— Se hanno saputo che io la difendevo è certo che se la sono presa!

Bisognava che, prima di mezzogiorno, egli parlasse con la guardia del corpo. I signori Trancia e Giovannone dovevano rendergli conto esatto del loro operato nelle ultime ventiquattro ore e dovevano eziandio rispondere dell'inopinata assenza della marchesa.

Chiamò Rigaglia:

— Va fuori subito. Cerca Trancia e Giovannone e falli venir qui per mezzogiorno in punto. Hai capito?

— Sì.

Rigaglia se ne andò. Il Cavaliere discese nel cortile... gettò una occhiata verso la stalla e ancora gli prese una grande stretta al core. Povera Carlotta!... Dopo tutto era una bestia tanto affezzionata e vivevano insieme da dodici anni!

— Dove sarai, povera Carlotta?...

Ma anche quella volta, invece del sommesso nitrito del domestico quadrupede, rispose il canto sfacciato di un'altra creatura:

Chicchiricchii... iiiii!...

Al quale squillo, il Cavaliere si volse inviperito:

In't ròba mìga te, bròtt vigliàch! (Non ruban mica te, brutto vigliacco!).

E uscì sbattendo la porta.


Entrò nel Caffè dei rossi e sedette nel centro, battendo sul tavolo il suo nerbo di bue.

— Cameriere?

— Comandi?

Ordinò un caffè e latte e si guardò intorno. Gli amici che cercava non c'erano. C'eran però, in un angolo, Libero Bigatti, direttore dell'Apocalisse, e Ticchi Marmissi, direttore del Sillabo. Parlavan fra di loro sommessamente e con molta animazione. Il Cavalier Mostardo incominciò a squadrarli. Tanto, con qualcuno doveva prendersela. Voleva sfogarsi e vendicar la Carlotta.

Quando il cameriere ritornò col caffè e latte, gli domandò, a voce tanto forte che fece voltar mezza sala:

— Di' su, Tugnîn, se un cane celeste ti insudiciasse il fondo dei calzoni, che cosa faresti tu?

Tugnîn, poveraccio, era analfabeta e non capì il doppio senso.

— Un cane celeste?

— Sì, perchè?... Non lo sai che ci sono anche i cani celesti?

— Io non l'ho saputo mai!

La gente, intorno, incominciava a ridere e a sogghignare.

— Allora te lo dico io. I cani celesti non vanno per le strade e per le piazze, ma camminano fra le colonne dei giornali! Sono i valletti dei tamburieri!

I giornali?... Le colonne?... I tamburieri?... O che farsa era quella?... Il povero Tugnîn scendeva da Rocca San Casciano ed era molto montanaro. Uno di quei camerieri che si fermano nei piccoli caffè delle piccole città di provincia e non ne escono più. I paria della classe nobilissima; si accontentano del soldino e dicono grazie. Dicono anche:

— Il resto, mancia!

E sono due ricchissimi soldi. Imbastiscono il loro mese disperatamente e vestono con gli scarti dei clienti.

— Non avrebbe mica un vecchio smoken?... Un paio di scarpe che non fossero più buone a niente?... Un fracco?... Delle camicie, magari coi buchi?... Una qualche cravatta?... Un vestito felius?[4].

E qualche volta compaiono anche col vestito felius, orlato da un nastro rossiccio; ma, molto più spesso, circolano fra i tavoli degli avventori, in smoken.

Certi smoking tutti patacche e frittelle, simboleggianti le costellazioni, da far vergogna all'ultimo rigattiere. Ma il loro pubblico li ama così. Li vuole così. Se facessero delle eleganze peregrine, li sdegnerebbe. Uno smoken, per democratizzarsi, deve essere molto sudicio; e allora va bene. Le cose nuove putono di borghesia.

