tutta la mia vita. Egli allora con un suono di serietà, mi dimandò in confidenza, se forse io avessi lo spirito intorbidito dal rimorso di qualche misfatto orribile, per cui, per ordine di qualche Principe fossi stato punito, coll’essere rinchiuso in cassa, e gettato in mare, nella guisa che in altri Paesi, entro una barchetta, senza provvisioni di sorta, espongonfi i criminosi di prima classe alla discrezione dell’onde? Soggiunse; che non ostante che gli spiacesse che il suo Vascello servito avesse di asilo a uno scellerato, impegnavasi nulladimeno di mettermi sano e salvo a terra nel primo Porto che afferrato avessimo. Aumentavano i suoi sospetti, ei proseguiva, da non so quali discorsi assurdi che io da prima tenuti avea co’Marinaj, e poscia con lui medesimo; ed eziandio dalla tetra mia aria, e da’torbidi miei atteggiamenti.

Il supplicai di soffrire il racconto della mia Storia; il che eseguì con la più esatta fedeltà, dalla mia partenza dall’Inghilterra, perfino al momento ch’egli mi avea discoperto. E come la verità possiede sempre una tale quale possanza sopra spiriti ragionevoli, non sudai molto nel persuadere il mio Capitano, il qual avea qualche tintura di sapere, un buon uso di ragione, della mia candidezza, e della mia veracità. Ma per maggiormente convincerlo, il pregai di dar ordine che mi fosse recato il mio Studiolo, la chiave di cui io già teneva in mia saccoccia, essendomi già stato notificato ciò che i Marinaj fatto aveano del mio cassettino. In presenza di lui aprì lo Studiolo, e gli feci mostra della picciola raccolta di rarità che io avea fatta nel Paese, donde in un modo sì miracoloso testè io era uscito. Gli posi sotto l’occhio il pettine che io avea formato co’peli della barba del Re; un gran numero di aguglie, e di spilletti, i più minuti  de’quali erano lunghi un piede; e i più grandi una mezza verga; alcune pettinature de’capelli della Regina: e un anello d’oro onde ella un giorno con la più galante maniera del mondo mi regalò, traendolo dal suo picciolo dito, e adatandolo al mio collo a guisa di collana. Sollecitai il Capitano ad accettare l’anello stesso come un tenue contrassegno della mia riconoscenza, ma ei non volle acconsentirvi mai. In fine, per non lasciare dubbio veruno sopra il punto della mia veracità, fecegli vedere i miei calzoni, che erano fatti della pelle d’un solo sorcio.

Non ci fu modo di fargli prendere cosa veruna, se eccettuisi il dente d’uno Staffiere, che vidi essere da lui disaminato con gran curiosità, e di cui ei mi sembrava molto invogliato. Il ricevè con ringraziamenti tali, che non erano, per nulla affatto, alla picciolezza del dono proporzionati. Questo dente, che era sanissimo, nè per sogno guasto, avea appartenuto a un Palafreniere di Glumdalclitch, a cui uno stolido Chirurgo strappato l’avea, in luogo d’un altro che gli doleva: mel feci dare per conservarlo nel mio Studiolo. Avea un di presso un piede di lunghezza, e quattro pollici di diametro.

Restò incantato il Capitano dal racconto della mia Storia, e disse, che sperava che io non mancassi di farne parte al Pubblico, giunto che fossi in Inghilterra. Gli risposi, che il numero de’Viaggi datisi alle stampe non era che troppo grande, e che per tal ragione, o conveniva tacere, e aver da narrare qualche cosa di straordinario; senza tuttavia seguir l’esempio di quegli Autori, che a spese della verità, rimescolano sempre del maraviglioso entro a’loro scritti: Che la mia Storia non conterrebbe che avvenimenti assai comuni, senza aver veruno di que’fregj che sono somministrati dalla descrizion delle piante, degli alberi, degli uccelli, e delle bestie feroci; oppur da quella delle costumanze barbare, e del culto idolatrio di qualche selvaggio Popolo; fregj tali, onde abbondavano tutti i Libri di Viaggj: Che non ostante gli era io molto tenuto della buona opinione che egli attestava di avere, e che penserei a quanto egli mi diceva.

Protestossi poscia meco di restar molto attonito nell’intendermi a parlar sì forte; chiedendo se il Re, o la Regina di quel paese, erano forse duri d’orecchia? Gli dissi, che erano trascorsi di già due anni che io mi era accostumato a un tale tuono, e che dal canto mio stavamene altrettanto sorpreso dall’intenderlo a parlar sì basso, quanto poteva esserlo lui dal mio gridar sì alto: Che in tutto il tempo del mio soggiorno in quel Regno, quand’io doveva parlar con alcuno, era stato costretto di tanto alzar la voce, quanto un uomo che standosene nella strada, avesse voluto farsi sentire da un altro collocato sull’alto d’un Campanile; eccettuato però, quand’io mi trovava sopra una tavola, o che taluno mi teneva in sua mano. L’informai altresì d’un altra cosa che io avea riflettuta; cioè, che sul punto del mio entrar nel Vascello, e che tutti i Marinaj stavano d’intorno a me, eglino mi son paruri le più picciole creature che avessi mai vedute: e che ciò era tanto vero, che nel Paese donde io era uscito, non aveva mai osato di affacciarmi allo specchio; mercè che avvezzo a vedere oggetti sì prodigiosi, il sentimento della mia picciolezza mi avrebbe molto mortificato. Soggiunsemi il Capitano, che in tempo che cenavamo, egli avea osservato che io risguardava ciascuna cosa con una spezie di stupore, e che più fiate io avea dati segni di volere scoppiar di ridere; il che egli attribuito avea allo sconvoglimento del mio cervello. Gli replicai che tale si era la verità, e che proveniva la mia sorpresa dall’infinita picciolezza di tutto ciò che io vedeva, e quì sopra mi messi a fare una descrizione di tutto ciò che si era trovato sulla tavola di lui, tale che un Abitante di Brobdingnag fatta l’avrebbe, se fosse stato nelle mie veci. Il mio uomo si pose a sogghignare, e per farmi gustar meglio il ridicolo di quanto testè gli avea detto, protestò, che di tutto il suo cuore pagate avrebbe cento Chinee, di aver veduta l’Aquila tenendo il mio Cassettino nel suo rostro, e lasciandolo poscia precipitar nel mare: Ch’era ben un peccato che niuno fosse stato oculato testimonio d’un avvenimento sì singolare, e la cui descrizione meritava d’essere trasmessa alla più rimota posterità. Dopo un tale scherzo venne in iscena la comparazione di Fetonte, per vero dire, troppo naturale, perchè egli la risparmiasse.

