Ovum ritro novo; non sic turbor oro.
Dorica castra cluens tutor; temerare timeto[124].
È ancora uno bellissimo monastero di Santa Chiara, è una gran cosa; sono 100 religiose donne, et fo edificato per la moglie di re Ruberto. Poi è Santa Maria di Carmini in capo di la piaza, monasterio de frati, et assà monasterii et chiesie in la terra, li qual, gratia brevitatis, qui lasserò di scriver. Et fuora di la terra, sopra uno monte alto, distante da Napoli uno mio, è il monasterio di San Martin de frati certosini, e lì a presso ha una fortezza con la chiesia, et è nuovamente fabricato. Circonda Napoli mia 3, mostra forma di scorpione, brazando il colpho di mar con le do zaffe, et verso la terra voltando la coda, come di sopra fortasse ho scritto. Ha gran populo, belle chiesie, et meglio acasado; di fuora bellissime possession et zardini con gran palazzi. È il mercado in piazza di Venere, et in cao di la piazza è una fontana granda, et poco da canto è a modo di uno tabernacolo con una colonna di porfido in mezo, dove re Carlo fece taiar la testa a re Coradin, re di Napoli. Di questa città fo Bonifacio (IX) pontefice, de la stirpe de Tomacelli, et Joanne 23 de Cossa; et etiam in questa vi habitò Virgilio, Livio et Oratio; et ancora Virgilio è ivi sepulto, che fu sommo poeta. Et mia do lontano de qui è una montagna concavata, longa mezo mio, et larga vi pol andar 4 cavalli a paro, alta meza lanza, et in alcuni luogi una lanza e meza, è di sorte di sasso di tuffo, si va con torze accese o vero lume per essere obscurità grande et assà polvere: la qual concavità fo fatta, come si dice, per Lucullo romano. Non voglio descriver le delicie havea re Alphonso in ditta città di Napoli; pur qualche parte, a eterna memoria, qui farò mentione. La sua munitione era tre stalle: in una bellissime armadure discoperte, di armar homeni da cavallo da capo a piedi; poi un'altra con assà numero di curazze et balestre liziere; poi in la terza X bombarde grande di metallo, tra le qual do grandissimi passavolanti, poi curazze assà da fanti a pe', in un'altra parte assà bombarde di ferro, da forteze et galee. Questa munitione era arente il castello dove habitava el Re, ma nunc tutta disfatta.
El zardin dil Re era in loco alto, con muri grandi, arbori producono ogni generation de frutti, naranzeri et limoni, et conzati li fruteri a torno con li naranzeri parevano spaliere; et in capo di uno altro zardin era una habitation di assà bestie volative, et ne l'intrar come armeri pieni de cunii (conigli) bianchi; item a modo di una cheba di ferro, dove erano oseleti, merli, tordi et altri oselli, tra i qual uno corbo bianco, uno beretino et uno negro, che parlavano; papagà beretini assà di ponente, in cabie; poi una camera con assà chebe di papagà di ponente in cabie, uno solo verde di levante, tra i qual era uno, habuto dal Re di Spagna, trovato in una isola nuovamente trovata, grande come Italia.
Questo papagà era grande come uno beretin di ponente, la testa bianca, el beco bianco, i pie' bianchi, sotto la gola dal beco fino al petto tutto rosso, et il resto verde. Item uno altro ortesello tutto naranzeri, et limoni solamente; uno altro, chiamato paradiso, dove era limoni, zedri, naranze, pomi d'oro, zensamini et mirti in gran copia, salizato di pietre, et una bella fontana et una pissina, una tavola, una credenziera e una cappelletta da dir messa, tutta fatta di... de mirto. Et el Re poteva venir in sti zardini dil castello per alcuni ponti levadori: tra i qual orti era una via si potea zostrar. La libraria dil Re era in una camera sopra la marina, dove era assà copia de libri, in carta bona, scritti a penna, et coverti di seda et d'oro, con li zoli d'argento indorati, benissimo aminiati, et in ogni facultà. Ma lassiamo questo, et di li ornamenti di Castel di Capuana, dove habitava re Alphonso, in vita dil padre, alcuna cosa scriviamo. Prima una camera ornata di depenture, ne la qual era uno organo, con li fianti di uno legno ditto ferulla. Et di questa se intra in un'altra più ornata di pitture, con uno organo di camera, con li canoni di carta, uno canon dorato et l'altro paonazo, che sonava per excellentia. Poi un'altra pur depenta, con tavole longe piene di lavor de cristalli de ogni sorte. Etiam un'altra con lavori bellissimi di cristallo lavorati a oro, et penture in gran quantità. Poi un'altra con tavole piene di lavori di porzelane, cosa dignissima. Poi se intra in una cortisella, dove era un satyro di marmoro abrazava uno puto ignudo con lascivia; el qual puto stava con la faza chinata con vergogna, assà bello et antico. Item una altra fegura antica, trovata a Gaeta nel cavar di fossi dil castello. Poi se intra in una camera a pepiano, grande, ornata di veludo pelo de lion, et cussì el letto con uno fioron d'oro, con l'arma in testa, da lato et in mezo. Poi in una, ornata di veludo verde a torno, con il letto ut supra. Una altra di ormesin vergado, similiter il letto: una di tabì intorno una ferza beretina et una negra a la divisa, et uno studio tutto intorno et di sopra lavorato di tarsia; sopra la tavola uno bellissimo tapedo damaschin, sopra el qual era 4 libri coperti di seda, con li zoli et cantoni d'arzento, zoè la Bibia, Tito Livio et Petrarca, uno caramal grando, tutto d'arzento, do candellieri de diaspro, et la ymagine dil re don Ferando vechio, di bronzo. Di qui si va in uno oratorio o ver capelleta, ornata a torno di veludo negro, con una pala pincta per excellentia, con 4 candellieri de diaspro. Poi se trova tre stalle, et se intra in una camera ornata di razi et tapezerie, poi in un'altra con figure depente, et il letto coperto di panno d'oro. Demum un'altra similiter fornita. Uno studio ornato, con libri coperti ut supra, et la figura dil Pontano gran secretario dil Re, homo dottissimo, zitata di bronzo. Poi si monta in alto, et si trova la speziaria dil Duca, con gran copia.... Et ussiti di questo palazzo, se intra in la stalla, dove erano 200 corsieri; poi la caneva con gran copia di botte grande, et in un altro zardin, dove di Zener era pome granate fresche. In cao di questo, uno altro bello palazzo, et una fontana, et tre camere: una ornata di tapezarie, l'altra di picture, et la terza pur di varie picture, con le letiere coperte di seta et d'oro. Montati su scale si trova pozuoli da star al fresco, mirabili; poi si discende in altre camere ornate ut supra, et uno oratorio dove era el Duca de Calavria, zoè don Alphonso, fatto naturalmente, che stava in zenochioni che pareva vivo; et altre camere et sale. Et questo basti quanto alle cose era in Castel di Capuana, come ho ditto.
In Castel nuovo si teniva le zoie dil Re, dove se intrava in una torre ditta la Torre di l'Uovo, dove era tre organi, uno con li fianti di tela, l'altro di piombo, l'altro di..., che tutti tre sonavano diversamente. In mezo questo loco era un repositorio con gran artificio fatto, con 430 casselette una sopra l'altra, da cavar et metter, lavorate a oro, fatto per medaie et camei, che ne era in gran quantità: et qui su una tavola quadra, coperta di veluto negro, mostravano le zoie a li orator. Era gran quantità, varie, di sorte diverse, collane, colari etc.
Lasserò le delicie havea il Re a Pozoreal, con le camere ornate d'oro et di seta; et in una de le qual era la coperta di panno d'oro sopra rizo, con uno moschetto damaschin, dove soleva dormir el Re talvolta l'istate, et soleva tenir in la credentiera quando pastizava ad alcuno 60 vasi tra picoli et grandi, oltra li altri arzenti, le cariege d'oro con cuscino di panno d'oro da zapar suso. Li scalchi erano don Fedrigo et don Alphonso abate, poi duchi, conti et marchexi stevano in piedi, davano 50 bandisone. Et accidit che re Alphonso dete uno pasto a l'ambassador veneto quivi a Pozoreal, essendo Duca, che durò la cena da hore 20 fin do hore de notte, et tamen tutte queste cose Alphonso lassò, non però che il meglio potesse non portasse con lui. Et Franzesi questi castelli occupono, non servando quello faceva Aragonesi; ma, come intesi, in camera dil Re di Franza medemo atacavano le candele al muro, et ogni sporcicia faceva in li più ameni luogi. Era con el Re 2000 osti che lo seguiva, i quali intrati in Napoli, non si teniva più bottege aperte per la terra, ma tutto a torno la piaza era queste ostarie, dove Franzesi si andava a usar l'exercito loro con Baco, et poi seguiva Venere. Et de li quattro banchi erano a Napoli, zoè Strozi et Medici fiorentini, Spanochi senesi, et Palmieri napolitani, fo fatto parte ostarie, et in parte stava meretrice venute col Roy. Se diceva messa in franzese et in italiano. Era carlevar quando intrò, et la quaresima li predicatori predicava, ma niun andava a le prediche. Le donne principal o andavano fuora per le ville o vero in monasterii, et in quello de Santa Chiara ne era zerca 2000. Et come da chi vi era intesi, la settimana santa el Re non vardava a far quello li piaceva, come dirò di sotto, con alcune soe favorite, et per Pasqua niun quasi si comunicò. Li frati erano partesani, chi anzuini et chi aragonesi, zoè tenivano; et el zorno de Pasqua, che tutti assueta andar a le chiesie, non se vedeva donne per la terra; et dove erano alozati Franzesi, in casa de cittadini, per non haver briga de comprar legne, brusavano porte et finestre, et fino le botte; et si li patroni volevano resister, erano feriti, come tutto più avanti descriverò, a Dio piacendo. Et el Re, intrato che 'l fu, fece uno editto non fusse dato impazo a Zudei, tamen poi comportò ogni danno li fo fatto. Anchora (fu) contento Marani ritornasse, et li de' salvo condutto, poi lo rumpete, et li retene, et manzò zerca ducati 12 milia. L'era dil Consejo dil Re zerca X: Samallo, Felippo mons. barba dil Re, marascalcho di Beucher, marascalcho di Giae, mons. de la Tramuil, de Obegnì, do Mompensier, de Lignì, de Miolans, lo Preosto di Paris etc. El Pontano gran secretario dil re Ferando, summo philosopho et litteratissimo, rimase a Napoli, nè volse andar col suo Re; et in casa soa era alozato el Preosto di Paris. Or questo Pontano fo chiamato dal Re de Franza per inquerir alcune cose, per la longa pratica havia di quel Regno, et li fo fatto bona compagnia. Ma a le cose seguite per zornata, da poi l'intrar dil Re in Napoli, scriviamo.
