Caro Yorick figlio di Yorick,
Difendono i ministri i loro spropositi, difendono i filosofi le loro utopie, difendono le mamme i loro mostricini, possono ben difendere gli artisti i loro lavori, fossero anche aborti delle Muse.
E poiché sono venuto nella idea di rispondere alle critiche da varie parti piovute sul mio povero Alcibiade; e bisognava pur trovare qualcuno a cui parlare per tutti — come a suocera veneranda, perchè le nuore pudiche della critica intendano, — ho pensato che quest'uno potevate benissimo essere voi.
Ciò per parecchie ragioni: delle quali salto subito subito, di piè pari, la prima — perchè dovrei discorrere della bacchetta di direttore che voi tenete da tempo con diritto incontestabile nell'orchestra, un po' scordata, della critica giornalistica italiana. Ora qui da un lato sdrucciolerei ne' complimenti, e in fatto di complimenti, io mi dichiaro confratello degli orsi delle caverne di Berna e del Pessimista dell'Arte Drammatica di Milano; dall'altro forse nelle scortesie, e nel lodare il direttore non vorrei offendere i violini di spalla.
Un'altra ragione riguarda me. — E questa lasciatemela pigliar dalla lunga.
La vita dell'arte, come quella della politica, non è stata per me tutta rose. In politica ho avuto addosso i nemici di partito; in arte — oh in arte, assai di peggio: ho avuto addosso i critici imparziali. Voi non immaginate che spaventosa parola sia questa per i poveri autori. In arte, si sa, è valuta intesa, non ci sono, non ci possono essere partiti, nè simpatie od antipatie partigiane: la legge di Solone che voleva i cittadini partigiani per forza, pena l'infamia, nella repubblica delle lettere, si sa, non ha corso; qui, non si parla, non si scrive, non si giudica che per semplice, solo, purissimo amore dell'arte. L'amore dell'arte ha messo al mondo in un solo parto i genj abortiti, gli autori fischiati — e i critici severi ma imparziali. E poichè l'amore, per legge di natura, quanto più è contrastato ed infelice, tanto più ne' contrasti s'accende e s'inasprisce, così questo amor divino dell'arte rende terribili coloro a cui l'arte ha negato le sue carezze. Con una abnegazione feroce, resa tale dal loro amor disperato — essi servono le caste Pimplee da cui furono messi alla porta. Appollajati lì sull'uscio che non possono varcare, se ne sono costituiti i portinaj e ne vietano agli altri o ne fanno pagar caro l'ingresso. Ributtati dalle vergini divine, si son fatti custodi inesorabili del loro onore. Controllano i doni, le primizie, le vivande, le offerte votive — drammi o commedie, romanzi o poemi — che ad esse vengono recate; non lasciano passare le indegne o nocive alla salute; i temerarj offerenti castigano; e siccome l'amoroso zelo li fa rigorosi, così nocive od indegne trovano quasi tutte; e giù botte da orbi ai fedeli che portano la roba, mentre, frattanto, alle divine fanciulle per troppo amore non lasciano arrivare in tavola più niente — e le poverette rischiano di morir di inedia — come Sancio Panza governatore, quando il medico sorvegliava la sua mensa.
Scherzi a parte, e fuori di metafora, oggi la critica si trova in Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni, anzichè no a mal partito. Un certo numero di persone che non hanno potuto terminar bene i loro studj non sono riuscite nei tentativi dell'arte, o non sanno rassegnarsi all'ingiustizia di madre natura che fu loro nell'ingegno matrigna, si sono messe, in mancanza di meglio, a far della critica. Ufficio il più difficile e il più facile, secondo la maniera di pigliarlo: per costoro — il più facile. Non portando nell'esercizio di questo ufficio nessun chiaro concetto sulla missione dell'arte e sui suoi varj ideali, nessun criterio estetico determinato, nessun corredo di cognizioni sode e nessuna sapienza d'analisi, essi vi portano in compenso un'altra dote, che essi hanno convenuto di chiamare — la imparzialità. Infatti, essi sono imparziali in questo senso che tutte le scuole per loro sono uguali: tutti gli ideali si valgono: per loro è indifferente sia l'una piuttosto che l'altra: non si tratta di dar già all'arte questo o quell'altro indirizzo, di misurare alla stregua di questo o di quel criterio artistico il valore di un'opera d'arte: ne importa giusto assai a loro dell'opera d'arte! A loro importa di far sapere che essi ne hanno fatto la critica. Il loro giudizio critico, è questa per essi la vera opera d'arte, ed essi si figurano già e pregustano, scrivendo, la impressione che essa farà sul pubblico. L'autore è scomparso: chi ne sa più nulla della sua fatica e de' suoi studj? il problema è mostrare che qualunque siano l'autore e la sua opera e i suoi studj, il critico ne sa sempre di più: e tanto più se ne sa naturalmente quanto più si trova da correggere e da ridire: correggere e biasimare bisogna dunque e ad ogni costo: e la severità è di prammatica. Non si può essere indulgenti senza derogare e confondersi col volgo — o comparir parziali. — «La tal cosa è sbagliata, la tale altra assurda; questa va male, quest'altra così così;» eh? com'è presto detto! e il lettore che nel suo grosso criterio prima trovava la cosa passabile e credeva l'autore dovesse averci studiato sopra chi sa quanto, or pensa già con ammirazione a quel che ne sarebbe uscito se, invece di quell'asino di autore, quella tal cosa l'avesse scritta quella cima del critico. I meriti dell'artista senza i suoi sudori: fare il critico a questi patti dev'essere una specie di voluttà.
Questa professione non va esente certo anch'essa da' suoi rischi: viene il giorno che il pubblico, anche col suo grosso criterio, ride del critico o che il critico si trova per davvero imbrogliato a dare il giudizio su quel tal lavoro, che sfugge affatto al suo ordine di cognizioni. Ci sono però anche le risorse. Si aspetta che un critico — di quegli altri — voi per esempio — abbia aperto bocca e detta la sua: e allora, senza darsene l'aria, a tempo e luogo, sul motivo dato si eseguiscono le variazioni. Ciò non obbliga, beninteso, a saper la ragione delle cose che avete detto voi o a trarne i giudizj che ne avete tratto voi: anzi, il bello è pigliar della vostra critica quel tanto che basta per orientarsi, e poi concludere all'opposto. Io conosco dei critici che mettono sempre diligentemente da parte, in serbo, le appendici critiche di Yorick e dei critici francesi più in voga, per presentarle all'occasione ricucinate da loro: e i quali sarebbero maledettamente impacciati se dovessero spiegare la tale o tal altra cosa, la tale o tal altra parola, che hanno copiata a occhi chiusi, senza saperne il perchè. Ma in compenso, se vedeste, con che severità e con che sussiego ne fanno all'autore, come fosse roba loro, la girata!
Un'altra risorsa per questi critici è l'apparizione di un lavoro storico — o in cui c'entri per qualche verso la storia. Oh un dramma storico! è la loro festa. Quel giorno essi salgono di cento gradini nella scala della riputazione e si pigliano più autorità che non ne abbian presa in cento critiche di altri lavori. Perchè in altri bisogna discorrere poco o tanto di concetti artistici, di forme artistiche, di poesia, di psicologia, di morale, e che so io: tutte cose che legano i denti: e che permettono al lettore profano di essere di un parer diverso: ma qui! qui è un altro affare. Qui si piglia una Enciclopedia o un trattato di storia: e in due tratti di penna l'autore è spacciato. Qui si tratta di cognizioni serie, positive, su cui non ci possono essere dispareri. Come si fa, quando l'autore si è occupato di quel tal fatto o di quel tal personaggio storico, e il critico vi sentenzia con tutta la gravità che quel tal fatto è accaduto all'opposto, che il tipo di quel personaggio è sbagliato, che quella tal circostanza storica importantissima è stata ignorata, che il colore storico locale è falsato, e lì una bella citazione di tre o quattro o cinque nomi di autori in fila — come si fa, dico, a non trovare che il lavoro è un aborto che non regge alla discussione e a non ammirare il critico sapiente che ha saputo farne giustizia! «— Oh! hai letto la critica di X intorno al lavoro di Y? — Certo! Come te lo concia per le feste quell'Y! — E lì non si scherza! il critico si vede che è uno che sa il fatto suo! — Se lo sa! Pensare che volevano farlo passare per un buon lavoro! — Già! già! si vede ora che roba è. Ma neh che talento quell'X! che erudizione! come sa scrivere! come sa la storia! — E come gli prova a quel povero diavolo tutti i suoi spropositi citandogli gli autori sulle dita! — E come conosce a menadito Aristofile, Plutone, Tucilide e tutti quegli altri! Scommetto che l'autore non li aveva neppure letti! — Ah questi sì sono critici coi fiocchi!...» — E segue il resto delle litanie.
