La rayna Anna de Franza moglie di Carlo re, el qual in Italia a questi tempi se fa nominare, et suo cognato duca di Borbon, inteso el felice successo nel Reame, scrisse una lettera al Re, alegrandosi molto, notificando per tutta la Franza esser sta fatto bellissime feste et dimostratione di allegrezza; tamen lo confortavano a repatriar, notificandoli non li poteva mandar danari, perchè li populi non volevano pagar angarie, et queste tal lettere fo bona causa di la pressa che faceva esso Re de partirse de Napoli: tamen prima voleva aspettar a dì 25 April, che era el tempo de scuoder le doane di le piegore, che era ducati 60 milia, nè più se parlava de andar contra Turchi, come nel principio de questa impresa havia sempre ditto; et de ritornar tra loro parlavano. Et tutti zercava far danari, al meglio potevano; et Roma, Fiorenza e Milano non mancava di far qualche danno, pur parlavano di questa lega. Unde el Re si pensò de voler disturbar ste pratiche, et fece uno orator in questa terra, et uno a Milano, et voleva dar partido, et qual stado con lui più presto si aderiva l'altro restasse con lui inimicitia: et quello veniva a Venetia era mons. de Miolano, et a Milano mons. de la Tremoila, baroni soi di primi et dil suo conseio secreto, i qual tanto indusiono a vegnir, che seguite la liga, et non li volse più mandar, perchè non poteva haver effetto le imbassate soe.

Ancora a Roma remandò ambassador Filippo mons., come di lui più diffusamente sarà scritto. Et tra quelli lo consigliava era varie opinione: altri diceva el meglio saria venir a Zenoa, et ivi per mar andar in Provenza; altri volevano ritornasse per la via medema che era venuto, et cussì fece, et stavano su queste pratiche et consultatione. Piero de Medici continuamente pregava Soa Majestà lo riponesse nel Stado, o vero venisse a dominar Fiorenza. El cardinal San Piero in Vincula voleva venisse a Roma a dismetter el Papa e farne un altro. El cardinal de Zenoa et domino Obieto, ai quali perdonò ogni offesa, volevano venisse a Zenoa. Zuan Jacomo di Traulzi a dani de Milano. El cardinal Curzense, come ho ditto, contra a' Turchi. Sì che inter eos variæ opiniones dicebantur. Napolitani pur erano mal contenti per le insolentie, però che stava ne le soe caxe, manzava et beveva, toleva et usava la roba loro come soa propria, et più che vergognava le donne, et tal, non volendo consentir, le amazavano; et alcune maridate, da poi consentitoli, per tuorli li anelli havevano in dito, li tagliava li diti, come da persone che ivi in questo tempo se ritrovava intesi: cosse intollerabele. Et non potendo quelli meschini più soportar, andono a dolersi al Re, el qual mostrò molto li dispiacesse tal violentie; ma pur a tanto exercito non havendo da darli dinari nè le sue page, mal poteva remediar: pur trovato alcuni giotoni, ne fece impiccar 6; la qual cossa fo assà de timor; benchè tal provision fusse tarde, et za Napolitani erano disperati, et contra Franzesi harebbono fatto ogni mal che havesse poduto.

Fo aviato in questi zorni 4000 cavalli de Franzesi verso Roma; ma poi, successo la liga, li fece ritornar a Napoli. Et questo basti a le cosse de Napoli.

Napolitani non potendo suportar le inzurie li fevano Franzesi, feceno alcuni una conjuration de amazar el Re de Franza, quando l'andava alla Nonciata: ma tal cossa fo discoverta et notificata al Re; et fo preso doy di conjurati, et deinde el Re se riguardava de andar come prima. La qual cossa se intese a Venetia per lettere di oratori nostri de dì 29 Marzo, et zonte a dì 3 April; et come uno frate discoverse tal cosa, et che el Re havia passato uno grande pericolo, perchè erano disposti di amazarlo.

Cose seguite a Venetia et a Milano et Fiorenza fino al concluder di la liga et in questo mexe de Marzo 1495.

Intendendo Venitiani per molte vie di l'armada grossissima faceva el Turco, et grande exercito, deliberorono di far provisione sì da mar come da terra, et elexe 28 Fevrer capetanio di le nave armade Thoma Duodo, era stato capetanio di le galie di Barbaria, et in mar assà exercitato patricio; et di brieve, come dirò, lo mandò in armada sopra una nave di comun, di botte.... Et etiam preseno di armar do altre nave grande di comun, patroni di le qual elexeno nel Consejo de Pregadi Alban D'Armer et Daniel Pasqualigo, el qual altre volte era stato patrone. Et a dì 2 Marzo nel Mazor Consejo, per scrutinio del Consejo de Pregadi, fo eletto Proveditor in armada a presso el capetanio zeneral Bortholomio Zorzi, che alias fo provveditore a Gallipoli a tempo di la guerra di Ferrara, et fratello di Hieronimo cavalier, era ambassador a Roma; el qual libentissime accettò. Et el zorno fo publicato la liga messe banco, come dirò di sotto, et andò poi in armada benissimo in ordine. Oltra di questo a dì 7 April in Pregadi elexeno XV sopracomiti, benchè ancora altri ne fusse eletti che ancor non havia armato, et 9 patricii fuora in armada. Questo perchè Venetiani al tutto volevano aver grossa armada, ussendo el Turco, di galie 40 et nave.... senza le altre vele et galie de viazi, che a li bisogni se mandano in armada: tamen non fo bisogno; pur haveno grossa armada de galie 36, come al loco suo il tutto sarà scritto. Et in l'Arsenal continuamente se fabricava galie. Li arsilii andono per li stratioti in questo tempo zonseno in la Morea, et comenzono a cargar, benchè do de ditti arsilii in questo mexe de Marzo per fortuna sora el porto se averse, et convenne ritornar in l'Arsenal a riconzarsi. Ancora fo dato prestanze et sovention a le zente d'arme, a ciò al bisogno fusseno in ordene. Et ordinato de far la mostra in uno zorno in le terre dove erano alozate; la qual fo fatta dil mexe di Marzo, come intenderete lezendo. Le qual cosse judicavano Venetiani volevano far fatti, come feceno.

In questi zorni morite do condutieri strenui di la Signoria preditta, assà veterani ne l'arte militar; a Roman in Bergamasca Zuan Antonio Sharioto, havia cavalli 300; et poco da poi, a Ruigo, Alexandro dil Turco, etiam havia cavalli 300: homeni ambedoi armadi da la Republica nostra; et la loro conduta fo poi partita tra li altri conduttieri.

Ancora nel Consejo di Pregadi condusseno, per via de li ambassadori era a Napoli, Zuan Paulo di Manfron, vicentino, el qual era stato al soldo dil re Alphonso, et li detteno cavalli 200. Et cussì partito de lì venne in queste parte, ma fo molto tardivo. Etiam li detteno 25 balestrieri a cavallo. Et benchè le decime dil Monte Nuovo fusse pagate molto volentieri, non voglio restar de scriver questo: che mons. di Arzenton de Franza volse andar insieme con Alvise Marcello, era alle Raxon Vecchie, a la Camera de li Imprestidi per veder el modo se pagava et scodeva. Et visto in quel zorno gran moltitudine de brigata che portava danari, adeo el cassier non poteva suplir de scuoder, unde ste molto admirato, che in li altri luogi si stenta assà avanti che si possi haver pur una minima quantità, et qui scodevano tanti danari portati da cittadini nostri voluntarie. Or perchè pur ne restava debitori, nel Consejo di Pregadi elexeno tre Savii a le Cazude, executori di le quattro decime imposte quam di quelle se metteva per giornata: li qual avesseno a raxon de ducati X per cento di pena di quello scoderanno; uno de li qual attender dovesse a debitori dil Monte Vecchio, l'altro dil Monte Nuovo, et il terzo a le decime del Clero: et fonno eletti Mathio Donado, Hieronimo Orio, et Alvixe Loredan, i quali tutti erano dil Consejo di Pregadi, licet, non vi essendo, per ditto officio vi poteva intrar. Etiam questi havea do exatori, Bertuci Loredan et Lorenzo Manolesso, fatti alias per Collegio, licet de his hactenus.

