Qui colma il sentiero; là attraversa il piano scavando nella neve un fosso profondo, dritto, come farebbe un aratro gigantesco; quell'abituro, quella chiesa scompaiono sotto la mole nevosa che loro addossa il furibondo ventare, mentre queste siepi, poc'anzi sepolte, restano ad un soffio nudate, ripetendosi questa vicenda ad un batter d'occhio.

Intanto dall'impercettibile fessura tra i vetri s'introduce in casa una nebbia di sottilissime falde nevose.

Alle volte queste tempeste montane durano anche vari giorni. Passata la furia si trovano le bianche praterie solcate come da ondosi cavalloni, e qualche volta rami di piante portati da remote regioni, come pochi anni or sono sopra l'altipiano del Gries trovaronsi foglie di noci, castagni e di tigli.

La bufera delle alpi è sorella del Simoun del Sahara.

Mentre al di fuori mugge la bufera, per passare mattana in barba alla noia che appunto in questi tempacci vi s'incolla addosso, noi agiati nel tepore di questa capanna, in mezzo ad un crocchio di vezzose forosette — non farti troppo vicino, compagno mio, il soverchio rompe il coperchio — ascoltiamo dai novellieri le antiche tradizioni del paese. Fra queste è notevole, come avente origine alla primitiva immigrazione, quella che accenna all'esistenza di una famiglia che viveva a mo' delle fiere nell'ancora deserto Morasck negli spechi e nelle crepature dei macigni dell'Himmelberg. Ma cercheresti invano una leggenda, una tradizione che possa snebbiare il tempo e la contrada da cui presero le mosse, incalzati forse dalla fame o da qualche persecuzione alle felici terre di queste convalli italiane.

Osservando attentamente dal modo di appellare nomi oltrealpini le acque diverse che irrigano la valle, — costumanza che senza fallo accenna alla cura amorosa, con cui i loro predecessori cercarono di rammentare l'abbandonata patria — onde chiamano tuttora la Toce Reuss ed il torrente del Gries Rhone — mi pare che si possa dedurre che i Formazzesi o emigrassero dalle non rimote valli della Reuss e Rodano, o tanto vi sostassero da rammentarsene con tenerezza. Wendel vuole queste genti Sassoni.

Varii antichi storici chiamano Germani questi abitatori delle Alpi Pennine o Leponzie: di ciò ne accerta e la diversa struttura fisica e più di tutto la favella, la quale può dirsi un tedesco poco corrotto, se riflettasi che essi sono sempre stati in maggior contatto cogli Italiani che non cogli Svizzeri. L'italiano introdotto nelle scuole, la quantità dei giovani che vanno e vengono da Roma, e che lo parlano discretamente rendono ora lassù più comune la lingua nazionale.

Essendo affatto incerta l'epoca in cui la colonia tedesca immigrò, occupiamo questa giornata piovigginosa scartabellando quel po' di storia trascritta qua e là a spiluzzico dalle pergamene e dalle cronache municipali. In essa non trovasi pagina, o motto, che dimostri la valle di Pommat indipendente per governo dalle vicissitudini dell'Ossola; ma dagli Sforza agli imperatori d'Austria conservò tuttavia sempre amplissimi dritti di giudicare nelle cause riflettenti il proprio comune, eccettuati i delitti e le controversie più gravi; per cui la valle Formazza formò senza dubbio per molti secoli una vera repubblica con vassallaggio verso i signori della Lombardia.

È notevole che questi alpigiani ogniqualvolta discesero dalle loro rupi per recarsi alla Corte in Milano per protestare contro i feudatari dell'Antigorio, tennero sempre il linguaggio di chi ha l'intima convinzione che nessuna forza al mondo possa sopraffare la voce della verità.

Recatisi una volta in Milano per ottenere giustizia contro i Valvassori De Rodes, da un giorno all'altro, siccome è tuttora uso, veniva procrastinata l'udienza. Annoiati d'aspettare e di spendere, cominciando a conoscere quanto sa di sale l'attendere nelle anticamere, scrissero al governatore in quella città si compiacesse ottemperare a quanto domandavano senza farli stare maggior tempo sulle spese.

Della loro franchezza, della loro fede nella giustizia, ecco un altro documento, che ne piace qui trascrivere.

Il lettore, se non lo salta a piè pari, converrà con noi — paragonandolo a certe strisciature del giorno — che i Formazzesi, se erano poco versati negli affari di Stato, non temevano protestare altamente, a nome della loro povera e microscopica patria, in faccia a chi poteva sterminarli, come Giove olimpico, con un corruscare di sguardo.

«(Anno 1700).

