«Or di' a frà Dolcin dunque che s'armi,

«Tu che forse vedrai il sole in breve,

«Se egli non vuol qui tosto seguitarmi,

«Sì di vivanda, che stretta di neve

«Non rechi la vittoria al Noarese

«Ch'altrimenti acquistar non saria lieve.»

Io cominciava a credere di sognare sentendo queste due terzine di Dante, da un frate, all'ombra di un castagno a Trontano.

— Dunque qui nacque?...

— Fra Dolcino. A voi che veniste a visitare questa mia contrada pel dolce amore della natura...

— E dell'aria fresca, pensai tra me.

— ... Voglio dire di sua vita, per appagare la vostra brama.

Io veramente non pensava più che tanto a frà Dolcino; ma poichè una sì bella occasione di favellare dei famosi immortalati da Dante non si presenta ad ogni passo con un frate, tutt'orecchi ascoltai lo sconosciuto.

— Verso il finire del secolo XIII, egli nacque in questa casa, figlio d'un prete. Suo padre decise di vestirlo della tonaca di frate. Ignorante d'ogni cosa di questo mondo, passava i suoi giorni fra le feste dell'età e della natura. Quando udì la volontà del padre gli parve tutto predicesse quanto sognava, virtù ed amore. Gli spiriti famigliari rallegravano la casa: i passeri sul tetto pareva gli dicessero colle loro note: va, tutto è amore! Condotto nel Trentino, indossò la tonaca degli Umiliati; ma in breve sendogli venuta a noia la solitaria quiete del claustro, in cui interrogava sè stesso, se chi serve Dio non deve tutto intraprendere per la salute degli uomini, pregava i priori con istanza di concedergli almeno la licenza della predicazione. L'indole irrequieta ed animosa lo tradiva ad imprese più clamorose. Fu cacciato da quel convento; in quella suo padre moriva. Soffrì come chi crede e spera, e non invano, chè la fortuna, rasserenato l'orizzonte, dopo tante traversìe gli serbava le ineffabili consolazioni dell'amore. Allogatosi quale procuratore di un convento di monache in Trento, conobbe allora una nobile e bella giovinetta che orfana come Dolcino s'era ritirata fra quelle mura, e l'anima sua caldissima se n'accese d'inestinguibile affetto corrisposto con quel tenero amore che riverbera sulla mente dell'uomo le aspirazioni d'una innocenza immacolata.

Oh! come rapidi quei giorni!

Intanto Segarello da Parma empieva l'Italia superiore delle sue ardite dottrine. Puri in mezzo a corrotti, generosi fino al sagrificio, fidenti nell'avvenire, entrambi s'interrogarono se essi pure non sarebbero discesi in Lombardia a propugnare la verità contro i profanatori del tempio. Abbandonato il Trentino coll'amica inspiratrice calò nella grande valle del Po, e predicando con tutto il calore e la forza della convinzione amore a Dio ed agli uomini, digiuni e mortificazioni, in breve tempo venne seguito da migliaia di proseliti, e sì alta ne echeggiava la fama, che lo stesso Dante colpitone scriveva di lui nelle immortali sue pagine. La favella piena di grazia e di carità, la soave bellezza di Margherita s'insinuava ad ammollire i cuori più duri, mentre fra Dolcino con ardire di apostolo assaliva i pregiudici più antichi senza temere d'incontrare la sorte di Segarello, arso vivo.

Ahi! che i trionfi davanti gli uomini sono brevi! Cominciarono le prove di Dio. Il vescovo di Vercelli leva con indulgenze una crociata contro il ribelle a Roma. Fra Dolcino, rifugiatosi nei monti del Biellese con poca parte di tanti seguaci, ad una duce e soldato, sostiene un lungo assedio. Fratello, che Dio non faccia mai soffrire a te quanto soffrirono Dolcino e Margherita! Le legna e le vettovaglie vennero a termine: la fame ed il freddo! — la fame che desta la ribellione, che stanca ogni più saldo proposito; il freddo che intirizzisce il braccio ed affievolisce il valore! I difensori sfiniti cadevano attorno alle bastite... alcuni disertavano... e la breccia dal nemico veniva compiuta quasi senza difesa..... Che più?

Il 23 marzo del 1307, dopo la più disperata difesa, stremati d'ogni forza, caddero nelle mani dei crociati, i quali, dopo ogni vituperio, a misura di tanaglie roventi e di carboni accesi fecero espiare ai due novatori il delitto d'aver sollevato migliaia di credenti contro i vizi del clero. Frà Dolcino sopra una catasta di legna nelle radure ghiaiose fra la Sesia ed il Cervio venne bruciato vivo. Per libidine di ferocia, Margherita dovette assistere all'estremo supplizio di chi dopo Dio l'aveva amata sopra ogni terrena cosa! Alla plebe Biellese era serbato lo spettacolo dell'animosa donna arsa sopra di un rogo. Di frà Dolcino non restarono neppure le ceneri: non resta che la memoria... non è vero?

— Sì, frate, a chi conosce quei tempi. Frà Dolcino, lasciata da parte ogni questione religiosa, è una bella figura del medio evo: guerriero ed apostolo in diverse condizioni di tempo, avrebbe operato grandi cose.

— Ma ora qual è la memoria di lui?

— A chi non ha sviscerato le idee di quel secolo, essa non è che la memoria d'uno che animava i fedeli ad armarsi contro l'Anticristo. Questi tempi aritmetici non possono di leggieri comprendere lo slancio dei nostri nonni per un'idea filosofica. Ora gli eretici seggono nelle Università e nei Parlamenti nel più buon accordo coi devoti; e se corre qualche saetta, svanisce in un fuoco fatuo di diario. Colle indulgenze non armereste quattro scaccini di sagrestia. Non v'ha che la patria che possa suscitare legioni con un grido.

— E Trontano... soggiunse dopo breve pausa il frate con voce scorata... e Trontano non s'onora di quel suo antico figlio?

— A dire la verità io ho sentito sempre a celebrare Trontano per...

— La patria di frà Dolcino?...

— No, per le più eccellenti castagne del mondo. Dalla qual cosa voi ed io potremmo dedurre copia di pensieri sulla vanità della gloria e sulla inutilità di farsi arrostire pel trionfo d'un'idea... Ma che? voi impallidite?

— Per le castagne! per le castagne!

E il povero frate accasciato sotto il peso della mia rivelazione stralunò gli occhi, barcollò e sarebbe caduto ruzzoloni se io non mi fossi affrettato a raccoglierlo nelle mie braccia.

Se non che in quel punto mi svegliai colle braccia conserte al castagno, contro il quale io aveva pure picchiato del naso nella furia di soccorrere il povero frà Dolcino.

I passeri sul tetto, sui rami, cinguettavano la loro antica canzone: tutto è amore, la sorgente sussurrava un idilio a note sommesse, ed il muro secolare continuava a guardarmi colle sue oscure occhiaie. Il castagno sotto il quale m'era apparso frà Dolcino, stendeva, agitandole con frenetica gioia, le sue braccia all'aria, ed i ricci dei suoi frutti mi parevano straordinariamente ingrossati a dispetto della gloria antica del conterraneo. Celebrava quel birbo il trionfo delle castagne sulla fama di una figura dantesca! La vite sola s'attaccava più salda, più stretta alle vecchie mura, festeggiandole colla frescura della sua ombra e colle ghirlande de' suoi tralci pampinosi; ed io, alzatomi e stirando le membra indolenzite, m'incamminai non so più dove, zufolando coi passeri:

— Tutto è amore!

