Quanto non s'eleva nella solitudine
delle Alpi l'immaginazione!
Zimmermann.
Eccoci al piano. Quattro o cinque scheggioni diroccati fin qui, Dio sa quando, dai vertici del Martello, e la valle Formazza si stende in là fra sublimi montagne.
Due piccoli villaggi ne si presentano innanzi, amendue poco lieti: il primo, poco rallegrato dal sole, Stafelwald, allo sbocco di una ripidissima valletta che dichina dal Vandflühorn (2862 metri), solcata dal torrente Riebbo, per la quale un brutto sentiero guida nell'estate pel Criner o Forca del bosco, alla Maggia nel Ticinese: l'altro, Andermatten (1241 m.), colla parrocchia, sotto una scoscesa roccia che gli si aderge altissima alle spalle, pare temi di un finimondo.
Non ha tutti i torti.
Nulla di notabile nella parrocchia, fuorchè lo svelto campanile che sorge isolato. Nello sterrato allato alla chiesa il cimitero, come nei paesi protestanti della Svizzera. Ma prima di giungere al cimitero, fermiamoci, che n'abbiamo di mestieri, all'albergo del Cavallo bianco, pulito e discreto.
La Catterina, l'ostessa, dà cento punti al marito a darvi lezioni di corografia. V'ha anche una bella giovinetta, semplice ed innocente quanto vezzosa. Sento da esse che convengono alla parrocchia quanti abitano nelle superiori frazioni di Touffwald, Wald, Zumsteg, Brenno, Gurfelen, Fruttwald, e nell'estate dai casali di Kerback e Morasck distanti tre o quattr'ore di cammino.
Occupai la domane nel visitare i paeselli.
Poco oltre Andermatten la valle si rivolge alquanto a sinistra ed assume quell'aspetto che faceva esclamare al celebre Saussure esser questa la valle d'aspetto più pastorale ed allettevole. Da Stafelwald a Touffwald corrono a destra rupi tragrandi di vivo macigno, coronate d'una sempre verde boscaglia di pini e larici, mentre alzando lo sguardo scorgonsi le vette supreme dell'Hirelihorn (2434 m.), del Gazoli, del Bedriol (2921 m.), le quali, correndo fino al Kastel (3276 m.), dall'aprirsi al chiudersi della valle, a destra rimontando la Toce, segnano col taglio delle loro creste frastagliate il confine fra il regno italiano ed il cantone Ticino.
Dalle balze dell'Hireli si lascia cadere quasi spossato di languore e di fatica lo Steibo, torrente che forma lunghesso quelle repenti chine una cascata di ben duecento metri, la quale appare da lungi quale tela d'argento sfavillante ai raggi del sole. Sempre a destra, prima di giungere a Touffwald, scendono dall'Alpe Gazoli il Fuldstuder e l'Ecco, amendue formanti variate cascatelle, le quali sono assai belle a riguardarsi, principalmente dopo qualche temporale nei valloncelli superiori.
Touffwald, detto pure S. Michele, ha case pulite ed è bene esposto al mezzodì. La strada sotto le boscose falde del Montegiove o Retiberg (3007 m.), come qui lo dicono, procedendo lungo la Toce scorge a Wald, nel centro della valle. Siccome però le molteplici sorgenti che zampillano dal Witenbil, collinetta in mezzo alle praterie, nell'inverno formano scaglioni di diaccio durissimo, i quali coprono per lungo tratto la strada, gli alpigiani l'abbandonano passando da Touffwald alla sinistra della Toce.
***
In Wald in una casetta al ponte ha stanza il ricevitore della dogana italiana, gentilissimo giovine che ne fu largo d'ogni cortese indicazione.
Ho fatto una visita alla tenebrosa nicchia in fondo alla quale il Lebenduner, prorompendo da un covacciòlo si precipita in sottilissima polvere; ma il denso velo degli spruzzi e l'altisonante ruggito m'impedirono d'interrogare i genii dello speco.
Il sentiero che serpeggia su per la foresta, dal ponticello che valica il torrente, guida ai pascoli di Vannin, e di là, su per le murene ed i diacci del Minoio-Krüpfi al varco del monte — da cui sceso nella valletta suprema dell'Arbola, pel passo del Figascian, in una giornata di cammino, ad Aernen del Vallese.
Zumsteg è la capitale della valle: è il più grosso villaggio, non il più bello. Le pendici a destra ed a sinistra sono tutte affoltate di pinete.
A pochi minuti da Zumsteg, alla destra della Toce, un bel gruppo di case sulle ultime falde del Nacker, Brenn — (1322 m.); poco più in su, pittorescamente allogato sotto una rovina di giganti roccie che i secoli hanno vestito di muschio e di zolle, sta Gurfelen. Le ruine a cui s'addossa, lo riparano dalle bufere del settentrione — tutto il male non viene per nuocere.
Al di là di Gurfelen, mentre la valle si ristringe, la strada sale, a sinistra del fiume, sopra una rupe che stagliata trabocca giù nei profondo in cui gorgoglia la Toce: di là, alla risvolta del cammino, ove s'innalza un'antica croce di legno, appare pressochè tutta la valle coi casali di Touffwald, Wald, Zumsteg, Brenn e Gurfelen.
Da quest'ultimo in un quarto d'ora si giunge a Fruttwald, diviso dalla Toce, nel verde piano in cui riposa la valle fra le rupi del Nuefelgiuh e le balze del Tamier. Il Nuefelgiuh è un'orrida catasta di macigni aspri, scagliosi, nudi, penzoloni sul villaggio.
Uno di essi, or faranno trent'anni, traboccava con intenso fragore sul villaggio — la terra traballò, i pendoli s'arrestarono, mura si screpolarono — ma il masso per miracolo sprofondava a dieci passi dagli abituri.
Quelle creste ricise, addentellate non paiono accessibili che agli uccelli di rapina. Chi oserebbe del resto arrampicarsi lassù? Sentite una fiera istoria.
Luigi Dellavedova aveva un figlio non ancora ventenne, di ottima indole e di belle forme. Luigi è l'espertissimo fra i cacciatori di camosci. Egli non aveva mai permesso al figlio di accompagnarlo a caccia, promettendogli però che non appena avesse compito vent'anni, avrebbe diviso con lui le fortune di quel passatempo che in fatti è una serie continua d'indicibili disagi, e di pericoli d'ogni maniera. Il giovane attendeva con vivo desiderio, con impazienza quel giorno avventuroso. Spesse volte il padre lo sorprendeva fiso estatico verso i culmini alpestri. Intanto s'addestrava ad imberciare con sicurezza per colpire il suo cappello a trecento passi.
Una mattina, mentre il padre era assente, il giovanotto, malgrado le rimostranze della madre, mette ad armacollo la carabina paterna, parte per una scorsa sul Reti. Alla sera, prima dell'arrivo del padre, sarebbe di ritorno.
Quella sera giunse il padre; ma s'attese invano il figlio. Anche la notte invano.
La domane, la dopodimane, la povera madre correva di quando in quando alla porta della capanna con ansia infinita..... ma forse egli insegue con altri cacciatori un branco di camosci. Il padre interrogò i cacciatori della Formazza; seppe che nessuno s'era mosso di casa! Il padre smanioso, col figlio maggiore, sale sulle alture e le percorre senza posa per varii giorni; frotte di cacciatori e di pastori s'addentrano nelle solitudini di quella cerchia montana, tutto attorno alla valle — invano!
L'ansietà cangiasi in angoscia. — Ogni valligiano palpita sulla sorte del giovane; le madri piangono colla madre.
Ecco l'ottobre — nevica. La neve seppellisce ogni cosa, ogni speranza. La madre sola spera ancora — in Dio! Più d'una volta, la notte, balza dal letto e corre affannata alla porta ove le pare abbia picchiato una mano sospirata. Allo squagliare delle nevi in giugno, sotto le precipitose rupi del Nuefelgiuh un pastore scopre un cadavere orrendamente sfracellato..... Il padre solo potè riconoscere la sua creatura. La carabina, spezzata, trovossi lungi un cento passi dal cacciatore che per la prima ed ultima volta l'aveva impugnata.
***
Quantunque Fruttwald sia il più alto dei villaggi abitati tutto l'anno nella Formazza, la vista resta ivi circoscritta verso la valle da un gibboso declive che l'attraversa fra il Tamier ed il Nuefelgiuh, e verso settentrione da un contrafforte di quest'ultimo monte che rinchiude quasi il superiore valloncello di Unterderfrutt ove casca la Toce.
La strada, lasciato Fruttwald alla sinistra, con breve giro appiedi del Tamier s'affretta alla Frua, spettacolo che si presenta ad un tratto, quasi per meglio colpire.
S'io disegnassi come Schrimer non avrei a descrivertela a parole.