Continuamente erano Venetiani su pratiche de concluder la liga, exortati da diversi oratori, maxime da quelli de Milan, benchè qualche controversia fusse di adatar con li oratori dil Re di Romani, perchè non havea commissione di far liga insieme con el duca Ludovico, rationibus superius allegatis; et per questo se stava tanto a concluder. Etiam perchè se aspettava lettere di Spagna et di Maximiliano. Et tal pratiche al principio erano condutte nel Consejo di X con la Zonta; el qual spesso se reduseva; tamen pur etiam conferiva nel Consejo di Pregadi. Et a ciò si concludesse presto, per Collegio, con autorità habuta dal ditto Consejo di Pregadi, fonno eletti et dato tal cargo a tre patricii, che fusseno auditori de li ambassadori, maxime Re di Romani et Spagna, però che Milan quello voleva la Signoria era contento; et questi dovesse referir et in Collegio et in Pregadi la loro volontà et opinione. I qual fonno Marco Bolani consegier, Lunardo Loredan procurator savio dil Consejo, et Andrea Barbarigo, fo del Serenissimo Prencipe, savio di Terra ferma. Et questi molto si affaticò in andar a caxa de ditti oratori; tamen la messeno al fine. Et el Pontifice non se lassava molto intender. Unde Hieronimo Zorzi kav.r ambassador a Soa Santità era sæpius in consultatione; et pur esso Pontifice, oltra el legato suo era in questa terra, mandò uno altro ambassador, el qual venne incognito, licet poi, conclusa la liga, palam si dimostrò et come orator dil Pontifice fu honorato, zoè Alvixe Becheto milanese, el qual era colateral di le zente di la Chiesia. Et ancora Venetiani mandò per lo episcopo di Calahorra legato, el qual era andato a Padoa a mudar aiere, a ciò venisse a Venetia che si volevano expedir. Et a dì 24 Marzo, fo la vigilia di la Nonciata, fo Pregadi; et in questo medemo zorno ditto legato venne da Padoa, et con le barche di viazo medeme venne alla riva dil Principe, et essendo suso el Pregadi andò in camera dil Principe, el qual non se sentiva bene nè ussiva dil suo palazzo. Et lui mandò per li Conseglieri et Cai dil Consejo di X, et ivi conferiteno con ditto Alvixe Becheto. Fo divolgato li fo ditto che al tutto volevano concluder, et che se el Pontifice voleva esser, bene quidem, siue autem faria senza di lui. Et cussì a dì 24, a dì 26, a dì 27, a dì 28, che fo 4 continui zorni, fo Pregadi, et comenzavano a voler metter fine, perchè li oratori de Maximiliano etiam sollicitavano, et el duca de Milano havea mandato una commissione in man dil Prencipe nostro in publica forma, che, benchè fusse tre soi ambassadori in questa terra, tamen la Signoria dovesse concluder la liga, et far dil Stado suo quello a nostri pareva; che fo cossa assà degna de memoria, et de qui ponerla; ma per essere secretissima non ho potuto haverla. Di Pregadi se cazavano li papalisti ogni zorno. Et a ciò se intenda, papalisti sono li patricii che hanno pare, fio, frar, et fio de frar dediti a la Chiesia, zoè hanno benefitii et intrade; et questi, essendo de Pregadi, quando se tratano alcuna cossa de Roma, sono expulsi, per schivar li inconvenienti puoi occorer, a ciò le cosse passino secrete: et questo si fa mentre non si è in liga o in paxe con el Pontifice. Et ancora, essendo Pregadi suso, se reduseva Consejo di X con Zonta, sì che, concludendo, tramavano ditta liga. Et corrieri de Milan veniva in hore 24, de Roma in 50, et de Maximiliano da Vormes ch'è mia 600 lontano de qui, in zorni 6, che fo cossa incredibile. Le cosse si strenzevano et andavano molto secrete. Quello seguite sarà scritto di sotto. Et mons. di Arzenton non andava più assà spesso in Collegio, come soleva; imo era admirato di quello havesse a seguir, et zercava de intender qualcossa, nè si vedea più con l'ambassador de Milan, come era assueto de andarvi. Et è da saper che in questi zorni, al principio de quaresima, andò in Collegio a dimandar a la Signoria che lui intendeva che si ragionava per la terra di certa liga si tramava in questa terra, et che era quasi certo, vedendovi tanti ambassadori, et che non sapea la causa perchè questa liga si dovesse far, et che, si la fusse contra el suo Re, questa Signoria li havia promesso bona lianza, et però pregava la Signoria lo advisasse, et che el suo Re era presto a intrarvi non essendo contra de lui: con altre simil parole. A le qual el Prencipe li rispose sapientissimamente, secondo il solito; sì che, senza saper altro, Arzenton tornò a caxa. Et non molto da poi accadete che, ritrovandosi in chiesia di San Zanepolo uno cittadino da Catharo chiamato Nicolò de Fano, el qual alias per Hieronimo Orio, era lì rettor, fo bandito di Catharo per soi misfatti; questo si buttò a piedi di ditto orator dil Re di Franza, dicendo che in questa terra non si faceva justitia più, et che lui, che era ambassador di christianissimo Re et justo, li volesse far uno salvo condotto potesse ritornar a Catharo. Et vedendo alcuni patricii eran con ditto orator, lo mandò via dicendo esser pazzo. Et pur lì continuando ne la soa richiesta, mons. di Arzenton disse: va, va, sei in una terra che si fa ragione etc. Et inteso tal cosa per li Cai dil Consejo di X fo subito mandato a tuor dil chiostro de frati, perchè lui, da poi ditte tal bestial parole, conoscendo l'error suo, non volse partirsi di loco sacro, credendo esser sicuro. Ma per cose di Stado non si varda, et per esser crimen læsæ majestatis fo mandato a tuor dove l'era, et menato in presone, et datoli tortura. Poi nel Consejo di X fo spazato per pazzo, zoè che 'l stagi 3 anni ne la preson forte serato; poi che sia in libertà di quelli dil Consejo di X saranno in quello tempo de licentiarlo o ver darli la punitione li parerà, col Consejo di X però. Et cussì se ne sta in presone.

Fiorentini considerando l'error suo, et che Pisa non ritornava sotto il pristino loro dominio, li do ambassadori erano a Napoli, zoè lo episcopo Soderini de Volterra et Neri Caponi continuamente dimandando audientia dal Re de Franza, quella hebbeno, et li dimandono prima che se Soa Majestà si havea a doler de Fiorentini, et se in niuna parte se teniva offeso, che li fusse dato auditori, che volevano justificar el tutto. Demum, che non havendo fatto cosa niuna contra la christianissima Majestà Soa, imo haverli dato ogni favore, che li piacesse di farli render la soa terra di Pisa, juxta la forma di capitoli. Ai qual el Re rispose: prima che non si lamentando lui de Fiorentini fin hora, non bisognava justificatione, poi che quanto a Pisa elli non la meritavano, et che li bastava che fusseno in loro libertà et privi del governo de Medici; et che ogni dì Piero de Medici lo molestava, et lui non li voleva dar orecchie; ma che havendo Pisani voluto esser sotto soa protetione, et levato la soa insegna, non poteva far non manco di custodirli et mantenerli in libertà, sì che zerca Pisa più non se parlasse. Unde Fiorentini vi mandò uno protonotorio de Caponi per ambassador, el qual a dì primo April passò per Roma, et non molto da poi, havendo habuto el Re le fortezze, elexeno nel loro Consejo quattro ambassadori a Soa Majestà, sì per congratularsi di tanta vitoria, quam per veder al tutto de haver Pisa, et el Re li observasseno li capitoli promessi et jurati de observer: ancora per Monte Pulzano. I qual fonno questi: Guido Anton Vespuzi cavalier, Bernardo Ruzelai, Lorenzo Morelli et Lorenzo di populani, olim de Medici. Et prima nel numero di questi quattro elexeno Paulo Antonio Soderini, che fo qui ambassador l'anno passato, et non vi volse andar, sì perchè suo fratello lo Episcopo di Arezo era lì dal Re oratore, quam per altre occupatione. Unde in loco suo elexeno uno de questi altri, et cussì a la fine de Marzo partino di Fiorenza con gran pompa, andono a Roma, poi a Napoli, et arivò a dì 3 April a Napoli; erano con manege dogal. Et el successo loro intenderete poi.

Quelli di Monte Pulzano, havendo intendimento con Senesi per essere loro vicini, rebelono a Fiorentini, et si deteno a Senesi. Levono le loro insegne a dì.... Marzo, et scaziando el dominio ivi era per Forentini: unde vedendo Fiorentini questo, subito spazò uno corrier al Re de Franza, quasi come loro protetore, a dimostrarli questo. Et da poi vedendo gli oratori fiorentini dolendosi al preditto Re, per soa excusatione Senesi elexeno do ambassadori a Napoli a Soa Majestà, i quali assà ben in ordene partino de Siena, et zonseno a dì 7 April a Roma, demum andono a Napoli, dove bonazò le cose, et teneno Monte Pulzano.

Pisani volendo al tutto esser in libertà, et si difendevano da la zente fiorentina, essendovi in so aiuto el sig. Fracasso di San Severino mandato ivi per el Duca de Milano, et in questo tempo mandono 4 ambassadori a Napoli, a ciò el Re non si movesse di opinione di mantenerli in libertà. Et questi veneno molto ben in ordine.

Lucchesi ancora non potendo haver ottenuto Pietrasanta, che fo sua, dal Re preditto, li mandono do altri ambassadori a Napoli a pregar Soa Majestà li volesse render li ducati diexe milia a lui prestadi, con promissione, quam primum fusse intrato in Napoli, di doverli render: ma nulla poteno fare, perchè el Re zercava danari, et questi li domandava.

A Milano el Duca, havendo pur paura dil suo Stado, havendo za principiato a voler refar le mura circonda Milan che erano assà vechie, havea messo una universal angaria a pagar tanto per persona per causa de ditte mura, ma al presente era de bisogno de far altre preparatione; et fece far la descriptione degli homeni da fatti nel suo dominio. Ancora assoldava zente sì da cavallo quam provisionati, et diceva voleva haver cavalli 8000 et assà fanti. Et molto carezava Sebastian Badoer ambassador veneto, facendo grande extimatione per essere homo dignissimo.

