Il mondo è di chi se lo piglia.

Prov. Ital.

La tenebrìa notturna avvolgeva siffattamente Cannobio in una sera dell'inverno del 1627, che, eccettuati i gatti e i debitori morosi, nessuno vedeva oltre la punta del proprio naso. Una tramontana che s'era impregnata d'un nembo di atomi nevosi sulle diacciaie delle Alpi, arrotava con tanta furia il suo staffile sibilante nei chiassuoli, sulle poche insegne delle botteghe, e sulle impannate sconnesse delle finestre, che chiunque avesse fatto capolino dalla porta socchiusa, al sentire l'acuta trafittura sulla cera e sulla persona, avrebbe senz'altro rinchiuso in fretta, e sclamato sotto la cappa del focolare:

— Brrr! la non è sera d'andare attorno.

Eppure in quella tenebrìa, con quella tramontana, con quel gelo, due creature, che non erano gatti, e si tenevano amendue in credito l'una verso l'altra, stavano intese a stretto ed animatissimo colloquio sotto il portico di una casa verso il lago.

Chi erano quei due? Due ladri? Due pazzi?

Erano due amanti: basta la parola.

Volete provare l'amore, l'amicizia, le passioni umane? Mettetele alla prova delle privazioni corporali. Quanti che ti si dicono amici per la pelle, quando minaccia aquilone o la temperatura è discesa alquanti gradi, ti passeranno dallato fuggendo senza fare cenno per tema di essere colti dalla bufera, o di levare la mano di tasca per stringere la tua, o per scoprire il capo! Vuoi conoscere, bella lettrice, se il tuo vagheggino t'ama? Fallo aspettare le ore e le ore sotto un portico, un albero, o meglio in piazza, al vento ed al sollione. Dopo due, tre ore, secondo il tuo buon cuore, arriva od apri la finestra... Eccolo là! Non si lagna? Chiede anzi perdono a te stessa? Via concedigli un sorriso: l'uomo è in gran parte tuo. — Che più? Chi accetterebbe la gloria a patto d'un serio mal di denti?

Ma Giovanni Branca avrebbe resistito ai freddi della Groenlandia anche per udire solo la voce della vezzosa Bettina. La quale alla sua volta e per essere caldissima di gioventù e discretamente innamorata, non rifuggiva qualche volta dall'uscire sotto il portico a fare quattro ciancie col Giovanni.

La sarebbe poi la magna indiscrezione la nostra, se cogliessimo al volo le parole sommesse degli amanti, facendo capolino dai massicci pilastri degli archi di quella casa? Con questa frescura la curiosità non si soddisfa a troppo buon mercato; ma chi sa? Due parole possono rivelare qualche gran mistero: una tresca od un idilio; seduzione, gelosia, rapimento e chi sa quant'altre saporitissime cose. Zitti adunque: è l'amante femminino che parla.

— Giovanni! disse con timido accento la fanciulla tuttora incerta; tu non m'ingannerai?

— Come lo posso io? perchè ingannarti? Vieni, e tu vedrai se i miei sogni, come tu li chiami, non hanno ombra di verità.

— Ma se lo zio s'accorgesse della mia assenza? Sai quanto è burbero con me!?

— Ho avvertito l'Angiolina. La fantesca dirà che tu sei andata a casa di tua cugina..... Ma, te ne prego, non perdiamo un istante... Tu esiti ancora?

— Elisabetta! se alcuno ti vedesse, povero il tuo onore!

Giovanni, malgrado la notte oscurissima, vide il volto della bella impallidire, e sentì la mano palpitante di lei sciogliersi dalle sue.

— Bettina, io credeva che tu m'amassi! La voce di Giovanni era sì scorata, rivelava sì intenso dolore, che la fanciulla sentì venir meno il proposito di non accondiscendere al desiderio del giovane, e dato uno sguardo alla via buia sclamò:

— Ebbene, sia; ma io non t'accordo che dieci minuti. Rientrò guardinga nell'abitazione, e dopo pochi istanti in cui al povero Giovanni pareva gli si dovesse dal gran battere scoppiare il cuore, ne uscì avvolta in un mantello, mentre la vecchia fantesca rischiarava il passo con una lucerna, facendole schermo dal ventare colla mano. Il giovane all'apparire subitaneo di una lunga striscia di luce, che dalla porta socchiusa dritta saettò nella strada, e sentendo la Bettina, che gridava più forte che non era necessario:

— No, Marta, non ho bisogno di lume; siamo a due passi; sta in casa... avrebbe voluto gettarsi in un androne per non essere scoperto, se pure ei fosse stato in tempo: la vecchia lo avrebbe quindi scoperto senza fallo, se, appena essa fu sotto il portico, amore — gran contrabbandiere è amore! — non avesse con un buffo spento la lucerna... La sferza della tramontana, che con mille diverse orribili voci fischia attraverso alle piante brulle ed ai comignoli, assai più delle parole della padroncina, persuase eloquentemente la vecchia, che il meglio era ritornare ad accocolarsi al focolare. La fante sospirando: granchè questa gioventù! rientrò, richiuse, mentre la giovinetta si slanciava nelle dense ombre della via, ove, a pochi passi, il tutto suo Giovanni la raggiungeva.

Entrambi, senza dir motto, sulla punta dei piedi, brancolando fra le mura ineguali e sporgenti, evitando le fossatelle e più gelosamente i passanti, dal portico sulla sponda del lago, giunsero all'ultima casa di Cannobio verso la valle. Giovanni, schiusa la porta, con mano trepidante introdusse l'amica nella stanza a pian terreno, poi serrate prudentemente le imposte delle finestre, per una scaletta angusta la trasse in un'ampia cameraccia al primo piano di quell'antica abitazione, dove in pochi minuti le vampe di un bel fuoco illuminarono le pareti stinte, quasi nude, ed intiepidirono l'ambiente.

