Et el Re stette insieme col Pontifice in castello soli in una camera, dove fece venir Gem sultan fradello dil Turco, con el qual longamente parlono di molte cose, et el Re li fece assà quesiti, el qual dovea esser menato con bona custodia nella rocca di Terracina, tamen el Re il menò con lui a Napoli. Questo Turco è huomo terribile a le guerre, crudel et molto da Turchi amato, et se Dio havesse voluto, che non volse, che da Bayseth suo fratello fu rotto, che detto Gem fusse stà Signor de Turchia et acquistato el regno paterno, al qual licet fusse menor fiol fo lassato dal padre el dominio, sine dubio tutta la christianità, ymo tutto el mondo di questo haria sentito afflitione. Ma Iddio provvedette a tutto, e fu qui posto.

A dì 24 la sera, el Re de Franza sopra nominato partì dil palazzo dil Papa, dove fino hora havia allozato, et ritornoe allozar al palazzo dil cardinal Bonivento, o vero di S. Marco. Questo fece per più sua comodità, per dover cavalcar fino do zorni et andar verso el Reame.

A dì 25, el dì de San Paulo apostolo, la mattina esso Re andò al palazzo dil Papa, et insieme col Pontifice, tutti do a uno paro, andono in compagnia de Cardinali XX, ambassadori, episcopi etc. et grandissima pompa per Roma; et a la chiesia di S. Paulo dismontono da cavallo, et li fece l'oratione, et el Pontefice dette la beneditione a tutti. Da poi se partino, et essendo al ponte di Santo Anzolo, el Papa si cavò la bareta vedendo el Re con la bareta in mano, et non voleva el Papa el Re si cavasse la bareta, et che ritornasse al suo lozamento. Ma el Re al tutto volse accompagnar Soa Santità fino a le scale de S. Piero, dove poi el Re ritornò al suo palazzo di S. Marco.

Le zente veramente franzese, per num. 5000 cavalli et alcuni pedoni, in questo tempo mezzo andate in l'Apruzo, et maxime el prefetto, habuto l'Aquila, come ho ditto, etiam molte terre, però che tutte ghe portaveno le chiave a uno araldo che ivi se appresentava levando le insegne franzese. Quelli di Lanzano mandono a offrir le chiave al capitano franzese era a quella impresa, et Colonnesi che per el Re combatteveno; tamen volseno capitolar, et che li fusse concessa la fiera libera, la qual è in Italia nominatissima, et si fa dil mese di Lujo et di Settembrio, zoè do volte a l'anno, et cussì veneno sotto il dominio dil Re de Franza, perchè Franzesi prometteva assà, tamen non manteniva. Etiam poi alcuni Franzesi andono a Populi, et have la terra, la rocca tamen si tenne, et poco da poi etiam si rese. Ma, per concluder, avante el Re se partisse de Roma, quasi tutto l'Apruzo era acquistato, et la Puja tumultuava, ogni cosa era in combustione, et si augumentava molto le ditte zente, però che 5000 Franzesi, zoè di quelli dil Re, come se intese, nunc era a presso 20 milia persone, zoè paesani che vestiva a la franzese, et andava seguitando el ditto campo vittorioso che non havea contrasto.

Et el Re in questi zorni intese: le nave nominate di sopra, col prencipe di Salerno et altri baroni franzesi, erano zonte in Sardegna, isola vicina a Corsica sotto el re de Spagna, ivi per fortuna capitade, et che havevano perse vele, antenne, et rotto arbori, in summa per le gran fortune erano mal conditionate, et una nave mancava, la qual judicavano fosse perita. Et è da saper che la causa che era solamente nave et non galie, fu perchè galie sottil da questi tempi non puol navegar per star in spiaza.

Et oltra di questo el Re terminò de mandar el card. Samallo a Fiorenza...., licet suo fratello vi fusse lì governador. Altri dicevano per conzar le discordie tra Fiorentini, che erano grandissime. Et etiam con Pisani che molto li dannizavano. Ancora per domandar li ducati 40 milia restava haver, sì che di questa sua venuta era varia opinione. Et in quel zorno medemo che 'l Re partì di Roma, zoè a dì 28 Zener, ditto mons. Cardinal con 100 cavalli, tolto licentia dal Papa et dal Re, insieme con uno monsig. di Albì venuto in sua compagnia, de mandato regio si partì di Roma, et arrivò a Fiorenza a dì 5 Fevrer, dove fo molto honorado. Quello di lui seguite, quello volse et operò, poi l'intenderete.

A dì 26 el Re venne a corte, et intrò in camera di parlamenti, et disse come el voleva cavalcar, et che l'era venuto a tuor Gem sultan, dove si ritrovava col Pontifice 6 cardinali: Santa Nastasia, San Dionysio, San Severin, el Grimani, l'Alexandrino et Valenza, el qual dovea andar con el Re legato; dove venne et fu menato ditto Gem sultan, et el Re li toccò la man, et el Turco li basò le spalle et cussì fece al Papa. Et el Papa disse: Domini mei, io consegno Gem sultan al Re qui presente, secondo se contien in li capitoli nostri. Et Gem pregò el Papa dicesse al Re li facesse bona compagnia, et cussì fece raccomandandolo sommamente. Et el Re li disse: non havesse paura di haver alcun danno, et che venisse pur di bona voglia sotto sua protetione. Et ditto Gem fu accompagnato a hore una e mezza di notte da quattro cavalieri di Rodi et molti arcieri al palazzo di San Marco, dove habitava el Re.

Et per Roma fo divulgato, partito el Re, el Pontifice voleva andar, per la gran carestia era, a Perosa.

Et è da saper come el Re de Franza stette 28 zorni in Roma, et le porte de Roma erano in mano de Franzesi e in custodia.

Et a dì 27, la sera, ditto Re di Franza andò dal Pontifice per tuor comiato, come la mattina si dovea partir, et habuta la beneditione, la qual tolse con gran divotion, abrazatosi tolse licentia, et fu accompagnato da dui Cardinali, S. Piero in Vincula et Valenza. Et cussì tutti li soi baroni tolse licentia dal Papa, ai qual, per carezarli, el Pontifice a chi concesse bolle gratis di absolutione od altri perdoni, a chi una cosa et a chi un'altra, per carezarli, ita che tutti fonno contentissimi, et con gran benivolentia preseno licentia da Soa Santità. Ad altri donava Agnus Dei, Paternostri ecc., per devotione. Et in questa sera el Pontifice, havendo inteso el successo seguito a Napoli di re Alphonso, el qual è qui sotto descripto, quello accadete a Napoli el tutto intenderete.

Come re Alphonso renonciò la corona a so fiol don Ferando et si partì di Napoli; et quello ivi seguite.

A Napoli per lettere di l'ambassador veneto se intese, date a dì 23 Zener, et zonte alla Signoria a dì 31 ditto, in zifra, venute per la Calavria et a la marina via con gran difficultà: come a dì 21 zonse ivi la nuova di l'accordo fatto tra el Papa et el Re de Franza. Et essendo el re Alphonso molto di malavoia, non sapendo che farsi per la furia de Franzesi, non sperando più aiuto da niuno, quasi non se impazava più di niente, et tutto el governo era in le mano di suo fratello don Fedrigo, prencipe de Altemura. Et za era venuto el fiol do zorni avanti in Napoli, partito dil campo, mia 50 fè in uno dì, per la qual cosa la brigata se meravigliava. Et re Alphonso, vedendo el populo esserli contrario, deliberò partirse. Dove volesse andar, non se intendeva la verità. Et cussì a dì ditto, renonciò el Reame al fiol, et fo fatto instrumento publico, licet la madregna Raina et ditto fiol li fusse a li piedi in zenochioni, pregando Soa Majestà non volesse far questa movesta, et che, partito lui, Napoli saria perso. Et lui respondeva: che non potendo assecondar a la madre, li voleva dir come lui vedeva tutto questo infortunio et mal procedeva da li soi peccati, et che lui havea in vodo de andar frate za molti anni, et che voleva andar in Cecilia a uno monasterio de frati religiosi a Mazara, però che la Raina ditta havea ivi, in Cecilia ultra Faro, do terre, zoè Mazara et Ligusta: or che ivi quiete voleva fenir soa vita, et che el regno renontiava al fiol Duca de Calavria, el qual voleva el zorno driedo cavalcasse come Re per la terra, et che forsi harebbe miglior ventura cha lui, et che li bastava haver regnado uno anno in tanti affanni, però che el padre a dì 25 de Zener passato morite, et esso re Alphonso si fece; ergo a ponto uno anno regnò et non più. Et a hore 9 di notte vel circa, in questo medemo zorno di 21 Zener, esso re Alphonso se redusse in Castel dil Uovo, che prima era in Castel Nuovo. El qual Castel dil Uovo è situado in mar, dove al suo piacer poteva partirse. Era con lui 12 frati, 4 di Monte Oliveto, ordine così chiamato come apud nos frati di santa Lena; 4 di san Martin, zoè certosini; et 4 di san Severin, ch'è uno monasterio lì a Napoli. Et portò con sè zoie, tapezarie bellissime, et la soa libraria, ch'era di le belle cosse de Italia: li libri lui havea benissimo scritti, miniati, et ornati de ligature. Et lì a Castel dil Uovo era preparate 5 galie et una fusta et do barze, sopra le qual era messo oltra le supellectile in grandissima quantità de ogni sorte de vittuarie, vini assà de varie sorte dil Reame etc. Et si voleva partir in quella notte per andar in Cecilia, et montato in galia con alcuni che lo seguite de li soi, per el tempo contrario convenne ritornar in Castello dil Uovo, dove era castellano et custode Antonel Pizolo napoletano, arlevato et fidelissimo di caxa Aragona. Or re Alphonso scrisse una lettera per tutte le soe terre, come voleva andar in peregrinazo, et che havea lassato el fiol Re, al qual pregava che l'omazo li havevano jurato a lui etiam fusse al fiol, a cui aspettava el Regno.