Il Valloncello di Unterderfrutt è circondato dalle falde del Picco di Gigeln, a destra — dalla rupe della Frua a settentrione, — e dalle ultime digradanti balze del Nuefelgiuh a sinistra ed al fondo. Al di là della Toce poche stalle in mezzo ad una breve prateria attorniata dai macigni dinoccolati dalle rupi imminenti, danno ricovero nell'estiva stagione agli armenti che si vengono a pascolare.
Lo sguardo non può soffermarsi più d'un istante sulla cornice che inquadra il meraviglioso spettacolo della Toce, la quale ad un tratto, lasciato il queto alveo superiore, trabocca dal ciglione della rupe stagliata in tre orizzontali gradini, uno sull'altro cadente, ed irritandosi ad ogni labbro, rimbalza spumeggiante nell'aria, ricade in sottilissima polvere d'argento per spandersi nuovamente in mille spruzzi, cascatelle e zampilli, formando così una piramide gigantesca, la quale, allorchè il sole vi diffonde i suoi raggi luminosi, tutta sfavilla di mille diamanti.
Bello è contemplarla all'aurora colorirsi a porporine tinte, smagliante come l'acciaio brillare al mite chiarore della luna, e nelle incerte ombre della notte innalzarsi come un immenso fantasma in mezzo a quelle moli rigorose. La severità del sito, i cento sibili confusi in un sol urlo dell'aria percossa, le scagliose rocce del Gigeln, le superiori macchie di larici, fra cui fischia il vento, destano nello spettatore il senso, non so se più di meraviglia o di terrore, che nega la favella innanzi agli spettacoli più sublimi.
Nel fitto dell'inverno, benchè il volume delle acque montane scemi d'assai, la cascata presenta una vista non meno sorprendente: le notturne bufere ed il gelo asprissimo sogliono in poco d'ora indurare i fili, gli spruzzi, i zampilli, i veli cadenti; ed allora si vedono pendere e sorgere su quei lucidi macigni una serie infinita di stalattiti cristalline, che riflettono la luce con mille colori, mentre l'acqua scompare sotto questa scintillante armatura.
Dal ciglio al piano la cascata misura duecento metri; è quindi delle più considerevoli per l'altezza, mentre per la mole dell'acqua essa non la cede forse ad alcuna delle più vantate di tutta l'Europa. La cateratta del Reno presso Sciaffusa non va annoverata propriamente fra le cascate. Lo Stauback presso Lauterbrunn supera in altezza la cascata della Toce di un quarto circa; ma siccome quel torrente è molto povero di linfe, ne avviene che buona parte va dispersa nell'aria in sottilissima nebbia; mentre la Toce, anche nell'inverno, per le molte sorgenti perenni, ha tuttavia una notevole quantità di acqua. Poco più, poco meno può dirsi lo stesso della Tamina, di quella di Martigny e della stessa del Reichenback, e d'altre che ometto per brevità o inferiori per l'altezza o pel volume dell'onde. Celeberrime in Italia sono le cascatelle di Tivoli: le quali a petto della Frua sarebbero meschina cosa, ove non concorressero a renderle più famose le memorie delle vicinanze, in cui ad ogni passo ti si rammenta la Sibilla Tiburtina, e Mario, Scipione, Virgilio, Sallustio, Flacco, Catullo, Orazio e Mecenate, i quali venivano dalla tumultuosa Roma a cercare silenzi e riposi al rezzo dei laureti sulle sponde dell'Aniene.
Il Casalis, nelle poche linee consecrate alla valle di Formazza, dice la cascata della Toce essere la più bella dell'Europa; il Boniforti l'accenna come la bellissima delle Alpi italiane e non inferiore a nessuna della Svizzera; l'Amoretti, che unico percorreva queste valli fra gli scrittori italiani, quantunque non si lasciasse trasportare d'entusiasmo che per ciò che era mineralogia, tuttavia la dice mirabile. L'Ebel stesso la magnifica, benchè per errore la diminuisca d'un terzo d'altezza. Ecco le sue parole: «Siccome, eccettuata la cateratta del Reno, non vi ha nella vicina Svizzera una cascata con massa sì considerevole d'acque, quella della Frua, è, senza dubbio, delle più notevoli che vi abbia.»
Salite in venti minuti le risvolte della strada tagliata nella rupe, dopo d'avere contemplato da vicino la caduta, eccoci sul ciglione da cui precipita il fiume; di quassù, come da lato, come dalle capanne d'Unterderfrutt, la scena si para sempre grandiosa. Da questo estremo limite al sud della valletta di Uberaufderfrutt o di Sant'Antonio, si spiega dinanzi una parte della valle, senza la vista però dei casolari nascosti nelle anfrattuosità delle falde montane; alla sinistra della Toce sorge una cappelletta con portico, dedicata a sant'Antonio, a lato del Gigeln, altissimo picco direi d'un sol pezzo di viva roccia, che si disterra da questi altipiani.
***
Catterina era la più bella ragazza della valle Formazza: gli occhi gareggiavano colle labbra nel sorriso, ed il suo cuore non era meno generoso dell'aspetto. Non era una sola fanciulla in tutta la vallata che nel segreto del cuore non le invidiasse la bionda e foltissima capigliatura, e l'arcana potenza di ammaliare quanti l'avvicinavano.
Nell'estate, in mezzo al suo armento, quando cantava, gli animali alzavano il capo attenti, e cessavano di pascolare...
Nelle lunghe giornate d'inverno, accanto a sua madre, filava il lino, e tutti credevano che passando fra le sue dita bianche e sottili il filo, s'indorasse.
Nell'ampia e pulita stufa della sua casa convenivano nelle serate invernali i più formosi garzoni dei casolari, tutti innamorati di lei, che sorrideva a tutti senza conoscere l'amore.
Quando in coro colle amiche intuonava una bella canzone, Pippo differiva alla domane la confessione di quanto sentiva per lei. Ma avrebbe potuto spiegarlo?
Tuttavia un bel mattino, non si sa se a caso, Pippo incontrò Catterina nella foresta dell'Hireli che riconduceva una capra smarrita. Di tutte le cose toccantissime ch'egli s'era da tanto tempo studiato di favellarle, non potè dir motto. Ma quando alla sera la Catterina con voce più soave del consueto cantò:
«Nel profondo del mio cuore v'ha una cellula ch'io sentii vuota fino a quest'oggi.
Io viveva senza assaporare la vita; io vedeva senza guardare; io ignorava tutto.
Ora la cellula è piena di un mondo — una tua parola ha fatto il miracolo.
Attorno ad essa mille immagini — e son tutte la tua. Perchè sfugge tuttavia dall'anima un sospiro?»
allora Pippo uscì dalla capanna troppo angusta. La brezza notturna gli ricompose gli spiriti, e il povero innamorato potè sclamare: dov'è l'uomo più felice di me?
S'egli era intieramente felice, perchè la sera susseguente andò coi compagni in casa della fanciulla e ne tornò senza aver profferito parola in tutta la sera? Era desso geloso?
Il vecchio Giovanni, il padre di Catterina, possedeva una foresta di pini secolari, ubertosi pascoli nella valle e meglio di cento capi di bestiame. Mentre stava un giorno soletto guardando il suo armento che pascolava sull'alpe di Balmarossa, vide venir a sè Pippo.
— Benvenuto Pippo! cercate di me?
— Deo gratias, potè rispondere il giovane, affannato dalla salita sotto la sferza del sole di agosto, e più ancora dalla tema di non ottener quanto bramava.
— Sedete e parlate.
— Se voi siete contento, io mi torrei in isposa la vostra figliuola.
— Voi siete onesto... ma troppo povero. Sapete che la Catterina è fra le più ricche della valle?
— Io non desidero che la fanciulla.... E volle soggiungere le mille cose che aveva pensato per istrada — ma la dura parola del vecchio gli annodò in gola ogni risposta.
Giovanni, vedendo il meschino grondante di sudore impallidire, lo trasse con sè alla capanna dell'alpe, gli presentò una coppa di latte munto allora, e con voce meno acerba:
— N'avete parlato alla Catterina?
— Disse di amare me solo.
— Poichè la è così, io non voglio fare due infelici. Voi siete giovane, e la fortuna ama i giovani. Quando avrete da pascolare dieci bovine, Catterina sarà vostra.
Pippo, rasserenata la fronte, abbracciò il vecchio, e scese correndo quelle alture senz'accorgersi della malagevolezza del sentiero e della china precipitosa. Prese commiato dalla vecchia madre piangente invano, e dall'amata che sorrise alle promesse del giovine animoso — e partì per Roma, per Roma tanto lontana.
Dopo un anno, Catterina seppe che l'amante spossato per incessanti fatiche era caduto ammalato. Da quel dì una mano ignota portava sull'altare della Vergine un mazzo di fiori perlati di rugiada, quali mai non si videro trapuntare le praterie della valle. Ve n'era di quelli a mille colori, come la spuma della Frua.
