Marini Sanuti Leonardi filii Patricii Veneti de Adventu Caroli regis Francorum in Italiam adversus Regem Neapolitanum. Incipit liber secundus feliciter.

Fiorentini havendo el Re di Franza ordinato el zorno che 'l voleva intrar in la terra, feceno grandissimi apparati, butoe le porte di legno a terra con le sarazinesche, et a compiacentia dil Re butono una parte di muro appresso la porta di San Friano et atterrono ivi la fossa. Intrò de Luni a dì 17 Novembrio: il modo et ordine sarà scritto di sotto. Et Fiorentini fece questo ordine, che per tutta la terra volseno che in ogni casa fusse preparato per allozar Franzesi, et dove che Franzesi andavano, zoè da prima quando introno in Fiorenza, et in qual caxa volevano, vi poteva habitar, perchè di tutto li era provisto, de vituarie et ogni altra cosa, da li patroni di le caxe: tamen Franzesi pagavano il viver loro. Le donne veramente fiorentine, con le lor robe di valuta, andono a star ne li monasterii di donne religiose. Questo a ciò non si mescolasseno con Franzesi, timide di quello era successo a Lucca. Ma essendo assà zente con el Re, parte fonno mandate cussì come intravano in la terra, fuora per l'altra porta, di comandamento dil Re, verso Siena; et cussì si sparpagnò per quella Toscana. Fiorenza adoncha città in Toscana nobilissima et prima, fo edificata avanti lo advenimento di Cristo anni 90, da gli homeni d'arme de Sylla romano, perchè Sylla preditto li assignò quel paese per sua habitatione; et questi habitono a presso el fiume di l'Arno, et edificono un castello chiamato Fluentia, come scrive Plinio. Dopo, venendo Totila re de Gothi, la prese et totalmente la disfece et guastò. Dopo la prese Carlo Magno, et per memoria la fece rehedificare et ampliare di circuito di mure, et volse la fusse libera con molti privilegii, et concesse a loro legge et gli magistrati. Et poi del 1024 fu molto ampliata per spoglie di la città de Fiesole, perchè quel popolo fo costretto venirvi ad habitare: del 1071 fu accressuta di mure, oltra la chiesia di Santo Laurentio, come è al presente. Et morto Federico imperatore, loro inimicissimo, successe Rodolpho, al qual Fiorentini detteno ducati 6000, et li restituite ne la pristina libertà, et loro ordinono 12 anciani. Et poco da poi mutorono, et ne fecero 8 chiamati Priori di l'arte et uno Confaloniero di justitia, i quali stanno fermi nel palazzo. Per mezzo di questa vi passa el fiume di l'Arno, el qual per la ferocità di le acque è innavigabile. È un bellissimo tempio di San Zuan Battista, dove è il suo digito che mostrò Ecce Agnus Dei, et qui solamente è di tutta la città el Battesimo: et le porte, che son tre, sono di ferro bronzo, historiate dil vecchio et nuovo Testamento. Ancora v'è el tempio edificato con arte incredibile, grandissimo, con una volta nel mezzo et la chiamano la cupola, edificata con inzegno più presto divino che humano, et tutto di fuora coperto di marmoro variato, et sempre vi si lavora, et si chiama Santa Maria la Nonciata, et ha una torre stupenda, tutta di marmoro, per campaniele, altissima. Questa città in poco tempo arse do volte, et fo