Salve, o del cielo primigenia figlia,
O dell'Eterno coeterno raggio,
Se tal nomarti senza biasmo io posso,
O sacra luce!
Hosanna in excelsis! Eccoci sul Monterone!
S'io fossi il re del mondo, avrei tanta fede da trasportare questo quadro incantevole nei giardini della mia reggia. Il bacino splendidissimo del Verbano, e le in esso ripetute sponde; i monti torreggianti dell'Ossola e dell'Intrasca co' loro cappucci di neve; là in prospetto la punta di Pallanza tutta fiori e verzura, e dietro le scheggiate vette della Cannobina; qui sotto colli fioriti tempestati di villeggiature, e le isole incantate; a sinistra le coste ondeggianti d'Ispra su cui spicca l'eremo di Santa Catterina nell'oscura tinta del macigno; dietro il lago d'Orta in cui il Monterone bagna le nordiche pendici; ed attorno le minori conche di Mergozzo, di Varese, di Bardello, di Monate, di Comabbio; un cielo sereno, freschissime aure — tutto in tanto mirabile contrasto armonizza a formare una scena, la quale — se vi molce l'animo la onniloquente bellezza della natura — adorerete genuflessi.
Se tu credi d'esser poeta e qui non inneggi, non tentare più oltre le muse — la tua cetra non ha corde.
Che tu sia adunque benedetta, o fonte vitale di tante aspirazioni, o vista! Per te la creazione è quasi opera nostra: per te nessuno è compiutamente infelice. Tu ne ravvivi nell'aspetto sereno de' nostri cari l'amore della famiglia e della patria: per te innanzi ai monumenti il cuore palpita di entusiasmo e di emulazione. Divina figlia del sole, come il sole dài gioia agli umani — orrendamente infelice quegli a cui tu non distrai il pensiero dall'idea fissa, eterna, del suo dolore!... No, no, Milton come Tamiri ed Omero, Tiresia e Fineo, furono cantori immortali — ma chi vorrebbe la loro gloria a patto di dover dire coll'angoscia del britanno:
... il giorno a me non riede: io non veggo
Nè i dolci raggi del mattin che spunta,
Nè quei del sol che cade; io più non veggo
Di primavera i fior, nè rosa estiva,
Non più scherzosi armenti, non più mandre,
E non più volto d'uom, divina imago,
Ma folta nube invece e buio eterno
Mi cinge intorno, e dai piacer che dolce
Fanno la vita, mi divide; invano
Del bel saper, delle grand'opre sue
Apre natura il libro; è per me tutto
Oscuro, vôto, cancellato, e chiusa
M'è a sapïenza una gran via per sempre!
Nessun senso, come la vista, ti mette in comunicazione con Dio.
Dopo d'averti dato il mondo visibile nell'immensa serie delle sue cose, l'occhio armato di lente scopre all'anima esterrefatta i misteri della creazione microscopica, dai quali nei muschi, nelle mucilagini, nelle ninfe, negli insetti effimeri nati ora per morire adesso, nei milliformi atomi ti si rivela una storia impensata, un nuovo mondo infinito, nè più nè meno di quello che scopri nelle miriadi dei globi celesti... cose ed anime che fanno presentire con delirosa vertigine l'incommensurabilità dell'invisibile, del non sensibile!
Dunque, mentre ti dà il sensibile, lo sguardo ti fa intuire l'ignoto.
Perciò nessun senso più divino della vista.
Chi visitò i luoghi più famosi per la magnificenza, o la serena bellezza, od il terrore da cui natura li ha improntati, avrà trovato senza dubbio una folla di visitatori che profonde in punti d'esclamazione quanto sente, o crede, o finge di sentire. Di questi, quelli che sentono con palpito le parole del creato, raro è non tacciano; i secondi si svaporano in iperboliche frasi di romanzo. I terzi sono però i più curiosi: senza la buona fede dei secondi, non volendo ammettere in se stessi la negazione delle facoltà più sensitive, s'abbandonano a rompicollo alle declamazioni d'un lirismo che in nessun modo può sollevarsi da fior di terra.
A cavaliere di un bel poggio fra le deliziose colline — bellissime fra quante vedere si possano — che adagiate lungo il Po, formano una catena lussureggiante di verzura in prospetto di Torino, sta un antico convento di cappuccini. Di lassù ampia, variata, stupenda la vista: il Po, Torino incastonata fra i suoi viali, un campo che è un immenso giardino, e in fondo, in giro, le Alpi, dalle marittime alle pennine in tutta la loro maestà. Un cotale con cui era salito lassù, dopo una fiumana di asmatiche declamazioni lardellate di citazioni storiche a fascio, da Annibale a Napoleone per Carlomagno, tacque ad un tratto — la vena era esaurita. Terminava l'inneggiare asserendo che chi non avesse ammirato addovere quel quadro e la stessa cornice, meritava di subire almeno almeno la sorte di Fetonte.
Dopo qualche istante, a mezze labbra e facendo lo gnorri, gli susurrai:
— Che Creso sarebbe il possessore di questo campo fertilissimo cinto dall'Alpi ed irrigato da dieci fiumi!
— Veh! la prima idea che mi venne in capo quando m'affacciai a questo spettacolo...
— E poi dicono, pensai tra me, che la prima idea non è la più giusta!
Non so se questa sarà pure la prima idea che frullerà in capo a voi infaticabili amatori della natura, sul culmine del Monterone, ove la prospettiva compensa generosamente la fatica — prospettiva che non la cede per nulla in estensione ed in varietà a quelle più rinomate dei monti della Svizzera: — io però a conforto della maggior parte di voi, vi ho serbato fino a quest'istante una sorpresa la quale non influirà poco sui giudizi che darete della grandiosa scena... Vi dirò adunque che certo Cobianchi Intrese ha eretto nel mezzo di amenissima alpe un eccellente albergo... non vi dico altro...
Buon viaggio; buon appetito non v'auguro... ve n'accorgete quando sarete giunti lassù. Ammirato il quadro, refocillato lo stomaco addovere, discenderete giurando che chi visita il Verbano e non il Monterone gli è come s'andasse a Roma senza vedere il papa — e che il Cobianchi, considerato il benefico influsso della sua ospitalità, merita almeno di essere insignito cavaliere... della tavola rotonda.
Tanti paesi, tante usanze.
Prov. ital.
Sul Lago Maggiore come sul Lemano e sul Reno nella stagione propizia al girovagare chi viaggia sui piroscafi ha il destro di conoscere a certi tratti singolari la nazione della maggior parte dei compagni.
Il S. Gottardo da pochi minuti aveva lasciato l'approdo d'Arona, quando io mi feci sulla tolda fra un ducento viaggiatori d'ogni età, pelo e colore, che parte in piedi, parte seduti, stavano guardando la città dei Borromei che spariva dalla vista. Un terzo della tolda era occupato da una catasta di cassette, bauli, valigie di cuoio e di stoffa ricamata, di gabbie di uccelli, di scattole e di fagotti d'ogni colore.