A dì 24 Fevrer continuamente bombardando, quelli dil castello, sì etiam Pizofalcon et Torre S. Vincenzo, la terra, adeo non si poteva andar per Napoli. Et el Marchexe di Pescara era già partito et andato in castel di l'Uovo, dove conferite con Ferandino; et poi tornato in Castelnuovo dove era, et questa è la verità, a custodia todeschi 350 et biscaini 150, forniti di vittuarie per anni do, formenti, farine, carne salade et formagi; et li mortari erano molto operati, perchè sfondrasseno le caxe. Franzesi veramente etiam loro bombardava ditto Castelnuovo, maxime la parte di la cittadela, tamen faceva poco danno, et poco più basso che li merli si poteva bombardar el castello, et solum da una banda. Et vedendo el Re de Franza non lo potendo haver per forza, et che non stimavano forche nè altro, havendo però li soi in questo zorno preso la cittadela vicina al castello, et con fuoghi artificiadi ruinò qualche parte de ditte muraglie, et con grandissimo impeto introno dentro et amazò alcuni custodi, che non poteno fuzir cussì presto, et trovono do bombarde grosse, le qual le vastano, non havendo tempo de far altro mal, et quelli dil castello molestandoli con le artegliarie, conveneno Franzesi ritornar in loco più securo, a li repari havia fatto. Et el Re deliberò di veder si poteva haver a patti, et si comenzono a parlar con quelli dil castello. Andava persone in colloquio dentro con ditto Marchexe, el qual in questo zorno ussite et andò in Castel dil Uovo, demum a Yschia; et tra i altri Zuan Jacomo di Traulzi andò a parlamento con ditti custodi, dicendo che in termine almeno di hore 20 si dovesse render, altramente che, havendolo, li jurava, nomine Regis, de far el Marchexe di Pescara in quattro parti; ma si se rendevano li daria tutto el suo stato et li fece altre promessione, et che accettasseno el partito, altramente, havendolo per forza, tutti anderia per el fil di la spada. Al qual ditto Marchexe rispose: volersi tenir 20 hore, 20 zorni, 20 mexi et 20 anni et in eterno, si tanto el vivesse, per el Re suo et per caxa di Aragona, per la grande fede lui portava, per esser loro arlevato, et che voleva che più fede se ritrovasse in lui solo che in tutto el resto de Italia; che in fina mo, havia el Re de Franza prosperato, ma che d'indi non haverebbe cussì, perchè eran tutti disposti di mantenir caxa di Aragona in piedi, cridando tutti tutti: Ferando! Ferando! Aragona! Aragona! Et el Traulzi li rispose come la roca di Gaeta si havia reso, et che non sperasse soccorso. Et lui disse: nol credo, come era la verità; però che sapeva ben lui, esser ivi fidatissimo per il suo Re; et in Gaeta era come in Napoli, la terra per Franza, li castelli per Ferando. Et conclusive ditto Marchexe disse: ve ne andate, nè più tornate, nè mai si pensa el Re de Franza che mi renda; et pregate Soa Majestà che, havendomi vivo ne le mani, faci quello mi ha mandato a dir; perchè disposto son al tutto di voler terminarme. Tamen poi si parti, et andò in Castel dil Uovo, come ho ditto di sopra. Ma el Re de Franza stava con molta paura; per le continue bombarde et mortari venivano trati, per la terra non si andava: era una cossa molto oscura veder quella degna città in tanta terribilità. Tamen Franzesi per questo non restava con le sue artegliarie far danno a li castelli.
A dì 25 ditto la torre di S. Vicenzo in Napoli, vicina al Castel nuovo si rese a Franzesi, et con quelli dil castello feceno trieva per tutto ozi et doman a mezo dì, per veder se si potevano acordar. Et la notte zonse tre galie, et messe in ditto castello fanti 150. El cardinal S. Piero in Vincula era in Napoli alozato ne l'arciepiscopato. Et in questo zorno li ambassadori veneti andono a visitar Soa Signoria, el qual mostrava esser molto amico de quella. Et è da saper che uno zorno el Re li mandò fino a caxa a far uno prexente di la badia di San Zermano, era dil Cardinal di Medici, con pensione de ducati 2000; et ditto Cardinal disse: non creda la Majestà dil Re che io lo siegua per haver abatie, ma solum per l'amor et fede porto a Soa regal Majestà. Et mostrò refutarla; tamen el Re mandò a dir voleva l'havesse.
Intrato el Re in Napoli, tutto el Reame era sottosopra; tutte le terre di la Puia, et quele di la Calavria, Terra di Lavoro etc. da loro medeme levavano una † bianca in campo rosso che, come ho ditto, non sapevano far l'arma de Franza: et dove andava suo araldo era il ben venuto. Pur Camillo Pandon, vice re per Ferando in Puja, habitava in Otranto, et fo causa che alcune terre non se rendesse, come quando scriverò l'acquisto, dirò il tutto.
In questo zorno di XXV Fevrer acadete cosa in Napoli molto acerba, ut ita dicam, a tutta la christianità: che Giem sultam, fratello dil gran Turco, el qual questo Re tolse dal Pontifice et lo menò con lui; et in camino avanti el Re intrasse in Capua si amalò, fo divulgato da cataro, el qual li era disceso in uno ochio et nel stomego, o vero fusse reuma; tamen intrò in Capua, et stava sempre apresso dil Re. Et pur crescendoli el mal, fo portato in bara in Aversa, poi in Napoli, dove li medici li feno molte provisione, cavando sangue et altri remedii, et alquanto migliorò. Pur la febbre li cressete, onde non volle provisione alcuna che, ita volente fato, in questa matina expirò, fermo e costante ne la fede soa. La qual morte fo grandissimo danno sì al Re de Franza, quam a tutta Italia, et maxime al Pontifice; che lo privò de ducati 40 milia d'oro haveva ogni anno da suo fratello, per caxon havesse custodia de lui. Et a hora, non dubitando più dil fratello, si inanimerà contra cristiani, che Dio nol voglia: che se niuna cosa teniva Turchi a passar in la Puja, era che 'l Signor non voleva mandar gran quantità, a ciò che non si levasseno poi contra di lui, sublevando questo suo fratello, ch'era amato da li populi, et huomo assà bellicoso et de grande animo. Nè ancora voleva mandar poche persone, a ciò non fusse rotte: sì che questo suo fratello era buona causa di far star basso ditto signor Turco. Et pur ogni anno veniva de Turchia in Italia ducati 40 milia venetiani. Et el Re di questa morte dimostrò haver gran dolor, et sospettavano el Pontifice non ge l'havesse dato attossicato a termene: la qual cosa non erat credendum, perchè sarebbe stato suo danno. Or, come si fusse, morite; et fu poi in deposito mandato a Gaeta. Questo, mentre era in camino, era custodito da 1000 franzesi et altre generatione; havia con lui turchi che lo serviva, et havea libertà de andar per el campo a suo piacer.
A dì 26, passato mezo zorno, fo molto bombardato el castello fino la sera, non havendo voluto acordo. Et el Re andava ogni zorno fuora di la terra per quelli zardini et lochi ameni et colletti (colline) a la caza con grandissimo piacer, et lassava bombardar a li soi. Ma Ferandino, come fo a Yschia, et che messe zoso la soa brigata, volendo passar in Cicilia, convenne per fortuna restar et ritornò a Castel dil Uovo, sì per inanimar li soi di le fortezze, quam per sopraveder. Et andava inanzi et indrio a suo piacer, zoè da Yschia a Napoli, et poi la sera ritornava a Yschia; et fo ancora a Gaeta a sopra veder quelle cose dil castelo.
A dì 27 et 28 ditto fo pur bombardato per Franzesi; tamen con poco danno dil castello; et erano più fermi che mai.
A dì primo Marzo 1495 la notte venne Villamarin con cinque galie al muolo di Napoli, et brusò uno galion et una galia de le rimaste in porto; poi tornò da re Ferando; et ancora una galia, la qual fenze di esser fuzita et venuta dal Re de Franza, tolto assà robbe di la Rayna et di don Fedrigo, insieme con le ditte ritornò dal suo Re. El qual fo divulgato havia 14 galie, tamen non andava a torno se non con tre. Et za li zorni passati havea mandato uno suo dal Re de Franza, per veder se poteva acordarsi, et haver qualche stato lì in Reame; ma ditto re de Franza non voleva udir parola per darli stado in quelle parte, ma ben li prometteva in Franza. Et vedendo le cosse cussì disperate al tutto, Ferandino deliberò de andar in Cicilia a trovar el padre, e forsi passar in Spagna, lassando don Fedrigo a Yschia, a ciò facesse quello lui faceva per inanimar li custodi de li castelli, et etiam di quello di Gaeta. Ma el Re de Franza dolendosi molto di la morte dil fratel dil Turco, deliberò di tenirla secreta quanto più potesse, et non volse per alcuni zorni se sapesse la verità, o fosse vivo o morto, ma ancora da poi sepolto fece far quella custodia medema a la caxa come prima, et star lì sui deputadi a la guarda, et vi andava medici; et fin a li ambassadori veneti non volse dir alcuna cosa, benchè ditti oratori la verità sapesseno, et havia subito advisato la Signoria. Tamen non molto da poi per Napoli ogni uno intese el certo, et Franzesi diceva el papa ge l'havea dato atossicato, perchè post mortem li fu trovato alcuni segni di veneno sul corpo; et siccome scrivono li dottori, maxime quelli tratano de venenis, come Piero di Abano et altri, che si puol dar veneno a uno, et non farà l'operation se non al termene constituto. Or sia come si voglia, questa nova subito per molte vie fo notificata al gran Turco, tamen non lo credea, come dirò più avanti. Et el Pontifice sopra tutti li altri mostrò haver grandissimo dolor, et etiam come sì presto el Reame era perso.