Ancora zonse a Milano quel ambassador de re Ferandino, chiamato Scipio de Filomarino cavalier, nominato di sopra, et molto dal Duca fo carezato et ivi restò. Et havendo mandato a la Signoria, come ho scritto, esso Duca la sua commissione zerca a la conclusione di la liga, la qual molto desiderava, et visto la forma di capitoli, et tenendola za per conclusa, come quasi era, fo molto aliegro. Et in questi zorni fo a parlamento con mons. di la Ruota, oratore dil Re de Franza lì a Milano, dove etiam si trovò l'ambassador veneto. Et li disse el Duca: Domine orator, siate certo che a Venetia col nome de Dio si conclude una liga, la qual reputo sia fatta con li primi potentati dil mondo, et quando loro non la facesseno, la Ill.ma Signoria et io siamo ligati a conservatione de li Stadi nostri. Questo perchè el Re nostro, oltra che li havemo prestato assà quantità d'oro, dato el passo contra el sangue nostro, et mediante el nostro favore ha ottenuto el Regno di Napoli, scaziato quel povero re Ferandino mio nepote, che a hora va remengo, et è sta cridato tra soi di venir a Milano; et questo è il merito ne rende. Avisandovi come, essendo dacordo la Illustrissima Signoria et nui, non havemo paura di niuno, non che essendovi altri potentati, qual intenderete. Et si 'l Re vorrà passar, vorremo i danar nostri che li havemo prestati et fatti prestar a Zenoa. Ancora scrisse a Zenoa fusse licentiato quelli Franzesi che ivi erano per nome dil Re, per voler far armada, tra li qual era el fradello dil card. Samallo, chiamato mons. Zeneral de Linguadoca, et che de lì se dovesseno partir. Et che ponesseno in ordene X galie et do nave grosse, et quelle subito armasseno a requisitione soa. Et mandò danari al suo commissario era ivi, Coradolo Stanga protonotario, el qual za molti anni in Zenoa era Stado per suo nome comissario. Ancora vi mandò de Milano a Zenoa per costodia 500 fanti, a ciò quella riviera fusse custodita; et scrisse a la Marchesana di Monferà, fo moglie dil marchese Bonifacio, el qual Stado a lui era recomendato, che non dovesse lassar più passar de que' Franzesi, imo ponesse ogni custodia a li passi, et facesse diligentia più non vi passasse, come fino hora erano passati; ma ben quelli ritornava in Franza dovesse lassar ritornar. Questo fece perchè in Aste se intendeva esser zonte nuovamente lanze 500 franzese, le qual volevano venir di qua da monti. Et come per lettere di Roma se intese che in Italia se aspettava in soccorso dil Re, per augumento di le soe zente, el Prencipe de Orangie et el Marescalco de Bergogna, i qual sono gran signori in la Franza, et di primi capitani dil Re, i qual venivano con 300 lanze. Oltra de questo esso Duca de Milano notificò a la Signoria come, parendo a quella, era de opinione de andar a tuor Aste, la qual impresa reputava molto facile et, conclusa che fusse la liga, voleva andarvi: la qual cossa fo molto cativa, perchè sdegnò el Duca de Orliens, et li tolse la città di Novara, come scriverò di sotto.

A Ferara el Duca elexe in questo tempo do ambassadori a Napoli, ad alegrarsi col Re de Franza de la vittoria, et conferir altre cosse con lui: i quali erano Bonifacio de la Bevilaqua Kav.r et Julio Tasson Kav.r I quali si partino benissimo in ordine, et andono fino a Rimano, et poi, nescio qua de causa, esso duca li fece ritornar, et più non li mandò, o fusse perchè sapeva di questa liga, o vero il zenero Duca de Milano li scrivesse non era tempo de mandar ditti oratori.

A Venetia, a dì 25 Marzo, el zorno de Nostra Donna, per lettere venute da Zenoa se intese come loro havevano di XI dil presente da Lion, i quali scriveano haver da Londra di 21 Fevrer come a dì 7 Zener di note passando in mar di Spagna su le seche de Sain o vero di Bertagna do galie de Fiandra venete erano naufragade; però che za se havea inteso di la fortuna grandissima habuta, et de 45 navilii che si partino per andar a Londra non scapolò se non la terza galia, patron Piero Bragadin et la nave di Anzolo Malipiero. Adoncha queste do galie de Fiandra, di le qual era capetanio Polo Tiepolo, cognominato da Londra, patroni Andrea Tiepolo et Bortholamio Donado, i quali si annegono insieme con XX altri patricii nostri, che saranno nominati di sotto, et persone in tutto n.º 500. Etiam se intese esser rota ivi la nave de Hieronimo Zorzi cavalier et fratello, carga de vini, la qual in tal fortuna naufragò: benchè da poi, come scriverò di sotto, ditta nave havendo scorso grandissimo pericolo, zonse a Londra a salvamento, che fo mirum quid che le nave zonzesse et le galie perisse, chè raro aut numquam galie suol romper et perir in mar per fortuna. Benchè del 1437, capetanio Marin Mozenigo, in questo medemo luogo do altre galie de Fiandra si rumpete, et el capetanio con gli altri annegati.

Questa rotta fo assà danno a Venetiani a presso ducati 100 milia, oltra la morte di patricii et homeni marittimi persi, et mirum est che de tanto numero pur uno vi scapolasse, ma come poi per lettere di Piero Bragadin patron di l'altra galia, drizate a la Signoria, se intese, che cessata la fortuna, et lui zonto a salvamento perchè se ingalonò, et si questo non era sarebbe rotti. Mandò a veder ivi dove have la fortuna, di la qual judicava ditte galie fusse perite, et trovono in mar arbori di galie, scrigni etc. sì che certo fo che erano rotte: la qual fortuna durò.... zorni continui, benchè ancora nostri stava in expetatione de intender altro avviso; pur non si trovava a segurar a ducati 70 per cento. Et tandem a dì 8 April venne uno fante di Londra, per el qual tutti quasi inteseno el certo, che fo queste lettere de ditto patron, e tutti levono coroto, che fo una cosa obscura a veder tanti mantelli a Venetia et panni bruni per li patricii mancati. Et preseno in Pregadi che ditta galia dovesse tuor nel ritorno in sua conserva, oltra la nave Malipiera, do altre nave forestiere, et quelle pagarle di denari di la Signoria, oltra un certo quid havesse di le mercadantie; et poi, inteso la nave Zorzi era salva, etiam quella fo messa a ditta conditione.

Questi sono li patricii annegadi su le galie de Fiandra. Et prima galia, capetanio ser Polo Tiepolo; patron ser Andrea Tiepolo de ser Matio; nobeli ser Mafio Girardo q.m ser Francesco, ser Cabriel Soranzo q.m ser Zacharia, ser Christofol Tiepolo de ser Mattio, ser Andrea Valier de ser Dolfin, ser Hieronimo Zustinian de ser Dardi, ser Zuanmaria Pasqualigo de ser Marco, ser Dolphin Venier q.m ser Christofolo. (Seconda) galia patron ser Bartholomio Donado q.m ser Antonio el cavalier, ser Antonio Donado de ser Hieronimo el kavalier, ser Benedetto Orio de ser Zuanne, ser Santo Venier q.m ser Piero, ser Hieronimo Foscarini q.m ser Zacharia, ser Andrea Girardo q.m ser Francesco, ser Francesco Mozenigo q.m ser Lorenzo, ser Jacomo de Mezo q.m ser Alvise, ser Andrea Pisani q.m ser Francesco dal Banco, et ser Lorenzo Donado q.m ser Alvise. Et poi a dì... April nel Consejo di Pregadi messeno tre galie al ditto viazo, et fonno incantate le galie secondo el consueto. Et a dì 10 April eletto nel Mazor Consejo capetanio Domenego Contarini era stato capetanio di le galie di Beruto. Et tamen per la guerra successa con el Re de Franza, andando per le sue terre dove sarebbeno (in) qualche pericolo, per questo anno non andò; sì che oltra li altri danni ne fece ditto Re de Franza, questo viazo de Fiandra non andò.

Per lettere de Antonio Bon, conte et capetanio a Dulzigno, se intese come Albanesi era sta mal menati da Turchi, per le novità haveano cercato de far a presso Crose, et che molte aneme erano sta menate via et fatto gran danno Camalli turco, corsaro nominatissimo, el qual za alcuni anni in mar dannizava molto; unde fo mandato galie et barze, tamen nostri mai ha potuto metterli le man adosso, che summamente desideravano, et sempre è fuzito. Et prima al tempo de Hieronimo Contarini, essendo capetanio di le galie de Barbaria, et Sebastian et Marco Antonio Contarini fradelli, patroni, et ritrovando ditto corsaro a Tripoli in Barbaria lo investiteno, prese alcune barze, et lui si butò a l'aqua, et montato in una fusta fuzite. Unde ditto capetanio fo remunerato, che essendo fuora fo eletto capetanio al colpho, et nunc rimase Proveditore in armada, Sebastian Contarini fo fatto capetanio di le galie dil trafego in questo anno, et Marco Antonio suo fradello fo eletto sopracomito: sì che tutti quelli si porta bene da questa inclita Republica nel Senato sono rimunerati.

Ancora da Andrea Loredan, essendo capetanio di le nave armade, lo andò a trovar in Barbaria, et have certo danno et perse qualche legno de li soi, et lui fuzite in terra. Or al presente, intendando Zuan Francesco Venier come ditto corsaro era venuto sul mare, quello andò seguitando fino in Canal di Negroponte, ma el Bassà de lì, passato che fo ditto Camalli di là, bassò il ponte, et non volse ditta galia li andasse driedo. Et ditto soracomito volse dar a quel Bassà ducati 500, et lui minime volse accettar, licet questo fusse contra i capitoli di la paxe si havea col signor Turco. Et cussì Camalli fuzite di le man di nostri.

In questo mexe di Marzo a Venetia fo gran pioze, adeo pareva volesse ritornar l'inverno, dove veniva l'istade, et a dì 27 ditto nevegò, ma durò poco la neve sora la terra.

Quello seguite a Roma in questo tempo.

A Roma el Pontifice temendo che, si era in liga, essendo el Re de Franza vicino et potente in le arme, lui dovesse esser el primo che havesse a patir, benchè era ragionamenti dovesse partirsi di Roma et venir in Ancona, dove staria securamente, et in ogni tempo porave trasferirse in loco più securo, ma pur li doleva lassar Roma; et consultando con el cardinal Ascanio vicecancellario, con el qual era pacificato; et scrisse brievi a la Signoria et al Duca de Milano, che le fusse mandato 500 cavalli lezieri per uno et 1000 fanti, a ciò che la città de Roma fusse custodita, et maxime la soa persona; et che si havea pensato el meglio era non partirsi de Roma, sì per non lassar quella città cussì, come etiam perchè li Cardinali non lo seguitarebbe, et remanendo tra loro havriano potuto crear uno altro Papa, et poner scisma in la Chiesia de Dio; et che molti Cardinali li era contrarii, et non desideraveno altro. Et di qua veniva che questo Pontifice non si lassa intender chiaro di voler esser in sta liga, tamen ne havea voglia grande. Li prelati de Roma occultavano se intendeva el Re de Franza dovea venir di brieve ivi[126].