VI. Il Sempione — Invenzione di un ponte per passarvi dissotto.

La valle più nota ai viaggiatori ed agli studiosi fra quante convengono nel bacino ossolano, è la valle percorsa da quella meravigliosa strada che sale al Sempione congiungendo Milano a Ginevra.

Valle Divedro diramasi da Crevola al valico del Sempione: il confine però tra gli Svizzeri e gl'Italiani sta a S. Marco, poco prima di giungere a Gondo. Nell'anno 1801 quella vastissima mente di Napoleone Bonaparte, ormai al colmo del potere, ideava una strada monumentale che valicando i gioghi alpini scorgesse dalla Svizzera all'Italia superiore: nel 1805 la grand'opera era già finita, a gloria principalmente degl'ingegneri italiani, i quali, quanto più ardua era la loro impresa in una valle selvaggia, ovunque dirupata ed asprissima, tanto più degna del nome romano seppero renderla, sì che gli stessi stranieri, troppo spesso ingiusti, dovettero rendere giustizia alla perizia loro.

Il tratto da Iselle a Crevola, anzi quasi tutta la valle, presenta una delle più orrende scene di distruzione: dappertutto frane di monti e sassi minacciosi pendono sul capo al viaggiatore; qua e là le volute della neve precipitano nella stagione invernale nell'oscuro fondo della valle, avvallando spesso quanto incontrano nell'irrompente rovinìo. Chiunque vide questo cammino tracciato con tanto ardire e tanta sapienza, consiglia al governo italiano a non risparmiare cure e danari per conservare una strada che, larga otto metri, con sei gallerie, attraversa tre provincie del regno, formando l'ammirazione pur anco dei volgari.

Ecco la tradizione storica che lo zingaro raccolse nel pulito e discreto albergo d'Iselle dalla bocca di un colto Ossolano.

Sul Sempione nel 1799 vi furono varie fazioni guerresche tra Francesi ed Austriaci. Nel 1800 il generale Béthencourt con mille soldati francesi e svizzeri, mentre Bonaparte, attraversava arditamente il gran S. Bernardo venne inviato ad occupare i posti di Iselle e di Domodossola. Ma in una procellosa notte un ponte di quell'antica stradicciuola era sprofondato in un abisso: nessun modo di passar oltre. Un coscritto, senza dubbio nativo delle Alpi, offre al generale il mezzo di scavalcare la forra, e senz'altro, leggiero come uno scoiattolo, striscia sulle rocciose pareti di quel burrone, aggrappandosi ad ogni masso, ad ogni cespuglio, e giunto in fondo, guada il torrente e s'arrampica sull'ertissima parete opposta, mentre i più tremano che un piede in fallo, un sasso malfermo o la vertigine lo precipitino frantumato nella sottoposta fiumana.

In questo la recluta è giunta, dopo infiniti sforzi, ad afferrare il ciglione dell'opposta parete — egli è giunto alla meta e tutti battono palma a palma. Il giovanetto s'era tratto con sè il cappio d'una grossa corda che egli aveva assicurato ad un pino dell'altra sponda, e tesala, l'annodò strettamente ad un macigno, sicchè venne così improvvisato un ponte sul quale, anzi sotto il quale sospesi alle proprie braccia, primo s'intende il Béthencourt, passarono i soldati armi e bagaglio ad armacollo. Di cinque cani che seguivano quella mano d'armati, due soli poterono giungere ai loro padroni: gli altri tre vennero trascinati dalla furia del torrente che non riuscirono a guadare.

È opinione dei più che il Sempione abbia avuto questo nome da Servilio Cepione nella guerra contro i Cimbri, della quale l'Ossola fu teatro per molte pugna, quantunque Cepione abbia combattuto non qui, ma nella Gallia. Dell'antico passaggio restano molte vestigia, particolarmente dal lato svizzero.

Presso Gondo, nella galleria più lunga della strada, havvi scolpita nel marmo quest'iscrizione, che meritava d'essere raccolta fra le 17385 e 1⁄2 dell'archeologo tedesco, a cui l'attica semplicità che la informa avrebbe risparmiato le fatiche del commento:

ÆRE ITALO 1805.

Delle cose naturali di questa valle sono fra le più notevoli le cascate di Frassinone presso la galleria di Gondo, e di Zwischbergen poco lungi. Se lord Byron avesse veduto — il che ignoro — la fantastica scena che in questi dintorni la natura dispiega, ho per fermo che il poeta ne avrebbe fatto teatro alle evocazioni del suo Manfredi. L'oscura profondità dell'abisso, il terribile disordine dei massi, le nembose vette alpine che si disterrano al cielo, le cupe tinte della luce empiono l'anima di una misteriosa temenza: l'abisso vi spaventa, salire su quelle piramidi è impossibile... Non vi movete: non un ah! di meraviglia o di terrore, non un respiro, che potreste svegliare quei massi penzoloni.... Vedete cosa vi sta scritto?

«È proibito di parlare sotto pena di morte!»

VII. Si parla di paesi non visti.

La valle Isorno stendesi dalla valle d'Ossola alle falde del pizzo del lago gelato tra la valle Antigorio e la valle Vigezzo, confinando nel fondo col Ticinese, a cui guida un sentiero passando sulle creste del pizzo suddetto. Questa valle lieta di pascoli è popolata nella bella stagione di armenti e di greggie. È quasi sconosciuta ai viaggiatori.

La val Bugnanco, a destra della Toce, sbocca presso Domo e si stende fino alla cima di monte Crescia, da cui precipita la Bogna, torrente minaccioso che portò molte volte gravi danni alla capitale dell'Ossola. Seguendo il letto della Bogna verso la sorgente, un sentiero scorge alla confine valle di Strumback nel Vallese: non è frequentato che rare volte da quei valligiani. Cisore, i due Bugnanco e Monte Ossolano sono i villaggi più notevoli.

La valle di Antrona da Villa, poco prima di giungere a Domodossola, corre sino al pizzo di Botarello, detto dagli Svizzeri, se non m'inganno, il Fletschorn; valicato il quale, un sentiero guida nel Vallese, nella valle già nominata di Strumback. La valle Antrona è ricca di miniere d'oro, di ferro e di amianto. L'Ovesca, tributario della Toce, vi sbocca presso Villa. La strada di questo villaggio, passando a Seppiana, Monteschieno e Viganella, guida ad Antrona in un altipiano che credesi fosse ne' remoti tempi il bacino del lago. Antrona-piana venne nel secolo XVII distrutta da un'immensa frana staccatasi dai monti imminenti. — Lo zingaro sentì da un confratello di ritorno da una peregrinazione nelle tre valli d'Isorno, Bugnanco ed Antrona quanto sta qui sopra, e per quanto lo solleticasse il desiderio di scoprire terreni vergini ed incontaminati dalle guide, non avendo inteso neppure a parlare di una fata con cui amoreggiando potesse compensarsi della prosaica uniformità delle cose, trascrisse sul taccuino la poco immaginosa descrizione, rinunciò alle trote del laghetto d'Antrona, e s'avviò difilato alla volta della vall'Anzasca.

VIII. L'Anzasca — Un nuovo Messia.

Più splendida giornata di questa non può darsi; tutto parla ai sensi, al cuore, la serena allegria della giovinezza. Dimentica il viatore ogni suo guaio per cantarellare coi passeri, che anche un pessimista non avrebbe potuto immaginare cosa più bella di questo mattino raffrescato da un venticello che vi fa più giovine di dieci anni, e suscita, con una voglia matta di correre, un appetito che non sarà l'ultimo premio ai tentatori delle Alpi.

