La casa era piena e Coriolano stava per esiliarsi nel mistero. Glie l'avevano detto, glie l'avevano predicato:
— Non bere, non straviziare. Alla tua età e coi tuoi mali bisogna adoperar giudizio. Se vuoi rimanere al mondo non devi fare le strippate che fai. Bada che soffri d'asma e l'asma non perdona. Hai un cuore che fa ridere. Una volta o l'altra fai la capriola!
Ma Coriolano duro.
— Qu-qu... qu-qu... qqquando è l'ora... bu-bu... bu-bu... bbbuonanotte!
— Sì, cucù e bubù!... Ma se la bubù ti arriva addosso, sarà lei che farà a te cucù, povero idiota!
— Bbbbbb... bene! E allora, porca miseria! evviva la Repubblica!
E, con questo cuore aveva continuate le sue bisboccie all'Ustarì de Bér (osteria del Montone) nella quale l'oste, che beneficiava appunto, e non sappiamo per quali delicati motivi, del nomignolo di Ber, andava famoso per la sua scienza nell'apprestare certi manicaretti di trippe, celebri in tutta la Romagna.
Ora quando capitava qualche forestiero nella Città del Capricorno, Coriolano si affrettava a invitarlo, o a farsi invitare, alla famosa Ustarì de Bér, per fargli assaporare le trippe.
Necessariamente chi mangiava più di tutti era Coriolano. Dall'antipasto alle frutta (e l'antipasto consisteva in mezzo chilogrammo di pane!) egli si trovava in prima linea, col piatto più colmo e col più vorace appetito. Divorava, urlava, improvvisava discorsi, si prodigava in allegria tenendo la brigata sempre al diapason del cordiale fracasso. Ma, per fucinare tali gioconde serate, occorrevano litri e litri e litri di Sangiovese ed era sempre Coriolano che pensava a far empire i bicchieri, e sempre Coriolano che gridava all'oste:
— Bér? Un'étar litar! (Bér? Un altro litro!)
E alla fine del simposio, dopo il rituale brindisi:
— Bevo alla salute della Democrazia, oggi combattente, domani vincitrice! — era costretto a sbottonarsi il panciotto e ad allentare la cintola dei pantaloni. Ma aveva mangiato bene e ciò lo ripagava delle possibili sofferenze alle quali andava incontro.
Dopo tali strippate aveva un sacro orrore del letto e del chiuso e aspettava l'alba accompagnando a casa, ad uno ad uno, tutti gli amici. Rimasto solo, entrava nel Caffè notturno dove erano adunati i mercanti di buoi che stavano per andarsene verso i mercati. Sedeva in un angolo e incominciava a non poter più respirare.
Ma, passando di eccesso in eccesso, l'organismo del Donzello finì per non presentare più resistenza e, un bel giorno, si fece vincere da un attacco cardiaco tanto da disporre l'anima al transito.
Ora le gente adunata nella casa di lui non rideva più. C'era la morte. I romagnoli, quando sono di buono stampo, non hanno paura della morte ma la rispettano. Non che ne avvertano il pauroso mistero, anzi, per loro, tale mistero non esiste; cose astratte non sono per il loro palato; il loro convincimento è che, con la morte, tutto sia, e giustamente, finito; ora quando se la trovano fra i piedi, questa morte ubbriaca, si tolgono il cappello e non parlano più perchè, non foss'altro, avvertono che con lei non si può combattere e che è inutile farsi illusioni.
Nella casa di Coriolano c'era adunque un grande silenzio. Si udiva appena un fruscio di passi guardinghi e qualche frase sommessa.
Erano là, dall'Onorevole a Bucalosso, tutti i maggiori rappresentanti del cuore repubblicano. C'era Tempestoni, c'era il Trancia, l'avvocato Suasia, l'ingegner Fiat, il Sindaco, gli assessori, i pompieri, gli spazzini.
Coriolano era un'istituzione; con lui scompariva un po' di vermiglio dalla bandiera repubblicana. Un po' della vecchia idealità umanitaria, del vecchio entusiasmo romantico, della sacra generosità strepitosa che negava il Re e il Clero per educare il popolo a un'Idea di universa giustizia e di liberi reggimenti politici, se ne andava verso il buio del passato con l'anima di Coriolano.
Questo avvertivano gli intervenuti. La prima concezione repubblicana finiva con gli uomini suoi più rappresentativi. Venivano innanzi i tempi di Rigaglia. La dittatura di Rigaglia era prossima.
Bucalosso si era fermo alla porta a ricevere le visite.
E le stanze si empivano di popolo.
