Exemplum brevis sanctissimi Domini nostri ad Ducem et Senatum Venetorum[142].
Ancora el Pontifice, havendo per avanti scripto al re di Franza, lamentandose del suo capetanio de Hostia, che deva noia a' romani et a le vittuarie li veniva, unde el Re fece risposta. Etiam scrisse a ditto capetanio, le qual do lettere sono queste sotto scritte.
Sanctissimo D. N. Papae.
Sanctissime pater.
Noi havemo receputo el breve de Vostra Sanctità, facendo mentione di missier Monaldo di Guerra che sta in quella parte di là, che non lassa passar per lo Tevere le vittuarie che sogliono andar a Roma. Sanctissime Pater, noi l'havemo sempre cognosciuto per homo da ben, nè mai in lui fo trovato cossa che fusse di reprensione. Noi li scrivemo quello che voi ne havete ditto, e faccio quello che in vostre lettere si contiene senza fallo; le qual mandemo a Vostra Santità, et semo certi che lui non darà alcun impedimento, imo vorrà far tutti li apiaceri et servitii a Vostra Santità et a li habitanti in Roma, a li qualli nui siamo molto tenuti, perchè loro ci hanno molto ben trattati et tutta nostra compagnia, et ultimamente, quando passassemo per Roma; et cussì nui intendemo de loro; et piacia a la Santità Vostra cussì mandarli et notificharli. Sanctissime Pater, nui havemo inteso che vi sono state referite molte novelle de nostra venuta da po' di Roma fino qui, et specialmente quando noi siamo passati, et dove habiamo trovato tutta la potentia de' venetiani et la mazor parte de quella de Millan et altri de Italia et de altri loci; al qual loco piaque a Dio a noi donar victoria contra quelli che vollevano impedir nostro pasazo; et restò de loro quasi 4000 homeni d'arme, et de li più da bene et capi di squadra et conduttieri et de loro altra zente, fino al numero di homeni 3500 in 4000; et de li nostri, in fra boni et mali, non restò 60: il tutto fo in difensione de nostra persona. El Nostro Signor sempre ha condutto nostre facende; et si a lui piacerà le condurà fino a la fine. El qual sa bene nostra intentione quella era de andar contra turchi, per augumentation et exaltation di la fede et de la Sancta Ecclesia, se non fusse stato la machination et malli spiriti che hanno desturbato fino a questi zorni, attendendo a li malvasi prepositi.... Noi siamo stati mal contenti de la effusion dil sangue; niente di meno ci è stato ditto che hanno fatto li fochi de allegrezza in Roma, credendo che eravamo morti o ver menati presone a Milano, o ver a Venetia; unde nui havemo voluto notifichar a la Sanctità Vostra, che quelli che hanno fatto a questa intentione, doveano esser più mal contenti che alliegri. Perchè havemo inteso che Vostra Santità et alcuni de li signori Cardinali havete mandato soccorso de danari e de zente al re Ferdinando contra nostra zente che havemo lassato a Napoli, quello che non potevemo creder de Vostra Sanctità, che per rason non lo pò ne lo deve far; e più conveniente cossa è de quella mostrarse neutralle, che parte fermata, et cussì facendo fa l'officio de bono judice, perchè contra Vostra Sanctità non possamo haver fatto nè pensamo far cossa, per la qual quella da noi non se debba contentar, et speremo de bene in meglio continue, per l'honor de Dio et de sua Ecclesia et Vostra Santità, in quello saperemo et poremo per resone. Sanctissime Pater, noi siamo restati qui per resister al mal voler de' nostri inimici, et per mostrarli con effetto che non sono per venir a loro mala intention; perchè, considerato le turbation et impedimenti che loro ci hanno messo nel nostro Reame de Napoli, non semo deliberato di andar al nostro Reame de Franza,... che habiamo proveduto et assicurato nostro ditto Reame de Napoli, et che se dovessemo nui medesimo andar in persona; unde noi speremo, avanti sia la fin de questo mese, esser cussì forti, che quelli sopra ditti in loro potentie non saperano guardar quello che noi siamo deliberati di far, avanti che noi habiamo recuperato quello che hanno pigliato sopra noi da poi nostra partita, et mostrar a quelli che ne sono stati casone, che noi non semo de sofrir et comportarlo; et despiacentia a noi con tutto el nostro core saria, si in questa facienda intervenisse effusione di sangue, che meglio saria et volleria che le forze nostre et arme, che fusseno uno contra l'altro, fusseno drizzate contra li turchi et infedelli, per ben de la Ecclesia et exaltation di quella. Sanctissime Pater, qualche cossa che a noi ci è stata ditta, et che si potrà dire de Vostra Santità, che quella sia totalmente contra di noi, non lo potemo creder, vedendo le bone parole et tractamenti che voi ne dicesti et facesti in Roma; de nostra parte non remetemo, come Vostra Santità sa, da far verso de quella, modo debito, con mancho male che sapemo et potemo; et tutto el zorno, non obstante qualche cossa che si dice et che si potrà dire ne potesse intervenire, Vostra Santità ce troverà humilissimo et obedientissimo figliolo et christianissimo di la Ecclesia et de Vostra Santità, presto a metter el corpo et li beni per bene et honor de la Ecclesia et de la fede et de la christianità; et quando se potrà trovar le cosse disposte, che Vostra Santità, Principi de' christiani et altri voranno attender a la augumentation de la ditta christianità, ce troverà sempre aparechiato et il primo, per mostrar exempio ad altri, cussì come più volte per nostri oratori et per lettere habiamo explicato et richiesto instantissimamente a ditta Vostra Santità, perseverando et continuando come da principio. Insuper, sanctissime Pater, nui havemo inteso che havete, da pocho tempo in qua, revocato li privilegii dil nostro carissimo et fedel amico cardinale de Santo Pietro ad Vincula, per darli occupatione et turbulentie ne li soi beneficii; et lui è continuamente a presso de nui et ne fa de grandi servicii, come voi sapete. Per la qual cossa nui vi preghiamo carissimamente, che lo vogliate tractare benignamente, per nostro favor, et revocarlo in li soi benefitii et privilegii, et liberar in modo che non sia più impedito in li sui preditti beneficii, cussì come voi et lo Santo Collegio havite promesso, et come voristi nui facessemo per li vostri. Sanctissime Pater, nui preghiamo lo benedetto Figliolo di Dio, che longamente conserva Vostra Santa Ecclesia. Sanctissime Pater, per obviar a la longa vacatione de la Ecclesia de Cosenza, noi ordinamo, uno pezo fa, al cardinal de Sancto Dyonisio, quando il mandamo a Vostra Santità, et simelmente al nostro procurator, lo archidiacono de Chalons, et da poi per maistro Simon Assardi, nostro secretario, de suplicharve che vi piacesse deputar nostro confessor, administrator di la ditta ecclesia de Cosenza; quel che anche non è stato fatto niente, secondo che havemo inteso; et oltra che nostro ditto secretario, facendo questa sollicitudine, è stato amazato, et non sapemo in che modo, cussì supplichemo Vostra Santità che in quella volta li piaccia di voler cussì far, senza metter più questa materia in longo o dissimulatione, che havemo tanto al cor.
Data a Quier, die 21 Augusti 1495.
Vostro fiolo lo Roy de Francia, de Sicilia, de Hierusalem,
Carles.