Questo Re de Franza era devotissimo, et ogni terra dove l'intrava, prima andava in chiesia, et ivi stava do hore in oratione, ringratiando Dio; ogni prima domenega di mexe se confessava et comunicava; non cavalcava la festa; varisse di mal di scrovole, secondo el costume regio de Franza, disceso da Santo Ludovico re, et qui in Italia molti del mal preditto segnando varite, ut dicitur. È magnanimo perchè dona e fa molti presenti, et tra li altri, da poi intrato in Napoli, conferite assà privilegii et fece molte exemptione ad alcune terre che li dimandono; restituite a molti baroni li loro stadi, et quelli li investiva et si faceva jurar omazo; et quelli contadi, che non si trovava heriedi veri et antiqui baroni, li conferiva a soi benemeriti franzesi, ita che sempre era in conferir gratie, doni et beneficii; et in questo li soi cancellieri et secretarii erano molto occupati, maxime uno chiamato Rubertet ch'era di primi. Et havendo za fatto uno dei soi capetani in uno ufficio in Reame, zonto che fo el Principe di Salerno, inteso che ditto offitio a lui aspettava, revocò dal suo barone, et libere dette a ditto Principe, el qual ritornò nel suo stado, come dirò di sotto. Et ancora per angarizar manco Napolitani, molte di le sue zente, oltre quelle si sparpagnò in la Puja et Calavria con le zente italiane, volse, che molte erano in Napoli, uscisse et andasse ad alozar a Aversa, Nola, Capua et Gaeta, licet ancora la roca si tenisse, o vero castello, et in altri lochi ivi vicini, et pur si sforzava di haver le fortezze di Napoli. Ancora fece molti editi, tra i qual, che tutti quelli habitanti in Napoli, che havesseno formenti et farine, si dovesse dar in nota in termene limitato, altramente quelle fusse perse, et restino condennati di pena per saco ducati 100; et tutti quasi si andono a dar in nota, unde par la farina crescesse un poco più, et venne grandissima bondantia di ogni cosa. Tamen Napolitani subito comenzono a esser mal contenti de Franzesi: questo perchè erano li vassalli in le sue caxe, et Franzesi li patroni. Creteno (credettero) haver exemptione, et li capitoli a loro modo, et nulla ebbeno: ymo el Re vuolse scuoder avanti el tempo una gabella pagavano da Pasqua, come dirò di sotto. Li Zudei fonno scaciati, et messi a saco quelli pochi erano restati, da Franzesi; licet essendo edito dil Re non li fusse dato noja:ma non poteva obviar a la furia di le sue zente. El stato dil Principe di Squilazi, fiol dil Pontifice, andato con Ferando via, dete a suo barba Filippo monsig. Fece monsig. de Citem, za fo qui ambassador, sopra le artegliarie et munitione de Napoli. El ducato de Ascoli dete a monsig. di Beucher, licet li fioli dil signor che era fusse in la roca di Gaeta. A monsig. di Arzenton, era qui suo ambassador al presente, li dete la trata di trazer di Reame, et etiam li resalvò un buon officio in Napoli. Et gran siniscalco del Regno, monsig. di Lignì suo cusino. Et gran armiragio, monsig. di Beucher nominato di sopra, o vero governador dil Regno, zoè di l'intrade. Monsig. di Mompensier, come ho ditto za, era instituido dovesse romagner Vicerè di Napoli; et de la Calavria Vicerè monsig. di Obignì; et di la Puja Vicerè monsig. di la Spara (de l'Esparre); et cussì a tutti li soi conferiva de beneficii de ditto Reame; a alcuni baroni etiam erano scaciati, tra i qual el conte di Mariano have el suo stado, per esser sta antiquo suo. A Colonesi, come di sopra scrissi, dete el contà de Fondi, rende de intrata ducati 12 milia, et qui in Napoli li fece la investisone et privilegii. Al conte de Fondi dete el contà d'Albe et de Zelano. La badia de San Zermano dete al cardinal S. Piero in Vincula. È da saper Medici havia solum ducati 2000 di pensione, et el resto re Alphonso godea; et però San Piero in Vincula contento de dar al ditto cardinal tanti altri beneficii de ditta quantità, et a lui restasse libera ditta Abatia. El cardinal de Zenoa con domino Obieto dal Fiesco che, come dissi, erano montati su le nave et slargati in mar, habuto salvo conduto dal Re, dismontò, et volendo andar el Cardinal per Napoli, cadete di cavallo, si fece mal a la spala, adeo fo portato a caxa: et li oratori veneti andono a visitar Sua Signoria et poi, varito, si fece più amico dil Re cha li altri, et quello seguitò et per li sui operò insieme con ditto Obieto per esser cai di parte di Zenoa.
El sig. Virginio Orsini et el Conte di Petigliano in questo tempo erano a Castelamar, retenuti per el re de Franza, ma el Traulzi si acordò col Re nel numero di soi cinque capitani con ducati X milia a l'ano et 100 homeni d'arme.
Non restava continuamente el Re de Franza de far bombardar Castelnovo, et quasi una parte era vasta et brusata, ma poco li custodi si curavano, ymo li respondevano gagliardamente, danizando la terra, et fonno amazati de quei dentro zerca 40. El Re stava in Castel de Capuana, occupato in dar audientia, confirmar privilegii et sottoscriver donationi: pur andava a la caza, et talhora sopra li repari, et a quelli faceva bona bota con le bombarde molto li laudava, ut dicitur, li donava danari per inanimarli. Unde loro, vedendo el Roy, feva el dover; et li fo manifestado come a uno monasterio, chiamato le Madalene, in la città, era sta scose 4 bombarde grosse per Aragonesi sotto terra, et quelle mandò a tuor et fece piantar per bombardar el castello. Et mancando polvere et ballote de ferro, perchè li soi passavolanti non trazeno se non balle di ferro molto grosse, mandò a tuor a Hostia di le soe galeaze per terra, a ciò fusseno portate più presto. Le qual galeaze veniva a Gaeta, demum a Napoli di longo. Et mandò alcuni commessarii franzesi con 4 cavalli per uno et non più, per più magnificentia, a molte terre sì di la Puia quam di la Calavria, a dimandar dovesseno levar le sue insegne, et ivi tuor el possesso: et cussì zente italiane, zoè Colonnesi, andavano ivi dintorno. Manferdonia levò le soe insegne. Trani et Leze feceno in questi zorni alcune moveste, perchè erano tutti levati a romore, et messeno a saco li Zudei, et li dette alcuni tormenti, a ciò confessasseno dove era il suo haver. Qui a Leze era Polo di Priuli, di Domenego fiol, patricio nostro, in questo tempo. Da lui intesi che vene monsig. di la Spara Vicerè prima a Monopoli, et fo a mezo quaresima, dove fè zurar omazo al Re; demum la Domenega di Lazaro fo a dì 5 April, ditto Vicerè intrò in Leze con 160 cavalli et havia con lui uno zerman dil gran maistro de Rodi, chiamato monsig. de Libret, et andò in chiesia col Vescovo, perchè fo honoratamente ricevuto, poi in castel fe' zurar omazo ai sinichi di la terra et a li baroni, prima fe' lezer la patente publice in chiesia. Et è da saper che antiquitus el Signor di Leze si chiamava Duca di Leze et conte di Matera. Or fece uno edito che tutti li debitori havesse do anni di comodità di pagar, et cussì ordinò fusse publicato per tutta la Puja. Poi andò a Otranto, come dirò di sotto. Et questo Vicerè havia gran libertà; tamen in le concessione che faceva sempre diceva: essendo cussì la volontà dil mio Roy. Qui a Leze vi sta consolo venetiano, et etiam a Trane per antiqua consuetudine. Ma basti zerca a ste cose di Puia; le qual, licet non sia a hora il suo tempo seguito di scriverle, pur ho voluto commemorarle, a ciò ogni cossa inquerita habbi memoria. Molfeta mandò li soi ambassadori a Napoli a fermar li capitoli col Re; si levono le insegne preditte di Franza, et cussì continuamente acquistava qualche terra: et se niuna restava, era perchè li castelli ancora si teniva per re Ferandino, et non volevano romper l'omazo zurato di observar a caxa di Aragona. In Bari se ritrovava el Cardinal di Ragona, zoè nepote di re Alphonso, et don Fedrigo non restava di voler acordo col Re de Franza; era contento di haver la sua baronia, che era di la dote di soa moglie l'ha al presente, che fo fia dil Principe di Altemura. Ma el Re non voleva darli per niente alcun stato de qui, ma ben do volte tanto in Franza.
A dì 4 Marzo essendo venuto el cardinal Curcense in Napoli, li oratori veneti lo andò a visitar.