Di là a due giorni del mio imbarco in fu quel Vascello, il vento, che prima stato non era troppo favorevole, divenne eccellente, e rendè il nostro viaggio e più brieve, e più felice, di quelche non avremmo nè pur ardito di sperare. In un solo, o due porti diede a fondo il Capitano, e spedì lo Schifo a terra in traccia di alcune provvisioni, e per far acqua; e quanto a me, non uscì mai del bordo finchè non giugnemmo alle Dunes; il che seguì il terzo di Giugno 1706 nove mesi, o circa, dopo l’aver lasciato Lorbrulgrud. Offrì al Capitano di lasciargli in pegno, tutto ciò che io avea, in sicurtà del pagamento di quanto io gli potea dovere pel mio trasporto, e per avermi alimentato per tanto tempo: ma ei si dichiarò che non ne voleva nè pur un soldo. Ci congedammo con teneri abbracciamenti; e volli mi desse la parola di venir a vedermi in mia casa, quando si trovasse a Londra; Noleggiai un Cavallo, e una Guida, per prezzo, e somma di cinque schelini, presi a prestito dal Capitano.

In sul cammino, riflettendo io alla picciolezza delle case, degli alberi, de’bestiami, e degli uomini, mi credei transferito in un tratto nell’Imperio di Lilliput. Io temeva sempre di schiacciarmi sotto a’piedi chiunque io riscontrava; e gridai a molti e molti che si togliessero dal mezzo: Impertinenza che stette per suscitarmi delle querele, tutto che fosse involontaria.

Arrivato in mia casa, e apertomi l’uscio da uno de’miei domestici, mi abbassai per entrarvi: la moglie, correndo, mi venne incontro per abbracciarmi, ma io m’inchinai più basso che le ginocchia di lei, immaginandomi che in altro modo le sarebbe riuscito impossibile di giugnere con la sua alla mia bocca. Mia figliuola s’inginocchiò per chiedermi la benedizione, ma non la vidi, che quando se n’era levata, accostumato da tanto tempo di volgere la testa, e gli sguardi verso faccie, che erano in altezza alla distanza di sessanta piedi dalla mia. Risguardai i miei Domestici, e due o tre amici, a caso ivi presenti, come altrettanti Pigmei, in cui confronto io era un Gigante. Dissi a mia moglie ch’ella era vissuta con troppa frugalità; poichè, tanto essa che la Figlia, erano smagrate, ed impicciolite oltra qualunque esagerazione. In una parola: vomitai un sì gran numero di follie, che ad ognuno venne in pensiero quanto da principio già il Capitano credea; cioè che unanimamente si conchiuse che io aveva perduto il senno. Il che riferisco come un riguardevole esempio della forza prodigiosa dell’abitudine. Con tutto ciò guari non istetti a ricuperarmi da quella spezie d’infermità, ma protestò mia Moglie che non mi lascerebbe più andar in mare; e pure per mia disgrazia, era un destino che ella non avesse l’autorità d’impedirmelo, come i Leggitori ben presto potran vederlo.

Fine della Seconda Parte, e del Tomo Prima.

VIAGGI

DEL CAPITANO
LEMUEL GULLIVER

Tomo Secondo.

PARTE TERZA,

Contenente il Viaggio di Laputa, Balnibardi, Glubbdubdribb, Luggnagg, e del Giapone.

VIAGGIO

DI

LAPUTA, di BAUNIBARBI, di Lugnagh, di Glubbdubdribb, e del Giapone.

Parte Terza.

CAPITOLO I.

Imprende l’Autore un terzo Viaggio; vien preso da Corsali. Ribalderia d’un Fiamingo. L’Autore approda ad un’Isola, ed è ricevuto nella Città di Laputa.

DIeci giorni appena erano scorsi dopo il mio ritorno, che un tale Guglielmo Robinson, Capitan Comandante della Speranza, ch’era un Vascello di trecento botti, fu a visitarmi in mia casa. Era io già stato Chirurgo d’un altro Vascello che appartenevagli, e su cui fatto avevamo di buoni compagnia un altro Viaggio al Levante. Anzi che in basso Uffiziale, ei sempre in Fratello trattato aveami; ed inteso il mio ritorno, per motivo d’amizizia, a quel che io ne pensava, venne a riabbracciarmi; versata essendo in soli consueti complimenti, dopo una lunga assenza, la nostra conversazione. Ma dopo di avermi molte volte reiterate le sue visite, espresso il suo giubilo per rinvenirmi salvo e sano, e richiesto se pel resto della mia vita al viaggiare rinunziato avessi, mi palesò la sua intenzione di mettersi fra due mesi un’altra volta in Mare per l’Indie Orientali; e di compiacer mi d’essere suo Chirurgo di Nave mi pregò. Emmi ben noto, ei soggiunse, che l’offerta d’un somigliante impiego più non vi conviene; ma l’esibirvi, oltra i due ordinarj Ajutanti, un Cerusico subalterno, una doria paga, e la mia parola di rapportarmi a’vostri consiglj come foste un altro me stesso, forse accettabile potrebbe renderla.

Molte altre cose mi disse, e tutte obbliganti; e d’altra parte, io li conosceva per un galantuomo tale, che non mi bastò l’animo di ributtare il suo progetto. Il furore, onde mi trovava ingombro, di veder nuovi mondi, (a dispetto di tutte le traversie attrattemi dalla propia curiosità,) più che mai continuava in me violento: l’unica difficoltà consisteva nell‘opposizion della moglie; la quale, alla fine, rimasta persuasa dagli oggetti de’vantaggj che a’nostri figliuoli risultar ne potevano, mi accordò il propio consentimento.

Partimmo dunque nel 5. d’Agosto 1706., e arrivammo al Forte di San Giorgio gli undici d’Aprile 1707., ove a cagione di molte infermità sopravvenute sul nostro Bastimento, di fermarci tre settimane fummo costretti. Quindi pel Tunchino vela facemmo, nella qual Regione per qualche tempo il Capitano deliberato avea di restarsene; escendo che, molte delle Mercanzie di suo disegno non eran leste, e non potevan esserlo che per alcuni Mesi. Con la lusinga per tanto di rifarcirsi delle spese della dimora, fece compra d’una picciola Barca; che caricata di molti generi di merci di buono smaltimento presso gli Tunchinesi, egli armò di quattordici uomini, compresivi tre Naturali del Paese, dandone a me il comando; con facoltà, per lo spazio di due mesi che gli affari di lui obbligavanlo di trattenersi a Tunchino, di poter praticare qualunque traffico.

Non vi avea che tre giorni da che in mare ci eravamo posti, che insorse una furiosa burrasca, la qual per cinque dì continui portossi al Greco Tramontana, e di poi al Levante; dopo di che con un buon fresco di Ponente, avemmo bel tempo. Sul duodecimo giorno fummo cacciati da due Corsali, che ben presto raggiunti ci fecero loro preda; non potendo noi, pel poco numero, metterci in qualche stato di difesa; ed essendo troppo carica la Barca, per isperare, con lo sforzo delle vele, di sottrarci.