«Illustrissimo magistrato,

«Non mancava altro per dare il finale esterminio ai poveri habitanti della valle di Formazza che il notificato l'anno del Signore scorso sporto alle SS. VV. Ill.me di che godessero certi molini senza il pagamento di certe annate ad essi imposte. Pare bene stiano ai medemi il dovere contro il tenor preciso de' suoi privileggi, che qui l'esibiscono, restare ad un nuovo et impensato aggravio costretti, e quel che è più, che vengano chiamati molini certi edifitii che non valgono in tutta la corporatura quaranta lire, et che non macinaranno uno staro di grano, ò due, ò puoco più in un anno, quandochè i montanari puonno haverlo, come patente dalla Relatione stessa del dottore Scacciga che fu colà delegato dalle SS. VV. Ill.me con spesa di più di cento lire ai patroni di quei molini. Motivi al certo che obbligherebbero quelli habitanti ad abbandonare il paese, quando et l'innalterabile giustitia et l'innata equità di questo Ill.mo Tribunale non li lasciasse ancora sperare che, ben conosciutisi i privileggi fatti a quel popolo tedesco dedititio, sempre vissuti sotto la corona di S. M. più per via d'aderenza che soggettione et haventi leggi proprie et consiglio di giudicio proprio, et che finalmente viene esentato da ogni genere di cotesti aggravii, et havutosi riflesso alla tenuvità d'edifitii, al lavorerio che fanno, non siino le SS. VV. Ill.me per molestarli, lasciandoli vivere colla sua pace, per la quale ricorre Gio. Tioli in nome di tutti gli altri, e proprio servitore (!) a' piedi dell'Ill.mo magistrato, etc., etc.»

Segue poi un altro documento in cui questi montanari espongono alla detta Camera di Milano come sia:

«Dovere di osservare i loro privileggi, ai quali derogare non puonno nè grida degli Is. Governatori, nè qualunque altra superiorità

Davvero che gli Spagnuoli in ispecie dovevano alla lettura di queste domande inarcare un tanto di ciglia.

Venendo ora a quei privileggi diremo qualche cosa della loro origine.

Giovanni Galeazzo Maria Visconti in Vigevano addì 20 aprile 1486 concedeva ai valligiani il dritto di giudicare tutte le cause civili e commerciali nel loro tribunale, obbligati solamente a deferire al capitano commissario ducale in Domodossola quelle di gravi crimini o miste, e riconosce ordines et statuta vallis ipsius hactenus observata. Non trovando simili autorizzazioni governative, anteriormente si può credere con ragione che le leggi che reggevano la valle fossero state stabilite dai loro stessi maggiori poco tempo dopo la loro immigrazione.

Ludovico Maria Sforza in Milano addì 7 maggio 1502 confermava i privileggi dei Formazzesi, aggiungendone qualche altro riflettente i feudatari De-Rodes. Nel 1531 questi tirannelli, abusando della loro forza, vollero aggiungere al loro feudo la valle: i nostri montanari presentarono tosto al Duca Francesco II una supplica per conservare la propria indipendenza, e riescirono anche questa volta nel loro intento.

Filippo III di Spagna nell'anno 1611 da Madrid riconfermava queste antiche prerogative.

È senza dubbio cosa curiosa l'osservare che i Formazzesi obliando che i loro signori con poche centinaia d'arcieri potevano sottomettere ad ogni loro capriccio la valle, in ogni protesta, anzi in ogni supplica rammentino con sicurezza di essersi dati ai signori Lombardi e di non essere stati conquistati. Da ciò si può congetturare una primitiva sottomissione agli Svizzeri, o meglio una quasi assoluta indipendenza. La stessa posizione della valle conferma quest'ultima induzione, poichè per molti mesi dell'anno il Griesberg e la Valtoccia sono insuperabili per le altissime nevi; e verso l'Antigorio, dopo tanti secoli oggidì tuttora il passaggio è poco migliore di quello alla Svizzera.

Il trattato di Vorms cedendo l'Ossola ai principi di Savoia, la maggior parte di quelle concessioni cessava: lo statuto del Re Carlo Alberto dichiarando tutti i sudditi eguali d'innanzi alla legge, abrogava finalmente ogni vestigio delle franchigie antiche.

Nel manoscritto delle leggi che già governavano la valle, non trovai di notevole che una punizione severa a chiunque tentasse alienare gl'immobili a favore di persone non nate nella valle. Del resto esse, poco più poco meno, non differiscono da quelle che erano in vigore in quel tempo.