A dì 6 el Re de Franza humanissimamente parlò ai cittadini napolitani, dicendoli che non era venuto per cupidità di acquistar danari, nè per usurpar cosa alcuna, ma per beneficio et augumento universal, per liberar questo regno de tyrannide, e principalmente per remetter li baroni ne li soi stati, et restituir a cadaun le cose soe; diffalcando ducati 250 milia dil pagamento feva far li Re passati di caxa di Aragona, zoè era contento di haver lui tanta quantità manco a l'anno, et di questo ne feva uno presente, et distribuite 50 offitii lì in Napoli, zoè 40 a zentilhomeni et X a plebei. Item li exortono volesseno far la description de tutti coloro che erano atti e volevano exercitar l'arte militar, che a tutti, secondo le condition di cadauno voleva dar soldo, et cussì a quelli si exercitava in cose maritime; et voleva che ogni uno stesse bene, secondo le virtù loro, sotto la sua corona. Le qual parole fo molto grate et acete a tutti. Ma oltra de questo non volse pagasseno sal, tamen che lui voleva far vender in uno magazen, et saria stato questo medemo perchè lo haveria montato. Et mandò a dimandar a le terre rendute li doni consueti quando intra un Re nuovo in dominio, chiamato sussidio caritativo, et a bon hora comenzò a richieder. El qual, come fo divulgato, sarebbe da 60 in 70 milia ducati; et di subito habuto li castelli, mosse fama volersi partir, et ritornar in Franza. Ma Napolitani comenzono a star mal contenti, non havendo potuto obtenir li privilegii volevano, maxime di una impositione a loro noiosa imposta per re Ferando vechio, che pagava annuatim al Re da Pasqua certa quantità, zoè tanto per fuogo. Et non solum el Re (non) li volse assolverli, ma quella voleva al presente, dicendo havia de bisogno de danari per pagar le soe zente. Et a dì 25 April erano assueti de pagar le doane di le piegore ducati 100 milia. Et el Re, havendo bisogno, chiamò queloro havevano tal cargi, dicendo si di presente a dì 8 Marzo li volevano dar ducati 60 milia, li sparagnava el resto. Et Napolitani si scusavano non haveva da darli. Era in Napoli, come per una lettera di Zuan Bragadin patricio nostro vidi di 9 Marzo, Franzesi 15 milia, et in Reame 25 milia, omnibus computatis. Fo divulgato el Re havia terminà de menar con lui in Franza 200 cittadini napolitani, et lassar 7 in 8 milia cavalli et 4000 pedoni franzesi in Reame: el resto menar con lui. El sig. Virginio Orsini et conte di Petigliano erano presoni, menati di Nola a Castelamar mia 18 lontan da Napoli, solicitavano la sua liberatione, dicendo non erano presoni, ma con parola dil Re erano stati retenuti, o pur, si piaceva a Soa Majestà di darli soldo, che volentiera restariano con quella. Ma per Franzesi li fo dà taglia ducati 50 milia, et la sua cosa mandata in longo. Ma el Traulzi era conduto al soldo dil Re, come ho scritto, con homeni d'arme 100, et 100 balestrieri, et 100 arcieri, con la provisione de ducati 10 milia a l'anno, come scrissi di sopra. Et questo capetanio italiano nel accordo insì (entrò) con gran misterio, per le cose havea in animo de far.
A dì 7 zonse in Napoli el Principe de Salerno con zerca 400 cavalli, et dal Re fo benigne ricevuto, et era el primo in Reame per haver la pratica in quello; et a dì 9 ditto ricevete da li soi de Salerno, che li mandò 57 muli cargi di farine, biava et vino, et certa somma di danari; et poco da poi andò ivi, dove come Dio fo ricevuto, per esser bon et benigno signor.
Havendo mandato el Duca de Milan, subito inteso la intrada dil Re in Napoli, alcuni de soi per tuor la sua ducea de Bari et la contea di Rossano, che erano soi: unde el Re liberamente li fece li soi privilegii et concessione, tamen ancora Bari non havea habuto in suo dominio. Licet tra Franzesi pur se divulgava esso Re, partito de Napoli, voleva venir adosso el duca de Milano, per metter el Duca picol fiul di suo zermano in signoria, o vero per dar ditto stato al Duca di Orliens, el qual era rimasto in Aste, et faceva zente, et è intitolado Duca de Milano; dil qual el signor Ludovico duca ne havea gran paura, et molto di questo consultava con Sebastian Badoer cavalier, era ivi per la Signoria ambassador, come scriverò di sotto. E pur Franzesi cridava a Milano.
In questo mezo quelli dil Castello novo cessò de bombardar, perchè tra li custodi erano venuti a romor, zoè Spagnoli con Sguizari, et tra loro alcuni fonno morti: et era uno capo di Spagnoli, che fo capitano qui in Romagna con l'esercito aragonese, et uno altro de' Sguizari. Et el Re de Franza, intendendo la cagione, partì di Castel di Capuana, et venne alozar in un palazzo più vicino al Castello, et mandò a parlar con ditto capetanio yspano, se si volevano render, et cussì fonno fermati li pati a dì 2 Marzo, che se in termene 4 zorni non havesse soccorso da re Ferandino, se intendesse esser reso, et Franzesi levono il bombardar. Li pati fonno questi: rendersi, salvo l'haver et le persone, et quello Ferando a loro havia donato, et li sia dato a tutti li custodi paga di tre mesi. Et è da saper che questa discordia seguita dentro, ne la qual ne morì zerca 100, fo causa di tal deditione. Adoncha el Castello a dì 7 Marzo si rese al Re de Franza, essendo sta bombardato solum 10 zorni, nè fo rotto altro che le merladure et fenestre, tanto era forte di muraglie; et fo levato le bandiere de Franza. Et qui fo trovato di robbe lassò re Ferandino, che non potè portar via, di più sorte panni d'oro et di seta, per valor di ducati 200 milia: sì che Franzesi comenzò tutti a vestirsi de seda, dove prima erano vestidi de panno, secondo el consueto loro. Et questo basti zerca a Napoli; et de le cosse seguite in questo tempo, maxime a Venetia, comenziamo a scriver.
Ma prima non voglio restar de scriver come el Re de Franza mandò do gripi a Rodi dal Gran Maistro a notificarli questa vittoria, et che li mandasse la sua nave et altro aiuto bisognando, come Franzese.
Domente el Re de Franza seguite la sua intrata in Napoli, zonsea la Signoria... dil Duca di Orliens era in Aste, ringratiando di falconi, offerendosi. Et secondo el consueto si dette el titolo dil Duca de Milano. Et fo divulgato, come per lettere de Milano se intese, ditto Duca ivi adunar exercito; et che la Raina de Franza havea parturito una figlia, a la qual fo posto nome...., et havia fatto comandamento al duca di Borbon per tutta la Franza che, exempti et non exempti, dovesseno mettersi in ordine per dover venir bisognando in Italia in aiuto dil Re, però che non havevano ancora inteso el suo felice successo in Reame. Et el sig. Ludovico duca dimostrava haver gran paura dil suo stado, licet sia stato causa di far venir questo Re in Italia. Ancora perchè si dubitava di re Maximiliano, che ancora non havea ottenuto la investisone dil Ducato, come havia mandato a rechiedere, et con la Signoria, si voleva aderir a ogni cosa, spesso consultando con Sebastian Badoer, mediante ei qual si governava, licet fusse oratore veneto, et mandò per Po li soi ambassadori, li quali andò prima a Ferrara, poi zonseno quivi.
Benchè non sia a proposito qui descriver tal cossa, pur per mia satisfatione ne voglio far memoria. In questo anno, a dì 26 Fevrer fo el Zuoba da nui chiamato di la cazza, nel qual zorno per consuetudine antiqua si fa sulla piaza di San Marco ogni anno una bellissima cazza di alcuni tori, et vien tagliato la testa per li scudieri dil Principe a certi porchi; tutte signification come in l'opra de Venetia, dove trato De principio Urbis, de situ et Magistratibus, è diffusamente descritto. Vista la Signoria in palazzo a veder, et a hora, per esser tanti degni oratori in questa terra, fo molto solemne, con certi balletti de mumarie sopra soleri, con fuogi artificiati etc. Era el Principe con el legato dil Pontifice, uno solo di oratori dil Re di Romani, zoè domino Joanne Stainer, perchè cussì fo ordinato a ciò li altri non havesseno a precieder a questi de altri Re. Poi era quello de Franza, quello de Spagna, quello de Napoli, licet za el suo Re fusse partito et el Re de Franza habuto el dominio de Napoli, ma ancora non si sapeva, nè era zonta tal nuova, altro che del intrar in Capua; poi quello de Milano, de Mantoa et de Rimano: mancava de Ferara, che per esser amalato non venne. Et fo bellissimo veder el nostro Serenissimo Principe in mezo dil Legato e 4 oratori di 4 Re li primi di la Christianità, duchi et signori. Poi era assà senatori, et domino Fuciano baron hungaro. Era un grandissimo populo su ditta piaza; fo stimato persone da 50 milia in suso, et era assà varietà de mascare, benchè in questo anno per el Consejo di X fo decreto niun se potesse mascherar senza parte presa nel consejo di X, et però niun si trasvestiva, tamen per far più bella la festa fo preso che de cetero X zorni avanti el marti de carlevar ogniun si potesse stravestir a loro modo.
Intrato che fu el Re de Franza in Napoli, subito scrisse una lettera a la Signoria, molto piacente, savia et piena di rengratiamenti, denotando la sua intrata, benchè le fortezze ancora si teniva, et sperava di breve haverle, et tutto el resto dil Reame. Che quello offeriva a ditta Signoria, come so bona amiga, promettendo di far meglior compagnia a nostri di quello faceva Aragonesi, ringratiando di l'operatione et l'allianza servata, con molte dolce parole, chiamando el doxe zerman carissimo, offerendosi in ogni cosa. Et quello araldo portò ditta lettera in Collegio, per decreto di la Signoria li fu donato ducati 100 d'oro, et vestito, in demostration si havea habuto allegrezza di questa vittoria de Soa Majestà. La qual lettera zonse a Venetia a dì 4 Marzo.