Un'antica sbilenca e sonante carrettella tirata da un cavallo più spigliato che snello di forme ne porta rapidamente all'Anzasca per la bella strada che quei valligiani intesero di condurre sino alle falde del Rosa da Piedimulera.

Il cocchiere, che non aveva ancora aperto bocca da Domo, accennò in alto un villaggio, Cimamulera, e raccontò come un dodici o quindici anni fa un prete, che vi era curato, seppe con tali squisitissime arti abbindolare la gente semplice e credenzona, che in poco tempo venne idolatrato come novello Messia, e quando poi fu per altri misfatti carcerato in Novara, i montanari, in processione, a piedi nudi, scendevano al piano per andare a liberarlo dai Farisei o morirvi assieme! — Ma un drappello di carabinieri venne inopinatamente ad opporsi alla crociata per liberare dal sepolcro il sedicente Cristo. Fu ad un tempo risìbile e compassionevole il vedere quegli apostoli di una fede che offeriva martiri, dispersi caritatevolmente dai soldati, mentre la Vergine — madre di più figli — S. Giuseppe e S. Pietro erano condotti a Domodossola innanzi al capo della provincia, il quale credette fare cosa assennata, dopo d'avere loro dato una buona scardassata, senza lavarsene le mani come Pilato, rimandarli al loro nido.

Da questo racconto si può dedurre a quali eccessi potesse spingere il fanatismo religioso nei tempi remoti!

Da Cimamulera scorgesi la patria di Dolcino; forse arrisero alla mente del nuovo settario, se non il fine, i trionfi di quell'antico. In nessun modo però puossi far paragone fra i due.

A Ponte Grande salutai riverente un cucuzzolo del monte Rosa, l'Alpe più stupenda dell'Europa per la vastità degli aspetti, e che non la cede al Bianco in altezza se non di pochi metri.

Oh! come è bella la cascata di Valbianca! Poche gareggiano con essa nella catena alpina.

Da Bannio, uno de' più ameni paeselli della valle, costeggiando l'Anzino, l'auriga mi disse che si può, salito il Campello, scendere di là in Vallesesia.

In tre ore, da Vanzone attraversai, pedestre, l'oscura gola del Morghen, e giunsi a val Macugnaga. La quale è a vall'Anzasca quello che è la Formazza all'Antigorio, un altipiano senza alberi fruttiferi, abitato da un'antica colonia germanica, che parla tuttavia un corrotto tedesco. Da questi pascoli, in una giornata di penoso cammino, si varca il monte Moro, dalle cui vette godesi il mirabile aspetto di tutto il Rosa.

Da Pecceto alle pendici del Rosa, attraversando il monte Turlo, si scende in Alagna, donde, mi piace qui notare, partiva per ben quattro volte D. Giovanni Gnifetti per giungere l'ultima solamente sopra uno dei cinque pizzi più elevati di quel gigante. Non disanimato dalle bufere e dai pericoli d'un viaggio, ove ad ogni passo si apre una tomba all'ardito, pervenne, addì 9 agosto 1842, sul pizzo che giustizia vuole si chiami d'ora innanzi Gnifetti, come s'appellano Zumstein e Vincent i picchi su cui salirono gl'intrepidi di tal nome.

IX. Quanti disprezzino l'oro.

Auri sacra fames!

Ecco le miniere dell'oro. Indossata la sopraveste dei minieratori, salutai con animo trepidante la luce del sole, e discesi nella più profonda e più vasta e più antica delle miniere della valle, anzi dell'Italia. Duemila anni fa migliaia di schiavi dei Romani vi cercavano le vene del prezioso metallo, e non ancora esaurito è il tesoro. Il Rosa, siccome serba agli audaci che gli salgono sopra il più stupendo spettacolo del mondo, serba nel seno tant'oro da fare di voi, o mortali, altrettanti re Mida.

— Dove scendiamo? Nel cuore della terra? Da un'ora ormai il piede incerto discende per iscale senza numero, di antro in pozzo, di pozzo in caverne immense, dove la tremolante luce delle lampade non rischiarando le stillanti e nere pareti, ne lascia supporre d'essere penetrati nelle bolgie dantesche. — E sotto a' piedi un'altra oscura bocca ne ingoia, e discendiamo... Ahi! Dov'è l'aura vitale della valle? La luce onnicolore, il canto della natura?

— Discendi ancora, disse l'ospite, e vedrai quanto è grande la brama dell'oro. Ma il petto è ansante, le nari s'allargano invano per bere un sorso d'aria pura, e le ginocchia minacciano di lasciarmi ruzzolare nell'abisso..... Ah! ecco l'ultima caverna.

Dove sono gli immortali cattivi di Minosse? Ma laggiù la turba che si smaniava non v'era precipitata per l'ira del Ghibellino — laggiù non le pietose visioni delle Francesche, delle Pie, delle Piccarde — ma sì l'urlo dell'Ugolino: ho fame, fame — d'oro! Le cere pallide, gli occhi intenti che sovente si chiudevano per attendere quasi un prodigio dalla sorte, il prodigio d'un filone, le labbra, balbettanti misteriose parole, tremavano convulsivamente; i ferri, gli scalpelli sonavano dolorosamente con affrettata vicenda sul sasso, e le girelle cigolando con lungo e monotono gemito sotto il peso della terra da razzolare lassù si lagnavano della faticosa bisogna. Presto, trovate l'oro, e risalirete all'aria libera, dove v'attende il piacere. Presto — la mano ingranchita nega l'ufficio suo — non importa, avrai tempo a riposarti stazzonando la coppa dell'ebbrezza. Presto — l'occhio stanco di fissare s'inietta di sangue — che vale? ti guarirà la vista di quella donna che prediligerai. Non morderti le labbra per dispettosa impazienza — quelle della bella si macchierebbero di sangue.

Tutti hanno ragione. La sete degli agi, dell'ozio, del piacere cresce smisurata col ribrezzo per la povertà operosa ed onorata.

Date loro dell'oro, o roccie avare! Perchè non posseggo io la verga di Mosè? Vi sdoccerei da questa rupe insensibile un torrente di scintillanti verghe.

Resisterete voi al fascino di quanto vi si offre per la vostra ricchezza? Ecco a voi la coscienza dei sacerdoti e dei giudici; a voi pel pane e l'ozio del circo, le ovazioni della plebe; a voi l'arbitrio della fama; a voi chi per trenta nummi tradirà la patria; a voi, per i monili e le perle, la già pudica vergine non riluttante a vostra balìa — la madre, a cui procuraste mense lussuriose, tace ghignando — il marito già vendette la moglie; a voi geloso veleni e coltella; a voi ambizioso chi vi venderà l'ingegno e la fama — al massimo buon prezzo; — a voi vivo ancora monumenti; a voi artisti, che scambiato il vezzo dell'ozioso nell'amore splendido delle nove sorelle, inneggieranno e di mille fantasie abbelliranno la casa; a voi coll'oro la farsa orpellata delle frini o la tragedia a scelta, e, orribile a dirsi, il poeta che canta ed impreca a suono della moneta, della poca moneta, per cui tra secoli, oscurato Mecenate, rivivrete ancora nel sospiro del vate e della ballerina senza procolo!...