A dì 22 ditto, se mise molta zente in Napoli a rumor, per metter a sacco li zudei con gran tumulto, ma per el subito soprazonzer dil Duca di Calavria novo Re, si acquietò le cose; et etiam molti marani volevano metter a sacco, et fo de bisogno che el cardenal de Zenoa et Obietto dal Fiesco prothonothario, zenoesi, i quali si retrovaveno ivi, de montar a cavallo et tasentar quei populi, et cussì cessono di far altro danno per la terra. Et molti cittadini inteso dil re Alphonso la movesta, unde intesono come si voleva partir, et havea renontiato la corona al fiol, pregando quelli li volesse far bona fedeltà, et lui più prometteva de ritornar in Napoli, nè più voleva esser chiamato Re.

A dì 23, che fo di Venere, el novo re Ferando cavalcò per Napoli et per tutti i cinque Sezi, secondo el consueto, come Re, vestito d'oro, in mezo di l'arciepiscopo di Taragona era lì con la Raina nomine regis Hispaniae, et l'ambassador venitian, con cavalli 600, et nel domo, fatto le debite cerimonie, si fece Re, vivente patre, et dal populo fo dimostrato grande contento, per essere human et benigno Re. El qual, per farsi benivoli li populi, fece molte concessione et privilegii, come si suol far, per liberalità soa, quando comenzano a regnar: assolse molte terre di angarie e di tuor sal, altre fece exempte, et cavò li presoni baroni erano in Castel Nuovo, zoè el fiol dil Principe di Rossano et uno altro. Adoncha, in manco de uno anno e tre zorni, si vide in Napoli tre Re, zoè don Ferando, don Alphonso et questo Ferando presente. Et a tutti Paulo Trivisano cavalier ambassador veneto si ritrovò; et fo al quarto, che fo el Re de Franza. Or di questa mutatione di Re, et abbandonarsi cussì di Alphonso, parse a tutti cosa molto nova et inusitata, et za molti seculi non più accaduta.

A dì 28 ditto, questo re Ferando si partì di Napoli, et ritornò in campo a San Zermano, havendo scritto al so ambassador era a Venetia, et mandato la commissione fusse suo: etiam ad altri in diversi luoghi; et lassò in Napoli al governo la raina dona Zuana, et so barba don Fedrigo, et ancora el re Alphonso in Castel dil Uovo se ritrovava, et continue faceva cargar robe su le galie. Ma questo re Ferandino tolse comiato da tutti con gran pianti, dicendo andava con animo deliberato de lassar fama per esser valente, tamen non fonno mai a le man Franzesi con Aragonesi, et el Re de Franza etiam in questo medemo zorno partì di Roma, come udirete.

A dì 3 Fevrer, Alphonso olim re di Napoli se partì da Castel dil Uovo, con 5 galie, una fusta, et do barze: portò seco gran quantità di roba di ogni sorta, zoie, danari etc. a la suma de ducati 300 milia, et andò a Mazara, terra di la Raina in Cicilia, benchè molti variamente di questa andata parlava. Altri che voleva andar in Spagna ad exhortar quel Re rompesse adosso el Re de Franza, et praticar nozze di la principessa che fo moglie dil fiol dil Re di Portogallo, di età de anni 25 et bellissima[114] in suo fiol Re. Altri che 'l voleva andar dal Turco diceva, et quello far passar, però che Turchi nunquam si volse fidar di passar in Italia, per non esser tajadi a pezzi. Tamen esso Re andò a Mazara, dove stete alcuni zorni facendo vita solitaria, et di lui quello seguite, lezendo più avanti intenderete el tutto. Ma ritorniamo al Re di Franza, et come si partì di Roma.

Di la partita dil Re di Franza, et come prosperò in Reame.

A dì 28 Zener, a hore 15, el Re di Franza montò a cavallo armado su uno caval morello con suo barde: havea di sopra le armadure una vesta di broccato d'oro, di sopra questa una tabarra di panno d'oro et raso cremesin a quartoni, et uno cappel bianco in capo, et monsig. di Brexe armado, con una sopravesta di panno d'oro, et altri baroni et cavalieri zerca 70, armati, con sopraveste, alcuni di panno d'oro, et mitade di veludo, et chi di raso. Era su la piazza di S. Piero homeni d'arme et arcieri 800, cavalli 600, et venne dal Papa, et smontato andò in palazzo. El Pontifice con alcuni Cardinali erano ivi redutti dove si dà la benedition, et el Re li andò con la bareta in man, dimandando li dovesse Soa Santità perdonar al cardinal Curcense, et cussì perdonò. Poi el Pontifice, Re et el cardinal Valenza, andava legato con lui, si redusseno in una camera, e lì parlò zerca mezza hora: da poi ditto Re basò el pè al Papa, et cussì fe' i soi baroni. Da poi el Papa venne fuora, dove era li Cardinali, con una bolla in mano, et disse: Sacra Maestà, questa è la bolla sottoscritta da tutti i Cardinali, et cussì son contenti. La Bolla dizea che 'l Pontifice con li Cardinali asegurava el Re per tutte le terre et castelli di la Chiesia, et comanda a quello si renda etc. Et poi montò a cavallo, et cussì el cardinal Valenza, et ancora fo fatta una bolla per el Papa al cardinal S. Piero in Vincula, che 'l potesse star in Roma, ma fo fatto un po' di garbujo. Et el Re havea con lui Gem sultan, vestito a la turchesca appresso di lui, con Turchi drio, et andò per la via longa fuora di Roma per andar quella sera ad alozar mia 12 a castel Marino, loco de Colonnesi, et li ambassadori nostri lo sequiva. El zorno driedo se partì per andar seguendo Soa Maestà. Era bellissimo veder per Roma tanta magnificentia, con zerca 5000 pedoni con azzette in man, senza il resto armati. Et è da saper che el zorno avanti za erano partiti di Roma, per non dimorar drio el Re, questi Cardinali, zoè S. Piero in Vincula et Curcense, et questi la spetono a Marino, et el cardinal Colonna et Savello andono a li soi castelli. Adoncha havea cinque Cardinali con lui.

In questo medemo zorno zonseno a Roma do ambassadori dil Re et Raina di Spagna, chiamati don Antonio de Fonseca castigliano è uno de capitani dil Re, et mons. Johan de Albion aragonese castellano de Perpignano, i quali veneno per terra per la Franza, et zonti in Alexandria di la Paja andono per la Toscana a Roma, et intendendo che 'l Re de Franza, al qual erano sta mandati, era cavalcato poco avanti, li andono driedo, et cussì a cavallo, presentato le lettere di credenza, li protestò che non dovesse andar più di longo contra re Alphonso, et che haveano in commissione da loro Re et Raina di manifestarli che, non tornando et prima udendo tutta la soa ambassada, li romperiamo guerra per terra e per mar, et che a li soi danni esso Re de Spagna comenzaria andar. Et el Re de Franza rimase molto admirato, et li disse: Domini oratores, venite a Marino et a Velitri con nui, che vi darò audientia, et vi farò risposta a ogni cosa. Et come da l'ambassador di ditto Re di Spagna intesi, che era qui a Venetia, homo di grandissimo inzegno et molto mio amico[115] l'altezza dil suo Re et Raina in questi tempi havevano questi ambassadori in diverse parte: zoè era al Pontifice suo fradello don Garcilasso di la Vega cavalier castigliano, et stato za uno anno al re Maximiliano; do, come ho ditto, a questo Re de Franza; uno al Re de Portogallo; uno al re de Inghilterra; uno al re Alphonso di Napoli, el qual capitò a Venetia, come udirete di sotto, a questa Signoria, et quasi tutti per le cose presenti.

Ma el Re, cavalcato di lungo et zonto a Velitri terra di la Chiesia, dove a dì 29 ditto erano zonti li nostri ambassadori partiti di Roma, et trovono esso Re de Franza, al qual si apresentono et li fece assà bona et perfetta ciera, tamen era alquanto conturbato per quello la notte era successo ivi: zoè, che el cardinal Valenza fiol dil Pontifice, la notte, de Velitri si havea calato gioso de li muri di la terra, et con do cavalli era ivi preparati cavalcò quella, come fo divolgato, in Spoliti, terra fortissima di la Chiesia; tamen non sapevano Franzesi dove si fusse andato. La qual movesta el Re non poteva considerar dove fosse proceduta, et disse ista verba: Malvas Lombard, et lo primiero lo Santo Pare; et deliberò con el suo conseglio de non andar più oltra, et quivi riposar fino intendeva altro. Ancora in questo zorno zonse dal Re uno suo capetanio, andato con molti Franzesi verso Civitavecchia terra dil Pontifice per haverla in sua potestà juxta li capitoli, ma quello governator era lì per nome di la Chiesia non volse lassarli intrar, sì che steteno Franzesi in dubio di qualche tradimento dil Pontifice, et rimaseno molto admirati. Et questa nuova zonse a Venetia a dì 3 di Fevrer. Et non voglio restar di scriver cosa assà degna di memoria, come per una lettera venuta di Roma io vidi: che Franzesi, dubitando de vittuarie et strami per li cavalli, che erano certi non poter trovar, loro medemi messeno feni et biave sopra le groppe de soi cavalli, tanto che li potesseno pascer fino che 'l Duca de Calavria havea fatto quelle provvisione ho ditto di sopra.