A dì 4 Marzo 1495 zonse a Venetia li do ambassadori dil Duca de Milano, che za alcuni mesi erano stati eletti, et di zorno in zorno dovevano venire: i quali fonno domino Guido Antonio Traulzi episcopo di Como, et l'altro Francesco Bernardin Visconte consegliero dil Duca, fo fiol di domino Sagramoro, homeni degni, et da farne extimatione, et di le prime caxe de Milano, però che Visconti et Traulzi sono le principali, et li duchi tutti, da questo in fuora, si chiamò de caxa de Visconti. Et veneno per Po, steteno 8 zorni a venire, li fo mandato contra fino a Malamoco assà patricii, cavalieri et altri de Pregadi: tra i qual Hieronimo Lion cavalier eletto ambassador al loro Signor; etiam vi andò contra domino Tadeo de Vicomercà, altro ambassador era qui de Milan, et etiam quello de Ferara. Altri oratori non vi andò, nè etiam venne a visitarli, per esser di testa coronà. Venne con li piati fino a la caxa dil Marchexe di Ferara, dove era preparato, et li fo fatto le spexe, et poi dato ducati 100 in uno sacheto, a ciò loro medemi se le facesse. Veneno con zerca persone 60, et vestiti di color. Et la mattina seguente, fo il secondo dì de quaresima, andono a l'audientia, et exposeno la soa imbassata, et cussì l'altro zorno ancora. Se divulgava per tutta la terra, come era la verità, che erano venuti per far la liga, et esser insieme con questi altri oratori su queste pratiche. Et sæpius Venetiani consultavano nel consejo di X con la zonta sì de padri, savii de collegio, quam altri primarii patricii eletti: et se reduseno tre zorni continui da matina et da poi disnar. Se divulgava tramavano de far lega, et sæpius cazavano di Collegio, Conseio di X et Pregadi, li papalisti quando tratavano alcuna cosa di Roma. Et fo ditto el Pontifice al tutto se voleva partir di Roma, per dubito dil Re de Franza, nè voleva star più in le paure et pericoli era stato. Et molti mormorava che 'l verrebbe ad habitar a Padoa o in altro luogo in le terre nostre, o vero in Ancona ch'è terra subposta a la Chiesia. Tamen Venetiani lo dissuadeva non volesse partirsi de Roma et lassar quella terra in abandono, et che provederebbeno che la Santa Romana Chiesia non havia alcun incomodo, nè etiam Soa Beatitudine, et tamen erano su queste cosse dil Pontifice, et per expedir tanti varii ambassadori molto occupati, le cose andava molto secrete. Et in questo tempo ordinò a molti Monasterii religiosi in questa terra, et li mandò la Signoria elemosine a ciò pregasseno l'eterno Dio che inspirasse ne le mente di quelli governava questa inclita Republica a elezer la miglior via per el ben de Italia, juxta illud dictum: in maximis sive minimis implorandum est divinum auxilium. Et ditti ambassadori erano qui andavano spesso vicissim a l'audientia, zoè Legato, Spagna et Milano; quello dil Re de Romani non ussia molto di caxa, et etiam mons. di Arzenton, ambassador dil Re de Franza. Tamen stava admirato di quello havesse a seguire, et cercava con ogni via de intender. Et una mattina, avanti el Re havesse Castelnovo, andò in Collegio rengratiando, nomine regis, di la benevolentia li havia dimostrato in questa impresa, et che havia bona causa de esser sempre bono amigo di questa Signoria, et obligato a far ogni cossa, usando dolcissime parole. Et per el Prencipe li fo risposto sapientissimamente. Tamen a Napoli el Re faceva puoco conto de li oratori veneti, negandoli talor l'audientia, come scriverò di sotto.
Da Corphù per lettere di Alvixe Venier bailo et capetanio de dì 17 Fevrer, et zonte a Venetia a dì 25 Marzo 1495 con uno gripo, se intese come da Costantinopoli veniva uno messo con lettere drizate a la Signoria, de mercadanti, perchè ivi non vi era ni baylo ni ambassador, copiose molto di nove, le qual da Turchi fonno trovate et tolte. Pur capitato el messo le portava a Corphù, notificò al baylo come el sig. Turco faceva una grandissima armata de più de vele 200 per ussir fuora questo anno, et havia ordinato uno grande exercito, più che il padre mai facesse, et questo per paura dil Re di Franza, non facesse quello diceva le prophetie, et come li soi savii di la leze predicevano, che la loro setta mahumetana in questo anno dovea patir grandemente pericolo di penitus esser versa. Et non molto da poi ordinò a 30 milia asappi dovesseno mettersi in pronto et venir a la Vallona. Et per lettere di ultimo Zener da Costantinopoli, dirizate a Antonio Grimani procurator, però che essendo fuora et a pena habuto el stendardo et zonto a Corphù, che morto Zuan Moro fo eletto in loco suo procurator di San Marco, la qual dignità apud Venetos è la primaria driedo el prencipe. Sono nove li primi et veterani patricii. Et ancor pur era capetanio zeneral, et stete assà tempo come dirò de sotto. Or per ditte lettere se intese Turchi volevano andar con l'armata a l'ysola de Scyo de Zenoesi, et quella subjugar, sì come per li oratori dil re Alphonso più volte era stà pregato volesse far, per haver Zenoesi dato gran favore al Re de Franza, et ivi fabricata l'armata et tuttavia li danno, licet ditta ysola sia tributaria al sig. Turco. Per la qual cosa Zenoesi, et più quelli de Scyo steteno di malavoia, et non sapevano che farsi: tamen non seguite altro, et l'armada dil Turco non ussite, sino fo disfornita. Pur prima se intendesse el certo dette da suspettar assà. Et per lettere di ditto capetanio zeneral, venute in questi zorni, fo manifestato la quantità di l'armata facea, come lui era da Costantinopoli de persona fide digna advisato, zoè galie 80, 100 fuste grosse, 30 palandarie, con bombarde zuso che traze da pope, 30 altre palandarie da portar cavalli et zente, 4 nave grosse; et ancora l'exercito terrestre grandissimo, a la summa de 60 milia persone, et che aspettava con desiderio el sig. Turco l'ambassador dil Re de Ongaria, con el qual havia guerra, che ivi veniva per pacificar le cose, et li voleva far ogni patto, a ciò non impedisse el suo pensier de Ytalia. Item come l'ambassador dil Papa et dil Re di Napoli erano partiti da Costantinopoli, et venuti a la Vallona, et aspettava de passar in Reame. Se divulgava el Turco haver dato danari a ditto orator napolitano, et promesso de mandar X milia Turchi in so aiuto. Et al tutto erano disposti ditti Turchi de ressister a questo Re de Franza. Et è da saper, che dil mese di Zener 1495 a Napoli, ritrovandose ivi l'ambassador di esso sig. Turco, fo publicato la paxe fatta et sigillata tra lui et el re Alphonso de Napoli, come di sopra ho scritto: et questo per confortar quei populi.
Et inteso questo da Venitiani molto si dolseno, che questo Re de Franza dovesse esser caxon di far passar Turchi in Italia et ussir sì grande armata in mar, et presono nel Consejo de Pregadi de augumentar l'armada, et far metter banco, et armar in questa terra alcune galie; et za li soracomiti erano eletti, a ciò ussendo ditta potente armada, el colpho nostro, et le terre marittime non fusseno senza presidio, le qual però continue se fortificava.
In questi zorni per decreto dil Consejo di X fo mandato Alvixe Sagudino secretario al sig. Turco, per advisar di la morte di suo fratello Giem sultan, et di quella certificarlo, et etiam per altre facende, a ciò potesse advisar la Signoria dil seguito di la sua armata, et per esser homo pratico et haver la lengua, parse di mandarlo più presto lui, che elezer altro oratore, et etiam per più prestezza. El qual la sera medema, che fo a dì 6 Marzo montò in uno gripo et andò verso Corphù, et zonto a la presentia dil Signor have più accetto la sua venuta che di orator potesse esser zonto, per intender la certezza di la morte dil fratello, la qual havia inteso et non la credeva, come tutto scriverò più avanti, secondo el consueto mio.
Ancora domino Martino Albari episcopo di Durazo, essendo montato in gripo per andar al suo episcopato, non essendo ancora partito de li do castelli, per el Consejo di X, 7 Zener, fo mandato a retener, non andasse di longo, ma a uno de li castelli dismontasse; et ivi stete cum custodia, dove vi andò uno cao dil Consejo di X, et uno inquisitore di ditto Consejo, con li nodari, a esaminarlo et veder si portava scrittura alcuna. Questo era stato a trovar el Re de Franza, et havia offerto a Soa Majestà, volendo andar contra Turchi, XX milia Albanesi, et el Re have molto accetto, et li dette certe commissione, con le qual se ritornava in Albania, per comover quelli populi, havendo però prima dato noticia a la Signoria nostra. La qual, prima facie, mostrò non curarsi; ma poi, considerando era suo homo, et havia el vescovado in loro terre, non se impazando Veneti in niuna cossa, etiam era buono li subditi non se impazasse, non perchè non havesseno voluto el prosperar dil Re contra infedeli, ma perchè sapevano bene el ne havea poca voglia, et comovendo queste cosse, non seguendo poi nulla, el sig. Turco harebbe potuto haverlo multum a mal. Tamen poi fu lassato con admonitione pro nunc non dovesse andar in quelle parte, et stete in questa terra.
In questo tempo el Gran Maistro de Rodi, de natione franzese, armò una barza de 300 botte con 60 homeni suso, et tre caravelle con le insegne dil Re de Franza, et andò in corso in l'Arcipelago. Poi ditta barza si conzonse con l'armata dil predetto Re in Provenza, et cussì fece assà danno.