Et venuto lo ambassador dil Re de Franza a Roma, come scrissi di sopra, et habuto audientia, dimandò la investisone et cetera; etiam in narratione tocò alcune parole, che 'l suo Roy intendeva di una liga si praticava a Venetia, et che era certo Soa Santità non li saria nè faria cosa alcuna contra el Roy. A le qual parole, usate le debite risposte, el Papa tolse rispetto di voler far concistorio et responderli; et che inteso l'opinione de Cardinali li risponderia; et scrisse in questa terra et a Milano quid respondendum. Unde li fo rescritto dovesse Soa Beatitudine darli bone parole fino fusse sigillata la liga; et poichè conclusa fusse, più largamente li poteva dar la repulsa, et che per niun modo lo investisse. Et pur ditto ambassador continuamente dimandava risposta, onde a dì 29 Marzo el Pontifice chiamò concistorio, dove notificò quello ditto oratore li havea richiesto, et che havia exposto come el suo Roy havea acquistato col nomine di Cristo tutto el Reame de Napoli. Secondo che l'era de opinione de andar contra infedeli, et per questo Soa Beatitudine, come capo di la Christianità dovesse exhortar li potentati de Italia a questo, perchè lai era promptissimo. Tertio che dovesse investirlo dil Reame ditto, acquistato et de jure a lui pervenuto, et mandar uno Cardinal a Napoli a coronarlo, quello Regno pacifice et quiete possedendo, etiam sì come per li capitoli li era sta promesso. Et cussì in concistorio el Pontifice volse che tutti li R.mi Cardinali dicesse la soa opinione zerca a la risposta. Unde el Cardinal di Napoli, amico molto dil Re de Franza, disse che si dovea risponder cussì: alegrarsi con Soa Majestà di la vitoria, et che zerca a l'andar contra infedeli era util cossa; demum che si dovesse dar la investisone, et mandarli a incoronarlo a Napoli, sì come fo fatto a re Alphonso, dicendo la ragione che 'l moveva a dir questo. Poi parlò el Cardinal...... et laudò la prima parte di alegrarsi di la vitoria. A la seconda molto vehemente exclamò: era bona et perfetta opera de andar contra infedeli. A la tertia che non era de opinione di darli la investisone sì presto, nè mandarlo a incoronar, se prima non se intendeva quomodo lui la dimandava, maxime essendo adhuc re Ferandino in parte di Stado in Reame. Poi parlò el cardinal S. Dyoniso, franzese, largamente, che si dovesse far quanto el Roy dimandava, dicendo molte alte parole, le qual ad plenum non se intese, et cussì altri Cardinali è da judicar dicesseno el parer loro. Unde parse al Pontifice de far chiamar dentro ditto orator franzese, et dimandarli el modo lui dimanderia tal investisone et coronatione. Et cussì venuto dentro li dimandò; et esso orator disse do volte nè mai mutò parola, se non: io la dimando che 'l mio Roy sia investido, come colui che pacifice possiede ditto Reame, et mandar uno Cardinal a Napoli a incoronar Soa Majestà, et non lo volendo mandar disse havea in commissione di notificar a Soa Beatitudine, come lui in persona vegneria a Roma a tuor la corona, perchè el vol esser coronato juxta la promessa. Et el Papa rispose: nui havemo consultato con li fratelli nostri Cardinali; se alegremo molto di la soa vittoria habuta, et zerca a l'andar contra infedeli metteremo ogni nostra forza; ma quanto a la investisone et coronatione, se vol saper come el vostro Re la dimanda; et, se niuno ne ha prejuditio, se vol aldir le parte, et far le cosse passino con el debito di la rasone et muodi di la Sedia Apostolica, sì come comanda li sacri canoni et decreti. Et che scrivè al Re in bona forma et dixè che nui ge la volemo dar, et che per questo el non vegni qui a Roma, perchè venendo forsi el non ge troverà; et advisè Soa Majestè come siamo stimolato di esser in una liga si trama da li primi potenti dil mondo. Queste parole disse perchè za havia scritto al legato et suo ambassador Alvise Becheto dovesseno sottoscriver a li capitoli, et za reputava fusse fatta. Ancora mandò a dimandar al Re preditto a Napoli el corpo de Gem sultan, el qual el Re non lo volse dar et quello custodiva.

Et a dì 25 Marzo intrò in Roma et a tutti se dimostrò el Cardinal de Valenza, el qual da poi fuzite dil Re fin hora era stato ocultato; al presente, non timendo più el Re, ritornò a Roma.

A dì 30 Marzo, che fo la quarta Domenega de Quaresima, havendo in consueto el Pontifice ogni anno in tal zorno de dar o mandar a donar la Ruosa d'oro a quel Re o Potentia a lui più grata; unde, in questo anno 1495, ditto la messa in San Piero dove era li Cardinali et oratori, chiamò Hieronimo Zorzi cavalier ambassador veneto, al qual, nomine Reipublicæ suæ, li presentò la ditta Ruosa in mano, dicendo molte parole in laude di la Signoria nostra, et che era Republica christianissima et molto devota alla Chiesia Romana; unde, merito li presentava ditta Ruosa, la qual lui voleva mandarla per uno suo familiar a posta fino in questa terra a presentar in man del Prencipe. Et cussì scrisse a la Signoria de voler far. Et è da saper che questo è uno degnissimo presente, et, ut plurimum, suol mandar a donar a Re; et l'anno passato la mandò a donar al Re de Franza fino in Franza, et l'altro avanti al Re di Romani. Et za una simile Ruosa fo donata a tempo di Antonio Donato del 1475, che se ritrovò orator a Sisto quarto Pontifice, et fo fatto kavalier; el qual successe a la legatione dil carissimo Lunardo Sanudo genitore mio, che dil 1474 a dì 11 Ottubrio a Roma morite. La qual Ruosa repatriando ditto oratore la portò, et, presentata a la Signoria, fo posta ne le zoje di S. Marco, dove etiam questa fo posta, nè avanti più in niun tempo Venetiani hanno habuto tal presente. Et a dì 21 April che fo el Marti de Pasqua, essendo zonti in questa terra domino Jacobo fiol natural dil Duca di Cardona, di nacione cathelano, con la Ruosa d'oro mandava el Pontifice a la Signoria come ho ditto; et venuto el Prencipe con li oratori in Chiesia de S. Marco, dove per el patriarca Thoma Donato nuovamente eletto in loco de Maphio Girardo cardinal di la Romana Chiesia tituli sancti Sergii et Bacchi, el qual da poi la creatione di questo Pontifice ritornando a Venetia a..... morite. Or fo mandato alcuni patricii a tuor ditto messo era alozato a san Greguol, dove alozava Alvixe Becheto ambassador dil Pontifice, tamen a sua posta et spese di S. Marco; et venuto presentò la ditta Ruosa su l'altar di san Marco, et ditto che fo la messa, lui medemo la tolse in mano et venne davanti el Prencipe; et prima li aprexentò uno brieve apostolico, la copia dil qual sarà qui sotto scritta, et poi presentò in man dil Prencipe la Ruosa, et disse alcune parole latine. Unde el Prencipe, tenendola in mano, li rispose sapientissimamente; poi andono con quella pur in man in processione per la piaza a torno di la chiesia, et andò fino in palazzo; poi tolse licentia et con la Ruosa etiam in man fino nel suo palazzo andò. Et ditto Jacobo de Cardona have luogo di ambassador dil Papa, mentre stete in questa terra. Et benchè questo non fusse suo loco per l'ordine de' tempi, pur ho voluto qui scriver; et poi fo decreto nel Consejo de Pregadi de donar a ditto portator di la Ruosa ducati 300 d'oro venetiani, et darli una vesta damaschin cremesin fodrà di raso. Et poi a dì 28 April partì di questa terra, tolto licentia da la Signoria, et ritornò a Roma.

Exemplum brevis Sanctissimi Domini nostri ad Illustr.m Principem et Senatum Venetum

Alexander Papa VI

Dilecti filii, salutem et apostolicam benedictionem. Vetus consuetudo mosque sanctissimus est, ut Romanus Pontifex, peracta sacrorum celebratione, die qui quartus est Dominicus in quadragesima, Rosam auream, chrismate sancto delibutam et odorifero musco inspersam, cum apostolica benedictione illustri cuipiam catholico Principi dono det. Magnum profecto et dignum divina laude mysterium, in quo non muneris aestimanda est quantitas, sed altioris significationis qualitas interpretanda. Nos qui, divina dispositione, meritis licet imparibus, pastorale culmen S. R. Ecclesiae obtinemus, cum vellemus praeclarum hoc munus nunc adimplere, hoc ipso quarto XLmae dominico die mentem ad Vestram Nobilitatem convertimus, quam hoc loco dono dignam judicavimus, quae Sanctam hanc Sedem singulari devotione semper est prosecuta. En igitur, filii praedilecti, Rosam hanc laetissimo animo et devota veneratione suscipite, monumentum et pignus nostrae in Nobilitatem Vestram benivolentiae, quam ei per dilectum filium Jacobum de Cardona scutiferum et familiarem nostrum continuum commensalem mittimus. Nec Nobilitatem Vestram auri fulgor sed divinae significationis contemplatio teneat. Sancta enim Ecclesia hoc donum per manus Summi Pontificis ordinavit, ad declarandam laetitiam et gaudium ex humanis generis liberatione susceptum. Quod omnipotens Deus miseratus suam servitutem, pretiosissimo sanguine suo redemit, sicuti in Veteri Testamento per liberationem Israelitici populi praefiguratam erat. Recreat enim nos gloriosissimum Corpus Domini nostri Jhesu Christi, fovet, sublevat et in mediis laboribus consolatur. Cui, non iniuria, rosa ipsa comparata est: nullus quippe flos, omnium quos alma mater terra protulit, aut aspectu iucundior aut odoris suavitate fragrantior est. Penetret igitur in sensus Vestrae Nobilitatis, filii predilecti, divinus odor ut, eo repleti, magnanimitatem ac devotionem vestram continue magis explicetis, atque hoc divinum opus orthodoxae fidei et Sanctae huius Sedis defendendae totis viribus complectimini ut, Domino Deo auxiliante, optata pax Ecclesiae suae Sanctae cum Vestrae Nobilitati gloria reddatur. Datum Romae apud S. Petrum sub annulo Piscatoris XXVIIII Marcii 1495 Pontificatus nostri anno tertio.