VIII. Dove il paese senza un eroe? — Vita e miracoli del capitano Guenza.

Io non v'ho ancora tessuta la vita ed i miracoli di qualche Formazzese: nè voi avete dato segno d'accorgervene, quasi certi che sotto quelle ruvide sargie non possano ripararsi che omaccioni di forza erculea e di cervello tondo come l'O di Giotto. Niente affatto, signori miei. Non avete mai sentito la fama buccinare il nome del formidabile capitano Guenza? No? Tanto peggio per voi, obbligati a trangugiarne ora la biografia, e tanto meglio per me che potrò acquistarmi fama, dopo d'essere stato l'Amerigo Vespucci della valle Formazza e della cascata della Frua, di essere il Colombo del capitano Guenza, il quale era, come tanti altri eroi sconosciuti, nato fatto per conquistare mezzo mondo, se auspice alla sua culla era la buona occasione arbitra suprema dei fati umani.

O se questa dea volesse favorire quanti la invocano, che nebbia d'eroi! Andate in un caffè di provincia all'ora della chiacchera politica — sentite quei Machiavelli in erba, e ditemi se con una buona occasione non farebbero impallidire tutti gli astri diplomatici.

Antonio Guenza era il più scapato ragazzo della valle, da Crevola al Gries; indole e persona senza paura, indomita, a tutta prova. Io, colla vostra buona venia, avrei una smania da non dirsi d'imitare i grandi maestri di biografie, i quali convengono tutti che i loro uomini illustri, piccini (anche a loro tocca nascere, poppare e fare tutte quelle altre cose che voi sapete), dimostravano una gran voglia di studio, una precocità d'idee straordinarie nella loro testolina da far prevedere qualcosa di grosso, sicchè tutto il resto della vita non è che una rettorica amplificazione della prefazione. Antonio Guenza invece era sempre al banco dell'asino della scuola: — se c'era la scuola — e il primo a scaraventare pugni a iosa a chi non la pensava come lui, malgrado la sferza dell'amoroso babbo a cui non veniva fatto di tenere il figlio fra le domestiche pareti, nemmeno sprangando la porta col catenaccio.

Antonio era come l'aria natia; passava da tutti i buchi, correva sulle più perigliose cornici montane, e nell'inverno scivolava a precipizio per le chine più repenti coll'impassibilità con cui altri scenderebbe una comoda scala. Nutriva poi un disprezzo senza confini per le siepi, principalmente dei frutteti. Alla sera l'appetito più che la stanchezza lo menava a casa, ove lo attendeva la solita tirata d'orecchi e un po' di cena, dopo la rammanzina del povero babbo ed il serio proponimento che al domani senza fallo — avrebbe ricominciato da capo.

Pensate se con quell'indole poteva starsene a lungo fra i quattro monti dell'Antigorio! Questa storia succedeva or sono più di due secoli — vi fo grazia della data — quando la Lombardia era tutta vesciche gonfie di Spagna.

Un bel dì — forse grandinava!... granchè quest'usanza di parole! — un bel dì adunque quel Toniaccio scompare. Il babbo amoroso alla terribile notizia si sentì proprio sollevare dal capo un gran peso; forse se n'era ito a Roma a fare il fornaio, il famigliare di qualche prelato... chi sa? forse il frate?

Zitto: ecco una missiva dell'Antonio al caro babbo.

— «Voi mi cercate... (che granchio a secco!)... invano. Sono già abbastanza grande per sapere che senza denari non si fa un icchese. Se non diventerò papa Facchinetti, non importa; ma ritornerò a casa ricco ancor io e potente. Non bevete tanta acquavite se volete conservarvi alla mia fortuna.» —

Passa un mese, un anno, due, cinque, dieci, quindici e nessuno sente favellare di Tonio.

Una triste giornata d'autunno, presso uno dei più remoti villaggi dell'Antigorio, cinque o sei birri giungevano alla casa del vecchio Guenza, debitore di non so quali gabelle alla Corte di Domodossola. Essi stavano per compire la loro bisogna, ch'era di portare via il meglio dell'abituro e di confiscare in nome dello Stato il peggio, quando di buon trotto un cavaliere sui quarant'anni, dal viso di bronzo, armato di spada e di pistole, giunse alla porta della casipola mentre il vecchio litigava coi gabellieri.

Il nuovo arrivato chiese al vecchio di permettergli di mettere a sosta la cavalcatura trafelata, e di potersi riposare all'ombra dei castagni che stavano là intorno, e senz'altro, come a promessa di più larga rimunerazione, fatto portare un capace fiasco di vino da una osteriaccia vicina, offerse agli altri di dividere con lui il rezzo dei castagni e la bevanda. Al generoso signore nessuno disse di no.