Resistete? La vertigine vi attira, la virtù e l'onore impallidiscono al bagliore del vizio seduttore che vi tende le molli braccia..... Un grido forsennato s'eleva dalla folla ubbriaca: la vita è pel piacere — Dio è una noiosa chimera; tutti sacrificano al vitello d'oro, senza che un Mosè spezzi dallo sdegno le tavole sacre sulle loro teste.

Ahi! dolorosa visione! Quanti vid'io nella turba affannata stendere la mano per sacrificare al Dio, che io aveva tenuti con religiosa riverenza come illibati! Attorno al tripudio, apparivano nelle fumose scene della bolgia monumenta e forche, feste e berline.....

O infamia, sclamai cadendo sulle ginocchia, tutto adunque s'immolerà sul tuo altare?

Quando, dalla parte opposta, come in ampia radura sconfinata, vidi raggiante la Carità in atto verecondo sovvenire con mano fratellevole al misero, e così trattenuto il braccio vendicatore dell'ira divina..... Attorno alla benedetta, in cerchio, chi cantò la verità e pugnò per la libertà per solo amore delle gemine sorelle.....

Erano pochi.

X. Stonazioni della fama. — Le Ossolane non sono più quelle d'una volta. — Cajo Mario ed i Cimbri. — Innocenzo IX di Cravegna. — Banchetti funebri. — La valle Diveria.

Di ritorno a Domodossola, senz'altra dimora, corriamo alla valle Antigorio, da cui, per l'altipiano di Formazza e la salita del Gries, discenderemo nella Svizzera.

Crevola trovasi appunto là dove sboccano le valli Divedro ed Antigorio. La maraviglia, l'illustrazione di Crevola — all'ombra di qual campanile non havvi un'illustrazione? — è il ponte della strada al Sempione, che varca per la prima volta l'arrabbiata Diveria; i periti vi dicono che esso è largo otto metri — come la strada — lungo cento e alto trenta. A mezzo un'enorme torre di granito si erge dal letto della fiumana a sostenerlo; scendete la scala che sta presso le casipole vicine e guardate insù — neh, che il ponte ha del pittoresco? Ma gli è pur vero che questo ponte è più celebrato di quanto l'architettura o le difficoltà superate meritino. L'Amoretti lo dice imponente; l'Ebel un capolavoro d'architettura; Boniforti lo chiama famoso se non altro per constatare l'opinione universale. Io mi stringo umilmente nelle spalle e senza detrarre al merito del ponte, faccio a me stesso la semplice domanda: se questo è un famoso capolavoro, quali parole potranno adoperarsi per favellare del ponte sulla Dora del Mosca, di quello sul Niagara in America e del viadotto da Marghera a Venezia?

Questa smania di celebrare, come sublimi, cose per nulla singolari, non è generalmente invalsa negli scrittori italiani, i quali debbono piuttosto accagionarsi (forse pel continuo spettacolo di cose grandi in arte ed in natura) di una certa indifferenza nel notare al viaggiatore ciò che per universale consentimento è veramente degno d'ammirazione.

Non parlo delle guide renane e svizzere: ogni rigagnolo d'acqua che fila da una rupe di dieci metri è una meraviglia. Intanto gl'Italiani, sì poco curanti della patria loro, sanno generalmente raccontare d'aver visto questo e quello al di là dei monti, e ignorano quanto sta a dieci passi dalla loro casa.... Credo di non ingannarmi asseverando che gli Italiani sentono la bellezza della loro patria senza curarsene punto, come un nato ricco non dà pregio a quegli agi, ad ottenere i quali i poveri si travagliano spesso invano tutta la loro vita. Ma senz'altre digressioni entriamo nella valle Antigorio ritornando a Crevola.

La lapide latina, che leggesi sopra un muro della Chiesa di S. Vitale, accenna ad una feroce pugna combattutasi presso Crevola nell'anno 1487 tra gl'Italiani e gli Svizzeri: Bernardino Corio parla di questa battaglia nelle sue storie, ed in questa narrazione è notevole che gl'Italiani non avessero che due morti, mentre gli Svizzeri ne contassero duemila, o secondo gli storici Alemanni soli ottocento, numero tuttavia troppo disparato per non eccitare al lettore alcun dubbio sulla veracità della storia. Ad ogni modo gli Svizzeri uccisi furono tanti che i loro cadaveri caduti nella Diveria avevano formato una chiusa di tale altezza da servire di ponte agli Italiani.

Narrasi pure che le donne ossolane, inferocite dalla barbarie del nemico, che prima di questa pugna aveva manomesso ogni cosa in quei dintorni, quanti Svizzeri fuggenti s'erano ricoverati nei boschi o nelle capanne scannassero, e strappato il cuore sanguinoso dai loro petti ne ammanissero pasto ai cani.

Ancora adesso le belle Ossolane vi rapiscono il cuore, ma non è provato che lo diano ai cani.

Fra i morti vi furono Renato Trivulzio, capitano degli Italiani, ed Albino Desilinon, capitano degli Svizzeri.

Sulle rupi di Crevola sorgeva nel medio evo un castello, che fu dei Silva, famiglia che diede prodi capitani. Di questo castello non rimangono se non macerie coperte di muschio e di obblìo.

***

Poco sopra Crevola, a destra, sopra un poggio lieto di vigne e di campi, scorgesi Montecrestese, al di là della Toce; il sole vi matura un vino schietto e rubino. Qui presso la Toce precipita fragorosa in un profondo gorgo, su cui, non sono molti anni, era gittato un ponte altissimo e senza parapetto, sul quale non si varcava quell'abisso senza pericolo.

Proseguendo la strada, poco oltre a sinistra troviamo Vira attorniato da vigneti, e poi a destra Ponte Manlio, così detto dal Console Manlio, che vi si era accampato colle proprie legioni nella spedizione contro i Cimbri, ed aveva quivi gettato un ponte sulla Toce. Si sa — da chi non l'ignora — che i consoli Manlio e Cepione vennero sconfitti da quei feroci abitatori delle foreste nordiche, già vincitori di Cassio Longino; sconfitte che dovevano far risplendere di più la sanguinosa vittoria di Caio Mario, colla quale questo capitano di gran mente e di forme atletiche atterrava, al dire di Tito Livio, duecento mila barbari, e menava in trionfo novanta mila prigioni. La fortuna, dando lo scacco al suo collega Catulo vinto dai Cimbri sulle rive di questa stessa Toce, gli apparecchiava nuovi allori.

Nei piani del Ticino, tra Novara e Vercelli, nei campi Raudj, si combattè l'estrema pugna tra Roma ed i Cimbri; Caio Mario, morti cento e quarantamila nemici, s'incamminava a Roma, traendo seco settantamila prigioni, a Roma che per la quinta volta lo eleggeva console.

Meravigliosa cosa! Non v'ha paese anche nascosto fra inospitali monti in cui i Romani non abbiano impresso il marchio dell'arrogante loro grandezza.

Ma lasciamo le glorie dei Romani ai pochi che le studiano, e marciamo su Crodo, capoluogo di mandamento di tutta la vallea, lasciato Campomanlio a destra e passando sotto una galleria tagliata a ferro e fuoco nella viva roccia. Presso Crodo credesi s'allagasse la Toce formando un bacino considerevole d'acqua; e monsignor Bescapè, vescovo di Novara, il quale nelle sue visite pastorali studiava e notava la natura e gli uomini, parla di un tempietto a S. Martino che allora chiamavasi Capolago, tempietto che tuttora esiste, a quanto mi si disse.