L. Podocatharus.

A tergo — Dilectis filiis nobilibus viris Duci et Dominio Venetiarum.

Responsio Venetorum

Sanctissimo et beatissimo in Christo patri et domino domino Alexandro digna Dei providentia Sacrosanctae ac Universalis Ecclasiae Summo Pontifici Augustinus Barbadico Dux Venetiarum etc. pedum osculo beatorum. Sacratissimum ac suavissimam aureae rosae munus quo nos licet absentes donandos ornandosque censuit summa clementia Beatitudinis Vestrae ea veneratione et observantia ea leticia et iucunditate animi fuit a nobis reverenter susceptum ut vix affectus eiusmodi nostros exprimi posse putemus, cum mittentis et missi muneris excellentiam qualitatemque altius consideramus. Duo etenim in auctore doni potissimum animadvertimus: supremam auctoritatem maiestatemque Sanctitatis Vestrae et erga nos praecipuum studium paternamque dilectionem. Alia item duo, ex parte delati muneris, fuimus contemplati, literalem scilicet ipsius significationem et spirituale eiusdem latens mysterium, a Sancta Romana Ecclesia institutum, et vere ex omni parte religione refertum ac uberibus gaudii et consolationis, ob humani generis de veteri captivitate liberationem praefiguratam. Sed et alia duo accessere ad ornamentum tam praeclari doni, exacta prudentia et rara quaedam gratia illud ferentis spectati viri domini Jacobi de Cardona familiaris et nuncii Beatitudinis Vestrae. Gratias igitur amplissimas habemus et agimus Vestrae Sanctitati, et quia in referendis impares nos esse novimus et fatemur, hoc saltem testatum volumus gratissimo et memori animo perspicuum hoc documentum dilectionis et caritatis Vestrae Beatitudinis erga nos esse conservaturos. — Data in nostro ducali palatio die ultimo Aprilis MCCCCLXXXXV indictione XIII.

Gaspar Vidua.


In questo mese di Marzo accadete a Perosa, ch'è città nobilissima et antica in Toscana, za primaria, al presente la terza; fo edificata secondo Justino, Varrone e gli altri da Achei, avanti la città de Roma; è situada quasi tutta su monte; è paese ameno, fertile et dilectevole, et fo di muraglie circundata da Ottaviano Cesare Augusto, et par ancora sopra le porte fusse chiamata Augusta per lettere antique vi si leze. Vi è lo studio in ogni facoltà, templi grandi et palazzi degni. Vicino a questa città el lago Trasimeno, abondantissimo de optimi pesci, dil qual la Camera Apostolica vi cava ogni anno assà miara de ducati. Fo da Goti sette anni obseduta, et tandem presa, et quasi tutta brusata, et san Herculano loro episcopo fo martorizato, dove è el suo corpo, come da chi vi fu intesi.

Questa terra situada, come ho ditto, in monte, e tutto intorno vallade et monticelli pieni de castelletti: sono molte olive, biave, vigne etcet. et belle donne: vanno vestie quasi come quelle de Milano, ma portano le code più longe, et scarpe con ponta, et va con li capeli zoso per la spale alcune, et altre al modo nostro, ma con veste serate davanti, et non si vede cussì le spale. Li homeni vestiti a modo di romani, con li mantelli con fenestrelle, et li zoveni molto galanti effozano (sfoggiano?) e tutti quasi con spade senza fodro sotto li gabani portano. Però che in questa città è do grandissime parte: zoè Baioni et Odi. Li Baioni teneno con Orsini, et sono al presente dentro, et domina la città, la qual si reze per loro medemi, fanno li consoli etc. Ma li Odi sono da la parte Colonnese, et a hora è foraussiti: tamen ogni zorno molestano ditta città, adeo si convien star sempre armadi, et come per lettere di primo April di l'ambassador de Corte se intese, che ditti Odi foraussiti fece assunanza de zente et tolseno la terra di Todi, corseno fino a Perosa, ma poi da li Baioni et altri dentro, con aiuto de Orsini, fonno rebatudi. Tamen ditti foraussiti, con aiuto dil Duca d'Urbino et el sig. Julio da Camarino, se ponevano in ordine per ritornar a l'impresa de Perosa. Quello seguirà scriverò di sotto. Stanno lì intorno. Ma a la conclusion di la liga fatta in questa terra veniamo.

Conclusione di la liga fatta a Venetia, et el modo che la fu conclusa.

Domente queste cose intraveneno, a Venetia essendo su pratiche di concluder la liga, et havendo acordato li capitoli, et li tre deputati a questo patricii optimamente avendo operato, preso nel Consejo de Pregadi de sigillarli, et zonta la comissione a li oratori dil Re de Romani, venuta mia 600 in zorni sette, ch'è cosa incredibile, et quelli solicitando molto, dicendo non esser tempo de dimorar; et ben che el Prencipe nostro fosse ancora amalato nè ussiva de camera sua, pur vi volse esser, et cussì a dì ultimo Marzo, de Marti, con grandissima pioza et vento, adeo che li oratori stavano a la Zueca convenne venir a quattro remi per barca, tanto era grande la fortuna, et pur deliberorono tutti de redurse insieme et sigillar ditti capitoli, et in palazzo dil Prencipe ne la soa camera si reduse li Conseieri, Savii dil Consejo, Savii di Terraferma, Cai dil Consejo di X, Zuan Diedo canzelier grando, et li secretarii deputadi. Et a ciò memoria eterna sia de chi vi si trovò, ho voluto qui tutti notarli.

Questi sono quelli patricii si atrovavano a la sigillatione di la liga.

El Serenissimo et excellentissimo Principe

D. Augustino Barbadico

Conseieri

Savii di Terraferma

Savii dil Consiglio

Cai dil Consejo di X

Et reduti che fonno tutti, mandono per li oratori che dovesseno venir. Et prima venne quello dil Re et Raina de Spagna; poi li tre di Maximiliano Re de Romani, mancava d. Leonardo Felz cavalier el qual era amalato; poi li tre dil Duca de Milano; et demum el legato dil Pontifice, con d. Aloisio Becheto etiam ambassador a questo praecipue mandato. Et in quella hora medema li venne lettere da Roma, che dovesse al tutto sigillar la ditta liga, et prometter per nome dil Re et Raina de Spagna di rato che in termene de do mexi el ditto Re et Raina ratificheria tutto; come etiam el suo orator cussì promesse et subscrisse; questo perchè non havia commissione di conlegarse con altri che con la Signoria nostra, et cussì poi essi Re ratificò ogni cosa. Or reduti tutti questi da poi disnar fino a hore do di notte steteno a formar li capitoli et farne cinque copie autentiche, et in nome de Yhesus Christo et de San Marco a hore zerca 24 la concluseno, et sottoscrisseno ditti capitoli. Et el legato sottoscrisse per nome dil Pontifice et di Spagna, come ho ditto; et per nome dil Papa prometteva di rato per ditti Regali de Spagna. Et per Venitiani sottoscrisse li tre deputati nominati di sopra, et li capitoli fonno in tutto n. 18, inter cetera che tutte ditte potencie prometeva in bisogno in favor di la liga di dar per uno cavalli 800 et 4000 fanti, eccetto el Pontifice che dava la mità: et questo in Italia. Ma in caso bisognasse mandar fuora de Italia, era in libertà de mandar o le zente, o vero mandarli ducati 60 milia, zoè la Signoria et Milano. Item che in termene de mexi do li collegadi debbino haver dati li soi adherenti et recomendati. Item non possi esser accettà in ditta liga niuna potentia simile a loro, sine consensu omnium colligatorum. Item la liga dà al Re di Romani, venendo a Roma a coronarse, 400 homeni d'arme, zoè cavalli 1600 la Signoria et altrettanti Milano di l'andar et di ritorno. Et altri capitoli, li quali fonno tenuti assà secreti, et però non mi extenderò molto in doverli qui scrivere. Et concluseno di manifestarla a tutti la matina seguente, et far sonar quivi campanon, facendo gran feste et fuogi, et per tutte terre e luogi di la Signoria nostra. Demum a ciò che tutti li collegati potesseno in uno zorno far solenne processione, et publicar ditta liga, terminono di publicarla la Domenica di le Palme, che sarà a dì 12 April; et subito spazono lettere prima a tutti li Rettori, notificando la conclusione et dovesseno far dimostratione. Demum scrisse al Pontifice, Re di Romani eletto Imperator, Re et Raina de Spagna et Duca de Milano, in bona forma, alegrandose insieme de questa consolatione de Italia. Et perchè el mandar del corrier in Spagna era pericoloso, che non fusse intercepto quello andava per terra ne la Franza, et toltoli le lettere, come fa etiam; ne spazò uno altro, el qual da Zenoa dovesse passar per mar a Barzelona, poi a Madrit da li Regali de Spagna, la qual nuova non poteva esser in Spagna avanti Pasqua.