Una mezza dozzina d'Inglesi s'era installata sulla coperta, attorno ad un tavolo, al miglior posto; coprirono il tavolo e gli scanni vicini di libri-guida, di album, di cannocchiali, di buste da sigari e di abiti in gomma — e si cinsero cogli ombrelli, le sacca ed i bastoni da alpi, d'una insuperabile bastita.
Una signorina — ancora ne fremo! — doppiamente graziosa perchè bella e bionda, mi stava seduta dinnanzi; la personcina, in cui l'armonia delle forme pareggiava la gioventù freschissima, semplicemente vestita, suffusa dal tocco potente del nostro sole, s'inquadrava sì bene nell'orizzonte sereno che io finii nella mia ammirazione per crederla una fattura di Frate Angelico, il soave dipintore delle vergini e dei cherubini. E da quegli occhiacci quanta poesia, quanto candore — un poema sull'innocenza! Nel crescendo della mia meraviglia, dopo di aver passato in rassegna l'Eva di Milton, Ofelia e Zuleika e quante deità femminili aveva plasmato la fantasia de' meglio famosi poeti britannici, non m'avvidi punto che Intra — a cui mirava qual meta — mi passò dinnanzi come l'ombra di veloce rondinella, o per dirla più giusta, appunto come se il battello non l'avesse avvicinata. Non adirarti, Intra mia più buona che bella, in questo istante leggo in quegli occhi troppo vaghi pensieri perchè io possa pensare a te....!
Il piroscafo s'era allontanato dallo scalo clamoroso della città industre; il cameriere apparecchiò un desco e la divina vi sedette. Ritornò poco dopo portando un gigantesco piatto di costolette mezz'arroste e di patate fritte, un piatto per tre — anche letterati; — la bella mangiò tutto. Il cameriere ritornò più volte con thè, latte, butirro, pane arrostito, salame — tanto da sfamare tre librai; — quella donna divorò, tracannò tutto, fino all'ultimo bricciolo, all'ultimo centellino....
Perchè non aveva pensato di mettersi al travaglioso — non posso dire dilettoso — asciolvere (e pranzerà tuttavia?!) prima di giungere ad Intra?
Se tutte le donne inglesi mangiano di quella fatta, comprendo con quanta ragione Byron diceva che una donna bella non deve mangiare.
I Tedeschi — se non sono studenti — circospetti, immoti, con una serietà bovina guardano fantasiando le spiagge. Benchè non trovino nella cucina lombarda dei piroscafi la zuppa alla birra di Manhein e le salsicce di Gottinga, pranzano a bordo, ma per tratto caratteristico scendono a maggiore agio nella sala, accontentandosi quanto al paesaggio di goderne quel po' che difila dietro le ovali finestruole.
I Russi, quei Russi che, se non m'inganno, cent'anni fa Alfieri diceva barbari vestiti all'europea, oltre alle qualità negative degli Alemanni hanno nel loro contegno un certo che d'austero che s'attaglia mirabilmente alla robusta loro struttura. Ma come ogni singolarità nazionale va elidendosi al frequente contatto delle nazioni, alla crescente preponderanza delle mode di Francia e d'Inghilterra, anche quelle barbone che parvero ad Alfieri una fra le cose meno spiacevoli di quelle regioni della pelle d'oca vanno sparendo. E se la buon'anima sua rivedesse quelle capitali, non riconoscerebbe l'antico accampamento di allineate trabacche, tanto quella nazione seppe progredire nella conquista della civiltà, malgrado i secolari pregiudizi, la massima corruzione delle classi elevate e la retriva ignoranza del popolo.
Ma che è mai questo chiasso?
Quel tale, malgrado le rimostranze del pilota, vorrebbe stare in piedi sulla barriera a poppa; il suo compagno canterella una canzone di Béranger pipando, sdraiato sui sedili, senza curarsi un'ette di chi gli sta d'intorno; la signora, sfidando gli sguardi indiscreti, s'è arrampicata lesta come un gatto per la scaletta di ferro sul ponticello fra i tamburi delle ruote, non pensando alla difficoltà di scendere senza compromettere.... il crinolino! Chi non sa ora — anche senz'intendere l'epigrammatica canzone, ed il nasale cinguettìo dei compagni — che quella famiglia è francese? Amabili e spensierati figli della Francia, chi non vi perdona volentieri l'avventata vostra leggierezza, in grazia del coraggio con cui la vostra nazione guida le sorelle nella via del progresso civile? Volere o non volere, essa dà al mondo grandi lezioni — senza pedanteria, senz'annoiare i discepoli.
Le strade ferrate, i telegrafi elettrici e forse più rapidi mezzi di comunicazione cancelleranno un giorno le poche qualità salienti che ancora distinguono le varie nazionalità; sarà un bene od un male?
***
A prua stava un centinaio di popolani seduti sopra zane e cestoni di frutta, d'ova e di polli; uomini abbronzati, secchi, temprati al gelo ed al sollione, alle fatiche ed alle privazioni; donne membrute, faccie poco leggiadre, di bel petto, risolute, e tanto nullatementi quanto procaci per verun verso; qualche ragazza avvenente, tra 'l montano e 'l marino, di nera capigliatura, di cera maliziosa; ragazzi vispi, di contorni gentili che presto la rude educazione e l'aria mordente rompe a forti linee. In un crocchio regnava una donna — dove non regna la donna l'uomo imbestia — la quale rintuzzava con tanto brio le più o meno (e meno anzi che più), spiritose frecciate che i compagni le saettavano a bruciapelo sulla preminenza dell'uomo sopra il bel sesso, che da quel punto in poi io non lo chiamerò più il sesso debole. Un tale — ignoro se sinceramente o per mascherare la tendenza del cuore — non le scoccava dardi, ma pistolettate, avresti detto, del genere più mascolino, come: La donna è una scopa, un serpe avvelenato, l'origine eterna d'ogni male, ecc.; — senonchè quella furbacciona gli rispose interrompendolo con un'occhiata sì dolce, sì promettente, che la pistola fece cecca, l'uomo s'ingarbugliò, i compagni risero, ed io compresi una volta ancora essere molto più facile dire cose d'inferno della donna che sottrarsi all'impero, alla seduzione delle sue grazie.
Arrivati a Meina, la brunotta disse: addio, compari, non vado più a Intra; ho cambiato pensiero, discendo qui. Discese nella barchetta di traghetto; — già vi stava rincantucciato a poppa il sere — a cui i compagni, ridendo a smascellarsi, gridavano: Eh! Pero, anche tu hai cambiato strada.... Non hai più paura del serpe? — La bella, puntati i suoi piedini sullo scanno di contro, guardò ghignando i coristi, e voleva dire: Avete un bel gridare cose da chiodi di noi; con un capello vi tiriamo sempre a' nostri piedi.