del 1176. Ha habuto molti adversarii per tuorli la libertà, Pisani, Senesi, et altri in Italia, poi Henrico VII imperatore, poi Castruccio, ancora Lanzilò re di Puja, Galeazzo Maria, primo duca di Milano, et innanzi a lui Joanne archivescovo de Milano, et duca Felippo etiam duca de Milano, re Alphonso et Ferdinando so fiol ultimamente; tamen sempre se difese. Di questa città vi fu Francesco Petrarca, el qual nacque in uno castello chiamato la 'Ncisa in Val d'Arno, 12 miglia di sopra Fiorenza; Dante Aldighieri, Accursio jurisconsulto, Lunardo Aretino ben fusse di Arezzo, et altri assae, maxime Cosma de Medici ricchissimo, Pallade Strozzi cavalier, in greco et latin dottissimo, Angelo Acciauli capo dottissimo in greco. Or Fiorenza zira attorno mia cinque e un terzo; le porte di la terra 13; sopra el fiume di l'Arno è 4 ponti, uno de li qual ha botteghe 40, l'altro X; su l'Arno è molini numero 54 da masenar ne la terra. Ha d'intrada Fiorenza ducati 350 milia; la chiesia cathedral è Santa Liberata, e parrocchie 52, priorie 12, oratorii 16. Ha spedali 38, 4 da infermi, 2 de ammorbati, 2 de bastardi, 26 de pellegrini, uno de preti per zorni 8, uno de frati per zorni 8. Monasterii de frati numero 21, zoè 9 di l'ordine di San Battista, uno de San Basejo, uno de San Hieronimo, 3 di Santo Agustin, uno di Carmelitani, do di San Francesco, do de San Domenego frati predicatori, uno de Umiliati et uno di Santo Antonio. Monasterii di donne 44: 12 di San Battista, 9 di Santo Agustin, 5 di Santo Domenego, 6 Carmelitani, 2 di San Zuan in Hierusalem et do altri; in tutto 44 de li ordeni sopra scritti, ma sotto diversi nomi de Santi. Frati et preti et monache vi sono numero 5000, de li quali 3000 ne sono Mendicanti. Caxe 18 milia et 400. Fa anime 128 milia, forestieri 15 milia. È in Fiorenza strade 258, torre et campanieli 284, piazze 24, loze dove se reducono li cittadini 18, botteghe di seda 120, telari 3000, tra i qual 400 de brocati d'oro et d'arzento lavorano. Botteghe di lana 280, lavorano panni 10000. Battiori numero 263 da depentori per dorar, et da filar numero 23. Spiziarie 95, barbarie 120, oresi 37, banchi de monede grosse et piccole 33, librari 28, sartori botteghe 18, fa calze 64. Consuma de farina al zorno moza 150, ch'è 3600 a l'anno; consuma de vino al zorno 900 barile, ch'è 3500 barile a l'anno et X barile fa una botta. Fiorentini consuma di oio a l'anno barile 55 milia. Di fuora di la terra è caxe et palacii de cittadini X milia fra mia 5; et zirando fra mia X, numero 14 case de cittadini hanno tentorie di seta et lana 47, chiovere da tirar panni numero 8. El palazzo di la Signoria val di spesa a l'anno ducati 24 milia, tra manzar et salarii: videlizet manzano bocche 47. Et il domo è di piere divisate, con il campaniel simile alla chiesa. Casamenti et palazzi bellissimi. Or li Signori soi, che sono 8, et il Confalonier 9, stanno do mexi et non più. Et questa descriptione ho voluto qui scriver, benchè non sia in proposito, pur a ciò di ogni cosa, lezendo questa, se ne habbi cognitione, ho voluto brevemente qui scriverla. Ma a la intrata dil Re veniamo.

