Alla Camera Rossa era un andirivieni continuo di compagni in bicicletta. Assoluto Malvagni, il segretario di detta Camera, si sentiva, quel giorno, l'anima precisa e concreta di un Imperatore. Radunava le fila; metteva in moto le moltitudini. Tutto dipendeva da un suo cenno.
Si ha un bell'avere saldi principii democratici, ma certi poteri finiscono per inebbriare chi li esercita. Chiamarsi Segretario piuttosto che Re o Imperatore, poco importa; il tutto consiste nell'essere padroni del popolo.
Assoluto Malvagni era padrone del popolo; o meglio, di quella parte del popolo che militava con lui sotto le bandiere del socialismo.
Assoluto Malvagni si era fatto su Marx e, passando di plusvalore in plusvalore, era diventato una testa grande. Come avvocato non aveva assunto il patrocinio se non di un furto di galline. Riuscito a far condannare il ladruncolo, aveva preferito poi alle pandette la politica.
Suo padre, integerrimo falegname, si era illuso di possedere nel figlio, un grand'uomo e, per condurlo agli studi universitari, dopo essersi indebitato fino ai capelli, aveva venduto le ultime seghe.
Carpita la laurea, il povero Assoluto era ritornato alla Città del Capricorno nella speranza di guadagnarsi rapidamente una vasta clientela. Ciò non ebbe a toccargli e Assoluto se la prese dapprima con l'indelicata società poi con la grassa borghesia.
Una volta entrata in ballo la grassa borghesia, Assoluto di Patroclo Malvagni sentì di aver afferrata la fortuna per le corna e si valse delle medesime.
Andò innanzi a cornate. Questo è un mestiere che riesce bene, se uno non ha troppi scrupoli.
Incominciò con l'avere un serio litigio col suo papà.
Il suo papà, come abbiamo detto, era un repubblicano a fondo perduto, di schiatta legnosa. Egli stava alla sua convinzione politica come una cariatide al proprio sostegno e non avrebbe ammesso che il figlio degenerasse. Ma il figlio, di Repubblica non volle saperne. Vi furono litigi seri. Una volta Patroclo, afferrata una seggiola, voleva romperla sulla testa di Assoluto; però, non essendo Assoluto dello stesso parere, il vecchio Patroclo si convinse che quella non era la forma migliore per far entrare un'idea nelle testa del figliolo e le cose rimasero al punto di prima.
Assoluto si buttò al socialismo. Grande oratore non era, ma sapeva dire quattro minchionerie con una certa foga.
Poi doveva vendicare l'oltraggio che la società gli aveva fatto, non riconoscendolo grande avvocato.
Il suo odio si vestì di ingiustizia sociale. La grassa borghesia era là, pronta ad essere presa a calci in qualsiasi parte; Assoluto incominciò l'operazione per conto del proletariato.
Per meglio fare fondò un giornale: «Il Faro Socialista», e in pochi anni si sistemò.
La borghesia finì per rispettarlo. Gli stessi che avevano deriso l'avvocato povero diavolo, ammirarono il direttore del Faro Socialista.
Dati i quali trionfi, l'avvocato Malvagni divenne più Assoluto che mai e tempestò, e minacciò e scrisse come una bestia, ma con quella tale bestialità che è necessaria al popolo, a volerne essere amati. Fu un organizzatore instancabile; si prodigò in comizi e conferenze; parlò sempre, in qualsiasi ora del giorno o della notte e in qualunque luogo si trovasse. Così crebbe in importanza e in misura e dominò la massa.
Ora egli predisponeva la battaglia dalla sua sede nella Camera Rossa. Aveva innanzi, una carta topografica della provincia e veniva riempiendola di segni cabalistici, con matite di vario colore. Riceveva e rimandava, con ordini brevi e precisi, i capi delle varie sezioni; precisava le ore dell'attacco, le strade da battere, le precauzioni da prendere, il numero di uomini da usare.
Ora un bracciante stava presso il tavolo di lui: il cappello in testa e le mani in tasca.
— Dunque hai capito, Giorgione?
— Ho capito.
L'avvocato Malvagni non alzava il capo dalle sue carte.
— Dovete cominciare dall'aia dei Baten.
— Va bene.
— A partire da San Girolamo e ad andar di traverso pei campi, impiegherete tre ore...
— ... buone!...
— Sì, tre ore.
— Ma avete pensato — riprese Zurzôn — che a battere la strada che avete detto voi ci son da traversare tre grandi fossi?
— Ci ho pensato. E non è per questo che ho fatto seguire la macchina da tre carri di fascine?
— Va bene.
— Allora non ho altro da aggiungere.
— Posso andar via?
— Sì.
Si lasciarono. Arrivarono gli informatori.
— Ci sono incidenti?
— Poca roba. Una bastonatura alla Rotta; qualche schioppettata a San Casciano.
— Feriti?
— Nessuno.
— Sì — soggiunse un secondo: — due donne!
— Come due donne?
— Una rossa e una gialla.
— E dove?
— Alla Pieve Quinta. Hanno incominciato a graffiarsi, poi si sono sparate contro.
— Ferite gravi?
— No.
— Sono dentro?
— Una è dentro e l'altra è all'ospedale.
— Bene. E le macchine sono in moto?
— Le prime, sì.
— Dove?
— A San Casciano, alla Rotta, a San Pietro, a San Zaccarìa...
— Gli uomini sono armati?
— Armatissimi.
— Si sono divisi in tre squadre?
— Sì.
— Avete altro da dirmi?
— Ci sarebbe il caso Borgnini...
— Be'?...
— Il popolo vuole soddisfazione.
— Il popolo aspetterà. A questo penso io.
— C'è molta gente che brontola.
— Qui bisogna ubbidire e non brontolare!
— Però...
— Non c'è però che tenga!... Quando sarà tempo penseremo a Borgnini. La disciplina di partito assegna a ciascuno la propria responsabilità e un compito preciso. Andate.
E anche gli informatori andarono.
Assoluto Malvagni rimase al proprio lavoro, tetragono al caldo, alle mosche, alla stanchezza.
Le trebbiatrici erano partite alla chetichella dal loro grande deposito presso la città del Capricorno e si erano sparse un po' qua un po' là per la campagna, fermandosi nei luoghi più opportuni a prendere l'avvio per muovere all'assalto delle aie. Tale dislocamento era stato studiato tanto dai rossi quanto dai gialli con minuziosa cura e, molte volte, i due avversari si trovavano all'agguato a poche centinaia di metri.
In questi casi, la reciproca sorveglianza era accanita e continua. Ora, fra i tanti, uno dei punti di maggiore pressione era San Zaccaria, dove le squadre rosse e le squadre gialle erano più numerose, più agguerrite e più violente.
Si avvicinava l'ora dell'attacco. Una placida sera di estate moriva nell'immensità di un cielo tersissimo. Pei campi, biondi di stoppie, non erano voci di biolchi, chè le terre non si aravano ancora; appena passava qualche tocco di campana raminga, chissà da quale pieve deserta. Una campana per le anime dei morti, non per un solo vivente, chè, in quelle plaghe, di Iddio e del padrone ne avevano fatto un solo fascio per un odio solo. E i poveri piccoli bruti, sotto la guida di qualche positivista o materialista di quinta mano, si gonfiavan d'aria e di parole, di oscenità e di penosa miseria rinegando la sola scarsa poesia della vita.