Siccome non conosco il resto della storia, resto a bordo, augurando mille gioie a quelli che hanno cambiato pensiero — benchè il primo sia sempre il migliore!
Appoggiati alle cabine del ponte, silenziosi, indifferenti al chiasso che si faceva sul piroscafo ed allo scorrere delle vedute lungo il lago, alcuni frati mendicanti....
— Zingaro mio, accoccane loro una delle tue, delle più saporite... Non risparmiare questi fannulloni che in nome di Dio s'ingrassano a spese del povero....
— Zitto là: anzitutto i frati in quistione non erano punto grassi; poi — se pure non l'ho detto ancora o non m'hai compreso — io non pretendo incastonare a mezzo di una passeggiata per godere e darsi bel tempo, quelle rancide quistioni di frati, carabinieri, trovatelli e compagnia, che oltre all'aria pedantesca di volere ad ogni passo riformare la società, spirano una tale afa di noia da farti dormire lì su due piedi.
Zin, zin, ziroziro! Zitti tutti quanti! Largo ai concertisti di Cannobio!
Fra le due ruote del battello, presso gli spiragli della macchina motrice, un vecchiotto segava un violino: attorno a lui col becco rivolto in su, una nidiata di ragazzini da sette ai dieci anni accompagnavano il padre con violini e viole, — serii, malinconici, per non poter saltellare liberamente cogli altri putti; — ma nessuno avrebbe potuto guardar quella povera bimba accollata ad un grosso violoncello, stare tutt'occhi ed orecchi per dare il colpo di arco a seconda dei movimenti dei piedi paterni — e pestava sì forte il dabbenuomo che evocò dal loro antro vulcanico gli affumicati attizzatori dei fornelli del piroscafo — colpo d'arco che era dato tuttavia or troppo presto or troppo tardi — e le manine di lei impotenti a comprimere sulla tavoletta le corde, per cui ad ogni vibrazione il cattivo strumento si doleva con un zirlo acuto d'essere caduto in mani sì innocenti; nessuno dico avrebbe potuto guardare quella graziosa figurina ed i fratellini ed il babbo fornire quella musica faticosa, senza porgere loro una moneta ed un mesto sorriso... Zin, zin, ziroziro!
E quando il ziro ziro finì, la ragazzina diede un lungo sguardo sugli astanti quasi per leggere sui visi altrui l'approvazione, mentre il povero padre si dimenava in mezzo alle sue creature per armonizzare — Dio sa come — i loro strumenti. Ma tutti i cuori erano perfettamente d'accordo per compiangervi, perchè tutti gettarono nel cappellaccio del maestro un soldo: anzi credo che Verdi stesso di cui avevano scorticato il brindisi della Traviata, presente avrebbe dimenticato le giuste suscettibilità dell'autore. Raccolti i soldi, risonarono — una sinfonia, del papà, il caos. Zin, zin, ziro zin!
Il concertista di Cannobio è un artista?
L'artista è creatore — e qual creazione più originale della sua sinfonia? Chi potrebbe meglio rappresentare il disordine? L'effetto poi corrisponde al merito — lagrime, risa e soldi. Mi direte che il vecchietto non ha genio — ma se il genio, come disse quel valentuomo di Bouffon, è una lunga pazienza, chi può contrastarglielo?
***
Il laghista ha un carattere suo proprio, come quello che dipende in gran parte dalla posizione della sua terra. Vicino alla Lombardia, egli ha l'abbondante loquela, lo scherzo facile, l'arrendevolezza dei Lombardi; appiedi delle Alpi ama il lavoro, ed è schiettamente ruvido ed armigero come i Pedemontani; sull'acqua, ed è industre, bramoso d'arricchire come i Liguri. Quanto ai difetti, egli ama appassionatamente il suo bel paese — compresi i campanili — e lasciata in disparte la smania di considerare la città vicina, il villaggio della stessa costa inferiore al natale, esso ha ragione. La via ferrata, i piroscafi, la nuova strada al Ticinese faranno con eloquenza assai maggiore della mia comprendere che le sponde del Verbano su per giù non sono che una grande famiglia sotto un medesimo tetto.
Chi non ha inteso parlare dei contrabbandieri del Lago Maggiore? Una volta — le date sono inutili — c'erano, e tomi indiavolati da tenere in sussulto le tre finanze; quistioni economiche che si risolvevano sovente con schioppettate, legnate a josa ed altre galanterie da ambe le parti. Molti contrabbandieri — non quelli che arrischiavano al gioco la pelle — arricchirono; la leggenda susurra che molti finanzieri si rimpolparono: ora chi ne seppe ammassare li gode; i tipi drammatici scomparvero ed il Verbanese non è ora più tenero del contrabbando di quanto lo sia ogni abitante di confine.
Del resto — quà in un orecchio che nessuno ci senta — messa lontano la quistione del peccato — chi non si sente solleticare dalla tentazione del frutto proibito? Chi non è sotto qualche aspetto contrabbandiere? L'amante vorrebbe farla alla barba del Bartolo o del marito; il poeta introdurre di soppiatto un'idea birbona che minerà l'edificio della tirannia, e molti scrittori e librai arricchire l'opera e lo scrigno, malgrado la proprietà letteraria — avvenire..... Oh! s'io potessi, senza che voi ve n'avvedeste, contrabbandare qualche imaginosa fantasia da cacciare lo sbadiglio dalle vostre labbra!
***
Non v'è mai capitato no di condurre un bimbo a compra di balocchi pelle strenne di capodanno?
In mezzo a tanti cavalli, soldati e generali e cannoni di legno, eroi dal capo di cartapesta, asini col pelo, e pupazze cogli occhi vivi di cristallo, pallottole, racchette, cerchi, palloni volanti, archi e freccie come al tempo in cui Amore saettava, tamburi per rompere la testa ai vicini, trombe da chiamare in casa l'emicrania, fischietti e scuriade ed altri amenissimi trovati per assordare il mondo e rompere le scatole a chi li ha in casa, in mezzo a questo caos babelico il piccino non sa che scegliere; l'uccello dalle penne dorate par vivo; ma il cane abbaia...... la carrozzina corre in giro da sè stessa..... Così avviene a me in cerca d'un romitaggio ove riposarmi qualche giorno. Sesto-Calende, malgrado il nome romano, le memorie d'Annibale, l'antica abbadìa, i barconi che scendono il Ticino che vi sgorga dal lago, non mi rattiene. Di contro, a Castelletto su Ticino, ho perduto mezza giornata fantasticando, attorno al castellaccio, sui casi della Bice del Grossi. Angera, la città del sole — da non confondersi con quella di Campanella — mi rammenta un proverbio laghista, alla cui sola memoria mi sento bagnare la camicia. Ispra, quasi sul piano, in fondo ad un seno deserto, colla prospettiva di ampio tratto di lago e del Vergante..., ma il mausoleo alla contessa Castelbarco inspira troppo mesti pensieri.... Lesa tranquilla in placido golfo.... Belgirate ariosissimo.... Veh! Dimenticavo di notare come sia impossibile vedere la sponda destra del lago senza guardare ed ammirare l'ampia e solidissima strada al Sempione che si stende, a seconda dei seni e dei promontori, come un orlo bianchissimo tra la verzura della pendice e l'azzurro dell'onda. Non ultimo vanto di Napoleone è quest'opera degna dei grandi secoli di Roma. Al pari di Roma egli lasciò dovunque traccie di quel genio che volava sì alto sull'ali dell'aquile vittoriose da obbliare come gli uomini di quaggiù fra le altre miserie hanno un cuore. Tuttavia non v'ha, credo, Italiano che, malgrado il ricordo dell'ingratitudine sua verso la madre, la quale pure sola lo amò senza tradirlo mai e gli perdonò senz'amarezza di rimproveri, non abbia dimenticato Campoformio al racconto della passione di Sant'Elena.