Crodo è forse nella più infelice posizione della valle: ad ogni infuriare del torrente Alfenza, ogni abitante paventa non si rinnovellino per lui l'estreme scene del diluvio universale, senza la speranza di una novella arca di Noè; chè l'Alfenza, diroccando piante, ciottoli e massi immani, forma a sè dinnanzi barriere che un istante dopo distrugge, sfogando con tremende urla il rabbioso impeto sulle mura di Crodo. Perchè dunque i nostri nonni presero stanza in un sito tanto minacciato? Ciò diranno pure i Domodossolani: ma quei babbi — senza ministeri d'agricoltura — rispettavano con religiosa temenza le foreste, sapendo — senza studi forestali — come le piante mentre abbelliscono le falde montane e purificano l'aere, colle radici sì tenacemente s'abbarbicano alle zolle, alle roccie, che nessuna forza di torrente o di voluta che rovini sopra di loro, varrà a sterparle ed a strascinare con sè il terreno su cui sorgono. Se la improvvida cupidità dell'oro non viene frenata, fra poco tempo una pianta sulle Alpi sarà una curiosità, come una cascata.

Pochi minuti sopra Crodo sta lo stabilimento idropatico con sorgente d'acqua minerale ed albergo: ve lo indico con piacere nel caso vi possa giovare; ed in ogni caso se non vi sarà utile la linfa colla doccia ed il bagno, vi gioverà senza dubbio l'albergo confortevole e più di tutto l'aria vivissima. La bella strada calessabile, la vicinanza a Domo, la freschezza del sito, invitano nella stagione estiva copia di visitatori.

Quantunque l'appetito m'eccitasse a giungere presto a Baceno, non volli tralasciare di fare una visita a Cravegna, terricciuola microscopica sulle ultime falde del Corno Cistella, per soddisfare la mia curiosità di conoscere almeno di vista il villaggio che gli Ossolani citano volentieri come patria del compaesano che ebbe più splendida sorte fra quanti emigrano dai loro monti.

Giovanni della Noce nasceva di padre cravegnese in Bologna sul principio del secolo XVI. I risparmi del padre, facchino, o la protezione di qualche mecenate strapparono il giovanotto all'oscura sorte della famiglia. Addottorato, egli seppe in breve schiudersi attraverso alla folla dei preti che assediano il Quirinale una via col proprio ingegno. Acciuffata così la fortuna colla stima dei pontefici, di grado in grado, canonico, vicario, referendario, vescovo, ambasciatore a quella Venezia che allora era ancora in grado di liberare l'Europa dai Turchi, fu poscia patriarca a Gerusalemme ed infine cardinale. Quando nel 1591 egli venne eletto pontefice assunse il triregno col nome d'Innocenzo IX. Scrisse varie opere che io non lessi e che voi non leggerete. Beneficò i compaesani. Uno dei tratti singolari della sua vita fu che egli cambiò il nome paterno con quello di Facchinetti per rammentarsi certamente nell'insperata prosperità la propria origine; come già gl'imperatori romani traevano dietro di loro nei trionfi campali uno schiavo, che di quando in quando rompeva le acclamazioni universali colla fatal voce: rammentati di essere mortale!

Due discendenti d'Innocenzo furono cardinali nel secolo XVII.

***

Da Cravegna, seppure il curioso lasciata la strada vi si è portato, in mezz'ora di cammino si è a Baceno, la borgata più popolosa di tutta la valle, situata alle falde di Pizzo di Robbio contrafforte del monte della Gran Loccia, non lungi dalla foce della Diveria nella Toce.

Compagno mio, non t'incresca di digredere dal cammino per visitare la solitaria vallata di Croveo, che qui appunto schiude le sue porte e della quale nessuno fece mai parola.

Essa sta rinchiusa fra le Alpi culminanti che muniscono l'Italia verso il Vallese, la cortina dei contrafforti che digradano a destra dell'Antigorio dal Reti, e quella della sinistra della valle Divedro. Le tante pieghe delle Alpi Massime che si svolgono in questa conca formano una serie di valloncelli, che nella state verdeggiano per riaddormentarsi poi sotto la neve per sette mesi. Fra queste vallate la più nota è quella di Agaro, piccolo villaggio abitato tutto l'anno, alle sponde del torrente che sbocca poi sopra Croveo; torrente che nel secolo XVI distruggeva interamente il villaggio. Il cardinale Morozzo, considerate le pessime stradicciuole per buona pezza dell'anno coperte di ghiaccio, voleva accordare alla chiesa di Agaro il dritto di seppellire i morti in cimitero proprio senza recarli a Baceno; ma quei montanari ricusarono per non perdere i diritti antichi. Notevole è l'usanza degli Agaresi di convitarsi a funebre banchetto il giorno della tumulazione di un loro consanguineo, uso che dura tuttavia; ignoro poi se non avvenga qualche volta che il più addolorato, mercè a Bacco, non diventi il più brillo.

Giacchè toccai qui di questi usi, aggiungerò che in tutta la valle Antigorio e la Formazza ognuno morendo lascia una o più libbre di sale per ogni focolare del suo villaggio.

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Baceno è un grazioso, pulito, pittoresco villaggio. Nei tempi andati era il capoluogo di tutta la valle Antigorio, come ne è tuttora il borgo più popoloso. Esso siede sopra uno scaglione di monte sulle alte sponde della Diveria, poco lungi da Verampio, sito ove questa mesce le sue limpide onde colla Toce biancheggiante. In Baceno ebbero potenza i feudatari della valle Antigorio.

I più conosciuti per le loro tiranniche giunterie furono i Valvassori De Rodes, i quali tanto malmenarono questi onesti valligiani da eccitarli a sorgere per scuoterne l'iniquissimo giogo. I Valvassori tenevano castello e corte in Premia, ed avevano una certa giurisdizione feudale anche sulla valle Formazza e sulla maggior parte della vall'Antigorio, secondo il diploma di Ottone IV imperatore dato a Pavia il 25 aprile 1210.

Le terre di Baceno producono ancora vino, frumento, frutta ed erbaggi di ottima qualità. La strada costrutta recentemente dal ponte di Crevola e che fra breve — coll'aiuto di Dio e dello Stato — sarà condotta fino al confine svizzero, venne fornita a spese dei comuni della valle con considerevoli sacrifizi, avendo essi dovuto quasi dappertutto tracciarla nella viva roccia granitica, non senza costrurre una serie di ponti sopra i torrenti che ad ogni svolgere di pendice s'adimano nella Toce. Quello che cavalca la Diveria a Baceno, la quale mugge in un gorgo profondo, è dei più notevoli.

XI. Premia — Storia nuova di cose vecchie — La Cravairola.

Premia, mezz'ora sopra Baceno, è un villaggio con discreto albergo. La parrocchiale di Premia venne costrutta dai Valvassori e conserva ancora qualche antica pittura. Amoretti nella sua escursione su queste alture accenna ai granati che si rinvengono in questi dintorni aggiungendo esservene di quelli del diametro di un pollice. Premia è sopra il livello del mare 800 metri.

Entrai nell'albergo con eccellente appetito — che il cielo conservi sempre a me ed a voi, amabilissimi compagni. Nella sala due deschi erano occupati: presso una finestra stavano assisi ad una tavola imbandita di pochi piatti e di molte bottiglie tre uomini, di varia età e d'aspetto signorile, che facevano echeggiare il vôlto del frequente tintinnio dei bicchieri e dei motti che si cacciavano addosso a bruciapelo, il tutto frammezzato da qualche sonora apostrofe al cameriere ed al cuoco. Avevano intenzione di recarsi alla cascata della Frua in val Formazza.... ma dopo tre giorni d'esitazione, s'accorsero che le gambe non corrispondevano all'intenzione e ritornarono al piano. Ma di loro fra poco.