Nell’instante stesso ci abbordarono i due Corsali, e alla testa delle loro genti si gettarono nella nostra coperta: ma trovatici, secondo l’ordine che io ne avea dato, tutti prostesi, furon paghi di bel legarci, e comandato poscia ad alcuni di lor truppa di far di noi buona guardia, si misero a fiutare quanto vi avea nella Barca. Fra coloro mi venne fatto d’osservare un Fiamingo, che facea mostra di qualche autorità, tutto che non fosse Comandante di veruno de’due Vascelli. Al nostro portamento, e alla nostra vestitura ei per Inglesi ci riconobbe; e parlandoci in sua favella, giurò che legati a schiena con ischiena, lanciati in mare saremmo. Passabilmente io parlava il Fiamingo. Dissigli chi noi eravamo; e il pregai pel comune nostro carattere di Cristiani, di voler maneggiarsi a nostro favore presso il suo Capitano. Non servì la supplica che a vie più irritarlo, e che a rinforzare le sue minacce: rivoltosi ei poscia a’suoi compagni, con molta veemenza parlò loro in Giaponese: sovente, a quel che ne penso, valendosi del termine di Cristiani. Il maggiore de’due Corsali Vascelli, era comandato da un Giaponese Capitano, il qual parlava, comechè assai male, qualche poco Fiamingo. Si fece egli accosto di me, e dopo quistioni diverse, ond’io con somma umiltà soddisfeci, disse che noi non faremmo morti. Una profondissima riverenza fu la mia risposta, e al Fiamingo di poi indirizzatomi, mi lagnai di rinvenire più compassione in un Pagano, che in lui stesso, professore del Cristianesimo. Guari però non istetti a ripentirmi della mia imprudenza; mercè che quel tristo, intentato avendo, benchè invano, molte volte di persuadere entrambi i Capitani di farmi gettar in mare, (il che dopo la promession loro di salvarmi la vita, accordargli essi non vollero,) potè; non ostante, ottener da loro, che io fossi punito con una sorta di pena, più spietata della morte medesima. I miei uomini stribuiti furono su i due Vascelli; ed i Pirati incaricarono alcuni de’loro Marinaj di navigar la mia Barca. Quanto alla mia speziale persona; si decretò che io fossi posto in una picciola barchetta con remi, vela, e provvisioni per quattro giorni, (che furono raddoppiate dalla bontà del Capitan Giaponese,) e di poi abbandonato alla discrezione de’flutti. Calai dunque nella barchetta, regalato dal buon Fiamingo di tutti i termini più ingiuriosi, che il materno suo linguaggio suggerir gli poteva.

Un’ora, o circa, innanzi che i Corsali ravvisati avessi, io avea presa altezza, e avea trovato d’essere a’quaranta a sei gradi di Latitudine Settentrionale, e a’cento ottanta e tre di Longitudine. Staccato che alquanto fui da’Pirati, col vantaggio del mio Cannocchiale, alcune Isole dalla parte di Scilocco discoprj. Con l’intenzione di guadagnare la più vicina, il che credetti dovermi riuscire in tre ore, alzai la vela, e pervenutovi, non vidi che un ammassamento di picciole roccie fu cui di molte uova di uccelli tennimi provveduto: ed avendo accesi col battifuoco alcuni bronchi, e alcun’erbe inarridite, arrostì l’uova medesime. Fu questa tutta la mia cena; volendo io, al possibile, risparmiare le poche mie vittuaglie. Passai la notte al coperto d’una rupe con pochi strepiti sotto al mio capo, ed assai bene dormì.

Il giorno dietro guadagnai un’altra Isola, e quindi una terza, e susseguentemente una quarta, servendomi or della vela, or de’remi. Ma perchè il Leggitore stancato non resti da circostanze poco interessanti, solo dirò che nel dì quinto arrivai all’ultima dell’Isole discoperte, situata allo Scilocco-Levante della prima.

Più discosta di quello che io ne pensava era quest’Isola, essendosi da me consumate cinque ore e più, prima d’abbordarvi: Girai la poca men che tutta, innanzi di trovarvi un luogo allo sbarco assai propio, ch’era un picciolo seno, tre volte più largo della mia barchetta. Tutto pietroso mi apparve il terreno dell’Isola, comechè quà e là di molti cespi seminato. Tolsi dal picciolo mio Vascello le poche mie provvisioni; e dopo di essermi refiziato con un leggerissimo pranzo, messi gli avvanzi in una caverna, onde l’Isola n’era piena. Raccolsi una buona quantità d’uova e di sterpi, per farne e dell’une, e degli altri quell’uso stesso, che la sera innanzi fatto io già ne avea; mercè che io teneva meco una focaja, un fucile, della miccia, ed un cristallo ustorio. Nella caverna stessa, ove stavano riposte le mie vittuaglie, passai l’intera notte; e gli stessi bronchi che mi serviva no di legna da fuoco, di letto eziandio mi valeano. Non fu possibile che le barbare mie inquietudini, neppur per un instante, mi lasciassero chiuder gli occhi. Andava io riflettendo che un luogo tale ove io mi trovava, diserto ed arido, non potesse presentarmi che una morte sicura; cosicchè fortemente oppresso dalla tristezza de’miei pensieri, cuor non ebbi di levarmi, e non uscì della caverna che molte ore dopo del giorno. Spasseggiai qualche tempo fra quelle roccie: assai sereno era il Cielo, e cosi servido il Sole che fissarmivi non potei: quando all’improvviso oscurossi quest’Astro, a quel che mi sembrava, in un modo onninamente diverso, che allorchè il ricuopre una nuvola. Girai la faccia, e vidi fra me ed il Sole un opaco gran Corpo, che si accostava alla mia Isola. Pareami questo Corpo all’altezza di due miglia; e per lo spazio di sei minuti o sette, ei mi levò del Sole la vista. Non badai che nell’intervallo fosse l’aria molto più fredda, o molto più ottenebrato il Cielo, come me ne stessi all’ombra d’un alto monte. Continuando il Corpo sempre ad avvicinarsi, ravvisai ch’egli era una solida sostanza, e ch’era molto piana la parte sua inferiore. Me ne stava allora sopra un’eminenza discosta dalla spiaggia per dugento Verghe, (misura del braccio Inglese) e a un di presso per un miglio d’Inghilterra dal mentovato Corpo. Diedi di mano al mio cannocchiale; e distintamente raffigurar non potei molti uomini muoventisi sopra le coste di quel nuovo Pianetta, ma ciò che facesser eglino, non mi riuscì di disscernere.