Tugnîn, adunque, rimase là con la sua faccia tonda, a guardare il Cavalier Mostardo. Ora deve sapersi che questo Tugnîn, nonostante il suo disperato mestiere, era uomo di molta quietudine e di nobile malinconia. Un figlio del disincanto. E in tale disincanto si rifugiava quando non riusciva a penetrare per entro le cose della vita più o meno arruffate. Professava, in tali frangenti, il suo supremo disinteresse, la sua lontana e tetragona indifferenza. Così quando il Cavalier Mostardo che, dopo tutto, non si occupava nè poco nè punto di lui, ma mirava a farsi avvertire dai due direttori, quando reiterò la domanda: — Hai capito, adesso, che cos'è un cane celeste? — Tugnîn si strinse nelle spalle, atteggiò il viso a una smorfia di umiltà estranea e disse: — Non sono cose per me. Io sono un pessimista!

L'improvviso pessimismo di Tugnîn provocò l'allegria generale e ormai Ticchi Marmissi e Libero Bigatti credevano deviata la manifesta provocazione; ma il Cavalier Mostardo non rise, voleva attaccare prima di essere attaccato. Nel timore che la visita sua al Conventino potesse formare l'oggetto di troppo grandi pettegolezzi e maldicenze, voleva porre sull'avviso le brigate. Sopra tutto voleva intendersela coi due che più temeva, perchè avevano in mano la stampa aggressiva, e cioè: Ticchi Marmissi e Libero Bigatti.

Così il nostro Cavaliere non rise, ma quando il rumor della baia al modesto Tugnîn, accennò a diminuire, levata la voce, e questa volta in tono più deciso e robusto, disse:

— Il fatto sta che questi cani più o meno celesti, e questi rappresentanti della porcinaglia mi hanno gonfiato abbastanza!... E potrei scoppiare!... E, se io scoppio, quei due signori che prendono il caffè a quel tavolo, possono fare un bel volo sulla piazza!...

Ticchi Marmissi era un uomo simile a una larva. Un'ombra d'uomo senza muscolatura. Un ammasso di cartilagini e gelatina. Una testa da chierico, semicalva, sopra un corpicciuolo ammoscito e appenato di dover portare a spasso quella testa ideologa. Smunto, scialbo, pieno di tich nervosi, era un nobile, se non benigno, animale a sangue bianco. Ogni tanto, quando parlava, pareva dovesse guizzar via a un tratto, preso dalla furia fulminea di uno fra i suoi tich. Era una creatura polare; poteva trovarsi altrettanto bene al nord quanto al sud. Si attergava alle cose; le prendeva dal lato meno pericoloso e appariscente; cercava di lasciar un po' dappertutto le sue cacatine, come le sorelle mosche. Aveva due occhi tondi i quali, per essere vivi solo al lume delle ideologie marmissiane, apparivano sempre smarriti, o meravigliati, o natanti in un opaco stupore.

Cotesto giovane decrepito aveva il suo sesso nel suo cervello. Sani impeti e travolgenti strepiti non erano affar suo. La sua immoderata ambizione lo faceva untuosamente servile ed altezzoso a volta a volta. Era sempre una specie di libellula senza le ali: una gran testa sopra un tremolante tubo.

Ticchi Marmissi adunque, all'invettiva del Cavalier Mostardo, si sentì basire e, raccolto dal divano il floscio cappello, stava per svignarsela quando Libero Bigatti lo trattenne:

— Dove vai?

— Ho un affare molto urgente!

— Proprio adesso?

— Sì.

— Lo sbrigherai dopo. Dato l'attacco di quel bestione, non possiamo farci questa figura da vigliacchi!

— Ma che vuoi fare con quello là?

— Questo è compito mio. Non ti muovere e stai a vedere.

Ticchi Marmissi stette a vedere, ma non conviene dire ch'egli fosse soverchiamente divertito dalla cosa.

Ora Libero Bigatti, lo scapigliato, era un giovane sui ventinove anni. Non robusto, nè tale da potersi azzardare a far fronte al Cavalier Mostardo, ma ardito e sfrontato. Egli calcolava sulle virtù della sua parola e della sua ironia. Aveva sempre preso il colosso nella pania, battendo l'identica strada.