A dì primo April, la mattina za per tutta la terra se divulgava questo, et tutti erano aliegri, et venne el Prencipe in Collegio molto di bona voia, et varito dil mal per alegreza per il ben di la Republica e de tutta Italia. Et mandò per Monsig. di Arzenton orator dil Re de Franza, el qual alozava a San Zorzi mazor, et venuto che 'l fo in Collegio, el Prencipe li disse: Magnifico ambassador, habiamo mandato per vui, che per l'amicitia havemo con la Majestà dil Vostro Re vi dovemo advisar et manifestar ogni nostro successo, sappiate come heri, col nome del Spirito Santo et della gloriosissima Verzene Maria et del Vangelista misser San Marco protetor nostro, qui fo conclusa et firmata una liga tra la Santità dil Summo Pontifice, la Majestà dil Re de Romani, la Maestà dil Re et Raina de Spagna, la Nostra Signoria et el Duca de Milano. Et questo habiamo fatto per conservation di Stadi nostri et per augumento di la fede et Chiesia Romana, et per deffender le raxon dil Romano Imperio, sì che adviserè la Majestà dil Re di questo. Et mentre el Principe diceva tal parole, era ordinato et cussì fo sonato campanon a S. Marco et per tutta la terra in segno de grande alegreza. Unde ditto Arzenton rimase molto atonito, et li parse assà stranio, et disse: Serenissimo Prencipe, io mel suspettava di questo za gran zorni, ma mai lo criti (credetti) dovesse essere, et el Roy per questo non porà tornar in Franza essendo in mezo de tutti vuj. El Prencipe rispose: sì come amigo el vorà tornar, niuno non li farà noia alcuna, ma si 'l volesse andar come nemigo, uno collegato a l'altro si converà dar aiuto et favore. Tamen scrivè al Re, che per questa liga non volemo haver rotto alcuna benivolentia havemo con Soa Majestà, imo volemo esser boni amizi: et questa liga è sta fatta per conservatione de li Stadi nostri, tanto più volentieri quanto a hora di andar contra infedeli più non si parla, sì come da prima. Et ditto orator molto maninconico tolse licentia, et vene zo per la scala senza saludar niuno, smorto assà. Et come fo a piedi di la prima scala di l'audientia, ritornò suso a la porta dil Collegio, et fece chiamar Gasparo di la Vedoa secretario nostro de primi, et li disse: replicate un poco quello a ditto el Prencipe, come andato fuor di fantasia. Et cussì iterum li disse la sustantia di questa naratione; et poi ritornò in barca per andar a San Zorzi, butando la bereta in terra, facendo segni de haver gran maninconia: la qual cossa fo mal fatta, nè seppe fenzer, sì come si suol far. Ma, judicio meo, questo processe non tanto per el Roy quanto per lui; perchè è da judicar scrivesse che mai de qui non se concluderia tal liga, per le operatione sue faceva: perchè lui dimandava a li oratori de Milano: sarà el vostro Duca in questa? et loro li rispondevano: non crediate mai, mons.; et fevano come li savii fanno nel governo de Stadi, che dimostra a li nemici voler far una cossa, poi ne fanno un'altra. Or ditto Arzenton molto se lamentava dil sig. Ludovico, dicendo che se lui non era stato, mai el Roy non passava in Italia, et che lo haveva tradito; et di tanto fastidio si buttò al letto, et la collera li mosse, et have alquanto di fastidio, benchè li fusse mandato medici per la Signoria, quali concluseno non harebbe mal niuno, ma era alquanto contaminato; come cussì fo.

Ancora la Signoria mandò per lo ambassador di Napoli d. Johane Baptista Spinelli, el qual fino hora era stato vestito lugubre; non portava cadena, secondo el consueto suo, sora la vesta; tamen havia servato gran fede al suo re Ferandino, et mai volse rebellarli come fece li altri ambassadori in diversi luogi, qual ho scritto di sopra. Et la sua caxa a Napoli fo sachizata. Et andato in Collegio el Prencipe li notificò la conclusione di sta liga, dicendoli altre parole che quelle di Arzenton. Et lui sapientissimamente li rispose, concludendo el suo Re sempre saria et doveva esser bon fiul di questa Illustrissima Signoria, et venne fuora molto aliegro, et d'indi poi, come dirò di sotto, si vestite di color et seda, ponendesi lo colar d'oro, et sempre fo honorato come orator dil Re de Napoli, licet fusse fuora dil Regno. Et è da saper che ditto orator molto se faticò con la Signoria et altri oratori in voler nominar el suo Re in questa liga: tamen mai non volseno per bon rispetto, perchè sarebbe stata senza dir altro contra el Re de Franza.

Oltra di questo fo mandato per l'ambassador dil Duca di Ferrara Aldromandino di Guidoni, li fo notificato di tal liga et scritto una lettera ducal al so Signor. Et come se intese per lettere del vicedomino nostro, non fece dimostratione alcuna in soni, in fuogi, licet fusse recomendato fiol di questa Signoria et suocero dil Duca de Milano. Questo fece, ut dicitur, perchè havia don Ferante so fiol a Napoli col Re de Franza, et etiam perchè lui non era in sta liga, nè poteva intrar se non per adherente di le parte, per non esserli sta reservà luogo alcuno.

Fo mandato ancora per l'ambassador dil Marchexe de Mantoa, Antonio Triumpho, et chiaritoli il modo di la liga, et scritto al Marchexe, el qual dimostrò grande alegreza, et fece soni, fuogi et gran feste. Et poi ditto ambassador, habuta risposta del suo Signor, andò in Collegio, offerendose esser in ordine di la conduta havia, a ogni beneplacito di questa Signoria; et in ogni luoco el fusse mandato era presto a ubedir. Et a dì 4 April zonse in questa terra 40 cavalli barbareschi o vero turcheschi dil Sig. Turco li mandava, et havia dato la tratta de questi a esso Marchexe, tra li qual ne era 4 che ditto Sig. Turco li mandava a donar, forniti benissimo a la turchesca: questo per l'amicitia hanno insieme. Et spesso el Marchexe manda presenti a Costantinopoli, et, come ho scritto di sopra, si fa chiamar Turco.

Fo etiam mandato per l'ambassador dil sig. de Rimano conte Ludovico Boschetto, et advisato di questo, et scritoli per la Signoria fece grande leticia et festa. Et da poi se partì ditto orator et andò a Rimano a far poner in ordine el Signor di la conduta have, per li bisogni potevano occorrer.

A Venetia e per tutte le terre et luogi nostri, quam primum lo inteseno, maxime da la parte de terra, perchè fo scritto a li Retori di le terre principal, et loro avisaveno a li castelli di quello territorio, zoè Chioza, Padoa, Vicenza, Ruigo, Verona, Bressa, Bergamo, Crema, Treviso, Cividal, Feltre, Udene et Ravena. Unde tre zorni continui fo sonato campanon, et la sera fatto lumiere per li campanieli et castelli, etiam a caxa de li oratori de Maximiano et Spagna, Legato et Milano, sì dove steva el primo, quam qui a la caxa dil Marchexe, dove erano alozati li altri do, fo posto fuora di le finestre lumiere, ita che pareva tutta la terra fusse in alegreza. Et cussì al fontego de Todeschi, per esser suposti a l'imperador; et prima si era in qualche paura, dicendo: che succederà di questo Re? a hora tutti jubilava.

A Milano el Duca, ritrovandose a Vegevene, subito inteso la nuova di questa liga, a pena potè compir de lezer la lettera da tanta consolatione, però che in questa era confirmato Duca de Milano etc. Et ordenò fosse fatto gran feste et soni, et mandò a Milano et per tutto el dominio a far el simile. Et el sig. Galeazo de Sanseverino suo zenero era amalato alquanto, quam primum sentì questa, disse al Duca: Signor, io son varito, nè ho più mal, et sempre voglio esser devotissimo fiul et servitor di la Ill.ma Signoria de Venetia. Et subito el Duca scrisse a li soi ambassadori era de opinione non star a indusiar, et voleva andar a tuor Aste, et che dovesse conferir con la Signoria de questo, et dete danari a le soe zente. Quello seguirà intenderete.

A Roma, zonto che fo la nuova di la conclusione di la liga, non fo fatto festa alcuna per hora; ma ben preparavano di far solenne publicatione. Et el Pontifice era in gran benivolentia con l'ambassador nostro, et con quello molto si slargava.

Provisione fatte a Venetia et cosse seguide in varii luogi fin al publicar di la liga.

Da poi fatta tal sanctissima liga, a dì primo April fo Pregadi, et più non se cazava li Papalisti, et fo chiamato per far provisione zerca al Pontifice, el qual havendo richiesto cavalli et fanti, conclusa che fusse sta liga, per sua securtà li fusse mandati, fo decretà de mandar per lettere de cambii a Hieronimo Zorzi orator in Corte ducati 4000 a ciò subito facesse 1000 fanti. Et fo mandato Zuan Filippo de la Banca vicecollateral a Ravenna, perchè ivi fusse a queste cosse con ditto ambassador, et etiam Francesco Grasso capetanio di la cittadella de Verona, el qual a caso andava a Roma a tuor la moglie, fo figlia dil sig. Deiphebo de l'Anguilara. Venuto in Collegio offerendosi, li fu comesso dovesse esser capo et governo de ditti fanti si dovea far a Roma; licet poi fusse provisionati, come dirò più avanti. Scrisseno ancora a Milano che 'l Duca dovesse mandar a far la sua parte a Roma. Etiam fo scritto lettere a diversi Re dil mondo per la Signoria nostra, notificandoli di tal liga, et al secretario era andato al Sig. Turco; nè si sapeva dil zonzer.

A dì 2 ditto la mattina in camera dil Prencipe se reduseno tutti li ambassadori di la liga, eccetto quello de Spagna era amalato; ai qual fonno lette le lettere di Roma habute, et inter eos fo deliberato in questo principio de far ogni provisione, zoè che Maximiano vengi prestissimo in Italia a coronarse a Roma, et scrittoli erano in ordine di darli li 400 homeni d'arme, et cussì etiam Milano. Et a dì 3 do de li soi ambassadori, zoè lo episcopo di Trento et domino Gualtier de Stadia, havendo tolto licentia ritornono in Elemagna, dicendo volevano andar contra el suo Re et farli pressa, et li altri do restò; ma, publicata la liga, etiam loro se partino: et dicevano el Re sarebbe per la Sensa (l'Ascensione) in Roma. Et a questi ambassadori, a tutti diversamente, li fo fatto presenti per la Signoria, di panni d'oro et di seda, per valuta de zerca ducati mille.