Ma se il povero autore strapazzato fosse lì in un angolo e provasse a quei signori che il critico conosce Platone, Aristofane, Tucidide e tutte quelle altre brave persone a un di presso come le conoscono loro — che non ha mai visto dei loro libri pure il cartone — e che tutta la scienza è stata improvvisata lì per lì dalla sera alla mattina sopra un articolo della Enciclopedia, quei signori giurerebbero che l'autore parla per dispetto. Eppure da molti, da troppi la critica non si fa che così.
Allato a questa categoria, ve n'ha, di critici, un'altra più coscienziosa, ma per gli autori non meno molesta. Sono ottime persone — talora qualche diligente professore, il più spesso dei bravi giovani che han riportato il premio nelle scuole — e che effettivamente sanno qualche cosa: ma che hanno (certo con maggior diritto degli altri) il bisogno irresistibile di farlo sapere e di mettere in mostra tutto quello che sanno. Anche questi d'arte s'occupano poco: per loro il lavoro d'arte non è che un eccellente mezzo per isfoderare la loro dottrina, smerciare la loro mercanzia e metter fuori tutto il bagaglio delle loro cognizioni. Anche quando questa mania non si scompagna da una certa benevolenza, la noia per gli autori non è minore. Perchè essi rimproverano l'autore che nello sviluppo di quel tal periodo storico ha dimenticato i tali personaggi; che i tali altri li ha rappresentati incompletamente; che nell'orditura di quella tal scena ha trascurato di valersi di quelle date circostanze storiche, di quelle date teorie filosofiche, di quelle date risultanze della critica storica e via via. Essi sanno benissimo probabilmente per i primi che se l'autore avesse fatto entrare nel suo dramma tutta quella roba, ne sarebbe risultato uno zibaldone impossibile, una mole indigesta da far dormire un morto in piedi: essi lo sanno, ma non importa — non si tratta di farcela entrare quella roba, che, tanto, il lavoro è già fatto — si tratta di far sapere che essi sapevano in proposito tutto quel mondo di belle cose e che l'autore ha avuto il torto di non pensarci.
Ci è poi ancora una classe di Aristarchi, anch'essi a loro modo coscienziosi. Questi hanno in arte degli ideali fatti, delle teorie fatte: e condannano irremissibilmente a priori tutto quello che esce o si allontana da quegli ideali e da quelle teorie. Per costoro, la libertà dell'arte non esiste; l'arte non è ammissibile, non è concepibile che sotto date forme: fuor di là, tutti aborti. Questi la confina nel mondo puramente fantastico; quest'altro in quello della realtà presente, pura e nuda. L'uno pretende l'osservanza rigorosa delle regole aristoteliche; l'altro, che è in progresso, le sopprime, ma per aver il diritto di sostituirvene dell'altre altrettanto rigorose ed altrettanto anguste.
Conosco un mio amico, ingegno egregio e critico acuto,[1] il quale in buona fede si crede rivoluzionario in arte, perchè pretende che ella debba essere nient'altro che la fotografia di quello che esiste in natura, e come vi esiste; e che i suoi uomini non debbano portare che il frac e le sue donne non debbano vestire che colle mode dell'ultimo figurino. Fantasia, poesia, idealizzazione del vero, evocazione d'altre età, tutte robe scolastiche da far dormire: prosa da conversazione ha da essere, e un po' di spirito di osservazione, per riprodurre, tal quale, quel che succede ogni dì, e un po' di raziocinio per coordinarlo; un problema sociale od economico da risolvere, o un adulterio pudico da legittimare. Shakespeare, o Byron, o Victor Hugo! Che arte stramba è questa vostra che cava da mondi impossibili Falstaff e Jago, Sardanapalo e Ruy Blas! Persone vere, a modo nostro, vogliamo, e vestite dei nostri panni e facciano quello che facciam noi, e parlino come parlano i cristiani: stramberie di cervelli malati le vostre e non arte: l'arte è là — nella camera oscura.
Andate dunque a presentare a questi critici un lavoro di un genere che non sia quel ch'essi ammettono! Andate dunque a dir loro che sono essi i retrogradi, essi che dell'arte non accettano che una forma sola, che pretendono misurarle avaramente il tempo e lo spazio; provatevi a dir loro che tutti i tempi e tutti i luoghi sono dominio dell'arte, perchè tutti ponno essere dominio del vero; che il classicismo era falso, come il loro realismo è falso, perchè entrambi pretendono di imporre indistintamente al vero che è universale le idee e il linguaggio di un solo paese[2] e di una sola età; che una sola forma l'arte respinge, ed è il brutto; che è ufficio dell'artista scovrir del vero le armonie più intime, afferrarne i rapporti più segreti e lontani, riunirne le linee sparse qua e là nella natura, farle rivivere in creazioni che la sola riproduzione meccanica del vero in natura non dà; che l'osservazione fredda e sola a ciò non basta, se la fiamma santa dell'ideale non la scalda; che sotto tutte le forme l'arte vuol essere creazione, cioè poesia: che non è lecito proscrivere Michelangelo e i suoi arcangeli in nome di Clerici e de' suoi gatti, — e quei critici rivoluzionarj vi rideranno per compassione sul muso!
E tutti questi ancora sono brava gente. Uomini serii dell'arte, Brid'oison della critica, Marchesi Colombi dell'erudizione, le loro sentenze sono perniciose, ma le loro intenzioni sono innocenti.
Or dove lascio le eccellenti persone, che si servono della critica come di un emolliente per la espettorazione del catarro e di tutti i cattivi umori dello stomaco? Esser rosi di dentro dalla bile dell'impotenza, dal tarlo della vanità; cercare ogni dì in fondo all'anima una scintilla di estro, e non trovarvi che una goccia di fiele; ogni dì frugare nella mente per trovare una imagine, una idea, pescarvi un'insolenza o una banalità; e allora, non potendo far dell'arte, ricattarsene col far della politica; non potendo servire alla riputazione propria, aver bisogno di pigliarsela coll'altrui, servendo ai rancori dell'alto ed alle invidie del basso; sempre rodersi, sempre odiare, odiare come in politica si odia: e dopo tutto questo, trovarsi d'aver dinnanzi un lavoro d'arte, una penna, un po' di carta, un dizionario e un calamajo, — ah, per Dio, negatemi che allora non diventi uno sfogo salutare, non diventi una cura igienica la critica! Quando il critico ha ridotto in pezzi il lavoro d'arte, ha dimostrato che è un aborto od un plagio, coperto di irrisione l'autore e le sue fatiche, — egli tira il respiro più libero: egli si sente il cuore più leggiero, e le tempie più fresche. Ciò fa bene alla salute.
E ciò permette degli sfoghi che non mancano neppure del loro lato estetico. Si può fingere la santa indignazione di Giovenale e darsi l'aria di menar lo staffile — quello di S. Ambrogio magari — per cacciare i profani dal tempio! si può incominciar l'opera deplorando il compito ingrato: — una speranza di più andata perduta per l'arte, l'amarezza di doverla registrare, perchè la verità va innanzi a tutto, e di esporsi alla taccia di partigiani, per aver avuto il coraggio di dir forte quello che gli altri non dicono che a bassa voce: — allora ogni staffilata all'autore diventa un atto di abnegazione del critico — a ogni brandello del lavoro, ch'ei strappa, è il suo cuor che ne piange, e che ne sanguina. È il console Bruto che decapita suo figlio. Santo, divino amore dell'arte, tu solo puoi ispirare questi sublimi eroismi, perchè fortemente colpisce, chi fortemente ama!
***
Ebbene da tre anni che il caso mi buttò nell'arena dell'arte, ho avuto anch'io che fare, come tutti i miei colleghi, con questi Minossi della critica, resi feroci dall'imparzialità, dalla giustizia e dall'amore. Di che sarebbe ingenuità o incomportabile superbia il lamentarmi: perchè a me, degli ultimi venuti nell'arringo e non certo ai primi posti, non ispetta lagnarmi di quel ch'è toccato anco a' maestri, che vi siedono da un pezzo prima di me e innanzi a me. Ma qualche circostanza antecedente della mia vita, affatto estranea all'arte, ha fatto che parecchi di quei signori si dedicassero a me con voluttà speciale; e che ai miei poveri pargoletti ne toccassero speciali tenerezze.