Oh! quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull'eterne pagine
Cadde la stanca man!
— Anche voi discendete qui? Mi chiese un biondo Alemanno che m'aveva udito susurrare a mezze labbra la bella lamentazione del Manzoni alla morte di quel fatalissimo.
— E perchè no? Risposi a quella simpatica fisonomia. Voi scendete per...?
— Vedere quel poeta i cui allori furono invidiati dal nostro grande Goethe.
— Manzoni? qui? Allora ad un tratto mi parve che l'aure ripetessero in flebile armonia gl'inni, i cori e le scene dell'Adelchi e del Carmagnola, gli episodii dei Promessi Sposi.... A terra!
Mentre da Belgirate ricorrevamo verso la vicina Lesa, l'Alemanno si meravigliò meco che gl'Italiani ignorassero dove dimorava l'immortale cantore. Il poverino ignorava che Manzoni aveva da non pochi anni pubblicate le opere sue migliori senza che gl'Italiani le avvertissero, quando Goethe, scopertone per caso il genio, gli schiudeva colle sue lettere l'immortalità. Ignorava che pochissimi illustri Italiani debbono la loro fama all'entusiasmo od alla riconoscenza de' paesani, e moltissimi la devono agli stranieri. Beccaria crebbe tosto in rinomanza per Voltaire, Morellet, Catterina II. Il Tedesco credeva che in Italia si leggessero avidamente gli scritti della nazione come in Germania. Non sapeva che qui, all'infuori de' compilatori e degli altri racapezzatori di libri, tristo chi aspetta un pane dall'arte!
Quantunque io avessi detto più che non era forse necessario sull'ingrato tema, il dabben giovane insisteva con mille interrogazioni sulle abitudini del cantore; sicchè per troncarla, gli sfoderai ad un tratto che anche in Germania Mozart, il divino Mozart era morto miserabile. Quelli, a dir vero, erano altri tempi, meno gonfi di civiltà....... Intanto eravamo pervenuti alla prima palazzina di Lesa: ivi soggiorna sovente, nell'estiva stagione, il cantore di don Abbondio. La cera di quell'abitazione è pacata come la figura di fra Cristoforo. Venne ad aprire un vecchio senza livrea. — Il conte è in casa? — Egli ne introdusse senza fare motto. Annunciatici come desiderosi di sue novelle, e, se era possibile senza suo disturbo, di avvicinarlo, il servo che ne aveva uditi coll'indifferenza di chi sente spesso la medesima canzone, entrò lemme lemme nelle stanze interne. L'emozione era tanta che m'impedì di pensare ad ogni altra cosa, anche a dare uno sguardo alle semplici supellettili che arredavano l'abitazione. Ma ecco sentiamo nel salotto vicino una pedata: è il servo che ritorna forse a dirne....... Ne apparve fra la mite luce della stanza la veneranda dolcissima fisionomia del poeta. Ci movemmo balbettando verso di lui. Palpitavamo di religiosa riverenza. Il nostro cuore batteva con sussulto: anche noi vedremo, parleremo con lui!
Non so il come, ma cinque minuti dopo ogni nostra esitazione era dissipata: nella fuggevolissima ora scorsa al suo fianco, ne parlò del lago, delle sue passeggiate, delle cose presenti, senza entrare in quelle disquisizioni critiche, dove sogliono annegarsi i letterati. Con un semplice motto chiuse la bocca agli elogi dell'Alemanno, senza quell'affettata modestia, sotto l'usbergo della quale certi professori di lettere sogliono cicalare due ore difilate delle loro scoperte Americhe nell'arte.
Alessandro Manzoni ne accordò — quanto non speravamo — una stretta a quella destra che vergò le pagine ove armonizzano concetto e forma, ragione e fantasia, la vera essenza del genio! Dio solo sa poi quanto ne rincrebbe di non poterlo degnamente contraccambiare!
Noto qui come, imperversante l'austriaco in Lombardia, fra gli assenti la Gazzetta ufficiale di Milano richiamasse certo Manzoni Alessandro. Napoleone, conquistata l'Italia, mirava anzitutto ad amicarsi gli uomini di merito che il fulgore della sua stella non aveva abbagliato. Ma gli Austriaci sprezzavano apertamente ogni cosa italiana — eccetto l'oro.
Manzoni donò all'Italia un libro, il quale, come tutti i veri capolavori, è ad una miracolo di mente profonda, di cuore appassionato, e un'azione buona. Da lungo tempo sdolcinate affettazioni d'idilii in cui attori e natura portavano la parrucca, epilettiche convulsioni di novellaccie di cui non era italiana nè l'origine, nè l'inspirazione, nè la veste, aspirazioni evirate alla luna, all'indefinito, avevano fatto dimenticare come lungi dai salotti profumati, e dalle barocche capanne dei Titiri incipriati, vivea attorno alle città, nei campi, attiva, oscura, un'immensa famiglia intenta al lavoro. Il poeta comprese il valore del popolo, d'una gente che dà il pane ed il soldato, le antitesi crudeli della forza, della necessità col diritto. Colla dignità vereconda d'un'arte cristiana, senza le basse adulazioni di chi fa un Marcello d'ogni villano, bussa alle porte del povero, ne illumina le poche gioie, ne conforta gli stoici dolori, ne mostra le virtù tutte sue ed i vizi non del tutto suoi. Colora colle tinte della verità il quadro, dipinge con sicura potenza di tocco scene gigantesche, e ti presenta i Promessi Sposi, in cui l'arte che tutto fa non si scopre — un libro fra i pochi che gl'Italiani possono leggere due, tre e quattro volte senz'annoiarsi.
Poichè il merito dello scrittore italiano venne cresimato oltralpi, i Promessi Sposi (che altrove avrebbero fruttato strepitose ovazioni e più strepitose somme) divennero malgrado la sonnolenza apatica degl'Italiani il libro più popolare della loro letteratura narrativa.
