Ritorniamo al Re di Franza, el qual habuto la fortezza di Serzana, vi messe a custodia monsig. de Citem, che fo a Venetia ambassador, et li commesse quello loco governasse, et fece levar le sue insegne. In Livorno mandò monsig. di Biamonte di Normandia; et partito di Serzana intrò in Pietrasanta, dove vi messe uno altro suo barone in governo, et pur fece levar le bandiere di Franza. Qui venne etiam Lucchesi, che con desiderio aspettavano la sua intrata: onde il Re terminò, prima andasse a Pisa, di andarvi a Lucca.
El Re di Franza adonca, adi.... Novembrio, intrò in Lucca, dove honorifice fu ricevuto. Li venne contra alcuni cittadini vestiti di bianco, con l'arma dil Re nel petto, et intrò sotto uno baldacchino: in summa li fo fatto grandissimo honor da Lucchesi. Allozò nel vescovado. Et quivi stette un zorno et mezzo. Lucca è città antichissima in Toscana, da Greci edificata: fu colonia de Romani, et, come scrive Strabone nel quinto libro di le molte cose, et Livio nel duodecimo. Et da poi Paulo Guinigio che del 1400 tyrannice Lucca governava. El qual in questo anno, essendo Lucchese, con favore di Galeazzo duca de Milano si fece totalmente signore, et regnò anni 30; et edificoe ivi uno palazzo degno et superbo, et poi, per ordinatione de Fiorentini et soi cittadini, fo preso et menato a Milano in prigione al duca Philippo con li figlioli; el qual sì lo confinò in perpetua carcere: et cussì perse el dominio di Lucca et grandissime ricchezze che havea. Ma poi Lucchesi che hebbeno tal tiranno scacciato, si redusseno in libertà, et fino al presente stanno governandosi a populo, facendo il suo governo tra loro. Di Lucca vi fue Lucio pontifice maximo, et zà Lucchesi ottenero da Federico imperatore che in Toscana non fusse lecito usare altra moneta che lucchese, con certi segni de l'imperio; et Lucio pontifice concesse privilegio a Canonici de San Martino, che è la chiesa cattedrale, che potesseno portare in coro le mitre ad uso di vescovo. Ancora Alexandro Secundo pontifice fo lucchese. Questa città, dicono alcuni, fu chiamata Lucca dagli scudi d'oro i quali rilucevano essendo in su le torre de ditta città altissime, li quali vi sono stati molti tempi. Et la ymagine dil Volto Santo, cussì da loro chiamato, ch'è uno crucifixo vestito, el qual havea scarpe d'oro, una di le qual dette a uno povero che era molto calamitoso, et d'indi è posto una lezenda di sotto questo pè è senza scarpa. Et meteno tal ymagine nelle loro monete et ducati, è in gran veneratione, et fa molti miracoli. Et questo el Re volse veder.
Et essendo el Re qui a Lucca, zonse el Cardinal di Siena, homo de gran reputatione et dottrina, el qual da Alexandro pontifice era stà mandato a esso Re per legato, per veder si poteva adattar le cose con el re Alphonso. Et volendo aver audientia dal Re, quello non li volse parlar, perchè fo nepote di papa Pio, che a la bona memoria dil Re suo padre fu contrario, et coronò Ferdinando dil Reame di Napoli, come ho scritto di sopra. Et li mandò a dir a Sua Signoria per alcuni suoi baroni, che come Cardinal lo havea in gran reverentia, ma come legato non li voleva dar audientia. Et habuto tal risposta, se ne tornò a Siena, et ivi stette fino el Re vi entrò. Questo partì di Roma adi 17 Ottubrio.
Venne qui a Lucca tre ambassadori de Senesi, i quali fonno Nicolò Burgese cavalier, Bortolomio Sozino dottor famoso, et...... ......... a congratularsi con el Re di la sua venuta, offrirgli el Stato de Senesi, et che l'aspettavano volentieri, promettendo passo et vittuarie, i quali fonno ricevuti molto volentieri dal Re, et fattoli bona cera. Et el Sozino andò a Milano et zonse adi 22 Novembrio, per congratularsi col sig. Ludovico di la sua creatione, come dirò di poi, scrivendo de Milano.
Li ambassadori de Fiorentini nominati di sopra zonseno dal Re et exposeno la loro imbassada, et che Fiorentini erano contenti di la soa venuta, et che Sua Maestà non si maravigliasse di quello haveano fatto a Piero e fradelli de Medici, perchè sempre contra la soa Republica mal si havea portato, concludendo volevano conzar li capitoli in miglior forma. Et el Re li respose che non era venuto per far alcun danno a Fiorentini, et che si meravigliava di questo, et che avanti loro dovea venir a darli il passo et ogni altra cosa necessaria, come zà al principio di questa impresa li haveano promesso: et che voleva intrar in Fiorenza dove conzeria li capitoli. Et questi partiti, ritornono a Fiorenza, essendo stati dal Re.
Et el Re volse da Lucchesi imprestedo ducati 20 milia, et cussì li fonno presentati; et ancora volse la fortezza di Montegioso in le sue mano, et Lucchesi gela detteno, dove messe custodia de soi Franzesi. Qui in Lucca Franzesi feceno molte violentie a donne, però che sono zente molto lussuriose, et fino hora erano stati su quel di Milano, et non havea osato far nulla per l'amicitia havea el Re. Ma quivi, come fo ditto, feceno assà disonestà, et tra le altre el Re, piacendogli una donna......... bellissima, la qual era, ut dicitur, de Guastalla, sì la mandò a tuor, et habuto el suo desiderio, la lassoe qui; tamen poi che zonse in Napoli per ditta mandò, et appresso Sua Maestà tenne.
Adi 8 ditto, essendo el Re partito da Lucca a hore zerca 24, introe in la città de Pisa. Li andoe contra el suffraganeo Arciepiscopo, el qual era vicegerente dil cardinal San Zorzi e arcivescovo di Pisa, et con tutta la chieresia apparata, Francesco Secco, nominato di sopra, che ivi stanciava, et Annibal Bentivoj, figlio dil magnifico Joanne, era soldati de Fiorentini, et el sig. Francesco Cibo, fo fiol di papa Innocentio, el qual etiam lui havea soldo da Fiorentini: et cussì riceveteno el Re dentro la terra; benchè Pisani poco honor li potesse far, perchè era supposti a Fiorentini. Questo Re era vestito di veludo negro, con uno cappello in testa: li và da presso sempre cavalcando monsig. de Brexe et monsig. de Lignì so cusini, di una età de anni 24, et sempre dormiva con Sua Maestà: etiam do episcopi monsig. de Angier et uno altro. Monsig. episcopo di Samallo et monsig. di Beucher erano governadori apresso la sua persona de l'impresa, come ho scritto di sopra. Et ne l'intrar in Pisa havea 500 arcieri attorno, et 200 zentilhomeni franzesi li va dintorno, et lui in mezzo, per la sua guardia. Monsig. di Mompensier, ch'è capitano a tal impresa, è il primo di andar con le sue zente in le terre, avanti vi entra la persona dil Re. Et el Re allozò in la caxa di Piero de Medici, dove li era preparato. Et è da saper che qui in Pisa, entrato monsig. di Mompensier, volendo visitar Francesco Secco, che era suo barba, per sua moglie ch'è sorella dil marchese di Mantoa, zoè di ditto Mompensier, non volse parlarli per esser stato rebello dil suo cugnato, ymo più che alcuni de li soi. Partito che fu Francesco Secco di Pisa, et venuto a Lucca, dove havea mandato il bon et miglior dil suo, per dubio di quello l'intravenne, Franzesi andono alla caxa sua per metterla a sacco, et cussì la messe di quello trovono, che furon vittuarie et poche robbe. Annibal Bentivoj andò a Fiorenza, et el sig. Franceschetto a Zenoa.