Nè Dio, nè padrone.
Passava appena, nel cuore del silenzio campestre, un alito di campana moritura per le anime di un tempo, per la dolcezza e la poesia di un tempo.
Poi anche la sera se ne andò per lasciar posto alle stelle.
L'estate indiadema il cielo, apre le strade profonde per chi guarda lontano.
Con la notte illune, le due parti si disposero all'uscita.
Furono primi i rossi. Quattro macchine erano in pieno assetto di guerra, le grandi ruote fasciate di paglia.
Per ingannare la sorveglianza dell'avversario conveniva sopprimere ogni suono e la cosa non era agevole dati gli enormi ordigni che si dovevano trasportare e le improvvisate strade da battere; ma i meccanici avevano lavorato e giorni e notti intiere a ripassare pezzo per pezzo ed erano corsi fiumi di lubrificanti. Ora il miracolo si era compìto. Le trebbiatrici dalle ruote fasciate di paglia, scivolavan nel silenzio trainate da tre, da quattro coppie di buoi.
Si formò una colonna.
Andavano innanzi gli esploratori armati, seguivano i carri con le fascine, poi un primo gruppo di braccianti muniti di vanghe, di zappe, di leve, di badili, di funi, di trivelle, di seghe, di travi: seguivan le macchine circondate da tutto il corpo, uomini e donne, che doveva farle agire: chiudeva la colonna un secondo gruppo di braccianti, più folto e numeroso.
Torno torno sorvegliava un nugolo di informatori e di esploratori.
Non appena uscita dal ricovero e spiegata sulla strada, la colonna sostò.
Ermenegildo Casagrande, detto Pulôn, era il generale. Un vecchio bracciante ispido come un carciofo. Pulôn, fermata la colonna, parlò a bassa voce a coloro che aprivan la marcia. Nessuno si accostò che non fosse chiamato.
Con Pulôn si raccolsero gli anziani.
— Adesso — disse Pulôn — dovete voltare per quel viottolo e prendere di traverso per i campi.
— Ci sarà da fare! — rispose Masino.
E Ricôn:
— Ma dove andiamo?
— All'aia dei Battisti.
— E non è da un'altra parte?
— Tu sta zitto!
Ricôn tacque perchè il generale non ammetteva che gli ordini suoi fossero discussi.
— Bene — riprese Masino — allora bisogna mandare avanti gli uomini con le fascine.
— Quanti fossi ci sono prima di arrivare alla casa dei Fiori?
— Alla casa dei Fiori?... Nessuno!
— Sei sicuro?
— Se ve lo dico!
— E terre lavorate?
— Neppure.
— Allora si può andare avanti tranquilli?
— Sì.
Pulôn dette il comando e la colonna svoltò per la viottola.
Furono alla Casa dei Fiori la quale non distava se non trecento metri dalla strada comunale. I Fiori erano coloni noti in tutti i dintorni per la loro fede socialista. La prima mossa di Pulôn non poteva destar sospetti nella parte gialla.
Una macchina rossa entrava in un'aia rossa; senonchè il piano del generale era ben diverso.
Egli fece sostare la trebbiatrice sull'aia e, come seppe dagli informatori che i gialli non erano all'agguato nei dintorni, mandò innanzi il carro con le fascine ed i pontieri.
— Preparate la strada attraverso ai campi. Fra tre ore, la macchina deve essere nell'aia dei Battisti.
C'eran da traversare tre campi arati. I braccianti andarono innanzi coi badili e le vanghe.
Aprirono la strada alla Bandiera Rossa!
E un giorno se ne parlerà, un giorno lontano, quando fiorirà ancora l'ulivo per una pace più o meno transitoria e si udiranno cantare i terrazzani, come una volta, essendo ritornata l'anima a Dio; perchè dovrà ritornarvi, nonostante gli Assoluti Economici e le varie idiozie correnti che hanno fatto del popolo una pazza bestia senza costume, urlante per gli sterquilinii della sua infinita miseria.
Attraverso i campi arati, come per una vergine terra, la taciturna masnada apriva il cammino alla Bandiera Rossa:
Larga la strada e rossa la bandiera:
La tomba la sarà per i padroni!...
Ci passerà la forca e la manêra[3]
Quando faremo la Rivoluzione...
La canzone vermiglia era nei cuori se non sulle bocche dell'accolta ostile. Il grido augurale, il programma minimo di ogni buon lavoratore, saturo dell'Assoluto Economico.
Ammazzare!...
Una qualsiasi idea di giustizia e di bontà, travagliata nei secoli, arriva al popolo come un mostricciattolo ambiguo senz'occhi e senza cervello.
Come sulle porte dei macellai di campagna, la storia ha i suoi giorni segnati ed espone il cartello per le turbe in continuo affanno:
«OGGI SI AMMAZZA!».
Vi sarà carne per la fame e per lo scialo di molti, ma qualcuno rimarrà senza, per conservare la rossa sementa della nuova tappa più o meno lontana. Il progresso è solo delle esigue minoranze minacciate di continuo dalla barbarie che non si può snidare dalle moltitudini.
In meno di un'ora i braccianti aprirono la strada fra i campi. Allora si fecero innanzi i pontieri seguiti dal carro carico di fascine. Si dovevano colmare due grandi fossi per far passare le trebbiatrici. Anche questa volta l'opera fu come una febbre.
Poi venti uomini armati si spinsero fino all'aia dei Battisti. Si udiva, di lontano, il fragore e il rombo della trebbiatrice messa in moto. Pulôn, per ingannare i gialli, fingeva di trebbiare tranquillamente il suo grano rosso con la sua macchina rossa.
L'aia dei Battisti era deserta. Intorno intorno, dietro le siepi, per le callaie, lungo i fossi non era anima viva. Evidentemente i gialli avevan dimenticato i Battisti. Il colpo si presentava di sicura riuscita. I venti esploratori ritornarono di gran corsa. Trovaron Pulôn che li attendeva a mezza strada.
— Va bene? — domandò Pulôn.
— È la volta nostra!... Bisogna far presto!... — rispose Calisto che era un bracciante analfabeta e anarcoide.
— Non c'è nessuno a guardia dell'aia?
— Nessuno.
Allora Pulôn chinò la faccia e, annodate le mani dietro le reni, ritornò sui suoi passi lentamente. Che avrebbe deciso? I compagni non osavano interrogarlo. Sulla sua faccia ossuta e fosca non si poteva leggere nè il bene nè il male. Ciò che passava dietro la sua piccola fronte rugosa, mezzo nascosta dagli incolti capelli, era un mistero per tutti. Pulôn non aveva amici e non conosceva abbandoni; non dava e non chiedeva niente; i suoi simili gli erano tutti egualmente lontani e indifferenti. Non aveva che da soddisfare, con cieca brutalità, un odio atavico. Se il destino gli avesse dato il potere, avrebbe rizzata una forca ad ogni bivio; un patibolo in ogni piazza. E dal patibolo avrebbe amministrata la sua fiera giustizia livellatrice. Niente, come una lama o una corda, può far scomparire le differenze fra gli uomini. Pulôn saliva dalla moltitudine; il cuore indurito dai secoli. Le sofferenze millenarie delle plebi avevano il nome e la faccia di lui. Il popolo doveva rifarsi. Troppo si era ammazzato nel nome della civiltà; ora la rossa fiumana avrebbe avuto un nome diverso.