Però fu una grata e perfino strana sorpresa per me, nel tempo che più mi si prodigavano quelle carezze caritatevoli, il trovare un bel mattino, proprio nelle file de' miei avversarj politici, lì sulle rive dell'Arno, un critico che acconsentiva a giudicarmi come artista, senza chieder prima l'ispezione delle mie fedine nè politiche, nè criminali (molto sporche, tra parentesi, molto sporche)[3]; un critico pieno di erudizione, di quella vera, ma senza saccenteria; pieno di dottrina, di quella soda, ma senza pedanteria; che mi criticava senza mordermi, mi consigliava senza annojarmi, e — fenomeno raro pei tempi — le critiche erano scritte in italiano così puro che pareva di Crusca, e i consigli avevano tanto senso comune che pareva perfino — ed era difatti — buon senso. Quel critico — era un moderato, e reclamava per l'arte la santa libertà: mi parlava de' suoi ideali con convinzione, mi dava il benvenuto nel suo tempio con cortesia. — Yorick, figlio di Yorick, quel critico eravate voi.
Son passati da allora quasi tre anni; ma dovendo indirizzare la presente a qualcuno, ho amato di ricordarmene.
***
E adesso soltanto ve ne ricordate? E per questo mi scrivete le vostre frottole?
— Oh, non adesso e non per questo solo. Quando il mio Alcibiade venne ad esporre la coda del suo cane in riva all'Arno, per consultar sul da farsene, io mi occupai naturalmente di sapere che cosa il severo Yorick, figlio di Yorick, ne pensava: e quando seppi che egli, quantunque moderato, approvava il taglio della coda, ho detto fra di me: sono salvo! ho ripiegato diligentemente in quattro l'appendice della Nazione e me la son messa in tasca come un talismano contro i malefizj dei don Basilii.
Ma ahimè! l'appendice aveva anch'essa una coda, un pezzettino di quell'altra tagliata via: e nella coda tutta bianca c'era un piccolo punto nero ed io non lo avevo visto: e il punto nero era nientemeno (cerchiamo una frase originale) era la nuvola foriera della tempesta.
Voi avevate detto tra di voi: Per il mio amico Alcibiade e per l'operazione del taglio, vada: ma tra amici qualche scherzo di buon genere è permesso; e se Alcibiade ne ha fatto uno simile al suo cane, io posso ben farne un altro a lui. Per aver della dottrina — non è necessario rinunziare a far dello spirito: e qui è il caso d'una facezia che farà ridere tutta la platea. Alcibiade, democratico e il suo compare Cavallotti strapazzano i repubblicani dell'Atene antica: io, monarchico dell'Atene moderna, li difenderò. E la Nazione sarà l'asta che impugnerò, paladino della repubblica, contro il poeta anticesareo, e tutta Italia saprà che il rappresentante di Corteolona è stato richiamato al rispetto verso l'A. R. U. e le altre lettere repubblicane dell'alfabeto, da Celestino Bianchi che è commendatore, e da me, che sono Yorick.
«Ah che burla! ah che burla!» L'avete detto — e lo avete fatto — come potevate farlo voi. La difesa vostra dei poveri nepoti di Milziade e di Temistocle, indegnamente calunniati da un loro correligionario, è un modello del genere: giammai una tesi intrapresa per burletta fu sostenuta con più spirito e con più erudizione: l'illusione di quelle splendide pagine è così affascinante, così completa, che quasi io stesso, dimenticando per un momento i miei libri e le mie idee, finivo per restarci preso sul serio e giunto a quella solenne patetica apostrofe: — Ateniesi d'Italia rendete omaggio alla repubblica caduta! — portai involontariamente una mano all'occhio perchè mi pareva di sentirvi spuntare una lagrima di pentimento. Se la lagrima non c'era, egli è che le mie glandule lacrimali sono molto resistenti.
Ma intanto quella burla doveva avere delle conseguenze per me. Perchè voi non pensaste all'autorità delle vostre parole. Quello che voi avete scritto per ischerzo, gli altri in buona fede lo hanno copiato sul serio. Da che s'è saputo che Yorick, mi aveva accusato del delitto di offesa repubblica (constato che, prima di voi, nessuno in cento critici ci aveva mai pensato neppure per sogno), l'accusa ha fatto il giro — e non c'è stato più critico che si rispettasse il quale non si credesse in dovere di ripeterla. Ma l'originalità dell'idea e l'erudizione della forma se n'erano andate: e del frizzo di buon genere riuscito bene non restava più che uno sproposito copiato male.
«Per questa volta, grida l'uno, tocca ai monarchici mostrarsi più repubblicani del rappresentante di Corteolona[4].
«Quella repubblica ateniese, grida l'altro, non merita lo scudiscio dai lacerti avvelenati. Il deputato di Corteolona avrebbe dovuto, in vista della repubblica avvenire, usar un po' più di cortesia verso una delle più grandi repubbliche del passato[5].»
«Il popolo d'Atene,[6] ribatte il terzo, era forte, gagliardo, pieno d'amore per la patria: e il signor Cavallotti lo ha calunniato; ha falsato la storia e ha fatto offesa alla giustizia.» E tira via.
Tutto questo si stampa e si grida sul serio in coro, da quella vostra facezia in poi: ah, voi certo non pensavate, scrivendola, che m'avreste buttato sulle braccia tutto questo stormo di pappagalli.
***
Ora che l'accusa (vorrei dire la calunnia) è formulata, bisogna bene che io me ne difenda. E per difendermene, niente di meglio che rimontare alla origine e rispondere a quello che l'ha messa in giro.
Mi difendo, per rispetto a me, e a' miei principj; mi difendo per rispetto alla verità storica — la quale anch'essa è una dama che merita di essere rispettata.
Poichè avverto qui — una volta per tutte — e prego i maligni a tenerselo per detto — che non è già del merito artistico dello Alcibiade che si tratta in queste pagine mie. Quello lo abbandono intero al pubblico ed ai critici di tutte le specie e di tutte le categorie: io per il primo so benissimo d'avere scritto tutt'altro che un capolavoro; anzi spesse volte mi arrabbio contro di me, pensando alle tante e belle cose che vi avrei voluto mettere e che non ho saputo o potuto; perchè qui la ragion del dramma, lì la ragion poetica, altrove la ragione storica me lo impedivano, e alla scarsezza del mio ingegno non era dato di armonizzare e combinare insieme tutti quei criterj diversi.
Sul valore intrinseco dell'Alcibiade, ripeto, non solo intendo nel senso più ampio la libertà de' giudizj del critico, competente o incompetente, benevolo o malevolo — ma rinunzio alla parola per difendermi.
Io non ho a difendermi se non dalle critiche che toccano la mia coscienza d'artista — e un po' anche d'uomo politico. Questo è il mio diritto, e il critico egregio dell'Opinione ha la bontà di riconoscerlo. Mi si accusa di aver falsata la storia: chiedo licenza di interrogarla. Si interpretano a rovescio i miei intendimenti: chiedo licenza di spiegarli.
***
Perchè di intendimenti, nello scrivere l'Alcibiade — e nelle proporzioni in cui l'ho scritto — io ne ho avuto parecchi. E vada per il signor Roberto Stuart che mi rimprovera di non averne avuto nessuno. Non li avrò raggiunti: d'accordo: chi troppo vuole, nulla stringe: colpa mia. A me basta far sapere quali erano.
Primo: Un intento drammatico (non ne dispiaccia a coloro che si sbizzarrirono intorno a quel mio titolo di scene e vi vollero scorgere — troppo benevoli — una scusa e una attenuante per me). Scrivere un dramma — proprio, un dramma — in cui fossero — compatibilmente colle forze mie — i requisiti per ciò richiesti — azione, passione, caratteri — e sopratutto verità. E in questo, caro Yorick, vi ringrazio d'aver indovinato il mio pensiero[7]. Perchè se non avessi avuto intenzione di scrivere un lavoro drammatico, avrei cominciato col non dare il lavoro alle scene. Soltanto, è una mia idea, e di qualcun altro, che ciò che chiamasi il dramma possa svolgersi tanto in un ordine di fatti del mondo esterno, quanto nel fondo dell'anima d'un uomo. È una mia idea che dramma voglia dire contrasto di passioni, e che questo contrasto, questa lotta possa succedere tanto fra più individui, quanto in un individuo solo: anzi tanto più violento, quanto più angusto il campo. In un caso l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti materiali e di persone, che esige, perchè l'urto delle passioni e dei caratteri abbia a scaturirne, una tal quale unità materiale esterna, rispetto al tempo e al luogo: nel secondo caso, l'azione drammatica risulta da un intreccio di fatti psicologici molteplici e contrarii dai quali appunto sviluppasi l'urto in causa dell'unità del personaggio.