Il vostro zingaro sedette dirimpetto all'altro tavolo, attorno al quale stavano assise due persone venerande, una per l'età, l'altra per pudica ed ingenua bellezza.

Un vecchio prete egli era dei monti ossolani, che dalla Formazza faceva ritorno al presbiterio, conducendo con sè quella cara giovinetta, di sedici o diciott'anni, sua nipote. La ragazza, vestita alla montanina, aveva ad una un fare spigliato ed una confidenza rispettosa col vecchio prete, sì che ognuno, senza maliziare, la avrebbe detta sua parente.

Il vecchio, malgrado i settantacinque che gli pesavano sulle spalle, era tuttora, come tutti i montanari, vegeto, rubizzo. Due occhi vivissimi ne illuminavano la serena fisionomia, su cui pure gli anni e molte fatiche e molti pensieri avevano tracciato profondi solchi. Egli, naturalmente, mangiava adagio; e la nipote, che aveva quelle due saldissime fila di denti, dei quali avrei dovuto favellarvi, per non correre la posta, occupava gli intermezzi, trangugiando, per passatempo, del pane. Il vecchio, fra un boccone e l'altro, chiacchierava tranquillamente della stupenda cascata della Frua e di certi loro parenti di lassù.

Se non che — un guaio c'è dappertutto — la giovinetta si trovava proprio in faccia a quei signorini, che andavano a gara a darle certe occhiate, sul significato delle quali non v'era il menomo dubbio; per cui la poveretta arrossendo, una volta che fu anche l'ultima, stava col capo chino sul petto, sì che lo zio le serviva di schermo.

Oh! ecco una scoperta! Guardando attentamente i tre commensali, ravvisai in essi tre zingari da me visti in una città dell'alta Italia, ove erano noti lippis et tonsoribus.

Tre zingari; ma intendiamoci, non confratelli che s'accontentassero di guardare e di pensare come il vostro compagno di viaggio, che anzi la cronaca scandalosissima della repubblica artistica voleva che allungassero un tantino le mani sull'altrui, quando per far suo, quando per il bel vezzo di manomettere.

Una volta fecero un tiro solenne alla Fama... la poverina, stanca dal continuo strombettare, godeva il fresco della sera sulla porta del tempio... i birboni, mascherati da grand'uomini, tentano di penetrare nel sacrario senza le debite carte di sicurezza... Ma sì! da quell'altura ritornarono ruzzolando fino al melmoso piano della mediocrità!

Uno di questi, a vent'anni, scombiccherò un dramma. S'era tolto a maestro — s'intende alla prima — Shakespeare, e malgrado una quantità di falserighe, dopo aver violato la storia ed il senso comune, berteggiava la decenza sotto pretesto di romanticismo. Gli applausi di centocinquanta amici — l'infelice non aveva nemmeno un nemico! — gl'inocularono il tenia della vanità. Da quella notte memoranda, il cappello rovesciato sulla nuca o sul naso, la chioma svolazzante attorno al viso senza parola, gli occhi spiritati, l'incesso barcollante, — finse d'essere invaso dal demone ruggente dell'ispirazione. Dopo quella notte Alfieri era anche lui uno scrittore tragico.

Il poverino diluì il poco midollo che gli restava in produzioni d'occasione, in cui riduceva in versi gli articoli dei diarii.

Consumato quel foco che non riscaldava nessuno, un bel dì, fruga e rifruga, fa la terribile scoperta, che la fantasia non ha mai voluto covargli un pulcino nella zucca. Sacco vuoto, senza fede, roso dall'invidia e disperato di sè, un bel dì, o piuttosto, un brutto dì, volle finirla..... e si precipitò dalla soffitta della sua lirica senz'ali nel pozzo d'un giornale politico-letterario — sono tutti letterari i giornali! — e si fece critico.... Non c'è da meravigliarsi se di laggiù — guercio com'è — chiama sole una meteora passeggera. Gli scrittori che credono di potere prevenire le staffilate di quella severa ed acuta critica che ha illustrato i mondi delle arti, corrono ad ammansarlo.... È vecchia ed in gran parte giusta l'accusa, che gl'Italiani non s'occupano di studi critici. Ma, per Iddio, se vediamo uomini di solenne ingegno dopo d'avere declamato contro la vanità dei diarii, che benedicono e maledicono senza dare ragione, si fanno codazzo di scolaretti scribacchianti, e nonchè tollerare questi stupidi portachitarre, li incensano, li blandiscono! O vanitas!

Del resto, menandogli buono il vezzo di scorrere a rompicollo i campi delle arti, su cui non ha mai saputo seminare, è un buon diavolaccio, niente scrupoloso, e se lo invitate a pranzo, vi divertirà assai.

L'altro, dalla barba prolissa....

Diamine, dirà il lettore, che capigliature, che barbaccie! Ve n'ha da imborrarne un pagliericcio! Eppure, lettore, mio, conviene sappiate che la capigliatura lunga e maledettamente ingarbugliata, la barba da Mosè sono per un artista che conosce il rispettabile pubblico una vera necessità. Che diavolo di talento volete voi sia racchiuso in una zucca pelata?

La barba ed i capelli incolti danno chiaramente a conoscere:

1. Che l'artista è tanto sublimato alla sfera della poesia, che ei riguarda le cesoie ed il pettine del parrucchiere come cose perfettamente inutili....

2. Che è un originale, un capo scarico, un essere anfibologico che sa d'ora in ora farsi angelo o demonio, secondo il garbo che dà ai diversi peli coll'aiuto delle sole mani....

Un maestro di musica, con cui ho stretta conoscenza, un giorno, dopo d'avermi dato un saggio d'un suo melodramma, mi confidava, che preparavasi a comparire degnamente innanzi al pubblico lasciandosi crescere i pochi capelli.

3. La copia dei capelli è viva immagine della forza: la lunghezza esprime il disprezzo degli usi del bel mondo, e l'arruffatura la continua lotta delle idee: tre cose che hanno gli incontestabili effetti d'ingannare il pubblico e di economizzare alla barba dei parrucchieri.....

— Signor scrittore, vorreste dirne quale affinità hanno i parrucchieri colle arti?

— Più di quanto pensate. Vi faccio grazia di quanto potrei dirvi sull'influenza dei sarti e dei cappellai, ma vi domando:

Amabili lettrici, come vi figurate — nel caso ci pensiate — il vostro umilissimo compagno di viaggio? Io giurerei sui peli della barba avvenire, che se io mi presentassi a voi colla faccia e la nuca pelata, con una di quelle ciere che non differiscono in nulla da quelle d'ogni galantuomo, senza eccentricità d'abiti e di modi, a chi dicesse presentandomivi:

Ecco il tal dei tali, autore del tal libro e di molte opere future e postume — voi, con quel candore con cui solete ammazzare un uomo che vi è indifferente, rispondereste sbadigliando:

— Ah! Sì..... è proprio lui l'autore di quel libro?

Lettrici mie, se mai sarò tanto fortunato di potermivi inchinare, io verrò a voi dopo d'aver fatto uso di tutti gli specifici infallibili (compreso quello d'una parrucca), onde ravvisiate sotto la posticcia figura iperbolica quell'io, che, ecc., ecc.