Mostardo arrivò solo e di gran corsa.
Salì gli scalini a quattro a quattro; i compagni gli fecero largo senza dire parola; eccolo al letto del morente.
Coriolano era entrato nello stato comatoso e non lo riconobbe.
Nella stanza pesava un'aria graveolente e irrespirabile.
Nessuno pensava ad aprir le finestre. Tanto ce n'era per poco ancora.
Si udì un rumore nella stanza vicina. Ecco Proletaria.
Si diresse difilato verso il Cavalier Mostardo il quale fece la più brutta faccia che si fosse mai veduta.
— Dov'eravate? Vi abbiamo cercato dappertutto. Abbiamo mandato in giro anche Rigaglia.
— Lo so.
— Come fate a saperlo se non vi ha trovato?
— Me l'hanno detto.
— E chi ve l'ha detto?
— Ma non sono mica qui per rispondere a voi, cara signorina! Abbiate almeno un poco di rispetto per questo disgraziato che muore!
Proli si morse le labbra e non aggiunse parola. Si tolse il feltro rosso e apparve in capelli. I suoi quattro capelli scompigliati, che le ricadevano a teghe sulle orecchie, la facevano ancor più brutta. Girò il letto e andò a porsi all'angolo opposto del capezzale guardando ora il morente, ora Mostardo.
Che cosa meditava?
Mostardo pensò:
— Questa sera non ho pazienza e, se mi guarda male, scoppio!
I loro occhi non si erano incontrati che una volta sola.
— Eh, che disgrazia? — mormorò Proli.
Mostardo grugnì senza rispondere.
— Era ancora giovane, povero zio!
Silenzio.
— Sapeste quanto vi ha cercato; quante volte vi ha ricordato!
— Già.
— Adesso, forse, non potrà riconoscervi più...
— Sicuro!
Proli ebbe una smorfia di repressa ira.
— Si direbbe, non ve ne importi niente.
— Io dico che, al letto di un moribondo, sarebbe meglio star zitti.
Per la seconda volta Proli dovette inghiottire e tacere; questo non le conferiva punto.
— Siete intrattabile!
— Io sarò intrattabile, ma voi siete un bel empiastro.
— Ignorante!
— Pettegola!
Così, con perfetta cavalleria. Proli e il Cavalier Mostardo si incontravano al letto di un moribondo.
Trascorse una tregua; troppo aspri erano stati i primi approcci.
— Poveretto, non potrà vedere il Golfo Mistico! — mormorò Tempestoni.
E l'avvocato Suasia:
— Quando vai in scena?
— Domani incominciamo le prove.
— Allora fra una diecina di giorni.
— Forse meno.
Il maestro Riva disse sonoramente:
— L'anima di questo garibaldino rimarrà nei cieli eroici del pensiero.
E Coriolano non capiva più niente. Rantolava nella gran pena di non poter finire. Ad un tratto si riscosse ed aprì gli occhi. Proli gli si chinò sopra e lo chiamò:
— Zio? Zio?
Coriolano aveva lo sguardo vuoto di coloro che son già nella tenebra eterna.
— Zio, c'è qui Mostardo...
— Mostardo...
— Sì, sì, Mostardo! È qui... guardalo è qui!
— Mostardo... — balbettò Coriolano; — Mostardo...
Allora il Cavaliere si levò e si chinò a sua volta sul trapassante. Questi ebbe un bagliore negli occhi, subito spento, ma non potè mettere insieme una parola in più. Solo si dette a brancolare a brancolare finchè non ebbe trovato una mano di Mostardo; la prese, la trasse a sè e continuò cercando la mano di Proli che, del resto, era già pronta.
Ecco l'idea di Proletaria!... Eccolo eccolo, il tiro assassino!... La pelata vergine aveva addomesticato il moribondo, lo aveva istruito alla manovra ch'egli ora veniva compiendo in un ultimo barlume di coscienza.
Mostardo cercò ritirar la mano ma non osò ricorrere alla violenza che sarebbe stata necessaria perchè Coriolano, e pareva impossibile, stringeva forte.
E l'orrenda cosa si compì, sotto gli occhi degli amici, egli sentì, nella sua, l'ossuta mano di Proli e il moribondo badava a stringere le due mani come a sigillarle in una promessa eterna.
Allora il maestro Egidio Riva disse:
— Qui assistiamo alla tragica e commovente maestà di un rito sacro: l'amore nella morte!
E Mostardo, di rimando:
— Sei un imbecille! Questa non è che la manovra di un pover'uomo che non capisce più niente.
— L'hai voluta? — sussurrarono gli amici.