Ma l'una per la corsa affannosa e per quella certa trepidazione che non iscompagna mai la fanciulla che si trova per la prima volta sola in balìa dell'amante, l'altro pei mille sentimenti, che gli tumultuavano nell'animo, non che le punture del freddo, sentivano il sangue più bollente rifluire dal cuore al capo con insolita ardenza.

Il giovane, messo innanzi alla Bettina un piatto di ciambelle, a cui ella fece il più bel viso del mondo, tolse da un cofano antico una grossa pentola, la quale invece di coperchio aveva sovrapposta una sì curiosa scattola pure di rame con certi congegni non mai visti, che la ragazza guardava l'ordigno con occhio stupito, e cessava un momento di masticare. Dai congegni della piccola caldaja una funicella correva all'asse di un arcolaio.

Bettina, quando Giovanni pose dinnanzi a lei l'arcolaio, scoppiò in una solenne risata..... Il giovane, gettato con ira il cappello in un canto, proruppe:

— Da te io non m'aspettava questa maniera di conforto..... Ma tu hai ragione, tu ignori che questa ruota rappresenta a' miei occhi un mondo d'innovazioni.

Le fiamme avvampano crepitando sotto la caldaia, e già il vapore si sprigiona con veemenza, quando ad un tratto il giovane ottura il foro, da cui si sviluppa fumante... La giovinetta meravigliata si ritrae un passo dal focolare e vede la ruota dell'arcolaio girare rapidissima sopra il suo asse

— Dunque non saremo più costretti a filare, n'è vero, Giannino?

— Qua, francamente: che pensi della mia scoperta? Tu sola la conosci.

La Bettina per dire la verità pensò in quel momento, che se l'invenzione di Giovanni la liberava dalla noia del filare, suo zio, il più intollerante ed intollerabile zio del mondo, non le avrebbe permesso tuttavia di starsene ad udire le novelle colle mani in mano — ed avrebbe voluto dirgli:

— Caro Giovanni, a dirtela tonda, se tu non trovi che questi ordigni, il nostro matrimonio non si farà mai più.... Ed io dovrò essere la moglie d'un mercante d'arcolai? — E l'avrebbe forse detto, se la fronte di Giovanni non fosse stata sì pallida, se gli occhi non avessero interrogato con tanto desiderio... uno sguardo al soffrente fece svanire il pensiero che le balenava in mente. E poi il giovane, se non era un Apollo, poteva tuttavia dirsi una bella e maschia figura d'uomo, e s'egli invece di ritrarsi soletto a pensare le ore e le ore, si fosse mostrato meno restìo ad intervenire ai chiassosi convegni dei coetanei, per l'ingegno non comune e la piacente arrendevolezza dell'indole, egli sarebbe stato in breve tempo l'amico di tutti. Ma il Branca era sì timido! Bettina, se non di ferventissimo amore, lo amava come le donne amano quelle nature tenere, affettuose e pazienti, che s'accontentano di poco o nulla e non sanno mai chiedere.

— Cosa penso io, o Giovanni? Penso che ti amo!

Il Branca fu ad un pelo di cogliere un bacio su quelle labbra tanto eloquenti; ma egli s'era promesso di spiegare alla Bettina quante speranze avess'egli fondate sopra la sua invenzione. Ella si sedette presso al focolare, e Giovanni così prese a dire:

— Che sia sempre benedetto il momento, in cui io ti conobbi... Sì, perchè questa mia invenzione, da cui attendo onore e compenso, non sarebbe, se il pensiero costante di trovar modo di possederti non avesse tutte occupate le facoltà della mia mente. Io non ti spiegherò come il vapore che emana dall'acqua bollente, compresso, abbia una forza movente, nè con quali congegni io sia riuscito a servirmene.

Fatta questa premessa, di cui la Bettina gli seppe grado perchè le risparmiava una noiosa litania di nomi e di cose, delle quali non avrebbe capito un acca, il Branca cercò di farle comprendere come la sua invenzione applicata ad un mulino, risparmiasse tempo e fatica.

— Questo tuttavia parmi non sia ancora tutto il frutto che io posso sperare dal trovato..... Mille progetti, mille idee tuttora incerte vagano nella mia mente. Mi recherò intanto a Milano: io presenterò al vicerè la mia macchinetta: i dottori verranno consultati, e se Dio vuole, otterrò un privilegio. Allora la mia sorte non sarà più dubbia; avrò un nome, ricchezze, e tuo zio si lascierà facilmente persuadere, che io ti piaccio più che Menico, il mercante di vino, a cui non sarà dato di possedere te così bella di gioventù e di grazie, come non giungerebbe mai a comprendere egli sì trivialmente positivo, la tua anima sì delicatamente sensitiva. Allora, proseguì il giovane avvicinandosi alla fanciulla, a cui buona parte delle parole del giovine suonavano come una musica dilettosa, di cui sentiva con piacere l'armonia senza comprendere il concetto — e prendendone nelle sue ambe le mani, allora io non chiederò più nulla a Dio per la mia felicità, poichè Bettina, quella Bettina che io amo...

— Più della tua pentola, n'è vero? interruppe la ragazza.

— E di me stesso, sarà mia, tutta mia.

— Sì, Giovanni, per sempre! Ma lascia che io ritorni....... Senti l'orologio della torre? È un'ora che io son qui.....

