IL TRIBUNALE DI PROUDHON[5].

Proudhon siede in cattedra giudice.

(Agli uscieri).

Entrino gli accusati.

(Entra un paladino armato di tutto punto).

Proudhon.

Come ti chiami?

Il paladino.

Orlando.

Proudhon.

Il padre?

Orlando.

Per qual vita, signore?

Proudhon.

Ti domando

Da chi nascesti.

Orlando.

Nacqui due volte; la men bella

Vita mortal mi diede Berta che fu sorella

Di Carlo Magno. Vissi fra l'armi e fui tradito

E ucciso a Roncisvalle.

Proudhon.

Codesto scimunito

Mi beffeggia. Per morto ha un aspetto gioviale.

Orlando.

Vivo or la mia seconda vita lieta immortale.

Proudhon.

Onde l'avesti? Sei tu sangue di potenti

Un'altra volta?

Orlando.

Assai più nobile. Le genti

Chiamarono mia madre: poesia.

Proudhon.

Tristo nome

Di vagabonda. E il padre?

Orlando.

Furono molti.

Proudhon.

Come?

Orlando.

Nè so nomarvi i primi; solo in mente mi reco

Luigi Pulci, e il conte Matteo Boiardo, e il Cieco

Di Ferrara e il canonico Francesco Berni e il frate

Folengo mantovano e messere....

Proudhon.

Segnate

Quella donna per mali costumi.

Orlando.

Ma di questi

Uno mi fece ornato di sì splendide vesti

E di sì chiara fama che a me si volse amico

Il mondo intero.

Proudhon.

E il nome?

Orlando.

Messere Ludovico

Ariosto.

Proudhon.

Ora che oprasti in tua vita? Rispondi.

Orlando.

Feci trillare intorno i sonagli giocondi

Del riso. Alla più armonica delle umane favelle

Diedi nuove armonie, nuovi ritmi; le belle

Favole che dormivano sorsero al nostro invito.

Tessei con filo d'oro il trasparente ordito

Dell'ottava e le posi come vivagno in cima

Il frastaglio festevole della facile rima.

Chiusi l'idea nel vetro chiaro della parola.

Suonò d'armi e di baci per me il vento che vola,

Cercai le vive immagini al vivo mondo e quelle

Mi scherzarono intorno come vispe gazzelle.

Proudhon.

Costui parla un linguaggio ch'io non intendo. E quale

Bene recasti agli uomini?

Orlando.

Ho allegrato il Ducale....

Proudhon.

Non parlar dei gaudenti. E agli umili hai giovato?

Orlando.

Chiedetene i viali suburbani. Tornato

Appena il dolce tempo primaverile, intorno

Van le coppie amorose cercando ove del giorno

Fia men chiara la luce e la gente più rada.

La giovinetta forse gualcisce ora per strada

L'opera della notte che reca alla sartora,

Ed egli inganna in ozio delizïoso l'ora

Dovuta alla scïenza. Parlan piano, egli umile

Chiedendo, ella negando fiera. Giunti al sedile

Sostano e nel mio libro cercan l'animo loro.

Egli vi legge i lagni degli amanti, il tesoro

Sempre mal vigilato di virtù femminine.

Sul suo labbro il mio canto trova armonie divine.

Ella s'accosta trepida, insciente, rapita

Duplicando per tutti quanti i sensi la vita.

Finchè come d'entrambi il vivo amor collima

Un desïato bacio mette al verso la rima.

Proudhon.

Ah! mezzano d'amori, così giovi alle genti?

Orlando.

O badate, messere, malgrado i suoi tormenti

L'amore è ancor per gli uomini la più saggia follia.

Proudhon.

Al rogo, al rogo.

Orlando.

E quando mi avrete arso e ne sia

Tutta ridotta in cenere la mia veste, badate

Al pulvischio che vola in groppa alle folate

Del vento. Andrò pel mondo o memoria o rimpianto.

L'aria che tante volte risonò del mio canto

Ne riterrà le dolci cadenze, e quando i nuovi

Amanti torneranno agli usati ritrovi

Vi sentiranno olezzi di fiori acri e procaci,

Parrà loro di udirvi un cinguettar di baci.

Opra della mia cenere saran cresciuti i fiori.

Opra del mio ricordo della mente gli errori.

Ed io sarò nell'animo loro vivo e giocondo.

Proudhon.

Al rogo il primo pazzo e chiamate il secondo.

(Entra una donna vestita a bruno in aspetto addolorato).

Il tuo nome?

La donna.

Desdemona.

Proudhon.

E la tua vita?... Ah! Senti:

Avrai come quell'altro un mucchio di parenti.

Lasciamoli da parte. Che hai fatto?

Desdemona.

Ho amato.

Proudhon.

Belle

Prodezze! E poi?

Desdemona.

Null'altro.

Proudhon.

Ti portano alle stelle

Per questo?

Desdemona.

O no, signore. La mia povera gloria

Mi viene dalla morte.

Proudhon.

Su, racconta la storia

E spicciati.

Desdemona.

Son nata in Venezia.

Proudhon.

Non preme.

Desdemona.

Andai sposa ad Otello il moro e vissi insieme

Con lui la dolce vita, finchè un dì per fatale

Inganno egli mi uccise.

Proudhon.

Apposta? Meno male.

Qui c'è forse un esempio. Tu l'avevi tradito?...

Desdemona.

Oh signore; io l'amavo....

Proudhon.

Come s'ama un marito!

Desdemona.

No, vi giuro pel cielo....

Proudhon.

Dunque non servi a niente?

Colpevole ti assolvo, ti condanno innocente.

Ah se tu lo tradivi, la tua morte era scola

Alle mogli infedeli. Ti bastava una sola

Colpa a farti morale pei secoli! Che errore

Fu il tuo! Donna impudica, insegnavi il pudore,

Donna casta e infelice, il folle amor tu insegni.

Vanne al rogo coll'altro pazzo, non siete degni

Dell'ordine civile ch'io vagheggio. Chi resta?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E passa nel cospetto del giudice la mesta

Fila dei pensierosi che han scrutato il secreto

Della vita mortale; passa il giovine Amleto,

Passa Adelchi e Consalvo e Aroldo e don Giovanni.

Vi passano le belle dolorose negli anni

Giovanili rapite dall'amore alla vita:

Dona Sol, e Giulietta e Clara e Margherita.

Van lente e riluttanti, come giovenche al giogo,

E la voce del giudice ripete: al rogo, al rogo.

Passano i pazzi savi dall'ingegno bislacco,

Passano Calandrino e Bruno e Buffalmacco.

E Gargantua porgendo mano a Pantagruello.

Jourdain rifa gl'inchini e i ghigni Sganarello.

Ecco sir Gianni Fàlstaff, dai poderosi lombi,

E la paffuta faccia del marchese Colombi.

E seguita la voce nasal del pedagogo,

La tedïosa nenia che grida: al rogo, al rogo.