In Spagna per lettere de dì 17 Fevrer zonte a dì 5 Marzo al so ambassador, se intese come el Re et Rayna con la corte era ancora a Madrit, et che havia ordinato grande exercito, el qual a dì 10 Marzo dovia esser in ordine, nè si sapeva dove el volesse mandar. Ben dette fama contra Mori a lui vicini a li confini de Granata. Et era pregato da li oratori dil re Alphonso dovesse romper al Re de Franza, essendo a hora el tempo, sì per acquistar regno, quam per non esser in Franza chi quello difenda, per haver el Re el fior di le zente franzese con lui. Etiam aiutava caxa di Aragona, tamen non volse mai romper, per la bona paxe havia. Et come intesi, ne li capitoli, inter cætera, vi era uno che esso Re prometteva non se impazar in le action dil Reame di Napoli, le qual diceva el Re de Franza haver. Pur li soi ambassadori mosse certo dubbio a ditto Re de Franza, come ho scritto di sopra. L'armada soa veramente, zoè le 32 caravelle, capetanio el conte de Trivento, erano zonte in Cicilia con lettere drizate al Vicerè, nomeva don Ferando de Cugna, el qual avanti ditta armada zonzesse, a dì do Dezembrio in Catania era mancato di questa presente vita. Era di natione castigliano, et le sue robe fo portate a vender in questa terra: le qual vidi, et era bellissime. Or per esser morto ditto Vicerè, l'armada non fece altro ma ivi dimorò, et non era niuno volesse averzer ditte lettere dil Re et Rayna drizate a questo Vicerè, di quello haveva a far la ditta armata, ma subito scrivesseno in Spagna comandasse quello a loro Altezze pareva. El qual za, inteso la morte dil suo Vicerè, havea eletto uno altro chiamato mons. Joan de la Nuza aragonese, era vicerè di Catalogna, el qual venne in Cicilia con le galie di Barbaria per Vicerè, con gran triumpho ricevuto da Ciciliani, et stete a Messina. Quello di ditta armada seguite, et di le cosse di Spagna, intenderete più avanti.
Ancora a dì 23 ditto, zoè Marzo, per lettere di 5 dil presente mexe de Spagna al ditto suo ambassador, per le qual intese la ferma opinione dil Re et Rayna di voler esser in liga con questa Signoria etc., etiam fu divulgato lo esercito predetto dovea andar a li confini de Franza, verso Perpignano, non però per romper guerra ma per star preparato, et che havia ordinato altra armata di barze et caravelle, le qual dovea venir in Cicilia, capetanio don Consalvo Fernandes de Agilar, castigliano, etiam che el Duca di Alve, con una quantità de gianezari (?) venirebbe. Ma unquam si mosse de Spagna; tamen la ditta armada seconda pur venne, et fo in aiuto da poi la liga di re Ferandino a metterlo in Napoli, benchè tanto stette indarno che fo disfornita.
In Alemagna Maximiliano re de Romani faceva preparatione de far la dieta, et come li soi oratori erano in questa terra, dicevano havea ordinato a dì 2 April, che le sue zente dovesseno esser preparate perchè, o fatta o non ditta dieta, era disposto venir a Roma a coronarse. Et fece uno editto, che tutte le terre franche contribuivano in aiuto di Soa Majestà. Et morite in questo tempo uno Duca di Saxonia molto exercitato ne le arme, di la qual morte Maximiliano have gran dolore.
A Roma el Pontifice con reverendissimi cardinali consultava quello dovesse fare. Era disposto non lassarsi trovar a Roma, ritornando el Re de Franza, perchè el cardinal S. Piero in Vincula con ditto Re metteva grande odio con il Pontifice, et sarebbe stato contento di nova eletione o di far scisma. Fo divolgato che esso Pontifice have mandà bona parte dil suo in Ancona secrete, tamen non fo la verità, ma ben fece certi provisionati, et dette soldo ad alcune zente d'arme, faceva fortificar el castello Santo Anzolo, sì de ripari quam fece cavar li fossi a torno, et deliberò de far che el Tevere passa per Roma li andasse a torno in ditte fosse, le qual continuamente si cava, et cavando trovono musaichi, porfidi, serpentini et medaie, et altre cosse bellissime. Et a dì 14 Marzo cavalcò con la corte de Cardinali et oratori a torno ditto castello, poi andò zerca mezo mio fora de Roma a spasso per ricrearsi alquanto. Et essendo zonto a dì 7 Marzo Hieronimo Zorzi cavalier, ambassador decreto a Soa Beatitudine, etiam vi era ancora Paulo Pisani, con li quali consultava de li rimedii opportuni contra questo Re de Franza. Ma in questo mezo, per interposizione di la Signoria nostra con el duca de Milano, el qual mandò molto celeramente Alvixe Becheto a Nepi, fo pacificato le cosse dil cardinal Ascanio vicecancellario con el Summo Pontifice, che, come scrissi, da poi partito el Re de Franza di Roma, più non era voluto andar a Roma ditto cardinal et seguiva l'odio havia al Papa; et hora, a compiacentia dil fratello, per molti respetti volse ritornar. Et cussì a dì 8 Marzo intrò in Roma con grande honor, et andò poi a visitatione dil Pontifice, dicendo: Recedant vetera, nova sint omnia. Et spesso erano insieme a consultatione, perchè era necessario per le cose occorrente, maxime per la liga si tramava a Venetia, la qual molto dal duca de Milano suo fratello era desiderata, per dubito havea di non perder el stado suo.
Ancora zonse a Roma el Cardinal mons. Samallo, venuto di Fiorenza in questi zorni; tamen el Pontifice scondeva di lui le pratiche di la liga si tramava. El qual Cardinal pur ne intese qualche parola, et poi andò a trovar el Re. Zonse a Napoli a dì 14 Marzo, come dirò di sotto. Et etiam vi zonse a Roma quello ambassador di re Alphonso fo qui, nominato di sopra, chiamato Hieronimo Sperandio dottor, et, stato alquanto, demum ritornò a Napoli. Oltra di questo vi entrò in Roma 200 homeni d'arme con li cariazi di la compagnia dil sig. Virginio Orsini et Conte di Petigliano, i quali fuziteno quando lo exercito aragonese da loro medemi si messeno in foga.
A Venetia adoncha si tramava la liga, la qual have principio volente Deo, perchè niun orator primo disse voler far liga, et tamen poi tutti fonno d'accordo de conligarse: et questo per il sapientissimo Governo di la Signoria nostra. Et in questo tempo, al principio de quaresima, cominciò le pratiche de ditta liga: et veneti patres erano molto occupati in dar risposta a li ambassadori andavano a la audientia, che era bellissimo veder ogni mattina andarvi, et tutti havea fatto capo in questa terra, come quella che non havea ambition de acquistar stado, ma ben per conservar pacifice Italia. Quelli de Milan sollicitava ogni mattina, dicendo non esser tempo de aspettar, et lui solo era contento legarsi con questa Signoria, però che in Italia non reputava fusse altri stadi che Venetia et Milano, come era la verità, per essere do grande potentie; et etiam esso Duca deva danari et prestanze a le soe zente, et quelle faceva metter in ordine, et sollicitaveno de haver risposta. Quelli dil Re de Romani non se curava di altri che di la Signoria, et prima facie mostrò non voler Ludovico, per non esser iuridico Duca, et di lui non volevano aldir parola, nè nominar Ludovico, ma ben el Stado de Milano. Quanto queste parole indicava, lectori vi lasso considerar. Quello de Spagna etiam non se curava de esser ligato con altri che con la Signoria, nè el suo Re li havia dato comissione de ligarsi con altri, nè poteva haver saputo[125] come questi oratori volevano far liga. El Pontifice non se lassava intender: hora era contento, hora dimostrava non farne caso, et era in amicitia col Cardinal di Napoli di casa Caraffa, el qual havia ribellato ad Aragonesi, et teniva da questo Re de Franza: questo perchè a Caraffeschi non havia tolto, imo conferito ogni sua intrata, et cussì a ditto Cardinal lassato li beneficii havia in Reame. Et cussì Venitiani erano in magnum quid in convegnir adatar tutti questi oratori varii, i quali però tutti volevano liga, nè si poteva acordar il modo: unde sæpius si faceva consegli, et inter patres disputatione. Quello seguite poi, lezendo intenderete di sotto il tutto. Ma a le cose di Napoli et successo dil Re de Franza ritorniamo.
A dì 7 Marzo havendo el Re de Franza habuto Castelnovo, et etiam in questi zorni la fortezza de Pizofalcon situada sopra uno monte fuora di Napoli, la qual senza contrasto si rese, et a dì 9 comenzò a far bombardar Castel dil Uovo, edificato in mar, tamen ha uno brazo assà stretto per el qual si vien a la terra, et volendo li custodi difendersi era inexpugnabile. Et el Re ex opposito fece piantar le bombarde, ma quelli di ditto castello, subito che 'l Re have Castelnovo, murono la porta. Et a dì 10 el Re andò a disnar a Pizofalcon, ch'è quella roca nominata di sopra, situada su quel alto monte, per mezo Castel dil Uovo, et qui stete tutto el zorno a veder bombardar el ditto castello, et fo buttato assà muraglie a terra. Mandò mons. di Lasparra vicerè in Puia, et mons. de Obegnì vicerè in Calavria. Ancora fece uno editto, che tutti li calafai et marangoni dil Reame venisse a Napoli, perchè voleva far tajar arbori, et reliqua preparar, per far una grossissima armada. Et a Zenoa se preparava per Soa Majestà galie X, et li ambassadori veneti fonno a parlamento con Soa Majestà, notificandoli come la Signoria li advisava le nuove dil Turco, et come faceva grande armata. Et lui rispose: provederemo a tutto. Et conclusive non faceva quella compagnia a ditti oratori, qual da prima solea far, et raro li dava audientia.
A dì 12 ditto zonse a Napoli don Ferante fiol dil Duca di Ferrara, et Piero di Medici, i quali erano stati fin hora a Roma.
El Re, habuto che ebbe Castelnovo, et li custodi con lor robe ussiti, altri restati con esso Re, altri andati dove a loro parse, comandò fusse riconzato dove le bombarde havia fatto danno, et maxime el ponte el qual era roto. Et conzato che fu, se partì de Castel de Capuana, et venne alozar in ditto castello, dove soleva habitar li Re aragonesi.