Capetanio, io ho receputo uno breve di la Santità di N. S., come si lamentava et dolle, che non vollete soferir nè permetter che le vittualie et altre cose necessarie per Tevere venghino a Roma nè discendano di quella città. Io li faccio risposta, che vi ho sempre trovato sì bono et savio, che mai non havesti nissuna reprensione, nè spierò che haverete; et che vi scrivo per questa causa. Io vi prego che, continuando sempre vostri boni costumi, che tutti li servicii et piaceri che voi potete fare al ditto nostro Santo Pare, lo facciate, et simelmente a li signori Romani, a li qual voria far piacere con tutto lo mio potere, perchè voi sapete che me hanno ben tratato. El piacere che voi li farete, el tenerò fatto a me medesmo. Simelmente ho recevuto una lettera, per la qual me fate saper de le nove del mio Regno de Napoli, donde vi rengratio; fateli a loro sapere de le mie simelmente. Scrivetemi a presso, et tutti li piaceri et favori che a lor potete fare, fatilo. Io ho concordato con la Signoria de Fiorenza, li qualli vi daranno 1000 duchati a 12 carlini per ducato, et mi ha promesso Neri Caponi che ve li farà deliberar; et simelmente ho concordato con la ditta Signoria, che deve pagar per me a Fabricio Colonna, lo prefetto Viteleschi, Antonio Sabello, al qualle ho cresciuto fino 100 lanze, et a Troylo Sabello li ho ordinato 50, saranno pagati per la ditta Signoria de Fiorenza fino al primo dì de Zenaro proximo; et molti altri ballestrieri franzosi, che io mando, fatelo sapere a quelli sopraditti. Se afferma di le molte parole non vere, donde molti sono consternati; et, intra le altre cosse, da la giornata a Fornovo, ne la qualle hanno seminato che io stava morto, et era presone a Milano et a Venetia, et le mie zente simelmente. Niente di mancho, con lo aiuto de Dio, contra tutte le potentie de' Venetiani, la più parte de quel de Milano, et de molti altri de Italia et de altri luogi, restò de quelli detti mei nemici ben 4000 homeni d'arme, la più zente da ben, ne li qual erano 15 o ver 16 grandi personagi, cussì conti come capi di squadra, et di loro altre zente fino a 3500 in 4000; de li miei non restò, intra boni et malli, morti et presonieri presso a 60, donde il Bastardo di Mattheo è in presone; di che vi ha volluto bene advisar di la verità. Et per questo io arivai in Aste, et seppi che li miei nemici haveano pigliato alcuna piaza del mio Reame de Napoli, mi son deliberato non ritornar nel mio Reame de Franza, che non habbia donato ordine al recuperamento de quello ch'è stato pigliato nel mio ditto regno di Napoli; et per tutto questo presente mese ho speranza che la mia forza et potentia sarà sì bona, che non sarà solamente a ressister a li miei nemici, ma andar in persona o mandar fino al mio ditto Reame de Napoli, et recuperar quello che ha usurpato sopra me, et monstrar a quelli.... che hanno fatto mal. Io ho concluso simelmente a la liga con.... de' sguizari, del quale la bona memoria Re mio padre, che Dio absolva... con loro; et me mandano X milia combattenti che saranno qui nanti la fine de questo mexe, senza quelli che io ho. El mio fratello d'Orliens sta in Novara, ben acompagnato, et è stato dato victuaglie 4 volte da poi 8 dì, non obstante tutta la potentia de li ditti miei nemici; et da poi do dì sono venuti a dar uno asalto a uno de li borgi de la ditta Novara, nel qual restò 200 lanze, che vagliono 300 altri italiani, 1000 feriti, et incontinente s'andorno con lor cosse svergognati, hanno brusato et brusano ogni dì le picole ville et picoli castelli et villazi che sono intra ditta Novara et lo fiume Ticino, et hanno fatto cridar che tutto el populo con lor beni se retireno da quel fiume andando versso Milano. È segno che si vogliono andar senza voler expectar la mia venuta. Se non mi vogliono aspectar, sarà bisogno che io vada o manda driedo a loro, perchè questo è lo camino per andar nel ditto reame di Napoli. Io ho concordato con li fiorentini, et sono amici de' miei amici et nemici de' miei nemici; et per questo favorizateli in quello che poterete, expectando nostra ditta potentia. Mandamo avanti per terra, in nostro ditto Reame di Napoli, 600 homeni d'arme et 3000 ballestrieri; vui ne serete advertito, si presto passerano per vostri confini; per altro loco io mando altri soccorsi; et mi son deliberato, quel che mi costa, che io vederò la fine nanti ch'io vadi nel Reame de Franza. Mandate de mie nove ad Gaeta, ad Napoli, a la Calabria, a li sigg. d'Obegnì, a l'Aquila, al bailo de Vitrì, al prefetto, al sig. Fabricio Colonna, a li Sabelli et altri miei servitori, che per cossa dil mondo non li abandonerò, et che stiano securi che saranno soccorssi, sopra il mio honore, et ben presto, et più presto dal canto di Franza; et quelli che mi aranno ben servito, li recognoscerò per tal modo, che sarà exemplo a li altri. Capetanio, mai non dismentigarò li boni servigii che mi harete fatto, et spero che mi farete; et spero vi farò saper de le mie novelle; fatime saper di le vostre, et di quelle del ditto mio Reame di Napoli.
Scritto a Quier, a dì XXI Augusto.
Charles
Dubois.
A tergo: Al nostro amato et leale Monaldo di Guerra, cavalier demorante in Hostia.
Et vedendo el Pontifice, come per altre vie etiam intese, che Fiorentini erano acordati et confederati con esso Re de Franza, et fo divulgato li promettevano di dar ducati 70 millia al Re, et il Re li rendeva Pietra Santa, Serzana et Serzanello; i qual danari promettevano di mandar in Reame a pagar le zente contra re Ferando, etiam loro esserli contra; la qual nuova a Venetia zonse a dì 20 Avosto. Or el Pontifice, non vedendo altro remedio a far che Fiorentini non concludesse ditto accordo, et havendolo concluso non lo observasse, li mandò a Fiorenza uno breve, quasi excomunicatorio, si davano favor al Re de Franza. Però el qual, a ciò el tutto si veda, è qui posto.
Alexander Papa Sextus, Florentinis etc.
Dilecti filii salutem et apostolicam benedictionem.