Ma a Roma, partito el Re, el Pontifice continuamente faceva notte e zorno fortificar quella parte di muro di Castel Santo Anzolo che cazete, et di novo fabbricar, come per lettere di Paulo Pisani ambassador di 31 se intese. In Roma non se parlava nulla di quello havea fatto el cardinal Valenza, et era stato col Pontifice, el qual mostrava di non saper, ma che pur si divulgava la partita dil Pontifice con la corte fino 8 zorni et andar a Perosa, sì per causa di vittuarie quam per dimostrar a Romani come stariano in abondantia non vi essendo la corte. Tamen non si mosse et stette fermo in Roma.

Rimase in Roma Piero de Medici, el qual volendo seguir el Re in l'ussir di Roma, Soa Maestà li mandò a dir dovesse ivi restar fino li manderia a dir altro, et cussì restò in casa dil Cardinal suo fradello, era in quelli zorni di Bologna venuto a Roma. Et ancora don Ferrante fio dil Duca di Ferrara di suo comandamento restò. Tamen da poi, intrato el Re in Napoli, quello andò a trovar.

Et el Re preditto, volendo al tutto intender la cossa sequita per el cardinal di Valenza, mandò a dì 31 Zener do soi araldi con lettere al Pontifice, a dolersi di quello havea fatto ditto Cardinal, meravigliandosi, nè poteva comprender dove procedesse, et che Soa Santità dovesse proceder et far ritornar ditto legato, et avvisarli quello havea voluto dir tal movesta, altramente che tegniva fusse rotti li capitoli, et che li saria forzo di ritornar indriedo. Ancora scrisse al cardinal di Santo Dionysio, rimaso suo commesso a Roma, come dovesse andar dal Papa et intender di questo, et che dovesse chiamar li capi dil populo romano, chiamati caporioni, et aricordarli come da lui et da li soi havevano habuto bona compagnia, pagatoli le vittuarie, et non li era sta fatto danno alcuno, et notificarli el seguito. Et andato ditto Cardinal con questi araldi dal Pontifice, exposto et presentate le lettere, el Papa si excusoe che non sapeva niuna cosa, nè dove si fusse, dimostrando di dolersi summamente, et cussì per justificarsi li mandò do legati a Velitri, zoè lo episcopo di Terni et l'auditor di Rota Porcharis, quali insieme dovesseno esser con lo episcopo di Concordia era partito di Roma cum el Re per farli compagnia; et excusar el Pontifice di questo. Et etiam el populo de Roma ne mandò do altri a notificar che erano deditissimi, zoè lo episcopo de Nepi et il prothonotario di Buffali. Ancora mandono uno per nome dil Pontifice et uno per nome dil Re sopranominato a Spoliti, dove se diceva era ditto Cardinal, acciò tornasse legato con el Re de Franza; et non lo trovono. Li fo ditto era stato et partito, dove si fusse andato non sapevano, però che con tre cavalli soli cavalcava hora in qua ora in là per non andar legato con ditto Re. Et fo divolgato la causa esser, perchè havea inteso a Roma alcuni Francesi da Spagnoli erano stati tagliati a pezzi, et dubitando el Re non facesse la vendetta sopra di lui, se ne era fuggito: et cussì questa scusa catò (trovò). Le zente di esso Re in questo mezzo intrò in Civitavecchia terra di la Chiesia, et etiam poco da poi ebbeno Terracina in loro dominio, licet da Aragonesi fusse custodito. Ma lassiamo qui el Roy, et altre cose seguite in Italia scriviamo.

Cose seguite in diverse parte de Italia in questo tempo.

À Venetia zonse in questi zorni un ambassador dil Re et Raina di Spagna, venuto prestissimo et incognito per andar a Napoli, chiamato m. Johan..., maistro rational dil regno di Valentia, homo a presso el Re de gran reputation, et havea alcuni spagnoli in soa compagnia, et quivi se accompagnò con uno ambassador fo dil re Alphonso, el qual era stato a dolersi a la Duchessa sua fiola di la morte dil Duca, et el sig. Ludovico volse ditta Duchessa li desse audientia, et vette (vide) el fiol dil Duca. Or volendo ritornar a Napoli, venne qui a Venetia, nomeva ditto oratore Piero Zuane Spinelli castellano di Trane, parente di quello era qui a la Signoria. Et cussì andati questi do ambassadori a Ravenna, volendo passar mai poteno, et conveneno ritornar indriedo. Unde l'ambassador de Napoli era qui, andò a la Signoria, pregando dovesse concieder che questi montasse sopra li do arsilii andavano in Puja a tuor li cavalli dil Reame, et cussì a dì 3 Fevrer montono su ditti arsilii, et andono a loro viazo, ma accadete a ditto Maistro rational assà infortuni, che fo preso et spogliato et toltoli le mule menò con loro, però che dismontono a Ortona a mar, et fo presentato al Re de Franza come dil suo successo intenderete el tutto. Ma li arsilii con Zuan Borgi secretario andono indarno, perchè venendo li corsieri fonno presi come roba dil re Alphonso da Franzesi, et cussì ditti arsilii tragettò zudei su l'isola di Corfù, et ritornò a Venetia, et fonno mandati prima per li stratioti.

A dì 3 Fevrer l'ambassador di Napoli andò molto aliegro in collegio, notificando haver lettere di 18 Zenaro da Vurmes (Worms), ch'è a presso Cologna in Elemagna, dove se ritrovava la majestà dil re Maximiliano venuto per far la dieta, da l'ambassador dil suo Re, che li advisava come esso Re de Romani havea totalmente deliberato di ajutar casa di Aragona, et che si el Re de Franza non se levava da l'impresa, che li voleva romper a li confini de Bergogna, et che havia mandati li soi ambassadori a ditto Re. Item come voleva mandar li soi 4 ambassadori a questa Signoria, i quali di breve dovevano zonzer. Et cussì molto aliegro vene zoso di collegio. Ma queste era parole, et el Re de Franza faceva fatti in Reame. Et è da saper che ditto Re de Romani scrisse una lettera a la Signoria, che non volesse ni diliberar ni far cosa alcuna circa a le cosse di questo Re di Franza, perchè lui mandaria soi ambassadori a consultar con questa Signoria alcune cose bone per la soa Republica, et salute per la Italia.

In queste medemo zorno la sera zonse uno ambassador dil re Alphonso, zoè partito di Napoli avanti el Re havesse fatto quella movesta, et venne per mar, et montò a Ortona a mar sora una fusta, zonse a Lio dove per la Signoria li fo mandato alcuni zentilhomeni contra per honorario, et alozò a la casa dil Duca di Ferrara, dove era preparato per li ambassadori dil Duca di Milano doveano venire. Questo nomeva Hieronimo Spieraindio, dotto napolitano, et insieme con Iohanne Battista Spinelli, altro ambassador stava fermo qui, andò a la Signoria et expose la soa imbassada. Et el principio fo de la ruina dil suo Re, el danno poi de questa Signoria, concludendo li dovesse aiutar, et come si divulgava offeriva largi patti et partiti a questa terra, a ciò aiutasseno el suo Re. Et poi stato alcuni zorni, a dì 16 Fevrer partì, et andò a Roma, et ritornò a Napoli a starvi come cittadino, licet vi fusse Re, et havesse el dominio el Re de Franza, et stette come gli altri.

Per lettere di Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier, vicedomino a Ferrara se intese, come a dì 2 Fevrer, fo el zorno de Santa Maria, el Duca de Ferrara con molti de soi primarii venne in persona, essendo varito dil mal, a visitar esso Vicedomino fino a caxa; cosa che nunquam ha asuetado de far. Et questo perchè el Vicedomino era ammalato et laborava di podagre. El qual Duca osò molto benigne parole in exaltatione dil Stato di la Signoria, et tolse poi licentia, et alcuni soi rimaseno con ditto Vicedomino, et li disse come el Signor voleva di brieve venir a Venetia, sì per visitar la Serenissima Signoria, quam per justificarsi come lui non era stato cagione di alcuna movesta de Franza, come era incolpato; concludendo voleva esser bon fiol di questa Signoria: tamen non venne et non seguite altro.

A Bologna, essendo terra subposta a l'imperio, in questi tempi, el magnifico Johanne Bentivoj che in quella città è cittadino primario et ordina et governa el tutto, licet bolognesi facino ducati di oro et monede, le qual al presente si spendeno per tutto, pur con voluntà di esso Re de Romani eletto Imperador, fece batter una moneda d'oro de valuta de do ducati; da una banda una testa di ditto magnifico Johanne, con lettere a torno che dice: Johannes Bentivolus bononiensis secundus; et da l'altra banda una arma inquartada, zoè l'aquila ch'è l'arma de l'imperio, et la siega ch'è l'arma de Bentivoj, con una aquila di sopra el scudo con lettere a torno: Maximiliani Imperatoris munus. Et questo per esser cosa notabile ho voluto scriver. Ho visto ditti ducati et continue si stampa.