E Proli:
— Siete più volgare di quanto non avessi immaginato. Non abbiate paura che non vi voglio! Mi fate semplicemente schifo!
Al che il nostro Cavaliere replicò con corretta e breve nobiltà:
— È ciò che desidero!
— Siamo d'accordo!
— Perfettamente!
— Villanaccio!...
— Regina del canapè!
Allora Proli scoppiò a piangere per fare effetto, ma nessuno le badò; poi, in quel punto, il povero Coriolano era entrato in una grandissima agitazione.
Tentò sollevarsi sui guanciali; corsero a sorreggerlo e, quando fu sul torso, riuscì a parlare. Si guardò intorno, accennò un sorriso, disse quanto più forte poteva:
— Compagni... muoio!... Evviva la Repubblica!...
Le balbuzie lo aveva abbandonato ma ormai era troppo tardi.
Poi che fu morto, uno si levò nel silenzio grave e opprimente, il maestro Egidio Riva; si levò, atteggiò la faccia a una smorfia di strazio ed ebbe due sole parole, due parole monumentali, conchiusive, solenni come la morte:
— È soccombùto!
Aveva detto:
— Badate ch'io non voglio far puzzo. La Valle di Giosafatte la lascio a chi ci crede. Sono stato repubblicano da vivo, voglio esserlo anche da morto. Mi dovete bruciare.
Tale era stata l'ultima sua volontà e doveva essere rispettata. Eletti a porla ad effetto furono alcuni sozii della Compagnia del Bigarone.
Nella Città del Capricorno non c'era un forno crematorio; bisognava prendere il morto e portarlo a Bologna. Della cosa si incaricarono: Bucalosso, Giovanni Magnani, detto e' Bigul; Catullo Rava, detto 'e matt d'la Pira; Egisto Candiani, detto l'Uslàzz e Giorgio Gelli detto Zurzôn.
Alle spese avrebbe pensato il Circolo Mazzini.
E un bel giorno costoro si presero la salma di Coriolano e la portarono a Bologna. Non uno fra i cinque aveva veduto in azione un forno crematorio e la curiosità era vivissima in tutti. Durante il viaggio non fecero che parlare di tale faccenda. Come sarebbe stato questo forno? Aperto o chiuso? E il morto si sarebbe prima arrostito e poi bruciato? Oppure si sarebbe bruciato senza arrostirsi?
La cosa era di somma importanza e fu discussa con smodato ardore. Vi fu chi parteggiò per l'arrosto e chi per la bruciatura finchè Zurzôn, non risolse la controversia con un'uscita improvvisa:
— Siete tutti matti e somari!... Ma che cosa credete che adoperino la legna per cremare?
— E che cosa, allora?
— Ma adoperano l'elettricità!
— Sicuro! L'elettricità! Vuoi che gli diano la scossa?
— Per farlo ridere?
— È una scossa tanto forte, povero imbecille, che ti ammazzerebbe cinque paia di buoi senza neanche far bàu!
— A crederci!
— Come a crederci? E in America come ammazzano i condannati a morte? Non li ammazzano con la sedia elettrica?
— Sì, ma la sedia elettrica non è un forno!
— Bella ragione! Se tu metti la sedia elettrica in un forno, invece di ammazzare un uomo, lo bruci.
— Giusta! — disse l'Uslàzz. — E poi l'uomo è bell'e morto.
— Che cosa vuol dir questo? — gridò e' matt d'la Pira. — Morto o vivo è la stessa cosa.
E Zurzôn:
— Perchè, cosa credi tu, che un uomo vivo possa fare le forze con l'elettricità?
Risero tutti quanti, compreso l'Uslàzz.
— Allora lo metteranno a sedere sulla sedia elettrica? — domandò e' Bìgul.
— Questo non lo so — rispose Zurzôn; — però credo di sì.
E rimasero fermi su tale convinzione: che avrebbero posto cioè il povero Coriolano in una sedia elettrica, dentro un forno.
— Allora deve muoversi?
— Sicuro!
— Sarà curioso!
Si proposero di osservare come si sarebbe svolta la faccenda.
Arrivati a Bologna non ebbero tempo da perdere. Il forno non era sempre a disposizione del pubblico; bisognava approfittare dell'ora fissata per sbrigarsi presto. I sozii avevano fame ma convenne rinunziare ad ogni idea di pasto per filar diritti verso il luogo dell'ultima purificazione, il quale era lontano.
Giuntivi dovettero aspettare il loro turno.
— E se lo lasciassimo qui — fece l'Uslàzz — e si andasse a mangiare? Verremmo a prenderlo poi con più comodo.