Praevidentes quam variae calamitates infinitaque secutura essent mala ex adventu carissimi in Christo filii nostri Caroli Francorum regis christianissimi cum copiis in Italiam, pro nostro pastoralis officii debito tantis futuris aerumnis occurrere cupientes, sepe majestatem suam, nunciis ac litteris nostris omni paterno officio et charitate refertis, ut ab hujusmodi in Italiam adventu abstinere pacemque christiano populo dare vellet monuimus, et per viscera pietatis Redemptoris nostri fuimus adhortati. Verumtamen haec nostra imo apostolica salubriaque monita serenitas sua aure surda obaudiens, totam usque ad nostrum Siciliae regnum citra Farum, spirituale beati Petri patrimonium, cum exercitu Italiam penetravit. Ob cujus adventum, quantum subversionis atque destructionis tota Italia in eius libertate, hominum caede fortunarumque direptione passa fuerit, quantumve vos in vestrae Reipublicae oppressione sustuleritis, non modo intellexistis, sed etiam in vestris interioribus estis experti, ita ut existimavissemus vos, sicuti non minus iniuriae atque jacturae quam caeteri a Gallis perpessi estis, ita non minori quidem animo atque fortitudine quam alii adversus ipsos Gallos libertatem tranquillitatemque Italiae infestantes et status Reipublicae vestrae mutilatores insurgere et cum reliquis Italiae potentatibus, ut par est, convenire debere, sicut naturali quodam instinctu singula corporis membra invicem atque ipsius defensione corporis famulantur. Postquam ea, quae de ipsius Regis adventu, mala Italiae praesagiveramus, successere, et Majestatem suam in finibus Italiae cum copiis consistere, nec in regnum Franciae, prout praedicaverat, progredi velle, sed faciem versus Italiam cum armis iterum vertisse percepimus, ex praeteritorum manifesta ratione turbationem libertatis Italiae excidiumque verentes, perhorrescentesque christianorum caedes et sanguinis effusionem, ex parte omnipotentis Dei ipsiusque ac beatorum apostolorum Petri et Pauli ac nostra auctoritate, sub excommunicationis latae sententiae poena, Majestati Suae omnibusque suis adhaerentibus, seu auxilium vel favorem...., per nostras litteras sub plumbo.... proximis superioribus diebus, de venerabilium fratrum nostrorum Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalium consilio, mandavimus ut ab omni offensione atque invasione contra Italiae potentatus aliosque christianos infra novem dies a die litterarum earumdem intimationis penitus abstineret, alioquin infra alios viginti, post ipsos novem, dies, propter dictam causam, et ob Regni nostri Neapolitani occupationem in dictam excommunicationis aliarumque censurarum poenam incurrisse. Quibus censuris sicut quoscumque alios, ita vos, contraveniendo et ipsum regem juvando, procul dubio comprehendi manifestum est; et licet a plerisque, inter vos praefatumque Francorum regem foedus conventionemque tractari adversus Italiae potentatus et praefatum nostrum Siciliae regnum nobis relatum fuisset, nil tamen tamquam perhorrendum damnandumque facinus de vobis nedum credere sed ne suspicari quidem potuimus; utpote cum in perniciem Italiae libertatis christianaeque religionis vergeret et jacula ad vos ipsos feriendum interimendumque fabricaretis, censuras ipsas damnabiliter incurrendo. Sed cum multis variisque testimoniis didicerimus, vos praefato regi adhaesisse, vel potius subjecisse quaedam capitula inter vos et ipsum conventa ad disturbandam subvertendamque Italiam et dictum nostrum regnum perspeximus, certe non solum valde admirati fuimus, verum etiam errorem ac coecitatem vestram graviter improbare atque clamare compulsi sumus, quippe cum Galli nil aliud cogitent, ad nil aliud intentius inhient, quam ad occupationem subversionemque Italiae libertatis. Vos profecto obliti esse videmini eorum, quae a Gallis tum venientibus tum redeuntibus, gravi jactura atque scissura status vestri, perpassi estis; de quo plurimum, ob paternum affectum nostrum erga rempublicam vestram dolemus. Certe, sicut coeteris in rebus sapientia vestra ubique digna laude persistit, ita hoc casu apud omnes cum praefato rege conventio et adhaesio contra servitium omnipotentis Dei eiusque sanctam catholicam religionem et fidem, ad subversionem quoque exterminiumque Italiae, unionis et pacis ac publici et universalis boni, ob turcarum in christianos invasionis periculum, evidenter apparet, et tandem status vestrae Reipublicae subversionem est paritura. Hortamur vos, et per viscera benignitatis Salvatoris nostri Jesu Christi rogamus, quod ad iter rectum reverti et cum toto tam excellentis Italiae provinciae corpore conformare atque convenire velitis; quamcumque conjunctionem aut adhaesionem cum Rege Francorum per vos forsitan factam, utpote perniciosam et contra jus fasque atque justitiam penitus retractetis. Et ne nostri pastoralis officio debito deficiamus, quamvis si quid favoris vel auxilii genus praefato Regi contra christianos et potentatus Italiae praestiteritis censuras ecclesiasticas in eum, ut praemittitur, per nos promulgatas vos incurrisse non dubium existat, tamen, ut vobiscum etiam eodem paterno ac pastorali officio praecipue specialiterque utamur, vobis omnibus et singulis, sub excommunicationis ac ecclesiastici interdicti in toto dominio vestro latae sententiae poenis, quas eo ipso, si non obediretis, incurratis, et dictum dominium vestrum ecclesiastico suppositum sit interdicto, monemus, et mandamus quatenus contra christianos et praesertim aliquos Italiae potentatus et dictum nostrum regnum ab omni offensione et invasione abstineatis, nullumque prorsus auxilium vel favorem praefato Regi contra christianos, dictum Regnum, et potentatus praedictos vel eorum status directe vel indirecte exhibeatis. Alioquin si, quod absit, contra facere vel venire praesumpseritis, veniemus contra vos ad executionem ac publicationem. Omnia si graviter atque sapienter considerabitis, et vobiscum mente libera reputabitis, quam acerrime omnes potentatus Italiae adversus vos provocaretis, vires suas in vestris visceribus undique..., expectare profecto non dubitamus, juxta hujusmodi nostra paterna monita et mandata, non patiemini hanc perpetuam infamiam, ut soli vos inter omnes ad desolationem ruinamque Italiae et vestram intendatis, ubi, cum caeteris conveniendo, et vestra et Italiae salus faciles servari poterit.
Datum Romae, sub annulo piscatoris, die octavo Septembris 1495.
Floridus
Et questo breve etiam per Zorzi Summa Ripa patricio veronese, nominato di sopra, fu posto et vulgarizato in terza rima et butado a stampa, et ancora ad 9 fiorentini per il re Ferando una lettera, la qual qui avanti è posta.
Rex Siciliae etc.
Magnifici et excelsi Domini carissimi.