Camminò fra il silenzio della sua gente. Ad un tratto chiamò:
— Pi-ross?
Si fece innanzi un giovane.
— Va'... corri... dì che attacchino sei paia di buoi alla macchina e che vengano avanti di forza. Fa presto.
— Li aspettate qui?
— Sì. Fa presto!
Pi-ross partì come una palla da schioppo. L'ordine fu dato. Si trassero i buoi giganteschi dalle stalle, furono aggiogati, unendo poi l'un paio all'altro per mezzo delle zerle, e come la lunga fila si spiegò sull'aia, gli uomini, coi pungetti ne provocarono la forza. Uno strattone, il pesante ordegno fu spostato; i buoi si avviaron quasi di corsa. La trebbiatrice ondulava sussultando per le ineguaglianze della viottola erbosa.
Sulla piattaforma, in alto, erano in piedi le donne e le ragazze addette a sciogliere i covoni. Un trepestìo sordo, un affanno continuo nei punti più difficili, quando la forza dei bovi pareva non reggesse all'impresa. Allora un nugolo di uomini, con leve, paletti e vanghe si affollava intorno alla macchina testarda e chi, puntata una spalla a una traversa della trebbiatrice, si inarcava nell'impeto di uno sforzo erculeo, chi spianava il terreno, chi accorreva con assi e fascine a farne letto alle ruote, chi punzecchiava i bovi; e grappoli umani, in un aggroviglio magnifico di membra, disposte quasi circolarmente nello sforzo combinato, spingevan pei raggi le ruote, ad unir forza a forza nella disperata energia di una volontà invincibile.
Così anche i mali passi eran superati. Sul molle terreno si imprimevano fondi i solchi delle ruote.
La chiara notte estiva era senza voce. Ad un tratto, sulla non remota collina, apparve un fuoco. Forse una bica che ardeva o un fuoco di gioia per una sagra?
Le donne e le ragazze, sull'alto della trebbiatrice, si volsero a guardare.
Una gran fiamma lontana, nel cuor della notte, ha sempre un singolar fascino e chiama l'anima delle genti disperse per le solitudini agresti, come le torme degli uccelli migratori.
A mezza strada incontrarono Pulôn. I pontieri avevan compìto l'opera: attraverso al gran rio, pienato di fascine, si apriva una strada di travi e di solide assi di quercia.
Pulôn esaminò l'opera e fu contento. Gridò:
— Avanti!
La fiumana si rimise in moto.
Già apparivano, dietro gli olmi, i pagliai dell'aia dei Battisti. La mèta era prossima. Gli scamiciati sentivan l'ardore dell'urlo e dovevan tapparsi la bocca. Non si poteva. Il Generale aveva imposta la fatica; aveva comandato il silenzio. Da filare a filare, per tre campi e più si distendeva l'esercito degli assalitori; il formicolìo degli uomini, dei buoi, dei carri e dei carretti. Pulôn guardò quel suo popolo in marcia: l'avvenire veniva innanzi così, per l'assalto. Oh! poter condurre quella gente a un improvviso assalto della Città del Capricorno!... Tutti i gialli, cianciatori di Repubblica, avevano pensato mai di impadronirsi del potere?... E non era difficile! Bastava tagliar i fili del telegrafo e del telefono; assediar la stazione, devastare i binari, far saltare i ponti. I guardiani della borghesia erano scarsi e non sarebbero usciti dalle caserme. Pochi uomini di buona volontà e bene organizzati potevano condur la sorpresa. Pulôn sentiva che il domani era in suo potere.
Camminava così, sempre solo, le mani annodate dietro le reni, a fianco della trebbiatrice, quando si fermò ad attendere un uomo che correva a lui.
— Che c'è di nuovo?
— Hanno acceso un razzo, laggiù... dietro la strada maestra, verso i campi dei Tugnòla.
— Ma i Tugnòla son dei nostri.
— Può darsi ci chiamino in aiuto.
— Vai a vedere.
— Di qui ci saranno quattro chilometri.
— E tu corri!
— Va bene.
L'uomo ripartì come era giunto.
Pulôn ebbe un attimo di esitazione; poi chiamò gli anziani ed ordinò che la colonna fosse spinta innanzi con maggiore rapidità.
Gli uomini si assiepavano intorno alla trebbiatrice che era il sacro palladio, il conteso carroccio.
In tutti era la ferma convinzione di «farla ai gialli».
Avanti! Avanti!... I dodici buoi puntavano affannando sotto la sferza dei bifolchi; la trebbiatrice traballava da buca a buca minacciando capovolgersi; ma eran cinquantine e centinaia che la sorvegliavano; era la turba d'assalto che le si raccoglieva intorno decisa piuttosto a farsi schiacciare anzichè vederla riversa e inutilizzata fra i campi.
— Su, ragazzi, per la bandiera rossa!...
Ecco l'ebbra visione, ecco l'ipnotizzante balenìo nel vento della battaglia!
Si torcevan nello sforzo inaudito; l'ultimo tratto di strada era impervio. Ma, anche nella fonda notte, risplendeva sulla moltitudine, la vermiglia visione della bandiera rivoluzionaria; sventolava sotto le stelle, si spiegava sulla sacra terra da conquistare.
Tutto era conquista terrena, nella legge democratica.
«Tu non avrai, innanzi a te, altro Ventre che non sia il tuo Ventre».
«Il tuo Dio sarà nel tuo pane e nel tuo companatico e tu vivrai contento del tuo sterquilinio, nè cercherai, altrove, altre cose che non ci sono».
«I padroni ti avevano insegnata la falsa strada di Dio. La Scienza li ha smascherati. Da oggi tu sai che non vi è altro Iddio innanzi a te, all'infuori del tuo Ventre».
Codesta ebbra predicazione arrivava alle moltitudini attraverso all'Assoluto Economico.
Molti asini ragliavano insieme. Molte bestie addottorate danzavano i tresconi con la sgonnellante Scienza; e si facevano innanzi a scrutar l'abisso col lanternino del positivismo, del monismo, del materialismo.
Conveniva sgombrare il cielo dal fantasma di Dio e negare il Mistero.
Era piovuta, fra le illuminate pecore, la Causa delle Cause. L'Enigma era risolto. Caduto Iddio non restava che il Ventre; e l'uomo si avviava ad essere un più o meno ingegnoso scarabeo stercorario, nel risolto problema dell'Universo.
Ora la turba era giunta a un cinquanta metri dall'aia dei Battisti, e Pulôn aveva spedito innanzi venti uomini chè abbattessero le siepi verso i campi. Non voleva passare dalla strada.
