«Avea costui per vicina una giovane cittadina: appena la vide che la fece sua amante: cosa tanto più facile ch'ella non aveva nè tutori nè parenti: era una ragazza dalle inclinazioni più virtuose, oneste, d'aurei costumi: insomma quel che può dirsi veramente una meretrice (ἑταίρα), diversa da altre che disonorano un nome così bello.»[150]
Ed era una grisette di buoni costumi e niente più scaltra della mia Glicera la bellissima Pizia di Aristeneto:
«Benchè ella sia etera di condizione, pure conserva la nativa ingenua semplicità e l'indole irreprensibile e i costumi assai migliori della di lei condizione: nulla tanto mi fece innamorare di lei quanto la sua innocenza!»[151]
E non era un portento di astuzia femminile neppur la piccola etera Filemazio che a' suoi galanti scriveva:
«Voi credete di facilmente ingannarmi, perchè sono una fanciulla senza alcuna esperienza di amore, non ancora iniziata ai misteri di Venere; e potermi accalappiare più facilmente che non possa il lupo una agnellina dormente.»[152]
È persuaso quell'egregio critico che c'erano a que' tempi delle etere anche più ingenue di qualche ragazza da collegio dei nostri giorni?
Me ne appello a voi Yorick, ed invoco in appoggio, sulla materia, la vostra sapiente autorità.
***
Glicera mi richiama a Timandra. Imitazione di Atte![153] Nego. Il mio amico Cossa, nel suo impareggiabile Nerone, ha pensato, per le sue buone ragioni, ad una cosa, ed io ho pensato ad un'altra: perchè la diversità dei protagonisti riflette una luce diversa sui loro amori. La passione di Atte è essenzialmente una passione fisica: perchè, se nol fosse, una donna che sente e pensa come Atte non potrebbe amar un uomo che pensa e sente come Nerone. La passione di Timandra si scalda ad altre fiamme che a quelle sole della Venere sensuale. L'amor di Atte e di Nerone è quello di due nature opposte, che non hanno niente di comune, nessuna corda unisona, nessun punto di contatto fra loro, unite da una specie di fatalità che è più forte di loro: quello di Timandra e di Alcibiade è l'incontro di due anime sorelle, che han molte corde comuni, che si sentono affini nella energia della tempra e nello istinto del piacere, nello amore del bello e della gloria; di due anime fatte per intendersi, naturalmente chiamate una verso l'altra, e che perciò, al loro primo incontrarsi nella vita, subito si ravvisano e si riconoscono. È il riconoscimento istantaneo delle anime, descritto da Socrate nell'Atto Primo. Atte si impone a Nerone, dal quale la separa un'abisso morale, colla ferrea energia che all'altro manca; gli parla un linguaggio che l'altro non può, non deve intendere; e Nerone subisce riluttante il suo fascino[154]; — Timandra si insinua in un carattere che è energico quanto il suo; tocca una dopo l'altra in lui delle corde di cui ella conosce e l'altro sente, suo malgrado, l'efficacia; e anche quando ella investe Alcibiade più irruente e più severa, l'armonia segreta di quelle due anime non cessa un istante solo. Degli attacchi di Atte, Nerone, sempre conseguente a sè, si annoja o si impaurisce; dinanzi agli attacchi di Timandra, Alcibiade quando va in collera si giustifica, e quando non vuol rispondere si commuove.
***
Ma io ho un bel ricorrere a Socrate; quella teoria del riconoscimento subitaneo delle anime, o, per così dire, degli innamoramenti a colpo di sole, i critici posati e flemmatici non me l'accettan per buona: e fra le categorie della specie non me la ammettono.
«L'amore di Timandra ad Alcibiade è posticcio: non ha causa apparente nel dramma: viene non si sa da dove, nasce lì per lì, non si sa come»[155].
Nego. E ho spiegato or dianzi perchè nego. Mostrare al critico poi, nella ragione psicologica dei due caratteri e nella ragione intima del dramma, la causa di quell'amore dov'è; e il perchè quell'amore, a differenza degli altri, l'ho fatto nascere a quel modo, e il come di quella fiamma che s'accende istantanea al primo contatto delle due nature — mi porterebbe a discutere col critico sopra le leggi del cuore umano, per sentirmi rispondere che egli non le intende a modo mio. Questione di gusti! risparmio la fatica e me ne appello a Stendhal e alla sua Fisiologia dell'amore. E se Stendhal non basta — oh allora poi — me ne appello alle donne.
***
Un altro critico egregio piglia la cosa in altro modo. «O non era assai più naturale dare a Timandra nel primo quadro la parte commessa a Glicera, e farla poi ricomparire nel terzo a ricevere il premio del suo affetto gentile?» E subito un terzo: Sicuro! Sicuro! Glicera e Timandra non son che un duplicato[156].
Sicuro un bel niente! Perchè sono due tipi affatto diversi, messi lì appunto a porre in luce due faccie diverse dell'anima del protagonista. Perchè la innocente e ingenua Glicera, quale mi occorreva nel primo atto, non era mai la donna che potesse esercitare la menoma influenza sul carattere di Alcibiade, a meno di cessar di essere un carattere vero, e di diventare il solito angiolo del bene, rubando il mestiere alla Alice del Roberto il Diavolo; viceversa poi, la donna capace di esercitare un fascino e un dominio sull'animo del Don Giovanni ateniese, non poteva mai essere la vittima delle sue gherminelle dell'atto primo. Perchè infine, quel fascino, quell'influenza, è il risultato di una armonia morale fra Timandra ed Alcibiade, che appunto manca tra i caratteri di Alcibiade e di Glicera; di un'armonia che permette a Timandra di leggere subito nel fondo dell'anima dello eroe, di indovinarvi i più nascosti pensieri e impadronirvisi delle più segrete emozioni, mentre la povera Glicera ne sa tanto del suo seduttore, da restar presa lì subito, come un pesciolino all'amo, al sentimentalismo delle sue bugie.
***
Ora se permettete, Yorick — intanto che il signor marchese D'Arcais è andato a prendermi i volumi della greca filosofia da incastrar nell'Alcibiade — per ingannare il tempo finirò qui col signor Roberto Stuart il discorso più sopra incominciato.
E non la si inquieti, signor Stuart, che sarò corto. Già veramente sul suo erudito opuscolo intorno al mio Alcibiade[157] io potrei porre una piccola question pregiudiziale.
Ella opina che la censura deve aver mutilato in gran parte il mio dramma; lo opina perchè l'Alcibiade secondo lei «doveva essere un mezzo per isvelare delle opinioni politiche» e perchè le tirate che ci si poteano far sopra non essendovi, è impossibile — proprio impossibile — che la loro assenza non sia effetto delle forbici governative; e dal momento che le mie idee personali la censura me le aveva soppresse, non c'era più ragione di pubblicare il lavoro, ed anzi era meglio non farlo, perchè prova soltanto che gli adulatori del popolo (ch'a son peui mi) sono i primi a conoscere i loro polli, — e via via dicendo con tante altre amenità di questo stampo.