— Un istante! Ma no — tu hai ragione, ed io non mancherò alla mia promessa. Verrà presto il giorno in cui potremo amarci e dirlo e provarlo, senza tema di offendere Dio e l'onore. Mio malgrado..... Addio.

Giovanni prese la lucerna, accompagnò l'amica per le scale alla porta di strada, depose il lume sull'ultimo gradino, e fatto più ardito dalle soavi parole di lei, con ineffabile affetto le disse sommessamente:

— Bettina, ti ricorda che un giorno io ti chiesi un bacio, e tu mi rispondesti che io non l'aveva pure meritato.......... corsero quasi due anni, ed io, se è possibile, imparai ad amarti con maggior desiderio e rispetto..... E sì che fra le purissime gioie d'un affetto corrisposto, io soffro sovente crudeli torture.....

— A cagione mia?

— No... Sono io stesso che mi tormento. Quando io confuso nella folla dei balli, ti vedo, circondata da danzatori, sceglierne uno che potrà stringerti al suo petto, respirare il tuo alito, sentire la fragranza de' tuoi capelli, io sento una mano premermi il petto da soffocarmi, una voce che mi dice: quegli è felice! Lo invidio! E questa voce — sentimi e perdonami, o Bettina — quando questa voce mi dice, che il danzatore, giovinastro scapestrato, osa nella vertigine della danza confondere le sue labbra fra le ciocche...

— Giovanni!

— Sì, Bettina, io allora mi sento soffocare dalla gelosia, sento bisogno d'aria libera... e corro all'impazzata pei campi.

— Povero Giovanni! Ma tu sai pure che io non posso danzare sempre con te... Del resto hai tu forse motivo di essere geloso? A me piacciono, lo confesso, lo scherzo, la danza, la musica, le feste, come a tutte le ragazze; ma anche allora io non ti dimentico, e quando sei là timido, quasi rincrescevole di trovarti fra la brigata festosa, il mio pensiero corre a te che solo stimo come il migliore, e che amo come quel solo che mi farà felice. Sei contento adesso?

E la bella fanciulla gettò le braccia al collo del timido giovane che, tremante, ebbro d'amore, le colse sulle timide labbra un bacio, il primo, il più voluttuoso.

Perchè come in tutte le cose vi sono nella medesima specie gradazioni infinite, vi hanno baci che non sono se non l'effetto di due labbra scoppiettanti sopra una gota, e baci che vi ricercano tutte le fibre dell'anima e del corpo: così avvenne al Branca, il quale sentendosi cingere il corpo dalle braccia della carissima amica, avrebbe desiderato morire allora allora e forse, se avesse conosciuto l'avvenire, non avrebbe avuto tutti i torti.

Giovanni stava per dire addio all'amica, quando — gli si drizzarono i capelli in fronte, e Bettina, atterrita, si sciolse da lui — una voce schernevole dalla strada, attraverso alla porta, disse queste parole:

— È questa la fine o il principio della fine? Giovanni Branca, hai dimenticato l'audaces fortuna juvat? Per voi, gentile fanciulla, io tradurrò il latino così: Una ragazza quando va in casa dell'amante, si marita senza prete.....

Il giovane, passato il primo sgomento, volle slanciarsi, aperto l'uscio, sullo sconosciuto e farsi ragione dell'insulto, ma l'Elisabetta, smarrita, si frappose piangendo.

Il lume, urtato, s'era spento cadendo dalla scala.

— Non t'affannare, Giovanni, per le mie parole indiscrete. La tua fortuna è nelle tue mani colla tua felicità....... Osa! osa! chè il mondo è degli insolenti.

La voce s'allontanò, Giovanni aperta rapidamente la porta, si gettò nella strada brandendo un ferro... Nessuno! Corse velocemente malgrado la notte verso il lago, verso la valle... Nessuno! Ritornato all'abitazione, il povero giovane trovò Bettina distesa sul pavimento priva di sensi. Esterrefatto rinchiude la porta, riaccende il lume e prodiga all'amica ogni cura.

— Mio Dio! punitemi in altro modo, ma risparmiate la mia Elisabetta! La quale col pallore sulle gote, gli occhi socchiusi, le treccie cadenti sul petto, mostrava all'amante una nuova bellezza, forse più affascinante di quella che ne irradiava il volto nelle ore delle gioie: e quando al fine, riavendosi, balbettò:

— Sei tu, mio Giovanni? e si strinse più fortemente a lui, come fa il timido bimbo alla mamma, le parole dell'incognito balenarono sinistramente nella sua mente, ed un istante fu per cedere alla tentazione; un istante solo, che soccorrendogli il pensiero delle promesse fatte alla fanciulla ed a se stesso, disse:

— No... no... sarei un infame... sarò sventurato, ma senza rimorsi! Bettina, rincorati; l'ora è tarda, partiamo.

— Ma quella voce!

— Non pensarvi. A me solo spetta far rispettare il tuo onore.

Dieci minuti dopo Elisabetta picchiava sommessamente alla porta della cugina la quale la riconduceva all'abitazione.

Quella notte nè Giovanni nè la sua amante potevano dormire; l'uno rammaricandosi d'aver compromesso l'onore della sua amata, mentre con tanta vittoria aveva saputo rispettarlo, e l'altra pensando:

— Come mai il Domenico, il vecchio mercante di vino, — perchè quella voce era senza dubbio la sua — potè sapere che io stava in casa di Giovanni?