Nec immemores nunc sumus, nec futuro unquam tempore erimus, amicitiae quam Ferdinandus avus atque Alphonsus pater, praestantissimi reges, cum florentina Republica per multos annos summa cum constantia fideque tenuerunt; neque item plurimorum ac maximorum beneficiorum, quae ultro citroque in maximis etiam discriminibus collata sunt. Quia ea mens nostra est, id institutum atque propositum, ut veterem ipsam tamque confirmatam amicitiam cum populo vestro, vobiscum etiam renovemus, renovatamque cumulemus officiis, commodis, honestamentisque omnis generis; cum illud omnino persuasum habeamus, nostris his studiis a vobis vestraque republica sic responsum iri, ut nec vinci a nobis velitis quemadmodum a vobis ipsi nec vincamini omni arte, rationeque...; quod quidem, pro tam honesto proposito rectoque desiderio Deum ipsum non modo praestiturum, verum etiam (quae sua benignitas est) curaturum speramus. Ne quid autem forte accidat, quod aut omnino prohibere aut modo aliquo impedire institutum hoc nostrum valeat, decrevimus vestris cum Dominationibus et per litteras et per oratores ingenue ubique agere ac etiam loqui; quandoque aliquid a ratione magis alienum accidit minusque creditur... hoc... illud aperire atque etiam eloqui, quodque in malis corporis humoribus usuvenit, tamquam virus evomere, ne aliqua ex parte noxium esse queat. Ac praesertim id quod nuper prolatum ad nos est multorum tum litteris tum sermone, rempublicam vestram, tot annis tam magnis in periculis avi ac patris nostri sociam, nulla interim a nobis causa data, nec minima quidem, aut offensa..., cum Carolo Gallorum rege hoste nostro consensisse, ut de mittendis etiam adversus nos auxiliis suppetiisque ferendis, scripto cautum sit, firmatisque foederibus pactum fuerit. Tulit florentina Respublica, tulere quoque ejusdem administratores prudentiae laudem eximiam majorum nostrorum temporibus; ac nostris eadem commendata mirum in modum semper fuit, quod amicitiae esset fideique quam observantissima; atque in ferenda gratia non solum grata esset, verum etiam contenderet, ut in illa referenda maior.... appareret. Dignum profecto tam vetustae Reipublicae atque Hetrusci senatus institutum atque officium! Quocirca, animi atque consilii nostri cum simus recte conscii, divulgationem hanc vanam potius fictamque existimavimus, quam aut illi fidem aliquam adhibendam judicaremus; aut nulla utique ratione a nobis lacessitam, nullis injuriis provocatam aut suspicionibus excitatam, in tanto Italiae universae discrimine, a se ipsa, maiorumque suorum tam probato... discessisse illam nobis persuaderemus. Absit crudelitas haec tam stulta ne dicam nefariam! Quando si ullus umquam populus communis publicaeque libertatis assertor fuit, Senatus Populusque florentinus primas in hoc genere laudis partes tulit. Attamen, si mens nostra ejusmodi... ut de populo florentino non aliter quam de amicissimo nobis ipsi persuadeamus, decrevimus tamen ingenue, ut dictum est, cum eo agere, nec, quod aliquando noxium esse posset, nullam... nos divulgationi huic fidem adhibuisse..., neque ab nostro majorumque nostrorum instituto discessisse... In conservanda benevolentia amicitiaque, officiis amplificandis, pollicemur ut neque ab avo ac patre, neque a quoque Reipublicae vestrae amico, quantum facultates nostrae tulerint, superaturum iri patiamur; nulla unquam ratione nobis persuasuri... ut vel suspicemur quidem Rempublicam vestram aut nobis adversam futuram, aut Italiae libertati deesse hac in tempestate tantisque in procellis... Quae quidem omnia, qua sinceritate animi, quo etiam consilio a nobis dicta sunt, eadem mente Dominationes vestrae accipiant rogamus atque etiam adhortamur.
Data in castello Capuanae, Neapolis, vigesimo Septembris 1495.
Rex Ferdinandus.
Oltra di questo, esso re Ferando scrisse una lettera al summo Pontifice, el zorno da poi questa scritta a' Fiorentini, la qual è qui posta, benchè non sia suo loco, volendo seguir li tempi; ma a ciò siano una driedo a l'altra descripta.
Sanctissime ac beatissime Pater et domine, post humilem filii commendationes et pedum oscula beatorum.
Egit diebus his sanctitas vestra paterne mecum, ut assolet, in significandis ac communicandis iis quae a Maximiliano romanorum rege inclyto scripta sunt, tum pro conventu a foederatis paucis post diebus Mediolani habendo, tum pro iis comminiscendis peragendisque, quae rebus meis videantur praesertim.... quae de me in socium foederatumque adsiscendo. Itaque, acceptis sanctitatis vestrae litteris, iisque cognitis quae ab ea mihi significabantur, mirifice, uti debui, laetatus sum, et quam par fuit voluptatem inde coepi. Quid enim mihi accidere jucundius, in hoc praesertim statu rerum potuit, quam ex ore Pontificis ac per eius mihi litteras significari, Maximilianum Augustum de rebus meis tantopere sollicitum esse, ut neque factis neque consiliis defuturus mihi ratione ulla videatur, quin illud potius et agat et cogitet atque comminiscatur quod a me quidem ipso vel cogitari vel desiderari salubrius, aut magis e re mea meaque e sententia potuisset? Illud autem in primis me movit ac movet, quod video sanctitatem vestram paterno in his significandis affectu commoveri, cum ea mihi significet, quod profecto nequaquam significaret, nisi ea, quam egomet, iisdem e rebus voluptatem caperet. Itaque Sanctitati Vestrae hac eadem e re et devincior arctius et gratias etiam longe maximas ago; atque eo magis quod compertum ac persuasum omnino habeo, Sanctitatem Vestram sua sponte pro iis quae a Maximiliano rege scribuntur praestandis atque efficiendis, praesertim quae de me in socium adsciscendo nihil penitus aut non tentaturam aut quod in re ipsa fuerit non facturam, ac dictis operaque, summo etiam studio curaturam. Quod declarare mihi cum primis potest oratio ea quam Sanctitas Vestra, lectis Maximiliani documentis cum oratoribus qui tum aderant, nuper habuit, non minus etiam fortiter quam eloquenter; quo fit ut eo maiori fiducia, spe et animo, Sanctitatem Vestram oro et obsecro supplex ad eam praestandam operam, ad illud cum foederatis peragendum perficiendumque, ut e vestigio jam in socium ab illis adsciscar, neque ultra res differatur. Quod e re non solum mea, verum Italiae totius atque ipsius colligationis, foederationisque esse publice intelligetur, cum hoc ipsum Sanctitatis vestrae intersit, vel quia foederis ipsius caput et princeps est, vel quod patris officio in me fungatur. Atque eo etiam vehementius officiosiusque, quod omnes intelligent paternam de me rebusque meis curam ab ea susceptam esse, atque ita quidem susceptam, ut nihil aliud aut agere aut curare videatur elaboratius, quam ut intelligant omnes, patris in me pietate atque officiis uti. Intelligit itaque Sanctitas Vestra quid e sua, sanctaeque Romanae Ecclesiae dignitate sit; quid rerum mearum, quid Italicae etiam quietis usus expostulet; quid horum temporum status exigat; quid futurorum dignitatem, auctoritatem, magnitudinem quoque faciat. Atque haec profecto tametsi Sanctitatem Vestram movere mirifice debeant, ut quidem, quod videmus, movent; illud in primis tamen agitare animo Sanctitas Vestra debet, deque eo apprime sollicitam esse, quod palam videt, quod aperte intelligit, quod manu tractat, nihil neque perniciosius neque laetalius rebus accidere meis posse, quam si de me inter foederatos admittendo cunctatio posthac futura prorsus est aliqua; languescent amici, titubabunt subjecti, et si qui dubiis sint animis, quos quidem esse in tanta multitudine ac confusione non paucos necesse est, in adversariorum partes tamquam impulsi declinabunt... Quam sint haec rebus meis, imo Sanctitati Vestrae, cuius res meae sunt, offutura, Beatitudo Vestra facile intelligit. Quam nec latere illud volumus quod iis diebus Mediolani accidit, cum Guidantonius Vespucius, florentinorum orator apud Ludovicum Mediolani ducem,.... interrogatus ab illo curnam cum Carolo Galliae rege, hoste meo, consensisset Florentina Respublica. Atqui, respondit, Dux eximie, nullam foederatis tuis tuaeque societati injuriam aut fecimus aut facimus. Quid enim ex hoc queri potest, cum Ferdinandus rex neque foederatorum sit e numero, neque aliquo modo foederibus comprehendatur vestris? Responsum sane rebus meis praesentibus maxime adversum, futuris vero etiam incommodissimum. Maximilianus rex, non minus sapiens quam fortis, quem honoris gratia tam saepe nomino, licet absens..., sentit haec..., occurrere, et litteris et consiliis et mandatis atque admonitionibus suis et vult et studet; quae si non sentiret non mitteret, non occurrere etiam studeret, neque eadem hac de re tam saepe scriberet, aut per oratores tantopere insisteret, et aliorum et suos, neque quae tam assiduus monet moneret facienda. Quid Rex ipse Romanorum dicet, ubi responsi certior factus fuerit? Quid Italici permulti, et cives opulenti, et civitatum ipsarum primarii viri? Quid qui nondum mecum in fidem obedientiamque redierunt? Quam autem non modo incommodum, verum etiam pestilens rebus futurum sit meis, si ulterius hoc prolatetur, cum posthac consultationis deliberationisque excusatio reliqua nulla sit. Alexandri Macedonis dictum illud aperte docet, cum publice sententiam illam protulit, fama bellum constare; quae autem fama imoque non infamia atque auctoritatis jactura futura est, ubi factum hoc mecum de me in socium adsciscendo etiam atque etiam differri et tamquam procrastinari videatur, cum procrastinatio ipsa, apud eos qui perverse sentiunt, pro despectu contemptioneque et quadam quasi irrisione habenda atque extimanda sit? Quae ne accidant, Pater Beatissime, cum Sanctitatis Vestrae proprium sit obsistere ac prohibere, quod patris mei, quod Romani Pontificis, quod populorum ac principum providi pastoris officium est, amplectatur rem hanc meam,.... et ita quidem amplectatur ut differri ulterius nullo modo possit. Quod facile quidem impetrabit, si voluerit; si velle hoc se declaraverit. Volet autem, quia pater, pastor, pontifex et sapiens et bonus est, resque meas ita curandas susceperit, ut earum onus omne desumpsisse jam sibi videatur; et quod desumpserit, auctoritate, opera, opibus, consiliis, praesidiisque suis palam ubique faciat. Quo autem animo haec scribo et oro, eodem accipienda a Sanctitate Vestra judico, et peragenda constantissime spero. Bene valeat Sanctitas Vestra quam Omnipotens felicissime conservet.