Ebbene, signor Stuart, ciò ch'ella opina è un'opinione storta, perchè la censura nel mio dramma non ci ha messo becco, e il solo taglio che vi si trovi è quel tale della coda che lei sa. Ma io invece opino e sostengo e mantengo, che quando in una critica d'arte si opinano di queste cose; quando si ha tanta intuizione nello interpretar gli intenti di un autore, e intorno al dramma storico si possiedono di quelle idee, e non si capisce nè il come nè il perchè io non abbia scelto l'occasione dell'Alcibiade per fare il mio manifesto ai miei elettori di Corteolona e Belgiojoso; quando in una critica artistica si dicono queste sorti di banalità, — coll'aggiunta di tutte quell'altre sul collare dell'Annunziata, e sugli zuavi pontificj e sui preti del Vaticano, ecc.[158] — fior di roba greca come si vede — si può essere senz'altro ad occhi chiusi rifiutati come giudici in cose d'arte, perchè ciò dimostra, non dirò l'incompetenza, ma la più completa (non se n'abbia male, sa!), la più fenomenale assenza del criterio artistico. E quando son queste le idee nuove ed elevate e profonde ch'Ella reca nel campo dell'arte, ah, per Dio, io posso ben consolarmi ch'Ella non abbia trovato nel mio dramma nè un solo pensiero nuovo nè un solo concetto ardito: vorrei ben vedercelo io quel concetto che a lei potesse parer bello o parer nuovo, per conciarlo subito colle forbici come si deve!
Ma ha Ella fatto almeno una critica storica? da quell'erudito inglese che Ella è, scorgendo che il mio dramma non è riuscito per mancanza di studî — (già noi Italiani siam molto indietro su queste cose) — Ella ha la bontà di venire in soccorso alla mia ignoranza e di indicarmi le fonti dalle quali avrei potuto ricavare qualche maggior lume per l'opera mia!
Ella mi informa che avrei potuto raccogliere le notizie dalla storia di Tucidide, dalle commedie di Aristofane, dai dialoghi di Platone, dalla memorabilia — sic — (I Memorabili, vuol dire?) di Senofonte, dal Pericle ed Aspasia di Laudor e dal Caricle the Beker[159].
Ed è qui tutto? Ahimè, signor Stuart, pur troppo mi son digeriti — lo sa il mio stomaco — alcune altre dozzine di volumi ancora; e pur troppo, se la sua erudizione non va niente più in là di quei volumi, ho paura che Ella non abbia che una cognizione molto incompleta del mondo greco. Ma viceversa poi ho un terribile sospetto.... che quei pochi libri che Ella mi indica, Ella..... non li abbia letti neppur quelli!
Ne vuole una prova?
Apro il suo opuscolo e ne piglio a caso una pagina; e la trovo tanto bella, tanto saporita, che la riferisco per paura di guastarla, e perchè è una pagina che, l'assicuro io, farà epoca nel mondo erudito.
È di Tucidide — uno di quei della sua lista — che Ella parla. Attenti tutti!
«Noi abbiamo troppo l'abitudine di contemplare la storia a traverso lenti moderne. La spedizione di Sicilia, per esempio, fu un grand'affare per Atene. Ma il genere comune dei combattimenti, per il numero dei combattenti e per i risultati ottenuti, erano molto al disotto di quelli annunciatici da 18 mesi a questa parte nella lotta dei carlisti.
«Imaginarsi una cronaca non interrotta che ci narrasse come il sindaco e le truppe di Albano avessero marciato contro il sindaco e le truppe di Frascati: che una lotta importante fosse sorta e che quattro abitanti di Albano fossero rimasti feriti ed uno prigioniero.
«Un combattimento più importante gli succede. Le truppe di Tivoli si combattono con quelle di Subiaco, quei di Subiaco lasciano un uomo sul campo.
«E di questo genere, senza troppo esagerare, sono i combattimenti narrati da Tucidide.»
Ma, o... eruditissimo signor Stuart, a chi crede Ella di venire a contare in Italia queste fandonie?
Il primo venuto che abbia letto Tucidide più in là del cartone le sa dire che quasi tutti i combattimenti di Tucidide eguagliano per numero di morti (se si tratta solo di una ventina di morti e un centinaio di feriti, Tucidide non li tratta che da scaramuccie) i grossi combattimenti dei tempi nostri, e parecchi presentano tali cifre di rimasti sul campo, quali appena le danno le nostre battaglie!
Perchè veda, Tucidide (lasci un po' adesso che la informi io) — il quale è l'autore di una Storia della guerra del Peloponneso in otto libri, ed è con Senofonte il più esatto e scrupoloso degli storici greci — Tucidide di solito non conta che i morti, e quando li conta; e lascia a lei la cura di istituire poi in proporzione (ch'è in media generale quella del triplo) il calcolo dei feriti.
Apra dunque Tucidide e veda per es. che al combattimento di Potidea (I. 63) i Potideali perdono 300 morti, e gli Ateniesi 150, totale 450 di soli morti, senza contare i feriti; che a quello di Spartolo in Epitracia (II. 79), gli Ateniesi sconfitti dai Calcidesi, perdono 430 morti oltre tutti i capitani; e i feriti Ateniesi e le perdite dei Calcidesi son da aggiungersi al conto; che a quello di Egitio (III. 98) contro gli Etoli, dei soli Ateniesi sconfitti restan morti sul campo centoventi opliti — e lo stesso Procle uno dei capitani — senza contare i loro alleati dei quali molti morirono — e che dovettero essere assai di più!
Alle battaglie navali sulle coste dell'Acarnania, (II. 84, 92), i Peloponnesj sconfitti da Formione perdono nella prima dodici navi, nella seconda sei con tutti gli equipaggi,[160] su cui gli Ateniesi fanno man bassa.
A Milazzo in Sicilia (all'epoca delle prime spedizioni) in una scaramuccia gli Ateniesi attaccano due coorti di Messeni (III. 90) e ne fanno strage.
Al combattimento di Olpe (III. 107 e seg.), i Peloponnesj ed Ambracioti, sconfitti dagli Ateniesi di Demostene, perdono 300 morti; senza contar la strage successiva degli Ambracioti, che assaliti nelle gole di Idomene lasciano oltre un migliaio di morti! (III. 113).
Alla battaglia di Delio (ch'ella, signor Smith mi confonde con Delo!) ventimila Beoti comandati da Pagonda combattono contro gli ottomila Ateniesi di Ippocrate; vi restan morti dei Beoti cinquecento; degli sconfitti Ateniesi mille fra cui il capitano Ippocrate, oltre ad una quantità di fanti leggieri e di saccardi (IV. 101) dei quali il numero dovette uguagliar per lo meno quello degli opliti: e ancora i feriti, come sempre, non entrano nel conto!
Alla battaglia di Novara non ne son morti tanti!
Al combattimento di Anfipoli che fu, scrive Tucidide, non un'ordinata battaglia, ma un semplice scontro improvviso, (V. 11) gli Ateniesi sconfitti lasciano seicento morti, compresovi il comandante Cleone; i Lacedemoni vincitori, sette morti, compresovi il fortissimo Brasida.