E l'uno e l'altra finirono per conchiudere che nessun pro s'era ritratto dal colloquio, perchè il Giovanni capì che la sua scoperta non aveva punto meravigliato la fanciulla ignara ed incurante di quanto non era ciarle d'amore, vesti e balli; ed ella si pentì di avere accordato all'amante un favore sì pericoloso... per vedere a girare un arcolaio! Ma come suole accadere, l'amore fecondo in consolazioni come in tormenti sovvenne a temperare la conclusione dei due amanti, soggiungendo all'uno:

— Non sa apprezzare la mia scoperta, ma ella mi ama... posso ragionevolmente bramare maggiore felicità? Mi ama e me lo disse!

E all'altra:

— Egli non inventò che una pentola per far girare gli arcolai ed i molini... pazienza... Ma chi mi ama più di lui? Domenico dirà nulla e Giovanni mi sposerà. Domenico è danaroso; ma il suo sguardo non desta un palpito, la sua voce non scende all'anima... Peccato, che Giovanni sia così timido!

E pensando curiosissime cose della dilicata timidezza dell'amante, finì per addormentarsi, e buona notte.


Siamo oramai alla fine del febbraio ed un vivo raggio del sole penetra nelle stanze quasi a dire: orsù, levati dal focolare, esci all'aperto, che io richiamando a vita la natura, scioglierò le tue membra intirizzite. E voi lasciate la casa, che vi ha riparato per cinque mesi dalle trafitture della tramontana, scendete a riva, contemplate il lago snebbiato, limpido, le costiere spazzate dalla neve che non imbianca più se non le più alte falde dei monti, sulle plaghe più meridiane spuntare i primi fili d'erba, nelle vie squagliarsi la neve accumulata dal primo dì in cui coprì la terra, fondersi i diacciuoli delle grondaie, i passeri inneggiare festosi all'opera redentrice del sole. Senz'accorgervene, lasciaste a casa il pesante mantello, e levate di tasca le mani e battete palma a palma; sentite la molle aura del sirocco involgere tepidamente le membra, e ve ne state passeggiando a riva come in attesa di una grata novella. Ecco intanto che nelle case le finestre chiuse da tanto tempo e con tanta cura s'aprono, onde il sole e l'aria entrino liberamente, e una bella fanciulla si mostra sul balcone vivamente irradiata dal tocco della nuova luce per salutare l'annuncio della primavera. Le care sue pianticelle, i garofani, i geranii non staranno più nella uggiosa ombra delle stanze; essa pure la domenica potrà d'ora innanzi dopo la messa passeggiare colle amiche sulla spiaggia o verso la Cannobina, e quando Giovanni passa nella via — e Dio sa se passi soventi — uscire sul balcone e dargli uno sguardo, un saluto, lasciargli cadere un fiore... Venga dunque la primavera, la più bella stagione dell'anno, la stagione in cui i cuori si aprono alla festa della natura, come i calici dei fiori alla rugiada!

Giovanni era proprio sulla spiaggia, collo sguardo alla casa di Elisabetta. Dopo quella certa sera egli aveva deciso di non lasciare intentato alcun mezzo — onesto — per ottenere la mano della giovinetta, ed aveva studiato parola per parola quanto avrebbe detto a Milano dinanzi ai fisici, al vicerè stesso — una curiosa apologia della propria scoperta, in cui pareva che la modestia dell'autore si sforzasse ad ogni conto di sminuire il valore del trovato. Elisabetta conoscendo quanta fosse la timidità del buon giovane e volendo tuttavia consolarlo, lo salutò con un cenno, e spiccando un bel garofano variegato, lo lasciò cadere sul lastrico della via. Giovanni accosta la destra alle labbra per ringraziarla, e s'appressa, lentamente — il correre avrebbe dato sospetti ai passeggieri — alla casa per raccogliere il fiore — già raccolto dal mercante di vino che da un chiassuolo era sbucato sulla piazza del lago in quell'istante.

Il povero Giovanni trattenne a mala pena un grido — quel fiore era per me; — Menico che di leggieri aveva compreso, vista la Bettina sul balcone, la causa dell'improvviso pallore del giovane rimasto lì come di stucco, si mosse verso di lui e gli disse ridendo, ma senz'ombra di derisione:

— Oh Giovanni!.... Ma guardate di grazia se mai più bel garofano cadde in istrada... fra due contendenti... (e guardando all'insù Bettina che rideva) il terzo gode!

Giovanni balbettò:

— Menico... il fiore è bello,... ma...

— Ma? Chi disprezza vuol comprare... volete comprarlo?

Giovanni diede uno sguardo a Bettina che voleva dire: Ah! io non lo venderei certamente! e rispose:

— Come fiore trovato nella strada, esso non val nulla; ma se la signora Bettina lo ho gettato a voi, un mondo non basterebbe a pagarvelo....

— Qui sta il nodo.... Signora Bettina, il garofano cadde in istrada non dalla pianticella sicuramente.... Il gambo venne tagliato dalle vostre forbici, è chiaro... È chiarissimo, che non essendo avvizzito, voi non ne avete voluto mondare la pianticella... dunque l'avete gettato per essere raccolto... (davvero che la è da ridere) da me o dal Giovanni?

La Bettina guardò in istrada Domenico e Giovanni che attendevano lo scioglimento della questione; e... che batticuore!... stette un istante sopra pensieri, quindi rispose:

— A voi... Domenico — e rientrò in casa, chiudendo le invetriate.

Domenico diede nel più fragoroso scoppio di risa; Giovanni impallidì, e sentendosi venir meno la vita, s'appoggiò ad un pilastro della casa della traditrice.