Per quanto il silenzio fosse stato rispettato, data la moltitudine e l'opera compiuta, qualche rumore poteva esser giunto alla casa in mezzo all'aia; ma pareva che i Battisti dormissero il sonno della morte. Non un lume, non un sussurro. Ciò non era naturale. O conveniva pensare che i Battisti, accortisi della masnada che sopravveniva, avessero tale e tanta paura da non rifiatare, nascosti nelle loro buie stanze; o bisognava concludere che la casa fosse deserta. Ma era possibile che dei contadini abbandonassero così i loro beni senza neppure un tentativo di difesa? Perchè i Battisti non eran nè rossi nè gialli, ma semplicemente clericali. Rappresentavano un anacronismo nella terra rivoluzionaria. Formavano una numerosa famiglia, ligia ancora al prete e all'altare. Per questo eran segnati a dito e vituperati quotidianamente nella classica terra della libertà.
Ora Pulôn sapeva che i Battisti si erano accordati con l'Agraria e che avrebbero trebbiato il grano con una macchina gialla. E ciò non doveva essere. Dall'aia dei Battisti, e cioè dall'aia nera, doveva partire la prima affermazione di principio e il primo trionfo dei rossi.
Abbattuta la siepe si trattava di far superare al Santo Carroccio della Democrazia gli ultimi cinquanta metri di sconvolta strada.
Pulôn tolse il divieto del silenzio.
— So', rugiè burdèll, c'ai sén! (Su, gridate ragazzi, chè ci siamo!).
Allora l'urlo contenuto per tanto tempo scoppiò dilagando, si elevò altissimo. Donne, ragazzi, uomini si unirono nello stesso impeto. Parve il mugghio del mare. Migrò lontano; si perse nella più remota distanza della notte.
I Battisti avrebbero udito!
Ma la casa rimase buia; nessuno si affacciò alle finestre.
Ed eccoli a venti metri dall'aia nera, eccoli sulla soglia.
Ogni cuore cantava la diana del Partito.
Da cento voci si elevò il coro:
Larga la strada e rossa la bandiera;
La tomba la sarà per i padroni...
Ma di un subito ogni impeto cadde e ogni tumulto. La gioia rossa fu troncata da una, da venti detonazioni.
I Battisti non dormivano. I gialli non avevano dimenticata l'aia nera!
Una ragazza, sull'alto del Santo Carroccio, fu colpita e cadde riversa con un urlo straziante. Il miaolìo delle palle da schioppo fece sudar freddo a più d'uno che si era ubbriacato di vittoria. Seguì un momento di esitazione. Di fronte alla sorpresa, le volontà ondeggiavano e la salda compagine stava per disgregarsi; già molti cercavan di svignarsela, e qualche fosso incominciava a riempirsi di fuggiaschi. Ora, sorpreso sul punto di una strepitosa vittoria, Pulôn pensava ai casi suoi. Però, non ebbe tempo di pensar troppo perchè si accorse che, se indugiava ancora, tutto sarebbe stato travolto e perduto. Allora, raccolti gli uomini, fece allontanare donne e ragazzi.
E ricominciò la solfa delle schioppettate.
Ma, dall'altra parte, c'era l'indemoniato genio del Cavalier Mostardo! Egli aveva visto e previsto.
— Ah, vuoi farmela?... Bene! Arrivi al momento giusto!
Il Cavalier Mostardo ritornava dall'aver partecipato a una seduta al Circolo Mazzini e non era di buon umore. Si era parlato del caso Borgnini e i signori della Cattedra avrebbero preteso di tenere a mezz'aria Bucalosso.
Nè fuori dal Partito, nè dentro al Partito. A questo si era opposto con ogni sua energia il Cavalier Mostardo e tanto aveva detto e tanto perorata la sua causa, che le cose erano rimaste al punto iniziale e nessun giudizio era stato dato e nessuna decisione presa.
Ma quel voler giudicare gli uomini di azione in base ai così detti principii etici (che cosa fossero poi questi principii etici, egli non sapeva davvero!), lo indispettiva oltre il verosimile. Il fatto sta che era partito verso le dieci di notte, dalla Città del Capricorno, con un diavolo per capello e, se non si fosse trattato della sua riputazione, avrebbe mandato al diavolo tutto quanto.
Ma i suoi informatori lo avevano avvertito di fatti gravi e non poteva piantare in asso la cosa quando più si rabbuiava. E siccome sapeva che si sarebbe trovato di fronte a qualche centinaio di individui aveva mobilitato l'intiero esercito giallo. Egli stesso doveva dirigere l'azione. Si sarebbe valso di quel po' di scienza militare che aveva imparato guerreggiando dall'America del Sud alla Grecia, per una libertà che era stata sempre più grande nel cuore di lui che non nei fatti.
Pertanto aveva dato ordine che una macchina gialla fosse spedita innanzi sotto buona scorta; ma nessuno doveva attaccare i rossi fin ch'egli non fosse stato presente.
Impartiti gli ordini, stava per licenziare Rigaglia, quando questi disse:
— Vengo anch'io.
Il Cavaliere balzò sulla seggiola:
— Tu?
Era possibile che quella specie di fornicario dimostrasse a un tratto tanto coraggio?
— Tu vuoi venire?... Ma non sai che c'è da lasciarci la pelle?
— Lo so.
— Che cosa succede questa sera, Rigaglia?
— Bella roba!... Come se non fossi stato alla guerra almeno dieci volte con voi!
— Già, ma allora eri un altro! E ci venivi perchè non potevi farne a meno.
— Lo dite voi! Lo so io che cosa mi è costata l'Albania!
— Dovresti ringraziare il tuo Dio che ti ha salvato dall'orribile avvenimento del matrimonio! Be', poche chiacchiere! Se vuoi venire io parto subito.
— Sono pronto.
— Hai attaccato il cavallo?
— Sì.
— Allora andiamo.
Ed eran partiti insieme.
Ora il Cavalier Mostardo ispezionava il suo fronte. Vista riuscita la prima sorpresa, pensò di non por tempo in mezzo e di approfittare dell'improvviso disordine che scompigliava le fila di Pulôn.
Bisognava piombare sulla macchina rossa e fare avanzare la macchina gialla fin sull'aia nera.
Divise le sue forze in due gruppi. Formò coi più giovani un primo gruppo di assalto e al secondo gruppo, degli anziani, dette ordine di far avanzare la trebbiatrice verso l'aia e di farvela entrare a tutti i costi. Postosi poi a capo dei giovani e urlando:
— Ripobblica!
Si scagliò all'assalto dei rossi.
Non occorre raccontare quanto accadde in seguito. Non insistendo i rossi nel loro proposito, vennero a un patto coi gialli i quali permisero loro di trascinare la loro macchina altrove. Fu segnata una momentanea tregua. La Repubblica era generosa e Pulôn se ne andava con una solenne scornatura. Ma non si era che agli inizi e la lotta si spostava di aia in aia, di parrocchia in parrocchia, sempre più accesa.
I Battisti erano comparsi tutti quanti: uomini, donne e fanciulli.
Pierone, il capoccio, tentò di baciar la mano al Cavalier Mostardo che non si volle prestare al nefando segno della servitù antica.