Pippo, colto dalla febbre, consumò ogni sparagno: quando riebbe in parte l'antico vigore, i medici lo consigliarono di fare ritorno all'aria natia. Nullameno cercò lavoro coll'insistenza di un proposito che non vacilla: debole ancora, il frutto del lavoro bastava appena alle necessità della vita. Intanto la madre lo richiamava — si sentiva a morire e voleva rivedere ancora una volta il figliuol suo. Partì povero e sconfortato da quel paese ove era giunto con tante speranze. Di ritorno trovò nella sua capanna un cadavere. Dopo la sepoltura della madre, quella porta non s'apriva ed i vicini dicevano di sentire la notte dolorosi lamenti.
Egli sarebbe morto di dolore, se un mattino una voce dilicata e tremante non avesse cantato sotto le finestre di quell'abituro la nota canzone dell'amore... Pippo venne fuora: quasi non era riconoscibile..... era anche povero — tuttavia Catterina gli sorrise.
Pippo comprò una carabina ed in poco tempo divenne il più destro cacciatore di quelle alpi. Di quando in quando inviava alla fanciulla del selvaggiume. Scoprì un giorno appiedi delle orrende diacciaie di Cavergno una camozza col suo nato: decise di ammazzare la madre per avere vivente la piccola — fermò di averla ad ogni costo.
Chi sa contare quante volte il cacciatore corse pericolo di morte? I camosci, in grazia del sottovento, sentirono l'appressarsi dell'uomo, valicarono le creste difficili del Kastel con piede snello e sicuro. E Pippo su per le roccie, dietro ai veloci animali. I quali s'erano indirizzati verso le giogaie del Thallihorn, sfiorando appena la cornice a picco, al di là del lago di Kastel, sull'abisso che si sprofonda giù giù fino al vallone di Kerback. Pippo, sicuro che per stanchezza la capretta non potrà correre lontano, s'avventura su quel passo, largo due palmi, fra il cielo e l'inferno — sente smottarsi sotto ai piedi il sentiero — non s'arresta; si mette carponi e così valica l'abisso, in fondo al quale, laggiù, acute roccie stendono in su le loro scarne ed affilate mani bramose di sangue.
Il capretto alfine è quasi sfinito dal correre, e giace oltre il burrone della Toce a pie' della madre che lecca pietosa ed accarezza il nato, e guarda attorno con sospetto. Se Pippo giunge a varcare inosservato il burrone, le selvaggie creature sono sue. Bisogna dinoccolarsi al fondo e risalire la parete opposta. Ma se scivola sopra malsicuro sasso il piede? Sei morto. Se staccasi sopra il capo un macigno da lungo tempo desideroso di riposare in fondo all'oscura fossa? Sei seppellito. È facilissimo nella discesa repente avvallare a fascio; e non sarà impossibile arrampicarsi pell'ertissimo muro di fronte? E se mentre tu corri manifesto pericolo di orrenda morte, un sasso maledetto cade sonando sulle pietraie ed avverte la camozza? Mille terribili pensieri attraversarono come sinistro lampo la mente del cacciatore... ma Catterina, quando le avesse condotto la svelta capretta, come gli sorriderebbe!
Scivolò al fondo, s'inerpicò — dopo dieci prove — sino all'orlo opposto del burrato, e di là, fra le scabre roccie imberciando con mano ed occhio sicuri la preda, scoccò il colpo. La palla sibilò acutamente — tutti gli echi si destarono — quando il fumo si diradò, vide la camozza fare ancora due passi, inginocchiarsi e cadere spirante presso il lattante... Povera ed innocente bestiuola! Ma che non vale un sorriso di Catterina?
Il lattante smarrito trillava di dolore senza fuggire, sicchè Pippo potè di leggieri impadronirsene. Catterina lo accettò con festa, gli cinse il collo d'una rossa collana a cui penzolava uno squillante campanello, e lo diede ad allattare ad una capra. Ella stessa lo conduceva ai pascoli della Frua, tutta lieta di vederlo sì gaiamente saltellare.
Da qualche tempo Pippo non s'avventurava più alla perigliosa caccia dei camosci: ritornava dai monti carico di pietruzze, delle quali alcune bianche come il latte, altre porporine come le labbra di Catterina, altre screziate d'oro. La cera raggiava di speranza e d'amore. Gli era apparso il genio delle Alpi e gli aveva indicato una caverna in cui stava nascosto un ricco tesoro di preziosi metalli e di rarissime perle. Il pavimento era tutt'oro — le pareti a colonne di malachite, smeraldo e lapislazzuli — il vôlto stellato di rubini e di granati.
Da quel dì la ruggine cominciò a serpeggiare in arabeschi sulla canna della carabina dimenticata in un canto della casa, ed i ragni a tessere le loro tele polverose sull'acciarino.
In quella un congiunto gli scrisse da Roma non indugiasse a partire a quella volta, gli affari procedere con meravigliosa fortuna; avrebbero diviso come le fatiche i frutti. Pippo sorrise alle esortazioni degli amici e partì in sua vece un altro.
Egli vendette la fidata carabina e s'avviò all'Anzasca. Poco tempo appresso ritornava con alcuni di quei valligiani che saggiano e conoscono la virtù d'ogni pietra.
La domane — appena s'inalbava l'orizzonte — con cinque altri giovani robusti, muniti di vanghe e di acute marre, tutta la frotta, Pippo in testa, s'incamminò spedita verso il Griesberg; a Bettelmatt penetrò nel deserto androne del Gemmsland, e, accesi branchi di pino, entrò nel tenebroso speco. Appena la luce delle torcie resinose arrossò la bocca dell'antro, un urlo spaventevole gelò il sangue e la parola ai compagni — ed un lupo si slanciò rabbioso fuori di quelle tane — ma Pippo non aveva più la carabina, ed il lupo fuggì ratto. Triste presagio! Pippo ed i suoi amici scavavano con ardore e trasportavano al sole un mucchio di pietre, ed i minieratori le esaminavano attentamente una dopo l'altra. A mezzo il giorno questi ultimi dissero ad alta voce: non v'ha qui indizio d'oro nè di granati. Pippo impallidì! I compagni pietosi lavorarono fino a sera, secondando la febbrile ansietà dell'amico. Venne la sera senza che nulla si fosse scoperto; le pietre scavate con tanta fatica e tanta speranza non avevano valore di sorta. Pippo stava tuttavia lavorando quando i tizzoni si spensero. Nessuno osava far motto. Oscurata la spelonca, Pippo si coricò estenuato sulla soglia di quell'antro malaugurato, gemendo; bagnava la polvere col sudore che gli gocciava dalla fronte; ma non una lagrima sola. Chiamatolo invano, i compagni coi minieratori discesero prima della notte nella valle.
Chi non avrebbe detto Pippo morto? — Dormiva?
Questo è certo che quand'egli fu solo gli apparve Catterina assisa a banchetto di nozze, su cui stava fumante la sua bella camozza. Sollevò il capo dal duro origliere, e smarrito discese fra le tenebre d'altipiano in altipiano. Di quando in quando una voce soffocata, disperata — o Catterina! Catterina! — ululava per quelle callaie dirupinate.
Intanto un uragano precipitava dalle diacciale del Griesberg, ove le streghe menavano ridda al bagliore dei lampi ed assordava coll'orrendo frastuono il misero che s'aggirava in quei valloni. I lupi, turbati nei covili, scorrevano pei greppi cogli occhi di carbone, urlando attorno a Pippo, mentre le aquile ed i corvi turbinandogli sul capo, lo stordivano colle strida minacciose. Ma Pippo scendea sempre. Sdrucciolava sull'erba, sui macigni; cadeva nelle rabbiose fumane; ma discendeva sempre.
Certamente l'anima della madre lo guidava.
Quando l'aurora si raffresca nei vapori della Toce, egli grondante acqua da tutta la persona, coi capelli pioventi lungo le guancie livide, gli occhi stralunati, le mani peste e lacere, i piedi sanguinosi, giunse all'altipiano di Uberaufderfrutt da cui s'inabissa il fiume.
Il cielo si rasserenava, ed i monti si spogliavano delle loro clamidi fumanti.
Pippo, giunto sul ciglione della cascata, stava per discendere, quando — oh! come lampeggiarono di gioia i suoi occhi! — vide nel sottoposto piano la Catterina, che guidava al pascolo la diletta camozza. Pippo fuori di sè gridò: Catterina! — Stese le braccia e si slanciò verso l'amata. Ahi!... la rupe si sprofonda — Pippo, stretto nelle gelide braccia della cascata, sobbissa — rimbalza sui tre scaglioni — colora un istante del suo sangue la roccia omicida — e sdrucciola ai piedi di Catterina.
La piccola camozza leccò il sangue che sgorgava a rivi dal corpo frantumato di chi le aveva ammazzato la madre, quindi fuggì alle libere aure del Gigeln.