A Milano el duca Ludovico descoverse che madona Bona duchessa vecchia et madona Ixabella duchessa zovene scrivevano lettere a Maximiliano, dolendosi che ditto sig. Ludovico si havea fatto Duca et privato le ditte di ogni dominio, et che dovesse venir ad aiutarle, et maxime el suo sangue et el fiol fo dil Duca, el qual era privato di quella dignità che ogni ragion volea havesse. Ma, capitate ditte lettere in mano dil Duca, ordinò ditte done stesseno in più destreta nel castello, non le lassando parlar più ad alcuno; le qual però etiam prima molto obscuratamente con panni lugubri vestite, senza alcuna politezza, et la moglie manzava in terra, et mostravano gran dolor, et come niun andava ivi a pianzer el Duca, diceva madona Isabella: non pianzete lui ch'è in vita eterna, perchè vedendo esser privo dil ducato facea vita di santo, ma pianzete la sorte di me meschina et di mio fiolo. Et questa alcuni mexi dapoi fece una puta[116].

A Fiorenza mandono a Milano do ambassadori pregando el duca volesse scriver al Re de Franza in suo favore, li volesse far restituir Pisa, però che li do ambassadori loro, erano a presso Soa Majestà, non haveano potuto ottenir cosa alcuna. Unde deliberorono di far exercito di zente. Haviano Francesco Secco et Hannibal Bentivoj et el conte Ranuzo di Marzano a loro soldo, licet a compiacentia dil Re ditte zente cazasse. Et elexeno do commissarii in campo contra Pisani, zoè Nicolò Valori et Piero Caponi, et preseno alcuni castelli de Pisani: mancava Librafratta, Vico Pisano et Pisa. Poi quello seguirà scriverò de sotto, a ciò se intendi ogni cosa.

Senesi in questo tempo mezzo deliberorono di volersi pacificar fra loro, et cussì a la fin dil mese di Zener pacifice chiamono dentro le do parte de citadini fora ussiti, chiamati populo et reformatori; i quali del 1487, el zorno di Santa Maria Maddalena di Luio, per dissensione fonno scacciati di la città, et questi habitavano su quel de Fiorenza. Et come ho scritto, ne l'intrar dil Re li volseno far intrar, ma la Signoria di Siena allora non volseno, et a hora par habbi consentito. La qual Signoria sono 8, et uno capitano di populo, et stanno do mexi in palazzo con gran magnificentia, sì come a Fiorenza; poi succiedono de li altri. Le parte in Siena sono cinque: nove, populo, nobeli, reformatori et dodeci. Quelli al presente rezevano sono li nove, ma hora, intrati li foraussiti, pacifice tutti saranno daccordo, et goderanno le dignità loro: la qual cosa durò fin vi venne el Re.

Maximiliano re de Romani, domente queste cose in Italia se fanno, essendo zonto a Vormes, dove continuamente baroni, ma per non esser reduto tutta la quantità, di 2 Fevrer che era ordinato, la slongò fino al duodecimo zorno di Marzo, ch'è el zorno de san Gregorio, di far la dieta: al tutto voleva venir in Italia per andar a Roma a coronarse, et mandò ambassadori a Sguizari, i quali si governa a comunità, a dimandarli passo, perchè conveniva passar per le soe terre, volendo andar a Milano. I qual Sguizari risposeno esser contenti, dummodo volesse menar con Soa Majestà a suo soldo X milia Sguizari. Ma ditto re Maximiliano fo contento di tuor 3 in 4 milia, et non tanta quantità. Et cussì stevano in queste pratiche. Et per lettere di Hieronimo Gritti podestà a Roverè di Trento se intese, come erano zonti do ambassadori di ditto Re a Trento, ch'è mia... lontano di Roverè, sotto uno episcopo, et vi è el corpo dil beato Simoneto[117], che fu da Zudei nel 1475 morto et marturizato et fa molti miracoli. I quali do ambassadori, venivano a la Signoria et che aspettavano el quarto a zonzer, però che etiam el Vescovo de Trento con loro era deputato. Quando zonzeranno intenderete lo nome et quello volseno.

Del mese di Zener in Spagna, in una città chiamata Guadalagiara in Castiglia vecchia morite el Cardinal di Spagna, chiamato Pietro di Mendoza tituli sanctae † in Jerusalem, prete cardinal et arciepiscopo di Toledo, el qual era stato za 6 mexi amalato. Era di età de anni 75 et ricchissimo. Havea de intrada de beneficii ducati 80 milia, stava in Spagna seguitando la corte, et sempre era a presso di la Raina et molto amato. Lassò tre fioli, tra li qual uno chiamato Rodorico de Mendoza marchexe dal Zenete, ha de intrada ducati 30 milia; et do altri etiam con bona intrada[118]. Or, morto che 'l fu, el Re scrisse al Pontifice pregando Soa Santità non volesse dar via li soi beneficii ac arcivescovadi, ma che dovesse aspettar che lui concederia ad alcuni de soi yspani degne persone, i quali poi Soa Beatitudine li confermeria; et el Pontifice rescrisse esser contento. Da poi el Re et Raina conferite l'arcivescovado di Toledo a uno frate di l'ordine di San Francesco, confessor di loro Majestà, chiamato fra Francesco Semenes, ha de intrada ducati 45 milia, et lui lo recusò, pur a compiacenza dil Re accettò. Item al Cardinal de Cartagenia dette de beneficii ducati 10 milia, et il titolo di santa †. A Don Joan de Fonseca dette lo episcopato de..........., dà de intrada ducati 3000; et una badia de Vagliadolide, de ducati 4000, a uno altro so servitor. Et cussì rescrisseno al Pontifice haver conferito detti beneficii. Et subito el Papa confirmò, et habute le bolle introno in possesso.

Et l'armada di ditto Re di Spagna ussite in mar. Era tra nave et caravelle numero 35. Capetanio el conte de Trivento. Et erano partiti d'Alecante, porto a presso Valenza, et veniva a la volta di Cicilia, poi passar a Gaeta, bisognando in aiuto dil Pontifice, tamen fo poi in favore di re Ferando de Napoli. Et se divulgava era sopra ditte nave alcuni combattenti gianiceri, capetanio dil qual terestre exercito era il duca di Alve, german e cusin dil Re, con lanze 600, et che demum se intese dovea ussir il resto di le caravelle, capetanio di le qual dovea venir el conte de Moniche admirante de Castiglia, etiam german dil preditto Re di Spagna, et el duca di Alve nominato di sopra. Tamen poi, intesa la verità, ditti do capetanii non se partino di Spagna, ma solum venne el conte de Trivento. Et di questa armata, etiam per lettere di Francesco Bragadino capetanio di le galie deputate al viazo di Barbaria, se intese, date in Almeria, terra di la Granata, de dì 27 Dezembrio, come alcune barze de ditte armade li erano venute a torno, non per far danno a robe de Venetiani ma ben a robe de Mori, perchè sopra ditte galie ne era assà. El capetanio se tirò in porto più a presso la terra che 'l potè, et quelli di la terra li dette favore, che ditte barze o vero caravelle andono via, et da loro intese certo che ditta armada sudava in Cecilia oltra Faro, ch'è dil Re di Spagna, dubitando di fatti loro per le combustione era in Reame, et perchè, benchè sia ysola, è solum al Faro de Messina, dove scrive le fabule et poeti esser Sylla e Carybdi, solum mia 3 da passar il mar da questa Cicilia andar in ditta ysola. Però el Re mandò ditte armade per custodia di la soa ysola, a compiacentia de Ciciliani. Quello seguirà intenderete.

Per lettere di Capetanio zeneral da mar se intese, etiam per lettere de Constantinopoli in un scuro sermone, come el signor Turco faceva grandissima armada, et voleva haver in mar questo anno vele 150, et che era tornato el so ambassador stato dal re Alphonso. Unde Venetiani sospese il mandar a tuor de li stratioti con li arsilii, per non desfornir li lochi marittimi; per i qual, a farli, era sta mandà al zeneral ducati 40 milia, sì per far ditti stratioti, quam per scriver zurme per le galie sotil si armava in l'ysola de Candia, Corfù et altrove; sì come fo preso in Pregadi: et bona parte di ditti stratioti erano sta scritti, tamen per collegio nostri facevano li patroni per li XV arsilii, zoè boni marinari, experimentadi in diversi viazi. Et li arsilii se conzava in l'arsenal, a ciò al bisogno fusseno apparati.