***

Giovanni passava ogni ora meridiana sulla spiaggia passeggiando innanzi all'abitazione, ma la gioviale figura della Bettina non compariva più dietro le invetriate del balcone. Sulla sera andava al tempio: la Bettina, sempre colla vecchia fantesca, correva senza degnare d'uno sguardo chi la seguiva. E Giovanni vedeva spesso il mercante di vino entrare ed uscire dalla casa dell'amata con quel suo eterno sorriso sulle labbra!

Un bel dì, sulla via di Trefiume, eccoti dinanzi la Bettina: non so se Giovanni si fosse destreggiato per sapere che quel dì l'andava dalla sua nutrice.

La prima cosa che avrebbe voluto fare il buon giovane sarebbe stato gettarsele ai piedi invocando perdono — di che cosa veramente non sapeva — perchè non so se il naturale ingegno o le meditazioni avessero insegnato ad avere sempre torto colle donne. La seconda sarebbe stato il domandarle se le cure della salute non le permettevano più di stare sul balcone, di passeggiare colla cugina, di guardare dalle invetriate il lago, la sponda e chi passava dieci volte al giorno dinnanzi alla sua casa... La terza — dico terza, perchè le nostre azioni, come insegnavami un sapientissimo professore d'abbicì, non hanno giammai meno di tre motivi — la terza sarebbe stata... ma se io non me la ricordo, a Giovanni non sarebbe mancato modo di trovarne cento... cosa che tuttavia non gli impedì di balbettare maledettamente innanzi all'amata pel motivo — vi faccio grazia degli altri due — che quando l'avvenente fanciulla gli fu vicina, il pensiero che quella cara creatura dovesse appartenere al prosaicissimo mercante di vino gli serrava siffattamente la gola da non lasciargli proferire verbo. Gran demonio è l'amore!

La Bettina non fu meno amabile del solito, sicchè Giovanni rinvenuto dalla commozione fu tanto coraggioso di chiederle il perchè avesse dato a Domenico il garofano che aveva spiccato per lui... La giovinetta arrossì; quindi con quel tatto sì fino proprio delle donne, invece di rispondere, domandò a Giovanni:

— E voi l'avete avuto a male?

— Io ho creduto che voi mi tradiste! Domenico sogghignò così satanicamente (e questa era una grossa bugìa!) Da quel giorno, Bettina perdonatemi, io cominciai a dubitare del vostro affetto... Quanto ho sofferto!

— Io sono sempre la stessa! Gli disse la giovinetta stendendogli la destra.

— Ma perchè destare delle speranze in Domenico, al quale mi diceste di aver negata la vostra mano?

— Che ve ne importa, quando siete sicuro della mia fede? Via, lasciatemi, Giovanni... potrebbe passare alcuno, e allora...

— Che male potete temere? Vi amo, e vi sposerò appena ritornato da Milano.

— A proposito, quando aspettate a partire?

— Domani.

— Dunque addio; a rivederci — presto...

— Bettina, la vostra mano...

Bettina si guardò tutt'attorno, e veggendo la strada deserta diede la mano al povero innamorato, che coprendola di baci, tutto commosso, sclamò:

— Oh, no, Bettina, tu non dimenticherai il tuo Giovanni, n'è vero?

— Perchè dovrò dimenticarti?... E colto un fiore sulle zolle che orlavano quella stradicciuola, glielo porse, e fuggì ratto verso Cannobio.

Giovanni stette buona pezza a riguardare come estatico la fanciulla che s'allontanava, ed ogni qualvolta essa si rivolgeva indietro sorridendo, parevagli di sentire agli orecchi quella voce:

— Va, Giovanni, va a Milano ed osa!

***

..... E il Grande di Spagna s'alzò dal seggiolone, discese in mezzo a quell'eletta adunanza d'ingegni, e porgendo la mano al Branca, così gli favellava:

— Questo giorno è senza dubbio fra i più felici della mia vita. Riconoscere il genio nell'infinita turba delle mediocrità e del volgo è per certo nobilissima cosa; ma il porgergli una mano soccorrevole, il poterlo premiare è ventura a pochi concessa. Giovanni Branca il vostro trovato è stato giudicato da questa sapientissima università, portentoso: ve ne sia lode quanto per noi si possa maggiore. Perciò in nome del nostro sovrano signore vi conferiamo il privilegio addimandato. Se nei dominii di S. M. Cattolica non tramonta il sole, il vostro nome non tramonterà nei secoli dell'umanità.

Tanta gioia era troppa: Giovanni quasi fuori di sè venne portato al suo albergo: per le vie una gran moltitudine con mille voci gli acclamava. Una aggraziata giovinetta fattasi ad un verone gli rammentò Elisabetta; essa gli gettò un bel mazzo di garofani odoratissimi. Ma Giovanni Branca non ravvisò più l'umile osteria che l'aveva albergato fino a quel dì, nel palazzo in cui era stato trasportato — un palazzo tutto oro, tappeti storiati, marmi e dipinti vaghissimi. Egli salì ad una loggia, da cui si mirava gran parte della città e del piano lombardo, e di lassù gli parve di scorgere un moto continuo ed instancabile nelle officine, in cui le arti fabbrili si giovavano del suo trovato.... E questa mostruosa rivoluzione nelle arti l'aveva fatta lui con tanta gloria; di questo insigne beneficio all'umana famiglia era lui l'autore con tanto plauso di coscienza..... Ma a quante cose non potrà applicarsi la scoperta? A che non la faranno utile, necessaria il bisogno e lo studio? Nessuno potè sapere quali strane visioni apparissero nella loggia al Branca, il quale, tratto quasi fuori di sè da tanto successo, si gettava prostrato a Dio, chiedendo mercè... Ma una voce interrompeva la preghiera, una voce più cara che non gli applausi della moltitudine, la voce di Bettina che veniva a gettarsi nelle braccia dell'amante: il quale sentendo fra le acclamazioni del popolo, fra i trionfi della gloria più ineffabili le gioie dell'amore, cominciò a dubitare fortemente che il proprio intelletto non vacillasse, e serrando al petto la fanciulla, gridò:

— Mio Dio! non ammazzatemi, tanta felicità è troppa... Mi basta il suo amore!