Tracannato il fiasco, lo sconosciuto disse essergli saltato il ticchio di mangiare due castagne arroste, se era possibile; al che gli astanti risposero che se ciò talentava alla sua signoria illustrissima essi ne avrebbero sbatacchiate, e in poco d'ora fatte cuocere; e già uno d'essi s'era levato per andare in cerca d'una pertica, quando lo sconosciuto s'alzò d'un tratto, e disse:

— Fermate! Ora ci penso, la pertica è inutile: bastano le mie pistole. Vedete lassù sulla punta di quel ramo cinque o sei grossi ricci?...

Imberciò un istante il ramo a cui pendevano i frutti, scaricò la pistola, e in mezzo a cento foglie spezzate le castagne caddero a terra.

Mentre gli astanti guardavano stralunati l'autore d'un colpo sì meraviglioso, egli ricarica la pistola sparata, quindi indietreggiando sino al castagno, con voce terribile, appuntandole tutte e due contro i berrovieri di Domo, gridò:

— Partite: questa è la casa del padre del capitano Guenza che vi fa sacramento di bruciare le cervella al primo che si volta indietro.

Questa fu la prefazione che Antonio Guenza, di ritorno dall'armata di Spagna pieno l'animo d'intollerante audacia e le tasche di doppioni d'oro, pose alle sue opere future.

Ad Arivasco, se non erro, havvi ancora una sua casa colle mura perforate da fuciliere.

Salì poi in valle Formazza, ove regnò assoluto signore.

La tradizione popolare, che conserva memoria vivissima di quell'uomo strano, lo raffigura piuttosto come superbiaccio che voleva imporre ossequio e timore che non uomo d'animo perverso. Nessuna contrattazione facevasi senza che il capitano avesse dato il suo beneplacito. Con lui non si scherzava punto: armato di stocco e di pistole, quando gli talentava uscire per le viuzzole dei casolari, i ragazzi correvano a nascondersi sotto il grembiale della mamma, e gli uomini s'affrettavano a cedergli il passo e ad inchinarlo.

Tuttavia non mancò l'animo ad un certo Anderlin di tenergli bordone nella contesa di alcuni confini avvenuta fra lui e il capitano, il quale non amava punto si discutesse sulle proprie pretese. L'Anderlin, dopo d'avere recisamente negato al capitano la trasposizione del Dio Termine a proprio danno, sapendo per fama che manesco e prepotente uomo gli fosse, si teneva in guardia d'insidie, quantunque non apertamente minacciato. Una volta, stanco ed assetato, egli entra in una bettola a Foppiano... all'unico desco sedeva il Guenza! Tornare addietro sarebbe stato vigliaccheria, restare peggio: egli osò! Il Guenza, appena vide l'Anderlin avanzarsi verso di lui, levò di sotto certa pistola, e la pose sul tavolo, come una minaccia. L'Anderlin, salutato l'ospite e il capitano alla maniera paesana, sedè in faccia al Guenza pacatamente, e gli disse:

— Sor capitano, quell'arnese lì mi pare inutile sul tavolo, tanto più — aggiunse in tuono di celia — che non supplisce nè ad un fiasco, nè ad un bicchiere.

— E se potesse servire a castigo di un impertinente?

— Allora, capitano, converrete che vi starà bene anche il castigo del prepotente, non è vero?

L'alpigiano trasse di sotto una pistola a due bocche, luccicante, e coi congegni della piastra sì forbiti da non lasciare dubbio sugli effetti dell'acciarino, e la pose allato alla ciotola che aveva recato ser l'oste, come una posata. Sulla cera del capitano lampeggiò un istante ira mal repressa: ficcò negli occhi all'alpigiano uno sguardo acutissimo, che questi sostenne senza batter palpebra.

Dopo cinque minuti in cui corse alla mente del capitano un mondo di pensieri, fra cui il più insistente era quello di sparare con destrezza l'arma sua a bruciapelo sull'Anderlin mentre quest'ultimo badava, facendo tuttavia il Gianni, a non lasciarsi sorprendere dall'avversario; dopo cinque minuti che parvero un secolo, il capitano prende la pistola — Anderlin fa lo stesso — la disarma, la ripone nella cinghia della durlindana, ed offre a trincare alla propria salute.

L'Anderlin respirò liberamente ed accettò.

Dopo qualche tempo l'Anderlin inerme incontrò nella salita delle casse il capitano che scendeva. Il passo stretto, il precipizio lì sotto: se l'Anderlin non cede la destra e non arresta i suoi muli, il capitano è obbligato a ritornare indietro o ad aggavignarsi alla parete montana, cosa poco dicevole all'orgoglio di un capitano di S. M. cattolica. Il capitano anche senza fare uso delle armi poteva spingere a rifascio le some nel burrone e ridurre l'Anderlin a mal partito. L'Anderlin fermò le cavalcature, e salutò il Guenza senza timidezza, e questi, passandogli allato, gli disse:

— Buon dì, Anderlin: sapete cosa penso io adesso di voi?