Da Manzoni, Grossi, Azeglio, Cantù, Carcano. Grossi ed Azeglio però per vivacità di colore e scioltezza di disegno precedono tutti gli altri. Carcano è il poeta delle più soavi effusioni di cuore, il poeta della vita intima. Dopo questi buoni un temporale di mediocrità — non auree — che a passo di lumaca sulla falsariga maestra regalò all'Italia una moltitudine di buoni curati, di perseguitate, di Don Rodrighi e d'Innominati in diciottesimo, la quale ebbe per effetto di disviare sempre più dalla letteratura nazionale gl'Italiani.
***
Manzoni, Rosmini, D'Azeglio sono tre nomi che spargono una bella luce sul Lago Maggiore. Niuno dei tre nacque sulle sue sponde; ma chi passando innanzi a Lesa, a Stresa, a Cannero non ricorderà la loro dimora, le opere per cui il loro nome corre illustre?
Mi ricordo che la prima volta in cui m'apparì Arona, tosto mi corsero alla mente le lettere di quell'anima sì altamente innamorata della natura ch'era il Foscolo, nelle quali, scrivendo all'amico Bottelli, si lagna spesso che i tempi incerti e l'indole irrequieta gli tolgano di riposare ancor lui in mezzo a tanto sorriso di cielo e di terra e d'onde.
***
Chi dona al volgo, inimicizia compra.
Prov. ital.
Le chiacchere col buon Tedesco mi fecero nascere molte riflessioni sopra alcune qualità negative — almeno in questi tempi — degli italiani.
Credo — vorrei ingannarmi — che la gente italiana considerata nelle masse, fatta astrazione delle individualità, sia appetto delle nazioni più colte dell'Europa, Francia, Inghilterra e Germania, quella che si dimostra più apatica per tutto quanto sorge dalle arti.
Non illudiamoci col passato. Tanto le individualità sotto ogni aspetto non patiscono confronto, quanto le moltitudini sono incuranti, senza alcun entusiasmo o slancio per tutto che non solletica la fregola animale dei sensi.
Spogliamoci una volta di quel falso amore di patria che pretende un primato in ogni cosa.
Un dì — giova sperarlo ed augurarlo come grande ventura per la nazione — conquistata da senno l'indipendenza e la libertà, sotto le rugiade feconde della pace, rigermoglierà fra gl'Italiani raccolti finalmente ad un solo focolare la religione delle arti; allora forse le sapranno onorare con quella riconoscenza a cui hanno diritto. Esse sole mitigarono colle divine illusioni della speranza l'acerbità di grandi dolori; per esse eterne le glorie, sacre le sventure della nazione.
Mercede al genio fu quasi sempre sola la coscienza. Onoriamo la memoria dei nostri grandi: sbattuti dai tempi fortunosi e dall'ingratitudine non s'avvilirono. Siamone alteri — Se uno dimenticò che il dolore e la miseria avvivano lo splendore del vero merito, cento elessero il soffrire.
Siamone superbi — nessuna nazione può forse menarne sì giusto vanto.
Ma non dimentichiamo mai come finora fummo ingrati verso di loro.
***
Arco sempre teso si rompe.
Prov. Ital.
M'inganno, o tu non hai sentito il cuore battere così tranquillamente come oggi. Ho spinto la mia barchetta nel bel mezzo lago fra il golfo di Feriolo e quello di Laveno: i remi giacciono stillanti in fondo ad essa — quasi immobile fra la calma delle onde. Il corpo abbandonato a poppa sul tappeto, sorreggendo il capo con ambe le mani, puntati i gomiti sull'orlo della navicella, guardo l'acqua che s'increspa leggermente attorno alla carena, l'ampia pianura che riflette gli albori del tramonto — e sto pensando — a niente — o meglio al tutto.
Una brezza sottile sfiora con ali delicate l'onda e mormora un mondo di cose. L'ascolto confusa colla voce delle campane stormenti a riva — poi il tintinnare cessa: il cielo è sereno, l'aria tranquilla, tutto è pace, armoniosa tranquillità — e allora sento più distinto il sommesso ciarlìo della brezza.
— Tranquillità! Voi vi anelate nell'intimo dell'anima, mentre il vostro orgoglio fa della vita una continua battaglia! Un dì trovate la quiete che bramaste — il dì che per voi si schiude una tomba. — Nel giovin cuore avvampa la fiamma d'amore con slanci al settimo cielo — o trova ripulsa, ed erompe un grido disperato — o corresponsione, e dopo qualche tempo l'amore non è più che un'affinità simpatica di traspirazione. Dall'amore aspira alla gloria. Avversa fortuna, impotenza d'ali, impazienza la negano — o l'ottiene — morto. Deluso, la patria gli stende le braccia come la donna che sola si ama senza sazietà e senza rimorsi.... Ne ha — forse — ricchezze ed onori che galvanizzano il cuore sfibrato.... Ma dove la quiete che pure la natura v'insegnò ad amare? — Non nei trasporti dell'amore — non nella lotta contro l'invidia dei consorti Farisei — non nelle allucinazioni delle notti studiose — non nel tripudio dei baccanali. Bada, veh! a quanto ti dicono le onde sfiorate: fuggi la tempesta; — gli ombrosi declivi dei colli: quiete; — il cielo sereno: purità di desiderii....
Ma che sarebbe degli uomini se tutti li compenetrasse questo soave linguaggio della natura?
La tempesta è adunque necessaria nell'armonia del tutto?
A Belgirate, cinque minuti oltre Lesa, passeggiai due ore ammirando quelle graziose palazzine a vari colori che difilano lungo il lago, sulla punta che si protende dalle colline nell'onde. In capo della fila sta la villa Conelli; in fondo in serrafila la Fontana Pino, e fra una casa ed un'altra stanno giardini, dove gli alberi hanno più frutti che foglie, e le aiuole più fiori che erbe.
Sentite quanto trovai in antiche pergamene sull'origine di Belgirate.
Pare che il grazioso villaggio se n'andasse una calda notte d'estate in cerca d'un sito per adagiarvisi. Capitano in testa e retroguardia in coda difilava lungo la strada del Sempione. Quando si trovò sull'estremo lembo del Vergante, sentì ad un tratto il venticello del Mergozzolo ed i zeffiri dell'Inverna sibilare armoniosamente nei boschi superiori emulando l'usignuolo; l'onde tremole baciare la sponda, diffuse sui sassolini mormoranti; tale una voluttà profumata da mille fiori penetrare dalle finestre nell'animo, che gli archi, le torri, i comignoli al soffio di quella frescura fremevano, i rosai stendevano le loro braccia in atto di desio ai cantori dei boschi, e le case stanche dal viaggio sentivano proprio crescersi le radici sotto ai piedi..... Allora un prolungato ah! di soddisfazione fece echeggiare la sponda d'Ispra, la fila si fermò, le ondine ed i silfi del lago danzarono sulla spiaggia; essa si trovò così bella, così lieta, così arieggiata dall'aure tutte del lago, che spossata dal piacere si adagiò sul girare della punta, e così fu Belgirate. Ogni giorno dell'estate e dell'autunno, al tramonto, allora che il sole indora le cime dei monti di Varese, la fila delle graziose palazzine è passata in rivista da uno stato maggiore di signorine villeggianti, di cui più d'una può sconfiggere un esercito senza colpo ferire.