In un caso il rapporto di necessità è fra gli avvenimenti; nell'altro è fra le passioni del personaggio e le fasi della sua vita. Unità materiale l'una, unità psicologica l'altra, unità drammatiche entrambe. Tocca all'artista il fare che questa seconda unità sia poi veramente tale; che cioè non consista soltanto nella identità del personaggio (non ci è sugo nè costrutto nè senso drammatico a divider per scene la vita di un personaggio sia pure insigne, al solo scopo di rappresentarne la vita) ma che le fasi scelte della sua vita abbiano la loro ragione e il loro nesso in quelle date passioni, da cui risulti l'armonia del concetto drammatico e l'unità del contrasto.
Questo ebbi di mira scrivendo l'Alcibiade, e scegliendo per ciò a preferenza il tipo di un uomo che fu appunto la sintesi più mirabile di quanti contrasti si sia mai divertita ad accumulare in un solo individuo la natura. S'io abbia raggiunto quel mio intento, ripeto che non so, anzi son lontano dall'affermare; soltanto so, che, di quelle mie idee sul dramma e su modi varj di intenderne l'unità, potrei appellarmi ai grandi maestri dell'arte. Chi cerca il rapporto di necessità fra le scene del Coriolano? Chi lo cerca fra le scene del Sardanapalo? Eppure in pochi capolavori l'unità drammatica è più potente. Nel Nerone del mio ottimo amico Cossa quale rapporto di causalità materiale, quale nesso necessario di avvenimenti, quale ragione risultante dall'intreccio della commedia, perchè al primo atto debba succedere la scena della taverna, e poi nel palazzo la scena coll'astrologo, e poi quella del triclinio, e poi quella nella Suburra? Quale ragione, se tutte quelle scene stanno da sè, affatto indipendenti una dall'altra? oh bella, la ragione che il mio amico Cossa voleva far scaturire il dramma dal carattere del protagonista e chiese il nesso armonico fra le scene all'armonia tra le fasi del carattere. Lo chiese — e l'ottenne nel modo splendido che si sa. E non mi si venga a dire che ivi l'azione è sempre in Roma e gli atti non son separati che da ore o da giorni: una volta tolto il rapporto di necessità fra un avvenimento e l'altro — che la distanza che li separa sia di ore o di anni, di un chilometro o di mille, al dramma che ne fa? Il distacco è lo stesso e la questione in faccia all'arte è la stessa.
Ma perchè dunque chiamar scene il lavoro? L'ho chiamato scene perchè in esso l'intento drammatico era il primo, ma non il solo; perchè ve n'era qualcun altro a cui quel titolo s'attagliava; perchè non m'immaginavo che i pedanti si sarebbero fatti un'arma contro di me di quella parola e ne avrebbero cavate delle critiche, a cui, se io non l'avessi posta, non avrebbero pensato; e perchè in fine — oh bella! — mi è piaciuto di chiamarlo così. E sfido a provarmi che questa non sia una ragione che taglia la testa al toro.
Ma i caratteri? e i personaggi? di questi, se permettete, parleremo poi: e vengo alla seconda ragione del lavoro.
***
Una ragione storica, critica e filologica: offrire agli studiosi una pittura, dei quadri, delle scene della vita greca del secol d'oro, colta nella sua fase forse più caratteristica e culminante: in quel periodo cioè di transizione — della guerra peloponnesiaca — che conservava ancora il riflesso delle grandi memorie antiche e di tutti gli splendori del secolo di Pericle e aveva già in sè sviluppati tutti i germi di corruzione, tutti i fenomeni politici che provocarono la caduta della repubblica d'Atene. Presentar quella vita studiata nel linguaggio, nelle idee, nelle leggi, nei costumi — nel linguaggio, sopratutto: giovandomi delle fonti classiche antiche e dei lavori critici più recenti. Ho detto sopratutto nel linguaggio: perchè in questo almeno mi pareva di poter tentare, colle mie povere forze, qualche cosa di utile e di non tentato ancora.
La letteratura moderna, specialmente straniera, ha rievocato e ha ricostruito, in opere romantiche, la vita greca dell'antica età. Per non parlar dei viaggi di Anacarsi del buon Barthelemy e dei viaggi di Antenore, i romanzi greci di Wieland nel secolo scorso, e nel nostro il Caricle (Bilder des griechischen Privatlebens) di Becker e il Pericle e Aspasia di Laudor hanno contribuito a popolarizzare, fra le classi meno dedite agli studj eruditi, i costumi, le leggi e le dottrine della Grecia del secol d'oro.
Ma il linguaggio vivo — che è pur lo specchio del genio di quel popolo e della fisionomia di quell'epoca — sfuggiva naturalmente per la massima parte a questo lavoro di ricostruzione. Il linguaggio vivo sfugge alla forma del racconto, non può altrimenti ritrarsi e popolarizzarsi che per la forma viva del dialogo — la forma drammatica. D'altra parte, non era certo a ritrarre quel linguaggio che servivano i drammi e le tragedie greche del secolo scorso e più addietro — non aventi di greco altro che il nome — e le traduzioni che usavansi fare dei comici, dei tragici e degli altri autori greci, sopratutto de' prosatori: dove il traduttore si faceva un obbligo di coscienza di tradurre a senso, ossia interpretare la parola greca, la frase greca con un ribobolo o un proverbio di stampo tutto moderno; e credeva aver raggiunto il non plus ultra della bravura quando era riuscito a travestir completamente il povero greco all'ultima moda, tanto che fosse bravo chi capisse che quello era un greco che parlava. Più tardi, è vero, all'estero e in Italia, si cominciò a tradurre i classici con più coscienza dell'arte e più rispetto all'autore: le licenze dell'abbate Cesarotti, per quanto figlie d'ingegno ardito, cominciarono a passare per quel che erano, per delle irriverenze belle e buone. E quando si ha nome Omero e Demostene si può pretendere a un poco di creanza. — Il buon Gozzi, ingegno greco, dava il buon esempio e traduceva squisitamente Luciano. Più tardi sorgeva Foscolo: più tardi doveva nascere Leopardi. Ma già dai principj del secolo Francesco Negri e il Lamberti regalavano all'Italia traduzioni mirabili di greca fedeltà ed eleganza: in attesa che Felice Bellotti le desse il teatro de' tragici. Oggi nell'Aristofane del Cappellina, nel Luciano di Settembrini, nel Tucidide di Peyron, nel Demostene dell'Anelli e dell'egregio mio collega Mariotti (più elegante ed efficace il primo, più fedele il secondo, attici entrambi) possiede l'Italia traduzioni insigni che rendono la fisionomia degli scrittori e onorano gli studj e la letteratura. Ruggero Bonghi andò alquanto più in là e gli scrupoli della fedeltà lo portarono all'esagerazione. Egli dimenticò che la forma del traduttore dev'essere greca, senza cessare di essere italiana. Le sue traduzioni platoniche rispettano perfino nella giacitura delle parole le membrature più minute del periodo di Platone, ma rompono le ossa qualche volta alla grammatica del Fornaciari. E il buon gusto insieme molte volte se ne va: egli è che il traduttore che traduce un artista dev'essere artista anche lui. Con tutto questo la fedeltà resta un merito notevole delle traduzioni bonghiane, reso più notevole dalla erudizione ampia che le accompagna. Ma le versioni del Negri e del Settembrini e del Mariotti e del Bonghi forse ancora non servono a famigliarizzare il gusto italiano colle forme della prosa ellenica: voi sapete, Yorick, meglio di me quanti sono che leggano e conoscano in Italia ai dì nostri Demostene e Luciano, Platone ed Alcifrone: e voi siete troppo virtuoso e pudico (migliore certo in questo della fama) per consigliare ai giovanetti di aspirare il profumo delle eleganze greche nel profumatissimo Aristofane del Cappellina.