Et accidit che a dì 6 ditto venne a presso Napoli don Fedrigo con do galie et una galiota, et mandò a dimandar al Re salvo conduto, et uno de soi primi baroni per ostaso, che 'l volea venir a parlar a Soa Majestà. Et el Re li fece salvo conduto, et mandò sopra el schifo suo cosino mons. de Lignì per ostaso in galia. Et don Fedrigo venne da Soa Majestà; el qual era sopra le bombarde a sopraveder. Et dismontato del schifo, li venne contra alcuni baroni soi amici et parenti franzesi, per caxon di la prima moglie soa che fo franzese; et quello ricevuto con gran benivolentia, parlando a la franzese, montono a cavallo et veneno a trovar el Re. Et come fo a la soa presentia, dismontò, et li volse basar li piedi; et el Re non volse, imo li fece gran careze; pur tanto fè don Fedrigo che li basò la man. Et poi, fatto le debite acoglienze, et usato le parole acomodate, montono a cavallo, però che esso Re andava a cavallo per Napoli molto familiarmente, hora con 100 cavalli et hora con X, sì come si atrova, non servando alcun decoro; et andono a torno la terra. Un poco poi esso don Fedrigo si tirò con el Re sotto un certo arboro da canto de li altri, et loro do soli steteno a parlar per spatio de zerca hore 3, et non vi era a presso niuno. Demum el Re chiamò tre soi baroni et consegieri di primi, et pur ancora parlono; et non potendo concluder alcuna cosa, don Fedrigo ritornò in galia, poi in Castel dil Uovo, et mons. Lignì venne in terra. Poi andò alcuni franzesi, zoè quelli soi parenti et amici, a parlarli in castello, i quali tratavano di acordarlo con el Re; tamen non potendo ottenir nulla, montono in galia. Et (don Federico) ritornò a Yschia, dove era el re Ferandino con 14 galie. Quello feceno scriverò di sotto. Essendo stato però Ferandino al castel di Gaeta a sopraveder, el qual ancora se teneva et continuamente era bombardato. Ma è da saper che don Fedrigo dimandò do cosse al Re de Franza. La prima che el re Ferendo suo nepote era contento di venir a inchinarsi a Soa Majestà, dummodo non perdesse el nome de Re, et che li daria tutto el Reame, zoè l'Apruzo, Puia et Calavria, et lui restasse con Napoli solamente, a ciò che 'l nome de Re, come ho ditto, non se perdesse; prometendo di darli tributo, et che quello regno fusse suo come quello de Franza, et che tutte le fortezze restasse in le sue man per sua securtà. Et non voglio restar de scriver questo, che, intrato che fo el Re de Franza in Napoli, comenzò titolo nuovo, zoè: Carolus Franciæ Siciliæ atque Jerusalem rex, sì come era el titolo de re Alphonso. La seconda richiesta fo che a lui, don Fedrigo, dovesse lassar el Principato di Alte mura, però ch'è di la dotta sua, et el contà de Matalon che fo de soa madre; et che lui vegneria sotto Soa Majestà. A la qual richiesta el Re rispose: prima che Ferandino non se pensasse de haver niun stado in Reame, come sempre lui ha ditto, ma ben in Franza li prometeva stado condecente; secondo che a esso don Fedrigo non li voleva dar a lui ditti contadi, ma ben investiria le donne di quelli, et li faria privilegii che lui scodesse le intrade; tamen che 'l voleva che lui venisse ad habitar in Franza, dove oltra di questo che li dava di qua, etiam in Franza li prometteva di dar el dopio di stado, ma che per niente non voleva aragonese niun in Reame, imo che quel nome fusse estinto. Unde, re infecta, don Fedrigo ritornò a Yschia, come ho ditto. Et ancora prometteva el Re de dar a don Ferando re una sua neza, fiola dil duca di Borbon suo cugnado, con ducati 60 milia de intrada.
Et non restava continuamente Franzesi de bombardar Castel dil Uovo. Quelli di Otranto et Galipoli aspettavano l'araldo dil Re per rendersi. A Rezo (Reggio) città in la Calavria, tumultuando tra loro, essendo l'armada de Spagna poco lontana, et etiam quella terra vicina alla Sicilia ch'era de ditto Re de Spagna, levono le bandiere sue; ma poi a dì 10 Franzesi l'have. Et el Re, cussì come le terre et castelli si rendeva, fatti li capitoli con loro, quelli erano de baroni retrovandese vivi, zoè de quelli che al tempo di la rayna Zuanna possedeva, li conferiva et concedeva facendo soi privilegii; et non (trovando) de quelli, donava a soi baroni franzesi. Et si tenne per lui solum 12 terre et Napoli; el resto, zoè l'intrate, conferiva et dava a Franzesi come ho ditto, i quali cercava de venderli, et grande intrata dava per picola quantità denari; et, come vidi una lettera de 17 Marzo, Franzesi dava ducati 100 d'intrada a l'anno per ducati 200, et li faceva li soi instrumenti, ma non trovavano da vender, et cussì fonno in richiedi, et in Napoli pompizavano d'oro et di seta che era una magnificentia a veder. Et Zuan Jacomo di Traulzi palam dimostrò de esser acordà con el Re, et habuto danari cominciò a soldar zente italiane. Et come per lettere de Ferara se intese dal Vicedomino nostro, che era una fama che ditto Traulzi doveva venir in Romagna con 50 squadre, tamen mai se partì dal Re, et con lui ritornò in Franza. Napolitani erano pur malcontenti, perchè ogni zorno havevano cosse et affanni novi: et per Napoli se andava armati, et el Re voleva, oltra el dacio di le piegore, etiam una certa angaria, la qual per don Alphonso era sta avanti el tempo scossa, et però Napolitani non sapeva che farsi, et si doleva di la loro fortuna, volendo volentiera, potendo, ritornar sotto caxa di Aragona et non sotto Franza. El sussidio caritativo de uno ducato per fuogo el Re mandò a dimandar in l'Apruzo, Puia et Calavria, el qual, ut mos est, saria assà danari, da ducati 100 milia in suso. Secondo la consuetudine de Franzesi de voler sopra tutto star a piacere con donne, et el suo clima a Venere è molto dato, cussì questo Re seguiva assà li so piaceri, sì per esser in una età atta a questo, quam perchè soa natura cussì richiedeva. Et varie sorte de donne qui in Italia provò, le qual li era portate per li soi Franzesi. Et intrato che 'l fo qui in Napoli accadete che se inamorò in una madona Lionora da Marzano, fia della duchessa di Malfi, orfana, la qual el re Alphonso havea dato a suo padre el contà de Celano; ma ditto conte venuto col Re de Franza, esso Re li dette el suo contado. Unde questa donna vedendo essere expulsa, la madre la menò in castello dal Re, vestita d'oro, sopra una careta ben in ordine; et pregò Soa Majestà non li volesse tuorli el suo stado, dimostrando lo possedeva con ogni ragione. Unde el Re, vedendola sì bella, fo contento di lassarli ditto contado, et privò el conte di quello, et fece privilegii a questa donna. Et era tanto el ben che li voleva, che ogni zorno voleva ditta madona Lionora venisse in Castello, et per Napoli era chiamata soa favorita. Et è da saper che soa madre è sorella di la moglie di Marc Loredan fo di Antonio cavalier et procurator, la qual prima fo maridada nel duca Vlacho (?). Ma poi el Re li venne fantasia di mandar per la sua altra, la qual la tolse a Guastalla in Parmesana venendo in Italia, et era come intesi dil parentè di quei di Gonzaga; la qual la lassò in custodia a Lucca. Et cussì questa zonse lì a Napoli la settimana santa, et d'indi ditta madona Lionora non frequentava il venir cussì spesso in Castello, pur veniva a le fiate, et hæc satis.
El Re non havea piacer di niuna virtù, nè canti, nè soni, nè buffoni; ma pur, venuto in Napoli, trovò do buffoni che fu di re Alphonso, i qual pur andavano qualche volta a darli piacer. Era ancora uno mato, chiamato fra Zuane, el qual essendo in Castelnovo, et dimandando Franzesi: chi viva? lui non potè star che non dicesse: Re Ferando di Aragona! Et Franzesi, non haveno rispetto a la soa pazia, ma lo butò zoso di le mure, et morite; che tutto Napoli ne have dolor, perchè era piacevol stolto.
A dì 13 Marzo vedendo el Re che quelli di Castel dil Uovo se teniva, et le bombarde, le qual erano piantate a Pizofalcon sopra el monte, havea bombardato tre zorni et butato zo un pezzo de moro, et con quella nave dil Cardinal di Zenoa et altri navilii voleva farli dar la battaja; unde li mandò a dir che non si rendendo per tutto quel zorno, el Re non li voleva più a pati. Et li custodi pavidi levono le insegne, zoè uno segno di volersi aboccar: et dato la fede per el Re, venisse liberamente a parlarli, venne fuora di ditto castello do, li quali fonno a parlamento con el Re, et concluseno di rendersi salvo l'haver, et le persone, et quello che a loro era sta donato per re Alphonso et re Ferdinando, volendo però termine zorni 8; et che si in 8 zorni el suo re non li manderia soccorso, ex nunc leveriano le bandiere di Soa Majestà, et che dentro mandasse el Re chi a lui piaceva. Et el Re vi mandò tre: el Principe di Salerno, mons. di Biamonte et uno altro suo barone. Aduncha essendo sta bombardato solum tre zorni, et 6 da poi renduto Castelnovo, che era inexpugnabile, si rese. Et est mirum che Aragonesi non habbino habuto niuno che li sia sta fidelissimo, et ogni cosa senza battaglia se habbi renduto a questo Re de Franza.