La leggenda dice, che un buon albergo il quale in quella tal notte ramingava colle case vagabonde, essendosi fermato per istrada ad aggiustare un conto un po' elastico con un Inglese, giunto tardi e trovato ogni posto occupato, fu costretto ad andarsene altrove con non poco dispetto degli ammiratori dei fiori, degli usignuoli, del venticello, delle palazzine e delle signore.
***
Bellissima fra le isole! Ti porto
impressa nel cuore....
U. D. Horn.
Da Stresa, elegante villaggio appiedi al Monterone, grandiosa vista di tutto il golfo di Feriolo, la baia di Napoli del lago, e del lago sino a Luino; in prospetto le Isole Borromee, la Bella e la Madre dalle terrazze fiorite; Pallanza, Suna, e dieci villaggi a mezzo i monti dell'Intrasca.
Stresa manca d'un viale per la ragione forse che ognuno ne ha nei propri giardini, i quali sono straordinariamente folti di verzura e di fiori come a Belgirate, Baveno e Pallanza.
L'Isola Bella è una ricca collezione di piante disposte sopra varie gradinate adorne di marmi; il palazzo contiene oggetti d'arte preziosi; il tutto forma la più graziosa villeggiatura in cui i patrizii Lombardi abbiano profuso tesori.
Se non garba a molti il manierismo dell'architettura e quel vedere ad ogni tratto la natura sopraffatta dalla mano dell'uomo, per tutti l'Isola Bella vista dalla parte prospiciente Pallanza, dove un folto bosco di piante variatissime rompe la monotonia delle linee, ed una serie di grotte ove mormora e gorgoglia l'onda del lago rileva affatto la massa, è spettacolo ammirevole.
Io vorrei condurvi, o bella lettrice, a questa peregrina villeggiatura, approdare con voi alla scalona, visitare le ampie sale del palazzo, raccontarvi la storiella del pittore Tempesta che le adornò di tanti quadri dipinti nella sua dimora nell'isola, ammirare con voi pitture e scolture, e rigirati i viali ombrosi del giardino, cogliere un bel fiore; e — con vostra buona venia — adornarvene la capigliatura.
Ma il profumo quasi eccessivo, la vista amenissima, il sorridere del cielo e dell'onda, la magnificenza della magione e la musica degli uccelli, potrebbero di leggieri all'ombra di un ananasso o d'un palmizio farmi credere d'essere un Nabab delle Indie, e voi, o lettrice, un amabile Urì..... e allora..... chi può prevedere tutti gli effetti di un sito incantato sulla mente e sui sensi del vostro compagno?..... Via, non temete, i miei polsi non battono frequenti, i miei sguardi sono tranquilli, il sangue mi serpeggia pacifico nelle vene, e voi non vi accorgerete punto che io sogni di essere un Bassà.
L'isola Madre colla modesta sua casa, co' suoi giardini a terrazzi senza ornamenti, più vasta della Bella, quasi in mezzo al golfo, piace ad alcuni forse più della Bella, ove la natura sta più come ornamento che non base. Gian-Giacomo Rousseau poteva farne il soggiorno della sua Eloisa. Nell'una e nell'altra roseti e palmizi, magnolie e liane, camelie e pini e mille pianticelle di diverse patrie, che questo sole con mite temperie cresce ed affratella.
***
Il pittore che vuol dipingere un paesaggio a vividi colori ritragga l'isolotto dei Pescatori. Chi vuol conoscere come l'uomo possa amare uno scoglio a costo di starvi accatastato l'uno sopra dell'altro, entri in quella stretta viuzza dell'isolotto dei Pescatori. Barche rattoppate, reti al sole, sulla ghiaia, lungo i muri; pannolini e vesti a scacchi sciorinate alle finestre; portici oscuri, viottoli angusti, barconi di legno; una marmaglia di ragazzi che chiassano, scorre, sguizza, s'arrampica sulla spiaggia, sulle scale, sulle gondole; donne dalle fisonomie robuste ed abbronzate, intente alle chiacchere ed alle bisogna della vita; una chiesuola, un campanile che si drizza nell'orizzonte disopra a quelle case che gli fan ressa d'attorno per ispecchiarsi ancor lui nell'onde; un po' di spiaggia verso il nord, pochi alberi, poca verzura.
Il lago qualche volta, la primavera o l'autunno, sdegna la solita sponda, gonfia, copre la spiaggia, lambe i piedi delle case, batte alle porte, entra nei pianterreni. Ecco l'isolotto scomparso, e tutte quelle casupole diguazzando nell'onda tranquilla hanno un aspetto nuovo, originale, come un quartiere di Cannareggio in Venezia.
Il contrasto tra lo scoglio dei Pescatori e la grandiosità dell'isola Bella è sorprendente. L'aspetto dell'isolotto colle umili casette, colle sue barche fracide a riva, co' cenci all'aria, in quel cielo serenamente allegro, collo specchio dell'acqua che l'ingrandisce, con quella scena di verzura su cui si stacca vivamente non è quello della miseria certamente. Se l'isola Bella col suo grande palazzo ti fa conoscere l'opulenza del ricco, l'isolotto è un quadro animato dell'attività instancabile del povero che lotta spensierato colla fortuna — la quale, a quanto pare, non incappò mai nelle reti di un pescatore.
O mente vaga, alfin sempre digiuna!
A che tanti pensier? Un'ora sgombra
Quel che 'n molti anni appena si raguna.
Petrarca.
Quest'oggi fui al lago di Mergozzo, limpido nappo che si stende per un miglio alle falde del monte Rosso, sulla strada che da Pallanza corre all'Ossola. Mergozzo poi è una terricciuola sulla sponda del lago, che da lei prende nome, la quale non ha nulla che possa attrarre il viaggiatore curioso di monumenti o di spettacoli grandiosi della natura: dopo le scene del Verbano si rimpicciniscono ben altre bellezze che non quelle della piccola conca.
Mentre io passeggiava, rincrescevole che il povero zingaro nulla trovasse da far suo, passando presso la canonica del paese, casa di mesta apparenza anzi che no, vidi accosciato in atto di dolorosa meditazione un uomo dai quarant'anni sulla gradinata della porta. Egli teneva la lunga e scarna cera tra le mani affilate e smorte, e lo sguardo fiso nella terra, e quando gli passai accanto mormorò in tuon di lamento:
— Eh! tanto gli è morto!
Ritornai sui miei passi per meglio osservare l'incognito; il quale vestiva come un prete dei monti, di panni grossi e non troppo lindi; il cappello dalle tese rilevate e dagli orli spelati giaceva accanto a lui, come ad uomo che per soverchio calore del capo non lo possa tollerare sulla fronte. Quando io gli fui dinnanzi, ei levò gli occhi come smarrito, tolse di terra il cappello, si drizzò e voltosi a me salutando, mentre due grosse lagrime calavano sulle gote ispide, disse:
— Sento che il poverino non è nemmeno morto qui, in paese! Lontano dalla sua parrocchia!