Chi sa quando Giovanni si svegliò nella sua cameretta in Cannobio, quanti auspicii trasse dal sogno? Chi lo sa? Io no, e voi?

***

Evviva! La danza ferve: è la mezzanotte... Il ballo è diventato un turbine, in cui si avvolgono venti coppie di danzatori; la musica accelera le sue note, gli evviva scoppiano più clamorosi... è una vertiginosa ebbrezza!

Diresti che ad ogni amante riescì accoccare un bacio sulle spalle dell'amica sorridente; che ogni bella ha rapito un cuore, che ognuno ha dimenticato i dolori della vita!... I vecchi ritornano col pensiero agli anni della gioventù avventurata; i mercanti cessano di pensare al dare e all'avere, e se mai balena un pensiero che non sia follìa, tosto una spumante tazza di liquore lo seppellisce nel fondo al cuore. Venti coppie attendono in giro che i danzatori s'arrestino un istante per succedere loro, e la musica non cessa nè il tripudio sosta per riposare; ognuno si sente animato da una forza arcana.

Bettina non fu mai sì raggiante di gioventù e di bellezza, gli occhi di lei non scintillarono mai così vivamente; ella è tutto sorriso e grazia ed i giovani le si affollano attorno bramosi di ballare con lei sì svelta, sì leggiera. Molti — allucinati forse dalla festa tumultuosa — non ravvisano più in lei la modesta Bettina, e nessuno è senza ammirazione per quelle spalle, che rammentano i busti di Fidia, tanto tempo nascoste sotto la succinta veste della vergine gelosa. In tanta ebbrezza chi oserebbe chiederle un pensiero pel lontano!... Oibò! ella non ha un istante per pensare... tutte le voci, tutti gli sguardi le dicono con tanta melodìa:

— Bella! Bella! E la musica non è pure un inno alla bellezza di lei? No, in fede mia ella non può pensare se non che la è la regina della festa.

Non v'ha donna, sposa o fanciulla, che in ballo non preferisca, spesso senza saperne la vera cagione, un danzatore agli altri; un danzatore a cui sarà lecito quanto ad altri verrebbe tacciato di petulanza. Se un compaesano, assente, supponiamo, due mesi, fosse giunto quella sera, avrebbe fatto le boccacce ravvisando nel favorito di Bettina — chi l'avrebbe creduto? — Domenico, il mercante di vino, che malgrado i suoi nove o dieci lustri pareva avesse quella sera riacquistato la baldanzosa gaiezza della gioventù: la bellezza fascinatrice di Bettina lo aveva galvanizzato.

E Bettina era ora la sua sposa!

Mentre fervevano con maggior calore le danze, entrò nell'amplissimo sterrato un giovane pallidissimo, Giovanni Branca.

La navicella che lo trasportava da Sesto Calende stava per approdare a Cannobio, quando il giovane, levando dalle mani la faccia lacrimosa, intese quel mormorìo di lontani suoni che si diffonde armoniosamente nella solenne quiete della notte. La casa dell'amica era immersa come le altre nell'oscurità — ella dormirà certamente, meglio per lei! Ma dal lato opposto del borgo verso il Sasso Carmeno, le finestre e le porte d'una casa erano vivamente illuminate, e le invetriate lasciavano scorgere che vi era festa. I suoni, le grida, accostandosi alla spiaggia, giunsero al suo orecchio più distinte... il contrasto di quella gioia col dolore che lo straziava, piombò sul suo cuore come l'adunco artiglio del lammergeier sulle tenere carni dell'agnello. Si rizzò sulla prua, ascoltò più attentamente un brindisi che echeggiava più sonoro, e fatto ormai certo della sua sventura, gridò ai barcaiuoli:

— Per chi quella festa?

— Domenico sposa la Bettina... Voi giungete a tempo ancora per danzare!

Giovanni barcollò, corse in un canto della nave, gettò nel lago un pesante involto..... Le lacustri ondine intrecciarono una ridda attorno alla macchina del Branca, mentre la Verbania, la regina del lago, disponeva sull'arcolaio le più flessibili alghe, invitando l'infelice amante a scendere nei regni di lei ove avrebbe trovate amorose ninfe per costanza senza pari...

Bettina intravide nella folla l'antico amante, capì l'espressione disperata di quella cera sconvolta, imparò da un'occhiata che pure non era odio la storia della pentola e dell'impressione che doveva fare sul cuore di lui sì appassionato la novella delle sue nozze con Domenico — e nascose sul petto dello sposo la faccia.

Il mercante di vino affidò ad un amico la fidanzata, e andò incontro a Giovanni.

I crocchi zittirono, la musica cessò: pareva che ognuno presentisse qualche cosa di terribile, una lotta.

Menico, sorridente — egli sorrideva sempre — condusse il giovane in una camera vicina, lo fece sedere e gli disse:

— Giovanni, io vi ho sempre stimato come il più dabbene, come il più onorato giovane di Cannobio. Mi piace l'Elisabetta: l'ho chiesta in isposa; mi venne accordata. So che essa era maltrattata da quel cane di suo zio; mi accettò più per isfuggire alla tirannia che per amor mio. Si dice che voi l'avete amata, e che forse vi contraccambiava. Io non voglio dir altro, e voi mi capite. Se voi potete dire una parola, io mi ritiro, senza scandalo. Parlate.