— Voi, Pierone, siete un galantuomo, ma avete il torto di rimanere attaccato alla porcinaglia! Siete una vittima di Ticchi Marmissi e del perfido clero. Vi pare che nel nostro secolo, dopo l'ottantanove e con gli imbrogli universali che si preparano per domani, un uomo deva ancora baciar la mano a un suo simile? Toglietevi quel giogo, Pirôn, e venite con noi, nel nome dei proclamati diritti dell'uomo e nel segno della santa libertà!
Pierone rise e chiamò le sue donne che dessero bere a Mostardo. Si fece innanzi una ragazzona giovereccia che recava un enorme boccale verde e un bicchiere stillante. Il Cavaliere si dissetò poi volse gli occhi intorno a cercare Rigaglia.
— Dov'è Rigaglia?
— È in casa — fece Pierone.
— E che fa?... Si sente male?... È ferito?
— No, parla a mio fratello.
— Ma che vuole?
— Sbrigano un affare. Rigaglia deve avere dei danari da noi e adesso si accomoderà la cosa col grano.
— Ecco, perchè è venuto, quel versipelle! — gridò Mostardo — E chi lo muoveva dal suo buco se non cantavano i palanconi?... Dì che mi venga intorno un'altra volta!... Diglielo, sì, che ritroverà quello che va cercando!...
Poi dette ordine gli portassero il cavallo. Quando arrivò e quando fu seduto sul barroccino, ecco sbucar di gran corsa, dalla casa dei Battisti, il modesto Rigaglia.
— Padrone?... Padrone?...
Il Cavalier Mostardo trattenne Carlotta. Si volse a sbirciare Rigaglia e gli domandò bruscamente:
— Cosa vuoi?
— Vengo anch'io.
— Dove?
— A casa.
— E chi va a casa?
— Dove andate allora?
— All'inferno! Vuoi venirci?
— Cosa vuol dir questo?
— Vuol dire che se mi prendi un'altra volta dal lato politico, per combinare i tuoi affari, ti capita tale lezione che te la devi ricordare per un pezzo!
— Ma che cosa ho fatto?
— Ne parleremo domani!
E frustò la cavalla, la quale si allontanò di un balzo galoppando via per la strada polverosa.
Erano le due dopo mezzanotte e Carlotta, chissà perchè, aveva abbandonata la strada maestra e si allontanava trotterellando per certe straduccie comunali che pareva conducessero a ritrovi pieni di discreto silenzio, sotto le stelle.
Non si sentiva più niente, ma solo i grilli, i grilli e i grilli.
Nelle notti estive, questi cantori dei campi conducon via la mente a certe fantasticherie che sciolgono il cinto di Venere a coglierne le grazie, il riso, i vezzi, le lusinghe, i piaceri. Un uomo si sente preso da una calma improvvisa, poi un desiderio gli si insinua nel cuore, un desiderio primevo che lo riconduce a ciò che fu fin dal primo principio. E nasce la donna, come nacque nella notte di Adamo: osso delle sue ossa, carne della sua carne.
«Or amendue, Adamo, e la sua moglie, erano ignudi, e non se ne vergognavano».
Anche il Cavalier Mostardo sentiva che non se ne sarebbe vergognato perchè ritornava ai tempi del Paradiso Terrestre.
In verità di Paradisi Terrestri se ne possono trovare molto spesso, a sapersi contentare; e il serpente è una persona cordiale.
Ora se un uomo rifà il gesto di Adamo e si pensa ignudo con una donna ignuda, in un paradiso di purificazione pieno di poma succose; se disdegna le foglie sul chiaro orizzonte del mondo, e si incammina per le tepide strade che conducono al frutto nascosto; se questo immagina, nel cuore di una notte estiva, sonnoleggiando i grilli la loro nenia distesa, è certo che, prima o poi, ritornato nella contingente disgrazia de' suoi giorni correnti, deve pensare a una mèta, deve vedere una soglia.
Incontro a lui, senza tormento di operazioni costali, deve balzare una donna che è poi sempre la prima, e nello stesso paradiso.
Il Cavalier Mostardo saliva in ardore così, piano piano, mentre la buona Carlotta lo conduceva via (chissà poi perchè?...) per le stradicciuole più remote, più amorose, più lontane dalla tormentata bufera.
E immaginando e immaginando finì per sentirsi acceso e innamorato.
— Bene, bene, bene!... Ho fatto anche troppo!... Adesso voglio riposare anch'io.
E frustò Carlotta la quale incominciava ad andar troppo adagio.
Ma se il desiderio pungeva il Cavaliere non arrivava più alle soglie del cuore della sua buscalfana la quale, sopraggiunta all'età della moderazione, nulla sognava ormai che non fosse placido e riposato.
— Le due e mezza!...
Si udiva il chiù da una selvetta. Contava gli anni di qualche romantico cuore.
— Forse è tardi!... Dormirà?
Parlava al suo turbamento.
— Mi ha scritto: A qualsiasi ora!... Ma... la discrezione?
E il chiù dàgli col suo verso monotono, sempre più lontano, sempre più sospirato.
Senza nessun pensamento incominciò a contare i sospiri del chiù:
— Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette... otto... nove...
Un gattaccio nero attraversò la strada. Carlotta, che se lo trovò fra le zampe, ebbe uno scarto improvviso e, quasi quasi, ruzzolava nel fosso col barroccino e tutto.
Mostardo riprese le redini:
— C'sa fètt, Carlota?... (Cosa fai, Carlotta?...).
Ma non badò al gatto nero. Non era superstizioso.
Poco più innanzi si trovò ad un bivio. Bisognava decidere. Fermò la cavalla.
— Ci vado?
Il chiù continuava a cantare.
— Azzidenti a j'usèll!... (Accidenti agli uccelli!...). Non ci vado?...
Quando gli si sarebbe ripresentata una simile occasione?
Forse mai più. La campagna, il silenzio, il colmo della notte... nessuno poteva vederlo e quei guastamestieri degli amici suoi non lo avrebbero importunato coi sottintesi, le baie e vai discorrendo.
Però l'ora non gli sembrava opportuna. Sì, si trattava di amore e l'amore fa a meno di tante convenienze, però... Fosse stata una donna del suo paese, almeno! Con una donna del suo paese avrebbe potuto agire con maggior disinvoltura.
— Insomma, ci vado o non ci vado?
La Carlotta si addormentava, le froge sulla polvere.
Allora arrivò ad un divisamento supremo: avrebbe lasciata la decisione alla sorte. Il chiù cantava ancora; avrebbe incominciato a contare; se, dopo tredici singhiozzi, l'uccello notturno la smetteva, sarebbe andato al convegno d'amore; se continuava, non ne avrebbe fatto niente.
Incominciò, ma, a vero dire, non era troppo tranquillo:
— ... sette... otto... nove... dieci...
Si volse verso gli alberoni dai quali proveniva la notturna malinconia:
— ... undici...
Per Bios!
— ... dodici...
Non finiva più, quel versipelle?
— ... tredici!...
Riprese le redini; stava per avviarsi; la sorte gli era stata favorevole; ma in quel che si chinava per raccogliere la frusta, l'assiolo ricominciò la sua solfa:
— ... quattordici... quindici... sedici...
Ciò riempì di dispetto il Cavaliere. Dunque qualcuno poteva opporsi alla sua felicità? Ed egli doveva sottostare al capriccio di un canta-di-notte qualunque? Doveva lasciarsi guidare da un uccellaccio? Ma neppure per sogno!