Questo è il modo de l'intrar dil Re di Franza in Fiorenza a dì 17 Novembrio.

Imprimamente giongendo la Maestà dil Re a Monticelli, fuor di la porta di San Friano, se fermò qui aspettando l'ordine dato. Ivi gionse la Signoria di Fiorenza, et posesi a sedere in su uno balcone, con le sedie come sono in piazza, su la ringhiera molto ornata, con uno sopracielo de panno azzurro, con le arme dil Comun di Fiorenza, et con certi scudi di qua et di là per la porta, et per l'andito di la porta medesimamente, con le armi dil Re. Et sedendo la Signoria in sul balchetto, se era ordinata una bella processione con ornatissime pianete, come si usa per San Joanni, ma incominciato a piover alcune gozole, i frati se messeno le pianete a roverso per non le guastare, per la qual cosa non poteva proceder la processione. Et pur ancora comenzava venir de molti cavalli, sì de quei de cittadini che andavano incontra al Re, sì etiam de quelli de li homeni d'arme; in modo che i frati furono sbaragliati di qua et di là, e chi correva per uno viottolo, et chi per uno altro. Incominciando adoncha la intrada dil Re, venne avanti 200 coppie de zoveni fiorentini, molto belli, bene a cavallo et vestiti tutti alla franzosa, con ricchissime veste et con maneghe molto larghe. Innanzi a tutti era Lorenzo de Piero Francesco, con squadrone di zoveni a cavallo ben in ordine, che battendo cavalcavano per andar a far certi provvedimenti et apparecchi per el Re. Da poi lui seguite ditti zoveni molto ornati, et driedo loro seguitava forsi 100 coppie de homeni de tempo, pur fiorentini, molto ben vestiti et ben a cavallo. Et cavalcando via, stando cussì uno puoco, comenzò a venir la zente dil Re, et innanzi a tutti 4 tamburini con 4 tamburazzi grandissimi, che parevano 4 tinele, et sonavano con tutte due le mani, et havevano duo da lati che sonavano zuffoli, et fazevano sì grande el strepito che 'l pareva ruinasse quella via dove i passavano. Et driedo a loro 7 caporali, che andavano al pari, in modo che i tenevano quanta era larga quella via, armati benissimo con certe curazze scoperte et maglie, et le braze è bellissime, salde di finissime maglie, con certe arme a uso di ronca inorate et molto lustrate: parevano arme disconze al portare, ma erano più atte a tagliare uno usso (uscio). Et havevano uno cappellazzo in capo per uno, et sopra la curazza una zornea tutta frappata de zambelloto. E driedo loro parecchi altri con quelle mannaie. Et da poi questi, forsi 200 balestrieri con forsi 800 arcieri a piedi, et loro 4 tamburazzi, con forse 2000 schioppettieri. Innanzi a tutti era uno homazone, con una arma in mano lustrata, a uso di spedo da porco, fitta in uno querculo grosso e torto: cosa assà goffa; et poi questi 4 tamburazzi che sonavano con tutte due le mani, che pareva gli avesseno a far una vendita. Et da poi questi veniva molti Sguizzari con zerti lanzoni molto curti et grossi come travexeli, con uno certo ferrazzo curto a uso di una ponta de partesana, et andavano a sette a sette tutti insieme, et durono uno gran pezzo a passare, in modo che fo stimato esser più di diecemilia, et driedo a questi venne certe banderuole, et dopo loro erano altri schioppettieri et balestrieri et arzieri, con una squadruzza con quelle mannaie, come ho ditto di sopra. Da poi questa veniva uno trombetta, con una tromba longa, con una bandiera, con uno squadrone de forsi 60 homeni d'arme, con li più diversi et grossi cavalli che mai fusse visti, con sopravveste mezze di brocato d'oro et mezze divise, e con bellissimi pennacchi e con una mazza ferrata per uno in sulla cossa, et il stocco a lato. Et da poi questi venivano quelli che portavano le lanze inclinate come se le volesseno imberciare. Et dopo questi venne pochi balestrieri a cavallo, ma una grandissima moltudine de arzieri a cavallo. Et dopo questi uno altro squadrone, medesimamente armati tanto riccamente che tutti doveano esser o conti o signori, et era zente molto fiorita. Et cussì avanti che venisse el Re, venne 8 o ver 10 squadroni, come ho ditto; poi veniva tutti i trombetti di la Signoria di Fiorenza, vestiti a la devisa dil Re, zoè bianco e vermiglio, con certe gabanuzze di zambelloto, et con una moltitudine de trombetti dil Re; et driedo a loro uno bellissimo squadrone de homeni d'arme, tutta fiorita zente. Veniva prima li signori dil sangue, tra i quali vi era do italiani: el sig. Galeazzo di Sanseverino et don Ferrante fiol dil Duca di Ferrara, a uno insieme con loro. Et po questi uno baldacchino portato da quattro dottori in la terra Fiorentini, sotto el quale era el Re a cavallo, in su uno bello cavallo, et havea indosso una gabanella de broccato d'oro tirato, et di sopra una sbernia di raxo azzurro et uno cappellazzo bianco sottile in capo, che non parea fusse niente su quello cavallo se non uno capo per la grandezza dil cappellazzo: uno homicino aliegro in viso, con uno grandissimo naso, et il viso longo, con fanti a piedi intorno, che era una bella cosa a veder. Et driedo al Re era assà baroni, con veste de broccato