Giovanni fissò in volto il mercante, stette pochi istanti soprapensieri, come esterrefatto, indi balbettò:

— Voi potete sposarla...

Menico lo abbracciò dicendogli: Voi siete l'uomo più onesto che io abbia mai conosciuto.

E lo trasse nella sala della danza... Giovanni bevve, danzò con Bettina, fece dieci brindisi alla felicità degli sposi; dopo un'ora era il danzatore instancabile, il ciarlone più ameno, più spiritoso, e nessuno riconosceva in lui il modestissimo giovane, il taciturno vagatore dei monti solitarii. Alle due dopo la mezzanotte gl'invitati erano congedati.

Giovanni quando tutta la folla s'accalcava attorno agli sposi, fattosi largo, improvvisò una canzone, in cui l'armonia dei versi non la cedeva che alla delicatezza della concezione...

Davvero che fra tanti giovani egli si mostrava ad un tratto il più spiritoso, il più gentile.... anzi più di una danzatrice lo trovò il più bello.....

Mentre Domenico accomiatava gli amici, i parenti, o per meglio dire tutta Cannobio, la cugina della sposa disse a Giovanni sottovoce:

— Venite con me sul balcone verso il lago.

Egli la seguì macchinalmente, senz'addarsene, e vi trovò — sola — Bettina.

— No, non partite, Giovanni, una sola parola. Voi potevate disonorarmi con un detto, strappare questa corona di gigli... Voi siete grande, ed io comprendo troppo tardi di non avervi conosciuto. Non maleditemi perchè ho concessa la mia mano ad un altro... Ma il cuore, o Giovanni, il cuore è sempre tuo...

— Signora, rispose fieramente il giovane sciogliendo le mani da quelle della sciagurata, nessuno v'ha costretta a queste nozze. Quando a Milano mi si trattò da pazzo, io piansi di dolore..... eppure allora io era ancora felice; aveva fede nel vostro amore. Ma ora, Bettina è morta; è morta, vi ripeto; non v'ha più che la moglie di Domenico.....

E scomparve.

Il giovane trovò nella strada la compagnia dei chiassoni del borgo, che egli aveva fatto meravigliare colla nuova scioltezza dei modi e col brioso folleggiare dello spirito: tutti gli si fecero d'attorno, e cantando e schiamazzando, lo trassero pel resto della notte ora in una, ora in un'altra casa, ove nuove libazioni finirono per assopire — buon per lui — ogni ricordo delle sue sventure. Di quando in quando però una nube offuscava la serenità gioviale della sua fronte, ed egli rimaneva un istante pensoso, un istante solo, chè passate le mani sulla fronte, quasi per cacciare una brutta tentazione, ritornava a cioncare, a cantare più strepitosamente. Quando la brigata, scemata a poco a poco dal numero di quelli che restavano a serenare sui canti dove erano sdrucciolati a terra, si trovò dispersa, Giovanni se n'andò a letto, ove i narcotici fumi del vino tracannato non gli risparmiarono di raffigurarsi la Bettina nelle braccia del mercante di vino. Parendogli di soffocare fra quelle anguste pareti, decise d'uscire di casa.

Quando fu sulla scala, ei stette atterrito..... chi non avrebbe detto a prima giunta che nella stanza terrena Bettina, vestita di bianco, lo attendeva, al fondo della scala, là ove gli aveva concesso il primo, il solo bacio?

Giovanni, sentendo mancarsi la persona, si sedette sopra i gradini della scala; non era Bettina, ma un raggio di luna — che richiamandogli tuttavia i primi sguardi e le prime parole d'amore della fanciulla e il convegno in quella stessa casa e il bacio, e i desiderii di gloria e di ricchezza, e la speranza dalle mille lusinghe, faceva più profondo col contrasto del passato l'abisso che lo separava da quei dì avventurosi, perchè la gonfia stupidità del governo spagnuolo non aveva saputo scorgere sulla fronte del giovane modesto la luce del genio, e una donna si era fatto giuoco di lui... Ma egli era senza rimorsi, e questo pensiero sciolse alfine il pianto dai suoi occhi — ne aveva tanto bisogno!

L'alba sorgeva; una luce mal certa cominciava a penetrare dalla finestra, dalle fessure della porta, quando una voce — la voce di quella notte — gridò dalla toppa:

— Piangi, piangi la tua sventura! Non t'aveva io detto che il mondo è degl'insolenti? Osasti a Milano? No. Osasti colla Lisa?

— No, gridò Giovanni sorgendo, ma non ho rimorsi.

XVII. S'io avessi, Dio me ne guardi, un milione! — Prina e la villa Poniatowski.

Se io avessi un milione da profondere in una villeggiatura, sclamai io lungo e disteso sul promontorio di San Remigio, abbracciando collo sguardo l'ampia e multiforme scena, che di là scorgesi correre attorno, qui io l'eleverei, certo che se per l'arte potrebbe avere molte rivali, poche senza dubbio ne avrebbe per situazione.

Tuttavia, siccome mi pare che per ora almeno non sorgerà nulla per mio conto su quel declivo, dopo d'aver passeggiato un'ora nella compagnia variata dei miei pensieri, me ne andai a visitare la villa del principe Poniatowski, a cinque minuti da Intra, sopra un gibboso declivo dei monti, in una posizione che dopo l'accennata è senza dubbio fra le più belle del lago.