Pensai che l'arte scenica è fra tutti i fattori della coltura il più popolare e il più efficace: e che poteva per avventura tornare non inutile affatto un modesto tentativo inteso a ritrarre colle forme popolari del dramma una parte essenziale della greca antichità: perchè il linguaggio di un popolo è il prodotto della sua indole, delle sue tendenze, del suo genio artistico, delle sue idee — e la verità del linguaggio è necessaria a far vivere i fantasmi dell'età lontana nel mondo della realtà. Lo pensai, perchè senza credermi un pedante, senza correr dietro alla retorica del classicume, e con tutto il rispetto possibile agli scrittori della scuola realista, sono intimamente convinto che l'ostracismo bandito all'arte greca dai moderni innovatori non ha nulla di serio; perchè credo che la lingua nostra e le tradizioni dell'arte e del genio nostro ci rendano pur debitori di qualche cosa a quei poveri nonni di Atene, e che se l'influenza degli studj classici, senza riportarci agli sproloqui dell'Arcadia, si verrà armonizzando colle nuove forme dell'idioma create dai nuovi bisogni e dalle nuove idee, — la purezza della lingua, l'eleganza, e il buon gusto ci guadagneranno un tanto.
Naturalmente, accennando a questo mio tentativo, accenno al lavoro nella forma prima in cui lo scrissi, in cui vedrà fra poco la luce per le stampe. Nella riduzione pel teatro, attuare il tentativo era impossibile fuor che in parte. Molto dovetti concedere alla ragione drammatica: gran numero di locuzioni greche soppressi: altre modificai per l'intelligenza delle scene: serbai della forma prima solo quel tanto che significasse l'intento letterario del lavoro. S'io abbia avuto torto di propormelo, o se io l'abbia in parte raggiunto, il lettor cortese del dramma stampato giudicherà.
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Terzo intento del lavoro: un intento morale. Di questo non si scandalizzeranno almeno coloro i quali opinano che il teatro dev'essere un pulpito e che ogni lavoro drammatico deve avere la sua brava tesi morale da risolvere. Senza ambire il vanto di moralista nè di predicatore, per una volta tanto la mia tesi ce l'ho messa anch'io. Intendiamoci: siccome io non la penso come quei signori, alla tesi già non sagrificai lo sviluppo dell'azione; e mi guardai bene dal processo dimostrativo; ma da che mi si affacciò — e un concetto morale scaturiva spontaneo dallo argomento — no 'l trascurai: anche perchè dava al dramma un altro carattere di unità.
E il concetto è accennato nella comparsa appositamente fuggitiva (quasi staccata dal resto della scena) del misantropo Timone nel 2.º atto, che si lega alla catastrofe del dramma.
Mentre Alcibiade inganna il popolo ed empie Atene delle sue dissolutezze, Timone lo maledice e preconizza in lui il flagello della città. Alla fine, Alcibiade il dissoluto rotto a ogni vizio, il demagogo intrigante, ambizioso, e corruttor della plebe, Alcibiade, fatto migliore dalla sventura e dall'amore[8], riscatta le colpe della vita coll'opere generose, coi propositi generosi degli ultimi giorni, con una morte da eroe. Egli è che non bisogna disperar mai della natura dell'uomo, la più corrotta e pervertita, finchè essa sia aperta alla voce di un affetto, e in lei vibri la corda — sia pure una sola — di un solo nobile istinto.
E intorno ad Alcibiade, due altri esseri smentiscono Timone. Là in mezzo alle brutture che deturpano e trarranno a rovina la gloriosa città di Milziade, il misantropo disperato impreca l'umanità malvagia; alla fine, Alcibiade proscritto sogna il misantropo riconciliato coll'umanità[9], perchè la virtù non è scomparsa dalla terra: e delle due classi della società più disprezzate, sono i due esseri che soli restan fedeli al proscritto nella sua sventura. I nepoti di Temistocle e di Aristide condannano a morte i capitani vittoriosi delle Arginuse, pagano Alcibiade d'ingratitudine nera; una etèra e un parassito si sagrificano per lui. È la fede nell'umanità, attraverso i suoi delitti e le sue sventure, opposta al misantropismo e alla disperazione de' suoi destini.
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Eccomi infine ad un ultimo intento dell'Alcibiade mio: e questo si racchiude in una considerazione storica e politica, — che Socrate accenna fino dal principio del dramma.
La repubblica più grande e gloriosa della Grecia antica rovinò, quando le virtù repubblicane — che l'avevano fatta gloriosa e grande — se ne andarono.
È il concetto che si affaccia spontaneo a chi appena scorre dello sguardo la storia del periodo in cui l'Alcibiade si svolge.
E qui, eccomi a voi, caro Yorick, eccomi da lei, signor marchese D'Arcais — paladini egregi della repubblica contro di me: contro di me repubblicano, che appunto per ciò, da un pezzo ho dato alla grandezza d'Atene la mia ammirazione e ho negato agli Ateniesi della decadenza le mie simpatie. Artista, faccio a Pericle di cappello e vado in estasi davanti al suo secolo: uomo politico, gli voglio male. Non amo la repubblica di Eucrate, di Cleone e di Iperbolo, uscita dal grembo della corruzione sapiente di Pericle, come non amo la repubblica francese del 1848, uscita dal grembo della corruzione borghese della monarchia di luglio. L'una prepara i Trenta e la tirannide macedone; l'altra prepara il secondo Impero. È esatto peraltro il dire che il secondo Impero fu già esso medesimo la immagine più completa e più fedele del regime del flgliuol di Zantippo.
Sì, è vero, caro Yorick, verissimo, signor marchese, senza che Ella me lo insegni: non solo Atene grandeggiò nella Grecia, ma se mai grandezza antica fu meritata e fu vera ed ebbe spiegazione nella storia, ella è questa di Atene. Sentinella avanzata della Grecia e dell'Europa verso l'Asia, là in faccia all'Egeo, la natura, il mare, il tepido cielo le avean segnato i destini. Era impossibile che un popolo immaginoso, poeta, cresciuto nel mondo fantastico e splendido della sua mitologia, dotato di tutta la vivacità, la svegliatezza arguta e l'attività irrequieta, febbrile della razza jonica — costretto a dimorare su un terreno sterile, angusto, montuoso, insufficiente alla vita, quasi sull'alto di uno scoglio: e di là, sotto il raggio ardente de' suoi soli, al chiarore delle sue notti tepide e serene, vedendo a sè dinanzi il mare — il mare che lo invitava e gli apriva le braccia immense, misteriose — era impossibile che quel popolo non corresse entusiasta all'invito. Al mare! al mare! Ivi sarà la culla della prosperità, della grandezza d'Atene, e della sua forte democrazia.
Poichè il commercio e le ricchezze dal commercio derivanti altereranno man mano col tempo le condizioni economiche rispettive delle classi antiche; sopprimeranno le distinzioni fra di esse e promuoveranno l'uguaglianza nei diritti; poi le triremi, una volta che saran divenute il nucleo della città, reclameranno esse sole i quattro quinti dei cittadini e si riempiranno di popolani, consapevoli di essere la forza di Atene.
«Per la dominazione del mare, attesterà Isocrate poi, i nostri padri furono necessariamente costretti a calare all'odierna forma di democrazia»[10].
«I poveri ed il popolo — scriverà Senofonte — sono in Atene giustamente da più dei nobili e dei ricchi. E per questo motivo: che il popolo è quello che spinge le navi e procaccia potenza alla città. Poichè i piloti, i comiti, i capi di cinquanta, i sopraintendenti alla prora, i costruttori di navi sono quelli che acquistano potenza allo stato assai più che non i cittadini, i nobili, e gli ottimati»[11].
E la democrazia, ordinata dalla sapienza delle leggi di Solone, di Clistene, e di Aristide, fa grande difatti Atene al tempo delle guerre mediche. Poichè tutto, tutto, cospira allora a questa sua grandezza.
L'antagonismo di Sparta non è ancor nato e Salamina oscura ogni vanto. Le navi hanno salvato la Grecia e quelle navi sono la maggior parte ateniesi. Un spirito magnanimo di emulazione, di disinteresse, di amore alla gran patria greca anima i compatrioti di Temistocle; e mentre a Maratona li fa combattere da soli, e a Salamina li fa accettar volonterosi, benchè maggiori di numero, il comando di Sparta, e a Platea li move a cedere il posto d'onore ai Tegeati, — concilia loro l'ammirazione e le simpatie di tutta la Grecia.
Una costituzione squisitamente studiata sull'indole stessa del popolo, ne sviluppa i lati migliori, ne corregge i cattivi, ne stimola il valore, ne tempera mirabilmente le private e politiche virtù.
Ed era bello il dirsi in quei giorni cittadino ateniese: nome che era lo spavento della Media, l'orgoglio della Grecia: titolo d'onore ambito — e indarno — dai re.