Rabbrividì l'onesto mulattiere a queste parole che potevano celare un disegno mortale contro di lui senza difesa; tuttavia rispose:

— Che, se non bene?

— Penso che voi siete la più stimabile persona della valle. Buon viaggio.

Dunque il Guenza, a cui sarebbe stato facile trarre a mal fine l'avversario, non era d'animo feroce; bensì in mezzo a quelle timide genti adoperava il prestigio della fama delle prime prove, e il timore che incuteva l'erculea persona a tenere soggetta al proprio arbitrio quella popolazione.

Dopo la sua morte nacque dal pensiero poco valoroso della libertà acquistata dal caso, l'adagio: è passato il tempo del capitano Guenza.

Ultimi discendenti dal capitano vivono tuttora, io spero, due ottimi vecchi, celibi pacifici, che mi ricordo d'aver talvolta veduto intenti a faticosi lavori, uno e l'altro poco distanti d'età dal sedicesimo lustro. Per ampiezza di pascoli e per le case capaci, essi sono i meglio agiati abitanti del casolare di Wald.

IX. Ascensione del Retihorn — Il segreto della costanza in amore — Quando ci rivedremo?

Lo monte che salendo altrui dismala.

Dante.

Questi montanari vogliono che dopo il Gries, dal cui vertice apparisce la meravigliosa scena delle più celebrate vette Elvetiche, nessuna delle piramidi che accerchiano la loro pittoresca valle presenti dal culmine aspetto più grandioso del Retihorn, o Monte Giove come lo dicono gl'Italiani. Il quale, come parmi d'avervi già detto, s'aderge alla destra della Toce, al dissopra del casolare di Wald.

Partito con alcuni compagni poco dopo il meriggio, m'avviai su per l'erta, sul sentiero che vi conduce all'altipiano di Vannino. Questa ascensione può fornirsi senza straordinaria fatica in una giornata: preferii tuttavia di spendervi mezzo il dì precedente, onde poter a mio bell'agio godere del giocondo spettacolo dell'aurora da quel supremo cigliare.

In due ore giungemmo alla parte superiore dell'altipiano di Vannino, il quale si adagia verso l'occidente ed il mezzodì fra le petrose muraglie dello Stafelclogberg e le rapide chine del Reti. Il sentiero da Wald ai pascoli si rigira, salendo, nella folta oscura boscaglia che copre le falde inferiori di quest'ultimo monte, ed è fra i meno scoscesi della vallata. Rifocillatici poco lungi dal laghetto da cui ha sorgente il Lebenduner, ripigliammo l'erta che di qui in su è faticosa assai. I compagni, arditi cacciatori di camosci, verso il calare della notte, trovata una tana cavernosa fra i nudi macigni, decisero d'allogarvisi alla meglio onde passarvi la notte.

La luce mancava di grado in grado: io mi assisi e mi guardai attorno.

La cortina dello Stafelclogberg, verso la valle, è formata di roccie repentissime quasi inaccessibili, le quali colle loro creste addentellate e fantastiche formano un cinto grandioso a quell'altipiano, il cui rivo smeraldo contrasta singolarmente con quelle triste mura.

Sulle cornici, fra le fessure nè i funerei pini, nè l'olezzante rododendro che spesso rallegra l'orlo delle diacciaie: lo Stafel non ha una zolla. Il vento che sprigionandosi dal Gries si precipita nella convalle superiore fra Vannino e Morasck, viene a rompersi contro queste pareti.

Una densa nube vaporosa s'era innalzata dal profondo della valle di Formazza, avea coperte tutte le anfrattuosità, i valloni superiori; era il levare della notte. Le creste superbe dello Stafel si disegnavano tuttavia nell'orizzonte su cui svaniva via via il morente chiarore degli ultimi crepuscoli riflessi dalle nevi eterne, e quelle due statue giganti, uomo e donna, che da tanti secoli stanno ritte su quei vertiginosi cocuzzoli, parevami si movessero. Un irresistibile desiderio mi punse di sapere se quelle strane figure non fossero animate; l'immobilità non è sempre la morte. Chi mi provò mai con irrefragabili prove che animali, piante e pietre non avessero coll'anima una propria passione? Perchè le loro variate nature non possono costituire anche nelle qualità dell'anima, una concatenazione non meno armonizzante della materia e più meravigliosa?...