La casa povera per architettura come in generale le ville verbanesi, per quanto ricca di suppellettili e d'agi, è un nulla in confronto della bellezza di un bosco di alte piante, al rezzo delle quali s'asconde, è un nulla appetto della vista che vi si gode da tutti i lati; meno il golfo delle Isole, s'ha davanti la più estesa parte del lago. Dalla palazzina scendendo a riva verso la parte superiore del lago si scoprono gli avanzi della villeggiatura Prina, sui quali è basata in parte la villeggiatura Poniatowski; portici, terrazzi, scale in istile del secolo passato. In un istante mi concorsero alla mente le scene sanguinose del 1814 a Milano; Prina, Foscolo, il parroco di S. Fedele, la plebaglia della piazza e gli assassini che dalle sale dorate, dietro una persiana, miravano compiersi la loro opera. Mi pareva di vedere Prina seduto in riva al lago guardare con terrore la sponda lombarda, tentennando il capo quasi per dire: s'io non avessi mai abbandonato questi pacifici recessi in seno alla natura ed agli studii!....

Prina era uomo onesto e di mediocre ingegno; l'assassinio solo scrisse con lettere di sangue il nome di lui nella storia.

La villeggiatura Poniatowski è una bella scena di Walter Scott.

XVIII. Intra non si trova che a Intra. — Perchè delle ommissioni. — Virgilio a Feriolo. — Salute a chi resta.

Eccomi finalmente a Intra.

Gl'Intresi attendono quasi tutti al lavorìo del cotone.

Gli operai d'Intra non esistono che ad Intra. Nelle grandi città spesso la sordida speculazione ammassa in oscure umide stanze centinaia di operai, che con rachitica pazienza tessono la ricchezza del padrone, muti, tristi, come in ragni da cantina. La sera appena il tardo orologio segna la breve libertà, uno ad uno, silenziosi lungo i muri sfilano alle loro topaie. Ad Intra in generale il fabbricante o per studii o per buon senno, per cuore quasi sempre, considera l'operaio qualche cosa più d'un istrumento da lavoro; lo considera come uomo e come cittadino. Industria attiva, intelligenza, non speculazione. Da ciò grandi opificii, ariosi, puliti, a cent'occhi; dappertutto acqua viva ed aria viva; la natura del lago e del laghista fa il resto. Entrate in una di queste fabbriche, ove migliaia di fusi dipannano, attorcono il cotone. Il carbone avvampa sotto le caldaie; il vapore sprigionandosi mette in moto mille ruote addentellate, attorno alle quali cento operai lavorano dodici ore della giornata. Il silenzio del capace opifizio non è rotto che dal cigolìo delle macchine e dalla voce del capo operaio.

Tutto è ordine, moto, lavoro, instancabile lavoro. Ma in quelle lunghe stanze se tu t'appressi agli uomini sentirai un sottile cinguettìo rompere la noia delle ore, e dalle donne una cantilena a mezze labbra, cinguettìo e cantilene, che appena tradotte alla libera aria la sera scoppiano in allegri canti clamorosi. Nell'estiva stagione lungo le case della Sassonia, sulla via a Pallanza, a Trobaso, quanti gruppi di belle ragazze inneggianti! Alla domenica quante partite al Pizzo Marone, ai paeselli del lago!

Non è raro trovare a varii deschi di albergo gli operai in baldoria, e nella stessa camera il padrone fare una partita a tarocchi cogli amici.

Ma se gli operai d'Intra non si trovano che ad Intra, gli è che fabbricanti come ad Intra non si trovano che raramente altrove.

Che cosa posso aggiungere sopra Intra? Del nuovo o del vecchio campanile? Gl'Intresi non se ne curano. O del faro senza lucerna? Un marinaio, per le nebbie, isserebbe lassù una campana.

***

Il caldo m'è insopportabile. La bella Baveno, al rezzo della quale io vagai richiamando l'ombra di Cavour invano — Cavour villeggiò alcuni anni in questo paesello, — non seppe trattenermi. E neppure la bucolica di G. Prati in onore dell'oste. — Barcaiuolo, a Feriolo!

Ricorrendo sull'ali della memoria la bella valle del Verbano, e sfogliazzando il libricciuolo su cui vo notando le sensazioni della vista, del naso, del cuore e della fantasia, ad un tratto mi si fè palese che io aveva saltato a piè pari nientemeno che il Santuario di S. Caterina del Sasso, la salita al Pizzo Marone e qualche altra rarità, su cui avrei potuto ammanire al lettore un succoso manicaretto, Dio sa con quanta sua e mia soddisfazione. Per fortuna nostra che in quel punto mi soccorse il pensare, che se mai qualche lettore innamoratosi de' miei ritratti volesse un giorno fare conoscenza cogli originali, s'io di tutto gli avessi favellato, nulla più gli sarebbe tornato nuovo..... Se non tenete per buona questa ragione, con poco dispendio e poca fatica potete accertarvi della verità.

Addio, o Verbanesi!

Credo che ci lasciamo amici per la pelle: io vi amerò sempre come un popolo forte, allegro, alla buona e senza maschera, come spero che voi ricordandovi — tutto può darsi — di me, non sdegnerete centellinarne una ciotola di quel rubino alla vostra ed alla mia salute...

Mentre io scoccava sulle dita un sonoro bacio, e raccomandatolo ai zeffiri, lo inviava alle belle Verbanesi, un tintinnìo di sonagli, uno schioppiettìo di frusta e lo scalpitare di cinque cavalli, che mi rammentò il quadrupedante putrem di Virgilio, m'avvisarono che s'avanzava entro un nugolo di polvere la corriera postale tra Arona e Domodossola.

E salute a chi resta.