Data in Castello Capuanae, Neapolis, XXI Septembris 1495.
A dì 7 settembrio, a hore 4 di notte in circa, volendo al tutto el re Ferandino haver il loco di Santa † in Napoli, dove franzesi si havea fortifichato, et con le artilarie quelle muraglie butavano in terra, et di breve li volleva dar la battaglia se non se rendevano; unde li custodi chiamò el Marchexe di Peschara, che venisse a parlamento con loro sotto le mura. El qual andato da quelli franzesi, fo usato... tal tradimento, che li treteno uno vereton in la golla, unde statim expirò. Questo era capetanio di le zente dil Re preditto, et sempre statoli fidelissimo, huomo magnanimo et valoroso; et a tutto Napoli dolse di la sua morte, maxime a essa Majestà dil Re; et non senza gran lacrime fo sepulto. Et questo fo a dì 30 Avosto, come se intese.
El sig. Prospero Colonna, ritornato per acordar el Principe di Bisignano et conte di Capazo, li qualli erano voltati in inimicitia con il re Ferandino, non solum non potè acordarli, ma pur non ebbe audientia, et in questi zorni ritornò a Napoli, et il Re in locho dil Marchexe di Peschara lo elexe capetanio di le sue zente.
El Re, a dì 13 ditto, deliberò di mandar zente, oltra quella havia prima mandato, contra mons. di Obegnì, vicerè franzese in Calavria, el qual non era morto, come fo ditto, et come ho scritto di sopra; imo con zente vollea venir a dar soccorsso a li castelli; et esso Re desiderava molto zonzesse l'armada di la Signoria nostra, la qual a dì 8 ditto era partita di Corfù per venir de lì a Napoli, juxta il decreto dil Senato; et questo desiderava per li molti anzuini era in quella terra, a ciò convenisseno star bassi.
El castello questa notte di 13, et tutto el zorno, tirò bombarde a la terra più dil consueto, et cussì quei dil Re che bombardava Pizafalcone; et in ditto zorno Ferandino cavalchò con il legato dil Pontifice per la terra di Napoli, et non restava continue di far provision, volendo al tutto rehaver li castelli.
A dì 14 di notte fuzite alcuni di l'armada franzese, era lì in Napoli, a presso Castelnuovo, et veneno a re Ferandino; notifichò la calamità de ditta armata, et che stavano per soccorso, et questa speranza li mantenevano, et che quasi tutte le barze era innavicabile per le percution di le artilarie; le galie era sane, ma con pochi homeni, et stavano per fuzir, aspettando l'oportunità dil tempo, et che in castello era stato certo rumor.
In questo zorno el Re se mutò di stantia, di la caxa dil Principe di Salerno, et andò habitar in la caxa dil Duca de Malffi; et questo per dar luoco al Principe di Altemura dovea venir lì, al qual havea questa casa donata.
Et eri si partendo[143] uno galeone di l'armata franzese, et levò l'alboro a una barza di le men guaste; et cussì ogni zorno il Re indebilitava le forze inimiche. Era 4 galie, do di le qual vollevano fuzir. Francesi pativa assai di viver; haveano do panelli di meglio al zorno per uno, sì che a misura si destribuiva; non haveano più carne di niuna sorte, tamen haveano malvasie, et le sparagnaveno usando di l'aceto; et, non obstante havesseno questi desasij, non restava il castello di tirar, non feva danno ma ben gran paura, aspettando soccorsso. Et etiam re Ferandino stava in expectatione di l'armata nostra... di la Majestà di la Raina, per la qual havia mandato le zente pontificie, et a dì 15 ne zonse una squadra; et etiam a dì 14, zonse la galia di ritorno con el subsidio, mandò lo rev.mo vice cancellier a esso Re suo nepote; et el fio dil sig. da Chamarino etiam a dì ditto zonse con le soe zente.
Et essendo in assedio li castelli, et combattendo Pizafalcon, et l'armata franzese esser sotto li castelli, el Re parecchiò do nave, et messe dentro di brusca et polvere di bombarde per mandarle apizate a brusar ditta armata, a ciò franzesi de li castelli andasse a soccorer l'armata; e aragonesi, in quello, haveano uno ponte fatto per buttar al castello di Pizafalcon et tuorlo. Unde, messo la nave in hordine, et trovato homeni che li bastò l'animo de far questo, et a dì ditto fonno messe a vella con uno vento in pope via, et essendo mezo mio lontan di l'armata, quelli dentro li parsse metter foco; et per el gran vento el fuogo se impiò in le velle, in modo che le nave non potè far camin et se brusono tutte avanti zonzesseno a ditta armata nemicha. Quelli le conducevano montò ne la barcha, et ritornò in la terra, havendo gran dolor di haver apizato el fuogo molto per tempo, sì che non fo fatto nulla, et perso la spesa.
Ben che questo non sia el suo loco, pur non voglio restar da scriver, come el zorno drio che fo morto el Marchexe de Peschara da quelli di Santa †, Franzesi ordinò di asaltar el campo aragonese, perchè più non haveano capo, et da tre bande; in modo che si non era li sguizari in varda di le artilarie, et tante ne treteno, che i nemici se tirono indrio, et assai fo morti da ditte artilarie. Etiam di aragonesi, combattendo, qualcheuno fo amazato. Et fato el dì sequente capetanio Prospero Colonna, subito fece parecchi fossadi, e serò Franzesi in modo che non potevano ussir fuora de ditto loco, poi si messe a bombardar l'armada, et sfondrò la galeaza nova, come ho scritto, et guastò bona parte de ditta armada. El castello de Pizafalcon, fino a dì 20 Settembrio, da tante artilarie le muraglie tutte fonno ruinate, adeo pareva mai non fusse stato castello, et remaso solo el sasso vivo; tamen Franzesi si manteniva dentro, et fece certi repari et fossadi dove si ascondevano, che la bombarda non li trovasseno; et, come se intese, si aragonesi butava el ponte, vollea brusarlo. Et, conclusive, fevano grandissima diffesa.