O voi tutti genii perduti nella nebbia dell'indifferenza, consultate la quarta pagina dei giornali, se la natura non vi classificò fra gli animali pelosi! Colla composition créatrice des cheveux et moustaches du professeur Derk de Sandwich (anche laggiù vi sono professori), qui garantit la beauté, la multiplication et la création (sic) de la barbe et des cheveux... (tra parentesi, costa L. 10 al vasetto)... in poco volgere di tempo vi sarà dato entrare nel tempio della gloria per non uscirne per tutti i secoli dei secoli, in grazia del capilligeno. O progresso... della chimica!

Quel tale dalla barbaccia, per tornar a bomba, o alla barba se volete, si sognò d'essere Michelangelo, nientemeno. Dopo d'avere sonnecchiato per dieci anni nelle sale delle accademie, credette di svegliarsi caricaturista. Ignorava che non basta saper disegnare per mettere in ridicolo, che anzi il concetto è tutto.

..... L'arte affacciatasi un istante al cervellino, vi trovò la parodìa: pensate se la pudica avrebbe voluto dividere la stanza con quella mezzana. Che volete? Nessuno capì le sue caricature, come nessuno aveva capito le sue dipinture storiche; sicchè adesso, lasciati i lapis, fa progressi rapidissimi nel facile mestiere di genio incompreso. Tanto peggio per l'Italia!

Il terzo dall'occhialino, che inforca senza posa la groppa del naso bernoccoluto, mangia, beve, veste panni, fuma come un turco, e affetta articoli di politica nei diarii, frammezzando le serie disquisizioni sul riordinamento della carta mondiale con romanzi originali italiani tradotti dal francese... Intanto aspetta che un ministro scoprendo questo diamante nell'immondezzaio degli scribacchianti, lo incastoni in qualche ufficio. Da dodici anni egli è in attesa della propria scoperta: intanto qualche ciocca s'imbrina. Egli, ormai stanco d'aspettare, è deciso di gettarsi a capofitto nelle file dell'opposizione..... Guai alla vittima!

Il bello poi sta nel sentire come questa confraternita s'incensa nei giornali... l'egregio mio amico... il celebre autore... Sic itur ad astra!

Ma zitto, sentiamoli.

— Sì, vi ripeto, che anch'io voglio ritirarmi alla campagna...

— Per farti anacoreta? Hai ragione. Deciditi una volta a far penitenza de' tuoi peccati... il pelo si fa grigio, e Cristo ti guardi dal farla tardi!

— E solo?

— Oibò; aspetto solamente l'incontro d'una bella ragazza...

— A che?

— Per farne il bastone della mia vecchiaia.

— È forse necessaria una ragazza? Prenditi una vecchia.

— Puah! Io intendo sempre d'imitare chi fa professione di dare buon esempio.

— Non ti sarà tanto facile trovare un modellino sì aggraziato... (cara, cara!)

— Lo credo io. Tanto più che non porto in capo... mi capite... il salvacondotto.

— Beati quelli! Paradiso di qua e di là; mentre noi aspettiamo l'inferno nel purgatorio... Se rinasco, m'immaschero anch'io.

— E vedere come si conservano freschi, aitanti oltre il mezzo secolo... mentre io a quaranta...

— Essi non consultano mai la quarta pagina dei giornali!

— A proposito. Ieri all'ufficio postale ho letto l'Armonia: vi faccio sacramento che non vi ha diario che lo sopravanzi per spiritose concezioni, per purità di lingua e per strettissima logica...

In breve tutti gli strali si spuntavano sulla tranquillità apatica del prete, il quale tuttavia lasciava spuntare a fior di labbra un certo risolino indefinibile, forse allora che una favilla spiccava da tanto fumo. Bevi e ribevi, trinca e cionca, i tre finirono per ingolfarsi nel razionalismo, e manomettendo quel po' che ne avevano letto stampato su per le gazzette, diedero un furioso assalto a tutte le religioni positive.

Io che me ne stava fra tanta battaglia spettatore indifferente, pensai quanti pensieri dovevano frullare in capo al prete della montagna, certamente ignaro di ogni contesa filosofica, e che aveva forse creduto che non vi fossero al mondo religioni diverse dalla cristiana, turca ed ebrea. Ma egli sorbiva tranquillamente una fumante tazza di caffè.

Intanto nella via stessa dell'albergo una donna vecchia, scarna, giallognola e quasi cieca, appoggiandosi ad un bastoncino, si recava innanzi ad un'immagine della madonna di Revalvegezzo da qualche Raffaello del paese tratteggiata sul muro, e ginocchioni vi orava tutta raccolta.

Nella sala dell'albergo la discussione non cessava: discussione veramente non era poichè l'affare principale consisteva nel rincarire la dose a chi aveva parlato prima. Mentre s'arrovellavano sull'adorazione delle immagini, ad un tratto, vista la vecchierella che pregava, eccotela in ballo.

— La vedete quella donna? Credete voi che nell'atto suo entri un cicino l'adorazione dell'Ente?

— Impostura!

— Ostentazione, dico io.

— Nè l'uno, nè l'altro; ma idolatria, sempre idolatria, paganesimo, superstizione.

— Farebbe molto meglio a filare alla conocchia!

— Sarei curioso di sapere cosa n'avrà dopo di avere sonnecchiato un paio d'ore davanti quella crosta.

E alzandosi anche lui, s'avanzò verso la tavola del prete, e fatto un leggero cenno col capo, col sorriso sulle labbra, chiese al vecchio:

— Scusi, sor abbate, se le interrompo il chilo.....

— Parli, signore, sono qua a sentirlo.

— Dica un po' lei, che è della professione e che può parlarne in cattedra, se quella donna non farebbe molto meglio..... ma lei ha sentito certamente i nostri discorsi..... l'amico mio giornalista grida come un ossesso!... favorisca adunque dirne chi di noi gli pare abbia ragione.

Il prete gli ficcò, intus et in cute, uno sguardo acutissimo, che tradotto in volgare voleva forse dire:

— Voi vorreste divertirvi alle mie spalle, neh? Guardate che io vi faccio pagare lo scotto!

— Signori, tutto quanto hanno detto, mi torna meno nuovo di quel che si credono. Dimorai lunghi anni in Allemagna ed a Parigi..... Io, me lo permettano, risponderò loro con una domanda.

— Oh! pensi.

— Quella donna è miserabile, si vede; è quasi cieca... è forse priva di famiglia, o, Dio non voglia, maltrattata da' suoi come un fastidioso mobile. Dunque senza gioventù, senza salute, senza vista, senza il cinismo d'un cuore isterilito nei disordini, senza conforti materiali e domestici, e quel che è più orribile, senza speranza! Agirà per ostentazione? Per carpire alle paesane sue il titolo di devota od un tozzo di pane? Poca ambizione e dura condizione. Ad ogni modo soffre e senza speranza di meglio, non è vero? Andate ora, sulla supposizione più onesta, a scalzare la predilezione idolatra che può per avere un'immagine anzichè per un'altra! Che vogliono darle, o signori, per consolazione, in cambio d'una fede, che vendica colla vita avvenire i dolori della presente?

················

E corse dietro alla vecchia per recarle il frutto d'una parola, atto che la fanciulla abbelliva colle grazie della giovinezza e della carità... Non dico che fosse tutta carità spontanea, pura... ma a buon conto, senza sofisticare, la carità venne posta in atto.