— Su, Carlotta!...
La buscalfana levò il muso e incespicò nell'avviarsi.
— Andiamo, dunque!... Valà, Carlotta!...
Carlotta aveva un sonaglio fermato al sellino. Questo sonaglio incominciò il suo ritmico dondolìo.
Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin...
E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.
— Quanti chilometri ci saranno ancora?... Tre chilometri!... Su, Carlotta, da brava!...
Un cane da pastore, balzato fuori da un'aia, si precipitò addosso all'equipaggio, la bocca spalancata.
Questo cane aveva gli occhi rossi. Mostardo vide due punti fosforici nel buio. Prese tranquillamente la pistola dalla tasca della cacciatora e sparò addosso alla belva domestica, tre, quattro volte. Si udì un guaito acutissimo e il can da pastore ruzzolò in un fosso.
Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin...
E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.
— Carlotta, ci siamo...
Ecco che si apriva discretamente una porta senza far rumore.
— Oh!... siete voi.
— Sono io!
— Perchè tanto tardi?... Entrate.
— Mignon siamo in battaglia.
— Lo so, caro amico...
La porta si richiudeva piano piano, dolce dolce.
Come vestiva di poco quell'assassina! E quanto ben fatta! Il collo nudo... le braccia nude... la gola nuda... il resto, quasi quasi...
— Per Bios, cara Mignon, io, questa sera ho un certo convulso attorno!
— Cosa avete!...
— Non vi vorrei guardare, ecco!
— E perchè?...
Si mordeva una mano.
— E mi domandate perchè, boccone di paradiso?...
Mignon rideva... egli le passava un braccio sopra la vestaglia che c'era per modo di dire. E sentiva certi rilievi... e certe affossature! Poi gli sopravveniva un grandissimo caldo.
— Questa notte si scoppia!
— Anzi si sta bene.
— Sì... si sta molto bene... moltissimo bene... benissimo!...
E si volgeva a guardarla, e la faccia di lei non si discostava e scoppiava il primo bacio come una girandola rossa. Il sapore di glicerina non c'era più.
— Per Bios, Mignon!... Ho il cuore che mi balla i tresconi!...
— State attento al lume!
— Datelo a me.
E prendeva il lume; poi non ne poteva proprio più e prendeva anche lei, sull'altro braccio, come una bambina. E via di corsa, su per le scale.
Una stanza... due stanze... quattro stanze...
— Ci siamo... ci siamo, Gianni!...
Rideva soffocando il suo riso contro il collo di lui. E i suoi capelli scompigliati gli facevano il solletico.
— Quanto sei bella!
C'era un gran trono dorato per starvi distesi a dormire: il trono delle cose discrete ed estreme.
— Eccoti, regina!
Ma ormai non si lasciavano più, non potevano più separarsi.
Il lume si spegneva, ma della luce ce n'era anche troppa.
— Amore mio!...
Era lei che lo diceva, morendo:
— Amore... amore mio!...
Lui non diceva più niente; navigava in un delirio.
E tutto era come doveva essere, senza una cosa in più, senza una cosa in meno. Il gran tremito delle creature che si uniscono con perfetta stima.
Dopo tre o quattro ore egli sospirava:
— Mignon...
Ella sospirava:
— Gianni...
Ed erano come la vitalba e il biancospino... stretti stretti.
Poi...
Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin...
— Su, Carlotta!... Da brava!...
E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.
Quando arrivò al Conventino erano le tre dopo mezzanotte. Il Cavalier Mostardo guardò l'orologio e discese dal barroccino brontolando. Legò Carlotta ad un albero, vicino all'ingresso della villa e si avviò a piedi lungo il viale principesco.
Voleva fare il minor rumore possibile. Non si sapeva mai!
La villa si vedeva appena, in fondo in fondo, nascosta da una gran macchia di alberi. Cercò di ammorzare il passo sulle ghiaie. Come fu giunto a un ampio piazzale, ristette. Gli sembrò di veder scivolare un'ombra per una bianca scalinata di marmo.
Aguzzò gli occhi ma non vide cosa che si movesse. Allora si accostò piano piano. Il cuore gli batteva forte. Da quale parte sarebbe entrato, se doveva entrare? Non certo da quella scala monumentale che gli dava soggezione. Era la prima volta che si accostava al Conventino, alla famosa villa dei marchesi Alerami, e tutto quel fasto, quella solennità, quell'imperio di cose disposte come a comandare, non gli suggerivano una grande disinvoltura. Era colto dalla timidezza antica, dalla timidezza de' suoi quindici anni erratici. Tutto quanto il Cavalier Mostardo, con il suo orgoglio di uomo nuovo e di avvenire, non era più niente. Provava soggezione. Erano le cose che lo soggiogavano. I marchesi Alerami non gli avrebbero fatto nè caldo nè freddo; il Conventino lo raumiliava sotto una fiumana di ricordi e di miseria antica. Alzò gli occhi alle finestre cercando attraverso alle imposte, almeno uno spiraglio di luce. Tutto era buio, severamente buio. Possibile che la sua Mignon dormisse là dentro, in quella casa di maghi?... Come poteva entrar l'amore fra tanta severità arcigna?... L'amore che vien via ridendo e butta all'aria il mondo intiero?... Poteva farsi annunziare la dolce creatura di follìa? E passare innanzi al muso dei servi stereotipati? E fermarsi nella sala di aspetto?...
Ma non c'era neppure una finestra illuminata e la villa era grande come un paese.
— Vai pure a pescarla, in questo monumento!... Dove dormirà?...
Pensosamente, pianissimamente girò intorno alla villa. E scrutò finestra per finestra.
— Forse tu dormi e non ti vuoi destare!
E, se l'avesse chiamata?
— Mignon?... Piccola Mignon?... Mignonettina?...
Sì!... Ma se poi c'era qualcun'altro in quel mausoleo?
Se qualcun'altro sentiva e lei no?... Un servitore, per esempio?...
— Accidenti ai servitori! Sempre fra i piedi! Non servono ad altro che a trovarsi proprio là dove non si dovrebbero trovare mai!
Voltò un altro angolo. Il cuore gli dette un balzo. C'era, al secondo piano, una finestra illuminata. Forse Mignon vegliava ancora.
— Cara!...
Ma come avvertirla?
Arrampicarsi fin lassù non era possibile; chiamarla non voleva... e allora?
Ricorse al mezzo più semplice e più antico. Si chinò a raccogliere dei piccoli ciottoli poi, presa bene la mira, incominciò a lanciarli ad uno ad uno contro le imposte. Rimbalzavano sul legno; ricadevano. Parevano nocche che bussassero discretamente alla finestra.
Attese... vide il lume spostarsi... poi la finestra si aprì e un'ombra apparve al davanzale.
— Siete voi, Mostardo?
— Sono io.
— Aspettate.
Come star fermo ad aspettare?
— Mio Dio, ho il cuore che si gonfia!...
Gli si gonfiava il cuore, sotto lo spasimo.
Incominciò a camminare avanti e indietro, avanti e indietro in uno spazio di cinque metri. Poi contò i passi:
— ... sei... sette... otto... nove... dieci...