L’amor della vita che sì di rado ci abbandona, eccitò in me non so quali sentimenti di gioja, e concepì qualche speranza di liberarmi in qualunque modo dalla spaventevole situazione in cui mi trovava: ma molto disagevole mi sarebbe di esprimere qual si fosse in un tempo stesso il mio stordimento, di scorgere nell’aria un’Isola abitata da uomini; i quali, (per quanto parer mi poteva) aveano la facoltà di alzarla, di abbassarla; in una parola, d’inserirle qualunque muovimento di grado loro: Ma trovandomi allora di non troppo umore di andar filosofando sopra quel Fenomeno, rivolsi tutta la mia attenzione a considerare qual cammino prenderebbesi dall’Isola, giacchè mi sembrava che arrestata ella si fosse. Un instante dopo continuò tuttavia ad accostarsi; ed io i suoi lati ravvisar potei, circondati da serie differenti di Logge, e da non so quali scale piantate a certe distanze, per discendere dall’una nell’altra. Nella Loggia più inferiore vidi alcune persone che stavan pescando con lunghe canne, ed altre puramente spettatrici: Feci lor disegno in girando la mia berretta (giacchè da qualche tempo io era privo del mio capello per essersi consumato) e il mio fazzoletto sopra la mia testa. Giunte ch’esse furono a portata d’intendere la mia voce, gridai con tutta la forza; e dagli sguardi che fissavano alla mia volta, e dagli atteggiamenti loro scambievoli, conobbi che scoperto mi aveano, tutto che al mio gridare non rispondessero. Chiaramente bensì ravvisai quattro o cinque di quegli Abitatori che salivano con gran fretta la scalla la quale all’alto dell’Isola conduceva, e che disparvero ben presto. Indovinai che fosser eglino spediti a ricever ordini a riguardo mio; e veramente, mal non mi apposi, come il seppi dappoi.

Da un momento all’altro aumentava il numero degli spettatori; e in minor tempo d’una mezz’ora trovossi l’Isola in tal maniera situata, che la Loggia più inferiore, tutto che lontana quasi che cento verghe, all’eminenza, ove io me ne stava, compariva paralella. Mi misi allora nell’attitudine di supplichevole, e parlai loro con un tuono di voce il più rispettoso, ma risposta di sorta non ebbi. A giudicarne da’vestiti, que’che stavano più a rimpetto di me, aveano l’aria di persone ragguardevoli: mi guatavano sovente, e mostravano di quistionar insieme con applicazione. Uno d’essi alla fine mi disse alcune parole in un linguaggio che avea qualche rapporto coll’Italiano. Con la lusinga che per lo meno il suono ne riuscisse più gradevole alle loro orecchie, espressi in quest’ultima favella la mia risposta. Benchè punto non c’intendessimo, si avvider eglino nulladimeno, e assai facilmente, di che andasse in traccia la mia costituzione.

Mi fecero segno di scendere dalla traccia, e di portarmi alla spiaggia, il che incontanente eseguì: e dopo ciò fu l’Isola volante diretta nel suo muovimento in un modo tale; che calatasi dalla Loggia più bassa una catena con un sedile appeso all’estremità, mi vi adagiai, e con un carrucolo fui tirato ad alto.

CAPITOLO II.

Descrizione de’Lapuziani. Quali scienze presso loro sieno più in voga. Compendiata idea del Re, e della sua Corte. Maniera con cui evvi ricevuto l’Autore. Timori ed inquietudini a quali quegli Abitanti sono suggetti. Descrizione delle Donne.

IL piede appena io posi a terra, che fui attorniato da una folla di popolo; ma que’che più a me si avvicinavano, parevano qualche cosa di maggior distinzione. Mi contemplarono con tutti i più chiari indizj di stupore; ed io credo ch’ebbero il motivo di asserire la stessa cosa di me; non avendo io, per tutta la mia vita, veduti uomini più singolari, sia nelle vestiture, o nelle maniere, o ne’sembianti. Chinan tutti la loro testa o alla dritta, o alla manca parte: uno degl’occhi loro è rivolto verso la Terra, e l’altro verso i loro Zenit. Sono adorne le loro vestimenta di figure di soli, di Lune, di Stelle, di Violini, di Flauti, d’Arpe, di Trombe, di Chitarre, di Gravicembali, e d’altri molti Strumenti incogniti in Europa. Alcuni uomini quà e là vidi che l’aria aveano di servidori, e che all’estremità d’un corto bastone, che tenevano in mano, legata aveano una gonfiata vescica, a modo di frusta. In cadauna vescica si contevano alcuni ceci secchi, o alcuni sassolini, per quanto fummi riferito dappoi. Valevansi coloro di quelle vesciche per battere la bocca, e le orecchie di que’che erano lor vicini; pratica, onde allora mi riuscì impossibile di concepirne l’utilità; ma seppi poscia ch’è sì avvezzo quel Popolo a profondarsi, e ad immergersi in cupe meditazioni, che a patto veruno non può parlare, o ascoltare i discorsi altrui, se in qualche modo non se gli percuote la bocca, o gli organi dell’udito. Ecco la ragione perchè coloro che si trovano in istato di fare questa spesa, an sempre nella loro Famiglia un somigliante Destatore (il chiaman essi Climenole (a guisa di domestico, e da cui incessantemente sono accompagnati quand’escono di casa, o che rendono qualche visita. Il suo impiego si è, in una compagnia di tre persone o quattro, di passar leggermente la sua vescica sopra la bocca di quegli che vogliono parlare, e sulla destra orecchia altresì di colui, o di coloro, a quali essi parlano. E’obbligo pure di questo Destatore, d’accompagnare il suo Padrone quand’ei stassene spasseggiando, e di dargli in certe occasioni un picciolo colpo sopra gli occhi: mercè che assiduamente egli è occupato sì forte dalle sue meditazioni, che senza ciò, si troverebbe in risico di piombare in qualche precipizio, e di dar la testa in qualche tronco; oppure di cadere in qualche rivolo, o di farvi cascar gli altri.

Era necessaria una tale specificazione; imperocchè se io non vi fossi entrato, i miei Leggitori, al pari di me si sarebbero rinvenuti molto imbrogliati nel comprendere il procedimento di quelle genti, quando pel mezzo di molti gradini elleno salir mi fecero per fin alla sommità dell’Isola, e che quindi alla Reggia mi condussero. In tempo del nostro ascendere, dimenticarono molte volte il suggetto di lor commissione; ed ivi mi piantarono, finchè pel soccorso degli Svegliatori loro, rivennero a se medesime: poichè veruna d’esse non dava il medesimo segno d’essere attratta da qualunque stravaganza de’miei vestiti, e del mio portamento; e neppure da quali si fossero acclamazioni del Volgo, non essendo la lor anima sì suggetta ad astratte specolazioni.