Alla battaglia di Mantinea (V. 74), degli Ateniesi muojono duecento, compresi i due capitani; dei loro confederati novecento; dei Lacedemoni vincitori trecento. Totale millequattrocento morti — senza il resto!
Il numero circa, se non erro, dei morti nostri alla battaglia di San Martino!
Nella fazione di Mileto, gli Argivi, sconfitti dai Milesj, perdono essi soli trecento morti (VIII. 25)
Al combattimento navale di Eretria (VIII. 95) gli Ateniesi perdono ventidue navi, sui cui equipaggi i Lacedemoni fanno man bassa.
Alla battaglia navale di Abido (VIII. 106) gli Ateniesi vincitori perdono quindici navi; i Peloponnesi sconfitti oltre a venti.
***
Quanto poi a quella spedizion di Sicilia, — che Ella chiama compassionandola un grand'affare per que' tempi, ma non sarebbe, secondo lei, ai tempi nostri, che una bazzecola da ragazzi — oh, vediamola un po' questa bazzecola! Atene si contenta di spedire in Sicilia, da principio — con Alcibiade, Nicia e Lamaco — 136 navi rappresentanti un effettivo di 38500 uomini (tra cui 5100 opliti), a cui tengon dietro di rinforzo — oltre 500 tra arcieri e cavalieri sbarcati a Catania — le 73 navi della seconda spedizione di Demostene ed Eurimedonte con un effettivo di 25000 uomini. Totale delle forze mandate da Atene a quell'impresa, duecentonove navi e sessantaquattromila uomini!
A Lissa, tra le forze italiane e le austriache insieme, non credo che sommassero a quella cifra.
E i fatti d'arme? alla fazione dell'Olimpiéo i morti dei Siracusani son 260, degli Ateniesi 50; all'altra di Epipole, ove muor Lamaco, il numero di morti non è precisato, ma dovettero esser ancor di più; alla prima battaglia navale nel porto i Siracusani sconfitti perdono 11 navi, gli Ateniesi 3; nelle altre battaglie navali nel gran porto, gli Ateniesi perdono una volta (VII. 41) sette navi (degli uomini «quali fatti prigioni e quali uccisi»), un'altra volta (VII. 53) diciotto «delle quali furono uccisi tutti gli uomini»; il resto dei legni, in fuori di una sessantina, lo perdono nell'ultima funesta battaglia (VII. 72), a cui seguono la ritirata disastrosa, gli ultimi sforzi disperati dell'esercito, la resa dei seimila di Demostene, la strage al varco dell'Asinaro e infine la resa di Nicia.
A 24 mila uomini, tra morti, feriti e dispersi, sommavan già le perdite degli Ateniesi innanzi l'ultima battaglia nel porto; altri 40 mila ne costò la catastrofe, dei quali 7 mila soltanto furono fatti prigioni.
Un totale (non contando i prigionieri) di circa 50 mila perduti in una guerra di poco più d'un anno!
E quella sanguinosa del 1859 non costò alla Francia che 18 mila uomini, al Piemonte 6600, all'Austria 38 mila!
Queste sono le fazioni di Tucidide, scoperte dal signor Stuart, dove i terrazzani di Subiaco o di Boffalora col sindaco alla testa, ammazzano un uomo in battaglia a quei di Frascati o di Abbiategrasso!
***
E così si studia Tucidide da' concittadini di Grote! meglio non lo si studia — perchè già, signor Stuart gentilissimo di qui non s'esce — è evidente come la luce del sole, quando splende a mezzogiorno, che Ella Tucidide non lo ha letto. Ed è lei che mi raccomanda di leggerlo!!!!
E non avendo letto Tucidide, via, la sia franca, ella ne sa un po' troppo poco per dar giudizj critici di storia su di un dramma che tratta di Alcibiade e della guerra del Peloponneso. Per prender sul serio la sua autorità non ci voleva che il signor marchese D'Arcais, che di storia e letteratura greca ne sa ancora meno di lei!
Avesse almeno letto quegli altri dei quali m'ha raccomandato la lettura!
Ma permetterà che io vada adagio nel crederlo. — Prima di tutto, dopo quel primo saggio; poi perchè mi regala, in poche pagine, certi altri granchii e certe storpiature di parole, che sulla sua erudizione danno molto da pensare. Ed è chiaro, molto chiaro, che non si tratta già di errori di stampa; perchè una certa pratica di cose di stampa, veda, io la ho; e se la sintassi e la lingua del suo opuscolo non son molto corrette, il testo però, quale Ella lo ha scritto, appare evidentemente correttissimo, e di quelle parole ch'Ella poteva sapere, senza sudar troppe camicie, non ce n'è sbagliata neppur una.
Ella mi cambia in Leochitide, il re spartano Leotichide (Leotychides o Leutychides) che soppiantò Demarato nel regno.
Ella mi cambia in Pontidea il nome della città di Potidea, nella Calcidica, dove ebbe luogo la battaglia, e dove Alcibiade fece le prime sue armi.
Ella mi confonde Delo, l'isola dell'Egeo ov'era la sede e il santuario della Confederazione Ionica e dove non ci furon battaglie, col borgo di Delio situato tra l'Attica e la Beozia, a due marcie da Atene, dove fu data la battaglia così funesta agli Ateniesi, e dove Alcibiade protesse infatti la vita di Socrate, come narra Platone nel Lachete.
Ella mi tramuta in Farnambazo il satrapo persiano Farnabazo — e mi inventa un Crizio al posto di Crizia il discepolo di Socrate che fu più tardi uno dei trenta tiranni.
Ella mi scrive che i Greci a Salamina intuonarono il gran Peama: voleva dire probabilmente il peana o peane (παιὰν) come chiamavasi il cantico militare che i Greci, particolarmente i Dori, intuonavano in battaglia prima di lanciarsi all'attacco.
Ella mi cambia in Eudio il nome dell'eforo Endio col quale Alcibiade aveva rapporti di prossenìa.
E per compiere il bouquet con qualche fiore degno di lei, Ella ha la bontà di informarmi che Socrate sedusse — oh sentiamo un po' chi sedusse: «l'ambizioso Crizio, lo scapestrato Aristippo, lo scettico Pirro e il matto Apollodoro»!!
Vada per Crizia e per Aristippo: benchè se volessi appena guardarla pel sottile, per uno che mi biasima di aver ignorato di Socrate tante cose, mi pare che quella scelta bizzarramente erudita di quei due nomi soli tradisca già una nozione di Socrate un poco incerta e confusa; e che per uno il quale, a mostrar di saperne, ama andar tanto nei particolari, e di quei pochi che sa non se ne lascia scappar neppur uno, si sarebbe potuto e dovuto mostrar di saperne un po' di più. Come mai il signor Stuart, il quale crede di dover indicarmi le persone che subirono la influenza personale di Socrate, e trova perciò necessario di occuparsi «dello scettico Pirro e del matto Apollodoro» — mi dimentica nientemeno che Senofonte ed Antistene, il fondatore della scuola Cinica; ed Euclide, il fondator della Megarica, che, per sentir Socrate, sfidava il bando severissimo di Atene contro i Megaresi, e veniva da Megara in Atene la sera, travestito da donna, rifacendo alla mattina le dodici miglia di strada; ed Eschine di cui Socrate diceva ch'era il solo che avesse appreso ad onorarlo — Μόνος ἡμὰς οἶδε τιμᾷν — e Simone, e Fedone, e Simmia e Cebete, i fedeli consolatori degli ultimi istanti del filosofo, e Liside, e Lamprocle e Teeteto e Glaucone fatti da Socrate migliori? Che diamine! Insegnarmi chi fu Socrate e togliere tutti questi scolari al maestro di Platone e di Critone!