Ecco perchè ogni mattino, allo spuntare dell'aurora, la cascata si arrossa, e si sente dalle roccie superiori il trillo d'un camoscio.
E Catterina?
Credete voi che ella d'allora in poi sorridesse tuttavia?
Così ha fine la leggenda della Frua.
Dall'altipiano di Uberaufderfrutt, ove all'ombra del portico della cappelletta sull'orlo della cascata udiva la pietosa leggenda della Frua, in meno di mezz'ora giunsi al vallone di Kerbach attorniato da alte vette, delle quali la parte meridiana che si protende fino al vicino anfiteatro di Morasch, è tutta lieta di zolle e di fiori. L'aere risonava di monotone cantilene d'amore; erano falciatori che sulle sdrucciolevoli chine del Thalli fornivano il loro lavoro colla sicurezza de' contadini pianigiani. Le eccellenti disposizioni ad imitare gli eroi d'Omero, che ad ogni fermata facevano un pasto proporzionato alla grandezza delle loro imprese, mi fecero accettare di buon animo la refezione, che m'offriva l'ospitalità d'un vecchio ed onesto alpigiano. Quindi, poichè il sole già intiepidiva le freschissime aure, per un sentiero che già fu strada mulattiera selciata, ci arrampicammo per una buon'ora per la faticosa erta, e fummo alle bocche della Valtoccia, vasto altipiano tutto ricinto di picchi petrosi, mentre il suolo appiedi delle immense ciottolaie verdeggia qua e là di sapidissimi pascoli. Ma come melanconica è questa suprema convalle! I canti pastorali, il tintinnio delle collane degli armenti, il loro muggire, tutto pare un doloroso lamento. L'orida retta del Kastelhorn e le mute falde del picco del Nufenen-Stok spandono sul resto del quadro la tristezza del loro aspetto. Il laghetto di Castello rabbrividisce all'aspetto del Kastel che vi si specchia; il ruscello, che ne sgorga guizza tacito fra i massi, quasi pauroso non dinoccoli di lassù un macigno a riempire la limpida conca della sua sorgente. Il ruscello forma più in là il bacino del Pesce, ove le trote non osano amoreggiare che nel profondo.
La Toce ne nasce con poca festa. Le sponde dei due nappi e del torrente sono sabbiose, nude: l'ombra del Kastel fece inaridire l'erba. Anche le mandrie rifuggono in là.
In mezzo all'altipiano serpeggia il sentiero che pel passo confine (Auf der Mark) conduce alle radici della Val Bedretto, alla vetta del S. Gottardo, agevolmente in una giornata di cammino dai casolari di Formazza.
Un mandriano, tutt'occhi e boccacce dalla meraviglia di vedere lassù un cotale che nè comprava, nè vendeva bovine e formaggi, mi disse che i Bedrettesi quando vogliono recarsi nel Vallese, invece di scendere dalla Valtoccia a Kerbach, e di laggiù per Morask e Bettelmatt varcare il Griesberg, usano per un sentiero difficile passare al di là del Nufenen-Stok e scendere così nell'Egina evitando il lungo giro.
Intanto il cielo s'era coperto di nuvoloni fitti, lampeggianti, e mentre m'aggirava per quelle solitudini malinconiose, mi colse senz'alcuna difesa un acquazzone, che mi cacciò giù fino al casale di Kerback più in fretta che io non avrei voluto, molle, inzuppato fino alle ossa, fra le saette ed i tuoni, come già Mosè dal Sinai, colla differenza che io invece di trovare gli alpigiani in ridda attorno al vitello d'oro, li vidi raccolti attorno ad un bel fuoco tutti intenti chi a mondare castagne, chi a sbattere la crema, e tutti ad ascoltare le frottole d'un cacciatore, che all'appressarsi del nembo avea frettolosamente deserto l'agguato per ripararsi sotto quel tetto.
Riazzurratosi l'orizzonte, lasciai Kerback e salii in mezz'ora a Morask, l'alpe più popoloso di tutta la val Formazza.
Morask è meno ricco di pascoli di Kerback, ma è più lieto per più vasta zona di cielo. La giogaia asprissima che rinserra l'anfiteatro verso il meriggio, colle cuspidi eccelse del Zumstok e dell'Himmelberg, può dirsi una parete di un solo macigno. Qua e là il diacciaio del Gries che si stende dietro a quelle vette, lascia cadere un lembo del suo lenzuolo sfavillante nella valle.
Prima della notte m'inerpicai ancora sulle erbose pendici del Thalli, e vidi smaglianti all'ultimo raggio del sole le nevi eterne che smaltano le nere orribili creste del Kastel, a levante, che voi dite inaccessibili e che vi fanno rabbrividire al pensiero di trovarvi sull'orlo del precipizio che si profonda giù fino alla radice del monte, mentre in quest'istante forse un ardimentoso cacciatore di camosci sta sul cigliare dell'abisso, fra la vita e la morte, spinto lassù dalla sua passione.
Ma la notte già scolora ogni cosa: scendiamo.
Entrai per lo cammino alto e silvestro.
Dante.
Partii da Morask pel Griesberg. Il sentiero addentratosi in una gola ove per poco le falde dei monti non si combaciano, orma sopra la neve ad una florida prateria, e di là, costeggiando per la ripida salita il torrente che gorgoglia nelle crepature della rupe erbosa, guida al valloncello di Bettelmatt, famoso pei cacii che fornisce l'Alpe Anderlin. Prima di giungervi, voi valicate un breve contrafforte che chiude anche da questa parte l'altipiano, mentre il torrente sbattuto di sasso in sasso in bianca spuma s'interra nella forra che a furia di pazienza e di secoli ha scavato attraverso al muro: badate veh! di non sdrucciolarvi dal sentiero; chi vi trarrebbe di là ai casali della valle? Il torrente solo.
Eccoci alle cascine. Esse stanno addossate ai frantumi che ingombrano il passo nell'angusta bocca della scabrosa valletta del Gemmsland, in cui l'ombra eterna e i massi paurosi e il deserto d'ogni vita incutono orrore. La chiude in fondo il Siedel (3218 m.), dalla vetta del quale fra spaventose diacciaie or piane, or gonfie come onda marina, or rotte a bizzarre colonne d'ogni architettura, vedesi sorgere solitario il picco del Blinnenhorn (3552 m.) l'altissimo dei monti che s'estollono attorno alla nostra valle.
Mi riposai presso il letto del Griesbach, dall'onde biancheggianti, dai ciotoli tersissimi, screziati a mille colori, e trovai fra le ghiaie l'asbesto bianco che i montanari dicono sughero alpestre. Al di là del torrente, nella prateria un numeroso armento di bovine agitava pascolando i sonagli delle collane. Alcuno di quegli animali s'avvicinava a noi pauroso, e dopo averci a lungo guardato con occhio stupito per le foggie disusate, ricorreva in mezzo agli altri di gran galoppo. È incredibile il piacere che produce il tintinnìo dei campanelli, il muggire, lo scorazzare festoso delle giovenche e dei vitelli che con piede sicuro dichinano rapidissimamente per le pendici; in questi animali pascolati liberamente all'aria, giorno e notte, senza impacci di catene e di guinzagli, scorgi una sveltezza di moti che non trovi in quelli del piano, lenti e taciturni.
Ma già il sole dardeggia; su ancora, un'ora, la più faticosa, e ti riposerai sulle sponde dei due laghetti da giardino, da cui zampilla il Griesbach.
Pervenni sulla cima dell'erta trafelato ed ansante per la soverchia fretta con cui la brama di toccare la desiderata fronte dell'Alpe m'aveva spinto per l'erta. Con animo palpitante, varcata l'ampia murena, che con mirabile vicenda le diacciale ingoiano e rigettano, mi trovai sul lembo dell'eterno diacciaio che dorme su quelle vette supreme, dal Gries allo Stafelclogberg, abbracciando così dalla destra pressochè tutta la valle di Formazza.
Eccomi sopra di esso. — Sento sotto di me — novissimo senso — un cupo rumoreggiare, — fiumi forse che cascano echeggiando dalle caverne nelle viscere del monte — forse, come la tradizione paesana, sono le anime dei defunti che cantano preci di remissione. Lunghi, diritti, immensi crepacci stagliano tutta la gigantesca massa — dove appena visibili, dove a bocca aperta come mostri.
In questi crepacci, da cui il piede rifugge istintivamente, dormono laggiù negli antri sonori, da dodici anni, due giovani francesi. Io guardo in giù, nell'azzurra abisso senza fondo, e pavento di sentire che gli infelici vi sdrucciolarono, o vi furono spinti dalla bufera — non morti e che laggiù, feriti, col martoro di un'agonia che li sorprende esuberanti di vita, senza speranza di sfuggire alla loro sorte inevitabile, dolorosa, senza conforto alcuno d'affetti umani o divini, imprecano al fato, o rassegnati aspettano di agghiadare fra le braccia della morte, richiamando alla memoria le immagini dei cari...