La Domenega, fo 9 dil mexe, andò per la terra il Re, vedendo le do cittadelle, el Domo, el Campo Santo, el sito di la terra, et ogni altra cosa; sempre a cavallo. Et per seguir il mio consueto, alcuna cosa di Pisa qui voglio scriver.
Pisa è città in Toscana dignissima, et zerca 1700 anni avanti lo advenimento di Christo fo edificata da Greci, i quali veneno da Pisa de Archadia, come (dice) Strabone; et edificono questa Pisa in Italia. Et zà fu potentissima, non a tempo de Romani, ma poi che Populonia et Luna città furono guaste, comincioe, et in tempo di Carlomagno imperadore havea sotto il suo dominio molte isole et la cittade de Jerusalem. Ma poi per soe discordie nel 1400 da Fiorentini soi emuli fue sottoposta, et d'indi fino al presente sempre è stata. Et Fiorentini, per trattato di uno Joanne Gambacurta, essendo col campo attorno stati gran tempo, el zorno de Santo Dionixio, ch'è adi 9 Ottubrio, intrò; nel qual zorno ogni anno in Fiorenza si fa sollemnità grandissima, dannosi pecunia deputata, vestissi duodecim giovenette povere, si fà processione, et ciò in memoria di tanto beneficio et vittoria, et si corre uno bellissimo palio. Or qui in Pisa la chiesa cathedral di Santa Maria è bellissima, il cimiterio chiamato Campo Santo, dove è di quella terra di Jerusalem, et ivi è posti li corpi de morti, et in termine di tre zorni non vi si trova più ossi, e tutti vanno in polvere.
Pisani, desiderando molto la libertà, per la subietione havevano da Fiorentini, deliberono provar si potevano ridursi in libertà, et prima praticato con li sig. Gran Maestri et Baroni dil Re allozati in diverse caxe, dove li patroni de ditte caxe exortaveno quelli li dovesseno esser propicii, et etiam col sig. Galiazzo di Sanseverino, che poi tornato dal Re mai si partì da Sua Maestà, et steva quasi come ostaso di la fede dil sig. Ludovico; et ancora praticò con Don Alphonso fiol dil Duca di Ferrara primario, che, zonto el Re propinquo a Pontremolo, venne da Sua Maestà, et con quello andava verso Roma, et etiam con suo fratello don Ferrante, che stava in corte di esso Re.
Ma lasciamo questi Pisani praticar, et quello successe questo zorno scriviamo.
Adi 12 ditto, Fiorentini mandò 4 ambassadori al Re, i quali fonno lo episcopo di Volterra, Francesco Soderini, lo prothonotario Capponi et do altri lo nome di qual a mi è incognito; et venuti dal Re a Pisa li exposeno quattro cose. La prima li apresentò el fio, fo dil sig. Carlo di Faenza. La secunda per ricercar la liberation di Marino Tomaselli, orator dil re Alphonso, el qual era stato lì a Fiorenza gran tempo, et in questi zorni con la fede de Fiorentini publica era uscito de Fiorenza, et stava in uno castello, et Franzesi lo prese et menò dal Re, taia ducati 400. Questo fevano Fiorentini per dubito, Alphonso non facesse questo medemo al loro ambassador si ritrovava a Napoli, et etiam per le mercadantie havevano in Reame. Et tertio per sollicitar la sua intrata in Fiorenza, et satisfar il desiderio dil populo, advisando Sua Maestà di la carestia di vittuarie vi era. Quarto et ultimo, perchè si provvedesse a li danni et disordini nel paese fatti. A le qual richieste el Re rispose: primo quanto al sig. Carlo li era molto a grato, et voleva per suo; secondo poteva tenir Marino Tomaselli, per esser orator dil suo inimico, appresso di lui, per haverlo preso fuora di la terra di Fiorenza; tertio che l'entreria presto; et quarto che daria remedio a li desordini. Et cussì, habuto tal risposta, ditti ambassadori ritornò a Fiorenza.
Ancora zonse 4 ambassadori di Zenoesi al Re, venuti per la reintegration di le terre sue teniva Fiorentini, le qual era ne le man dil Re. Ai quali fo deputati li auditori, et expediti ritornono da poi a Zenoa.
A dì 10 Fiorentini bandite la caxa di Orsini, et svalisono la compagnia dil sig. Paulo Orsini nominato di sopra.