Gli mancava il respiro; aveva, per tutte le membra, certi stiramenti, certe ansie! Ogni tanto si soffermava a sbirciare una piccola porta.
— Forse verrà per di là! Ma perchè non arriva?... Vorrà vestirsi. Ce n'era proprio bisogno?
Ah, amore, amore!
Udì stridere una serratura (gli pareva di venir meno!); intravvide uno spiraglio di luce; la porta si aprì.
— Mostardo?
— Eccomi!
Di un balzo le fu vicino. Ella lo fece entrare. Era seria seria e vestiva correttissimamente.
Be', che scherzi erano quelli?
Gli fece strada; svoltò a destra senza salir le scale.
Balbettò:
— Vi domando scusa di essere arrivato tanto tardi!
— Vi aspettavo perchè devo parlarvi di una cosa molto grave.
— ... molto grave...?
— Sì.
— E che cos'è successo?
Ninon Fauvétte, fior di Parigi, non rispose a tutta prima; continuò a camminare. Come fu giunta in un salotto dalle pareti rosse, posò il lume sulla tavola e, rivolta a Mostardo che la guardava allibito, gli domandò:
— Non sapete quello che è successo?
— Ma che cosa, in nome di Dio?
— Madama la marchesa è scomparsa!
Il povero Cavaliere fece un salto indietro e si lasciò uscire un: Porco Dacco!... che fece tremare i vetri. Poi rimase così con la più meravigliosa e meravigliata faccia che mai si fosse veduta. Nè, preso nel turbine e trasportato dall'equatore al polo nel cuor di un secondo, poteva in un qualsiasi modo riequilibrarsi, perchè tutto gli sarebbe stato agevole a pensare toltone l'enormità che gli si avventava contro rovinosamente.
Balbettò:
— La marchesa?... Scomparsa?...
— Da un giorno e mezzo, caro cavaliere — riprese Ninon Fauvétte, — e, fino ad ora, ogni ricerca è stata vana.
— Vana?
— Precisamente! Tutto è stato tentato senza frutto. Ora non restate che voi.
— Io?...
— Sì, voi!
Che imbroglio!... Santa Reparata, che imbroglio!... Ripensò alla marchesa Alerama. Una donna sulla cinquantina, magra, rugosa, bianchiccia, tremolante... chi poteva averla rapita?
— Scusate... — incominciò Mostardo che cercava riordinar le idee — a che ora è scomparsa la marchesa?
— È uscita di casa l'altra mattina.
— E non è ritornata?
— No.
— E dove andava quando è uscita?
— A Bologna.
— A Bologna?... Ma allora i miei uomini non ne hanno colpa. Non potevo mica farli correre in treno, io!
— Sì, ma ci è stata segnalata la sua partenza da Bologna la sera stessa.
— E non è arrivata?
— No.
— Be', si sarà addormentata in treno. Questo può capitare anche a una marchesa!
— Abbiamo telegrafato a tutte le stazioni inutilmente.
— Ma... scusate... la marchesa non può mica essere conosciuta da tutta la popolazione del Regno!
— Sì, ma il conte Prezzi assicura di averla veduta discendere a Savignano.
— A Savignano?... E perchè a Savignano e non a casa sua?
— Questo è il mistero!
— Andiamo Mignon!... — Il Cavaliere sorrideva e incominciava ad avere il respiro più libero. — Perchè poi lo chiamate mistero?...
— Caro cavaliere, la cosa è più seria di quanto non pensiate!
— Ma io penso, Mignon, io penso che una signora che discende a un'altra stazione... un poco più lontano... ecco... avrà avuto un motivo per allontanarsi...
— E quale motivo?
— Oh Dio!... Una penombra...
— Non capisco.
— Ma sì... una distrazione! Siamo d'estate... A Savignano ci sono tante ville!... La marchesa guardava dal finestrino... Il controllore non le ha chiesto il biglietto... e, uno dimentica dove deve discendere. Un poco più in là può far più fresco!
— Mi sembra abbiate voglia di scherzare, questa notte! Io non ne ho punta!...
Il Cavalier Mostardo a tale risposta piuttosto arcigna si fece molto serio. Si levò, aprì le braccia come per dire: — Ebbene e che ci posso fare io?.. — Poi cercò il cappello.
— Dove andate?
— A casa. Ho fatto piuttosto tardi. Sono le tre e un quarto.
— E... mi lasciate così?
— Come dovrei lasciarvi?... Ero arrivato come una girandola...
— Non mi date nessuna speranza?
— Ma, cara Mignon, volete che vi dica il mio pensiero?
— Sì.
— Mi pare che, da un fuso, voi vogliate far nascere una rovere!
— Perchè?
— Ma perchè la marchesa, questa sera, discenderà al suo palazzo, fresca fresca!
— Magari fosse vero!
— Ma non crederete mica ve l'abbiano rapita?... A quell'età!... Andiamo!...
— Eppure... una vendetta politica...
— Ma no!... Cosa volete se ne facciano, i tamburieri, di quel campione!...
— Un ricatto.
— Impossibile. Avrebbero preso lui e non lei. Una donna strilla troppo. Poi, una donna di quella razza!...
— E voi non farete nulla?
— Vedremo. Domanderò...
— E le vostre promesse?...
— Già!... Ma... e le vostre?...
— Mostardo!... In questi frangenti!...
— E io non sono sempre fra i frangenti?... Eppure mi vedete qui che pare abbia vent'anni!
Ninon Fauvétte sorrise, il dolce fior di Parigi.
— Siete sempre un poco matto...
— Io sarò un poco matto, ma voi avete una bella ritenutezza!
— Che vuol dire?
— Scusate, Mignon, dopo la vostra lettera?...
— Ebbene?
— Come: ebbene?... Io sono un uomo, mi sembra...
— Chi ne dubita?
— E allora?... Voi siete qui sola... io arrivo, dopo una tempesta, arrivo perchè non abbiate paura e voi... voi non mi date neppure il mezzo per consolarvi!...
Ninon Fauvétte scoppiò a ridere.
— Andiamo, Gianni, sedete qui...
E gli fece posto sul divano.
— Volete una tazza di the?
— Grazie. A quest'ora non bevo.
Una pausa.
— Mignon?...
— Cosa volete?
— Non avete sonno?
— Piuttosto...
— Anch'io! E... questa notte non volete dormire?
— Io?... Sì!...
— Anch'io!... Mignon?... Fate conto che io sia una povera vecchia signora... Sì?... Io sono una povera vecchia signora... Voi avete tanta paura del buio, della solitudine!... Arriva la vostra amica e voi dite: — Ho un letto tanto mai grande!... Un letto di Napoleone. Possiamo benissimo dormirci in due!...
— Scusate... per chi mi prendete?
— Vi prendo solamente per me!... Parola d'onore!...
Ninon Fauvétte gli si abbandonò fra le braccia.
Poi il lume toccò a Mostardo. Salirono due rami di scale. Dopo, entrarono nella strada di Adamo ed Eva.