Forse i Francesi s'erano avvicinati al Faul, nero fantasima che sorge nel mezzo della diacciaia, ove dessa pare ondeggi come i fiotti marini. Forse venendo in Italia, non s'erano attenuti alla loro sinistra, verso la murena, ove i fessi sono meno frequenti e meno spaziosi — forse da animosi perlustratori s'erano addentrati, verso il Ritzenhörner, in quella vasta e terribile solitudine, su cui torreggia il Blinnen — forse avviluppati dalla bufera avevano dimenticato un momento di tastare coll'inseparabile alpenstok se mai sotto il mobile strato della neve non si sprofondava un crepaccio.....
L'Alpe tenta come il mare l'audace — ma spesso l'uno e l'altro, dopo avergli rivelato i misteri più stupendi, ingoia gelosamente il sedotto. L'uno e l'altro ti sfidano col loro fascino: se tu vinci una volta impune, pensa che essi possono vendicarsi atrocemente.
Ambidue toccano il cielo. Ambidue cantano sì altamente la grandezza della natura che la tua piccolezza ne rimane subitamente atterrita.
Dopo questo senso istintivo, tu osservi e le une e l'altro con desiderio. In breve mille attrazioni sorgono ad innamorarti di loro: da quell'istante non sono più due mostri, li ami e ti amano. Se loro sei fedele amico, ti riveleranno la meravigliosa armonia che li unisce al resto del mondo, la bellezza del loro essere e la grande generosità con cui spargono dovunque la vita.
I diacciai dall'orrenda solitudine ti diranno che sotto la larva della morte alimentano la vita, i fiumi che fecondano le riarse pianure. La bufera stessa che schianta l'annoso pino come il tenero lichene, ti dirà colle mille voci come da queste supreme convalli ventando, fuga l'aria corrotta e sparge la salute. Così la tempesta marina. Mille naufraghi disperati ti fanno imprecare ad essa. Ma la morte è la vita: sono indivisibili, necessarie sorelle.
Nè meno mirabili ti saranno per amore le foreste e gli intangibili pizzi nembosi.
Affidati ad un legno sull'incerta superficie del mare, sali sui vertici alpini, e sentirai come necessità l'amore, come bella la libertà — sentirai come se ti battesse in petto cuore di poeta.
Come l'anima, l'alpe ed il mare ti saneranno il corpo. Se la tua mente paralitica non si scote, se il tuo corpo non riacquista elasticità e vigore — tu sei già due volte morto.
Dal cucuzzolo del Gries, a cui salii di qui in mezz'ora, scorgesi assai meglio il sottostante diacciaio, e meglio soprattutto lo stupendo panorama delle Alpi Vallesane e Bernesi, che compensa largamente della fatica della giornata. Il Grimsel, la Jungfrau, il Fisteraarhorn, lo Stokhorn ed altre celebrissime Alpi s'estollono al dissopra della verde cortina che separa dall'Oberland il Vallese; mentre a destra il Rothental, il Nufenenstock, il Kuliboden, ed a sinistra il Faul ed il Gemmsland pare sorgano a conversare con quelle fiere torri elvetiche.
Disceso il cono del Gries, ecco a mezzo il diacciaio, venire verso di me a lunghi passi una strana apparizione. La doveva essere un cacciatore fanatico che s'avventurava soletto fra le solitudini alpine, col capo difeso da uno sdruscito cappellaccio a tre acque, le ossute gambe infilate e diguazzanti in un paio di brache spelate, le uose fino al ginocchio, due scarpaccie a mo' di barca da fare il giro del mondo, mare e terra, un grosso zaino alle spalle, la lunga carabina ad armacollo e il bastone ferrato nelle mani.
L'abito di prete cozzava a vista sì duramente colle venatorie munizioni sotto cui sudava il poveretto, che al vederlo colla lunga e sparuta persona arrampicarsi brancicando per l'erta, gli era la più risibile cosa del mondo.
Eppure il reverendo Blummenkranz era stimabile persona. I compaesani non lo dicevano liberale, nel senso popolare, — benchè fosse largo di cuore e di mano — perchè non frequentava le bettole; ma assicuravano, che, venuta la stagione delle foglie, il suo cervello ne andasse tanto in visibilio da farneticare. Dopo la prima neve rientrava in se stesso. Le stramberie della sua religione per la natura gli erano perdonate in grazia del fervore con cui pregava Iddio a non dimenticare le messi dei campi, i fiorellini delle praterie e le pinete. Don Blummenkranz nato in Germania era stato altra volta un abate del bel mondo. A Berna e a Ginevra non sono affatto spariti i ricordi delle sue dissertazioni sulla necessità dell'amore.
La sua figura — innegabilmente ridicola — pareva una vivente confutazione delle sue parole. Disingannato dagli uomini, senz'odiarli, intese tutte le forze dell'anima nell'amore della natura dalla quale otteneva rivelazioni sconosciute e voluttà arcane.
— Tutto parla, diceva Blummenkranz, ed io finirò per comprendere la meravigliosa espressione delle cose.
Forse aveva amato una donna — ma qual donna avrebbe avuto compassione di un essere così strano?
Malgrado i profondi studi naturali, egli dovette provare che la cosmologia non era che un intoppo per la carriera ecclesiastica. Da chierico fatto cappellano, e punto a capo.
Contentus parvo, egli non si crucciava di nulla. La natura lo compensava largamente dell'irrisione degli uomini. Secondo Blummenkranz, un uccello parlava più chiaramente d'un avvocato; gli amori delle piante non erano una finzione imaginosa, ma una storia. Credeva — senza oltraggio alla religione — agli spiriti che popolano l'aria, l'acqua e le case, ed era in stretta famigliarità coi genii delle Alpi. Conosceva le cause per cui i pizzi erano stati battezzati con una parola anzichè con un'altra, quindi infinite leggende. Siccome non aveva mai posto piede oltre la Svizzera, si meravigliava alla descrizione delle vaste pianure, ed inorridiva al pensare, che vi potesse essere una radura così sconfinata da non scorgere un monte e che un uomo potesse vivere senza amare le Alpi.
Di lassù, appaiatosi meco, in tre ore discendemmo nella valle Egina nel cantone Vallese, alle sponde del Rodano spumante, donde io contava di recarmi al vicino Obergestelen sulla via al Grimsel. Il varco del Gries, dal centro dell'alta Italia, è la via più breve al Bernese.
Lasciato D. Blummenkranz, m'avvio alla volta della mia meta. Se non che io faceva i conti senza il temporale, che in pochi minuti, abbuiato l'orizzonte angusto, si rovesciava nella valle. Alle prime goccie ritornai frettolosamente sui passi miei, e ormai stanco dal lungo cammino, bussai ad una capanna presso una chiesuola, invocando ospitalità per amore di Dio e delle poche mie monete.
La porta della capanna venne aperta, ed una pertica, voglio dire il reverendo Blummenkranz inchinandosi, m'offrì cordialmente il tetto ed il desco. Lo credereste? Fu quella una delle più belle sere delle mie peregrinazioni. La cena parchissima, forse insufficiente, ma l'anfitrione era sì curioso nel novellare! Compresi che il romito era miglior cultore dei piaceri dell'immaginazione che non della caccia. Perchè adunque la carabina? Perchè, mentre tutti tenevano per ragionevolissima cosa l'arrischiare la vita nella caccia, nessuno certamente avrebbe compresa e rispettata la passione entusiastica del povero cappellano.
Accomiatandomi, il reverendo Blummenkranz mi pose nelle mani un foglio, dicendo: Serbatelo per memoria mia. — Risalendo, due giorni dopo la mia gita a Meyringen, allo Stauback, l'Eginenthal, lessi in fronte alla carta donatami:
LE MONTAGNE PARLANO.
Giunto oltre la diacciaia del Gries, sedutomi sul cigliare della balza imminente a Bettelmatt, mi riposai, leggendo quanto segue:
«LE MONTAGNE PARLANO.
«— Su, Blummenkranz, quest'oggi salirai sulle Alpi, le vere Alpi, le Alpi che mi dividono dall'Italia — il paese di cui non ho pronunciato una volta il nome senza sussulto. Quest'oggi sono felice — me ne rallegro cordialmente.
Di lassù spingerò lo sguardo nelle sue valli, ove sole e terra vanno d'accordo nel fecondare e nel crescere — ove, senza dubbio, i fiori sono più coloriti e le frutta più gustose.
Chi sa se non sentirò quell'aria piena di vita e d'armonie che suona sì melodiosa scossa dalle vibranti cetre dei suoi poeti?
Forse i miei occhi vedranno poco — ma la mia anima? Dirò: conosco anch'io la terra ove fioriscono gli aranci!