Ma il signor Stuart m'insegna invece che egli ammaestrò lo scettico Pirro e il matto Apollodoro!
Quanto ad Apollodoro, supposto che il signor Stuart non voglia parlare nè del comico della nuova commedia che fiorì ai tempi di Menandro, nè del grammatico discepolo di Aristarco che fiorì verso il primo secolo innanzi l'Era volgare, nè del pittor celebre che fu maestro di Zeusi e visse sì ai tempi di Socrate, ma non è affatto ricordato per rapporti con lui, a chi ha inteso d'alludere il signor Stuart? Al filosofo epicureo ricordato da Cicerone e Diogene Laerzio? Ma Epicuro che fu il suo maestro fiorì dopo Alessandro il grande, e il soprannome che Diogene appiccica a questo Apollodoro è quello di illustre, ἐλλόγιμος e non di matto. allo scultore ricordato da Plinio che fu detto difatti l'insensato perchè spezzava le sue statue di cui non era contento mai? Ma neppur di questo si ricorda che Socrate abbia avuto che fare con lui. Ah, ora ci sono! Il signor Stuart vorrà parlare dell'Apollodoro falerèo, ricordato di passaggio insiem con altri nel Fedone e nell'Apologia, come uno degli assistenti in lagrime alla morte di Socrate e dei mallevadori per lui nel suo processo; soprannominato appunto il matto, μανικὸς, da Platone nel Convito, viceversa poi soprannominato il molle, μαλακὸς, da Senofonte nella lettera a Santippe. Ma di questo Apollodoro, in fuor del nome e dei soprannomi, non si sa altro; nè nella storia nè nella filosofia del suo tempo è alcuna traccia o memoria di lui; egli non è introdotto che come una comparsa in quelle due o tre scarse menzioni dei dialoghi socratici, fra i tanti seguaci affettuosi del grande maestro! E il signor Stuart, che del dramma socratico mi dimentica le più grandi figure — mi va a pigliare le comparse! e me le cita per antonomasia, con quella prosopopea affatto priva di discernimento che è tutta propria degli indotti, quando vogliono spacciarla da eruditi!
E lo scettico Pirro! Ahimè, allo scettico Pirro (se il signor Stuart conoscesse questo signore almen di nome, lo chiamerebbe Pirrone, Πύῤῥων — in quella stessa guisa che scrive Platone, Critone, ecc., che son in greco desinenze identiche), allo scettico Pirrone l'eliense, discepolo di Anassarco, il buon Socrate non ebbe mai il piacere di dare nè il buon giorno nè la buona notte, per la semplice ragione che Pirrone, come dissi già, aspettò a nascere quando Socrate moriva, anzi se non erro, dopo che era già morto! In ogni modo gli storici lo fanno fiorire verso il 370 — e quindi trentun anni circa dopo la morte di Socrate.
Da qualunque lato dunque la si pigli la dotta citazione del signor Stuart, ell'è un'altra amenità da mettere nel mazzo dell'altre, e la quale dimostra che delle faccende di Socrate egli è tutt'altro che al chiaro.
Eppure, il signor Stuart, perchè io non ho messo nel ritratto di Socrate nè il suo signor Pirro nè il suo signor Apollodoro — e perchè ho fatto discorrer Socrate sull'amore — il signor Stuart ignora certo dialogo di Platone che si intitola il Fedro — il signor Stuart mi accuserà che Socrate nel mio dramma è — al pari di Alcibiade — neppure un'ombra deforme del vero!
***
Il che — diamine! — suppone che l'idea vera del carattere d'Alcibiade, il signor Stuart, benchè ignori Tucidide, la possieda lui!
E per darmela, l'idea vera, l'idea giusta, il signor Stuart, prima di tutto — naturalmente — mi insegna che un Alcibiade che si abbassa a pregare, col suo orgoglio, è assurdo; poi mi informa che l'orgoglio di Alcibiade, se fosse vissuto ai nostri dì, sarebbe stato quello di aspirare «al posto di prefetto o al gran collare dell'Annunziata!» Alcibiade, a cui la gloria di Pericle era troppo poca, a cui eran poche la Grecia e l'Europa, Alcibiade che avria preferito non vivere anzichè rinunziare ad essere padrone anche dell'Asia e a spargere il suo nome e la sua potenza per tutto il genere umano[161] — Alcibiade al posto del prefetto Torre, con al collo la decorazione di Lanza e di Minghetti!
Vi basta? Ebbene, se non basta, il signor Stuart, completa il ritratto morale di Alcibiade, e ne trova l'imagine in.... «Mazzini!» Povero Mazzini! Se fosse al mondo a sentirlo!
Ciò dimostra a luce di sole che il signor Stuart ha capito perfettamente chi era Alcibiade, e che l'arte ci guadagnerebbe un tanto ad avere, invece del mio «neppur ombra deforme del vero» un ritratto artistico di Alcibiade al vero e al naturale, uscito dalle mani del signor Stuart!
Via dunque, dottissimo figlio della dotta Albione, non la si faccia pregare, la ce lo dia questo ritratto di Alcibiade; non dica modestamente, come dice nel suo opuscolo, che per farlo le manca «la pazienza»; un po' di pazienza, diamine! quando non manca che questa, volendo la si trova; la trovi, la trovi, per amor dell'arte, che col mio sgorbio — ombra deforme del vero — ho profanato!
***
Ora, tornando a noi, diteglielo un po' caro Yorick, diteglielo voi al signor Stuart, che il trovarsi distante, com'ei dice, un abisso, quanto a politica, dall'onorevole Cavallotti, può essere una ragione che spieghi alcune cose; ma non le spiega e non le scusa tutte: — e che le rabbiuzze di partito non le si accettano in arte per passaporto di corbellerie. Quelle del signor Stuart son tali che mi avrebbero dato diritto a dispensarmi dal rispondere, se non fosse parso mancar di riguardo a uno straniero, e se la sua critica, mandata in luce con pomposa solennità, non avesse prodotto uno scherzo d'ottica curioso. Fanfulla, che pure in arte sa il suo conto e di corbellerie sull'Alcibiade non ne ha scritte, piglia in mano il fascicoletto elegante, stampato in Roma coi tipi dell'Italie, lo scorre a volo, ci vede a ogni pagina una filza di nomi greci di bellissimo effetto, e così giudicandolo ad occhio e croce, senza guardar tanto più in là, si affretta ad annunziare: Il signor Roberto M. Stuart ha pubblicato un saggio critico, nel quale, dopo avere minutamente sfogliato e compulsato uno per uno tutti gli autori antichi e moderni, conclude per la condanna del lavoro del deputato di Corteolona.