Ma Pisani, che erano pur vigilanti al fatto loro, la Domenega de sera, che fo 9 Novembrio, li principal cittadini andono a caxa a trovar il Re; et uno di loro fece le parole, pregando Sua Maestà Christianissima li volesse difender et cavarli de man de Fiorentini, dimostrando la subietion havevano: concludendo, volevano esser in libertà, et che dovea bastar a Fiorentini del 1406 in qua haver quella povera terra posseduta, et che volevano esser sempre suposti a soa regal corona. Unde el Re, mosso a compassione, exhortato da li soi che lo consigliava, fo contento di farli quanto domandava; et cussì tutti li Pisani in quell'hora medema, che erano molti reduti per udir la voluntà dil Re, comenzono a cridar: Franza! Franza! facendo per la terra grandissimi rumori in quella notte, et luminarie de fuogi, et corseno al ponte vecchio, ch'è uno dei tre ponti è sora l'Arno, ch'è uno fiume nominatissimo passa per Fiorenza, et qui mette in mar, et rumpeteno una colonna sopra la qual era uno marzocco di pietra, ch'è la insegna de Fiorentini, et quello rotto di la colonna, lo ligono con corde et strassinò per la città, et poi fense de brusarlo mettendovi fuogo intorno; demum lo buttò ne l'Arno, et cussì molti marzocchi per Pisa ruinorono et spegazono, et era uno bellissimo veder l'allegrezza dimostravano Pisani, sì donne come homeni. Ancora quella notte, davanti la casa dove era il Re, fo fatto grandissime feste et fuogi pareva zorno. Et il Re stava a la finestra, et ne havea grande piacer. Et il capitano de Fiorentini era lì in Pisa, chiamato Serristorio de Serristori, et li tre consoli fiorentini, i quali devano ragion, fonno discacciati, et andono via con il resto de li custodi dil Stato Fiorentino. Et conclusive si reduseno in libertà, et mandono a tuor a Lucca li soi ordini, per governarse come facevano Lucchesi. Et da poi che il Re fo partito di Pisa, el zorno medemo che fo 10 Novembrio, Pisani si redusseno in consiglio, et fece 6 signori antiani, et X signori di la Balia et il Confaloniero: mandò compitamente fuora le gente de Fiorentini, tamen fece uno edito quelli rimaseno per il Re al governo di Pisa, che nominerò di sotto, che a Fiorentini nè a loro nè al suo haver fusse fatto alcun dispiacer; ma libere dovesse andar et uscire di la cittade. Et ancora in Pisa dove era marzocco di piera, al ponte ditto di sopra, messeno una bandiera con l'arma dil Re di Franza; et etiam a la gabella dove si levava il stendardo con el zio (giglio), ch'è l'arma de Fiorentini, levono l'arma dil Re con tre zii (gigli) et di sopra la corona. Qui in Pisa el Re lassò do commessarii franzesi, chiamati uno monsig. Zuan Rabot, uno di signori dil Parlamento de Garnoboli, et monsig. Zuan Fier dottor in leze, suo consier; et ancora volse el Re tenir la cittadella nuova, ch'è la più forte, et Pisani tenisseno la vecchia, et ivi lassò uno de soi capitani, chiamato Sariachi, che fu quello vardava el castello di Perpignano, al qual commise fusse capitano de Pisa, de Livorno et Pietrasanta, dove etiam era alcuni franzesi in governo de quelli lochi.
Et essendo stato el Re uno zorno et do notte in Pisa, el luni da mattina montò a cavallo e partite per Fiorenza, et andò ad allozar a Empole, mia 25 lontan de Fiorenza, poi a Ponte Segna, mia 20 lontano, dove stette 6 zorni, zoè fino a l'altro luni, che fo a dì 17 Novembrio, che intrò in Fiorenza: questo perchè voleva aspettar che 'l suo esercito si ponesse in hordine, et che armati intrasseno in la terra per più magnificentia. Et el zorno da poi partì el Re di Pisa, vi gionse in Pisa, partito di l'armata di Zenoa, el cardinal San Piero in Vincula, che veniva a trovar el Re. Et come per lettere di Zenoa se intese, questo a dì primo Novembrio partì di Zenoa con do galie, et venne a trovar el Re. Etiam el Principe de Salerno a dì 3 partite, et venne a parlar con Soa Maestà, et subito tornò a Zenoa per montar su alcune nave si preparava, et andar a dismontar in Reame. Or questo Cardinal, per haver le gotte, si faceva portar da quattro persone, allozò in Pisa al monasterio di San Michiel, poi andò a trovar el Re a Ponte Segna, et con lui intrò in Fiorenza, et seguitollo fino che 'l Re intrò in Napoli. Et mentre che el Re dimorava lì a Ponte Segna, Pisani li mandono alcuni ambassadori, pregando Soa Maestà volesse confirmar el Studio in Pisa, cussì come prima era et Fiorentini lo tenevano, et dil suo pagavano li dottori lezenti. Unde, mancando il dominio loro, ex consequenti mancò el lezer et stipendio di dottori: la qual cosa per honor suo Pisani volevano pagar loro, a ciò vi fosse il Studio. Ma el Re, per esser implicito di altre faccende, allora non deliberò cosa alcuna. Et è da saper che quivi veneno li quattro ambassadori ultimi de Fiorentini, li quali scrissi di sopra che andono dal Re a Pisa, ma la verità è che fonno qui a Ponte Segna. Ma lassiamo qui el Re, et a le cose intervenute in questo tempo in altre parte de Italia scriveremo.
A Roma el Pontifice, vedendo el prosperar dil Re, era molto di mala voglia; l'armada di Zenoa si approximava al Tevere, come dirò di sotto; terminò di far alcuni fanti per custodia di Roma; et vedendo Fiorentini li davano passo, et quello seguiva in Toscana, non sapeva che farsi: et però cum Paulo Pisani ambassador veneto spesso consultava, pregando scrivesse a la Signoria non lo volesse abbandonar. Molto dubitava di esser privato dil Papato, o ver da li cardinali teniva dal Re fusse eletto uno altro Papa, et seguir scisma, come in diversi tempi in la chiesia sono state, per numero 23, dal 234 fin 1444, secondo si leze ne le historie: et però feva il tutto per haver li cardinali con lui, et con monsig. Ascanio vice cancellier spesso lo mandava ad exortar volesse ritornar a Roma, et cussì esso Ascanio deliberoe venir in Roma, ad abboccarsi col Pontifice, et veder si poteva conzar le cose, che desse il passo al Re di Franza. Et venuto a Marino, castello de Colonnesi, mia X da Roma, per ostaso el cardinal Valenza, nepote dil Papa, Ascanio a dì 2 Novembrio intrò in Roma di sera. Li andò contra el cardinal Monreal, nepote etiam dil Pontifice, et la fameia di Sua Beatitudine, et andato dal Papa stette in colloquio fino a mezza notte, poi il zorno driedo andò in concistoro, et, statim disciolto, si partì et tornò a Marino, havendo dormito quella notte in palazzo dil Papa. Et qui a Marino erano le zente de Colonnesi redate, et aspettavano Antonello Vitelli soldato dil Roy con squadre dodexe.
In questi zorni lì a Roma el banco de Medici fallite per ducati 100 millia, et fo dapoi el cazzar Piero di Fiorenza. El cardinal di Siena fra i altri have botta di ducati undese millia; et el Papa fece salvoconduto a Medici per mexi 6.
Sì come scrissi di sopra, l'armada dil Re di Franza era uscita di Zenoa, et, in questo mezzo che 'l Re prosperava in Toscana, venuta a Neptuno, da la longa si veteno (videro) con quella dil re Alphonso, tamen non si volseno apizar (attaccare) dubitando forsi una di l'altra. Et questa dil re Alphonso prese do galie de Franzesi, come dirò scrivendo quello faceva el Re preditto, et andò in porto a Gaeta. Ma quella di Franza, per lettere di Roma di primo Novembrio, se intese esser zonta a San Severo, fra Civitavecchia et Hostia, dove dovea metter le zente in terra: et poi, per lettere di 3, ditta armada si divise in tre parte: galie 18 intrò nel Tevere fino nelle fosse di Hostia, et ivi messe zente nova franzese, adeo che fo perso la speranza di rehaver Hostia più indriedo; etiam altre zente per terra andò a trovar el campo de Colonnesi. L'altra parte, che era 4 nave grosse, rimase a Monte Arzenton. El resto a uno porto vecchio, lontan de Neptuno mia 4. Et di gran zente de ditta armada dismontò in terra, et a dì 4 Novembrio la nave Salvega, con le altre do nave che, come di sopra è scripto, andono alle Specie, ritornono a Zenoa, dove si preparava 7 nave per il Principe di Salerno. El qual a dì 11 ditto montò su ditte nave con fanti 3500, e verso Calavria navigò, perchè era molto amato da tutta quella riviera, et li soi di Salerno lo aspettavano con gran iubilo: et poi a dì 17 Dezembrio ditta armada ritornò a Zenoa et disarmò, nè restò in mar salvo le nave andate in Calavria con el Principe di Salerno, tra le qual la nave Salvega che era grandissima di botte....