Pervenuto al vertice, m'inginocchiai riverente per salutare quel paese che amo senza conoscere, e con tutte le facoltà dell'animo mio, dissi:
«T'amo, perchè io so da lunga pezza che noi abbiamo saldato ogni partita per l'antica ruggine coi Romani; perchè comprendo che se tu non vieni a noi col perdono sulle labbra, gli è che le ferite non sono ancora rimarginate — t'amo e mi auguro di vedere la mia patria stretta con fratellevoli nodi a te, che tutti i nostri bardi cantarono con esultanza, e che la sola tirannìa ed i suoi odii feroci ne hanno fatto sprezzare e combattere come maledetta.»
Profondo silenzio regnava attorno. Sospeso fra terra e cielo, quella m'incantava, questo mi rapiva....... Le fronti delle Alpi corruscavano; i loro manti erano agitati; il cervello del Griesberg su cui posava era palpitante: dal rododendro esalavano inebbrianti profumi; in ampi circoli le aquile si libravano nell'aria; i tordi montani cominciavano a cinguettare misteriose note di amore, mentre il vento susurrava i pastorali accenti del ranz des-vaches... Era allucinato?
Le nebbie, in cui i monti si avvolgevano, sfumarono; la luce innondò da capo a piedi quei giganti che s'avanzavano, oh meraviglia! da ogni parte attorno al Griesberg, come a parlamento — forse per ingannare la noia secolare.
— Dunque noi che ardimmo scalare il cielo saremo turbati nella pace del nostro sepolcro da questi embrioni superbi?
— O Grimsel, le parole che tu soffi, eruttando fumo e faville per lo sdegno della tua maestà conculcata, trovano nella mia anima una clamorosa eco. Sì, non vogliamo essere manomessi dall'uomo, o per la morte come i Diablerets mi sfascierò sopra di esso!
— Meglio così, caro Firsteraarhorn, disse arrossando la Jungfrau pudica, che io non vedrei più questi nani insolenti arrampicarsi sul mio petto per baciare quella fronte che la sola bufera aveva per tanti secoli tôcca. O meglio un fulmine mi scaraventasse giù nelle valli, che gl'inverecondi baci di questi uccelli spennati!... Ahi! dove il mio verginal candore?
Un'orrenda voce di scherno tuonò:
— Gran cosa in verità! Quanto volonteroso io non mi torrei i baci, di cui fai sì grande scalpore, quando tu volessi scambiarli coll'atroce ferita, che mi aprono nel bel mezzo del corpo... A me che pure tanto li amai da nascondere la face che alta portava sul capo; ma guai a loro se io riapro il varco al torrente di fuoco, che m'arde e rugge in petto!
— Infelice Cenisio, che sarebbe degli sciagurati senza di noi? Chi loro feconderebbe la terra coi fiumi e temprerebbe l'aria coi venti?
La Rocciamelone chiese la parola per la Rosa immacolata.
— Immacolata! mormorò ironicamente la Jungfrau..... e Saussure, e Vincent, e Zumstein, e il prete Gnifetti li conta per nulla?
— Facciamo osservare alla maligna Jungfrau che non tutte le cinque foglie vennero tocche.
— Cessate, rituonò il Bianco, la ridicola questione. I Romani ci rispettarono con religiosa temenza, e questi vanerelli d'un secolo impertinente osano contaminarci le candide stole! Ma a che ragunammo questo onorando consesso? Per lagnarci delle clamidi insudiciate? Vi cruccia lieve offesa quando vedete in noi bollire una fiera passione? Se non vi talenta sentirvi prudere le membra da quest'insetti, inghiottiteli nelle pieghe de' vostri manti. Mi lagno forse io? La sventura del Cenisio è sventura che a noi tutti sovrasta. L'umana famiglia minaccia di ridersi di noi, di attraversarci in ogni guisa sotto mille pretesti. Confortiamo il Cenisio, e troviamo modo d'impedire tanta ingiuria.
Il Bianco stese una mano al Cenisio — a cui mancavano per conforto anche le salmodie della Novalesa; — commosso dalla regale degnazione, svenne in braccio all'Iserano. Lo Stock corse lesto in suo soccorso. Alle lamentevoli grida del vegliardo, alle parole del Bianco erano accorse attorno attorno quant'Alpi regnano dal Simmering al Tenda.
Aperto il parlamento dal monte Bianco, considerato il caso esposto — per un fatto personale — dallo stesso Cenisio, parlarono uno dopo l'altro e sovente anche due o tre alla volta — tacevano da tanto tempo!
Il Cenisio propose di sloggiare dall'Italia, terra ingrata per eccellenza alle Alpi; il Cervino, ponderato l'irresistibile amore al paese, propose di congiungersi tutte in sì orrenda maniera che nessun passo si aprisse. Un viva — a gran maggioranza — accolse il singolare progetto. Senonchè al punto di passare allo scrutinio, il Viso chiese la parola con voce, che fu sentita quasi nota fuori di chiave.
Il Viso — siede a sinistra — educato a metà in Francia, tutto pieno d'idee cosmopolitiche e fors'anco perchè nessuno gli aveva sfiorato la pelle, cominciò a sfoderarne delle nuovissime sulla bella tendenza degli uomini ad unificarsi — parlò dell'abolizione dei neri, dei doganieri, dell'emancipazione della donna e di altre cose, che colorando le Alpi come i più cocciuti nemici della fratellanza universale loro minacciano più che mai la sorte d'essere traforate e affettate — e finì con tanta eloquenza per proporre ognuno si togliesse in pace il suo destino in grazia del progresso dei tempi, con tanta eloquenza che i venerandi oratori, ritornati al loro posto, ricominciarono a russare saporitamente.
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Ho fatto una visita a Zumsteg, al palazzo municipale, antica casipola murata or fanno circa tre secoli lungo la Toce. Il fiume batte con impeto sulle fondamenta e le mura tremano screpolandosi. Al pian terreno s'apre verso la strada un'ampia finestra sbarrata da solida inferriata — è la finestra del carcere. Da essa lo sguardo corre ogni angolo della prigione, sicchè era ad una carcere e berlina. Al piano superiore la stanza del consiglio; in un armadio le vecchie pergamene del comune, delle quali sono oltremodo gelosi.
Notai nel mio taccuino quanto appresi dalla cortesia dell'onesto ospite circa le costumanze de' suoi conterranei. Tu, compagno mio, forse non avrai queste novelle in pregio come io le scrissi con amore; ma pazienta lo stile dimesso e riposa, se vorrai aver lena da potere con sicurezza toccare l'ardua sommità del Reti, che di lassù ne sfida.
I confini della giurisdizione di questo municipio comprendono la terricciuola di Unterstald sino al ponte di Untergeschen: da esso corrono, al mezzodì, al Minoio-Krüpfti passando sulla vetta del Martel, e da quello all'Ofenhorn, da cui col limite dell'Italia per le diacciaie fino al corno del Gries. Alla sinistra della valle poi dal Gries pel Nufenenstok ed il Markhorn (2963 metri) al culmine del Rizoberg segue l'orlo estremo del Canton Ticino; dal Rizoberg ritorna al ponte di Untergeschen.
Il municipio senza reddito di sorta preleva le spese opportune da imposte; ciascun casale ha boschi e pascoli che si dividono equamente a beneficio d'ogni famiglia.
***
Entriamo nelle abitazioni. Le case sono quasi tutte di legno colla forma dei châlets svizzeri, ed a tre piani: quello terreno è murato e serve di cantina. I piani superiori sono costrutti con travicelle per lo più di larice foderate internamente con tavolati bene mastiettati e disposti con qualche simmetria. Il pavimento ed il soffitto, piuttosto basso, sono pure di legno senza alcuna vernice.
Tutte le case hanno una camera più vasta delle altre, riscaldata — forse soverchiamente — da una stufa di pietra, nella quale accendono grande quantità di legna, e ciò da una parete interna di pietra che contiene pure il camino della cucina. Tutte le stanze sono tappezzate d'immagini sacre o di statuette in cera trasportate da Roma e dal santuario di Einsiedelen in Isvizzera, dove si recano qualche volta in pellegrinaggio. Una cosa curiosa si è che hanno sì indicibile amore degli orologi a pendolo da averne anche tre nella stessa stufa: notate che quasi tutti hanno poi ancora nelle tasche un orologio d'argento.
Un Formazzese, nel tepore della sua stufa con un po' di patate e di carne salata se ne ride della neve e del lungo inverno, e dice di stare meglio di un re — costituzionale.
Ignoro perchè gli usci abbiano l'architrave tanto basso, che ad ogni uomo di mediocre statura conviene inchinarsi per entrare nelle case e per passare dall'una all'altra camera; forse questa stranezza ha lo scopo di mantenere costante l'uso del saluto di chi entra. I Romani scolpivano sulla loro soglia il motto che diceva benvenuto al visitatore, squisita cortesia, che i tempi s'involarono con tant'altre; i Formazzesi paiono invece più gelosi del rispetto dovuto al padrone della casa che non di quello all'ospite.