***

Da Premia, a destra, oltre la Toce, si sale per un cattivo sentiero alla Cravairola, regione al di là della catena dal Pizzo del Forno alla Corona del Groppo, la quale trovasi oltre al confine naturale e versasi nella valle Ticinese.

Le dissensioni sorte anticamente fra gli Ossolani ed i Valmaggesi finirono per accendere quelle scaramuccie, le quali per essere guerreggiate fra contadini non sono meno micidiali; di qui rapinarsi il bestiame, spesso diruparlo, incendiare le capanne; finchè, stanchi di queste reciproche rappresaglie a cui avrebbe tenuto dietro la comune miseria, ricorsero ai proprii governi verso la metà del secolo XVII. Senatori della Camera di Milano ed inviati della Repubblica Elvetica convennero sul Lago Maggiore e là stabilirono i confini. È inutile il dire che avevano tutti ragione. Dopo la sentenza, infierirono più atroci le rappresaglie. Finalmente in una sanguinosa rissa essendo stato ammazzato l'istigatore principale, un bandito della Valmaggia, di cui si portò in giro la testa sopra una picca, placata col sangue l'ira comune, la luttuosa lite ebbe fine.

Da Premia per Piedilago, detto dai valligiani Piedilatte, i due Cadarese e S. Rocco, si perviene in due ore sotto quel Salecchio già accennato da noi. Questo villaggio, il più alto della valle Antigorio, è situato sopra un breve gradino del monte della Punta di Campo. Da lassù godesi bella vista sopra una parte della sottostante valle, mentre tutt'attorno al villaggio rallegrano estesi pascoli smaltati di odorosissimi fiorellini. Chi da Salecchio volesse recarsi in valle Formazza, di cui di lassù scorgesi la bocca, senza discendere la via al basso malagevole assai, vi può pervenire con un sentiero che guida al santuario di Puneigen, in due ore.

Questo sentiero corre sull'orlo del pendìo montano qua e là rapidissimo, e dopo la neve diventa pericoloso, non però come l'asprissimo che vi conduce da S. Rocco stagliato nell'immenso muro granitico, che s'aderge al N. O. Sicchè Salecchio è quasi segregato — nell'inverno — dal resto del mondo. Pochi inverni or sono il sindaco ed il vice-sindaco di Salecchio vollero discendere per quest'ultimo calle a S. Rocco; gli sciagurati sdrucciolarono sul vivo diaccio che lo copriva, e rimbalzarono — orribile a dirsi! — di roccia in roccia sino a valle.....

Il santuario di Puneigen od Autilone non ha nulla di rimarchevole per architettura, ma il sito è assai pittoresco. Sorge sopra una balza del Martello tutta lieta di piante e di erbe, attorniata da rupi scoscese che si specchiano in un laghetto. Dall'estremo labbro verso levante, la vista sulle nudi rupi del Rizoberg, sull'abisso che si sprofonda nella sottostante Antigorio, e verso mezzodì sui pascoli che allegrano le falde dei due Salecchio, compensa la poca fatica di farvi una digressione dalle porte della Formazza.

Da S. Rocco che ha una bella chiesuola ed una fisonomia ancora aperta, sorridente, italiana, in poco d'ora giunsi per Balmalarice, Passo, ad Arivasco.

Bella cascata è quella del Vuova, qui presso.

Io solo so quante volte incespicai sulla malagevole stradicciola per guardare le gigantesche rupi di granito venato a strati orizzontali che assiepano la valle. Gli obelischi egiziani appetto a quelli che se ne potrebbero trarre parrebbero birilli.

Perchè non ho io la potenza della fede che rimove i monti ed il genio di Michelangelo? Vorrei innalzare sulla vetta suprema delle Alpi tale un monumento alla verità, che toccasse le stelle. Il granito non è ciò che manca per ora.

Il gruppo di casupole, che è Arivasco, non ha nulla che possa trattenerci, se non fosse questa nidiata di vispi fanciullini, la folleggiante gaiezza dei quali contrasta non poco colla severità del paese. La valle sì spaziosa va chiudendosi: ecco Unterwald. Siamo finalmente in Formazza?

Fra mezz'ora, rispose una donna.

Perchè, dissi poi tra me, le mezz'ore di piacere non sono tutte lunghe quanto codesta per salire alla Formazza?

XII. L'orrida forra di Unterwald.

Appena oltrepassato il malinconioso casolare di Unterwald (Foppiano), ci addentriamo in una stretta gola, oscura, sinistra. La scena che ti colpisce dal ponte d'Untergeschen è stranamente terribile. A destra, crollante sopra una rupe, una torre inghirlandata d'ellera e di muschio, sta per sfasciarsi. Forse è l'ultimo monumento della guerra contro i Cimbri — forse l'innalzarono i Cimbri nella loro discesa.

Guardati dal favellare contro i Romani ed i Cimbri — essa potrebbe vendicare su te gli uni e gli altri.

Lo Sternehorn, gigantesco monolite insofferente di neve; che inabissa quaggiù i fianchi repenti, soffoca la forra. Le pinete dalle funebri ombre incutono sacro terrore. Immani macigni rimbalzati qua e là sotto e sopra, s'arrestarono colpiti da spavento. Fra le poche zolle, nei loro crepacci, sugli scaglioni inferiori, lacrimano minutissimi zampilli. In mezzo si rivolta, s'arrabbia di masso in gorgo con orrendo muggito la Toce tutta spumeggiante d'ira. È l'acqua che si ribella contro la terra. Intanto il sentiero, incerto, s'innoltra serpeggiando fra i sassi e sale faticosamente verso il lembo dell'orizzonte che s'affaccia lassù.

Dove sbocca questa fossa?

Le membra si diacciano sotto la vampa settentrionale che dal cigliare del pozzo si sferra quaggiù in un turbine di nevischio e di spruzzi del fiume; il petto ansante chiede riposo e mite temperie — ma su! su! qui non consentono sosta nè le spinose selci della strada, nè le ombre assideranti. Su! anche i pini, i larici si slanciano con forza da quest'umida caligine all'insù per giungere ad ottenere un raggio di sole. I loro rami tremolando ne invocano la caldura onde gli uccelli migranti vi si posino in ciarle d'amore. Ma invano! Non un raggio scende di là ed i merli d'acqua stessi (Wasseramsel) non osano soffermarsi alle loro radici. I corvi soli, gl'incresciosi corvi spiccano il volo dalle bozze soprastanti e scendono nel burrone sopra gli alberi infelici a funestarli col loro rauco gracidare.

Se qui la natura sembra spirare soffocata dalle moli gigantesche e sfinire di languore, oh! come trista dev'essere la valle di Formazza!

Un grazioso fanciullino incontrato ad una risvolta ne assicura che fra pochi istanti toccheremo l'altipiano desiderato.

Rincorato, dando uno sguardo ancora allo spettacolo sottostante, invidiai — e non per la prima volta — il pennello del Gonin per ritrarre questa terribile scena, in cui per rafforzare il colore locale non sarebbe punto necessario d'innestare episodii drammatici — sì alto qui parla la natura!

Ma ecco la bocca dell'androne, ecco la luce, il sole e col sole il sorriso della vita!

Guardo in giù, attraverso ai pini, e auguro ai Formazzesi non venga giammai loro il ticchio di sterpare la boscaglia protettrice del mal passo — o nessuno s'addentrerà nella spaccatura senza che, eterna spada Damoclea, non minacci o voluta di neve o frana o macigno!

Guai a voi!