Et a Milano essendo ritornato el Duca, è da saper che a dì 9 Novembrio el Pontifice li scrisse do brievi, congratulandosi di la sua creatione, dolendosi di la morte dil nepote; et cussì scrisse prima al cardinal Ascanio, vice cancellier, dolendosi et allegrandosi dil fratello, esortandolo volesse scriverli che fosse quello mettesse paxe in Italia. Item cardinali molti li scrisseno al Duca lettere congratulatorie, et a dì 11 el re Alphonso li scrisse, date in campo a Mola, si dolse etiam di la morte di suo zenero, et si congratuloe dicendo volea mandar suo ambassador di brieve.
A dì 17, a hore 17, el ditto sig. Ludovico duca, per hora astrologica habuta dal suo maistro Ambrosio, scrisse di sua mano el titolo volea li fosse dato et subscritto nelle lettere, el qual diceva: Ludovicus Maria Sforcia Anglus Dux Mediolani Papiae Angleriaeque comes ac Genuae et Cremonae dominus. Et è da saper che in questo titolo variò di quello faceva li altri, et suo padre duca Francesco, suo fratello Galeazzo et il nepote Zuan Galeazzo; però che questi tutti se intitulono vicecomes et non anglus, zoè di la caxa de Viceconti. Ma questo Duca, volendo imitar el titolo del duca Filippo suo avo materno, si chiamò Anglo. Di dove vien tal nome di Anglo, saria longo qui descriver; pur a ciò el tutto se intenda, scriverò una epistola venuta de Milano, la qual tal cosa dilucida assà bene.
Scribis eleganti epistola, quam ab te hodie accepi, fuisse non paucos ex patriciis Venetis, a quibus es interrogatus quid causae sit, cur novus Princeps noster excellentissimus Ludovicus, suppresso Vicecomitis familiae nomine, Anglum se appellet; et Unde dictio illa emanet, tibique propterea gratissimum fore, si quod in ea re a nobis sentiatur literis aperuerimus, ut amicorum postulationibus, cumulatius quam forte hactenus egeris, facere satis queas. Tibi primum debeo non mediocriter, qui ex tui in me amoris magnitudine multo magis quam par sit mihi deferendum existimes; non ego enim ex parte vel minima is sum quem tu opinaris, et esse non dubito pro bonitate tua cuperes, quia quicquid essem, tuo semper nomini affectissimum, sicut virtus egregia qua praestas exposcit, offenderes. De re autem quam intelligere expetis, etsi certi nihil tam apud nos non dilucide magis quam apud vos scribi possit, tamen quid in hominum corona de re ipsa loquencium dici hactenus diversis judiciis audiverim, tibi nequaquam reticendum puto. Quod Anglum se appellet Princeps noster, facta nominis familiae Vicecomitis soppressione, ea est ratio communi omnium opinione, quod in hoc ducem Philippum emulari, qui et Anglum se appellabat, nulla familiae Vicecomitis facta mentione, decreverit. Qua autem de causa Anglum Princeps ille se vocaverit, alii aliud pro cujusque ingenio et rerum cognitione sentiunt. Sunt enim qui dicant in Anglia regione oppidum Anglum nomine per comites nonnullos olim possessum, cuius regimini nequeuntes ipsi aliis rebus impliciti vacare, aliis vices suas in eo regimine demandabant, ac propterea eos non Anglos solum, sed Vicecomites etiam tamquam vicarium comitum gerentes in loco illo appellari se curasse, ex quibus postea majores ducis Philippi natalem traxerunt. Alii ducem Philippum ex eo Anglum appellatum autumant, quod vel Princeps ipse vel ejus praedecessores cum Rege tum Angliae imperanti affinitatem contraxissent, ac propterea in eius rei memoriam Angli cognomen illis retinere visum est. Quidam vero longo secum dissentientes, ajunt cum Antenore qui ex Trojae excidio in Italiam concedens, Patavium condidit, quemdam Anglium nomine virum clarissimum ad partes has quoque profectum extruxisse Angleriam locum, a quo tum comites, qui Mediolanensium duces fuere, appellati sunt, voluisse ex eo ducem Philippum se Anglum nuncupari. Quorum omnium opinionem neque laudandam neque improbandam mihi censeo, etsi nulla earum digna ratione inniti videatur. Sed ubi tu vel patricii isti aliquam ex illis non rejiciendam prorsus censueritis, ex parte aliqua satis vobis fecisse, postquam veritas rei ex nullis litterarum monumentis quae extant intelligi potest, plurimum gaudebo. Ad haec illud tibi quoque declarare nequaquam omittendum sum ratus, ut quicquid in re fit teneas, non defuisse ex plebeis nostris aliquos temere et non ratione ut nosti dicere quicquid velint solitos, qui principem nostrum ex eo se Anglum appellari velle, supresso vice comite, asserant, quod non tanto illos posthac quanto hactenus sit facturas. Verum, quid dicant, tanquam prorsus delirantes, nesciunt. Nam ex quo ad Ducatum hunc et imperium promotus est, Vicecomites nonnullos et senatoria dignitate et magistratibus aliis decoravit. Adeo quod eos ab illius Excellentia non minores fieri quam antea perspicuo pateat. Vale. Ex Mediolano X Decembris 1494. Vester Carolus Barbavara. A tergo. Venerabili decretorum doctori honor. Domino Bernardino Figino, dentur Venetiis.