Abolita la nobiltà ereditaria, fondata sulla rendita la divisione delle quattro classi, la dignità del cittadino s'era rialzata e rafforzata nel sentimento dell'uguaglianza: il cittadino trovava nel merito individuale, nel censo, e quindi nel lavoro che lo creava, la via per giungere agli alti gradi: l'esercizio dei pubblici uffizj, esteso da Aristide anco all'ultima classe, rappresentava ad un tempo per lui l'adempimento di un dovere, e l'uso di un diritto che era il più ambito compenso a sè medesimo.
Non pagato nelle assemblee, non pagato nei tribunali, il cittadino ritrovava pura e completa nel suo disinteresse la coscienza della sua sovranità: e questa ispirava gli alti, magnanimi propositi: e l'emulazione nobile, severa, per il pubblico bene governava le libere adunanze.
Indi più profondo il sentimento del dovere: indi più grande l'idea della patria. In essa era tutto, per essa tutto: e caro al cittadino lo ecclissarsi innanzi a lei. L'ambizione individuale non pensava a cercar le vie della tirannide. Ai valorosi e benemeriti compenso sufficiente una modesta iscrizione sulle Erme[12], e l'essere da uguali in virtù tenuti degni di primeggiar fra loro[13]. E niuno sdegnava tal gloria: niuno diceva: a Salamina Temistocle, a Maratona Milziade pugnò: ma bensì là gli Ateniesi: qui la repubblica[14].
E in quella modestia ispirata dal senso dell'uguaglianza e del dovere ritempravasi la repubblicana austerità. «Le case di que' prodi da noi tutti venerati sì modeste apparivano e sì temperate a popolare uguaglianza, che se alcuno di voi oggi vedesse quelle di Temistocle, di Cimone, di Aristide, di Milziade e di molti altri magnanimi, non le discernerebbe dalle vicine»[15].
E ritempravasi nella emulazione, più fecondo e magnanimo, il disinteresse: allora Aristide disponendo di tutti i tributi neppur d'una dramma crebbe gli averi e morto dovette fargli le esequie la repubblica[16]: allora il popolo, consigliato da Temistocle, rinunziava volonteroso alle distribuzioni dell'argento del Laurion, assegnato ai men ricchi cittadini: e con quell'obolo spontaneo del povero si costruivano le navi che dovean salvare la Grecia[17].
Tenuta la corruttela delitto esecrando in tanta gara di disinteresse e di virtù, la legge puniva di morte e di infamia i corruttori per danaro del popolo e dei giudici; e i corrotti insieme; e non parea pena soverchia[18]: chè la austerità del costume e la pubblica coscienza la sanzionavano.
«Vi aveva allora, Ateniesi, ne' petti nostri quello ch'ora mancò, quello che trionfò dell'opulenza persiana, che serbò libera la Grecia e in terra, in mare indomabile. Allora chi vendeasi ai tiranni, ai corruttori della Grecia, tutti l'esecravano: la corruttela era orribil misfatto: atrocissimo il castigo: taceano le brighe e la pietà. E non della opportunità, non della greca concordia, non dell'odio ai barbari e ai tiranni niun oratore, niun duce facea mercato»[19].
Indi la virtù fatta scala agli onori e al governo della cosa pubblica: poichè a capo di questa stavano gli oratori che dirigeano le discussioni e i voti nelle popolari assemblee: e il nobile diritto di dar consigli alla città non bastava a conferirlo il talento — ma sì la vita irreprensibile. Indi sindacata la condotta privata degli oratori; espulsi dalla bigoncia coloro dei quali le private virtù non dessero garanzia delle pubbliche; i prodighi, gli scioperati, i trascurati verso i genitori, i tardi e i riluttanti a pigliar l'armi e i segnati di viltà nelle battaglie; gl'impudichi, i notati di turpi vizi, i dediti all'orgie e alle voluttà[20]: perchè giustamente stimavasi indegno di consigliare il popolo, chi i consigli non accompagnasse colla austerità degli esempj.
Poi che l'esercizio della sovranità non era ancor fatto impiego venale, e di esso non si campava, e ancor non era la bazza dei tre oboli nè del dicastico nè dell'ecclesiastico, — tanto più onorato e rispettato il lavoro: salite in dignità le arti, i mestieri[21] (attento, sig. Z della Livornese, che in proposito ne ha dette di grosse); invigilarsi dagli Areopagiti di che arte ognun campasse onestamente la vita; punito l'ozio, la questua: notato d'infamia il recidivo[22].
Santo e rispettato il lavoro, santo e rispettato il vincolo della famiglia: l'unione degli sposi fatta qualcosa più che semplice affar di interesse o accoppiamento di sessi; rafforzati coi doveri dei figli verso i genitori, i doveri de' genitori verso i figli; punito, secondo i casi, di morte, d'infamia, di altre pene, severissime sempre, l'adulterio — consumato o tentato, adulteri e adultere ad una — e delle pene medesime il concubinato[23]; e di morte i lenoni[24].
Forte, virile la educazione. «Nel buon tempo antico, quando fiorivano gli antichi costumi — scrive Aristofane — i giovanetti affrontavano il verno senza mantello, benchè la neve venisse giù come farina; non mangiavano come oggi delicate vivande, non posavano in atteggiamenti svenevoli; la loro musica era maschia e marziale, i loro costumi decorosi e casti. Così furono educati gli uomini che pugnarono a Maratona.»[25]
E il regno delle etére non era ancora sorto. La corruzione ingentilita non aveva ancor pensato a far bella la prostituzione del nome santo dell'amicizia e a decorare del dolce nome d'amiche (ἐταίρα, compagna, buona amica) le alunne impudiche della Venere Volgare[26]. Demostene non iscriveva ancora: Abbiamo le etere per il piacere dell'animo, le donne legittime per la procreazione della prole[27]. Ristretta a poche schiave comperate all'uopo (πόρναι) e confinate rigorosamente ne' bordelli, la prostituzione ancora non rappresentava che un'istituzione di pubblica igiene[28], sotto la vigilanza dello stato. Il pubblico dispregio manteneva un cordone sanitario di isolamento intorno a quelle case, intese a prevenire il concubinato e a preservare dalla corruzione e dall'adulterio le famiglie. Siamo ancora lontani dal tempo che donne affrancate e libere eleggeranno spontanee la condizione lucrosa di cortigiane, usurperanno per proprio conto tutto il posto delle mogli, e rotti i vincoli delle famiglie faranno delle proprie case il luogo elegante di convegno del fiore della città.
E non era ancora il tempo dei parassiti, nel senso novissimo ed ignobile della parola. Essi ancora non erano che i venerandi commensali dei sacerdoti; eletti fra gli ottimi dei cittadini e soprintendenti alla scelta e alla percezione del frumento sacro[29] e dell'altre primizie offerte agli Dei. — La gola e l'infingardaggine non avevano ancora messa al mondo, sotto quel nome, un'altra generazione di commensali; in una città che obbligava i poveri all'onesto lavoro, non c'era ancor posto per quella casta di poveri scioperati e viziosi, che doveva più tardi divenire l'elemento caratteristico di una corrotta società.
E non era ancora il tempo dei sofisti. Le sapienti sottigliezze idealistiche della scuola eleatica e della megarica e dell'altre scuole non avean ancora sviluppato il funesto contagio della filosofia eristica; colla sua falange di ignoranti e ciarlataneschi cavillatori. Le ciancie vuote di senso non avevano ancora preso il posto dei fatti virili.
Questi — e non prolungo gli esempj — i costumi, le leggi, gli uomini. I fatti — si chiamavano Maratona e Artemisio; Salamina e Platea; Micale e Menfi.
In meno di otto lustri dalla cacciata dei Pisistratidi il piccolo popolo di montanari, di coloni e di pescatori, dimenticato là in un angolo di terra, sugli scogli di Sunio — è divenuto il primo fra gli stati della Grecia, è divenuto Atene la libera, la forte, la pingue, la gloriosa, i cui soldati portano la libertà fra i Greci dell'Asia e le cui triremi scorrono da padrone il mare, dal Ponte Eusino all'Egitto.
Atene raccoglie il frutto della sua grandezza morale e la lega degli stati greci congregata in Delo, nel santuario della stirpe Jonica, conferisce ad Atene, col patto di Bisanzio, l'egemonia (477 a. E. V.). Ella fa giurare ai collegati i patti dell'alleanza fraterna e della guerra ad oltranza contro lo straniero; e duce della lega, depositaria del giuramento, per bocca d'Aristide, impreca con riti solenni agli spergiuri[30].