Ma i compagni non furono dello stesso avviso.
— Non si può abbandonare così un morto! — disse Zurzôn. — Dopo, chissà che cenere ci danno!
Aspettarono. Arrivò il loro turno.
Sbrigata la faccenda, fu consegnata loro una specie d'urna con, racchiusevi, le ceneri del defunto. Quest'urna toccò a l'Uslàzz il quale, trovatasela fra mano, domandò:
— Ch's'èll'ste pignàtt?... (Che cos'è questo pentolo?).
— L'è la zèndra! (È la cenere) — rispose Zurzôn.
— Quale cenere?
— La cenere di Coriolano.
— Briscola!
E l'Uslàzz volle aprire il coperchio e guardar dentro.
— Ma ci hanno rubato anche nella cenere, questi ladri!... Vuoi proprio che ci sia tutta?... Ce ne hanno dato solo un pugnellino.
— Perchè?
— Non vedi?... Coriolano era un bel pezzo d'uomo e qui c'è la cenere di un rospo.
Brontolarono ma presero ugualmente la via del ritorno perchè avevano una fame diabolica.
— Basta; quando saremo a casa diremo che c'è tutta!
Però, se non vollero perdere il treno, dovettero ripartire senza essersi seduti a tavola. Arrivati alla Città del Capricorno si infilarono nella prima osteria e incominciarono a bere e a mangiare.
L'Uslàzz depose l'urna sopra una seggiola e la coprì col cappello.
L'oste alzò il cappello e incominciò a curiosare.
— Che cosa c'è qui dentro?
— Sta férum!... U' j'è un mort! (Sta fermo!... C'è un morto!...).
E giù a ridere. Poi bevvero che si gonfiarono come tanti otri.
— Coriolano, vuoi bere?
— Poveraccio! — fece Zurzôn che entrava nella zona sentimentale.
— Lascialo stare che dorme! — disse gravemente e' matt d'la Pira.
E non si occuparono più del pentolo e del contenuto.
A notte alta erano intenti tuttavia a giuocarsi il litro e il mezzo litro e tutto avevano dimenticato nei fumi del vino.
Poi si presero a braccetto ed uscirono cantando e dimenandosi.
Ad un tratto Zurzôn domandò:
— Dov'è la cenere?
— Quale cenere!
— La cenere di Coriolano!
L'Uslàzz l'aveva dimenticata all'osteria.
Rifecero la strada cercando di sorreggersi a vicenda.
— Bisogna far presto, chè non chiudano.
Trovarono l'osteria aperta; ricuperarono l'urna e uscirono per le strade, cantando.
Cinque ubbriachi e la cenere di un epigone.
Giunti in mezzo alla Piazza, Bucalosso ebbe un'idea. Bisognava salutare Coriolano. Deposero l'urna sui ciotoli poi, presisi per mano e formato un bel circolo, incominciarono a fare il mulinello danzando e schiamazzando.
Senza volerlo, i cinque sozii, iniziavano e consacravamo così il nuovo mito democratico della Morte.
Anche quel giorno il gallo Francesco ruppe il sonno al Cavalier Mostardo il quale, stirandosi fra le coltri, ebbe la non lieta sorpresa di trovarsi ancora al mondo. La sua tristezza veniva a riprenderlo con la luce.
Il dover riallacciare tutte le penose fila della sua angariata esistenza gli era grave tanto che avrebbe preferito esser ripreso dall'annullamento del sonno e non destarsi mai più. Che ritrovava, col ritorno della coscienza, se non cose avverse per l'ultimo deserto della vita sua? Un amore moribondo, una compiuta delusione nel campo politico, una seccatura stomachevole nella condotta di Proli verso di lui. Non sarebbe rimasta che Spadarella, ma anche la piccola più non era lieta e serena ed egli non poteva indovinarne il perchè. Tutto gli andava di traverso; e allora perchè ostinarsi a vivere?...
— Solo perchè mi chiamo Mostardo e per niente di più!
Ma ad andarsene veramente verso la morte, non ci pensava. Avrebbe voluto dormire per svegliarsi col cuore di una volta.
Stava così lasciandosi portare lentamente verso lo squallido paese delle sue più recenti memorie, quando il gallo Francesco cantò per la seconda volta dal cortile.
— Che ore saranno?
Accese la candela; guardò l'orologio; erano le sette.
Si rivolse sull'altro fianco.
— È ancora presto!
Stette così un poco e udì passare il suono di una campana per l'aria; allora gli venne fatto di pensare al Signore.
