Atto I, Scena III, pag. 72.
“Il dorato orifiamma che va primo al torneo.
“Els escudiers seran egal
“E de vestir e de joven,
“De bos aips e d'esenhamen,
“Armatz de fer e entreseinz.
“Sellas et escutz de nou teinz
“D'un semblan e d'una color
“Portarem tuit, e l'auriflor„
Zo era sa captal senhera
Qu'als torneis anava premiera[2],
Scena IV, pag. 80.
“Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa„ ecc.
Tutti i titoli di Diana d'Alteno furono ricavati dall'opera L'Economia Politica del Medio-Evo, di Luigi Cibrario.
Scena IV, pag. 82.
“Ardito signore, sai dirmi qual sia„ ecc.
Un cronista di un giornale commerciale di Milano, scrivendo del Trionfo d'Amore, diceva che il porre le sciarade in scena era stato finora privilegio dei signori Meilhac e Halévy, e che Giacosa aveva loro rubato il mestiere.
Non tutti quelli che scrivono su per i giornali la critica teatrale sono obbligati a conoscere la storia letteraria del nostro e degli altri paesi, nè a sapere che visse in Italia un Carlo Gozzi ed in Germania un Federico Schiller.
Per poco che il cronista suddetto lo avesse saputo, non avrebbe ignorato che Carlo Gozzi scrisse una fiaba intitolata Turandot; che Schiller ridusse questa fiaba per il teatro tedesco; che Andrea Maffei tradusse in italiano la riduzione dello Schiller; e che Antonio Gazzoletti ne trasse argomento per un melodramma musicato dal Bazzini.
Nella Turandot del Gozzi una fiera principessa chinese propone tre enigmi al principe Calaf. I tre enigmi si avvolgono intorno alle parole Sole — Anno — Leone d'Adria. Di questi tre enigmi lo Schiller non ne conservò che uno: l'Anno, ed agli altri sostituì del proprio l'Occhio e l'Aratro. Il Maffei, traducendo lo Schiller, mutò la tessitura ma non il soggetto dei tre indovinelli, due dei quali l'Occhio e l'Aratro, sono gli stessi che, in veste diversa, Diana d'Alteno propone ad Ugo di Monsoprano. — All'enigma dell'Anno l'autore del Trionfo d'Amore, per maggior chiarezza, sostituì quello del Pensiero.
Le sciarade, come li chiama il cronista, e delle quali lo stesso cronista vorrebbe attribuire il privilegio esclusivo ai signori Meilhac e Halévy, avevano dunque ricevuto il battesimo scenico e letterario sotto il patronato di nomi abbastanza illustri, quali sono quelli del Gozzi, dello Schiller, del Maffei e del Gazzoletti.
Scena IV, pag. 87.
“Cento cavalli
“Partiranno domani, con ricchi doni e molto
“Giubilo di concenti....„
Archambaud, signor di Bourbon, si dispose a far visita al conte di Nemours e dà gli ordini opportuni:
Atto II, Scena II, pag. 108.
.... “Ma il tempo in suo saper concilia
“Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia„.
Nello stampare questi versi, l'autore si attenne all'uso ortografico, parendogli permessa, purchè usata con somma parsimonia, la rima fonica, la quale esiste nella prosodia spagnuola, tanto affine alla nostra. A quelli poi che non volessero acconsentirgli una simile licenza, l'autore osserva come, derivando le parole figlio e figlia dal filius e filia latini, non ripugni all'indole della nostra che se ne mantenga la latina ortografia, tanto più che esistono nel vocabolario italiano le parole: filiale, filialmente, filiazione. — D'altra parte, il vocabolario del Fanfani registra la parola Conciglio, dicendola: voce usata soltanto dai poeti per la rima. Se si potè scrivere Conciglio per Concilio, pare debba essere ugualmente lecito scrivere: conciglia per concilia o filia per figlia.
Scena VI, pag. 131.
“Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?„ ecc.
Gli argomenti dei tre racconti proposti da Ugo di Monsoprano sono tolti dall'Orlando Furioso, tranne qualche leggierissima variante riguardo al primo. E qui sia permesso all'autore di scagionarsi dall'accusa di anacronismo mossagli da uno dei più dotti, coscienziosi ed eleganti critici italiani, il professore Giuseppe Cesare Molineri.
Il Molineri, in una appendice della Gazzetta piemontese di Torino, osserva come Ugo di Monsoprano narri nel XIV secolo tre istorie che l'Ariosto raccontò nel XVI, vale a dire due secoli dopo.
A primo aspetto l'errore pare evidente. Ma quando si rifletta che l'Ariosto racconta fatti appartenenti alla tradizione cavalleresca, che cita ad ogni momento Turpino, che questi fatti istessi avevano dato argomento a cento altri poemi cavallereschi anteriori all'Orlando Furioso, si vedrà come l'accusa cada di per sè.
A questa stregua sarebbe un anacronismo tutto il soggetto del dramma, dove nel 1875 parlano e vivono personaggi del 1300; sarebbe un anacronismo il poema dell'Ariosto, che nel 1506 raccontava storie dell'800.
Il Molineri dice che si scopersero le fonti di molti dei racconti dell'Ariosto, e che i citati non appartengono a quel numero. Ma dal fatto che si sappia donde l'Ariosto abbia tratte molte delle proprie novelle non consegue che tutte quelle delle quali non si rinvennero vestigia anteriori siano state inventate da lui. E fossero anche? Non hanno esse i medesimi caratteri delle genuine? Stonano forse nel poema? I nomi, le passioni, le gesta di quei personaggi non sanno forse di Medio-Evo e di cavalleria, come quelli degli autentici?
E se l'autore le avesse inventate lui le tre storie che racconta Ugo, ci sarebbe anacronismo? L'autore non doveva già mettere in bocca dei suoi personaggi storie che realmente fossero state narrate all'epoca assegnata al dramma, ma solamente storie che potessero in quell'epoca essere raccontate. In una parola non era questione di fatto, ma di intonazione e di colorito.
Scena VI, pag. 133.
“Fu già una volta„ ecc.
La storia della Fidanzata del Kinast è raccontata dal Saintine nel suo libro La Mythologie du Rhin.