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Ma già da quel momento comincia a verificarsi un fenomeno frequente nella storia degli stati. La prosperità genera l'insolenza. Atene la liberatrice dei Greci non tarderà a trovar troppo scarsa la gloria del primato morale e materiale, e a sentire il bisogno di signoreggiare la Grecia con ben altro impero[31].
Che Sparta dovesse cominciare a rammaricarsi della nuova potenza di Atene e del primato perduto, era ovvio; che la superba oligarchia dorica si dovesse adombrare di questo imponente allargarsi della jonica democrazia, era naturale; ma che Atene si affrettasse a legittimare le gelosie della sua emula, e a fornir pretesto a' suoi reclami, è altrettanto incontrastabile.
Già ella si vien preparando astutamente le vie del dominio, prolungando ad arte contro il Persiano la guerra che non ha più ragione di essere; ad arte stancando gli alleati, costretti a seguirvela, fin ch'essi non prescelgano esonerarsi, con tributo in denaro, dalla sovvenzione pattuita di uomini e di armi[32]. E intanto che Atene concentra in sè tutte le forze militari, gli imbelli alleati si van man mano convertendo in tributarj.
Undici anni appena sono scorsi, e Nasso, stanca di una lega la quale più non serve oramai che alle viste particolari di Atene, domanda d'uscirne: essa crede che l'alleanza sia libera come nel giorno in cui v'è entrata. Atene non tarda a disingannarla. Assedia Nasso e la riduce in servitù[33]. Sciro, Caristo, Samo, gli altri alleati che seguono Nasso nelle sue velleità, non tardano a seguirla nella sua sorte.
Però Atene non aveva aspettato fino allora a far chiari i suoi intendimenti. Già il suo primo atto come egemone era stato un atto di prepotenza diretto a togliere alla lega, ch'essa divisava di opprimere, il primo mezzo dell'indipendenza: il danaro; in attesa di toglierle le armi.
Pochi anni dopo il patto federale, a dispetto dei giuramenti giurati e col pretesto di mettere il tesoro della lega al sicuro dai Persiani, essa lo trasporta da Delo nell'acropoli ateniese[34], ove non tarda a confonderlo col tesoro cittadino, e a servirsene, come di cosa propria, per i bisogni della città. Più tardi, ad aumentar viemaggiormente le sue risorse e le sue ricchezze e a convertire il primato in assoluta signoria, essa graverà di nuovi tributi le città alleate insorte e ricostrette all'obbedienza, si impadronirà delle loro navi, distribuirà fra coloni ateniesi le terre dei vinti, ridotti da proprietarj alla condizione di fittabili, obbligherà i nativi delle città fatte suddite a recarsi per le loro cause civili e criminali in Atene, — nuova bazza e cospicua di introiti e di guadagni per il suo erario e per i suoi giudici cittadini[35].
Autore e consigliatore di quel primo passo al dominio che fu il trasporto del tesoro degli alleati in Atene — un vero furto — era stato un oratore giovane e già insigne: Pericle, figliuolo a Zantippo. Era il medesimo che ai danni di Atene stessa già macchinavane un altro: — il furto delle sue libertà.
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Ingegno vasto ed acuto, accortamente ambizioso, studiatore profondo di uomini e di cose, Pericle conosceva il suo popolo e il suo tempo. L'ambizione smisurata ed il talento degno dell'ambizione, lo chiamavano in alto; la riflessione e l'esperienza glie ne spianavano la via. Al primo giungere agli affari, trovò, egli, di stirpe nobile, la parte aristocratica stretta intorno a Cimone, del quale era vano emular la gloria dell'armi: la democrazia, potente di numero per il cresciuto navilio, per i politici ordinamenti. Comprese che la democrazia soltanto poteva essergli sgabello a salire.
Solone, Clistene, Aristide, avean dato molto al popolo, per renderlo sovrano di sè stesso: bisognava dargli di più, per renderlo soggetto. Le virtù antiche, il disinteresse antico avevano fatta e mantenuta libera Atene dai Pisistratidi in poi; bisognava intaccare quelle virtù alla radice, per intaccar l'albero della libertà. E la libertà era la seconda vita d'Atene; perchè Atene si acconciasse a perderla, bisognava darle in compenso qualcosa d'altro che ne tenesse il posto.
Bisogna rendere al popolo — e ad usura — in beni e godimenti materiali, ciò che gli si toglie di beni morali. Bisogna che il corpo stia bene, perchè l'anima si contenti di poco. Antica massima del despotismo sapiente — in tutte le età.
Cimone, figliuol di Milziade — insigne per le virtù, per la gloria dell'imprese, per l'appoggio della fazione aristocratica fatta autorevole dalla maestà dell'areopago — Cimone sbarra a Pericle la via del primato e del dominio. A Cimone, alla sua fazione, bisognerà contrapporre il basso popolo e cattivarselo nell'assemblea.
Ma Cimone, ricco, era beneviso al popolo per la sua generosità: lui del proprio imbandir cene ai poveri, fornirli di vesti, sovvenirli di danaro: lui togliere da' suoi campi le siepi perchè il coglierne i frutti fosse libero ad ognuno[36]. Pericle, men ricco e più taccagno, pensa di superarlo, con minore spesa; e introduce — a gran festa della plebe — la mercede dei tre oboli per l'intervento alle assemblee (μισθὸς ἐχχλεσιαστιχὸς). Cimone non dà al popolo che delle elemosine incerte. Pericle gli dà degli stipendi fissi. Cimone gli apre la propria borsa, che a lungo andare s'asciuga; Pericle, più furbo, gli spalanca le casse dello stato. Il popolo naturalmente non esita nella scelta; e Cimone è sbandito coll'ostracismo. Tucidide lo seguirà.
Così l'esercizio di un grande dovere e del diritto più nobile del cittadino diventa un impiego; e la sovranità popolare è fatta venale.
Ma i cinquecento del senato son scelti anch'essi tra il popolo: è il senato che propone i decreti, dirige le adunanze; bisogna ingraziarsi, per salire, anco il senato. Pericle paga anche i senatori e assegna loro la mercede di una dramma per ogni seduta.
Però il partito aristocratico è ancor potente nei tribunali: domina nell'areopago, magistrato supremo, correttor de' costumi. Anco ne' tribunali bisognerà contrapporgli ed ingraziarsi la plebe. Le attribuzioni dell'areopago saran mutilate e deferite ai giudici popolani (eliasti); e questi saran portati a seimila, e giudicheran tutte, quasi, le cause civili e criminali; ogni Corte di giustizia dell'Eliea avrà aspetto di una vera assemblea politica e giudicherà colle passioni di quella[37]. Perchè la somiglianza sia più completa, Pericle paga anche gli Eliasti: e assegna ai giudici cittadini la mercede di un obolo per ogni seduta in giudizio, di una dramma ai senatori (μισθὸς δικαστικὸς)[38]. E perchè i giudizî e gli oboli fiocchino, tutte le cause dei cittadini dell'altre città — alleate di nome — già suddite di fatto — sono avocate ai tribunali d'Atene.
Così l'esercizio di un altro officio augusto della sovranità diventa un altro impiego: l'avidità degli oboli distacca i cittadini dal lavoro, e genera la manìa dei giudizii; e la giustizia è fatta anch'essa venale.
Ma gli aristocratici disciplinati da Tucidide[39] resistono, e sono ancora per l'ambizione di Pericle una minaccia; poi, quest'amore della vita pubblica, alimentato nel popolo dalle paghe, può degenerare col tempo in pericolo. Quando le franchigie e gli uffici della sovranità popolare son adoprati a stromento di dominio, bisogna che il popolo non se ne pigli se non quel tanto che può giovare a chi li adopra. Il troppo discorrere nel foro, l'applicazione troppo intensa agli uffici publici, agli affari publici, a lungo andare, alla tirannide non giovano; il popolo bisogna divagarlo. Pericle ci penserà. Si aumenteranno le feste, si bandiranno in teatro nuovi spettacoli; e siccome a teatro l'ingresso è stato fin allora gratuito, ma i ricchi aristocratici pagan due oboli per sedersi e il popolo sovrano che non paga sta in piedi, Pericle riparerà l'ingiustizia e farà pagare sull'erario publico due oboli ai popolani per recarsi a teatro (θεωρικὸν). Ma il teatro non sempre è aperto tutte le feste: e nell'altre i ricchi la scialano in sagrifizi e banchetti tra di loro: perchè il popolo non resti a bocca asciutta, Pericle a spese dell'erario darà lauti banchetti anche al popolo e gli farà pagare dallo Stato i due oboli anche in tutte l'altre feste[40]. Le feste in Atene son molte, il doppio che negli altri Stati: i popolani sono a migliaia: e la mercede festiva, che svilupperà nel popolo le abitudini dell'ozio e del vizio, peserà sull'erario per grosse cifre di talenti[41]. Verrà il giorno che Platone chiamerà la democrazia d'Atene convertita in teatrocrazia[42]; che Plutarco farà il conto aver gli Ateniesi nelle Bacche, nelle Fenisse, negli Edipi, nelle Antigoni, nelle disgrazie di Medea, speso assai più che non nelle guerre sostenute per la libertà contro i barbari[43].