Egli mi teneva forse per qualche terrazzano: nondimeno quand'egli seppe che io non era del paese e che anzi ignorava appuntino di chi parlasse, aggiunse:
— Non è del paese..... tanto peggio o tanto meglio per lui. Ma, la senta, io ho un grande bisogno di sfogare con alcuno il mio dolore, e se il mio presentimento non m'inganna, non la vorrà deridere la fiducia d'un pover uomo.... Esciamo dai borgo.... la veda; io arrossisco, col mio abito, di piangere così in mezzo alla strada... E sono anch'io un uomo, alla carlona, ma un uomo, e il pensiero che quel caro Don Bussolini sia morto così male mi strozza la parola in bocca.... Ed io non sapeva niente, io che sarei calato dalle mie montagne a salvarlo, io che conosceva quell'anima così bisognosa d'un cuore in cui versare la piena di tanti dolori! Ma io non ho saputo niente!
Queste parole sgorgavano con tale accento di dolore, che io — ignaro dell'esser suo e dei fieri casi di Don Bussolini, me ne stava ad una commosso e confuso per non sapere, come avrei desiderato, porgere conforto a tanta ambascia.
— Io vo' raccontargli come uno splendido ingegno ed un bel cuore possano perdere miserabilmente un uomo, quando agli studi non abbia conforto e direzione, e gli slanci del cuore ardente, appassionato, non vengano temprati dai consigli dell'amicizia.
Don Bussolini era il più bell'ingegno che io m'abbia conosciuto in vita mia; aggiunga a ciò una perduranza nello studio piuttosto unica che rara, una memoria straordinaria e la più semplice indole del mondo.
Noi stringemmo dolcissimi nodi di fratellevole affetto nel seminario; egli sempre il primo a sciogliere un problema, a trovare il motto, a comprendere coll'acutissima intuizione i passi più difficili, più oscuri dei Greci e dei Latini; e se noi studiavamo per guadagnarci un tozzo di pane o per aprire una carriera all'ambizione, se noi studiavamo quel tanto appunto che era strettamente necessario per essere promossi la fin d'anno, Bussolini studiava invece per dissetare l'ardendissima brama d'istruirsi, di sapere quanto più poteva. Tutta la polverosa biblioteca del seminario di Novara era volume a volume passata fra le mani del giovine curioso, e ancora quando alcuno di noi magnificava quella raccolta di opere, egli sorrideva....
Alfine egli fu crismato sacerdote; pensate che festa! Non v'era tra quegli studiosi un solo che al Bussolini non profetizzasse la più luminosa carriera, poichè quanti dignitari della Chiesa erano venuti nel collegio, tutti aveva fatti stupire con quella strapotente facoltà intellettiva. La parrocchia di Mergozzo era vacante, Bussolini vi fu nominato, e con grande sua gioia, poichè la tranquillità di quella sede, la picciolezza della popolazione e la facilità del ministerio fra gente onesta ed arrendevole, gli promettevano largo campo a' suoi studii. Egli fu accolto da quella popolazione come un fratello ed in breve amato come un padre. Chi non lo avrebbe amato? A trent'anni, nell'età delle passioni, egli non aveva che una cura, un amore, una passione, lo studio. D'altronde la semplicità elegante de' suoi modi, la generosità del suo cuore sapevano cattivarsi la comune stima. Un bel dì, invitato già da lunga pezza a visitarlo nel suo novello eremo, giungo a Mergozzo; m'accoglie colle maggiori dimostrazioni d'affetto.
— Senti, Giuseppe: non ti pare che io sia più giocondo dell'usato? In verità i suoi occhi sfavillavano di tanta luce, che io stetti un istante sopra il pensiero che egli avesse ricevuta la mitra vescovile.
— Ho trovato finalmente, Giuseppe, quella luce, che io andava da tanto tempo cercando... A furia di brancolare fra le tenebre, giunsi alle sfere irraggiate del sole della verità, della poesia.... ed io da tanti anni sentiva mormorare attorno questo nome.... Dante.... questo nome, che è la lingua, la coscienza, il ciclo intellettuale dell'Italia; sentiva, dico, questo nome, che mi suonava all'orecchio come un verbo misterioso senza presentire quanto tesoro io vi avrei scoperto di civile sapienza, d'arte squisitissima? di sublime poesia! Vedi, Giuseppe, io non mi accorsi della vita del mio pensiero, se non quando Dante m'iniziò nei mondi dell'infinito.... Ma la mia ragione fu quasi per vacillare, allora che da ignaro che io era della vera bellezza, mi vidi ad un tratto trasportato sì presso al Verbo, che i miei occhi abbarbagliati da tanto fiume di raggi male reggevano allo spettacolo nuovissimo che mi si schiudeva innanzi. Dante m'insegna a parlare la favella della mia nazione; Dante mi scopre i nemici di Dio e della patria; Dante mi narra con parole di fuoco le ire umane e le giustizie divine, e mi fa piangere con ineffabile dolcezza sui casi di Francesca, della Pia e della Piccarda; Dante è ad una Omero e Colombo, Raffaello e Rossini!
E mi condusse, fra altri parlari consimili, alla sua abitazione. Io pure aveva letto il poema del cantore immortale, ma l'ignoranza della storia dei tempi di mezzo annebbiandomi buona parte di quella stupenda narrazione, faceva sì che io non ne potessi assaporare i pregi più reconditi. Il poeta mi divinizzava: il filosofo m'atterriva.
Quando noi fummo nel suo studialo, egli diè mano ad un grosso zibaldone di carte, su parte delle quali era scritto storia, ed erano commenti storici ai poema; su altre teologia, e chiarivano le astruserie di questa scienza in que' tempi; su altre arte, che parlavano dell'antiche e delle nascenti; lingua, e mostravano le origini latine e provenzali ed il successivo fondersi di buona parte dei vernacoli di tutta Italia, mirabili studi filologici che diceva base ad ogni sapere di filosofia; e su altri manoscritti altre denominazioni che non mi ricorda.
Quindi mostrommi sopra uno scaffale una ventina di edizioni della Divina Commedia commentata dai più rinomati bibliofili, e sopra lo scaffale un'erma del poeta, cinte le tempia da corona di lauro, e sotto l'erma, in lettere d'oro: Onorate l'altissimo poeta!
Così scorse quel giorno. La domane, accomiatandomi, con indefinibile slancio d'affetto, proruppe fra le mie braccia: Beppe, io sono felice!