Quando cantarono i galli il Cavalier Mostardo fu in piedi. Era raggiante. Anche Ninon Fauvétte era raggiante. Questo capita ai buoni camminatori, lungo la strada di Adamo ed Eva. L'ultimo bacio non era mai l'ultimo. O era lei che lo richiamava; o era lui che ritornava. Ninon Fauvétte era bella e le cose ben godute piacciono assai.
— Per Bios, ho davvero vent'anni!...
— Sei un amore!...
Mostardo avrebbe preso il letto di Napoleone, per portarselo via, tant'era grande il suo cuore!
— Se io sono un amore, tu sei la bandiera delle meraviglie!... Tu sei il campanile e la rondinina!... Ts'i tânta béla ch'at magnarèbb viva!... (Sei tanto bella che ti mangerei viva!...).
E aveva certi rinnovati impeti! Ma bisognava partire. Conchiuse:
— Tutto il mondo non è che un trocaico! Solo per te si dovrebbe morire!...
Ella lo abbracciò stretto stretto poi si fece promettere mille cose ch'egli naturalmente promise.
Sulla porta si fermò ancora a guardarla. La luce dell'amore era su quel volto vermiglio. Ninon Fauvètte era veramente bella nel suo armonico abbandono.
E doveva lasciarla!...
Noi non abbiamo ancora definito il temperamento di un romagnolo puro sangue, nè lo definiremo, chè il nostro eroe si incaricherà di dimostrarlo per conto suo, coi fatti.
Come adunque fu giunto sulla porta ed ebbe veduto, rivolgendosi, quale soavità era costretto a lasciare (e restar non poteva, senza compromettere il buon andamento di centomila cose e una!) fu tanto e tale il dispetto che, non potendo prendersela proprio con nessuno, si lasciò andare tale un violento pugno sulla testa, da traballarne. Poi non volle ascoltare la voce e il tenero invito di lei; non volle sapere più niente e, infilate le scale, si buttò giù a precipizio, chè gli avrebbe fatto piacere se si fosse rotto qualcosa. Ritrovatosi all'aperto, si accorse di aver dimenticato il cappello, ma non se ne curò. Infilò il viale di corsa. Era indispettito e felice. Però ad un tratto, impietrì.
Si guardò intorno, si soffregò gli occhi.
— E la Carlotta?...
Non c'era più! Non c'era più traccia nè di Carlotta, nè di barroccino.
— Per Bios, me l'hanno fatta!...
E ritornare non poteva. E non poteva chiedere ai contadini del Conventino se, per caso, non si fossero sbagliati.
Come fare?... Un turbine di dubbii e di sospetti gli annebbiò di un subito la mente. Dal Conventino alla Città del Capricorno c'erano quasi venti chilometri di strada. Egli non poteva percorrere la distanza a piedi e voleva essere a casa prima di giorno.
— Figli di cani!...
Pensò di andare da un contadino, amico suo, che non stava troppo lontano. Si sarebbe fatto ricondurre in città. Ma come spiegare le sua presenza in quei luoghi, così, senza cappello e senza cavalla?
Be', avrebbe inventato qualche storia.
— Sì, ma il tamburiere che mi ha rubata la Carlotta, può ringraziare il suo Signore se arriva alla fine dell'anno!
E, questa volta, il Cavalier Mostardo non diceva per ischerzo.
Allorchè Rigaglia corse ad aprire la porta e si trovò di fronte il Cavalier Mostardo, così senza cavalla e biroccino, tanto fu lo stupore che lo vinse che ne rimase intontito; poi, quando volle aprire bocca, se la trovò tappata. Mostardo aveva previsto le domande del suo fido nemico e siccome aveva deciso di non dir niente, era ricorso alle misure estreme.
— Guai a te se parli e se mi domandi una cosa sola!... Hai capito?... Guai a te!
E siccome il viso di lui era tutt'altro che chiaro, Rigaglia, anche quando si trovò con la bocca libera, non fece parola. Però scosse il testone e ritornò mogio mogio nel cortile come se avesse, sulle spalle, il peso di tutte le disgrazie del mondo.
Mostardo salì in camera sua e fece un po' di toletta; ma non seppe indugiare come al solito.
Non una gli riusciva bene fino in fondo. Tanto amore, tanto abbandono, una così piena conquista, poi il disastro di Carlotta. Egli avrebbe sacrificato certissimamente Carlotta a Ninon Fauvétte, fior di Parigi; non era per il valore della bestia e del biroccino ch'egli si faceva oscuro, ma per il tiro che gli avevano giuocato.
Chi non conosceva la Carlotta in tutta la Città del Capricorno e nel suo territorio? Il ladro adunque non avrebbe potuto approfittarne se non filando molto lontano; però era certo che non si trattava di un ladro volgare. Fin dal primo istante si era detto:
— La Carlotta è coi rossi!
E la Carlotta doveva essere indubbiamente in mano ai rossi, come ostaggio.
— Si tratta di un furto politico!
Be'! Ma ciò che gli seccava di più era la complicazione del Conventino. Chi aveva portato via la sua buscalfana doveva essere entrato nel Conventino: dunque qualcuno lo aveva pedinato e lo aveva visto entrare!
Questa era la spada di Damocle sulla testa della sua riputazione! Perchè non si era mai detto che il Cavalier Mostardo avesse messo una donna in piazza. Nessuno poteva asserire di aver avuto confidenze indelicate da lui, circa le sue avventure amorose; egli si era chiuso sempre nel riserbo più immacolato. Fosse pur stata l'ultima pubblicana, dal momento che gli aveva concesso i suoi favori, gli diveniva sacra. E questo sapeva la gente maligna della città e del contado e per questo, forse, gli avevano giuocato il tiro birbone. Figurarsi se tutti i tamburieri, tutti i versipelle non volevano approfittare della sua entrata nell'aristocrazia!... È ben vero che a lui restava l'intima dolcezza di essersi coricato, per trionfo d'amore, nel letto di Napoleone (ormai aveva fissato che il letto doveva essere di Napoleone!), ma tale dolcezza, per essere compiuta, doveva corroborarsi nella quietudine del segreto; invece....
— Ah, ma, per Bios, io romperò la faccia al primo che aprirà bocca!
Ed aveva risoluto di far questo senza neppur discutere, ricorrendo alla sua vecchia massima romagnola: — Prema dàli, pu prumètli!... — (Prima dalle, poi promettile!).
— E te, poverina (ora parlava a Ninon Fauvétte, fior di Parigi), puoi dormire i tuoi sonni tranquilli! Se ti ho compromessa ti dovranno rispettare come la Madonna del Fuoco!...
Ma nicchiava in sè, il buon gigante e, in verità, era turbatissimo. Anche la faccenda della marchesa non gli sembrava tanto limpida. Perchè, almeno, avrebbe dovuto telegrafare a casa! Ma lo scomparire così, come una giovinetta di sedici anni che si fa rapire da un passerotto innamorato; quel suo dileguarsi nella sera, quel discendere ad una piccola stazione e squagliarsi nel silenzio, non era nè logico, nè naturale.
— Amore?... Per Bios!... Ma una madre di famiglia che avrà quasi settant'anni?... Fosse una verginella con la sua pudicizia da custodire!... Andiamo!... A quell'età, se l'amore torna indietro, la fa più pulita!...
Allora non rimaneva che pensare a un tiro politico.