A quell'ora le porte delle chiese erano aperte ed anche le porte dell'anima sua erano aperte. Se qualcuno lo avesse guidato con parole semplici e grandi, il Signore poteva entrare anche da lui. Per un attimo rivide la sua vita innocente degli otto, dei dieci anni e provò un grande commovimento; ma con l'anima sua di quel tempo ricomparve il clero e l'incantesimo mistico dileguò.
— No!... Il Signore è un'altra cosa!
E, per non sapere come risolvere il dissidio, non volle pensarvi più; ma il gallo Francesco cantò per la terza volta.
Allora Mostardo si levò sul letto e gridò con quanta voce e con quanta violenza si trovò in corpo, gridò verso la porta:
— Ma fatelo star zitto quel gallo!
Rigaglia non era là per ubbidire; nessuno gli rispose; comunque fosse, quand'ebbe gridato questo, si sentì più tranquillo e si ricoricò.
Verso le dieci udì il passo di Rigaglia. Si rivorse fra le lenzuola e brontolò:
— Ecco, il testone!
Udì la voce di lui dietro la porta:
— Si pòle?
— Avanti.
Si rivolse a guardarlo col solito cipiglio.
— Cosa vuoi?
— Che cosa devo dire a quelli che vengono a cercarvi?
— Chi viene a cercarmi?
— La gente del vostro partito.
— Ma che gente?
— C'è stato il vostro deputato. Voleva che vi svegliassi. Io non mi sono fidato di venirvi a chiamare.
— Hai fatto benone.
— Credo ci siano degli imbrogli nel partito.
— Lo racconti a me?... Io non c'entro più.
— Avete ragione.
— Io non voglio aver più niente a che fare coi versipelle e con gli eroi della Cattedra.
— Dite bene.
— Sono stanco. Buttarsi via per niente, no e poi no! Perchè se tu lavorassi anche duecent'anni per la Santa Idea, per tutto ringraziamento, ti farebbero morire.
— Ma se ve l'ho sempre detto, io!
— E se il signor Onorevole ritorna, io non ci sono.
— Voi non ci siete!... Lasciate fare a me.
— L'Idea... l'Idea!... Anzi l'Ideale!... Anzi l'Ideale Umanitario!... Che cosa ne dici, Rigaglia? Abbiam corso mezzo mondo per questo Ideale; sempre col cuore in mano, sempre in prima linea. Ti ricordi?
— Altro!...
— Prima era l'America che combatteva. Combatte l'America?... Ci sono degli oppressi da difendere?... Ti ricordi? Su, Rigaglia; facciamo fagotto. Si deve attraversare l'Oceano..
— Potàcchia!...[5]
— ... e attraversiamo l'Oceano! Un mese di navigazione. Un male da regalare l'anima ai pesci. Ci mettono lo stomaco nei piedi; i piedi nel cervello: tutto il mare è una porca girandola che ti macina le interiora. Si sputa sangue e poi si arriva. Ecco i gabbiani che volano... ecco l'America!... Evviva Cristoforo Colombo!... Anche Cristoforo Colombo era partito per l'Idea. Lui scoprì l'America; noi scoprimmo i versipelle di là dal mare!... Sempre loro sono, e dappertutto!.. Per Bios, ci vuole un bel fegato con questa umanità!... Ma non importa. Allora eravamo giovani. C'è da far le schioppettate? Eccomi qua! C'è da far saltare in aria una Corona; da dare un calcio a un Trono; da liberare dei fratelli da un'ingiustizia monarchica?... Eccoci qua, per Bios! Evviva la Repubblica! Abbasso gli oppressori! Noi siamo romagnoli! Ma valà, povero testone! Romagnoli? Sì, buttati via per la gente che ne varrà proprio la pena...
— Ma io ve lo dicevo!
— Tu sì, perchè sei stato sempre vigliacco.
— Ma sono venuto.
— Non potevi farne a meno, sfido! Ero io che ti pagavo e alla carriola non ci volevi ritornare. Sei venuto anche nell'Americaccia del Sud, questo è vero. Basta. Si sbarca... ci guardano come cani rognosi. — Chi siete? Cosa volete? dove andate?... Ti ricordi?... E poi pareva ci facessero la grazia di mandarci a fare le schioppettate! Ci guardavano dall'alto in basso, come a dire: — Chi è questa maramaglia? — E noi avevamo vomitato un mese intiero per l'Ideale Umanitario! Bene; si dimentica tutto; si passa sopra a tutto, c'era l'entusiasmo, c'era il core che gridava la sua vendetta contro gli oppressori; c'era la sete della libertà. Evviva!... Siamo tutti fratelli!.. Ti ricordi?
— Altro!...