Lo affrontava, armato solamente della sua astuta parola e cercava condurlo, così, per sentieri difficili lungo i quali lo spingeva verso l'ostacolo che lo avrebbe abbattuto. Il giuoco, gli era riuscito sempre a meraviglia.

Armato di tale convinzione, atteggiato il volto ad un sorriso ironico, si levò a mezzo dal rosso divano e, appoggiati i gomiti al tavolo, e sportosi un poco verso il Cavaliere, disse:

— Siamo noi che abbiamo l'onore di destare l'attenzione del nostro Mostardo?...

— Proprio voi e il vostro compagno! — fece il Cavaliere.

— E, di grazia, per quale ragione?

— Volete che mi spieghi con maggior chiarezza?... — e il Cavalier Mostardo si levò.

Ahi, che le cose minacciavano di proceder piuttosto buie!

— Restate comodo, Cavaliere!

— No, caro signorino! C'è qualche conto da regolare, fra me e voi!

— Quale conto? Volete alludere agli innocui fasti del Cane Celeste?

— Io non so di tanti cani!... Chi ha la lingua, la sappia adoperare, e quando non sa adoperarla abbia il coraggio di assumere la responsabilità delle sue vigliaccherie!... Perchè, vedi, non so chi mi tenga, — ed era già a un passo dal tavolo di Bigatti e di Marmissi, — non so chi mi tenga dal prendere te, l'Apocalisse e questo pretuolo castrato, e dal schiantarvi le ossa a tutti quanti!... L'hai capita la storia?...

Il pavido Marmissi la capì subito perchè, raccolta la sua modesta penuria, scivolò via come l'ombra, buono buono, zitto zitto, piccino piccino. Ma Libero Bigatti non poteva ormai più fare altrettanto.

Tentò un'ultima strada. Restando sempre seduto, per dimostrare di non aver paura, disse:

— Spero non vorrete usare della vostra forza prepotente contro chi non saprebbe opporvi una forza uguale.

— Vedi che hai paura?... Lo vedi?... — E, rivoltosi al pubblico che non rifiatava: — Eccoli qua i Cavalieri dell'Apocalisse!... Abbaiano e scappano!... Bella gente!...

— Ma, se non mi sbaglio, io non sono scappato ancora.

— Ma ti raccomandi!

— Non mi sembra!

— Allora esci di lì e vieni a spiegarti...

— Non ne vedo il bisogno. Qui si sta benissimo.

— Vuoi uscire, o no?

— Non ne sento l'urgenza.

— Va bene!

Mostardo aveva finito di parlare. Ora erano le opere che incominciavano. Scostato il pesante tavolo si avvicinò a Libero Bigatti, il quale, vistosi ormai perduto, si era rannicchiato in fondo al divano.

— Vieni fuori!

— No!

Allora se lo prese fra le braccia e, come l'altro si divincolava disperatamente e tentava morderlo, afferratolo per la schiena e per il fondo dei calzoni, se lo levò sulla testa e si diresse all'uscita.

Nessuno intervenne. Non era prudente. Fu il caso che salvò l'anarcoide, perchè, proprio in quel punto sopravveniva una comitiva di giovinastri rossi, i quali quella volta non cantavano l'Internazionale, ma una canzoncina di occasione che dovevano aver composto poco prima. E questa canzoncina diceva:

È la Carlotta, un animal cortese

che sempre aspetta e sempre aspetterà,

quando il padrone va dalla francese.

Ma qualche volta se ne stancherà...

E trallalèra e trallallà...

Bene!... Oh, santo cacio sui mitici maccheroni!... Il Cavalier Mostarde vide, udì. La sua centrale vendetta gli veniva incontro.

Posò Bigatti sul selciato della strada e gli gridò:

— Va via!

Bigatti non si fece ripetere l'avviso. Se ne andò ma senza affrettarsi come l'uomo che, disceso da una ascensione involontaria, è ancora un po' tonto.