A dì 14 ditto venne mons. di Samallo cardinal, era stato a Fiorenza et Roma, et advisò el Re havia inteso de una certa liga si faceva a Venetia. Et andati li do oratori veneti a soa visitatione, però che Paulo Trivixano a dì 15 have licentia de ritornar a Venetia, la qual ge fu data per avanti, che quam primum li castelli el Re havesse ottenuti, dovesse quando a lui piaceva partirsi de lì. Or a dì 15 come ho ditto, ditti ambassadori andono a visitar questo Cardinal, el qual li disseno: Domini oratores, io son sta a Roma, et ho inteso de una certa liga si vuol concluder a Venetia contro el Roy nostro, usando assà strane parole; dicendo: io ho ditto al Pontifice che non fazi tal cossa, nè vogli aldirne parola, perchè el Roy è potentissimo, et havia Dio con lui et la justicia. Et che l'intendeva di Maximiano Re de Romani, tamen che el suo Re con una lettera li faria far quello lui volesse. Dil Re di Spagna, che havevano paxe bona, et datoli do contadi, zoè di Rossiglion et Cerdania, et che mai non credeva volesse romperli la fede. Che la Signoria nostra non havea causa di farlo, per la lianza promessa. Et che el sig. Ludovico si l'andasse troppo zercando tal cosse, lui saria il primo batuto, maxime sapiando el Duca di Orliens esser in Aste a lui propinquo. Unde li nostri oratori sapientissimamente risposeno, che non sapevano nulla di tal cosse, jurandoli sacramento. Et questo fo essendo a tavola, però che li volseno dar un pasto. Et Samallo disse: mons. di Arzenton etiam ha scritto al Roy, ch'è una fama in Rialto di questa liga. Et subito ditti oratori scrisseno a la Signoria. Tamen el Re havia una gran paura, et sollicitava molto el suo partir, facendo più denari il poteva: et tutto dimostrava voler ritornar.
A dì 16 partì de Napoli dal Re per ritornar in Franza mons. Marescalco di Bertagna con cavalli 2000, et uno altro baron; et quam primum poteno ritornono ne' loro paesi.
In questo zorno medemo el prefetto de Roma signor de Senegaia venne a Napoli, et alozato in caxa dil Principe di Salerno si amalò di una malattia che fo molto longa, et de lì alquanti zorni andò a Senegaia pur amalato, et più volte fo ditto esser morto. Questo è cugnato del Duca de Urbin.
In questo tempo el Re de Franza mandò uno suo ambassador al Pontifice, chiamato mons. Frances de Nusemburg sig. de Gran Mason, a dimandar la investison et coronation dil Reame di Napoli. El qual zonse a Roma a dì 28 Marzo. Ancora per avanti havia scritto al Cardinal de San Dyonisio, che dovesse advisar el Papa come el suo Roy voleva esser per la Settimana Santa in Roma, et ivi far le feste di Pasqua. Per la qual cosa el Pontifice stava molto sospeso, nè sapeva che risponder dovesse. Et per lettere de 18 Marzo de Napoli se intese come el Re per el continuo star sopra le bombarde, per inanimar quelli trazevano, a ciò vedendo el Re facesseno miglior colpi, li venne certe rossure su la persona. Zoè andato a Pozo real, ussito di Napoli per recreatione, tornato che 'l fu si butò al letto, et stette tre zorni in letto, con mal dubitavano di fersa, havendo habuto in Aste le varuole. Et che nostri ambassadori non erano carezati come da prima; et do volte fonno in castello per aver audientia dal Re, et, aspettato assai, poi fonno licentiati, dicendo el Re non li poteva parlar: sì che dimandavano licentia, digando steva ivi con puoco honor di la Signoria. La qual cosa per Venetiani non fo data, a ciò, mentre stesseno, se intendeva li soi progressi, et etiam non era tempo. Era lì a Napoli con el Re 4 cardinali: San Piero in Vincula, el Cardinal de Zenoa, Curzense et Samallo.
Ferandino veramente in questo mezo con don Fedrigo, Marchexe di Pescara et altri se ritrovava a Yschia con 14 galie, et ivi fortificava quella fortezza. Et è da saper che zonto che fu esso re Ferandino a Yschia, però che andava in su et in zoso avanti fosse resi li castelli, volendo intrar nel castello de Yschia, el castellano era di Aversa par recusasse, ma pur a persuasione di la Rayna et altre donne, che tanto lo pregò, fo contento di lassarlo intrar. Et intrato, inteso el mal voler dil castellano, fo ditto lui medemo li dette di uno pugnal nel petto, et lo amazò, et cussì a uno suo fiul. Altri disse quelli fè retenir, sed quomodocumque res se habeat mutò el castello et montò in galia, volendo menar la Rayna a Mazara in Sicilia, et andar a trovar suo padre, el qual era ivi con alcuni frati. Etiam fo divolgato don Fedrigo voleva andar dal Turco a dimandar soccorso, et tamen non andò. Ma Ferandino, havendo menato con lui el fiul dil Principe di Rossano era in preson in Castelnovo, quello in galia maredò in la sorella dil Marchexe di Pescara, bellissima donna, fo contessa di la Cera, la qual era andata con la Rayna fuzendo da Franzesi. Et el fiul dil Principe di Salerno lo mandò a donar al padre; et ancora mandò uno suo ambassador al Duca de Milano, el qual mostrava volerlo aiutar, et era gramo dil favore havea dato al Re de Franza, nomeva Scipio di Filomarino cavalier napolitano, el qual a la fin de Marzo venne a Venetia et alozò in caxa di l'altro suo oratore, et poi andò a Milan et si ritrovò al publicar di la liga.
A Napoli vene el sig. Virginio Orsini et el conte di Petigliano con segurtà di Prospero Colonna et altri, di ducati 100 milia. Tamen haveano pur custodia. Et volevano dimostrar al Re non esser presoni, ma presi sotto la fede data a loro di bocca di Soa Majestà, licet non fusse in scrittura; et a la fin fo data la sententia per loro, come dirò più avanti. Tamen el Re mai li volse dar licentia, a ciò non li facesseno guerra, essendo accordati per capitani con qualche Stado, maxime divulgandosi ditta liga si faceva; la qual molto Franzesi intrinsice temeva, dubitando non esser serati di mezo, et non potesse ritornar in Franza.
El Cardinal Curzense venuto di Roma, come ho ditto, a Napoli per esser franzese, licet a requisitione di Maximiliano fusse creato, exortava el Re de Franza a dover far expeditione contra Turchi, et molto a questo se faticò, et etiam scrisse alcune lettere a la Signoria, le qual fo lette in Pregadi et conteneva che Venetiani dovesse scriver a li soi oratori erano in Napoli, che con lui dovesse pregar la Majestà dil Re a tal impresa de infedeli, perchè dal canto suo faceva ogni cossa. Questo faceva per essere povero cardinal, et havea poca intrada, nè dil cappello il Pontifice li voleva dar li ducati 1000 a l'anno si consueta a dar da la Camera Apostolica a tutti Cardinali: et questo perchè non feva residentia in Roma. Unde facendo requisitione contra infedeli si harebbe fatto qualche cruciata, ergo etc.; la qual cossa non fo voluta far da nostri per la bona paxe si havia col signor Turco.
A Gaeta tenendose la roca o vero castello pur per Aragonesi, continuamente Franzesi la bombardava; ma quelli custodi poco se curava, perchè non li faceva molto danno, et haviano dentro assà vittuarie, et con sue artigliarie rispondevano a quelli di la terra. Et Franzesi, i quali non usano bombarde come le nostre italiane, ma sono a modo passavolanti, che buttano ballotte grossissime di metallo et ferro, et questo vien che sbusano li muri dove trazeno, et assà da longi, come faceva a Napoli a Castel dil Uovo, che quasi do mia lontano lo bombardava.
Ma qui a Gaeta vedendo Franzesi non poter far nulla per la via bombardava, mutò le bombarde, et quelle messe in una chiesia di San Francesco, et buttò parte di le mura di ditta chiesia a terra, per poter meglio trazer e far repari. La qual cossa fo causa de far che li custodi atendesseno a dover prender partito de renderse, maxime non aspettando alcun soccorso di re Ferando, et intendendo li castelli de Napoli erano resi e tutto el Regno quasi venuto sotto Franzesi. Et volendoli dar la battaglia, li custodi deliberorono de renderse, et Franzesi non li volseno far altri patti, se non che li voleva sparagnar la vita, altramente, aspettando la battaglia, tutti sarebbe impicati. Et non potendo far altramente fonno contenti. Et a dì X Marzo li aperseno le porte, et Franzesi intrò in la roca, et li custodi senza vestimenti, come fo detto, fonno mandati fuora, havendo de gratia de haver habuto la vita. Et cussì haveno ditta fortezza.
Ancora, come per lettere di 23 da Napoli, se intese come ivi erano oratori di Otranto et Galipoli per fermar li capitoli col Re de Franza et volerse render. Et firmati, el vicerè di Puia mons. di Lasparra ivi andò, et habutoli, andò a Misagne vicino a Brandizo; ma lì era Camillo Pandon, vicerè per el re Ferandino, el qual stava in Misagne, et fo causa Brandizo mai volse rebellar ad Aragona. Taranto, dove prima era Cesare de Aragona, fo fiol natural di re Ferando vechio, a dì 29 Marzo mandato fuora li cittadini, questi erano per casa di Aragona, si deteno a Franza, et cussì molti altri luogi, sì in Puia quam in Calavria, e tutti di volontà. Quelli si volseno tenir, li quali saranno nominati di sotto, si teneno, et non fonno combattuti; sì che, si ancora queste altre terre havesse voluto far el suo dover, questo Re de Franza non prosperava tanto.
Et vedendo el Re che Yschia, benchè fusse ysola, era molto vicina a Napoli, et era receto di re Ferandino, deliberò de far conzar certa armata lì in Napoli per mandar a tuor ditta fortezza. Ma Ferandino ancora era lì con le XIIII galie et la Rayna, tamen aspettavano tempo per passar in Sicilia, et in compagnia con la Rayna se ritrovava l'Arciepiscopo di Taragona, per nome di suo fratello Re di Spagna, come scrissi di sopra. Et etiam in questi zorni vi zonse uno altro oratore di esso Re de Spagna, chiamato Maistro Rational, el qual fo quello venne a Venetia, et andò per mar, dismontato fo preso da Franzesi et spogliato, poi, presentata al Re la commissione andava alla Rayna, li dette salvo conduto, et lo lassò andar a Yschia. Et accidit che el Re de Franza fece tramar acordo con el castellano de Yschia, promettendo 8000 scudi se li dava la fortezza: ma, inteso questo, Ferandino vi messe custodia più fidata, et ditto castellano, come fo divulgato, fece annegar, altri disseno lo retenne. Et quello seguite di lui non se intese.