Arrivammo finalmente al Palagio, ed entrammo nella Sala di fronte, ove vedemmo il Re sul suo Trono, circondato da ambi i lati da molti grandi. Dinanzi al Solio stava piantata una gran tavola tutta coperta di Globi, di Sfere, e di Strumenti di Matematica d’ogni sorta. Tutto che il concorso di que’che appartenevano alla Corte rendesse l’ingresso nostro tumultuoso, neppur baddovvi Sua Maestà; essendo ella profondamente immersa nel rintracciare lo scioglimento d’un proplema, che solamente un’ora dopo riuscille di ritrovare. A cadaun fianco di lei v’era un Paggio con la vescica alla mano: veduto ch’ebbero questi Paggi che si era rinvenuta la Dimostrazione; uno d’essi di edele un picciolo colpo sopra la bocca, e l’altro sopra l’orecchia dritta; il che la fece scuotersi, nella guisa appunto che qualcuno che dorme viene all’improvviso destato: dopo ciò ella, gettato lo sguardo sopra di me, e sopra coloro che m’attorniavano, si risovvenne del motivo del nostro arrivo, onde da prima n’era stata istruita. Disse alcune parole; che pronunziate appena, un giovane tenente in mano una vescica, tale che io la descrissi, adaggiossi accosto di me, e diedemene alcuni colpi su la destra orecchia; ma a forza di segni comprendere gli feci, che io non avea bisogno dell’ajuto di quello strumento; il che, per quanto dappoi ne seppi, impresse nel Re, e nella Corte tutta, una idea del mio genio poco vantaggiosa. Per quello che congetturar ne potei, fecemi Sua Maestà alcune quistioni; ed io dal mio canto le parlai in tutte le lingue che mi erano cognite. Persuasi amendue che non potevamo intenderci, ordinò il Re che io condotto fossi in un Appartamento della sua Reggia, (avendo questo Principe superati tutti i suoi Predecessori in ospitalità o i riguardo degli Stranieri,) ove due Staffieri, al mio servigio destinati furono. Mi si reco a pranzare; e quattro Signori, che mi ricordava di aver veduti accanto della persona del Monarca, m’impartirono l’onore di mangiar meco. Due serviti avemmo, cadauno di tre piatti, Consisteva il primo in uno spalletto di Castrato tagliato in triangolo Equilatero, un pezzo di Bove in Romboide, ed un Sanguinaccio in Cicloide. Di due Anitre in figure di Violini era l’altro servito, d’alcune Salsicce in forma di Flauti, e d’un Petto di Vitello in guisa d’Arpa. I Servidori trinciarono il nostro pane in Coni, in Cilindri, in Paralellogrammi, e in molte altre Figure di Matematica.

Standocene in talvola, presi la libertà di domandare i nomi di diverse; cose; e que’Signori, mediante l’assistenza de’Destatori loro, compiacquesi di dirmigli, con la speranza che se io avessi si una infinita ammirazione per la loro abilità, pervenir potessi a legare con esso loro una buona conversazione. Mi trovai ben presto in istato di chiedere del pane, a bere, ed altre cose che mi erano necessarie.

Dopo il mio desinare la mia Compagnia mi lasciò; e per ordine del Re fummi inviato un non so chi, assistito da uno Svegliatore. Egli avea con se penna, carta, inchiostro, e tre o quattro libri, dandomi a conoscere con atteggiamenti, che veniva per ammaestrarmi del linguaggio del Paese. Quattr’ore me stetti con esso lui; nel corso delle quali registrai alcuni termini in forma di colonna disposti, con la loro traduzione accanto. Procurai altresì d’apprendere alcune brievi frasi. A tal effetto il mio Maestro facea fate differenti cose al mio Servidore; per esempio, ordinavagli di federe, di tenersi ritto in piedi, di spasseggiare, o di fare una riverenza: e a misura che il Servidore eseguiva cadaun degli ordini, mi dettava il Maestro la frase che dovea esprimerlo. Mi mostrò eziandio in uno de’suoi libri, le Figure del Sole, della Luna, delle Stelle, del Zodiaco, de’Tropici, de’Circoli Polari, e d’un gran numero di Piani, e di Solidi. Notar mi fece i nomi di tutti i Musicali Strumenti che sono in uso appo quel Popolo, e con esatezza me gli descrisse. Partito che fu, disposi tutti i miei vocaboli con le loro spiegazioni in ordine d’Alfabeto, e in questo modo, in pochi giorni, col soccorso d’una buona memoria, feci gran progressi nella loro favella.

Il termine che io rendei per quello d’Isola Volante, o Fluttuante, trovasi in loro lingua Laputa; termine, onde non e sì agevole di riconoscerne la vera etimologia. Lap in vecchio idioma significa alto; ed Untuh un Governatore; donde, dicon essi, è derivato corrottamente il termine di Laputa: questa derivazione però non mi sembra naturale. Feci parte un giorno ad alcuni Letterati di loro, d’una mia conghiettura su questo proposito; e dimandai se forse Laputa da Lap outed venir potesse; Lap significando propiamente il muovimento de’raggi Solari nel Mare, o outed un’Ala: conghiettura, su cui permetto a’miei Leggitori di pronunziare.

Riflettutosi da coloro, a’quali mi aveva affidato il Re, che trovavami assai male in arnese, ordinarono essi ad un Sarto di venire il giorno dietro, e di prendermi la misura per un abbigliamento compiuto. L’eseguì quest’Artefice, ma in una foggia onninamente diversa da quella ch’è dell’uso comune in Europa. Valsesi di primo tratto d’un’quarto di Cerchio, per la misura della mia altezza; e poscia col mezzo d’una Regola, e d’un Compasso, descrisse in carta tutte le dimensioni del mio corpo, portandomi sei giorni dopo i miei vestiti perfettamente mal fatti, per avere sbagliato in una Figura: tuttavia mi consolai, avendo io osservato ch’erano assai ordinari gli accidenti di questa fatta, e che non se ne prendeva la menoma inquietudine.

Nel frattempo che si lavorava dietro le mie vestimenta, e durante una piccola indisposizione, che susseguentemente mi confinò alcuni giorni in casa, accrebbi d’un gran numero di vocaboli il mio Dizionario; cosicchè portatomi di poi alla Corte, fui in istato d’intendere molte cose che mi diceva il Re, e taliter qualiter di rispondergli. Avea comandato Sua Maestà, che il movimento dell’Isola al Greco-Levante diretto fosse verso il punto verticale al di sopra di Lagado, la Capitale di tutto il Regno. In distanza di novanta leghe trovavasi questa Città, e il nostro viaggio più che quattro giorni e mezzo non durò: con tutto questo, posso fare un ampia protesta che in quel tempo tutto del menomo muovimento della nostra Isola non mi avvidi.

Fermossi ella, secondo gli ordini del Re, sopra alcune Città, i cui Abitatori presentar dovevano diverse suppliche. A tal effetto si calavano molti funicelli tenuti tesi da qualche peso nella loro estremità inferiore. Legava il Popolo le sue suppliche a questi funicelli, che poscia si traevano ad alto; e talvolta, col mezzo d’alcune carrucole, e vino, e provvisioni di qualunque sorta ritiravamo dal basso.

Ciò che io sapeva in Matematica fummi d’un grande ajuto per apprendere la loro favella, i cui termini, per la maggior parte, an rapporto con questa Scienza, e con la Musica, onde vantarmi posso di non essere tutto affatto ignorante. Son continui oggetti delle loro meditazioni le Linee e le Figure. Se voglion essi, per esempio, lodar la bellezza d’una Donna; o di qualche altro animale, fanno entrare nel loro Elogio, Romboidi, Circoli, Parallelogrammi, Ellisi, ed altre Geometriche Figure; ovvero de’Musicali termini. Osservai nella Cucina del Re ogni sorta di Strumenti di Matematica, e di Musica, le cui figure servono di modello alle vivande della mensa di Sua Maestà.

Son mal costrutte le loro Abitazioni; e notai che non aveavi in veruno degli Appartamenti neppur un angolo retto; il che proviene dal disprezzo che an essi per la Geometria pratica, che come troppo meccanica riggettan; e per disgrazia, gli Architetti loro non anno lo spirito di comprendere le loro astratte Dimostrazioni; stupidezza, a cagione di cui patiscono i loro edifizj.