Mostardo si precipitò nel Caffè, prese il nerbo di bue; uscì. In due balzi fu addosso ai giovinastri, i quali, non attendendo il subito impeto, rimasero dapprima sconcertati e si sbandarono. E le bastonate incominciarono a volare come una fitta gragnuola. Mostardo lasciava andare botte alla cieca, avventandosi nel folto. Sulle prime, ammaccò qualche testa e qualche spalla; ma poi, la cosa, non gli continuò tanto facile perchè gli assaliti, vistisi in buon numero, si riorganizzarono e, afferrate le seggiole del Caffè, si serrarono compatti e assalirono a loro volta, menando già alla disperata.

Vetrine, tavoli, seggiole, fanali andarono in frantumi, e, per un attimo, il Cavalier Mostardo dubitò della sua fortuna. La lotta era impari. Dodici erano i rossi ed egli era solo. Ora doveva difendersi e non poteva aggredire. Infuriato sempre più dal dubbio di essere sopraffatto, teneva testa agli assalitori con tale e tanta violenza da renderli pensosi sul conto loro perchè ben sapevano che se per un attimo solo il Cavalier Mostardo riusciva a riprendere la supremazia, essi erano bell'e spacciati. E così cercavano di tempestare e di stringere sempre più da vicino il fiero avversario, allorchè il Cavaliere udì, dietro le spalle, una voce amica:

— Mmmmo... Mmmostardo, sta fffo-fo... sta fffforte che vve... che vvvvengo io!...

Era Coriolano, il Donzello della Democrazia.

E Coriolano entrò in lizza, con la sua obesità, lanciandosi da destra a sinistra come una palla di gomma elastica. Coriolano non combatteva in silenzio, ma, atteggiata la faccia ai più fieri spasimi, come i guerrieri selvaggi, urlava e combatteva a un tempo gli uomini e il cielo, tant'era la girandola di bestemmie che lanciava all'aria. Ed ottime e risolutive erano le sue intenzioni, povero Coriolano, senonchè una seggiolata maligna, che gli piovve sulla testa calva, lo mise fuori combattimento. Colando sangue si ritirò nel Caffè dove, immersa la testa in un catino, continuò a bestemmiare per darsi coraggio.

Nel frattempo però erano corsi al rumore molti amici di Mostardo e si eran gettati nell'infuriato torneamento. Fra i sopraggiunti erano i due inseparabili, e cioè il Moro Fabrizi e il Gobbo Pulizia.

Il Gobbo Pulizia non poteva molto, ma qualcosa volle fare: avventò contro i rossi il suo lercio compagno, poi, appostatosi dietro una colonna, incominciò a scagliare addosso agli avversari ciò che gli capitava sottomano. Così volarono bicchieri, bottiglie, tazze, frammenti di seggiole e vai dicendo. Faceva quel che poteva, tenuto conto del suo incomodo dorsale.

Ma il molosso sopraggiunse e colui che doveva dar termine alla zuffa.

Veniva via, Bucalosso, per la vastissima piazza deserta e piena di sole. Aveva la doppietta sulla spalla.

Procedeva dondolon dondoloni e pareva non avvertisse il rumore della gran battaglia che faceva accorrere gli scarsi passanti. Non affrettava il passo, non alzava la faccia, invermigliata dal caldo. Ogni tanto levava una mano ad asciugarsi il sudore che gli colava dalla fronte.

Arrivò così, pien di tranquilla serietà, al Caffè dei rossi, e solo quando fu per mettere il piede sotto il portico parve avvertisse lo strepito della battaglia.

Allora si fece solecchio di una mano, per meglio vedere, e, senza perdere l'abituale calma, domandò:

Ch's'èll tota sta cunfusiôn?... (Che cos'è tutta questa confusione?).

Informato dello stato delle cose, e visto il Cavalier Mostardo che perdeva terreno, sempre senza scomporsi, si allontanò di un trenta passi dal campo della lotta, poi, puntata la doppietta e prese di mira le gambe dei rissanti, lasciò andare due solenni schioppettate a pallettoni.

Ne seguì un coro di urla e di strilli; si vide gente spiccar salti prodigiosi poi, in men che non si dica, avvenne una fuga generale.