Per ben ch'al proposito non sia di questa venuta dil Re di Franza, di dover scriver quello accade in altre parti dil mondo, per esser cosa notoria ho terminato farne mentione. Per lettere di Zuan Valaresso, consolo a Damasco, di 8 Novembrio se intese, come nel ritornar di la caravana de Mori, che 'l Soldan vi manda uno capetanio con alcuni mercandanti con camelli assà, et si parte di Damasco ogni anno per andar a la Mecha, dove se dise è l'archa di Maometto suo gran Propheta et institutor di la loro fede. La qual alias steva in aiere, però che era a torno calamita, et quella era di ferro, sì che conveniva per forza, ogni parte di la calamita tirando el ferro a sè, star nel mezzo, però dicevano steva in aiere. Ma, volente Deo, del 148... quella cazete et ruinoe, et, come Mori dicono, la sua fede die durar poco et haver molte persecutione, et però stanno in gran paura. Or questi Mori vanno insieme zerca 30 milia, ch'è bellissima cosa a veder, et contratano con mercadanti indiani le loro merze, a barato de specie, pepe, garofoli, zenzeri, cannella, nose etc. Et poi Mori quelle portano a Damasco et in Alexandria et altre terre, dove si fanno mercadantie con christiani et quelle vendono o baratano, et perchè za do anni el Soldan non havea pagato il suo caffaro o vero regalia ad Arabi, che sono zente terribilissima, stanno a la campagna, assaissimi anco fanno tra loro un capo; questi, ben siano sotto el Soldan, tamen hanno el loro capo da per sè, perchè sono zente che non se puol domar; et el Soldan sta ben con loro per molti respeti; viveno de rapina. Or questi Arabi in questo tempo prese la ditta caravana dil Soldan, la qual poteva valer da ducati 800 milia in suso, di specie, zoje et altro. Et retenne el capitano con li mercadanti, ben che Mori se volesseno difender, et fonno a le mani. Tamen Arabi haveno la vittoria, la qual cosa fu molto molesta al Soldan, pur sperava de conzar la mastella, et li voleva donar ducati 50 milia de contanti, et loro ne volevano più, tamen poi conzò et li dette ducati assà, et haveno la caravana, el capitano et homeni indrio, et questa cosa cussì notabele et za molti anni non accaduta ho voluto qui scriver.

Successo dil Re di Franza fino a l'intrar in Napoli.

Ritorniamo al Re di Franza, el qual era a Velitri, et data l'ultima audientia a li oratori di Spagna, et a Val di Montona li expedite, i quali exposeno tre cose. La prima, si dolevano che l'ambassador dil suo Re et Raina, che era venuto da Soa Majestà a Lion, et quello seguito fino a Piasenza, in cinque mexi non havia habuto bona audientia nè quella extimatione si conveniva a l'altezza di cui rappresentava: imo fo rimandato via, et si meravigliavano molto, et, nomine Regum Hyspaniae, volevano saper la cagione. Secundo, che ben che esso Re di Franza habbi dimandato aiuto bisognando al suo Re et Raina, et benchè habino insieme bona paxe, amigo de li amigi et nemigo de li nemigi, pur che Soa Maestà havia tolto questa impresa senza consigliarsi con li suoi Re, et che volendo aiuto bisognava havesse consultato di questa guerra, era iusta vel non La terza, che 'l serave buono di qualche accordo, et che loro volevano pacificar le cosse con el Re di Napoli. Ma el Re de Franza rispose, quanto a la prima richiesta di l'ambassador, che non sapeva di chi lui si havesse potuto lamentar, et che si havesse dimandato audientia lui ge l'haveria data volentiera, ma che non l'avendo dimandata, nè etiam accordandola el Re, loro non si poteva doler: et che potevano saper che li soi ambassadori sempre ne la Franza erano stati honoradi. Al secundo de l'impresa, che non bisognava consulto a voler recuperar el suo, et che 'l Reame di Napoli li partegniva, però era impresa justissima et compresa ne li capitoli. Al terzo, che non bisognava far altro accordo, ma che Alphonso si dovesse contentar di renderli a lui el Regno possesso indebite, et venir con lui in Franza, dove Soa Maestà li prometteva provvisione et stato condecente. Et poi ditti oratori andati seguendo el Re a Val Montona, tolseno licentia, et concluseno con el Re, zoè che li disseno dovesse desister de voler haver el Reame di Napoli, et che se a niuno die aspettar ditto regno, la Maestà dil suo Re è il primo, perchè suo barba re don Alphonso quello acquistò per forza, et zerca questo usono assà alte parole; unde el Roy si dolse, dicendo non era honesto che adesso che l'era venuto con tanta spesa cussì avanti, et che poteva dir haverlo acquistato, ditti ambassadori volesse el no seguitasse l'impresa, et che lui el voleva haver una volta, et poi faria decider de chi quello dovesse esser de jure et cussì post multa rimaseno d'accordo. Et dimandato al Re chi doveria cognoscer poi de jure, et dar questa sententia, li ambassadori aricordano el Pontifice come capo di la Christianità, ma el Re non il volse, dicendo haverlo sospetto, sì per esser di nation subposta a loro Re, quam per esserli stato contrario; et rimaseno che el Parlamento de Paris fusse quello havesse a decider questo. Et cussì ditti oratori ritornarono a Roma, et advisato in Spagna el tutto, li comesse dovesseno al Re Maximiliano, et cussì andono come scriverò di sotto.

Ancora zonse do ambassadori a Velitri a ditto Re di Franza, venuti per nome dil re Maximiliano di Romani, i quali fonno quelli stati a Milano et Fiorenza et Roma, non avendo lì audientia per le cosse accadeva, ma fo divulgato erano venuti per notificar al Pontifice prima la venuta a incoronarsi dil suo Re, et per confirmar la paxe et accordo col Re di Franza. Et a Val Montona ebbeno audientia, i quali dimandono salvo conduto, raccomandandoli li confini di la Franza, dinotando havia aconzo le cose di Bergogna, et che al tutto voleva venir a Roma questo anno a tuor la corona de l'imperio, e far una cruciata, et passar contra infedeli. Et cussì otteneno da esso Re di Franza lettere, et quello volseno, et che voleva far la dieta, la qual havia prolongata, et che za erano zonti alcuni elettori de l'imperio, signori et episcopi, et che concluderia di far la ditta cruciata. E andono insieme col Re fino a Varoli, dove tolseno licentia per ritornar a Roma. Ai qual el Roy disse: fate che la Majestà di Maximiliano vegni presto a incoronarse, perchè al tutto voglio ritrovarmi a Roma per honorarlo. Et cussì questi ritornono a Roma, come più avanti intenderete.

Quelli di l'Aquila havendosi dato, come ho scritto di sopra, voluntarie sotto el dominio dil Re di Franza, con conditione che non intrasse niun Franzese dentro, onde alcuni Franzesi assà insolenti volendo intrarvi, fonno da Aquilani assaltati, et ne fo morti zerca 80, portandosi bestialmente, tamen pur havevano le insegne dil Roy. Napolitani vedendo che el populo havea fatto quelle moveste, a dì 26 et 27 Zener, contra zudei et marani, et che Ferando al meglio havea potuto tasentò quel populo, et a caso ivi era gionto do navilii di zudei...., più el populo se inanimò, et parte fonno malmenati, et disseno al Re non volevano nè marani nè zudei più in Napoli. Et el Re ordinò dovesseno partirsi, et cussì nolizono navilii chi per Barbaria, chi per Alexandria, et chi per Constantinopoli. Li marani ricchi steveno in caxa. Or fu fatto uno editto che tutti li pegni che zudei si ritrovava in le man, et quelli tenivano banco, et cadauno dovesseno per obviar li scandoli render de chi erano, tamen che li facesse uno scritto di pagarli lo cavedal et usura infra tanto termine, et non solamente in Napoli ma per tutto el Reame et in la Puia, dove in varii luogi contra zudei era fatto gran destrusione. Et ben che fusse fatto questa provisione, per questo non restò che non fusse sachizati.

A Roma in questo mezzo, con voler dil Re di Franza et con patente de investisone di l'Anguilara, intrò el sig. Carlo Orsini con 400 persone in Roma, et andò a la caxa di uno D. Bartholamio che fo nepote di Sixto Pontifice, el qual da esso Sixto fo investito di la ditta Anguilara, la qual era del sig. Deiphebbo, che fo a tempo di la guerra di Ferrara soldato de Venetiani, et essendo huomo veterano, a tempo de Innocentio, morite del 148.... lì in quelle parte, et lassò alcuni fioli, i quali ancora è al stipendio veneto. Or ditto sig. Carlo prese i fioli del sopranominato Bartholamio, et messe la sua caxa a sacco, et li fece molti danni per rehaver li soi castelli.

Ma essendo el Re a Velitri, Franzesi andono per quelli castelli di Conti et dil sig. Gaietano, et molti ne prese facendo gran danno. Et andono a uno castello chiamato Monte Fortin dil conte di Fondi, et li deteno la battaglia a la terra, et quello prese per forza, dove usoe grandissima crudeltà, amazzando quanti scontravano: tamen la rocca si tenne. Et Franzesi piantò le bombarde, zoè le soe artiglierie su carri, et li custodi pavidi si deteno a pati, salvo l'haver et le persone: ne la qual rocca era do fioli dil sig. Jacomo Conte romano, era al soldo dil Re di Napoli, et questo castello era suo, et questi fonno da Franzesi ritenuti fino havesse do altri castelli dil padre mancava ad haver, et poi li deteno taglia ducati 2000, dicendo se intendeva donarli la vita et non la persona. Non voglio qui descriver le spurcizie usano Franzesi, le violentie di donne etc., come tutto di sotto, in loco più necessario, per mi sarà scritto.