— Sì, fratelli!... Ci mandano avanti, ci fanno soffrire la fame e per poco non ci fucilano. Tu, perchè sei stato sempre porco; io perchè ho sempre gridato contro l'ingiustizia.
— Non è vero!
— Sta zitto!... E un bel giorno: pum!... uno schioppettatone mi apre un occhiello nello stomaco. Vedo rosso... sento che mi manca il fiato... bisogna cadere, le gambe non stanno più diritte. — Fratelli!... Evviva... — Sì, evviva un corno!... Ci piantano là, tu ed io, come se non fossimo stati carne battezzata. Quarantott'ore a soffiar l'anima che non voleva andarsene! E poi, e poi tutto il resto. Non siamo morti, perchè c'è la razzaccia della Romagna. E basta! Se rinasco, voglio fare il droghiere, ma l'Umanitario non lo faccio più! Almeno ci avessero chiamati amici, ma nossignore! Il più bel complimento era «sporchi italiani» e «grigno!» e di queste facezie. A ripensarci, il sangue mi bolle ancora!
— Altro!
Rigaglia assentiva senza commentare. Il Cavaliere, nell'impeto de' suoi ricordi, si era seduto sul letto. Era acceso nel viso, scapigliato e scamiciato. Nel suo collo taurino si vedevano pulsare le arterie.
— E dopo? e dopo?... La lezione non era bastata. Ecco la Grecia... ecco l'Albania... E almeno l'Albania ci fosse stata riconoscente. Dice: I turchi qua... i turchi là... questi poveri albanesi se li mangiano vivi; ammazzano i vecchi, le donne, le vergini, i bambini, i lattanti. Abbasso l'Impero della mezza luna! Evviva la libertà! C'è l'Albania che soffre?... Ecco qua Mostardo e Rigaglia. Il nostro Oberdan, il nostro Orsini ci avevano insegnato la strada di combattere la gran canaglia coronata. Per Bios! Dieci soldi in tasca, il cappello di traverso, il fucile sulla spalla e via! E come cantava il cuore! Avevamo la faccenda dell'Austria da sbrigare: la spina di Trento e Trieste, ma non si poteva far niente da quella parte e combattere si doveva. Per tutti gli oppressi in tutto il mondo! Eccola l'Idea, brutto testone! Oltre la nostra patria. Perchè... perchè siamo tutti di carne e d'ossa, perchè dovremmo essere tutti fratelli in questo mondaccio che ruzzola, perchè chi tribola soffre lo stesso male in tutto il mondo: e il dolore è il dolore; e la fame è la fame e la disperazione degli uomini è sempre disperazione, al di qua e al di là del mare!... C'erano delle donne che piangevano; c'erano dei bambini che morivano sotto la spada della soldataglia del Sultano. Domandavano aiuto. Bisognava partire. Evviva la libertà!...
Si asciugò il sudore che gli scendeva dalla vasta fronte...
— Evviva... evviva... e gli albanesi ci trattarono come gli americani. In più ci regalarono i pidocchi. Anche loro pensarono che fossimo andati là per rubare e che al nostro paese non ci volessero più. Hai capito?... E va a sacrificarti, adesso!... Gli uomini sono fatti così. Combattemmo e ritornammo a casa con qualche buco di più nella pelle. E due!... La terza fu la Grecia; ma è meglio non parlarne neppure...
— Sì, è meglio.
— Se mi ritorna in mente il povero Fratti, dritto là, con la sua camicia rossa, con quella sua bella faccia e buona, e piena di forza; se mi ritorna in mente quando si alzò per buttarsi avanti ed era nel sole e riluceva come per mostrare a tutti i vigliacchi del mondo che non aveva paura, per Dio!... Che era un italiano, un romagnolo, un garibaldino e gli piaceva di morire per la sua idea... ecco... bisogna che pianga!... E volle morire!... Glie lo volle far vedere lui, alla grecaglia, come ci si butta contro al pericolo, e come si bagna la terra di sangue quando si è garibaldini!... Domòkos... Domòkos!... Antonio Fratti morì a Domòkos; ma la grecaglia sporca non seppe mai chi fosse questo Cavaliere dell'Umanità!
Rigaglia scuoteva la testa senza dir niente. Mostardo per un poco tacque assorto; riprese poi a voce spenta:
— Be', mezza la vita l'ho spesa così. Che cosa mi rimane adesso? Lo scarto. E sono stato sempre e sempre sarò un disgraziato!
— Non vi lamentate del giusto.
— Tu non puoi capire.
— Capisco magari!
— E che cosa? Se non sai neppure distinguere la fava nera dalla fava bianca!