In Pregadi fo preso et subito expedito el corrier a Napoli a li oratori, dovesseno advisar el Re de Franza di questa liga; et etiam a Roma a li oratori di la liga, che insieme tutti si dovesse adunar, et andar da l'orator dil Re de Franza, et advisarlo di tal conclusione di la liga. Et ancora fo preso de mandar a Roma 500 cavalli lezieri, zoè questi, videlicet:

Cavalli lizieri mandati verso Roma in aiuto et ubedientia dil Pontefice

Jacomazo da Venetia era a Ravena cavalli 200
Zuan Griego era a la Badia cavalli 100
Zuan da Ravena cavalli 50
El Marchexe de Mantoa mandò cavalli 200
El Sig. de Rimano mandò cavalli 25
Sonzin Benzon da Crema a hora conduto cavalli 50
 
  Somma 625

Et habuto in comandamento ditti capi de dover andar a Roma a ubedientia dil Pontifice, subito se messeno in ordene; et a dì 15 April quelli di Ravena partite, et quelli dil Marchexe di Mantoa, zoè 250, et 22 cariazi passò per Ferrara, cridando: Marco! Marco! et ivi fece la mostra, sì che tutti andono, et fo scritto a Roma come li mandavano questi, et altrettanti manderebbe Milano, che saria in tutto mille cavalli lizieri et 2000 fanti, ma quelli di Milano fo molto tardi; et che la Beatitudine dil Pontifice facesse quello li pareva, movendose el Re de Franza per venir a Roma, o vero star fermo o andasse dove li piaceva, promettendo mai abandonarlo. Ancora scrisseno ai cardinali patricii, zoè Michiel et Grimani, che, partendosi de Roma el Pontifice, pregavano Soe Rev.me Signorie li dovesse far compagnia. Et questo medemo scrisse el duca de Milano a li soi, zoè Ascanio, Sanseverin, Lonà, Alexandrino et altri dovesseno far.

Item fo preso in Pregadi che Antonio Grimani procurator, capetanio zeneral de mar, con l'armada se dovesse redur tutta in uno, sì galie quam nave, et retenir quelli navilii li pareva, et tuor grippi da Corfù, et andar dovesse a le Merlere a presso el Saseno, ch'è loco più vicino a l'incontro di la Puia, et ivi dovesse star preparati fino altro mandato li veniva. Et fo solicitato il mandar di stratioti. Piero Bembo et Nicolò Corner sopracomiti, i quali in questo tempo havia armato benissimo in ordene, andono a trovar el zeneral. Et fo scritto a li oratori de Candia solicitasse de compir de armar le galie erano sta mandate ed armar ivi, ita che volevano haver Venitiani una grossa armada: et di quelli zentilhomeni de Candia ivi fo fatto li soracomiti. Ancora el duca de Milano solicitava de far armar quelle do nave a Zenoa et X galie, le qual mandò a offrir a la Signoria per augumento di la ditta armada; et la Signoria ditta conferite danari per armar ditte nave a Zenoa.

Et per l'ambassador de Spagna era qui a Venetia fo scritto al conte de Trivento, capetanio di le caravelle dil suo Re, le qual za se sapeva al certo erano zonte a Messina zerca 70, et aspettavano el resto fino al numero de 100, che dovesse redurse al più propinquo loco di la Calavria che li fusse possibile, a ciò in ogni tempo e da ogni banda, volendo far movesta el Re de Franza a niuno de collegati, fusse circundato, et da ogni banda havesse a contrastar. Tamen non volevano romperli guerra.

A dì 6 April nel Consejo di Pregadi fonno eletti do ambassadori al Re de Romani: Zaccaria Contarini cavalier, el qual l'anno avanti vi fu con Hieronimo Lion cavalier a dolersi di la morte dil padre Imperatore et alegrarsi di la sua creatione a l'imperio; l'altro fo Benedetto Trevixan cavalier. Et è da saper che 'l Contarini era eletto, come scrissi, orator a Napoli, ma, ita volente fato, la legation de Napoli fo mutata in Elemagna. Et questi partino a dì 4 Mazo, et andono a trovar el Re a Vormes, et stette con grandissima spesa di ducati 500 al mese, senza operar alcuna cosa, perchè esso Re si pensò di altro cha di venir in Italia, et attendeva a la dieta. Et ancora al Re et Raina de Spagna fonno eletti oratori: Zorzi Contarini cavalier conte dil Zaffo et Francesco Capello cavalier. Ma el Contarini, fatto altra deliberatione de andar in Cypro a goder le soe intrade, rinuntiò tal legatione, et fo fatto in loco suo Marin Zorzi dottor, et questi si partino a dì 7 Mazo, et andati a Milano insieme con D. Guido Antonio Riziboldo arciepiscopo de Milano, ha de intrada ducati 7 milia, et Joanne Baptista de Sfondradi dottor, i quali per el duca fonno eletti andar insieme con questi nostri in Spagna, andono a Zenoa, et poi per mar, montati su una nave, capitono in Barzelona et andò dal Re et Raina, come tutto diffusamente sarà scritto. Et etiam ditto Duca de Milan scrisse a li soi do, erano dal Re di Romani, non si dovesseno partir, ma che ivi aspettasseno li ambassadori di la Signoria nostra, et cussì feceno. A Napoli per lettere di ambassadori in zifra se intese come el Re havia terminato di far le feste di Pasqua in Napoli, et poi venir verso Roma per ritornar in Franza. Havia ordinato di far gran feste et zostre queste feste; pur erano in gran consultatione di sta liga, et fevano consigli et colloqui, dicendo se la seguisse quid fiendum. Benchè non credevano mai el Papa vi dovesse esser, et che dovevano partir li ambassadori eletti, uno qui l'altro a Milano, a dì 30 Marzo; che Napolitani erano mal contenti; che Franzesi fevano poca reputatione di loro oratori nostri; et che el Re havia habuto lettere de Franza da la Raina, che dovesse repatriar, et non star più a Napoli. Et poi per lettere de primo April accadette che Napolitani erano stati in arme tre zorni continui, zoè a dì 29, 30 et 31 Marzo, et etiam la notte tutti stavano armati in le loro caxe, adunati insieme li Napolitani in li soi sezi. Questo perchè non potevano tollerar le insolentie de Franzesi. Unde el Re molto di questo temete, nè ussiva di castello, et fece uno comandamento a le soe zente erano sparpagnate nel Reame, dovesseno redursi in Napoli, et fece in tre volte: prima li capi venisse a veder le feste voleva far; poi sotto man a questi ordinò facesse redur la zente, dicendo voleva haver consiglio da quelli principali; et revocò quelli 300 cavalli erano avviati verso Roma. Colonnesi erano mal contenti per el contado a loro concesso per el Re, et poi lo have suspeso, et messo a definir de iure al suo conseio. Et è da saper che fo tratado acordo con questo sig. Prospero et Fabricio Colonna di acordarli al soldo di la liga, ma mai volseno romper la fede data al Re. Item che el Re don Ferandino era con le 14 galie lì a presso Napoli in mar come corsaro, licet havesse Peruca corsaro etiam con lui, nè lassava intrar alcun navilio in Napoli; et in questi zorni prese una galiota veniva di Provenza a Napoli carga di farine et carne salata et altre vittuarie, la qual li fo molto a proposito perchè dete una paga a la zurma, et el resto portò a Yschia. Demum se intendeva voleva condor la Raina a Mazara, dove se ritrovava Alphonso suo padre, et eravi le cinque galie menò con lui sì che haveva 19 galie. Tamen el Re de Franza feva gran pressa di far lavorar armada a Napoli, et divulgava voleva haver vinti galie. El sig. Virginio Orsini et Conte di Petigliano andavano per Napoli, ma non però che ancora fusseno expediti di esser presoni vel non, et de iure non erano, pur a ciò non venissero da le bande de qua, li teneva cussì a la longa.

Ancora essendo li syneci et oratori di Otranto venuti a Napoli per formar li capitoli con el Re, et volersi render; et, quelli formati, ritornono per far levar le insegne de Franza con li messi di esso Re. Ma don Cesare de Aragona, fiul de Alphonso natural, con Camillo Pandon vicerè di la Puia, sotto specie di volersi render introno in la rocca, et con li soi amazono li custodi et levò le bandiere di re Ferando, et stete forti alcuni zorni: pur a la fine fonno licentiati dil popolo, et andono a Brandizo, don Cesare et Camillo Pandon, come dirò di sotto. Et mons. di la Spara, vicerè per el Re de Frenza, ivi andò con 200 cavalli, et, habuto el dominio, ritornò.

Et essendo division a Brandizo tra quelli cittadini, però che alcuni se voleva render, altri tenersi per caxa di Aragona, unde fo divulgato 20 albanesi, 20 schiavoni et 20 greghi dominava quella terra. Et questi introno in la fortezza, volendo al tutto man tenir le bandiere aragonese, et feceno drezar una forca dicendo, che se niun parlasse di rendersi a Franzesi subito da loro sarebeno impicati; per la qual cosa niuno ossava dir nulla. Fin questo zorno, che fo fatta la liga, per el re Ferando si teniva solum questi luogi in Puia et Calavria, zoè Galipoli, Otranto, Brandizo, Cotron, Turpia et la Mantea, Yschia et Lipari. Aduncha questo Re de Franza havia ottenuto prima in Campagna de Roma, Terra di lavoro, Conti de Malfi, Calabria alta, Calabria soprana, Calabria bassa, Vasilicata, Terra d'Otranto, Terra de Bari, la Puia, Monte Gargano, Capitanata et l'Abruzo tutte le terre et castelli che dominava aragonesi, li qual a nominarli sarebbe tedioso.