A dì 17 Novembrio el Duca di Ferrara, essendo stato 17 giorni in Milano, tornato el zenero dal Re è stato con lui 4 zorni, havendo fatto far a maistro Zanin, fiol dil quondam maistro Albergeto, tre modelli de passavolanti, uno al modo franzese et do a diversi modi; habuto in dono dal Duca 100 miera de metallo, el qual era sta comprà per construir el cavallo in memoria dil duca Francesco, el ditto rame fece condur a Pavia, poi per Po a Ferrara, et etiam ditto maistro Zanin, vi andò con lui per far artegliarie, se partì de Milano, et ritornò a Ferrara per Po nella sua ganzara. Ma non pretermetterò di scriver, licet non sia in proposito, quello a dì 18 ditto a Ferrara accadete: che la notte in la loza, dove el Vicedomino di la Signoria (per antichi capitoli, confirmati da novo da poi la guerra have con ditta Signoria) dà ragione, et è uno San Marco depento, et alcuni scapestri vi andò dentro ditta loza, cavò li occhi a ditta imagine di San Marco, et fece alcune altre poltronerie, dimostrando el cattivo animo avea verso la Signoria. Ma la mattina inteso questo da Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier vicedomino era lì in Ferrara, si andò a doler al sig. Sigismondo fratello dil Duca, che tunc in Ferrara era rimasto governator. El qual mostrando haver a mal, ordinò fusse fatto una crida e dato di taglia ducati 25 a quelli accuserà li malfattori. Tamen non se intese. Et zonto el Duca a Ferrara, a ditto vicedomino fece gran dimostratione di benivolentia, che era cosa mirabile; et questo faceva vedendo che 'l Re non li havea atteso a le promesse, però che sperava far qualche novità et rihaver el Polesene.
A dì 18 ditto a Milano fo fatto le exequie dil Duca morto, però che ivi è tal consuetudine, et uno si fa nel settimo, l'altro nel XXX zorno. Vi fu el marchexe Hermes suo fratello con li oratori et consieri dil Duca, et tutti cittadini de Milano.
A dì 19 Novembrio zonse in Milano el tesorier di Bertagna, ambassador dil Re di Franza, con cavalli 14: fo judicato venisse per danari dal Duca, li qual è da creder che li fusse dati.
A dì 20 venne Bernardo Rucellai ambassador de Fiorentini a Milano a congratularsi col Duca, et poi ritornò a Fiorenza.
A dì 23 venne el sig. Constantin Arniti con tre altri ambassadori dil Marchexe di Monferà a congratularsi con ditto Duca.
A dì 22 venne Anzolo Serragli, secretario de Fiorentini, et con el Duca parlato lungamente etiam ritornoe a Fiorenza.
A dì 25 zonse un fio del magnifico Zuan Bentivoi da Bologna a Milano per congratularse, sì per nome dil padre quam per Bolognesi.
A dì 24 in Milano arrivò madonna Chiara di Gonzaga, sorella di questo marchexe di Mantoa et moglie di monsig. di Mompensier, con cavalli 50; veniva da Lion per venir a Mantoa. Allozò in castello, fo molto honorata dal Duca et Duchessa; et poi, partita, andò a Mantoa, sì per starvi quam per esortar el fratello fusse cum el Re de Franza, el qual era al soldo di la Signoria za anni avanti, et havea ducati 30 millia a l'anno, come sarà scritto di sotto scrivendo di lui. Questa stette sempre a Mantoa honorata assà dal fratello, et el marito seguiva l'impresa di Napoli. Quello di lei seguirà scriverò poi.
El re Alphonso, come ho scritto di sopra, andava per Reame promettendo privilegii, facendo concessione, carezzando li populi, et provvedendo a li passi necessarii. Et essendo a Trajetto a dì 15 Novembrio si partì con l'ambassador di la Signoria pur in compagnia, et andò a Gaeta, essendoli venuto nova che don Fedrigo con la sua armata di 40 galie esser ivi arrivato, havendo preso do galie franzese che stevano forte per mezzo una rocca de Colonnesi; qual erano scorse lì per fortuna. Fo tratto gran colpi di bombarde di la rocca et di ditte galie, ma li nemici si butono a l'acqua e nudarono in terra, et le galie fonno prese vacue de homeni, salvo cerca 25 che erano rimasti per non saper nudare. Or ne l'intrar dil re Alphonso in Gaeta, li venne contra don Fedrigo do mia fuora di la terra, et ne l'intrar fo tratto assà bombarde di le galie era nel porto: le qual allora era galie 38, fuste 3, arbatoza una et do galie disarmate prese da i nemici, et Villamarino corsaro homo dil Papa con tre galie. Et qui el Re stette 6 zorni.
A dì 21 el ditto se partì di Gaeta e tornò a Trajetto. El zorno sequente fo gran fortuna, si ruppe nel porto di Gaeta do galie et andono a fondi; et in quel dì etiam per disgratia se impizzò (accese) fuogo in la polvere di bombarda di una altra galia, et quella brusò con zerca 40 homeni tra quelli erano in ferri e sotto coverta: il resto si butò a l'acqua, et scapolono la vita. Et la furia dil fuogo durò zerca mezza hora. Fu cosa miserabel et di gran compassione et gran augurio al povero re Alphonso. Et in breve zorni ditta armada disarmò.
A dì 26 uno ambassador dil Turco, homo di gran reputation, intrò in Trajetto, dove era el Re, con 40 cavalli et 10 zentilhomeni turchi tutti vestiti di seda a fiori d'oro, benissimo in ordine. Li andò contra l'ambassador de Venitiani, con molti baroni dil Re et tutta la corte, uno mio fuora. Questo era dismontato però che passò da la Valona, et a cavallo venne che fo una maraviglia. Et exposto la sua imbassada come il suo Signor li voleva dar ajuto, et che stesse di bona voia. Tamen il soccorso non venne mai, perchè Turchi non se fidava de passar in Italia. Et fo divulgato el re Alphonso li voleva dar ne le mani Otranto et Brandizo. Or ditto ambassador andò di longo poi a Napoli, dove stette qualche zorno fino have risposta dil suo Signor.
A dì 30 el Re si partì di Trajetto, passò el Garigliano, poi per rocca de Monte Ragon (Mondragone), venne a Castellamar del Volturno mia 20 da Trajetto, et a dì 1 Decembrio partì de qui et andò a disnar a Patria, dove è uno passo con uno ponte longo de legnami e una torre, et è ditto il lago di la Patria. Et a dì do andò a Cime mia 8, poi a Pozzuol dove sono li bagni assà nominatissimi, et andò per barca mia 3 a veder una fortezza feva far el Re in cima de uno monte, come di sopra ho scritto; poi per la Grotta ritornò in Napoli, dove questo tempo era rimasto al governo uno Vicerè, essendo stato fuora do mexi compiti.
A dì 5 Decembrio el cardinal di Zenoa Paulo de Campofregoso venne a Napoli contra el Re. Questo era stato su l'armada, et poi a Roma, et stette in Napoli sin a la intrata dil Re di Franza, et poi con esso Re si fece benivolo.
In questo tempo el re Alphonso fece far una fortezza sopra el monte San Martino, et cavar le mure si aggiongeva a Napoli, qual abbrazavano tutto el monte de San Martino sino al Castel novo: gran cavamenti et muraglie fece far in pochissimi zorni.