Ma non anticipiamo gli eventi: e sentiamo per ora il giudizio di Plutarco, gran lodatore di Pericle, su quelle sue mercedi:
«Distribuendo denari per gli spettacoli e per le giudicature, e dispensando altre mancie, premj e donazioni, Pericle corruppe la moltitudine, dell'opera della quale servivasi contro il senato dell'Areopago....: onde essendo il popolo stesso malavezzato, divenne per tali istituzioni scialaquatore e dissoluto, di sobrio ch'egli era e avvezzo a procacciarsi il sostentamento co' proprj lavori.»[44]
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In tanto scialaquo di paghe che aveano rotta l'antica austerità, e fatto merce di ogni diritto, un solo servizio pubblico restava ancora gratuito: la milizia. Dai tempi più antichi il diritto di difendere la patria coll'armi era stato tenuto il primo e il più santo dei doveri del cittadino ateniese: e dalla gara in adempierlo ripeteva Atene le sue glorie. Servivano i cittadini delle quattro classi a proprie spese, fornivan del proprio, secondo il vario censo, quelli la trireme, quegli altri il cavallo, questi altri le armi. Ma ormai anco il servizio dell'armi doveva per forza seguir la sorte degli altri. I facili e lauti guadagni delle nuove mercedi han presto sviluppate le abitudini della mollezza, dell'ozio, del viver dolce: come costringere, ad affrontare — e a proprie spese — la vita aspra dei campi e delle triremi, e i rischi delle battaglie, dei cittadini ormai avvezzi a scialarla metà dell'anno nelle feste, spossati dai divertimenti, abituati a pigliar danaro d'ogni parte e come niente, stando beatamente seduti a chiacchierare in teatro, nel foro, nella eliéa? Come costringerveli? Buon Dio! sarebbe stato il modo più sicuro per farsi mandar da quella gente a benedire e per perdere il frutto di tutte le mercedi spese a guadagnarsela. Poi, che che bisogno d'armi? Il barbaro è vinto per sempre: e Atene primeggia fra i Greci. Pure un esercito ci vuole per conservar la signoria: ci vuole per tener a segno gli alleati indocili che cominciano a trovar l'alleanza d'Atene troppo pesante ed incomoda. E Pericle ha bisogno di armi per le sue vaste mire sulla Grecia: e la forza maggiore di Atene è nelle navi, e il contingente navale è dato quasi tutto dalla plebe, che bisogna aver devota ad ogni costo. Quindi Pericle, cassato il severo obbligo antico, retribuirà di stipendio anco il servizio militare: e per contentare il popolo e allettarlo, fisserà la paga per ogni soldato o marinajo ad una dramma il giorno, il doppio cioè della mercede dei giudizj e del foro. Questo naturalmente non basterà per ridestare l'emulazione militare di Salamina: ma darà in mano a Pericle un altro elemento di popolarità e di forza, e svilupperà più tardi la piaga, già aperta, dei mercenarj.
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Così Pericle, già padrone dei voti nel foro, nei giudizj, già divenuto l'idolo del popolo, si vien spazzando davanti gli ultimi ostacoli dell'avverso partito: il capo di esso, Tucidide, colpito anch'egli di ostracismo, segue Cimone nell'esilio e Pericle rimane solo, senza emuli: Pericle, per cui la signoria di Atene non era nulla, se non significava in pari tempo la signoria di tutta la Grecia.
Naturalmente, tutto quello scialaquo di mercedi ha dissanguato le casse: l'erario di Atene non vi basta più. Pericle vi supplisce, come abbiam visto, col tesoro degli alleati, e fa complice il popolo, per cui lo spende, nella propria prepotenza; in attesa di averlo complice in altre prepotenze e in altre ingiustizie. Gli alleati protestano, e Pericle persuade il popolo a non farne conto; si ribellano, e Pericle li vince coll'armi, li multa in tributi, ne confisca le navi, ne confisca le terre, impone loro condizioni di servitù. La iniqua ripartizione delle terre dei Greci vinti, fra i coloni ateniesi, diventa un nuovo titolo di Pericle in faccia alla democrazia d'Atene. Il giogo imposto agli antichi alleati diventa un nuovo titolo della sua grandezza. Atene, fatta pingue delle spoglie conquistate ai Greci dei quali avea giurato difendere contro il barbaro gli averi e la libertà, Atene seguirà Pericle più docilmente e gli obbedirà più mansueta. Si obbedisce più volontieri quando si comanda a qualcuno.
Il tributo delle città federate — ormai tributarie — da 460 è portato a 600 talenti: e aumenterà ancora: finchè ai tempi della guerra del Peloponneso toccherà le cifra dei 1200 (sei milioni e mezzo).[45]
L'aumento della marina ha vinto la concorrenza commerciale di Egina, di Megara, di Samo, di Corinto, e dato ad Atene anche il monopolio del commercio nell'Jonio e nell'Egeo. All'argento del Laurion si è aggiunto l'oro di Taso. La città di Cecrope gavazza nell'oro e Pericle pensa al modo di spenderlo. Atene «la incoronata di viole»[46] avrà un'altra corona più superba di statue, di palazzi e di monumenti.
La ricchezza diventata opulenza ha rammorbidito le tempre, ingentilito e rammollito il costume, moltiplicati i bisogni. Le gioje pure della famiglia più non bastano a un popolo di gaudenti, annojato del lavoro. Bellezze famose convengono in Atene e i ricchi ateniesi corrono lor dietro. Il regno delle etère comincia e quello delle donne oneste se ne va. Pericle dà il buon esempio, ripudiando la moglie per una cortigiana di Mileto: e la casa di Pericle e di Aspasia, la gentile etèra fornita di tutti i doni delle Muse, diventa ad un tempo il luogo di convegno della società equivoca femminile e del fiore della società maschile di Atene. Là convengono le bellissime etère a dividere colla milesia l'impero della bellezza, della grazia e dello spirito: là convengono i più distinti Ateniesi a ricrearsi dalle brighe della vita pubblica e dalle noje del matrimonio. Le arti, le lettere, le scienze eleggon la sede in quelle adunanze geniali: e gli artisti, i poeti, i filosofi, vi accorrono. Si chiamano Sofocle ed Euripide, si chiamano Fidia, Mnesicle, Polignoto, si chiamano Anassagora: si chiamano Socrate. Il genio greco irraggia da quel centro sulla città, tutto investendo, anco il vizio, delle più splendide forme. La vita di una coquette è la vita di Atene: e Pericle adorna, indora, abbellisce Atene come una coquette[47]. Mentre nelle Panatenee e nelle Dionisiache si recitano la Fedra e l'Edipo, si ascolta la storia di Erodoto, Mnesicle innalza i Propilei, Ittino e Callicrate il Partenone, Corebo il tempio di Eleusi, Fidia modella il Giove e la Minerva, Polignoto e Zeusi dipingono i Portici. Il Greco e il barbaro accorrono d'ogni parte ad Atene ad ammirare i nuovi miracoli dell'arte, e il popolo ateniese, uscendo dall'assemblea ove è stato a sentir gli oratori commensali di Pericle, recandosi allo Pnice e ai dicasteri a guadagnarvi i tre oboli largiti da Pericle, andando a teatro a papparsi i due oboli, dono della larghezza di Pericle, — s'arresta con orgoglio, nominando Pericle, innanzi ai colossali monumenti, che ricorderanno la grandezza della sua patria alle età più lontane, ma diventeranno anche le pietre sepolcrali della sua libertà.
Egli deve troppo a Pericle per non lasciarsene governare e condurre a suo talento; a un uomo che ha fatto Atene così ricca, così grande, così bella, si può bene fidare ad occhi chiusi anche il deposito delle franchigie che l'han fatta libera e virtuosa.
E Pericle governa per 40 anni la democratica Atene con tanta pienezza d'autorità quanta a pochi sovrani assoluti sia stata concessa mai.