I Lapuziani generalmente son cattivi Ragionatori, e molto contraddicenti, se eccetuisi quando lor avviene d’aver ragione, il che è cosa assai peregrina. Immaginazione ed Invenzione sono termini ch’eglino non conoscono, e pe’quali non an neppure vocaboli in loro lingua; essendo circonscritti, e in qualche modo consecrati alle due Scienze testè da me mentovate, tutti i pensieri delle lor anime.

I più di essi, e principalmente que’che si applicano allo studio dell’Astronomia, sono gran Fautori dell’Astrologia Giudiciaria: comechè arrossiscano di professarla in pubblico. Ma ciò che in ispezielta ammirai, e che nel tempo stesso parvemi incomprensibile, si è l’estrema loro curiosità per gli Politici affari, e il loro eterno furore di formar giudizi, e disputar sopra qualunque cosa al Governo ed agli Stati attinente. Per vero dire, riflettei ch’era questa un infermità assai comune del maggior numero de’Matematici di mia conoscenza in Europa; ma non per tanto non siegue che io non sappia qual relazione esservi possa tra una somigliante smania, e la loro professione; purchè essi non suppongano, che come un picciolo cerchio non ha più gradi che un grande, ne venga in conseguenza che non abbisogni maggior abilita per governar il mondo, che per girar un Globo in sensi diversi. Ma più inclino a credere, che una tale irregolarità provenga da un difetto comune alla Natura umana, che renderci più curiosi delle cose che ci concernono meno, e per cui men di talento noi possediamo.

E’suggetto quel Popolo ad inquietudini perpetue, non gustando mai d’un solo instante di riposo; e derivano le sue inquietudini da cagioni tali che non sono affettate dal rimanente degli Uomini. Ei teme che ne Corpi Celesti non succedano certi cangiamenti. Per esempio, che la Terra, se il Sole continui sempre ad accostarsene, non resti un giorno inghiottita da quest’Astro: Che la superficie del Sole non sia poco a poco ricoperta d’una crosta, che gl’impedisca alla fine di farci parte del suo calore, e del suo lume. Racconta, che molto poco vi vuole che l’ultima apparuta Cometa non siasi urtata con la Terra, il che se seguito fosse, doveva questa, senz’altro, ridursi in cenere; e che secondo tutte le apparenze resterà infallibilmente distrutta dalla prima Cometa che si lascerà vedere; il che avverrà da quì a trenta e un anno, secondo il suo calcolo: essendo che questa Cometa, nel suo perielio dee molto avvicinarsi al Sole, per concepire un grado di calore dieci mila volte più grande di quello d’un ferro rovente; e dopo di aver lasciato il Sole, strascicar dietro se una fiammeggiante coda, che eccederà la lunghezza di quattrocento mila leghe; da cui, se la Terra passa in distanza di trenta mila leghe dal Corpo della Cometa, non può certamente non restar incendiata, e ridotta in cenere. Che il Sole, perdendo ciascun giorno una porzion de’suoi raggi senza ricevere qualche alimento che ne compensi la perdita, a guisa di candella si smorzerà alla fine: dal che per necessità ne proverà il distruggimento della nostra Terra, e de’Pianetti tutti che da lui il lume ricevono.

Sì fattamente sono inquietati que’Popoli da fomigliantti spaventi, che non trovano luogo e quiete di sorta, nè san gustare delle comuni soavità della vita. Quando la mattina si abbattono in alcuni de’loro Amici, versa la prima lor quistione sopra la sanità del Sole, come par ch’ei si porti nel suo tramontare, e nel suo risorgere, e se vi ha raggio di speranza di poter isfugire della prima Cometa il rincontro. In trattenimenti di questo genere, si lascian vedere a prendere il piacere medesimo onde gustano i fanciulli, quando intendono Storie di Fantasmi, e d’Apparizioni: Storie, ch’essi ascoltano con la più avida curiosità, ma che imprimendo loro del terrore, lor non lasciano trovar la strada d’andar a letto.

Le Donne dell’Isola sono molto vivaci, spregiano i propj Mariti, ed impazziscono per gli Stranieri. Scelgono fra questi i lor Cicisbei; ma il mal si è che con troppo agio, e troppa libertà coltivano i loro amori; piochè trovasi sì profondato nelle sue meditazioni lo Sposo, che gli Amanti potrebbono in presenza di lui appigliarsi alle maggiori confidenze senza timore del suo accorgimento, purchè solamente egli avesse della carta, e i suoi strumenti, e che non gli fosse a’fianchi il suo Risvegliatore. 

Le Femmine e le Donzelle si lagnano amaramente d’essere rinchiuse in quell’Isola, non ostante che, a mio credere, sia quegli il più bel Paese del Mondo: e tutto che vi vivan elleno in tutta l’abbondanza più immaginabile in un modo il più magnifico, e che sia lor permesso di far ciò che vogliono, muojon di voglia di veder il mondo, e di gustar i piaceri della Capitale; il che non è lor permesso, senza, perlomeno, una particolare licenza del Re, e sì facile ad ottenersi non è questa licenza; poichè la maggior parte de’Mariti, quanto sia difficile il quindi far rivenire le mogli, bastevolmente saggiò. Mi fu detto che una Dama del primo Carattere che avea molti figliuoli, e ch’era maritata con un Ministro di prima sfera, uno de’principali Signori del Regno, il qual amavala fin ad essere pazzo, e con cui ella soggiornava in un de’più bei Palagj dell’Isola, imprese il viaggio di Lagado col pretesto che spiravavi Un’aria migliore per la sanità di lei; che vi si tenne per alcuni mesi occultata, finchè li Re mandovvi un ordine di carcerazione; che fu rinvenuta in una bettola, tutta cenciosa, impegnate avendo tutte le sue vestiture per mantenere un vecchio laidissimo facchino, il qual la batteva ben bene ogni giorno, e da cui ella altresì con infinita ripugnanza si separò. La ricevè lo Sposo con tutta la bontà possibile; e senza che le ne facesse il menomo rinfacciamento: e perciò ella guari non istette ad eseguire una seconda scappata, a sportando seco tutte le sue gioje, per andar a riunirsi all’Amante suo, senza che poscia se ne abbia avuta contezza di sorta. Non è improbabile che alcuno de’miei Leggitori s’immagini che io gli narri una Storia Europea, ovver Inglese: Ma lo scongiuro di riflettere, che i capriccj del bel sesso non ristringonsi a qualche Clima, o a qualche particolare Nazione: bensì che anno una uniformità più generale, che tutto ciò che si possa dire.

Nello spazio d’un mese io avea fatti bei progressi nella loro favella, e mi trovava in istato di rispondere alla maggior parte delle quistioni del Re, quand’io avea l’onore di vederlo. Non dimostrò Sua Maestà curiosità veruna in proposito delle Leggi, del Governo, della Storia, della Religione, o de’Costumi de’Paesi che io avea visitati; ridusse bensì tutte le sue ricerche alle sole Matematiche, ed ascoltò con molto sprezzo, e con molta indifferenza ciò che le dissi su quest’argomento, tutto che i due Destatoti ch’ella teneva accosto, diligentemente le proprie incombenze effettuassero.