Ditemelo voi, fantasmi del giorno e della notte! Non è forse vero che voi siete due prototipi dell'amore coniugale? Voi felici! Se vi sorprende il capogiro, se deve cessare questa comunanza di posizione e di pericoli, se vi sfascerete, cadrete entrambi di lassù nelle ciotolaie di Vannino... O costanza veramente... di pietra!

E come vi venne fatto di serbare per sempre il fuoco dell'amore? Deh! vi prenda pietà dei mortali a cui spesso amore suona smanie e dolori, lagrime e tradimenti. Eccomi ai vostri piedi: a me per la prima volta genuflesso dinnanzi alla creatura di Dio, tu, donna beata, palesa il divino segreto, ond'io possa tutta la mia vita rendere coll'amore invidiata anche agli angeli. Tu mi guardi incerta: non temere ch'io lo divulghi... io sono uomo e l'egoismo ti deve essere arra sufficiente della mia discrezione. Via, dimmelo... io ti prometto di rinunziare a tutte le brame del mio avvenire... anche a quella di far correre i miei lettori per mari e monti sull'ali della fantasia. Come potrò io eternamente amare eternamente amato? Dimmelo, ed in quell'inno di gioia che sarà la mia vita io ti renderò grazie riconoscenti. Bella regina d'amore, chi t'avvinse sì strettamente all'amante?

Le mie ginocchia su quelle scarne rupi s'erano indolenzite a modo che io stava per rinunciare alla scoperta, quando la gentile impietosita susurrò questa fatale parola: — il dolore!

················

La leggenda del paese susurra invece che quelle anime petrarchesche conservarono intatto l'amore perchè non fecero sciupìo del tesoro d'affetti nell'ebbrezza dei sensi.

················

Intanto essi nella sdegnosa loro solitudine, paiono ridersi del furore degli uragani, delle volute che precipitano dai loro piedi, e dei fulmini che solcano i loro granitici troni. La beatitudine della loro unione non vale il pericolo?

Stanco della faticosa salita, dopo d'aver visto le tenebre sorgere dagli abissi e coprire tutte le valli, sentendo che i miei compagni russavano saporitamente, salutai i due fantasmi dello Stafel, m'acconciai anch'io alla meglio e il sonno, come avviene a tutti, mi sorprese senza che me ne avvedessi sul nudo macigno fatto meno ingrato dalla spossatezza. Sennonchè a mezza la notte un vivo bagliore attraversando le palpebre mi scote, uno scoppio tremendo che pare faccia traballare i monti e sfasciare i picchi mi sveglia affatto.

Cupa, densissima oscurità rotta di minuto in minuto da sfolgorantissimi lampi: funebre silenzio interrotto solo dal fragore del tuono. Il temporale si abbassava e noi eravamo a mezzo le nubi. I lampi spesseggiavano vivissimi; il tonare assordante minacciava il finimondo, ed io m'aspettava ogni istante un fulmine spezzasse la roccia che ne pendeva sul capo. M'era seduto sopra una pietra tutto intento al guizzare delle saette, come quel pittore che nella tempesta s'era fatto legare all'albero d'una nave per meglio avvisarne le fasi. L'uragano nel massimo furore era disceso sotto ai miei piedi, mentre sopra il capo scintillavano le stelle: scena unica!

Dopo la tempesta sul mare, la tempesta sulle alpi non ha spettacolo che la pareggi. La grandezza del luogo, il rapido alternare dei lampi che s'incrociano; gli echi che con mille diverse voci dalle caverne sonore addoppiano lo strepito; la furia del vento che urta, ammonta, sperde le nubi infiammate; il contrasto della scena infernale colla serena luce del cielo stellato; la solennità della solitudine; gli abissi a tratto a tratto rischiarati dal profondo all'imo; il pericolo d'essere incenerito; tutto t'empie l'anima di novissimo terrore, poichè il tutto ferma una satanica apologia della forza strapotente! Le sinistre voci del tuono e dell'aquilone non mi dimostrano forse che nella natura stessa la forza trionfa sopra il debole senza difesa? Chi difende il pino dall'ira del fulmine che lo schianta in mille schegge? Mentre imperversa la procella, chi difende dal lupo insidiatore le atterrite pecore? E se l'avoltoio, l'aquila od il lammergeier mostruoso si precipitano sul piccolo agnello, potrà egli senza difesa respingere l'assalto? Tutte le più utili e graziose creature sono deboli, indifese, quasi affidate al soccorso dell'uomo. Lo schifoso ragno vive molti giorni senza cibo: un rovescio di pioggia abbatte la farfalla dall'ali curiose: la spina resiste al rovaio, alla grandine, al sollione; il vento sfoglia, sfronda, sterpa ogni gentil fiore. Invece con quale studio geloso la natura armò i prepotenti d'artigli di ferro, di denti adamantini, di acutissima vista, di agilissimo passo, di potentissime ali! Se fosse dato un giorno ai percossi vestire una volta sola la corazza degli assalitori, non farebbero essi scempio dei loro nemici in nome della giustizia?