Le finestre meritano una breve descrizione. Esse sono composte di tre telai rettangolari separati l'uno dall'altro da un travicello verticale a sostegno della parete superiore; ogni telaio è diviso in due sorta di vetri da una linea di legno orizzontale; i superiori sono fissi con piombo filato e per lo più esagoni, gli inferiori, più grandi, rettangolari ed incorniciati, scorrono o da una parte o dall'altra nella mastiettatura del telaio; ne viene perciò può sporgere al di fuori altro che il capo; per lo più i vetri inferiori sono diacciati, o, volgarmente, fatti a mandorle per nascondere ai vicini le proprie faccende senza diminuire la luce.
Le stalle, le cantine sono senza finestre; nel trebbiale superiore si coreggia la segale.
Se da una parte queste abitazioni sono asciutte, sane e comode, la quantità di legnami onde sono costrutte presenta mille pericoli d'incendio, tanto più da temersi per i venti e per la mancanza assoluta d'ogni istrumento atto a spegnerli. Morasck, pochi anni sono, ardeva interamente.
Il Formazzese, come gli Alpigiani in genere, si nutre di patate, di carne salata, e beve vino ed acquavite. Sono golosi di caffè. Anticamente non si faceva il pane che al fine di novembre per tutto l'anno; ora suole farsi almeno due o tre volte all'anno.
Ho visto più d'una volta la famiglia d'un agiato Formazzese assidersi senza distinzione fra il capo ed il servo ad una pulita tavola di acero, in mezzo della quale stava un gran piatto, in cui tutti pescavano colla forchetta o col cucchiaio; antichi costumi che i Formazzesi conservarono gelosamente sino al giorno d'oggi.
***
Ora i calzoni lunghi, la casacca di frustagno o di panno e il cappello di feltro hanno dato il cambio alle lunghe calze bianche trapunte, alle brache, al panciotto rosso, all'abito a grandi tasche, nonchè al cappello a larghe tese. Nell'inverno le gambe per diguazzare nella neve coprono con uose di lana sino al dissopra del ginocchio; alcune cordicelle legano alla scarpa la falda che copre il collo del piede. Alcuni fra quelli che furono in Roma recano ai patrii monti l'uso incomodo di quel cappello cilindrico — che rappresenta sì bene le tendenze artistiche del secolo — con non poca antitesi col resto dell'abito.
Le donne, che vent'anni sono coprivano il capo d'un pittoresco cappellino adorno di nastri, lo coprono ora con un fazzoletto rosso annodato alla nuca. Il seno è coperto da un panciottino a varii colori, dal quale spunta attorno al collo un pizzo. Le vesti raccorciano la taglia e giungono a mezza gamba: nell'inverno sono di panno sottilmente piegato; le braccia ed il dorso coprono con una giubboncella a lunghe maniche. Nessuno va scalzo; gli stessi zoccoli in legno sono poco in uso. Nei giorni festivi principalmente il loro uniforme vestire è notevole per pulizia.
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La fonte del benessere dei Formazzesi consiste negli ampii pascoli, dei quali si vantaggiano gli altipiani e le convalli superiori, per cui ben mille bovine vi traggono dalle proprie stalle e dall'Antigorio. Una parte di queste scende poi a svernare al piano. Falciano una volta all'anno il fieno nelle praterie meglio soleggiate, ed alquanta segale che non cresce sempre a maturità. In tutta la valle ho veduto un solo albero fruttifero nell'orto di una casa in Fracco, un povero ciliegio bramoso di sole e di nutrimento che intisichiva.
Sul finire dell'estate, i Formazzesi più danarosi attraversano il Gries per recarsi alle fiere di Meyringen nell'Oberland, ove fanno incetta di giovenche e di vitelli che con loro infinito disagio conducono poi di qua dai faticosi gioghi del Grimsel e del Gries ai mercati di Domodossola, soddisfatti di un guadagno poco proporzionato a sette giorni di viaggio disastroso.
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I Formazzesi sono di statura piuttosto alta, nerboruti, agili e svelti.
Le donne sono più notevoli per robustezza che per avvenenza di forme, e meglio ritraggono la seria impronta dell'antica patria, che non la gentile finezza del profilo italiano.
Quanto all'indole dei Formazzesi, sì largamente dotati dalla natura di saldissime membra, mi parve ottima. Del resto nella valle nè polizia, nè milizie comunali. Pochi doganieri perlustrano i confini nei quattro mesi della bella stagione.
Le furie sanguinose della vendetta e della gelosia non agitano i loro cuori, in cui le passioni per l'indole pacata e riflessiva, pei nodi fratellevoli del sangue, per influsso della fede, e fors'anche per effetto benigno dell'aria che tutto volatizza, hanno meno impero che non avrebbero altrove.
Ho già notato altrove che la maggior parte — e doveva dire la migliore — della gioventù maschile emigra a Roma. Avvenutomi un giorno in un crocchio di garzoni di recente ritornati da quella città, avendoli richiesti dell'arte che praticavano, uno d'essi risposemi: — vi eravamo ministri.
Non crediate che i dabben uomini governassero colà il periglioso timone della pubblica cosa, come si crederebbe a prima vista da noi. Presso il popolo a Roma ministro è semplicemente il garzone di bottega. O ambiziosi!
***
Tutta la valle era anticamente una foresta, come lo indica lo stesso nome dei villaggi. I primi immigrati sterparono le foreste del piano, conservando a sicurezza della valle le folte boscaglie che vestono i monti, senza la quali in pochi anni l'intiera vallea sarebbe un deserto, un caos di frane, di ciottoli — forse il letto d'un ghiacciaio.
Da Unterstalden alla Frua (1885 m.), oltre la quale non trovai che tre o quattro pini nei valloni di Kerback e di Morasch, s'elevano veri Dei Penati della valle, migliaia e migliaia di pini, di larici e d'aceri in foltissime foreste.
In esse il balsamico profumo della pianta stessa, il muschio che copre da secoli la rupe, la misteriosa oscurità e quell'indefinibile musica, che fa il più lieve susurrare di vento fra i rami e le foglie, ti fa sostare le ore seduto appiè di quegli alberi secolari, assorto, rapito. La più bella di queste foreste è quella che copre il Reti fra Touffwald e Wald. La salita è rapidissima. Sopra la pineta poca verzura, e poi le nude roccie, fra cui ultimo l'odoroso rododendro, il quale fiorisce spesso sul freddo terriccio delle diacciaie. Di quando in quando — troppo sovente forse — si recidono i pini più annosi, anche sulle difficili cornici; ed io me ne andai più d'una volta presso Andermatten a vedere le travi scuoiate tratte dai legnaiuoli sulle fittizie rotaie scivolare rapidissime dalle balze del Krayhorn al fondo della valle. Ammassati questi fusti in cataste lungo la strada, le traggono poi nell'inverno sulle slitte sino alla rupe di Puneigen, sulle casse e li precipitano da quel ciglione. La Toce conduce poi queste travi al Verbano. I legnaiuoli che esercitano questa pericolosa tratta sogliono essere per lo più della valle Cannobina o del Lago Maggiore.
***
Entrai in un antico abituro a Gurfelen.
Da lungo tempo vi abitava la miseria e la malattia. L'infelice sdraiato nel suo lettuccio di paglia, mi guardò con occhio stupito, e con fioca voce disse:
— Non guarirò più, sa? Ho tentato ogni rimedio.
— Che vi disse il medico?
Mi guardò altra volta meravigliato.
— Medico? Noi non abbiamo medici. La visita d'un medico da Domodossola rovinerebbe la mia famiglia. Ci curiamo con decozioni di erbe aromatiche, con acquavite, burro e grasso di marmotta. Ma io ho tentato tutto invano..... forse mi manca qualche pianticella... l'ho già sognata tre volte..... ma non ne so il nome. Gli è come il mio male, mi sento morire e non ne so il nome.
Perchè non conosco io la pianticella che tu sogni!
Stamane per tempissimo che appena la cuspide dello Sternehorn s'indorava ai primi raggi del sole, ed ancora soffiava nella valle la notturna brezza, uscito dalla capanna per godere il sempre nuovo spettacolo dell'aurora e bagnarmi in quella frescura, ecco a capo del ponte di Wald un drappello di questi buoni montanari che recano a battesimo un neonato. Il padrino coperta la testa d'un cappello di feltro tutto ornato di lunghi nastri svolazzanti e la persona d'un lungo mantello — qualunque sia la stagione — porta al tempio il pargoletto per esservi battezzato, tenendolo nascosto sotto le falde del pallio: sicchè il Formazzese al primo uscire alla libera luce dei campi non ha le molli donnesche carezze, ma comincia sotto quei ruvidi panni ad educarsi ad una vita tutta laboriosa e parca.