d'oro che toccavano per fino in terra. Et dopo loro venne parecchi squadroni de homeni d'arme, come quelli da prima, che mai si vide la più mirabil cosa. Et intrato in la terra, sonando tutte le campane, li fu fatto riverentia a Sua Maestà da la Signoria era sentada lì a la porta di San Friano, come ho ditto di sopra. Era tunc temporis confalonier di justitia uno Francesco di Martino Scarfi. Et giongendo al ponte di Santa Trinità dove era uno carro con uno edificio con molti razi (arazzi) quando fo annonciata Nostra Donna, che parve cosa bella al Re; et seguitando el cammin passò per borgo San Jacomo et passò el Ponte Vecchio, et venne zoso per Ponte Santa Maria, el qual era tutto coperto di quella tela vi sogliono metter i botteghieri per rispetto del sole; et zonzendo in piazza, lì era uno carro triumphale, con uno grandissimo zio (giglio), et di sopra una corona di palme inarzentade, con rami de olive; et eravi su giovani con diversi instrumenti, che sonavano et cantavano, et salutorono el Re dicendo: ben vegna el liberator et restaurator de la libertà! et molte altre cose in laude dil Re. Et procedendo passò da casa de Zulian Gondi, passò via dal canto di Pazzi, et zonzendo in Santa Liberata smontò da cavallo et intrò in chiesia. Et zonzendo a la porta, quivi era el Vescovo con tutto el clero de preti; et menollo a l'altar grando, et ivi ringratiò Dio che lo havea condutto a salvamento, et da tanta zente che era, si durava fatica zonzer perfin a mezzo la chiesia. Et quivi sopra l'hostia in man di l'Arcivescovo solemnemente zurò de observare li capitoli, li qual saranno di sotto scritti, et mantegnirave Fiorenza in libertà, restituendole le sue terre; et volse che, versa vice, la Signoria di Fiorenza, nomine illius Comunitatis, li zurasseno sempre saranno fideli a sua corona et a la caxa di Franza. Et poi ritornato con gran furia fu messo a cavallo, per esser piccolissimo, et fu menato in la via larga, perchè era sì grande la calca, che non si poteva seguitarlo, et era notte, et dismontò da cavallo. A la caxa de Piero de Medici era apparato per Soa Maestà con tante zentilezze, che mai più si vide tale, dicono i Fiorentini. Primamente era coperta tutta la via de mantegli de roversi azzurri con zigli zali, et con uno cornisone con le arme dil Comune et dil Re, et cussì sopra lo usso (uscio) che usciva a la scala con festoni acconci ornatamente, et cussì sopra la loza dentro, più degnamente che non si potrebbe contare, con tanti zigli e con tele zale. La camera tutta conzà di broccato d'oro. Et il simel in caxa de Piero Francesco pur de Medici, con uno tondo in su lo usso (uscio), messo a oro con le arme dil Re, et con festoni pendenti da lati, con penne inarzentade conze degnamente, et di sopra con uno vaso inarzentado et con uno lauro in ditto vaso, pur inarzentado, et in caxa benissimo aconzo, con panni d'oro per coperte di letto, cose bellissime d'ornamenti, et una lettiera de avolio con le casse de avolio. Et in questo mezzo si era fatto notte, et la Signoria fè metter uno bando, che ognuno mettesse lume a le finestre per fina a le 5 hore, sotto pena di la disgratia loro: et cussì fo fatto per poter allozar Franzesi, et pareva zorno, tanta luce vi era. Et subito zonto el Re, dimandò di le medaie, cammei et porzellane di Piero, che erano cose di grande estimatione, però che Lorenzo suo padre molto si deletava; ma perchè erano sta strafurate da li soi, et scose in li monasterii, non le potè haver. Et Fiorentini li presentò la caxa preditta di Piero, ma lui non la volse accettar, et molto instigava la tornata di Piero, facendoci tutto a ciò ritornasse: tamen Fiorentini mai volseno consentir, imo li chiesero una gratia, che tutte le arme de Medici, erano depente per la terra et nel palazzo, fusseno dispegazate, a ciò non vi restasse memoria di loro, et che la parte seguiva Piero fusse cazzata dil governo; et levono alcune caxe antiche, le quale un tempo erano stà basse, et da Medici subposte. Francesco de Medici nominato di sopra, a ciò non fusse più chiamato de caxa de Medici, essendo ditta caxa venuta tanto in odio a Fiorentini, volle che de caetero fusse chiamato di la caxa de populani, et mutò l'arma che prima era sie balle rosse in campo zalo, et una a questo modo come è qui pinta, et al presente levò l'arma, zoè una rosa in campo bianco, ch'è l'arma di la Comunità. Et questo intrò al governo di la città, et ogni exilio et confiscatione per sè stessa era levata col governo di Piero. Adoncha per il scaziar de Medici niuna caxada di quelle lo seguiva fo mandate fuora de Fiorenza, ma ben quodammodo private, zoè che non erano elette al governo di la Republica, benchè etiam fino li soi medesimi fonno contrarii a esso Piero. Et questa Signoria, che era al presente 8 et il confaloniero di justitia, i quali habitano in palazzo, era di quelli pur fatti mentre Piero era in Fiorenza, et compiteno li do mexi di loro dignità. Ma, compiti, fonno refati de altri, et fatto uno nuovo ordene, secondo come di sotto il tutto chiaro sarà scritto.