Gionse a Venetia a dì 18 Novembrio Piero et Juliano de Medici, et el sig. Paulo Orsini cugnato di Piero, vestiti incogniti con curacine indosso. Arrivò in casa di Lippomani dal Banco patricii veneti, con i qual havevano gran amicitia: et la sera andono in palazzo dal Serenissimo Principe, con el qual conferito, dimandò licentia di poter menar con loro X armati per caxon di la taja havevano su le loro persone, la qual ancora non era stà levata, come fo di poi a requisitione dil Re, et cussì per el Consiglio di Diese fo concessa licentia. Unde si vestirono in habito assà honesto, con veste curte di zambeloto negro et cape paonazze, con capironi di velluto di sopra, berrette in testa et la spada cadaun sotto, et cerca X provvisionati soi fidatissimi con spade driedoli. Et a dì 20 ditto da mattina andono in Collegio da la Signoria, dove, secondo el consueto di quella, fonno ben visti et carezzati. Demum volseno venir a veder el Gran Conseglio, et venneno con li soi armati, et loro con le spade sotto sentono presso el Principe su el mastabè. Or zonto ditto Piero qui, subito monsig. di Arzenton, ambassador dil Re di Franza, lo andò a trovar a caxa di Lippomani, col qual conferite molte cose. Li fo portato da soi ancora assà zoje, danari et alcune medaje d'oro, le qual lui molto stima. Et etiam vi zonse una baila con uno puttin de anni do, fiol de ditto Piero, el qual fo trasforato de Fiorenza; tamen la madre era lì in uno monasterio, et non molto da poi el Re li mandò uno de soi fino a qui a trovarlo, et notificarli dovesse andar a trovar Soa Maestà con lettere di salvocondutto, et cussì da poi alcuni zorni esso Piero partite di Venetia con il cugnato, et andò a trovar el Re presso Roma, et Juliano restò a Venetia, come dirò di sotto, et poi lo andò a trovar.
Vedendo Venetiani questo Re di Franza prosperar felicemente, et che Fiorentini erano accordati, et havea gran exercito, li padri dil Collegio se ridusevano diuturnamente, et nel Conseglio di Diese tramavano gran cose, et per vedere si potevano pacificare le cose et operarsi in metter paxe in Italia, come voleva pur el Pontifice. Terminono a dì 20 Ottubrio, et elexeno nel Conseglio di Pregadi do ambassadori a ditto Re, et che andasseno con lui fino a Roma: i quali fonno Antonio Loredan cavalier, che za alias a suo padre re et a tempo di la sua incoronatione in Franza vi si trovò ambassador, et ricevette da questo Carlo re le insegne de la militia. L'altro fu Domenego Trevixan cavalier, i quali, benchè fusseno dil Consiglio di Diese et si potevano excusare, pur per servire la Republica libentissime acceptono, et fu decreto nel Conseglio di Diese non menasseno niun patricio con loro, et de lì a zorni IX partiti, fatto la via di Ferrara dove dal Duca li fo fatto grande honor, erano cavalli 40, et Francesco da la Zuecca secretario, et zonseno a Fiorenza dove era el Re a li 21 Novembrio; nel qual zorno lì in Fiorenza seguite certa commotione dil populo, et però non fonno ne l'intrar honorati, come dirò di sotto.
Ancora deliberorono di mandar do solenni ambassadori al Duca de Milano, sì per allegrarsi di la sua creatione, quam per conferire con lui in secreto alcune cose, et operar quello poi uno di loro operono. Et a li 13 Novembrio nel Conseglio di Pregadi elexeno Battista Trevisan, era Avogador di Comun, et Sebastian Badoer cavalier, era Savio dil Conseglio, patricii di gran reputatione et dottrina: i quali a uno tempo a la gubernatione di la città patavina fonno rectori integerrimi. Et partiti a dì 21 ditto, zonseno a Milano a dì 7 Decembrio, et dal Duca preditto fonno molto honorati. Li venne contra et li allozono in Castello, dove era benissimo preparato: ai quali fonno presentate le chiavi dil castello, offerendo el Duca et tutto el Stato a comandi della illustrissima Signoria. Et poi, data grata audientia, el Duca partì et andò a Vegevene, et ditti ambassadori restono a Milano; tamen Zorzi Negro loro segretario andava da Milano a Vegevene a conferir con el Duca, fino che 'l ritornò in Milano, come scriverò più avanti. Ma Zorzi Pisani dottor et cavalier era lì a Milano prima ambassador, habuto licentia de ripatriar, ritornò per Po a Venetia, et zonse a dì 20 ditto, et espose quello in la sua legatione havea fatto, oltre le publiche lettere continue scritte di quello succedeva. Et Battista Trevisan preditto, di uno catarro che li discese, in breve hore si soffegoe, et a dì 24 de ditto mese di Decembrio, a Milano, morite in hore 10, che fo la vezilia de Nadal, et fo fatto le esequie, come dirò più diffusamente al loco suo. Et il corpo poi fo mandato a Venetia a San Stephano. Adoncha rimase solo ambassador Sebastian Badoer, el qual benissimo si portò, ita che reduse el Duca a far quello volse la Signoria.
Oltra di questo, a dì 14 Novembrio, nel Conseglio di Pregadi messeno quattro decime: do al Monte vecchio, le qual son donate a la Republica; et do al Monte novo, et di queste si ha ducati 5 per cento a la camera d'imprestidi de utilità a l'anno, fina sia restituido el capitale, secondo el consueto. Et fo astretto fusse pagate una dil Monte vecchio et una dil Monte novo per tutto el mese presente; le altre do per tutto el mese di Decembrio, et, passado el termine, quelli non havesseno pagado dovesseno pagar con pena di X per cento. Et cussì fonno ritradi assà danari, li quali fonno posti a le Procuratie di San Marco, per spender a li bisogni. Questo è uno ordene se observa per trovar danari a Venetia da li soi cittadini, senza toccar le publiche intrade: zoè pagano la decima di la intrata che hanno, et quelle decime dil Monte novo non sono perse ma hanno utilità, et con tempo li soi danari se restituiscono, et questo cavedal si puol vender et vendesi 90 et più ducati el cento, et hora più et hora manco secondo li tempi. Et za è stà visto con decime sole poste haver sostenuto guerra contra molti, maxime quella del 1482 col Duca di Ferrara aiutato da tutta Italia, che durò tre anni; nel qual tempo fo poste decime: come tutto ne la ferrarese guerra per mi descritta et intitulata al Serenissimo Principe Jo. Mocenigo nostro, chiaro el tutto se vede.