In quel punto sopravveniva di gran corsa l'onorevole, il quale, veduto Bucalosso che soffiava tranquillamente nelle canne della sua doppietta, gli si accostò di un balzo e gli chiese, trafelato:

— Ma che cosa avete fatto?... Che cosa avete fatto?...

Alle quali affannate parole il nostro leone levò pacatamente la faccia e rispose col suo più bel sorriso:

A j'ho jatt par scumpartii!... (L'ho fatto per dividerli!...).


L'onorevole si trascinò via il Cavalier Mostardo, Coriolano e il Moro Fabrizi. Questi tre erano piuttosto malconci.

— Sssss... sssi! — disse Coriolano — Mmmmm... mo-mo... mmmo le hanno ppppp... le hanno ppppre-pre... le hanno prese loro!...

— Bel conforto! — mormorò l'onorevole.

— In quanto a questo ce ne sono quattro che dovranno andare all'ospedale! — soggiunse Mostardo.

— A Pigrènd la testa glie l'ho rotta io! — disse il Moro Fabrizi.

E Coriolano:

— E a Pppppph... a Ppppu-pu... a Pulìno... chhh... chhhhh... chi glie lo dà... il ddddd... il dddi-di... il ddito che gli ho mangiato?...

Frattanto, sgombro il campo dai rissanti, sopraggiunse la pubblica forza. Allora anche gli ultimi curiosi si sbandarono prudentemente e, fra i rottami, non rimasero che Tugnîn e l'Uomo Pacato.

Dell'Uomo Pacato si nasconde il nome, per non turbare, col benchè minimo rumore, i raccolti silenzi di questo antico goditor della carne, abbandonato ora, poi che, nel suo primo autunno, la vita gli ritorna in cenere, a interminabili meditazioni fra gli orti e i giardini della sua rossa Tebaide.

Alle domande investigative della pubblica forza, Tugnîn si strinse fra le spalle e rispose:

— Io non ho visto niente. Queste cose non mi interessano. Sono un pessimista!

Ma l'Uomo Pacato parlò e disse:

— Signori miei, anche se i mattoni favellassero, e le pietre, voi non avreste il potere di risolver la contesa. Non vogliate ingiustamente accusare l'omertà romagnola. Queste cose si compiono, fra di noi, da duemila anni e più. E sempre ce ne siamo trovati bene, se pure non abbiamo saputo cogliere il saggio insegnamento che poteva derivarcene. Io non sono un lusingatore di plebi e potete ascoltarmi. Mi chiamano l'Uomo pacato. Dopo una consumata vita per tutte le Corti e i Piaceri e le moderne Magnificenze sono ritornato al silenzio dei miei primi giorni. Non ho parte; o meglio non ho se non quella parte che ridonda in maggior e prodigo amore al mio popolo. Potete ascoltarmi. Ciò che qui si è consumato, non ha tragica importanza. È il frutto del luogo. La terra dei cocomerai si inebbria di ogni cosa rossa: così di una bandiera, come di un'idea e del suo sangue. Chi vorreste punire?... La legge non può aver luogo! Non può aver luogo se non a patto di deformarsi e di lasciar le cose come stanno e come sempre sono state. Qui si è combattuto; si vede. Prendete atto dell'avvenimento e non cercate di più. Il Governo della Pubblica Cosa ci venga incontro per altre strade. Noi anche possiamo amare esasperatamente, come esageratamente odiamo per aver dimenticata, in tal modo, l'immensa vanità che non ha più Dio. Anche fra questi rottami Iddio è morto; ma, se rinascesse, in Suo nome, noi, per esser fedeli all'eredità di cui Egli ci volle contrassegnati, spargeremmo il campo di rottami diversi e a Lui vorremmo consacrato il bello e folgorante vermiglio del nostro sangue che fiotta. La Politica è una contingenza, Signori miei. Ma, domani, chi sa di qual nome vorrà fregiarsi la nostra incorruttibile battaglia?...

E l'Uomo Pacato finì di parlare, e, sempre sorridendo ai bracchi governativi, riprese la sua strada nel gran sole dell'estate.