E subito gli altri giornali a ripetere in coro: Il signor Stuart, nel suo saggio critico, dopo avere minutamente sfogliato e compulsato uno per uno.... ecc. ecc. (Segue come sopra).
Cosa vogliono mai dir le frasi fatte!
E il signor Roberto M. Stuart, serio serio come un figlio di Albione, a pigliarsi quei complimenti in buona fede!
***
Però gli spropositi del signor Stuart — e qui sono d'accordo col Fanfulla — se non altro son tutti suoi: un altro, il signor Z. della ufficiale Gazzetta Livornese, se li fabbrica con minor fatica.
La lunga severa appendice del foglio ufficiale livornese è ricalcata da capo a fondo, giudizio per giudizio, periodo per periodo, frase per frase, su quella del signor Garofalo nell'Unità Nazionale: che sugo poi ci sia a far della critica a questo modo non so: ma il signor Z., prevedendo appunto l'obiezione, ci ha incastrato qua e là qualche coserella di suo: e dove incastra sbaglia; e dove sbaglia mi rincresce, perchè mi dicono che il signor Z. sia professore, ed io penso naturalmente ai suoi scolari.
Il signor professore Z. — là dove incastra — mi informa che la mia scena dei costumi di Sparta è un anacronismo: perchè «quelle antiche costituzioni, quelle antiche costumanze essendo anteriori di quattro secoli a quell'epoca erano già tolte dall'uso.» Davvero? Allora io informerò il signor professore Z. che quelle antiche costituzioni, quelle antiche costumanze ci vengono confermate dal coetaneo e condiscepolo di Alcibiade, Senofonte; che Senofonte è fra tutti gli scrittori greci il più autorevole nelle cose attinenti agli Spartani[162] fra i quali lungamente visse e coi quali lungamente militò; e quelle leggi ed usanze egli le registra siccome ancora esistenti ed in vigore a Sparta al tempo suo, nella Repubblica di Lacedemone, ch'è uno degli opuscoli della sua vecchiaia, scritto in conseguenza molti anni dopo che Alcibiade stesso era già morto!
Cito questa ragione, che taglia la testa al toro, per farla spiccia; che se poi volessi essere severo, allora con rincrescimento dovrei trovare sconveniente e fenomenale che un critico professore ignori come la costituzione di Licurgo era appunto nel suo più bel fiore ai tempi e di Alcibiade e di Platone, il quale, dopo studiatala sul vivo, la tolse a modello ne' suoi libri politici della Repubblica e delle Leggi; che un critico professore ignori la testimonianza di tutti gli scrittori sulla fenomenale durata delle leggi di Licurgo, delle quali Tucidide e Lisia parlano siccome in pienissimo vigore al loro tempo, già dopo finita la guerra del Peloponneso[163]; delle quali Plutarco ricorda come traversassero intatte ed inalterate lo spazio di oltre cinque secoli[164] da Licurgo (800 circa av. l'E. V.) in giù; anzi di sette secoli, sino all'anno 190 avanti l'E. V., secondo Livio[165] e secondo Cicerone[166]; anzi di otto secoli, se si vuol dar retta a Macchiavelli: «Licurgo ordinò in modo le sue leggi a Sparta, che dando le parti sue ai re, agli ottimati, ed al popolo, fece uno stato che durò più che ottocento anni con somma laude sua e quiete di quella città»[167]. — Ma fermiamoci ai cinque secoli abbondanti di Plutarco, che son la cifra giusta, e ce n'è d'avanzo. —
E ancora, se volessi esser severo, noterei che quello sproposito del signor professore lo denota affatto digiuno di studj di critica storica; poichè se è logico e naturale che l'autore drammatico faccia attribuire da uno Spartano le leggi di Sparta a Licurgo, viceversa è strano che un professore ignori come le così dette leggi di Licurgo non fossero in ultima analisi che le antiche costumanze di tutti i popoli dorici, assai più antiche di Licurgo stesso, delle quali egli — od altri per lui — non fece verosimilmente che ravvivar l'osservanza, riportandole al tipo primitivo, che se n'era conservato più che altrove fedele in Creta; che Licurgo non è in fondo se non la personificazione — alquanto mitica — (come lo attesta il culto tributatogli in Isparta) di usanze e di leggi che non potevano già essere l'opera improvvisa ed isolata di un uomo, ma bensì il portato del genio, dell'indole, del carattere della stirpe, e perciò nate può dirsi insiem con lei, fra i dirupi delle sedi native, a piè dell'Olimpo; che una costituzione infatti, la quale toccava le corde più intime della natura umana, e regolava a suo modo i più importanti e gelosi fra i diritti naturali dell'uomo, non avrebbe potuto durar rispettata, nonchè cinque secoli, neppure cinque anni, da tutto un popolo, se non fosse stata ingenita alla sua natura stessa, già fatta per così dire carne e sangue con lui e confondentesi colle sue origini;[168] il che spiega appunto come e perchè quelle leggi abbiano potuto durar tanto, e come, per istabilirne così cervelloticamente come fa il prof. Z. la data del principio e quella della fine, quelle leggi bisogna non averle affatto affatto nè studiate nè capite.
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Altra scoperta del signor critico professor Z. che, speriamo almeno, non sia professore di storia greca.
«Ad Atene i plebei erano possidenti e chi non possedeva poteva essere commerciante, agricoltore, artigiano, ma non perveniva giammai alla cittadinanza, al godimento dei diritti politici.»
Ohibò! ohibò! Ad Atene, giusta la costituzione solonica, la quarta classe dei cittadini abbracciava appunto i plebei proletarj (θῆτες, capite censi) che o non possedevano che al disotto di 150 dramme di rendita annua, o non possedevano un bel niente — e si guadagnavan la vita col lavoro. Ed essi godevano dei diritti politici (sicuro, signor Z.) comuni alla loro classe e alle altre tre, esercitando il loro ufficio di cittadini, sia come popolo sovrano nell'assemblea, sia come eliasti ne' tribunali[169].
Meglio ancora. Perfino gli schiavi e i meteci, anche non possedendo, potevano passare nella classe dei cittadini per benemerenze verso la repubblica o i loro padroni, servigi in campo o sulle triremi, ecc., ecc.
Via, sentiamone un'altra — sempre del signor Z:
«Ad Atene erano schiavi tutti quelli che esercitavano le arti manuali. La repubblica non permetteva il lavoro: non riconosceva per cittadini quelli che erano obbligati a corrompere il corpo esercitando un mestiere. Chi faceva da governatore, da giudice e da soldato, chi costituiva la democrazia e la repubblica non era la moltitudine che lavorava.»
Ecco: era precisamente e semplicemente tutto il rovescio.