Item Franzesi butò uno vereton con una lettera, la qual dicea: Fè saper al re Ferando, come el tal si è in hordene per amazar Soa Majestà; unde, presentata a esso Re et letta, andò in persona, et fece prender certi zoveni drachioti, et non se intese poi quello facesse di loro. Et visto Franzesi che la sua armata era troppo batuta da le artilarie, et che a la zornata veniva bombardata, deliberono di far ogni suo forzo per pigliar el muolo haveano perso, e questo per salvation de ditta armata. Et zercha a dì 19 Settembrio, Franzesi saltono a montar su ditto muolo, et la varda di repari comenzò a cridar in modo, corsse tanta zente in la terra in soccorsso del muolo et in favor dil re Ferando, che Franzesi tornò con vergogna; tamen fo alquanto combatuto, e morti alcuni di ambe do parte. Et poi, el zorno sequente, Franzesi di novo provò di aquistar ditto muolo; vi andò a la diffesa el re con tutta la terra, et Franzesi conveneno tornar adriedo, con pocho danno di tutti.
A dì 22, Franzesi, postosi in hordine con le artilarie di l'armada, et quella di Castelnuovo, et cussì ussiti di ditto castello, bona parte andono a li repari, e un'altra parte corsse al muolo, et con le barche subito montono suso el reparo. Trovono zercha 25 de quelli dil Re, i quelli si butono in mar per scampar; et de ditti scapollò solum tre, el resto si negò per esser armati; e l'altra parte, che andò a li repari de la chavalaricia, zoè quelli Franzesi ussite del castello, trahendo schiopetti et passavolanti, etiam assai veniva trati dal castello che non lassava intrar aragonesi per la porta di l'arsenal per soccorrer il muolo; et comenzò quei di l'arsena' a romperse, et quei di la ruga Catelana a voltar le spalle in modo, che tutti fuzivano. Et andò una galia con la prova al muolo, et le barche de' Franzesi subito passò a l'altra banda del muolo da driedo via, trahendo passavolanti et volendo ancora tuor el muolo pizolo; et subito tutti li navelii del ditto muolo pizolo si levò et passò al mar de Santa Madalena, dove era le galie di re Ferando. Adoncha Franzesi prese il muolo grando, el barco de San Nicola et lo riparo di la torre di la porta dil muolo. Et aragonesi non poteno far molta diffesa, per esser le artilarie mandate in campo, dove se ritrovava la Majestà dil Re contra mons. de Obegnì voleva venir a soccorer li castelli et etiam nel campo atorno Pizafalcon et Santa Croxe, et altre bombarde poste per ruina di l'armata franzese. Era solum al reparo de San Nicolò una bombarda grossa de ferro, et nel muolo tre bombarde, le qual Franzesi le preseno. Ma pur i nemici non poteno intrar sì presto in l'arsenal, che nostri fonno primi, e comenzò a difender el muolo pizolo. Et in quello se levò le galie dil re Ferando, con un vuoga che pareva venisse per recuperar el muolo; et le galie franzese voltò la sua prova verso a le nostre, et dil castello treteno assai colpi di bombarda a le ditte nostre galie. Tutta la terra, visto franzesi al muolo, zudegando che i se ha vessino fatto forti in li repari cridavano: O dove è l'armada de' venitiani a hora? Et fuora di la porta di la terra, in questo fo pigliato uno franzese andava in la... Or la terra dubitando di novità e tradimenti, serrono la porta di la terra, et li artesani le loro botteghe, et tutti si messeno in arme. E la Majestà dil re Ferando, benchè di sopra scrivesse era contra mons. de Obegnì, tamen ancora non era andato, et andò poi; ma in queste baruffe se ritrovava in Napoli con li soi homeni d'arme, zentilhomeni et cittadini benivoli in la ruga Catelana, et don Carlo, suo fratello picolo natural, era al marchado con bona parte di le zente; et il Re confortava le zente sue andasseno a recuperar el muolo; et loro pur si excusaveno, dicendo non haveano artilarie. Et ditto Re diceva: Fratelli, poi che non me volete soccorer, delibero andar mi in persona, poi che volete che io mora. Et come le sue zente uditeno, una voce, tutti risposeno: Sacra Majestà, non fate, che nui volemo morir più presto. Et subito se partino in do parte, una dal fossado di la chavalarizia, risponde al reparo de San Nicolò, in la porta dil muolo; l'altra parte da l'arsenal; e feno sonar trombe et tamburri con gran remor et strepito, cridando: Viva Ferro! Più di 1000 persone si messe in via, dimostrando grande amor al suo Re. Ma Franzesi, dil reparo de San Nicolò subito si messeno in fuga versso al muolo, et nostri driedo, in modo haveno assa' gran rotta, feriti et morti assa' di loro; et montono in le sue barche et galie, et se ritirò indriedo. Li nostri tirava con archibusi, etiam quelli dil castello a' nostri. Fo recuperato a questo modo el muolo, el qual Franzesi lo teneno in poter, tanto quanto disserono 6 volte la bombarda era ivi; et cussì fo recuperate le artilarie.