A Roma a dì 2 April venendo alcuni Sguizari da Napoli per numero 200, et essendo stati a tuor el perdon a San Piero, volendo partirsi, alcuni rimase da driedo, et se scontrò con alcuni de la guarda dil Pontifice, spagnioli, i quali havevano uno can di cazza assà bello, et quelli sguizari gel volse tuor, et loro difendendosi fonno a le man et alcuni fo morti. Demum la guarda ditta, tutta se messe in ordene, et andoli driedo. Li qual Sguizari ussivano za de Roma, et fonno a le man. Fo morti zerca X Sguizari, tra i qual uno che combattè più di meza hora, ut dicitur, con X lui solo; tandem sopravenendo Spagnoli fo morto, che per la sua gaiardia fo un pecato. Sopravene el capetanio di la guarda, et fo cessato de combatter, et ritornono ditti Sguizari con la fede in Roma. Questi erano nudi, senza calze, tamen tutti havevano assà danari, et poi ritornono in li loro paesi. Et ancora per avanti ne passò per Roma alcuni altri partiti dal Roy. Poi a dì 5 ditto fo morto el capetanio de li officiali, chiamato barisello, el qual fo assaltato da Colonnesi et Savelli, et da poi disnar a hore 20 si arma el capetanio di la guarda dil Papa con zerca 300 per andar a trovar queloro l'havevano morto; et tamen non li bastò l'animo de intrar in una caxa, ne la qual erano reduti zerca 500 in uno, de detti partesani et seguazi di Colonnesi, conscii a far questo delicto.

Et a dì 7 ditto zonse a Roma li oratori senesi andavano a Napoli. La cagione di la sua imbassada ho scritto di sopra.

Et havendo li oratori di la liga ordene de notificar a Roma a l'orator franzese la conclusione di la liga, deliberarono di redurse tutti in capella dil Papa, dove nel ussir si veneno a scontrarsi con ditto oratore; et eravi domino Garcilasso de la Vega oratore di Spagna, Hieronimo Zorzi nostro, et Stefano Taverna de Milano: non vi era de Maximiano a quel tempo in Roma. Et l'orator yspano fece le parole, et l'ambassador franzese mostrò molto dolersi, et qui fo ditte tra loro assà cosse, et cussì uno di l'altro si separò; et consultato col Pontifice, terminono non darli investisone alcuna. Ben el Pontifice advisò la Signoria dovesse far ogni provisione, et cussì Milano, che lui non havia danari da far zente et sarebbe el primo battuto. Era di opinione de condur el duca de Urbino a soldo di la liga con cavalli 800, et questo per cessar le novità di le parte di foraussiti de Perosa, come scrissi di sopra esser acaduto nuovamente; et, conducendolo, smorzeria tutte quelle novità.

Item che suo fiul Duca de Gandia, el qual era in Ispagna, havesse cognitione di la liga, et vegnerebbe in queste parte. Ancora concesse uno perdon plenario in la chiesia de San Marco el zorno si dovea publicar la liga. Et la copia di la bolla sarà qui posta a ciò el tutto chiaramente se intenda.

Indulgentia concessa in ecclesia sancti Marci Venetiis in die publicationis foederis[127].

Venne a Venetia in questo zorno 13 April do cittadini di l'Aquila, uno chiamato Jacobo de Beccatoribus, et l'altro suo nepote Hieronimus de Beccatoribus, i quali, come fo divulgato, veneno per nome de Aquilani promettendo, se la Signoria li volevano, li basterebbe l'animo de far levar San Marco a l'Aquila; et andono in Collegio davanti li oratori di la liga, erano vestiti di veludo biavo, con zerca 8 driedo. Et Venitiani pur li detteno bone parole, facendoli restar in questa terra; et spesso andava a la audientia; ma poi, visto che non fevano nulla, essendo stati alcuni mexi qui, ritornono a l'Aquila non molto contenti.

Ancora è da saper che a Venetia era do oratori di la Comunità di Ragusi, zoè Zuan de Mence et Francesco de Sorgo, andavano vestiti a la Venetiana con barbe, et steteno zerca mexi 10, et volevano racomandarsi a San Marco, licet fusseno tributarii, attamen nostri li lassiasse lo adito potesse li soi navilii navegar nel colfo: questo perchè detteno vittuarie et favore a l'armada di re Ferando veniva contra la Signoria per favorizar suo zenero Duca de Ferara. Et poi che steteno questi mexi X in questa terra, a dì 3 Mazo si partino, et ritornono a Ragusi non havendo operato nulla.

Et ancora venne in questo tempo do ambassadori de Cypro, zoè Piero Guri kav.r et Joachim Flato, et dimandono la Signoria volesse per beneficio di quella ixola mandar la secreta era a Nicosia, et redurla a Famagosta; et, ditte molte ragioni, tamen fo decreto nel Mazor Consejo, dove mi ritrovai a ballotar ditta parte, che la segreta stesse de cætero a Famagosta, et cussì, havendo ottenuto, ritornono.

A Napoli, zonta che fo la nova a li nostri ambassadori dil concluder di la liga, et che dovesseno advisar di questo la Majestà dil Re, et essendo andati a dì 5 April la mattina in castello dal Re, per veder quello comandava zerca a l'orator suo mons. de Miolano designato a Venetia; el qual Re rispose: vi faremo ben a saper la deliberation nostra. Or, venuti fuora di camera, come fonno in sala, inteseno esser zonto lettere da Venetia, et terminono, senza andar et tornar, di mandarle a tuor, che fortasse sarebbe cosa che bisogneria parlar col Re, come fo. Et venute le lettere, quelle lette, deliberano, perchè el Re voleva disnar, di aspettar ivi in sala fino Soa Majestà havesse disnato, poi haver audientia, et cussì fece. Et poi mandono a dir a Soa Majestà havevano da parlarli secrete di cose importante. Unde, chiamati dentro in una sala, dove era el cardinal S. Piero in Vincula et mons. di Beucher soli, et tiratosi el Re da parte, Domenego Trivixan ambassador, per haver la lengua, li expose et notificò di questa liga, la qual era fatta per conservation di Stadi, per defender et varentar la Chiesia Romana et le raxon de l'Imperio, et non per offender Soa Majestà. Unde molto el Re se dolse, non possendo quasi tolerar, dicendo: la Signoria mi ha fatto una gran onta, nol criti (credetti) mai per la lianza etc. Et pur digando li oratori, questo era fatto per conservation di Stadi, perchè intendevano el Turco faceva grande armata, et el Re disse: Come? non ho io Stado in Italia? et li ho mandà a dir a la Signoria che, si vuol far liga con niuno, mel faci a saper, e a hora che tutti li pazi di questa terra el sa, me lo vegnè a dir! L'è sta grand'onta, et io ho sempre conferito con vuj ogni cosa, ma da qui avanti non ve dirò alcuna cosa, come non lo fa la Signoria, che la non puol navegar al viazo de Fiandra se mi non voglio. Ha fatto liga, sì, perchè il Turco fa armada! I hanno gran paura de Turchi! Vorria che i venisse di qua! Et li oratori rispose: Vostra Christianissima Majestà non ha provado guerra con Turchi, come nui 17 anni di longo. Et cussì dolendosi el Re se tirò a una fenestra, dove era li do nominati di sopra, et diceva: per ma foi, è sta fato grande onta! Et intendendo etiam mons. di Beucher la cosa, benchè ancora non fusse zonto el corier de mons. di Arzenton, ancora lui si alterò di parole, dicendo: La Signoria ha fatto molto mal contra el Roy. Et el cardinal San Piero in Vincula zercava de bonazar el Re, dicendo: Christianissima Majestà, non sarà altro; hanno fatto per ben; et similia verba. Unde, conclusive, dimostrò esser molto amigo de Venitiani. Et el Re disse: Con el Re de Spagna li ho dato Perpignan et Elna, et Maximiano con una lettera el farò star indrio. El Papa et Ludovico dicendo gran mal, et menazando molto ditto duca de Milano. Et che lui era sta pregato dal Re di Ongaria, Portogallo et Ingilterra et Scocia et da altri Re di far liga, et mai non havia voluto far. Or poi, disse, domini oratores, è parso a la Signoria de far questa liga senza darne alcun avviso, cussì nui faremo quello ne parerà senza farli a saper nulla. Et li oratori vedendo el Re assà sdegnato tolseno licentia, et el Re apuzato a la fenestra a pena se voltò a darli licenza. Et ritornò a caxa, et subito scrisse a la Signoria dimandando licentia de ripatriar, perchè erano mal visti et poco ussivano di caxa.

A Milano el Duca intendendo veniva zente in Aste per venir di qua, et a ciò fusse serati quelli passi, terminò di mandar le soe zente a tuor Aste dil Duca di Orliens, dove diceva haver certo tratado dentro. La qual terra di Aste è a li confini de monti, et mia 7 lontano di Alexandria di la Paia. Et cussì a dì 6 April dette carta bianca sottoscritta di sua mano et el stendardo et baston al sig. Galeazo di Sanseverino suo zenero; et quello fece suo capitano; el qual, insieme con suo fratello Antonio Maria, conte Joanne Boromeo, sig. Nicolò de Corezo, sig. Galeoto di la Mirandola, conte Christofano Torelli, conte Ugo di Sanseverino, alcuni signori da Carpi et Galeazo Visconti comissario con altri conduttieri et Filippo dal Fiesco capetanio di la fanteria, in tutto zerca cavalli 3000 et fanti 4000, andar dovesse con el campo verso Aste; et se in questo mezo non poteva haverla, esso Duca medemo, passato el zorno de Pasqua, verebbe in persona. Et ordinò zernede et guastadori, facendo fanti, et deva danari a li condottieri, et cussì augumentava el campo, et dette paga, come fo ditto, a homeni d'arme 450. Quello succederà scriverò di sotto.