CAPITOLO III.

Fenomeno spiegato col soccorso della filosofia, e dell’Astronomia Moderna. Abilità de Lapuziani nell’ultima di queste due Scienze. Metodo del Re per reprimere le sedizioni.

DImandai permissione a quel Monarca d’andar a vedere le curiosità dell’Isola, ed egli graziosissimamente aderì a’miei desiderj, ordinando nel tempo stesso al mio Maestro d’accompagnarmi. Mia principale premura si era di sapere a qual Cagione, o nell’Arte, o nella Natura, fosse debitrice quell’Isola de’suoi diversi movimenti: ed ecco di che or ora voglio far parte a’miei Leggitori.

L’Isola volante, o fluttuante, esattamente è circolare: il suo Diametro è di 7837. Verghe, e vale a dire, a un di presso di quattro miglia e mezzo, e per conseguenza contiene dieci mila Campi Italiani. Ha trecento verghe di grossezza, e la parte sua inferiore è una spezie di piano di diamante assai liscio, che perfino allaltezza di più di dugento verghe si stende. Al di sopra di questo letto di Diamante trovansi i differenti minerali nell’ordine consueto, e poscia un inviluppo di terreno assai grasso, di dieci o dodici piedi di grossezza. Il pendio della parte superiore, della circonferenza perfino al centro, e la natural cagione che le rugiade e le pioggie che cadono sopra l’Isola, si rendano per piccioli rivoli verso il mezzo, donde si gettano in quattro dilatati Bacini, ognun de’quali ha di circuito un mezzo miglio, ed è lontano dal centro per dugento verghe. L’acqua di questi Bacini si cangia ogni giorno pel calore del Sole in vapori, il che impedisce ch’eglino non isgorghino; senza metter in conto, che siccome è in arbitrio del Monarcha di far ascendere l’Isola al di sopra della Regione delle nuvole e de’vapori, così è in potere di lui, quando il voglia, di guarentirla dalle piogge e dalle rugiade; mercè che, a confessione di tutti i Naturalisti, non sono che alla distanza di due miglia le più alte nuvole. Ciò che vi ha di certo si è, che in quel Paese più che a quest’altezza non ascendono elleno mai.

Nel centro dell’Isola avvi un’apertura di cinquanta Verghe di diametro, per cui calano gli Astronomi in un gran concavo, che a cagion di ciò nomasi Elandola Gagnole, o la Caverna degli Astronomi, situato in profondità di cento Verghe più abbasso che la superior superficie di Diamante. Ardono di continuo in questa Caverna venti lampade, il cui lume sopra muraglie adamantine riflettuto, tramanda uno splendore che non può esprimersi. E’empiuto il Luogo di Quarti di Cerchio, di Telescopj, d’astrolabj, e d’altri strumenti Astronomici. Ma il più curioso oggetto, e donde ne dipende il destino dell’Isola, si è una calamita d’una prodigiosa grandezza, e d’una figura a una navicella di Tessitore, assai somigliante. Sei verghe di lunghezza e tre di grossezza ha questa calamita. Ella è sostenuta da un cardine fortissimo di Diamante che le passa pel mezzo, e su cui ella si aggira; ed è sì esatto il suo equilibrio, che il tocco più leggiero è valevole a muoverla. Di più: è attorniata da un voto Cilindro di Diamante, il qual ha quattro piedi di profondità, altrettanti di grossezza, e dodici verghe in diametro, situato orizzontalmente, e sostenuto da otto piedi di Diamante, ognun de’quali ha in altezza sei verghe. Nel mezzo della parte concava, evvi un incavo di dodici piedi di profondità, ove son collocate l’estremità del Cardine, e girano quando il bisogna.

Non vi ha forza che toglier possa questa pietra dalla sua situazione; piochè il cerchio che la circonda, e i piedi ond’ella sta appoggiata, fono una continuazione di quel Corpo di Diamante che forma la parte superiore dell’Isola.

Pel mezzo di questa calamita, si fa alzarsi, e bastarsi, e muoversi, l’Isola da un luogo all’altro: Essendo che, per rapporto a quella parte della Terra su cui si stende l’Imperio di Sua Maestà, e la pietra in una delle sue parti dotata d’una facoltà attrattiva, e d’una facoltà repulsiva nell’altra. In girando l’estremità attrattiva della calamita verso la Terra, discende l’Isola: e pel contrario ella monta direttamente ad alto, quando la Terra è risguardata dall’estremità repulsiva. Quando è obbliqua la posizion della pietra, lo è pure il movimento dell’Isola, mercè che in questa calamita, le forze operano sempre in linee paralelle alla sua direzione.

Con quest’obbliquo movimento, è trasportata l’Isola verso i differenti luoghi del Dominio del Monarca. Per meglio spiegar ciò, poniamo che A B sia una linea tirata a traverso del Regno di Balnibarbi; che la linea C D rappresenti la calamita, di cui D sia l’estremità repulsiva, e C l’attrattiva essendo l’Isola situata sopra C; che la posizion della pietra sia C D con l’estremità repolsiva al basso; allora io dico, che salirà l’Isola in linea obbliqua verso D. Pervenuta ch’ella sarà al punto D, che la pietra sia girata sopra il suo Asse finchè la sua attrattiva estremità sia appuntata inverso E, io dico che l’Isole sarà portata obbliquamente verso E; o se la pietra è di nuovo aggirata sopra if suo Asse finchè ella si trovi nella posizione E F con la sua estremità repulsiva al basso monterà l’Isola obbliquamente inverso F, o se diregesi l’attrattiva estremità in verso G, e da G inverso H, in girando la pietra, in modo che la sua estremità repulsiva sia direttamente al basso. E così cangiandosi la situazion della pietra tanto sovente quanto egli è necessario, l’Isola o monta, o discende, o muovesi in Linee più, o men obblique; e in questo modo dall’uno all’altro luogo del Dominio è trasferita.

Ma convien riflettere che quest’Isola non potrebbe essere portata più lunge di quel che si dilata l’Imperio del Re, nè salire a maggior altezza di quattro miglia. Del che gli Astronomi, che an composti grossi Volumi per ispegiare le maraviglie di questa pietra, recano la seguente ragione: Che la virtù magnetica non si diffonde al di la di quattro miglia; e che il Minerale il qual opera sopra la pietra nelle viscere della Terra, e nel Mare perfino a sei leghe o circa dalla spiaggia, non è sparso per tutto il Globo; bensì ha i limiti medesimi che il Dominio del Re: e agevole riuscirebbe a un Principe, pel gran vantaggio ch’egli ritrarrebbe da una somigliante situazione, di ridurre alla sua ubbidienza tutti i Paesi, a riguardo de’quali la calamita della sua Isola avrebbe le proprietà medesime.