Ad Atene le leggi soloniche punivano l'ozio, e, lungi dal proibire il lavoro, lo imponevano ai cittadini per obbligo; e un mestiere bisognava averlo; di Solone[170], scrive Plutarco ch'egli ai mestieri aggiunse dignità (ταῖς τέχναις ἀξίωμα περιέθηκε) e gli Areopagiti vigilavano perchè i cittadini poveri si guadagnassero tutti la vita con qualche arte manuale.
E appunto perchè i cittadini poveri, dovendo attendere a bottega al mestiere di cui campavano, non potevano frequentare abbastanza il foro, e i ricchi quindi, nemici a Pericle, vi restavano in maggioranza, Pericle ci rimediò chiamando i poveri coi tre oboli: ai quali un po' per volta essi pigliarono tanto gusto, che ai tempi di Alcibiade il più degli artigiani piantavano lì la mattina il loro lavoro e i loro arnesi, per andar a far da giudice nei tribunali. Ecco perchè, signor Z., nel secondo atto del mio dramma, la vede correre al foro cittadini falegnami, mercanti e calzolai. Ed eccole come la moltitudine che lavorava — ma, per quegli oboli benedetti, trascurava il suo lavoro, — governava proprio essa la repubblica; laonde il buon Senofonte introduce Socrate a lamentarsi perchè a' suoi tempi il foro (attento signor Z.) appunto riboccava di lavoratori, di calzolai, di fabbri, di agricoltori, di mercanti e simili[171]: e Platone anch'egli, sempre per bocca di Socrate, enumerando i cittadini che dan consigli nella Assemblea sulla amministrazione della città, nomina «architetti, fabbri-ferraj, calzolaj, mercanti, nocchieri ecc.»[172].
Ed Ella mi scrive che il foro era vietato agli artigiani! come si fa, ai nostri giorni, con tanti studj e tanti progressi della critica storica sull'antichità, a parlare ancora di storia greca a questo modo![173]
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Quanto agli altri giudizi del signor Z., per quanto severi, Dio mi guardi dal pigliarmela con lui.
Il signor Garofalo scrive[174], da quel buon monarchico ch'egli è, che «il popolo corrotto di Atene è il popolo di tutti i tempi e di tutti i luoghi in una repubblica democratica» — e il signor professor Z. mi ripete[175], che «infine quel popolo così corrotto è il popolo di tutti i tempi, di tutti i luoghi, quando la democrazia impera, quando la repubblica governa.»
Il signor Garofalo scrive che Timandra è fredda «perchè manca nel suo carattere la causa di tanto amore e ciò che non ha causa non commuove» — e il signor Z. mi ripete, che «in Timandra manca ciò che più importa, la causa dell'amore e un amore che non è definito non può commuovere.»
Il signor Garofalo scrive: «Alcibiade così felicemente delineato nei primi atti, dopo non è più il medesimo: l'autore lo abbandona: e diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più a donne e piaceri» — e il signor Z. saviamente osserva: «Alcibiade è ben delineato nei primi atti: ma dopo diventa monotono, malinconico, irresoluto, non pensa più alle donne, i piaceri non lo esaltano più.»
Il signor Garofalo mi avverte che «il vero Alcibiade non si attristò, non si ammalinconì giammai» — (oh, bella! questa poi, ammesso che Alcibiade fosse un uomo, non la sapevo!) — e il signor Z. egregiamente ribadisce: «L'Alcibiade della storia non si contristò, non si afflisse giammai.»
Riassumendo, il signor Garofalo sentenzia, che «alcune parti dell'Alcibiade sono bellissime e perfette, ma l'opera tutta insieme è sbagliata» — e il signor Z. sapientemente conclude, che «nell'Alcibiade vi sono scene perfettamente riuscite, ma l'insieme del lavoro è sbagliato.»
Evidentemente io sarei troppo ingiusto se volessi male pe' suoi giudizi al signor Z... poichè non è la buona volontà che gli manca, ed è chiaro che egli avrebbe cantato un'altr'aria, se il signor Garofalo avesse suonato un'altra musica.
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E ho citato questo caso non per farne un torto speciale al signor Z., ma solo per mettere in luce un altro lato della critica italiana ai nostri giorni. È rincrescevole a dirsi, ma è un fatto che i due terzi delle critiche che compaiono in Italia su pei giornali, quando non sono scritte colla sapienza storica del marchese D'Arcais, si scrivono colla originalità critica del signor Z.
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Quanto al signor Garofalo è certo che di storia egli ne sa, ciò che mi consola: anzi ci tiene a saperne fin troppo, ciò che mi disturba.
Per esempio egli mi avvisa e mi ammonisce «che il mio Zamolchi colle sue feste religiose non è mai giunto fino al Chersoneso, perch'egli è il mitico legislatore dei Geti, e non dei Traci.»
Che Zamolchi avesse culto fra i Geti, verissimo: però noti il signor Garofalo che Tucidide chiama Sitalce figlio di Tere re dei Traci e sotto questo nome comprende tanto i Traci propriamente detti, di qua del monte Emo e del Rodope, quanto i Geti di là dell'Emo: e che tra gli uni e gli altri, e i Triballi, e i Dii e i varj popoli traci in generale era affinità quasi completa di carattere e di costumanze e di riti[176]: e per questo Giovanni Boemo Aubano, che raccolse le usanze dei popoli antichi, nomina Zamolchi legislatore dei Traci, ricorda il culto dei Traci per lui, e descrive come usanza di tutti i Traci[177] il famoso invio del messo sulla punta dell'aste, col celerissimo per l'altro mondo.
Che se poi il libro di Boemo Aubano il signor Garofalo non lo ha letto, un grecista suo pari dovrebbe però aver letto almeno Luciano: anzi avrebbe l'obbligo strettissimo di saperlo a memoria: ora nel mio caso è Luciano in persona che avvisa ed ammonisce il signor Garofalo come il Dio Zamolchi sia proprio precisamente e particolarmente il Dio dei Traci — e non d'altri![178] E l'autorità del signor Garofalo sarà grande quanto si vuole, ma quella di Luciano lo sarà sempre un po' di più.
È contento, signor Garofalo? Oh bravo — non la mi secchi altro.
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Perchè non la finirei proprio più, se dovessi aggiustarmela con tutti i critici.
Uno del Veneto, non mi ricordo più quale, mi ammonì che la mia Glicera è troppo più ingenua e troppo meno spiritosa che nol fosse l'amante di Menandro. Ma l'amante gentile del gentile poeta, che vive ancor bella delle grazie antiche nelle pagine d'Alcifrone, ed in quelle di Wieland, non poteva essere la Glicera mia, perchè Alcibiade visse un secolo prima di Menandro.
Un altro, triestino, mi rimproverò di non aver messo Pindaro nel dramma. Ma non potevo metterlo, perchè Alcibiade visse un secolo dopo di Pindaro!
Un altro, veneziano, scrive che gli Ateniesi tenevano le adunanze del popolo nel Partenone. Ma il Partenone era il tempio di Minerva sull'Acropoli, e le adunanze del popolo si tenevano invece nel Teatro di Bacco o nello Pnice!