— Anzi ho qui una lettera per voi.
— Una lettera?... E quando aspettavi a darmela?
— Oi... abbiamo parlato sempre!
E si frugava le tasche.
— L'hai perduta?
— No. Eccola qua.
Glie la tese. Il Cavalier Mostardo, non appena ebbe veduta la soprascritta, si fece bianco come un panno lavato.
Era Mignon che scriveva.
Licenziato Rigaglia e rimasto solo, saltò dal letto, corse al tavolo, sedette guardando sempre la lettera dalla quale si aspettava la grande sentenza.
La palpeggiò, la rivolse per tutti i sensi.
— Quanto ha scritto!
Ma il cuore gli diceva che non c'eran notizie buone per lui; e non si fidava di aprirla. Finalmente piano piano strappò la busta. C'era un gran foglio con poche parole.
Caro Mostardo,
Vedete che è inutile mentire? Vi mando la prova indiscutibile della vostra infedeltà. Quando io non pensavo che a voi, voi mi tradivate tranquillamente. Ora poi non vorrete farmi credere di soffrire, non è vero?
Vivete sano e lasciatemi tranquilla. Non desidero altro da voi.
Ninon Fauvétte
Compiegata con la lettera della francese era la lettera che il Cavalier Mostardo aveva scritto alla signorina Proletaria. La viragine urlante si era vendicata, gli aveva dato il colpo di grazia. Ora egli sentiva per davvero che l'ultima speranza era morta. Ora si sentiva tremendamente solo in una vasta rovina e, dalla lontananza, non gli arrivava che il ghigno e la stridula risata di Proli.
Si alzò e si vestì, deliberato a trovarla a qualsiasi costo. Quel che le avrebbe fatto non sapeva, ma certo ch'egli non voleva lasciar le cose al punto al quale erano giunte senza togliersi almeno la soddisfazione, ben magra ormai, di dimostrare una volta ancora chi fosse il Cavalier Mostardo.
Mostardo sapeva che, dalla morte di Coriolano, madamigella Proli aveva abbandonato Dovia e le Scuole per andare a stabilirsi nella casa del suo defunto zio. Non che la casa l'avesse ereditata, chè non era neppure del povero Coriolano, ma questi aveva diritto di goderne ancora per un anno o due. Ai diritti dello zio era subentrata la nipote.
Era mezzogiorno quando il Cavaliere tirò il cordone del campanello. Gli aprì una vecchia.
— C'è la signorina Proletaria?
— Non c'è più!
— Non c'è più?
— Non lo sapete?... È scappata.
— Dite davvero?
— Saranno cinque giorni! Ha rubato il testamento del povero Coriolano ed è scappata. Il testamento non era stato depositato dal notaio. Pare che Proli fosse stata diseredata dallo zio.
Il Cavalier Mostardo non aggiunse parola, e non volle saper altro. Se ne andò come era arrivato.
A lui non rimanevano che le strade squallide e deserte, buie e cineree della sua disperazione.
Errando di strada in strada, di vicolo in vicolo si fermò, che era già presso il tramonto, ad un'osteria delle mura. C'era un pergolato; qualche tavolo sbilenco, sudicio, pieno di mosche. Si fermò nell'angolo più riposto, dietro una macchia di tamerici; sedette, puntò i gomiti sul tavolo, si prese la fronte fra le mani.
Nessuno andava a chiedergli se volesse mangiare o bere. Rimase solo; si perdette nell'ombra della sua immensa tristezza. Arrivava, per lui, la notte del cuore; la più fonda e tragica.
Ecco che l'idolo del popolo era caduto e una donna lo trascinava via fra la polvere come una immondizia della strada, appiccata a una ruota della sua vettura.
Mostardo, Mostardo!... È finita l'estate, e la tua baldanza che riempiva il mondo, si risolve in una nebbia bassa e pesante che non lascia più neppure un lembo remoto di azzurro. La tua rossa anima si imbianca. Non sei più tu, Mostardo, con la tua leggenda vermiglia. Più non danzi i tresconi, più non gridi per le adunate, più non lanci il tuo cappello in mezzo a una sala da ballo ed obblighi tutti a non muoversi e un valzer è suonato per il tuo solo cappello, in mezzo alla sala, fra il circolo della gente che ti applaude ed ammira.
La leggenda si sfata. Tu curvi il capo e le spalle; tu taci, ti apparti e piangi il tuo pianto senza rumore, mentre Rigaglia ti guarda, disceso dal tuo Calvario, e si appresta alla sua facile gloria che lo condurrà lontano.