Ancora si teniva per il Re de Franza li castelli, zoè Castelnuovo, Castel di l'uovo, Pizafalcon, lo monastier di Santa † et la torre di San Vincenzo. Et re Ferando attendeva a pugnar Pizafalcon, ma per le gran fosse, licet le muraglie fusse a terra, non lo poteva haver. Et ancora l'armada franzese esso Re continuamente faceva bombardar, adeo messe con ditte artilarie in più zorni a fondi la galiaza granda, lo galion nuovo et do altre barze; etiam la nave Camilla di zenoesi, che venne come ho scritto. Et volendo esso Re haver el monasterio di Santa Croxe, et bisognava bombardarlo; unde el Re mandò a dimandar licentia a Roma al Pontifice, perchè pur havea qualche conscientia, per esser chiesia al divin culto dedicata. Etiam mandò a tuor 6 bombarde da Roma, pregando el Pontifice li dovesse servirlo. Et cussì have et la licentia et le ditte bombarde; et subito feceno repari a Santa Croxe, et piantono ditte bombarde grosse, et assa' spingarde et falconetti. Et visto Franzesi non potevano tenirse, dimandò di esser a parlamento con el signor Prospero Colonna, capetanio dil Re. Et cussì a dì ultimo Settembrio fonno a parlamento de rendersse, et fezeno trieva per uno zorno, per veder si se potevano acordar; et, non li bastando questo zorno, ne volse uno altro, poi etiam doi altri zorni per parlar meglio insieme, et andava elongando la trieva; tamen stevano Franzesi su le mure in hordine, et nostri dil campo disposti, si non si rendevano, darli la battaia. Et niun parlavano, altri cha Prospero Colonna et don Zoanne, i qualli andavano ne li castelli; et de' Franzesi veniva do zentilhomeni dil castello a parlar al Re. Et cussì stevano in queste pratiche. Et accidit, che uno sguizaro, valente homo et bellissimo di la persona, vestiva di veludo, havendo uno suo fratello di Santa †, et pativa gran fame et disasij, unde parsse a questo sguizaro nostro di butarli do pani freschi. Et el sig. Prospero, vedendo questo, mostrava volerlo far morir. Ma la Majestà dil Re li mandò dir li dovesse perdonar, perchè era stato causa l'amor dil fratello. Et el capetanio de' sguizari nostri, inteso questo, subito fece sonar la sua trombeta, e insieme con la soa compagnia andò a la volta dil preditto sig. Prospero. El qual signor credeva ditti sguizari venisseno per ajutar el so compagno. Ma zonto lì, el capetanio domandò dove era il suo homo, dimandandolo; dicendo: Io so ben quello debbo fare di lui, et altri cha mi non dia far justicia sopra li miei. Et el sig. Prospero rispose: La Majestà dil Re li ha perdonato. Et el capetanio disse: La Majestà dil Re può perdonar a li suoi; et io farò la nostra usanza, secondo il costume nostro. Et cussì lo tolse, et lo menò in uno loco, dove francesi, maxime il suo fratello, i qualli stavano su le arme, lo potea veder. Et, ordenatamente conzati li sguizari a fila a fila con le lanze, poi el capetanio disse a tutti che, per il sacramento haveano di esser fedeli dove serviano, tegnisseno le lanze, et comandò che questo suo compagno dovesse esser morto da le soe lanze de tutti, et se niun fusse che non desse di la lanza, poi lui sarebbe morto, poi disse a quel sguizaro: Conféssate. E mandato per il prete, fo confessato. Le lanze tutte stavano a la fila con la ponta avanti; et el capetanio disse: Su, corri per mezo. Et il sguizaro alzò li ochi al cielo, et si racomandò a Dio, digando le sue oration. Poi disse: Si ho dato do pani a mio fratello, che moriva da fame, l'ho dato in presentia et palexe, che ogniuno mi vedeva, non per falsità alcuna, nè per tochar danari; ma poi che lo mio capetanio vuol che io muora, voglio obedir, et mi ricomando a Dio et a la Vergine Maria. Et poi tirò la sua bareta tanto in zoso, che si coverse i ochi; poi corse per mezo di le lanze in modo non restò niuna che non fosse fichata in la sua persona. Have più di 200 lanze, et cussì morite da li suoi proprii compagni e parenti; sì che, judicio omnium, fo usato gran crudeltà. Et il capetanio fece per mantenir la sua fede di non esser traditori, e mostrò haver grande ubedientia da li soi, che in fina lo morto lo obedite. Et questo, per esser cossa notoria, ho voluto qui scriver.
In questo mezo a Perosa li Odi, foraussiti di Perosa, havendo intelligentia in la terra, a dì 3 Settembrio introno dentro Perosa; però che lo principalle cittadino che se ritrovava in la terra, in ditta mattina a l'alba andò a la porta di San Zuanne, et fece aprir la porta per forza a li custodi. Et aparse quatro squadre de cavalli de ditti fora ussiti, bene in hordine, et 2500 fanti; et preseno la terra fino al Monte, avanti che la parte contraria de Baioni, che in quella regnavano, sapesseno alcuna cossa. Ma, inteso questo, tutta la terra fo in remor; et pigliato le arme, fonno a le mane, taliter che fonno morti di quelli fora ussiti a presso 150, et do di li primi. Alexandro Savello perse el cavalo et scampò. Et fo presi di questi, erano con li Odi, zercha 400, e di quei di la terra non ne fo morti se non 6, però che fino le donne li aiutaveno combattendo. Et a ciò el tutto se veda et intenda, quivi sarà notado una lettera che scrisseno li do arbitri di la città di Perosa al suo secretario, era a Roma, di quello successe la prima battaglia. La qual è questa.
Domine Petre Paule. Da poi la lettera nostra de la felice vittoria contra li inimici, tuttavia le cosse nostre sono prosperade per la gratia di Dio; imperochè havemo trovato 272 cavalli guadagnati et 80 para di barde, et havemo pregione el sig. Troylo Sabello, capo de li nimici, qualli tenimo honoratamente et con comodità in palazo de li signori Priori, ma con bone guardie. Havemo recuperato Geliano et siamo in praticha de recever la Frata, quale in breve intenderete, piacendo a Dio, esser tornata a la obedientia nostra. Sì che state de bono animo, et comunicate con li amizi, aziò partecipano de ditta felicità. Bene valeat.
Perusiae, 7 Settembrio 1495.
Federico et Bontempo de li Bontempi et Bernardino Cavacepi sono stà impichati... Lodovico de li Ermani, quale aprì la porta di Santo Andrea a li nimici, è morto da certe ferite che ricevete in lo conflitto. Li filioli de Leonello de li Odi, che sono tre, se conservano vivi in loco securo.
Post scriptas. Ne è refferido, alguni fanti, qualli hanno recuperado la pieve de mons. rev.mo el Vescovo nostro, occupata prima da li fora ussiti, havere fatto zerte disonestà..., quale non havemo inteso particularmente, per esser tanto occupato el magistrato nostro, quanto fusse mai più. Excusate la cossa che è fatta penitus contra nostra voluntà, imo con grandissima nostra desplacentia, et provederemo a la restitutione.
Subscriptio:
Domini arbitri civitatis Perusiae.
A tergo: Praestanti viro, domino Petro Paulo Venacio, secretario nostro dilectissimo, Romae.
Domente queste cosse intervengono, Fiorentini, disposti di haver al tutto Pisa, vi mandò el suo esercito gubernato dal Duca di Urbin, atorno. Et in questi zorni acadete che, havendo Pisani a loro soldo Paulo Vitelli, el qual li rebelono et si acordò con fiorentini, et vene nel borgo di San Marco in compagnia de molti fiorentini, vestiti a la franzese tutti, con la insegna dil Re di Franza et de' Pisani, cridando: Franza! Franza! Et Pisani, credendo venisseno in loro ajuto, per esser esso Paulo in acordo col Re de Franza, ussiteno per venirli contra a farli festa a questo soccorso. Ma Lucio Malvezo, capetanio de' Pisani, vedendo andar fuora Pisani, li disseno non dovesseno andar, et che prima vedesseno che zente fosseno. Ma loro, di tanta alegreza li fusse mandato per il Re soccorso, ussiteno pur, et malle li colse, però che fonno messi in mezo da ditto Paulo Vitelli, et fo morti assa' Pisani; et si non era el capetanio dil Re de Franza, che ussite di cittadella per aiutarli, erano compidamente tutti morti o pigliati, et quel zorno fiorentini haveano la terra; ma Franzesi combatteno gagliardamente, et fo morti assa' zente di ambedoe parte, ma pur Pisani ebbeno la pegiore. Et poi separato la pugna. El qual capetanio franzese messe molti Pisani a guarda dil centro dil muro di la cittadella nuova, et fiorentini prese il borgo di San Marco, et quello tene; ma quelli di la cittadella li salutavano dì et notte con artilarie, et trevano bombarde a le caxe per ruinarle; et a la fine lassò ditto borgo. Questa battaglia fo fatto el dì di Santa Croxe, a dì 14 Settembrio, a hore 24 che li nimici veneno a quell'hora per non esser cognosciutti. El zorno da poi, fo a dì 15 ditto, arivò in Pisa el sig. Frachasso di San Severino con... cavalli, el qual fo mandato per il Duca de Milan, per nome de la Signoria de Venetia et d'altri confederati, et venne per mar. Et è da saper, che la liga terminono de aiutarli et mantenerli in libertà. Et el sig. Frachasso, zonto, li mandò uno suo trombetta in campo de' fiorentini, a notificharli da parte di la liga che i se levasseno de l'impresa infra 4 zorni, et, non facendo, se intendesse esser rotto guerra di la liga contro di loro. Et li commessarii de' fiorentini risposeno, che loro non rompeano liga alcuna, ma che vollevano la terra loro, et che el Re de Franza ge l'havea reduta, et però la volleano.