Un altro, ferrarese,[179] parlando della mia Aspasia, la chiama la famosa reggitrice del Cinosarge. Ma il Cinosarge era un ginnasio fuori la porta Diomea, consacrato ad Ercole e riserbato ai poveri, ai figli dei liberti e ai bastardelli: e la splendida moglie di Pericle non ci avea che fare. Anzi — a rendere il granchio più ameno — invece dalla poetica e poco virtuosa società della Milesia e delle sue vaghe alunne, ci bazzicava proprio in quel luogo della gente virtuosissima, che facea scappar la poesia lontano mille miglia: nientemeno che Antistene, l'austero filosofo, che nel Cinosarge aperse la scuola de' suoi cinici, le cui sucide persone sapevano ben d'altri profumi che non delle essenze e degli unguenti delle elegantissime etere.
Poi lo stesso critico scrive che Socrate «è quello che a Delio salvò la vita ad Alcibiade.» La cosa è all'opposto. Fu Alcibiade che a Delio la salvava a Socrate.
Poi nota sapientemente che il grammatico del terzo atto è Aristarco: se fosse, lo avrei chiamato col suo nome. Potrà darsi che sia della famiglia; ma in ogni caso è un dei nonni: perchè Aristarco non venne al mondo che quasi tre secoli dopo!
Poi nota....
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Noti quel che vuole, è tempo che mi fermi. Perchè questa lettera comincia ad esser lunga, minaccia già di passare il peso di tariffa dei 20 centesimi, e non vorrei, caro Yorick, farvi pagare la sopratassa: e per quello che intendevo di provare, credo di averne detto quanto basta.
Certo una cosa non riuscirò a provar mai: che il mio dramma sia un capolavoro, o giù di lì. Pur troppo ce ne vuole. E il papà dell'Alcibiade è il primo a non trovarsi, in fondo, del tutto contento del suo figliolo. Parecchie altre idee su questo lavoro mi frullavano pel capo, allorchè, orditone il disegno, mi posi a scriverlo, cominciando dall'ultimo quadro; e alle quali, giunto alla fine del lavoro, al primo quadro, mi trovai di non aver potuto dar corpo. Il piano geometrico preventivo del lavoro, e la cura, probabilmente eccessiva in opera d'arte, di certe corrispondenze simmetriche deve averci prodotto dei guasti. S'intende poi che le mie stortatine di collo alla storia o alla cronologia, qua e là, di soppiatto, col pretesto dell'arte, me le son permesse, e il bello è che sono precisamente quelle di cui i critici sapienti non si sono accorti.
Potrebbe anche darsi che quei critici medesimi che presi uno per uno han detto delle corbellerie storico-critiche, presi poi tutti in blocco, avessero ragione nell'insieme: censores mali viri, censura autem bona bestia. E infine se mi mettessi a farla io, la critica all'Alcibiade e a rivedergli le buccie, avrei da scriverne per una lettera assai più lunga di questa: ma non son così matto nè così ingenuo per farlo, visto che son tante le anime pie che sarebbero pronte a prendermi in parola.
Una cosa però credo di aver provato: che la critica in Italia, fatte le debite ed onorande eccezioni[180], è ancora per la maggior parte un po' lontana da quel grado di serietà e di competenza che le è necessaria per adempiere la sua missione. Deficienza di studi, incoerenza, confusione od assenza di criterj artistici; mancanza di idee nette sullo indirizzo dell'arte, sull'ufficio del critico; culto pedantesco delle frasi fatte, delle idee fatte, dei pregiudizi fatti; preoccupazione grande di mostrare quel che vale il critico e pochissima di cercare quel che val l'autore; precipitazione, leggerezza, superficialità molta nei giudizi, prosunzione molta nelle forme — queste ed altre, per non parlare dei moventi meno nobili, sono le cause che tengono la critica fra noi ad un livello ben inferiore a quello di altri paesi.
Eppure — parlo qui come artista in un interesse generale — bisogna che tutto questo cambii, se vogliamo davvero che l'arte progredisca. La vita della critica è troppo indissolubilmente legata a quella dell'arte: ed oggi che il teatro italiano, per parlar di questo solo, àuspici Ferrari e Cossa e Marenco e Torelli e Castelnuovo e tanti altri, accenna ad un progresso serio e incontestabile, è necessario assolutamente che la critica si decida a far lo stesso. È impossibile che l'uno cammini, e l'altra rimanga indietro stazionaria: perchè guai per la critica, se l'arte comincia ad abituarsi all'idea di poter camminare senza di lei. Guai alla critica, a questo trainard, se l'arte, strada facendo, sul più bello si voltasse indietro per farsi dare il braccio da lei, e non trovandosi più al fianco la compagna, s'accorgesse che è già da un pezzo ch'ella cammina da sè. Ella finirebbe per ricordarsi che Omero scriveva l'Iliade ed Aristarco non era nato ancora.
Quel giorno la missione della critica sarebbe finita e non sarebbe, no, l'arte che ci avrebbe guadagnato. Perchè se è vero che la critica per il genio non esiste e non ha mai esistito, se è vero che egli ha sempre fatto e farà sempre senza di lei, a modo suo, di genj in arte non ne sorgono ogni anno, in ogni paese, a ogni canto di via: da Omero ad Eschilo, da Eschilo a Dante, da Dante a Shakespeare, quattro nomi in ventiquattro secoli.
Il secolo nostro non ne ha visti che due: Byron e Victor Hugo.
Ma poche gigantesche apparizioni, isolate nel tempo e nello spazio, non sono l'arte esse sole: dell'arte quelli sono i grandi legislatori, in nome della natura umana della quale hanno ascoltato le voci più ignorate e profonde, in nome della verità che si è loro palesata sul Sinai, nelle sue linee più segrete. Le loro leggi, le loro tradizioni, forme divine dello eterno ideale, la critica le ha raccolte; se ne è fatta depositaria, custode: e bene sta. Ella si è assunto l'obbligo di rammentarle costantemente a coloro che alla ricerca di quello ideale si vanno affannando, con desiderio intenso, ma fatto amaro e periglioso dalla scarsezza delle forze. Perchè anche costoro, a mente calma, le conoscono quelle leggi, al par di lei; ma la tensione della mente, la fatica del viaggio, la trepidanza del non riuscire, soventi loro le fan perdere di vista. Corrono, corrono innanzi, e tra l'ansia e la fretta, non vedono le lapidi miliarie lasciate dai grandi maestri sulla via, e non s'accorgono che tardi d'aver sbagliato strada. Essa, la critica, appunto perchè non è assorta nè distratta dalla fatica affannosa della ricerca, dalla tensione dello sforzo creativo, dalla trepidanza del rischio, essa ha la mente più tranquilla e più serena per vedere i pericoli del viaggio, accorgersi dei sassi e dei fossati della strada, avvertire l'artista quando sbaglia direzione e fuorvia. Essa può gridargli: «Ferma! di lì si va a casa della Femme de Claude! Guarda i segnavia: lì è scritto Sardanapalo: qui Cesare: e lì Amleto: per di lì è passato Shakespeare: di là Byron: e il Conte Ricciardi per di qui.»