E di tanto mi fu cortese la sorte che mentre io me ne sto quassù badaluccando s'ammogliasse il gallo della checca del villaggio di Zumsteg.
Tutti gli amici ed i vicini sono concordi a festeggiarne le nozze con incondite canzoni, con moltissimi spari d'arcobugio e di pistola, onde tutti gli spechi montani e valloncelli attorno ne echeggiano lungamente. Al partire della sposa dal natio casale nessuno compare a far evviva: un canto, un colpo di carabina sarebbe un insulto. Così gli sposi s'avviano coi pochi più stretti di sangue al tempio. Appena usciti, ecco loro incontro una frotta di giovani stranamente mascherati che li saluta con fragoroso tuonare delle armi. Uno di questi, coperte d'una sottile maglia le vive carni, malgrado la brezza quasi invernale del mattino, precede gli altri e dalle penne ond'ha ornato il capo appare quale Caraibo. Egli tiene spiegata nella destra una piccola bandiera bianca orlata di fettuccie rosse, quasi simbolo di pace e d'amore. A parte le antitesi dell'abito colla temperatura, il nostro giovinotto fa bella mostra di tarchiate membra e di sporgente petto, quale scolpiva Spartaco il Vela. Quest'altro che inchina sul bastone la gibbosa persona, ti rappresenta al vivo un vecchierello di cent'anni fa, coll'abito rosso, le scarpe fibbiate, il cappello a tre punte e lo sparato della camicia trinato, tutto splendente di cento bottoni che non hanno pari se non lo scudo d'Achille.
Questi dalla persona sottile, dritta ed alta come un pino, si è travestito da donna con non poca ingiuria al bel sesso.
Alto là! Ecco una cricca di furfantelli ha sbarrato la strada: gli sposi non oltrepasseranno la barriera se non distribuiscono ad ognuno un fazzoletto. Durante il cammino gli amici continuano allegramente ad assordare collo sparo delle armi i poveri sposi gongolanti per tanta festa. Al giungere al casolare dello sposo la strada è nuovamente barricata con una tavola imbandita di ciotole e di boccali: nuovi evviva: nuove libazioni, nuovo fragore.
Pagato anche qui il dazio e sgombrato il passo, essi si recano all'abituro dello sposo, ove nella stufa li attende un desco tutto carico di caci, di carni salate. La sposa s'assiede a capo del tavolo, mentre lo sposo fa da coppiere: mesce ad ogni istante ai convitati, pago dei loro evviva; in quel giorno la sua casa è di tutti, chiunque ha dritto di cioncare a sua posta quando ha fatti voti per la felicità della sposa.
Accade qualche volta, mi si disse da un burlone, che sopravvenuta la notte, lo sposo è ancora a digiuno, poichè nessuno ha pensato a lui ed egli solo ebbe a pensare a tutti.
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Chi non si ricorda sorridendo dei primi tempi della scuola infantile? Allora forse il giorno era sovente affannoso pei rimbrotti ed i castighi nell'ingiusto maestro, per le paterne tirate d'orecchi, per la perdita di qualche biglia al classico arringo dei birilli! Ma è destino dell'uomo rimpiangere il passato, sprezzare il presente e sperare nell'avvenire. Queste ed altre più cose per consolarmi della perduta fanciullezza io pensava quando entrai fra la scolaresca formazzese, una quarantina di biricchini che mi parvero italianamente svegliati, i quali convengono in Zumsteg da tutti i casolari della valle per imparare la lingua tedesca ed italiana, il conteggio elementare e lo scrivere. Entrato, zittirono: interrogati a prova, risposero a cappello — ed io a rallegrarmi coll'ottimo D. Pietro Anderlin per la veramente alemanna perduranza con cui pazienta a prò del suo paese. In Zumsteg ed Andermatten vi sono ancora scuole per le bimbe, e tutte fioriscono — anche perchè nella valle il saper leggere e scrivere è cosa da lungo tempo tenuta indispensabile.
Nella valle Formazza l'anno non si divide come altrove in quattro distinte stagioni: un vecchio adagio dice esservi nove mesi d'inverno e tre di freddo. L'inverno comincia generalmente coi primi giorni di novembre, benchè nella seconda metà di ottobre si faccia già sentire il gelo. Nel maggio si liquefanno le nevi, ed il giugno desta dappertutto la verzura. Ma luglio, agosto e settembre sono i tre mesi di questa state, nella quale non è raro alzarsi al mattino e vedere i declivi superiori ammantati d'un bianchissimo strato di neve, che poi i raggi solari fanno sparire in brev'ora.
La valle essendo circondata attorno da estesi ghiacciai, la temperatura estiva è freschissima: in tutta la state il termometro Réaumur non segna all'ombra oltre i 16 gradi sopra lo zero: scendendo qualche volta sotto i 10 gradi, il che darebbe una media di 12 a 13 gradi di calore; d'onde chi vi villeggiasse può a suo bell'agio correre a caccia per le balze montane, al sole, senza che gli avvenga di ritornare all'albergo soffocato e tutto molle di sudore. Il sole intiepidisce le aure che scendono dal Gries e dalla Valtoccia e non sferza, illumina e non accieca. Perciò i valligiani vestono tutto l'anno pannilana, e i cappelli di paglia e gli ombrelli sono qui inutili.
Quanto poi alla stagione invernale essa vi è veramente poco piacevole, e per la sua durata di otto mesi e per la quantità della neve che talvolta copre la terra di uno strato di ben tre metri di altezza.
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Le volute, come le chiamano gli abitanti dell'Apennino toscano sulla strada dell'Abetone, e noi diciamo valanghe, sono, come non tutti sanno, frane di neve, che traboccando dai supremi pendii alpestri, ingrossatesi nel subitaneo cammino, rovinano al basso senza che capanne od alberi valgano a trattenerne l'impeto funesto. Il rombo della voluta è simile a quello del tuono, e la furia con cui avvalla è tanta che l'aria percossa da così ingenti masse sprigionandosi d'attorno abbatte uomini e bestiame non punto tocchi dalla neve.
Vid'io staccarsi dalle somme rupi, in prospetto alla capanna ov'io dimorava, un'immensa massa di neve e precipitare sul pascolo detto del Bedriöli. Una capanna ed una stalla non poterono resistere allo scoppio dell'aria, e senza essere tocche dalla frana vennero schiantate di pianta e trasportate alla distanza di cento passi.
A dare poi un'idea dell'irrepugnabile furia di queste masse nevose, non increscerà al lettore che io qui trascriva quanto trovo in un antico libro di memorie d'una famiglia di Fruttwald. Tralascio alcune risibili raccomandazioni di quell'autore di non stare sicurtà e soprattutto la peregrina ortografia del testo.
«L'anno di grazia 1701 cominciò a venire giù neve alli 6 marzo seguitando senza interruzione sino alli 16: per la qual cosa dalla Cima Rossa e dal Krayhorn rovinò sopra Andermatten una frana di neve tanto smisurata, che abbattè una casa e tre stalle, ruppe la porta e le invetriate della chiesa parrocchiale empiendo tutte le stanze di neve. Della cappella della confraternita sfondò le invetriate, fracassò l'angelo del trono di S. Pietro ed altri arredi. Pertanto Formazza è paese della neve, ed ognuno deve procurare di avere fieno sino al giugno, in cui, se prospera la stagione, comincia a crescere l'erba. Soprattutto ognuno si guardi dalla miseria: chi scrive per esperienza vi dice che le cose andranno ognora di male in peggio o come le stagioni.»
Anche lo spiritosissimo Rabelais si lagnava, tre secoli or sono, che non vi fosse più nè state, nè verno.
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La neve da lunga pezza copre vero lenzuolo funereo la natura: solo qualche fronte insofferente di velo s'aderge nuda. Nel silenzio rotto dal brontolio della Toce che serpeggia nella vallata, mi giunse all'orecchio un rombo lontano verso il Thalli, dove una cortina grigiastra pesa sulle alture.
Che è? Presto in casa: fuggi, è la bufera che avvolgendo furiosa ne' suoi turbini quanto trova di leggiero sulla terra, la neve e le foglie, oscura l'aria ed acceca di modo che sarebbe impossibile di toccare la soglia prediletta dell'amica. Sbarra la porta — senz'indugio — e la finestra. Senti come picchia, come sbatte le imposte? Vieni a questa finestruola e sogguarda dal fesso... tu rabbrividisci? Le foreste sbattute s'inchinano timorose — l'aria percossa stride, urla orrendamente — le campane suonano a stormo da sè stesse — l'agnello smarrito trabocca nel precipizio — la capanna barcolla — il rododendro è schiantato e il frugnare passa avvolgendosi in un turbine di neve e di foglie.