Non sarei tuttavia sicuro che la pecora imbaldanzita dalle novelle difese, non passasse armi e bagaglio nelle fila dei lupi.... è sì innebbriante la voluttà del potere!

L'uragano spariva, e le nubi, come immense fantasime correnti per l'aere caliginoso sui bianchi destrieri sferzati dal vento, spaziavano per ogni parte del cielo senz'interrompere l'alto silenzio che col sibilo dell'aria rotta dalla veloce corsa.

Passavano presso di me, guardavano meravigliate il loro osservatore e s'involavano. Una di esse, isolata dalle legioni, quasi perduta in mezzo a quella confusione, errava a minor passo attorno alla vetta. Oh quanto bella malgrado il pallore della morte! Quanto amore da quegli sguardi, da quella cera mestamente soave! E quelle folte, lunghissime chiome conteste di fiori che scherzavano sulle spalle? A breve tratto dalla vetta, il corsiero dagli occhi corruscanti rallentò il passo, sì che io, fatto ardito dalla brama di sentire quella errante, alte levate le braccia, pregai dalla bella una parola...

Oh! se mi fosse dato inforcare con te il velocissimo corsiero e scorrere pei campi del cielo immensi come il desiderio sopra tutte le plaghe terrene, dal deserto del polo ai giardini dell'oriente! Ma la voragine che s'inabissa ai miei piedi m'avverte della vertigine che con sguardo affascinante m'avrebbe attirato nelle sue braccia... Almeno, diss'io, mi racconta quanto vedesti nella tua lunga pellegrinazione. Dimmi, l'uomo, quest'essere che doma il fulmine e non sè stesso, è ovunque il medesimo? Dove ha egli conquistato quella libertà che è sì cara? Non hai tu visto in qualche ignorata tribù delle Indie o delle Americhe avverati i sogni d'un anima generosa? Dove s'imparò ad ubbidire e comandare col Vangelo? Una sola parola dimmi, di grazia; qual è il motto che riassume quanto imparasti in tanto giro di zone sull'uomo? —

La fantasima che aveva ascoltato benigna le curiose interrogazioni dello zingaro, crollò il capo in atto di diniego, e spronato il cavallo ratta s'innalzò da quel vertice... Se non che voltasi addietro e vistomi tuttora colle mani supplichevoli, tracciò nell'oscurità incerta della notte una parola colle dita scintillanti... Atterrito guardai quelle parole di fuoco che fiammeggiarono un istante nella tenebrìa, e lessi:

CONTRADDIZIONI.

················

Il cielo s'era rasserenato, e le stelle luccicavano più di prima.

Una buon ora prima dell'alba la frescura destava i compagni e tutti ci mettevamo in cammino, onde poter giungere prima del giorno sul culmine del picco alpino: sul quale arrivammo quando le ombre della notte, lottando invano colla luce, fuggivano nelle valli più anguste, nelle selve più folte, nei torrenti più profondi, mentre poco a poco il bacino dell'Ossola spogliavasi dei vaporosi veli dell'umida notte, ed i primi crepuscoli disegnavano con mano malsicura i profili dei monti sull'orizzonte biancheggiante.

La notte a veloci passi fuggiva, avvolgendosi ne' suoi veli trapunti, ai poli opposti; dopo l'alba, l'aurora, il sole, e tutto è colori e vita.

Da quel culmine, da cui un contrafforte si stende verso occidente collo Stafel alla Punta d'Arbola, si ha d'attorno una mirabile vista. A sinistra, laggiù, la valle di Formazza, le cortine dell'Hireli; e più in là verso il nord, qualche picco delle alpi Ticinesi; al nord, verso il Gries, tutte le piramidi più eccelse, dal Gigeln al gigante di queste valli, il Blinnenhorn, colle grandi ghiacciaie che qua e là interrotte da valloncelli o da rupi, formano corona alla Formazza; e verso il meriggio i monti dell'Ossola sino al Lago Maggiore. L'anima esaltata credeva sentire con divine armonìe cantare: esulta, tutto ciò che vedi è tuo! . . . . . . . . . . . . .

Anche gli altipiani deserti, le nevose o sterili roccie, che di quassù appaiono alla nostra destra, di qua e di là del confine, malgrado tutta la loro incresciosa aridezza e la mancanza di ogni vegetazione, sono imponenti. Nulla sull'alpi senza parola, nè le murene, nè le fonti, nè le ciottolaie, nè le nevate. Ciò che altrove sarebbe insignificante, qui ti colpisce pei vivi contrasti.