Mostardo, Mostardo!... Eran più lievi al tuo desiderio le gioconde donne che sapevan di buono come le mele cotogne e non avevano le labbra di ceralacca; arrivavano per darti la soda freschezza del loro corpo ben fatto e se ne andavano con un bel riso vermiglio, dopo essere state tutte quante tue e avere goduto con te, nel letto a due piazze, fra le lenzuola un po' ruvide, che sapevano di buona lavanda. Allora ti levavi più forte e il mondo era tuo. Allora le baciavi l'ultima volta sul collo ed aprivi loro la porta con gratitudine e libertà come un padrone contento. E dove era Mostardo era il Verbo. E la Rivoluzione potevi infrenarla o scatenarla quando meglio ti fosse piaciuto.
Vedi vedi dove ti ha condotto una repubblicana di Francia?... Eri tu tale da far figura a Parigi, uomo di provincia, e solamente?... La tua sanità non è più che patimento. La cosa aristocratica ti ha sconvolto. Perchè salire altre scale da quelle che ti erano destinate? Parigi non poteva intenderti. Un bello e grande e robusto albero ha bisogno dei campi e non delle vie lastricate. Le grandi vetrine fastose dei negozi di lusso non son fatte per i poveri fiori di campo che vivono solo di un po' di colore e di molto ardore. Ora sei arrivato alla porta dell'ultima sera e dovrai varcare la soglia. Addio!...
E udiva, così stando e in tanta tristezza, il ronzio delle vespe, delle mosche, dei calabroni. Poi avvertì che qualcuno parlava dietro le sue spalle; ma non vi pose mente; solo un nome lo fece inorecchire.
Certo i due conversatori non P avevano veduto e parlavano abbastanza forte perchè non sfuggisse a lui una sola parola.
Diceva l'uno:
— Che cosa vorrebbero fare?
E l'altro:
— Glie l'hanno giurata! Bàgàj è rimasto in mezzo alla strada con quattro bambini, la moglie incinta e due vecchi.
— Non è della Lega rossa?
— Sì.
— E perchè non ci pensa la Lega?
— E dove si trovano i fondi (poderi) per Bàgàj?... Nella sua famiglia non ci sono braccia! È solo a lavorare e deve prendere un garzone e delle opere.
— E il marchese della Pipetta lo ha licenziato per questo?
— No; ma perchè era nella Lega rossa.
— Allora è un vigliacco.
— Oh, la pagherà salata!
— Sì, le parole di Bagàj!... Urla urla e poi non ammazzerebbe neppure una mosca.
— Questa volta, no.
— E perchè?
— Perchè non è lui che deve ammazzarlo.
— E chi allora?
— Sono gli amici di Bagàj che l'hanno giurata al marchese.
— Quali amici?
— Gli uomini dei Turèll.
— Buone pelli!
— Jusafin e Plèdga. Li conosci?
— Chi non li conosce? Be'... ma dove lo pescano, il marchese?
— Questa sera deve andare alla sua villa. Lo sanno. Lo aspetteranno per la strada del fiume, dietro ai canneti, Plèdga se tira, non sbaglia!
Non una parola del dialogo degli ignoti era sfuggita al Cavalier Mostardo. Ormai ne sapeva abbastanza; doveva scomparire senza essere veduto per non destar sospetti, per rimaner padrone del segreto carpito occasionalmente e poter agire come meglio gli fosse piaciuto. Si pose gattoni; scivolò dietro la macchia delle tamerici; arrivò al cancello del giardino; si allontanò trattenendo il fiato poi, al primo vicolo scantonò e prese la corsa.
Ad un tratto gridò:
— Spadarella?... Spadarella?...
Era certo di averla veduta in fondo alla strada, in una rossa chiazza del sole moribondo.
Non era possibile che un'altra creatura potesse assomigliare tanto alla sua bambina. Aveva la stessa veste, gli stessi capelli, l'identica andatura.
— Spadarella?... Spadarella?...
Ma la piccola non solo non si rivolse, anzi affrettò il passo e scomparve. Allora Mostardo si mise a correre per raggiungerla; ma, quando arrivò in capo alla strada, ebbe un bel cercare a destra e a sinistra!... Spadarella non c'era più.
— Dove sarà andata?... È possibile non mi abbia sentito?... Forse non era lei!
Riprese la strada; ma una nuova amarezza indefinibile gli si annidava nel cuore.
In una stanza squallida di una casa svergognata, la povera piccola bionda del giardino tranquillo aveva portata la sua verginità all'amore. Ma ritornava senza un canto nell'anima, nella sera rossa come il suo bel volto atterrato.