Comprendete voi, o signore, quanto quella parola dovesse poi suonarmi amara? Felice! Se per essere felice non v'ha che un mezzo solo, dimenticare la terra, pascersi di larve, Bussolini lo era! In quell'istante, o per vago presentimento di sventura, o perchè conoscendo io l'ardenza del carattere dell'amico mio, temessi si lasciasse trasportare dall'entusiasmo oltre i limiti dello studio ragionato, risposi:
— Bussolini, guardati dalle passioni: se tu eccedi nella misura, il disinganno ti sarà atroce, forse mortale!
— Disingannarmi? E come se la mia passione è tutta pel vero, pel bello, per Dio! Ma a che più rimembro questa storia, o signore, a voi cui forse nulla cale dell'amico mio, di me e di queste melanconie? Non v'è uggiosa questa rimembranza? No? Ebbene, quando farete ritorno a' vostri, raccontate ai giovani studiosi di gloria il doloroso racconto.
Parecchi anni lavorò Don Bussolini attorno ad un nuovo commento della Divina Commedia, di cui conosceva omai a menadito ogni fase, ogni allusione, e quando io ritornai a Mergozzo credetti debito d'amico l'eccitarlo a scendere nella lizza della repubblica letteraria, pubblicando l'opera sua. Io fidava che l'ansietà febbrile del successo, gli sdegni per la critica superficiale, la dolcezza della lode, gli eccitamenti a migliori forme, avrebbero di leggieri tratto a più vasta sfera l'ingegno inteso in troppo ristretta cerchia d'azione. La battaglia sarebbe stata la vita per Don Bussolini. S'egli si fosse animosamente gettato da giovinotto fra la turba che di letterarie ciancie assorda il mondo, in quel caos di sistemi e di idee e di parole senza idee, in quel tramestìo di genii e di volgo, le potenze sue intellettive sarebbero sfuggite a quel soverchio concentramento, che invece d'affinare il pensiero colla meditazione, lo svia spesso nell'esagerazione. Avrebbe incontrato l'indifferente sogghigno dell'ignoranza plebea che crolla le spalle alla favella che solleva il pensiero dalla materia a più confortevoli aure; avrebbe forse incontrato l'invidia; sarebbe caduto, e allora, morto il poeta, rinasceva all'altare il sacerdote. O avrebbe vinto o sarebbe stato una gloria di più all'Italia. Invece!!
A' miei eccitamenti rispose che da qualche tempo sentiva crescere nell'anima il bisogno d'espandersi.
Scrisse a diversi librai: risposero i tempi volgere sì nefasti alle lettere, il mondo curarsi sì poco dei libri, che se Dante istesso fosse rinato con un nuovo poema, assai difficilmente avrebbe trovato un editore... Per quanto dura, era verità. Il giornale ammazzò il libro. A chi legge libri poi gli oltremontani ammaniscono un quotidiano pasto di oscenità al massimo buon prezzo. Seppi che Don Bussolini, ignaro di ogni cosa di questo mondo e anzitutto delle miserie di chi vuole lottare contro all'indifferenza e l'avarizia speculativa di certi editori, restò talmente sopraffatto da questa inaspettata rivelazione di cose che non aveva trovato nei libri, che stette molti giorni come uomo trasognato.
So questi suoi affanni, e vengo a consolarlo. La veda, per ingegno io in paragone del mio amico era la formica presso l'elefante; ma io dalla prima gioventù aveva imparato assai sul gran libro della società umana io sono sempre stato uomo, e lui invece quando di poeta... Ma, Gesummaria, di questo anche troppo le dirò!
Trovai Don Bussolini chiuso in casa, mentre per l'innanzi egli soleva studiare passeggiando, perocchè lo spettacolo della natura, egli diceva, invece di distralo, armonizzava felicemente in lui collo studio. Allo stropiccìo dei miei piedi si volse, s'alzò in furia dal tavolo a cui stava tutto intento sopra un librone, e gettatemi le braccia al collo, avvinghiandosi affettuosamente alla mia persona, sclamò:
— Benedetto il mio Beppe! Tanto ti aspettava!
— Delusioni, non è vero, o Bussolini?
— No, non delusioni, ma una scoperta, che per me si è una vera America della mente. Siedi e ascoltami attentamente. Io non so se gli editori abbiano o no ragione: so però che io non ho acquistato un nome, per cui mi si debba aprire un varco nella ressa che assiepa il tempio della gloria! Ma ora il mio buon genio mi additò un mezzo portentoso, irrepugnabile, per cui il mio nome volerà ben oltre i confini della povera Mergozzo!
E mi spiegò come il poema dantesco contenesse in se stesso quasi un altro poema, quando si trovasse il modo di scoprire il senso recondito in ogni terzina capovolta, rifusa, senza però nulla togliere, od aggiungere delle parole, conservando così e numero e dizione: aggiungeva poi che ogni terzina era strettamente legata alla susseguente pel senso, cosa che ad evidenza dimostrava, che l'Alighieri aveva impresso ne' suoi canti questa doppia espressione, manifesta fattura del vate divino, e non frutto di un casuale gioco di parole. La Divina Commedia, contemplata da questa faccia, non era, al dire del Bussolini, creazione meno gigantesca per concezione e profondità di pensieri.....
Poco tempo dopo ricevo novelle dell'amico mio; sì grande per lui la necessità di trovare un essere che comprendesse il suo trovato, i suoi studi, che egli partiva per Milano. Ivi bussò alla porta di quanti avevano fama in capitolo.... mi scriveva:
— Beppe, è venuta l'ora da te profetizzata! A Milano non trovai che un'anima sola, la quale si sia commossa al mio racconto. Quest'anima benedicila con me; mi ha ascoltato senza ridere della mia favella selvaggia; — sì, ho capito di non conoscere il gergo dei sapienti! — Quest'anima mi ha dette poche e confortevoli parole. È Manzoni.
Torino, Parigi, o signore, risero come Milano di Don Bussolini. I sapienti non hanno che il loro orgoglio invece d'un cuore; adunque?
A Londra, Rossetti, blandendo l'infelice strapazzato, lo fece di leggieri travedere Dante sotto la sua gotica lente.... Ahi! come il rividi! Dove l'occhio sfavillante e scrutatore? Dove la serena fronte? Dove l'amabile sorriso? La mente tentennava. Disperato delle voluttà dei mondi intellettuali, da cui lo aveva precipitato con sì amaro disinganno l'altrui glaciale indifferenza, l'infelice con reazione che gli costò senza dubbio orrende torture, si gettò nelle braccia della voluttà della materia.....
Alcune volte, imbandito il desco per sè e due incogniti, rinchiuso nel salotto, favellava con Dante e Beatrice, amaramente dolendosi di essere stato ingannato dagli uomini.....
Che più?
Rilegato per un anno nel convento d'Arona, quella mente, che forse avrebbe splendidamente sfolgorato in altra condizione, derisa, in odio a se stessa, vacilla, non è più!.....
Don Bussolini moriva poco dopo in Isvizzera, miserabile, senza conforto nè di patria nè di amici.
Signore, l'ingegno è adunque alcuna volta una maledizione?!
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