Quando questa pietra è paralella all’Orizzonte, viene arrestata l’Isola; imperocchè in un tal caso, le due estremità trovandosi in egual distanza dalla Terra, operano con forza eguale, traendo l’una al basso, sospignendo l’altra all’alto, donde ne siegue che non può esservi muovimento.

E’affidata questa calamita all’attenzione di certi Astronomi, che di tempo in tempo le adattano quelle posizioni che più vuole il Monarca. Impiegan essi la maggior parte del viver loro nell’osservare i Celesti Corpi; il che fanno con cannocchiali infinitamente più eccellenti de’nostri. Un tal vantaggio gli ha messi in condizione di stendere le scoperte loro assai più lunge che i nostri Astronomi in Europa; perchè an essi formato un Catalogo di dieci mila Stelle fisse; laddove la più compiuta lista delle nostre, non ne continue che incirca la terza parte di questo numero. An discoperto due satelliti di Marte, un de’quali è lontano dal centro di questo Pianeta di tre de’suoi Diametri, e di cinque l’altro: aggirasi questo sopra il suo centro in ventun’ora e mezzo, e quegli in dieci; cosicchè: Quadrati de’loro Tempi periodici sono presso poco nella proporzione medesima co’Cubi di loro distanza dal Centro di Marte: il che dimostra con evidenza che son governati dalla Legge medesima di gravazione, onde son suggetti gli altri Corpi Celesti.

Hanno osservate novanta e tre Comete differenti, e notati con grand’esattezza i ritorni loro periodici. Se ciò è vero, come con gran franchezza l’assicurano, sono a desiderarsi estremamente le lor Opere rendute pubbliche, perchè servir potrebbono a portar la Teorica delle Comete, che fin al presente è molto difettuosa al punto medesimo di perfezione, ove le altre parti dell’Astronomia sono pervenute.

Sarebbe il Re il più assoluto Principe dell Universo, se solamente potesse rendere persuasi i suoi Ministri d’unirsi strettamente a lui: ma come son situati al Continente i Beni di questi, e che d’altra parte, spaccian eglino l’impiego di Favorito come cosa la più fragile del Mondo, assentir non vollero mai che ridotta fosse in ischiavitù la Patria loro.

Quando si ribella qualche Città, ch’è squarciata da violente Fazioni, o che niega di pagare gli ordinarj tributi al Re, servesi questo Principe di due metodi per rimetterla nel propio dovere. Il primo è il più soave si è, di situare l’Isola al di sopra di quella tal Città, e del circostante Paese, affin di toglierle la pioggia, ed il calore del Sole: il che immediate produce una generale consternazione, e cagiona infermità negli Abitatori. Che se il merita il loro delitto, si lancian loro dall’Isola delle grosse pietre, da cui non han essi che un solo mezzo per guarentirsi; ed è di cacciarsi entro caverne o concavità, in tempo che i tetti delle loro Case ruinano. Ma se a dispetto di tutto questo restan tenaci nella loro perfidia, o presumono di rivoltarsi: il Re ne viene all’ultimo de’rimedj, il qual è di lasciar cadere direttamente sull e loro teste l’Isola; il che in un tempo stesso e le Case della Città, e gli Abitatori distrugge. Con tutto ciò, molto di rado a un’estremità di questa fatta vuole ridursi il Monarca; anzi non ha egli mai una vera intenzione d’effettuarla: d’altra parte non ardirebbono i suoi Ministri consigliargli un’azione, che non solamente renderebbelo odioso al Popolo, ma eziandio ruinerebbe le propie loro Tenute, le quali sempre son collocate nel Continente, essendo l’Isola il Dominio del Principe.

Ma vi ha altresì una più importante ragione, perchè i Re di quel Paese cotanto ripugnino all’eseguimento d’una vendetta sì formidabile, se pure non vi son costretti da una estrema necessità: Essendo che, se nella Città che si vorrebbe distrutta, sienvi solamente alcune gran roccie, come ve ne sono quasi in tutte le gran Città, che, secondo tutte le apparenze sono state costrutte in luoghi idonei ad impedire una somigliante Catastrofe, una caduta alquanto gagliarda danneggiar potrebbe la superficie inferiore dell’Isola; la quale, tutto che consiste, come già il dissi, in un sol Diamante di dugento verghe di grossezza, potrebbe frangersi per un urto troppo violento, oppur fendersi in accostandosi troppo a’fuochi accesi nelle abitazioni della Città; come allo spesso cio avviene alle lastre di ferro, o di pietra ne’nostri Focolari. A maraviglia, di tutto cio n’è informato il Popolo; ed ha egli l’abilità di portar precisasmente la sua ostinazione al punto ove bisogna, quando si tratti della propia libertà, o de’propj Beni. E il Re, allor quando è più sdegnato, è più risoluto di rovesciare sossopra la Città, commanda che adagio adagio facciasi scender l’Isola, col pretesto della somma tenerezza di lui inverso il suo Popolo: ma in sostanza, per timore di spezzare la superficie del Diamante: nel qual caso son persuasi tutti que’Filosofi, che la calamita a sostenerla più non varrebbe.

Per una Legge fondamentale di quel Regno, nè al Re, nè a veruno de’suoi Primogeniti, non è permesso di distaccarsi dall’Isola: Quanto alla Regina, non l’è proibito, purchè ella non sia più in istato d’aver figliuoli.

CAPITOLO IV.

L’Autore parte da Laputa, è condotto a Balnibardi, e arriva alla Capitale. Descrizione di questa Città, e del sue Distretto. Ospitalità con cui egli è ricevuto da un Gran Signore. Sua conversazione con esso lui.

TUtto che non avessi un giusto motivo di lagnarmi della maniera con cui io era trattato in quell’Isola; un po troppo, non ostante, io vi era trascurato: ed era la trascuranza alquanto disprezzante: mercè che nè il Principe, nè chi che fosse de’Suggetti di lui, non avea la menoma curiosità per veruna Scienza, eccettuatene le Matematiche, e la Musica, che in confronto di loro molto poco io intendeva: dal che provenivane che molto poco pure a me si badasse.

Da un’altra parte, avendo io vedute tutte le rarità dell’Isola, mi moriva di voglia d’abbandonarla, non potendo più soffrire a patto veruno la compagnia di quel Popolo. Ma vero è ch’è lui eccellente in due Scienze che in ogni tempo furono molto da me apprezzate, ed in cui, ardisco di dirlo, io non sono onninamente ignorante; ma in ricompensa, stava egli di continuo sì forte profondato nelle sue specolazioni, ch’è impossibile di ritrovar uomini di un commerzio più disaggradevole. Io non frequentava che Donne, che Mercatanti, che Destatori, e che Paggj di Corte per gli due mesi del mio soggiorno colà; cosa, che alla fine in un generale dispregio gettommi. Ma che farvi? Eran costoro l’uniche persone, ond’io potea ricevere una risposta ragionevole.

A forza d’applicazione, mi era molto avanzato nella conoscenza della loro favella: mi trovava lasso d’essere confinato in un’Isola ove io faceva una sì sciocca figura; ed era risoluto a tutto costo con prima opportunità di lasciarla.