A questo patto, in questo modo, amica, consigliera, compagna fedele dell'arte, la critica può aiutarla, sorreggerla, serbarla al culto delle grandi tradizioni, preservarla dalle corse sfrenate, salvarla dalle grandi cadute.
Ma bisogna che la critica faccia questo: se non vuol diventare inutile e dannosa. E per farlo, bisogna che il critico studj quanto l'artista: che le facoltà riflessive dell'uno lavorino anch'elle quanto le facoltà imaginative dell'altro.
Le leggi dell'arte, sola stregua del giudizio critico, non si imparano, la finezza del senso critico non si improvvisa nè in un giorno nè in due: e fin dove le ricerche dell'arte vanno, bisogna che la critica abbia tanto di studj da potervela seguire.
Altrimenti succederà quel che ho detto: che l'arte andrà innanzi da sè, a proprio rischio e pericolo. — Per poco che la critica continui di questo passo a lavorare da sè al proprio discredito, a mettere ogni dì in luce la propria insufficienza, a far ridere delle proprie corbellerie, — noi assisteremo nell'arte ad un fatto del quale vediamo prodursi già i sintomi: la insurrezione degli autori contro la critica. Il brillante ingegno di Ferdinando Martini dimostrava, dì sono, la tesi discutibile che il teatro non ha migliorato nessuno; qualcheduno potrà essere tentato di affrontare un'altra tesi più facile, e di chiedere quali sono gli autori, che la critica, da alcuni anni a questa parte, fatta com'è ora, ha migliorato. Sarebbe più facile dimostrare i danni ch'ella ha prodotti, arrogandosi (salvo sempre le eccezioni onorande) funzioni che non le spettano, e non rendendosi conto della gravità de' suoi doveri. Perchè una censura leggiera, ingiusta, assurda, o può uccidere da' primi passi, coll'amarezza dello sconforto, una vocazione; o se l'artista vi ha già fatto il callo, può produrre nel suo animo — poetæ irritabile genus — una reazione dannosa: e dal ridere oggi di uno sproposito, all'abituarsi a ridere domani di un biasimo giusto, il passo è breve.
Una volta cacciata, a furia di corbellerie critiche, in testa all'autore l'idea, che, dando ai critici ascolto, egli non farà nulla di buono, e dirà degli spropositi da far rabbrividire, egli si metterà in guardia contro que' signori; l'amor proprio naturale non domanderà di meglio che di secondarlo in quella sua disposizione; ed egli finirà per involgere tutta la critica in un giudizio solo, e non farà più distinzione tra le censure ridicole e le assennate, per riserbarsi il diritto di infischiarsi egualmente di tutte. Il danno verrà poi: chè il suo esempio troverà subito imitatori in tutti i poveri di spirito, i quali non chiedon di meglio che d'essere convinti del proprio genio e della propria infallibilità: ed ogni più infelice scrittorello si terrà autorizzato a vilipendere ogni censura più equa: e la rivolta cominciata dalle coscienze artistiche contro la prosunzione, finirà nella rivolta della prosunzione contro il senso comune.
Se non è a questo che si vuol venire, pensiamoci: e dopo aver detto in Italia a noi medesimi anni sono: facciamo il teatro, — io domando se non sia tempo di aggiungere: facciamo la critica.
Lo domando a voi, caro Yorick, che avete autorità di rispondermi: e se le mie parole avessero soltanto efficacia di richiamar l'attenzione su questo che parmi un problema ormai grave per l'avvenire dell'arte, non sarà stata inutile del tutto la mia fatica.
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Quanto a' miei moderni fratelli di fede, ai quali ve n'andaste oratore sì facondo, a sporgere contro di me la querela dei fratelli del tempo antico, — non io certo m'aspettavo siffatto ambasciatore: poichè ci siete, compite l'opera e portate loro la mia risposta.
È proprio delle cause che non hanno un domani, riporre ogni risorsa negli errori e nelle colpe degli avversarj. Matteo Visconti, profugo, aspetta in Verona che gli errori dei Torriani siano maggiori dei suoi. Le cause che hanno un avvenire hanno anche un compito più alto innanzi a sè: pensare a meritarselo. Triste, infeconda pausa, sarebbe quella imposta, per poco, dagli eventi alle speranze della democrazia, se questa non ne approfittasse per raccogliersi in sè, e domandare a sè medesima le cagioni che tante volte han reso vane le sue vittorie. Nè ella mostrerebbe fiducia alcuna dei proprj destini, nè ella meriterebbe le vittorie materiali che l'aspettano un giorno, se non affermasse fin d'ora sui proprj nemici questa grande superiorità morale: del confessare a sè stessa i proprj errori. Domandiamo il perchè di tanti disinganni; il perchè la democrazia tante volte sia stata fatta zimbello di coloro ch'essa aveva innalzato sugli scudi. Domandiamci s'ella ha sempre risposto alle grandi voci solitarie, che la chiamavano sulla via del dovere; se molti santi appelli non siano caduti inascoltati tra l'infiacchimento morale delle tempre e l'indifferentismo utilitario dell'età.
Chiediamoci s'ella abbia sempre vegliato alla severità del costume e della disciplina sotto le onorate bandiere; s'ella non abbia mai prestato troppo facile orecchio ai troppo facili adulatori, annoiata de' suoi vecchi austeri brontoloni; s'ella sia stata sempre rigorosa nel chiedere a coloro a cui accordava l'onore di parlare in di lei nome, il santo connubio voluto dal greco legislatore antico tra le private e le pubbliche virtù. Di quante diserzioni, di quante apostasie publiche — preparate dall'ozio o dai facili costumi privati — ella si sia a torto meravigliata; di quante intestine discordie sue, di quante ingiuste accuse a' suoi migliori, ella abbia reso più forti i suoi nemici; di quanta parte di pregiudizî, di prevenzioni ingiuste contro di lei, ella stessa abbia fornito involontaria e inconsapevole le cause. Quante propizie occasioni, per pigrizia per conflitti fraterni, ella si sia lasciato sfuggire; quanta parte della forza apparente de' suoi avversarj sia il frutto di improvvide colpevoli abdicazioni alla sua propria influenza ed ai diritti suoi. Cerchiamo al passato ed al presente le lezioni del futuro: e perchè la Spagna, addormentatasi alla rivoluzione di settembre nelle braccia di pochi ambiziosi, camuffati da repubblicani, oggi si risveglia nelle braccia del Carlismo: e perchè in Francia la democrazia sopraffatta da un ambiente morale pervertito, ammalata nell'organismo sociale, sconta sì caramente la pena di essersi data tanti anni in balìa di un Pericle rimodernato.
E se mai l'arte ci riconduce nelle regioni lontane della storia, non abbiam paura di chiedere alla storia come cadde la prima e più illustre delle repubbliche ch'ella ricordi: non sagrifichiamo all'arte la verità: perchè anco l'arte la chiamano repubblica e la verità è repubblicana.
***
Addio Yorick.
Milano 13-25 Luglio 1874.
FELICE CAVALLOTTI.