***

La nostra peregrinazione è finita.

Se voi ne accompagnaste pei laghi, per le valli, e vi siete arrampicati su per le vette alpestri con quel piacere con cui io ho cercato di svagarvi la mente intrecciando alle descrizioni le leggende ch'io raccolsi con amore, e le fantasie spesso incomposte che destò nella mia mente la variatissima natura, non volgerà, io credo, molto tempo che io ritornerò con maggiore sicurezza d'animo ad offrirvi la mia compagnia per zonzare in altre contrade della nostra bella Italia.

Tuttavia seguendo le pedate di certi stranieri e nostri scrittori, io potrei benissimo, ad ingrossare il volume già soverchio, intitolare un nuovo capitolo col nome, ad esempio, del Cantone Ticino, e poi, senza movermi d'un passo, infilarti una insipida tiritera sulla libertà, sulla democrazia, sulle legnate che tempestano qualche volta nelle elezioni politiche, sulla legge agraria — e altre somiglianti reminiscenze di diari mal digeriti — la quale non mancherebbe di convincerti... che io non so cosa dire.

Perchè non potrei io ancora condurre il lettore gentile nel bel paese della fantasia? Chi può negare che non siano quelle le più felici contrade?

L'amore, la brama di gloria, il pensiero dalle mille forme, tutte le illusioni che trovarono sulla terra l'agghiadata parola dell'indifferenza, lo sprezzo, il disinganno, volano sulle ali dell'aspirazione a popolare coi sogni d'una vita migliore quei mondi fantastici...

Quante volte seduto fra l'ombre d'una pianta viaggiai nel mio passato!

I fiorellini delle zolle muschiose mi narrarono spesso l'istoria dell'infanzia paurosa, malaticcia, in cui fra i timori del pensum e dell'aggrottato cipiglio del magister e le paure febbrili delle fantasime notturne, io levando ai tuoi mondi con invocazione le manine, chiedeva per volare a te delle ali!

Le giovani frondi dell'albero mi ricordarono i primi battiti del cuore spensierato, e le gioviali risa della bella adolescenza, in cui la larga vena d'affetti esuberante dal cuore si spandeva in mille ciarle e perchè agli uomini e a Dio... Quando non trovava che cere indifferenti e scherno ai miei sogni, io chiedeva delle ali per volare a te!

Quel pino desideroso di luce che si slancia nell'aere mi racconta la stagione della prima giovinezza, stagione di focose aspirazioni, tutta fede ed amore per la patria e per la donna.

Passa qualche anno; uno, due, tre; pochissimi e brevissimi, e la patria ti si mostra quale palestra in cui un'infinita turba s'arrabatta lottando d'astuzia e di frode per strapparsi di mano un cencio di porpora!

La donna... no, no, io non dirò ombra di male di quest'essere misterioso che s'aggira fra di noi, benchè una miriade d'idee crucciose, sarcastiche al nome di donna abbiano intrecciato nelle cellule della memoria una ridda sfrenata da cacciarmi addosso l'emicrania. Che vale il lagno, l'imprecazione contro una divinità che con un girare d'occhio, un sorriso, una lacrima, ti fa baciare commosso la tua catena?

Via, lettore, non temere che io con desiderio indiscreto cerchi da te d'essere alla mia volta guidato nel viaggio attraverso al passato, al presente ed alla speranza della tua vita; io non ne voglio conoscere le pagine, nè ti voglio sciorinare della mia se non le tersissime.

Ad ogni modo ti auguro salute — anco un tantino per mio amor proprio — affinchè io ti possa rivedere presto col bastone in mano, il cappello a larghe tese sul capo e il sacco sulle spalle battere alla porta dello zingaro e:

Oeh! l'alba è sorta: affrettati ad allacciare i borzacchini ferrati, o maestro, che io t'aspetto impaziente.

Ed io fattomi alla finestra della casupola, e ravvisato con gioia il compagno di piaceri e di pericoli, in tutta fretta discenderò — o dalla scala o dalla finestra non torna — ad offrirti una mano amica.

Adagio, un istante; sai che sono donne, aspettiamole un tantino... come viaggeremo senza di loro? tu non ignori che esse, quando loro talenti, sono tali da divertirci, anche colla pioggia sulle spalle, raccontando le mille e mille storielle, che l'una ha imparato e l'altra inventa.....

Eccole tutt'e due — non sono belline?

Compagno mio, ecco la Leggenda e la Fantasia...

Partiamo.

FINE.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.