Et poi el Re si partì da Velitri, et andò a Val Montona dove expedite li oratori di Spagna et venne quelli dil re Maximiliano, come ho scritto più difuso avanti, et ancora zonse el conte de Chaiazo, zoè sig. Zuan Francesco di San Severino per el duca de Milano con cavalli 300 et alcuni balestrieri a cavalo, et zonse a dì 8 Fevrer. Et el Re partite per Castel Fiorentino, et ordinò a tutte le soe zente, sì quelle era in l'Apruzo, quam di qua, che si dovesseno assonar a uno nel ducato di Sora, perchè voleva andar a San Zermano, perchè intendeva la zente aragonese, et el re Ferdinando zonto che fu in campo, si eran levate et lassato quel passo, come era la verità, et erano tirate verso Capua, dove voleva ivi far difesa, et Franzesi havea acquistato quasi tutto l'Apruzo, maxime Sermona, ch'è una terra grossa, et senza troppo fatica, però che dove si presentavano pur li Franzesi, li mandavano le chiave, levando le insegne di Franza. In la Puja era gran combustione: el vicerè Camillo Pandon era in Otranto, et etiam Don Cesare fo fiol di re Ferdinando vechio. Et Monopoli, che è una città grossa a la marina, tumultuando fra loro di quello havesseno a far, a dì 23 Fevrer pur messeno a sacco li zudei, et a dì 26 ditto essendo stato quelli tre zorni la terra in remor, pur el Zuoba di Carlevar, che fo el zorno nominato di sopra, li cittadini cum voluntà del Vescovo, el qual havia ricevuto assà beneficii da caxa di Aragona, et fo el primo loro ribello, levono le insegne dil Re di Franza, et non sapendo pur far l'arma regia di zii (gigli) con la corona, levono una crose bianca in campo rosso, et strazò la bandiera di Aragona, et el capetanio mandò fuora, era ivi per el re Alphonso. Adoncha Monopoli fo la prima terra di la Puia levasse et si desse a Franzesi, et mandò ambassadori dal Re a tuor certe confirmation de capitoli. Se ritrovava qui do merchadanti venetiani, Antonio da Pesaro di Lunardo olim fiul, et uno Francesco Tanto, popular, el qual poi fo morto, quando la Signoria ottene ditto luogo, come dirò di sotto.

In questo mezzo el Re mandò a Roma uno so ambassador, zoè el primo baron che havesse a presso di lui, el qual fo suo barba Filippo monsignor, zoè monsignor di Brexe di caxa di Savoia et governador dil Dolfinà, come di lui qualcosa ho scritto di sopra. Et zonto a Roma, a dì 5 Fevrer, habuto audientia dal Pontifice, dimandò, in loco dil Cardinal Valenza era partito et non se ritrovava, uno altro cardinal per legato con Soa Maestà. Et el Papa dicendo: chi volete? dimandò el cardinal Orsini. El qual excusandosi di non poter andar, el Papa disse: ma che? volendo el Re di le mie cosse, manderò la più cara cossa che habia di parenti mei, ch'è mio nepote qui, episcopo di Borges, et lo faremo Cardinal, posto che la Maestà dil Re ha voglia di haver un Cardinal con lui. Et Filippo monsignor partì dicendo scriverà al Re di questa risposta. Et el Re li rescrisse dovesse dir al Papa non voleva Borges, ma al tutto o el Cardinal Orsini o Monreal.

A dì 5 Fevrer el Re con el so campo se partì da Val Montons, castello dil sig. Jacomo Conte, et zonse a dì 6 a Castel Fiorentino terra dil Pontifice, et mandò le soe zente ad haver alcuni castelli ivi vicini dil Conte di Fondi et altri signorotti, feudatarii però a la Romana Chiesia, et avanti fusse hore 22 quelli haveno, et alcuni brusoe usando gran crudeltà che era una compassione, et come vidi una lettera de li oratori nostri, che stevano sopra le mure de Castel Fiorentino, et vedevano li fuogi facevano queste stranie generatione Franzesi, Sguizari, Guasconi, Picardi, Scocesi et Alemanni; et preseno Supino castello di Jacomo Conte, Cicano castello dil Conte di Fondi, et Possa pur castello di ditti conti.

Et el Re terminò non far più la via di sopra, ma andar a la dreta a San Zermano, perchè quel passo era sta abbandonato, come ho ditto di sopra. Et mandò certi villani dil paese per guastatori a far le strade a le carrette de le artiglierie, le qual erano preparate n.º 120, menate da 20 cavalli per una. Et era assà charestia in campo suo, unde li oratori veneti, vedendo haver troppo brigata con loro, mandò indrieto a Venetia bona parte, et rimase con pochi, zerca persone 10, però che si partino con 40 cavalli, si che è da considerar li desasii dovevano patir, sì nel viver come nel alozar. El cardinal S. Piero in Vincula partite dal Re, et venne a Grota Ferata vicino a Hostia, et mia 12 lontan di Roma, per venir a Zenoa. Quello di lui seguite, intenderete.

El Re, partito da Castel Fiorentino, vene a Varoli città del Papa dove dete licentia a li oratori dil Re de Romani, et mandò a dir a quelli custodi di uno castello sopra uno monte situato, chiamato Monte S. Joanni, el qual era dil Marchexe di Pescara, per do soi trombetti, che si dovesseno render et levar le insegne, sì come erano assueto dimandar. Et quelli erano dentro, senza far altra risposta a questi, fece impicarli, taiar il naso et le orecchie, che è cosa che numquam a messi si assueta di far, et li rimandono indriedo. Et inteso el Roy questo, vi andò a campo a dì 9, et fe' tre parte dil suo exercito, et li dete la battaglia, et loro se difeseno virilmente, ma tutta la notte feze bombardar con tanta furia, et el Re confortava tutti. Or a pena fo una particella di muraglie a terra, che da tre bande li deteno la battaglia, per esser inanimati di la discortesia usata, et Franzesi introno dentro et fece una gran taiata, non sparagnando la morte a niuno, se non a putini et poche donne; imo tutti quelli trovò li tagliava a pezzi, con grandissimo sangue, et fino nelle chiesie ne amazava; et come per lettere di oratori se intese, fonno qui amazati 700 et de Franzesi solum X et feriti 25.

Questa tal crudeltà el Re fo contento fusse usato, sì per la cossa fatta, quam a ciò sia exempio altri castelli e lochi dil Reame non si vogli difender, imo portarli le chiave. Et habuto ditto castello fece consiglio, qual via dovesse tenir. Altri lo consigliava per causa de vittuarie, che era grandissima inopia, che Soa Majestà andasse in la Puia, dove ivi troveria grande obedientia, et che, dove che 'l si apresenteria, li sarebbe portate le chiave, perchè Puiesi non sono atti a combatter, et è assà anni non hanno hauto guerra, benchè fusse longa via ad andarvi. Altri erano di opinione di seguir verso Pontecorbo, et acquistar el passo di San Zermano, et poter passar al suo piacer el fiume Garigliano, ivi medio: poi seguiriano el camin verso Napoli, non lassando però Gaeta, ch'è terra fortissima, et Capua, situada sopra el fiume Vulturno, dov'è el re Ferando col suo exercito. Et cussì steteno in queste consultatione, tamen elexeno di andar a San Zermano.

Et è da saper che el Re poi andò in persona, partito da Varoli, a questo castello Monte Santo Joanni, a dì 11 Fevrer, sì per veder la fortezza, quam per poter mandar le sue zente più avanti mia 5 lontan di Varoli, et ancora li corpi non erano sta sepulti per la grande taiata, però che tutti quasi erano morti su la piaza, perchè quando Franzesi deteno la battaglia, vedendo li habitanti non poter resister, corseno su la piaza et si butò in zenochioni con li brazi in † dimandando a Franzesi misericordia, ma poco li valse, che tutti fonno ivi amazati. Et qui feceno butini per ducati 25 milia, di panni, di tele, rami et lavori de rami, et qui si soleva far una fiera assà nominatissima in quelle parti. Ancora trovono assà biave et vini, ita che Franzesi comenzono a restaurarsi di li desasii portati. Et però deliberorono di venir di longo a la volta di San Zerman.

Ancora a Hostia e Civitavecchia zonse alcune galeaze di Franza, carge di vittuarie, et za era di queste a dì 12 zonte in campo 260 some di farina, et le zente parte erano andate verso Pontecorbo, loco pure di la Chiesia sora el fiume Garigliano, et el Re a dì ditto andò a Bauco, poi volse andar passando una acqua chiamata Cosa, tamen pur ancora qui tra el suo conseglio era varia opinione. Altri voleva andar di longo a Capua, dove se intendeva esser el Re Ferando di Aragona con 40 squadre et 5000 fanti; altri lo consegliava andasse Aversa, di là del fiume Vulturno, ch'è in mezo Capua et Napoli, et, questa ottenuta, presentarsi a Napoli dove con desiderio era aspettato. La qual via molto piacque al Re più di le altre; pur steteno in consultatione, nè sapeva deliberar qual via havesse a pigliar, et voleva mandar zente a San Zermano, per esser passo assà necessario. Et le antiguarde del campo franzese in questi zorni fonno a le man con 7 squadre aragonese, le qual, visto non poter resister a Franzesi, si tirono a drieto, et vi sopravenne el conte Nicola da Petigliano con X squadre, el qual etiam, augumentando Franzesi, si convenne recular in loco securo. Et come se intexe, l'exercito franzese era questo: cavalli 12 milia bonissimi con combattenti suso, 6000 pedoni zoè sguizari et altri, et 8 milia cavalli di arteglierie, some, femene et altre persone inutile. Di le femene num. zerca 800, fra le qual 500 meretrixe. Zente italiane: 600 homeni d'arme con li Savelli et Colonnesi et 1500 fanti di l'Apruzo aspettavano el prefetto di Roma nuovamente conduto col Re con 200 homeni d'arme.