Ancora feceno molte provvisione per recuperar danari; le qual per non esser in proposito pretermetterò de scriver. Et fo preso di augumentar al tempo nuovo l'armada marittima era fuora, capitano Antonio Grimani, et armar XV galie sottil, zoè X in Candia, una a Retimo, una alla Cania et tre a Corfu; etiam nave grosse di Comun et altre vele. Et preseno di far 2000 stratioti, et commesseno al zeneral li scrivesse in la Morea, dove sono gran copia; et li fo mandati danari. Fo ordinato a li patroni di l'arsenal dovesseno preparar li arsilii per mandarli a tuor; oltra di questo preseno di far 3000 cavalli, per augumentar fino al numero de X millia cavalli, et fo scritto in diverse parte per assoldar zente. Et fo scritto a li capitanei di le terre dovesseno far con Hieronimo de Monte vice collateral zeneral, el qual da poi la morte de Mariotto suo padre exercita tal officio, le mostre a li soldati allozati in quelli territorii: et cussì inteseno la verità dil numero di cavalli havevano la Signoria; et fo preso di crescer uno piatto per lanza, che prima era tre soli cavalli per homo d'arme. Le sovvention fonno date, come ho scritto di sopra: a quelli mancava cavallo grosso ducati 60, et per li piatti ducati 25 per uno. Mandono li Savii di terra ferma in diversi luoghi in terra todesca a comprar cavalli, per dar a nostri condottieri. Oltra di queste provvisione, feceno pratiche per condur qualche valente homo per capitan zeneral, Zuan Jacomo di Triulzi o el Conte di Petigliano. Alcuni patricii voleva altri: uno maior Blas ongaro, che fo gran capitano dil re Matthias di Ongaria, et etiam uno so fiol de ditto re Matthias, chiamato el bastardo de Ongaria, homo illustre et de grandissimo inzegno et dal Governo in exercitii bellici saepius experimentado in quelle parte contra Turchi: ma non fo concluso nulla. Tamen condusseno el conte Antonio, fiol dil duca Federico de Urbin, natural, de anni cerca 45, con cavalli 400 et 40 balestrieri a cavallo, et uno altro chiamato Zulian de Carpi, etiam homo di età, con cavalli 400. Questi Signori da Carpi alias fonno per soi meriti creati nel numero del Mazor Conseglio de Venitiani. Hor questi do condottieri, habuto la conduta et danari, si messeno in ordine, et fece zente per tempo novo, et venneno ad allozar in Brexana.
In questo mexe di Novembrio a dì 21 zonse a Venetia uno ambassador del sig. Bayzeth, Gran turco, el qual a dì 27 andato in collegio al Prencipe presentò alcuni presenti mandava el suo Signor a la Signoria, zoè panni d'oro alla turchesca, de li qual fo fatto paramenti di preti et panni di altar a San Marco. Et expose, da poi presentato la lettera di credenza, come era stà mandà dal so Signor per visitar la Signoria, come so buon amico, et per intender la verità di questo Re di Franza, et che al so Signor era stà referito che non solamente veniva in Italia contra el Re de Napoli, ma poi per venir contra di lui, benchè poco lo stimava, et simile parole usò. Unde li fo risposto sapientissimamente per el Principe; et poi lo vestiteno d'oro, donatoli altre veste di seda, et la sua famiglia vestita di scarlatto secondo il consueto, si partì et ritornò a la Porta dil suo Signor a Constantinopoli. Questo ambassador partì et venne insieme con do altri ambassadori dil suo Signor: uno che andò al re Alphonso, come ho scritto di sopra; et l'altro al Papa, a portarli il tributo li mandava ogni anno, ch'eran ducati 40 millia d'oro venitiani, per causa el tenisse con custodia suo fratello Gem, el qual da li soi populi era molto desiderato, per esser huomo bellicoso imitante le vestigie paterne. Or ditto ambassador, insieme con Zorzi Buzardo orator dil Pontifice era stato al Turco, smontato in Ancona per andar per terra a Roma, a presso Senegaja, adi 20 Novembrio, dal prefetto di Roma, fratello dil cardinal San Piero in Vincula, el qual era a soldo di la Signoria con cavalli 400, fo assaltato et toltoli li ditti ducati 40 millia, et alcune lettere trovò in le man dil preditto Buzardo, el qual etiam lui fo preso, et conclusive fece un bon butino. Ma ditto ambassador dil Turco, per esser ben a cavallo, fuzite et ritornò in Ancona, et scrisse a la Signoria et a Roma quello li era intravenuto. Ma el sig. Francesco di Gonzaga marchese di Mantoa per esser molto so amico, zoè del sig. Turco, et etiam spesso l'uno et l'altro si manda presenti, et la insegna di esso Marchexe è uno turco, et fa cridar a li soi: Turco! Turco! ancora che in specialità con ditto orator havea grande benivolentia, mandò uno di suoi a tuorlo fino in Ancona et menarlo a Mantoa, dove stette alcuni zorni et honorato assà; fattoli bellissimi presenti, venne a Venetia et ritornò dal suo Signor, come dirò di sotto. Ma questo intendendo Venitiani, haveno molto a mal che quelli fusse a loro soldo facesse tal cose, sì per el tributo aspettante a la Santità dil nostro signor Pontifice, quam per la paxe hanno col signor Turco: et li scrisseno in bona forma volesse restituir ditti danari. Etiam mandò a ditto prefetto Alvise Sagundino secretario, a veder si poteva operar. Ma il prefetto rispose prima che, come suo soldato, non havea preso alcuna cosa, ma come signor che era di Senegaja, fatto per Sixto pontifice, et che dovea haver ditta quantità dal Pontifice per suo stipendio li avanzava, et che mai non havea potuto haverli; concludendo non volevano restituir cosa alcuna; ma che el suo Stado et la sua persona era a comandi di la Illustrissima Signoria. Et inteso questa risposta, Venitiani lo cassoe di la conduta havea, la qual zà era quasi finita et no volsero più havesse loro soldo. Et ditto prefetto si accordò con el Re di Franza, et, fatto zente lì in Romagna, fo fatto capitano di l'Apruzo, et andò con le sue zente, et fu causa lì in l'Apruzo di far rebellar molte terre a re Alphonso. Et per questa via si trovò la lettera etiam che el Pontifice mandavi al Turco, o vero instrutione, la quale è scritta di sopra, verificata per mano dil Buzardo sopra nominato.
A Venetia per queste guerre venne gran carestia de biave, unde per li Provedador a le biave, erano Lorenzo de Priuli, Nicolò da Molin et Hieronimo Capello, fo fatto alcune provvisione. Mandono a tuor formenti in Turchia, et ebbeno le tratte dal Signor, et di stera 100 millia; etiam have dal re Alphonso di poter trar di la Puia, et cussì mandono navilii a tuorlo, et poco da poi fo grande abbondantia. Et è da saper, come a dì 9 Novembrio in fontego de la farina mandata la poliza juxta l'editto in Collegio, fo visto non esser più di stera 5000 farine, et a Mestre el zorno avanti si havea venduto lire 7 el ster; unde li padri di Collegio li parse molto di novo, cercando di far ogni provvision acciò ne fusse abbondantia in la terra. Et a caso re Alphonso scrisse al suo ambassador, el qual andato in Collegio offerse a la Signoria la tratta di stera 60 millia di formento di le terre di la Puia, et per questo subito li formenti padovani, valevano ducati uno il ster, calò a lire 5 e soldi 12, et cussì la farina in fontego; ita che da poi fo assà più abbondantia.