Questo fo divulgato si fusse; onde tal parole io non l'acerto, tamen la ragion persuade che le debbi esser state etc.; sì che, a questo modo, Paulo Vitelli rebelò li Pisani, et etiam sempre havia dato danno al paese. Et come vidi una lettera di uno Jacomo da Luca, scritta a dì 17 Settembrio in Lucha a uno Gerardo Arrigi, habitava in Roma, che etiam esso Paulo havia fatto da prima tuor li grani, et mandato in campo de' fiorentini, et cussì vendemar e toglier bestiami; sì che dove Pisani credevano esser aiutati, erano dannizati. Et in questa baruffa ditto Paulo Vitelli fo ferito a morte, et il fratello fo morto. Et è da saper, che fiorentini haveano, ut dicitur, fatto una stratagema et assa' degna astuzia; et feceno far do sachi di grossoni, di quelli valeano soldi 7 l'uno si bateno a Fiorenza; et quelli feceno dorar, adeo parevano fiorini d'oro; et questi mostrono a certi franzesi che steva col capetanio francese ne la cittadella di Pisa, dicendo vollevano darli al suo capetanio, si desse la forteza a loro, perchè cussì era la voluntà di la Majestà dil Re de Franza. Et quasi erano concordate le cosse; ma in questa baruffa fo preso uno fiorentino, el qual volendo esso capetanio franzese amazar, disse: Non mi amazate, che vi dirò cossa che vi piacerà assai haverla saputa. Et manifestò questo de li grossoni dorati, et etiam haveano fiorentini fatto far do some de capestri per impicharli tutti, et Franzesi et Pisani, et maxime esso capetanio, habuto che havesse li ditti danari. Unde fo molto a charo al ditto de intender questo; et deinde fo mortal nimico de' Fiorentini, et tenne sempre da' Pisani.
In questo mezo, Piero de Medici a Roma feva fanti, et, acordato con el sig. Virginio Orssini, volleva venir versso Fiorenza et ritornar nel stato, dischaziando la parte contraria. Et questo se intese a Venetia, a dì 19 Settembrio, per lettere di l'orator nostro a Roma. Dove poi, partito ditto Piero et venuto a Siena, in Fiorenza acadete che uno, chiamato il Serpe, portò alcune lettere di esso Piero ad Averardo de Medici, suo parente, homo veterano et animoso, pregando dovesse immediate vestir in forma di ragazo madona Alphonsina di casa Orssina sua moglie, la qual era in uno monasterio et stavasi, et che dovesse menargela. Unde, ditto Averardo vestite la ditta donna a modo ditto di sopra, facendo vista di andar a una sua possession con alcuni soi, et havendo questa donna, vestida da ragazo, una bolzeta a l'arzon e al brazzo alcuni lazzi con cavi[144] et uno capello con una capa di scherlato atorno, a cavalo, et cussì ussite ditto Averardo di Fiorenza, che niun de costei se n'avide, et andò a una sua possession, et zonse a horre do di notte. Poi, a hore tre tolse la volta de Siena, et presentò la moglie a Piero, non senza tenere lacrime di esser stato tanto a vederse. Et poi esso Averardo ritornò in Fiorenza. Et la Signoria già havea saputo questo; unde li 8 de la balia mandò per ditto Averardo, dimandandoli la cagione perchè havia fatto questo. Rispose, che per niuna età si dinegava, etiam a' rebegli, la mogliere; et quando uno non tratava cosse di stado, che non meritava reprensione, et che havia acompagnato la moglie al suo parente, et che si non l'havesse fatto, lo farebbe di novo. Et ditti signori, vedendo era ragion, non li feceno altro.
In questo mexe di Settembrio, essendo andata la madona de Forlì, fo moglie dil conte Hieronimo, una matina con domino Jacomo Feo di Savona, so favorito, a la chaza con cavalli zercha 60, et quel zorno stando in piacer, per uno da Forlì, era scolaro, et uno da Imola, homo d'arme, el qual da ditto domino Jacomo era stà tenuto tre anni in carzere, con altri cinque, ferono una congiura dentro di una chiesia, di voler devorar ditto domino Jacomo, ritornando da la cazza. Et si messeno a la porta de Schiaonia sotto uno portico questi 7, armati con spada et roncha, et a hore una di notte veteno venir alcuni dopieri impiati, zoè madona in chareta ritornava in la terra, et ditto domino Jacomo a presso, confabulando con lei venia. Uno de li 7 conjurati se li fè incontra, et disse: Ill.mo Signor, io ho lettere dil rev.mo Cardinal di S. Zorzi. Et ditto domino Jacomo, tochandoli la mano, disse: Dove è le lettere? Et lui rispose: Signor, ve le darò adesso. E cavò una spada, tenendo domino Jacomo per un brazo, li dete una botta nel petto, et passolo da un canto a l'altro, dicendo: Queste son le lettere. Et il remor essendo grande, cridavano li altri de la congiura: Non si mova niuno, che madona et el signor si fa far questo; tamen non era la verità. Unde niuno per questo si mosse. Et madona si butò di chareta, intendendo queste parole; e andoe per grandissimo dolor in angossa. Molti soi favoriti et servitori la prese, et messela a cavallo, et corsero a la rocha, stimando la terra fesse qualche novità o tradimento. Et a hore 4 ditta madona si armò de tutte arme, e vene dove era stà morto domino Jacomo, et vetelo morto, tagliato in 100 pezzi. Et dimandato dove era le case di questi proditori, vi andò con zente d'arme et fanti, et fece prender le loro donne, et fele taiar a pezi; tra le qual ne era molte gravide; etiam li figlioli di 3 anni feze amazar, cossa crudelissima, et contra quel ditto di Christo, che: Filius non portabit iniquitatem patris, neque pater iniquitatem filii; et poi fece bruxar le caxe: et tutta la terra era in gran terror. Et a hore cinque fece adunar el populo in arme in piaza a lumi di dopieri; feze metter 5000 ducati ne le man di 4 cittadini, et publichar la taia contra li coniurati, o vivi o morti chi li presentasseno, havesse quelli danari, etiam provisione in vita, et di herede in herede. Et non passò do hore, che 4 di loro fonno presi et strascinati la notte a coda di cavallo, di la porta va a Cesena fino a quella di Schiavonia; et dove fu seguito el delicto fecili tajar una man per uno, poi li fece squartar et metter li pezzi a le porte di la terra; et la matina fo preso uno prete, et uno altro pur de ditti, li qual fonno tanaiati, dapoi che fo trascinati et morite; sì che feze crudelissima vendetta, la qual smorzò il dolor dil suo domino Jacomo. Et è da saper, che il cardinal San Zorzi, fo fradello dil conte Hieronimo, in quelli zorni persuadeva ditto domino Jacomo volesse partirssi di Forlì, et li daria ducati 20 milia, et uno castel chiamato San Marco, facendolo far condutier di la Chiexia; et lui non volsse acceptar questo partito, per non partirssi de Forlì.
Finit liber quartus.