In questi zorni el Re mandò zente a Teracina loco di Chiesia, et quella have come ho ditto; dove doveva metter Gem sultan, ma lo 'l volse a presso di lui, et cussì era custodito in campo. La città de Populi, fatto li patti, si rese, et Civita di..., et oltra di questo Sermoneta dil sig. Cola Gaietano, ch'è castello in monte lontano da Velitri mia 13.

El Re preditto mandò a Venetia uno suo messo, el qual a dì 10 Fevrer con monsignor di Arzenton suo ambassador andò in Collegio, et dimandò passo a Ravena et in altri luogi di Romagna; ancora navilii per condur alcune bombarde grosse n.º 22, era a Castelcaro qui in Romagna, dil suo Re fino in Reame. Et disputato nel Senato inter patres quello si havesse a risponder, fo decretato et risposto per el Prencipe di darli passo, per non haver con Soa Majestà se non bona pace, et che mancasse di navilii a tuorli, che per tutto sariano lassate cargar ditte artigliarie offerendosi etc. Et el messo preditto, satisfatto di tal risposta, ritornò dal Roy.

Ancora mandò uno altro messo a Milano con lettere al Duca, licet vi fu etiam el suo ambassador, pregando che dovesse mandar suo zenero sig. Galeazo di S. Severino più presto poteva, perchè haveva da consultar certe cose con lui. Et come per lettere di Sebastian Badoer orator veneto a Milano se intese, el Duca li rispose, havendo ancora richiesto che lui in persona vi andasse a trovarlo ad ogni modo; come esso Duca non poteva andar lì, ma che manderà el sig. Galeazo, posto che a Soa Majestà li piaceva di haverlo a presso. Et li ambassadori soi deputati a la Signoria non veneno, sì come havia scritto di venir; et questo perchè el Vescovo de Como, che era uno di quelli, havia habuto alquanto di egritudine; tamen a dì 23 Fevrer partino da Milan per Po et andono a Ferrara, demum a Venetia, come dirò di sotto. Ma el Re de Franza, oltra di questo, mandò a dir al ditto Duca de Milan dovesse ordinar al suo comessario a Zenoa fusse messo in ordine certe galie ivi era, perchè quelle voleva armar.

El cardinal Samallo, gionto che fo a Fiorenza a dì 3 Fevrer et honorifice ricevuto, dimandò a quelli Signori ducati 70 milia che restava haver el Roy da loro, juxta la forma di capitoli, per ben che de tutti non fusse il tempo ancora, ma li pregava volesseno concieder questo al Roy, di darli al presente, havendo grande bisogno per questa grande impresa.

Ma Fiorentini, consultato le cosse, risposeno: meravigliarsi di tal dimanda, attento prima che non era ancora el tempo, et che el terzo capitolo vuol che li sia reso Pisa, et che non solum sperano che li sia renduta, ma che stanno et sono preservati in libertà, cosa contraria di quello el Re havea promesso a Fiorentini. Unde volevano li fusse restituito prima Pisa, poi darebono la summa si hanno ubligati di dare. A la qual richiesta, monsignor Samallo rispose, che non era tempo di dimandar restitutione alcuna di lochi ch'è in poter dil Re, durante maxime questa impresa, et se non li havesse li vorebbe haver, et che provedesseno che bisognava haver li danari. Ma Fiorentini steteno pur renitenti. Et el Cardinal preditto sì mandò uno suo fio, però che ne ha tre legittimi, a Pisa per veder di aconziar le cosse, le qual era molto difficile; poi ditto cardinal in persona vi andò, se divulgava verebbe a Lucca, passava in Parmesana, et veniva a Milan a dimandar danari, poi passava a Zenoa a poner in ordene una gran armata, la qual a tempo nuovo dovesse ussir in soccorso dil Re. Quello lui seguite scriverò.

In questo tempo Don Alphonso da la cha di Este, fiul primario dil Duca di Ferrara, havendo compagnato un pezo el Re de Franza, ritornò a Ferrara, et si accordò al soldo di suo cugnado Duca de Milano, et have questo, zoè di provisione ducati XV milia a l'anno, et 150 homeni d'arme di conduta.

A Roma el Pontefice cassò tutte le sue zente, vedendo non bisognar più, et etiam quelle tenendo non poteva resister contra tanta potentia de Franzesi, et rimase solum con la soa guardia et alcuni altri, ai qual dette provisione. Et el cardinal Valenza suo fiol, che era fuzito dal Re, in questo tempo andava hora in qua et hora in là, pur ritornando in la rocca de Spoliti, et fo divulgato esser venuto a Pesaro da suo cugnato sig. Zuanne, per visitar sua sorella madona Lucretia, et vene incognito. El qual sig. di Pesaro praticava di assoldarsi con la Signoria et haver la conduta.

El cardinal Ascanio, stato a Siena et per quelli castelli, ritornò a Nepi sua terra, et il Papa più volte li scrisse et mandò a richieder volesse ritornar a Roma, promettendoli di esser in amicitia come mai, et non li saria fatto alcun dispiacer, et per una cautione li voleva dar la rocca de Viterbo in suo potere. Ma esso Ascanio non volse andar, et el Pontifice scrisse a Venitiani un Breve, fusseno mediatori a far che ditto Vicecancellario ritornasse a Roma; et cussì ancora el Duca de Milano scrivea a la Signoria preditta dovesse esser causa di pacificar suo fratello con la Santità dil nostro Signor, et poco da poi si pacificò, et per lettere di Roma se intese come l'armada di le 46 caravelle di Spagna erano passate da Hostia et andava verso Gaeta, tamen andono in Cicilia et ivi si puose.

In questo tempo a Liesena, ch'è una isola di Dalmatia, per lettere di Alexandro Barbo conte se intese come erano capitati alcuni navilii de marani et zudei et altri puiesi, i quali venivano di Puia per alozar in ditta isola, che erano forsi fameie 43, con haver assà di panni et altre supelectile; et però ditto Conte domandava licentia, si a la Signoria li piaceva fusseno lassati habitar, et per el Senato fu decreto che ditti potesseno starvi, et li fusse dato recapito, a ciò fusse fatto boni li luogi di San Marco, licet in Liesena non vi era prima zudei, tamen che non imprestasseno a usura. Et cussì fu rescritto al ditto Conte.

In l'isola de Inghilterra accadete certe novità, però che quelli populi cupidi et assueti a nuove cosse et mutatione di Re, alcuni volseno contra el re Henrico presente chiamar in l'ixola il Duca di Yorch, fo fiol dil re Edovardo[119], et nato di casa di Bergogna, el qual alias fu privato dil regno di Anglia a cui aspettava. Il modo, che è bellisimo lezer, nel libro terzo intenderete come fo discaziato. Or questo con aiuto dil Re de Romani et Archiduca di Bergogna voleva passar su l'ixola et si preparava. Ma el re Henrico li mandò 8 nave contra, di le qual tre li rebelarono et teneno dal predetto Duca de Yorch. Quello poi seguite, per esser lontano da noi, molto più avanti intenderete.

A Costantinopoli seguite che alcuni de soi Cadì o vero preti andò predicando publice la conversione a la fede de Christo, o sia a un novo propheta, dicendo quella di Macometto non era vera fede ma falsa, unde molti Turchi andono dal Signor dolendosi di questa comotione, tale che se non si provedeva a questo, el suo stato saria disfatto et la leze di Macometto penitus dispersa. Unde el Signor ordinò fusse questi tal menati a la soa presentia, et ivi fece far una disputatione con li soi primi in la leze, et questi gagliardamente disputò la fede tenivano esser bona. Unde el Signor li fece dar alcuni tormenti, a ciò si tolesseno zoso, et confessasseno la causa per che dicevano questo. Et alcuni di loro dubitando di morir, domandò perdono; tamen zerca 12 di questi steteno fermi in la sua opinione, dicendo non volevano per paura dir contra quello che Dio li havea inspirati a dir e contra la verità. Et non potendo el Signor farli tornar a la fede, comandò che vivi fusseno brusati, et cussì fo fatto. Et questo per mercadanti nostri venuti de lì hebi relatione; et pur volendo meglio investigar come fo, intesi esser stato questo za alcuni mesi, et che volevano instituir nova leze, et contra la maumetana, et non predicava la fede de Christo, licet quomodocumque res se habet questo fo a Costantinopoli.

Li arsilii sotil, dovevano andar in Candia et a Corphu nom. XV per armarsi, si partì di questa terra et andò a bon viazo. Etiam li arsilii andava in la Morea a tuor Stratioti.