A dì 3 Novembrio fo preso nel Consiglio di Pregadi di desarmar 8 galie di Candia, do di Corfù, et quelle de Nicola da cha da Pexaro provedador de l'armada: in tutto numero 12, per essere stato assà fuora. Etiam la nave di Comun, patron Pangrati Zustignan, armata, di botte 1500, e questo per esserli brusado l'alboro da la saetta. Item la barza di Andrea Loredan capitanio di la nave di botte 400, et la barza di Quarner di botte 500, capitano Piero Malipiero. Ergo restava in mar el capitanio zeneral, Antonio Grimani, con 19 galie sole; et cussì fonno disarmate. Et a dì 14 Decembrio Piero Malipiero sopra detto zonse qui, et a dì 17 Nicolò da cha da Pexaro sopra nominato. Et da poi, al primo di Decembrio fo decreto di dar ducati 1000 per uno di sovventione a le galie vecchie erano venute a disarmar, et che si tornasseno in armada, perchè pur era bisogno di armada per queste cose dil Re di Franza, che assà prosperava. Ancora in questo mese nel Conseglio di Pregadi fo preso di condur zente d'arme, et haver a tempo novo cavalli XV millia, et stratioti 2000, come dirò di sotto, et pedoni 10000.
El Re de Franza è da saper havea a la guardia sua sopra carrete 6 falconi, pesava lire 1000 l'uno et trazeva ballotte de lire 8 l'una. Et nel suo exercito havea su carri 20 falconi, et 8 serpentini: et cannon de peso de 7 miara trazeva lire 50 di ferro. Item colovrine 12 di lunghezza piè 4, trazeva lire 32 di ferro. In tutto havea 40 carrette. A Castelcaro era 22 pezzi di artegliaria su 22 carri, zoè 12 falconi, 5 cortaldi et 5 colovrine et ivi era per el Re..... fameio di Michiel Vasier, chiamato controllore et uno Basilio da la Scola vicentino et il gran maestro di l'artegliarie dil Roy etc.
Clarissimo et praestantissimo viro Antonio Grimani procuratori Sancti Marci et classis venetae generali imperatori meritissimo Marinus Sanutus Leonardi filius patricius venetus salutem.
Havendo più volte considerato a cui queste nostre lucubratione dovesse dedicar, et pensandomi di le conditione et qualità tue, clarissime Senator, ho voluto antiponerte ad ogni altro nostro patricio, et el secondo libro di questa gallica historia intitolarti, potissimum per doi rispetti. L'uno perchè in questi tempi al governo di la classe marittima sei stato generale capitano et operasti in augumento di la Republica, maxime nel combatter et acquistar la città di Monopoli in Puia, che era in le mani de Franzesi; dal qual principio seguite a nui per ben de Italia la degna vittoria contra di loro. El secondo rispetto è stato per le dote di Toa Magnificentia, perchè non manco honore mi sarà di haver tal fauctore, che libenti animo legga l'opre mie, quam di haver insudato con grandissima fatica nel componere di questa, licet in lingua materna sia. Et quando mi penso quello sei, non posso star che non dichi qualcosa, a ciò memoria sia sempiterna. Tu primario senator et di età a pena sexagenario, tu a la procuratione di San Marco, tu al governo di la Republica, Savio dil Consiglio sempre in Collegio sei stato, tu in mar Generale Capitano; ergo, terra marique sei operato; tu ditissimo di facultà, la qual cosa istis temporibus sopra ogni altra cosa è extimata; tu padre di quattro figliuoli, che cadauno imita le vestigie paterne; praecipue il maggiore, reverendissimo Dominico, cardinal di la Romana Chiesia, tituli Sancti Nicolai inter Imagines, nuncupato cardinal Grimano; el qual licet zovene sia, non solum in ecclesia è stà honorato, ma etiam in la nostra Republica, sì ne li consigli secreti quam in legatione alla cesarea maestà di Federico terzo imperatore, dal qual ricevette la militia: et essendo dottissimo et non immerito in urbe patavina a le insegne dottoral in una et l'altra scientia assumpto. et in gratia non parum de nostri patricii, volse più presto darsi a la Chiesia, andato a Roma, dove potesse il cristianesimo et la patria sua juvare in omni eventu. Adoncha, quanto gloriar ti dei haver generato questo honore di la zente Grimana, el qual, si Dio li dona vita, spero vederlo nel grado sublime, quod Deus oro id faciat. Degli altri, Vicentio, Hieronimo et Piero non mi extenderò in lodarli, perchè sono conossute loro optime conditione. Quid plura dicam? Experti siamo dil tuo sapientissimo governo in questa pretura marittima, di l'animo grande, volonteroso esponer la vita per honor di la Republica et patria tua. Teste è Monopoli, et chi fu in armata, di quello Toa Magnificentia in quella impresa si operò, come in questo libro etiam lezendo si vedrà. Et se Iddio havesse voluto, come non volse, che nel principio quando in Puia con l'armata a Brandizo ti transferisti, havesti habuto mandato dil Senato di rompere guerra contra Franzesi per la quiete et ben de Italia, come da poi ti fo mandato, sine dubio, con l'armata havevi, con la optima voluntà tua, aresti recuperato brevi tempore tutta quella provincia, con occisione de quegli che contra si fussero opposti. Unde Ferrandino non seria tanto occupato in reacquistare il suo regno. Concludendo adoncha, et pretermettendo più lode di Toa Magnificentia, che in vero longo saria si tutte volesse explicarle, questa nostra veramente fatica di la gallica hystoria, partita in cinque libri, uno di qual a Toa Magnificentia ho dedicato, receverai et lezendo vedrai varie cose et novità seguite in Italia, domente al governo marittimo ti ritrovavi; et sopra tutto la verità senza alcuna adulatione. Longa materia et più longo il descriver, benchè habbi cercato abbreviarla quanto mi è stato possibile. Et si l'opera a Toa Magnificentia piacerà, tanto più mi accrescerà il desiderio di continuar, mentre sarò in vita, quello fortasse da poi questa ne li tempi futuri succederà. Et per non tediare più quella nel leggere questa mia inornata epistola, a Toa Magnificentia infinite volte mi recomando, pregando Iddio vedere a uno tempo, tu a l'ultimo grado nostro, dil qual sei propinquissimo, et il Reverendissimo figliol alla Sede Apostolica, perchè io per la affinità è fra noi etiam degli honori preditti ne parteciparia. Vale, vir clarissime, et me ama, si tuo amore me dignum esse censes. Venetiis, in aedibus, ultimo Decembris M CCCC LXXXXV.