A Napoli Paulo Trivisano cavalier ambassador veneto ritrovandosi, con molta fatica expediva lettere a la Signoria però che li corrieri per la strada erano spogliati, toltoli le lettere, et ritrovate in zifra pur erano restituite. Si ritrovava ancora ivi Marin Gritti consolo de Venetiani, et etiam Zuam Bragadino, di Andrea fiul, mercadante, el qual etiam di molte nuove advisava la Signoria. Or per lettere di 7 Fevrer se intese za era partito re Alphonso et andato in Cicilia, et re Ferando novo tornato in campo: rimasto adoncha al governo la Raina et don Fedrigo. Et Napolitani erano malcontenti ritrovarsi in quella terra, tamen da poi el metter a sacco de zudei non era seguito alcun rumor. Molti andavano a Yschia, che è una ixola mia 18 vicina, pur dil Re, a tuor caxe ad affitto, la qual fortezza si faceva riconzar et fortificar. Et ditto ambassador fo in colloquio con don Fedrigo, el qual molto si dolse di la sua fortuna, concludendo non vi era rimedio più a caxa di Aragona, nè a resister a la potentia di Franza et loro prosperar, però che non solum erano assà et disposti a loro danni, ma che ancora italiani li faceva più guerra che Franzesi; però che Colonnesi, Savelli, Vitelli prefetto di Roma li erano contrarii; che 'l sig. Ludovico, adhuc duca de Milano, havendo tossicato suo nepote et tolto quel stato contra ogni ragione, essendo strettissimo parente dil Re suo, insieme con el Duca di Ferrara fo suo cognato, li erano nemicissimi; che Fiorentini, Zenoesi, Senesi, Lucchesi, Pisani et altre comunità non solum volevano la sua distrutione, ma che con i suoi danari li faceva guerra; che Cardinali etiam venivano a la sua ruina; che el Pontifice li deva passo et ogni cosa che 'l dimandava; conclusive che Italia et non Franza al pover Re li faceva guerra. Et ancora che la Signoria, la qual sola non se impazava, per ben che non facesse dimostratione di aiutar el Re de Franza, tamen che non dando li soccorsi dimostravano tacite di esser contenti che Franzesi acquistasse quel Regno, et che li haveva dato gran reputatione li do ambassadori venuti con ditto Re, et che Venitiani fevano grandissimo mal, perchè sua era la festa et poi nostra sarebbe la vizilia: maxime havendo Franzesi la Puia, che sul colpho dominava el mar, comemorando la benivolentia grande di la bona memoria dil Re suo padre con questa Ill.ma Signoria; concludendo non era possibile resister, maxime ancora havendo ne li populi molti anzuini, nisi Dio non movesse gli animi de Signori Venetiani a volerli aiutar, tamen che la Majestà di re Ferandino et lui erano disposti di voler prima morir che veder sì bel regno in le man de Franzesi. Pur tuttavia pregò scrivesse a la Signoria dovesseno far qualche provisione, licet sarebeno tarde, la qual cosa mai per Venetiani fo voluto far, se non veder di metter paxe et starsi neutrali. Tamen poi tanto fonno le insolentie galliche, che conveneno impazarsi, et quelli chazioe de Italia, come scriverò più avanti.

Di l'aquisto di San Zermano per Franzesi.

A dì 12 Fevrer, monsignor di Mompensier capetanio di parte di le zente franzese, intendando di certo che in quelli zorni el campo aragonese, di squadre 40 et 4000 fanti, era partito di San Zermano et tiratosi verso Capua, tamen pur ancora ivi era restato qualche zente a custodia, se partì da Varoli con 600 lanze e 5000 pedoni, et andò a Pontecorbo, dove fu benigne ricevuto per essere terra di la Chiesia; poi andò verso San Zerman, et li custodi senza aspettar altra bataia liberamente li aperseno le porte di tanta fortezza et passo primo di Reame. Et cussì introno dentro, et inteseno che re Ferando, quando si partì di qui, comise a li custodi non dovesseno resister, ma che facesseno quello havia fatto. Et intrati che fonno dentro, Franzesi intendendo che el conte di Petigliano con alcune squadre fuziva a Capua li dete driedo, assà chariazi preseno in le coazze (le code, la retroguardia) con alcuni presoni soldati; tamen el Conte andò in loco salvo, e loro ritornò. Et poi la persona dil Re a dì 13 venne a Pontecorbo, demum a dì 14 intrò in San Zerman. Li andò contra la chieresia, però che ivi era una bellissima Badia in comenda al cardinal de Medici, dà de intrada ducati 3 milia a l'anno. Or el populo, et puti vestiti di bianco con rami de olive in mano cantando el Te Deum laudamus, et Benedictus qui venit in nomine Domini, et sotto una ombrela con grandissimo triumpho quello fo menato in la terra. E li ambassadori veneti si andono a congratular con Soa Majestà dil felice principio, di esser comenzato a intrar in Reame. Et quivi subito el Re con li suoi consultò qual via havesse a tenir. Adoperavano molto li disegni. Erano in dubio di tre vie, o di Capua o di Aversa o di Napoli. Ma in questo mezo Franzesi non stavano a dormir, andavano per tutti quelli lochi, e molte terre et castelli aquistono senza desnuar spada, ma presentadi levaveno le insegne dil Re preditto. Adeo continuamente veniva nuova a Soa Majestà che havevano li sui habuto qualche fortezza. Le qual per esser assà, li nomi quivi non mi extenderò di scriver, ma unum dicam che il pover re Ferandino a dextris, a sinistris et in facie havea Franzesi, li quali erano per circondar la città di Napoli. Et monsignor di Mompensier et monsignor de Obegnì molto si faticava, araldi regii andavano a torno dimandando le terre da parte di Dio et del Roy, et quelle havevano. Tutto l'Apruzo era aquistato al Prefetto. Colonnesi et altre zente franzese attendevano ad aquistar in Terra di Lavoro. Filippo monsignor ritornò dal Re, el qual era stato a Roma come ho ditto, et fo chiamato per haver el suo conseglio, etiam mandò per el cardinal San Piero in Vincula era a Grota Ferata che ritornasse per esser a parlamento con Soa Majestà.

Le zente franzese parte andavano a Roccasecca, et loro volendosi tenir forte li deteno una battaglia, tamen poi l'haveno a patti. Ancora uno altro loco di la Raina chiamato Sulmona aquistono, dove era el Cardinal di Aragona con tre baroni Aragonesi, et poco mancò non fusseno presi, ma fuzino a Napoli. El Prefetto era zonto in l'Apruzo con 150 homeni d'arme e 2000 fanti, et feze molti danni, et dimostrò grande inimicitia a casa di Aragona.

Ma intrato che fo el Re in San Zermano, fece far uno edito che tutti li fora ussiti di qualunque grado et conditione se sia, et etiam li bandizati libere poteseno ritornar a possieder li loro castelli, lochi et signorie, case et possessione in Reame, e per tutto el regno de Napoli, et cussì tutti li baroni, secondo che come possedevano al tempo di la raina Zuanna, et non a tempi di Ferdinando di Aragona et successori, el qual tyrannicamente et indebite havia possesso ditto Reame, et che convenisseno da Soa Majestà a tuor le investisone, che libere li prometteva di far. Ancora per gratuir quelli habitanti di San Zermano, li fece liberi et exempti perpetualmente di ducati 1500 erano ubligati a dar annuatim al re di Napoli, et li assolse di una altra ubligation havevano per anni 25 tanto, et cussì in molti altri castelli et terre levò angarie, facendo assà privilegii de inmunitade, come al loco suo sarà scritto.

Ancora a Colonesi, zoè al sig. Prospero et Fabritio Colonna, per esserli stati fidelissimi, li donò alcuni castelli vicini a li soi, zoè el contado de Fondi, per gratuirli de soi benemeriti et beneficii ricevuti, et li fece privilegii et investisone. Etiam al Prefetto donò tutto el stato dil Marchese di Pescara, ch'è quel Monte Santo Joanni et altri castelli. El qual Marchese era con Ferando, come ho scritto.

Ad Aquilani fece molti privilegii, sì de exemptione quam di altro: et in questi zorni Aquilani fece stampar una moneda di rame da spender a menudo, la qual da una banda era una crose con lettere a torno: Civitas Aquile; e da l'altra 3 zii (gigli) con la corona, et lettere a torno: Carolus rex Francie. Et cussì concesse che Aquilani potesse stampar ditta moneda; tamen in Napoli lui non stampò niuna moneda.

Et essendo venuti ambassadori a Soa Majestà dil Re de Romani et dil Re di Spagna, a ciò non facesseno questi Re qualche novo pensier contra di lui, come feno, deliberò di mandarli sui ambassadori, sì in Spagna quam al Re di Romani; et a ciò fusseno più presto, scrisse a suo cugnato monsignor di Borbon, rimasto governador in Franza, dovesse mandar al Re di Romani monsignor de Busagia (Du Bouchage) nominato di sopra, era lì in Franza rimasto al governo di suo fiol, et li mandò la commissione, et etiam che uno altro barone vicino al Re di Spagna, di quelli stavano in Linguadoca andar dovesse a ditto Re et Raina di Spagna, notificandoli la sua imbassada, et cussì fece, ma tanto steteno ad andarvi che poi non fonno a tempo di reparar a quello voleva. Ma li ambassadori di Spagna, come ho ditto, tornati che fonno a Roma, non havendo habuto la commissione di andar al Re di Romani, mandono a dimandar al Re de Franza salvo conduto di poter andar a Napoli a visitar la Raina sorella di loro Re, et poi che havrebbeno fatoli reverentia volevano passar in Cicilia e tornar in Spagna. Ma el Re non volse per non dar reputatione a Ferando. Quelli veramente di Maximiliano, uno rimase a Roma et l'altro ritornò in Elemagna a referir la sua imbassada; li quali oratori, a ciò el tutto chiaro se intenda erano questi, D. Zuan Bontemps, texorier di Bergogna, et D. Petro Gialon avvocato pur di Bergogna.