Capitoli conclusi tra il Cristianissimo Re di Franza et Comune di Fiorenza a dì... Novembrio 1494 in Fiorenza, firmati[105].

Oratio Marsilii Ficini Florentini ad Carolum Gallorum regem habita...... Acta Florentiae die... Novembris 1494. Dixi[106].

Protesta Regis Franciae ad Alexandrum pontificem et universis et singulis[107].

Questo protesto fo mandato ad Alexandro Papa et Collegio de reverendissimi Cardinali, el qual poi a ciò tutti lo vedesse et potesse ben leggerlo a suo piacere, fu butado in stampa, latino et vulgare, et venduto per tutte le città de Italia.

Quello seguite in Fiorenza mentre el Re vi stette et in Toscana.

A dì 21 de Novembrio zonseno in Fiorenza, dove era el Re, Domenego Trivixan et Antonio Loredan cavalieri, ambassadori di la Signoria di Venetia, deputati a esso Re di Franza, et senza altro honor se ne andono con la sua brigata a dismontar al hostaria. Questo perchè in quel zorno medemo fu certa novità di populo ivi, adeo che quasi tutto el populo armato era corso a la piazza, per caxon di alcune presomptione havea usato certi baroni franzesi. Però che Fiorentini si haveano redutto in conseglio per consultare li fatti loro, et etiam per trovar danari che il Re dimandava, iuxta la forma di capitoli. Et mentre erano Fiorentini a tal consultatione, questi Franzesi dubitando quello voleva dir questo star tanto in conseglio, volseno intrar in palazzo et etiam nel ditto conseglio, dicendo volevano intender la cagione stevano tanto serrati a consultar. Et li fo risposto consultavano el fatto loro, et che non volevano che ditti baroni intrasse nel loro conseglio. Unde uno di quelli franzesi desnuò uno pugnal verso il portinaro, volendo al tutto intrar: per la qual cosa la Signoria fece sonar campana a martello, unde tutta Fiorenza si messeno in arme, et si pur uno havesse principiato, sine dubio tutti li franzesi che ivi si trovavano sarebbe stati tagliati a pezzi, perchè in Fiorenza è un gran populo, et, come fo ditto, era appresso persone XV milia da fatti su la piazza. Et el Re meravigliandosi di questo, benchè le sue zente erano volonterose di far qualche movesta, per haver causa de metter la terra a sacco, ma considerando el pericolo havea a seguir, a mettersi a furore populorum, ordinò a le sue zente stesseno in pase, et cercò di adattar le cose. Et mandò a dimandar a la Signoria quello havea voluto dir questo, et intesa la cagione, al meglio si potè fo a ditti fiorentini fatto diponer zoso le arme, et la Signoria medema venne ad excusarsi alla Maiestà dil Re, con la qual fra Hieronimo di S. Marco di l'ordine di San Domenego, reputato in Fiorenza santo, come ho scritto di sopra. Et disseno Sua Maestà non se dovesse meravigliar, perchè quel populo era di tal sorte che, a uno segno, tutti se redusevano armati a la piazza ad aspettar il mandato di la Signoria, per conservation de loro libertà; et etiam perchè pur intendevano che quella voleva promover el ritorno de Piero de Medici, la qual cosa el populo non la poteva sopportar, per le tirannie havea quella caxa fatto. Et come vidi una lettera venuda di Fiorenza, che el Re protulit haec verba: li cieli et le stelle voleva che noi desfassemo Fiorenzai et nui li volemo obstarli. Etiam è da saper che Fiorentini antivedendo a molte cose, havendo a vegnir questo Re in Fiorenza, ordinono un bel modo di adunar zente in la terra a li bisogni, et elexono XXX commissarii, i quali andasseno per le ville, castelli et terre vicine dil suo territorio, et far che quando sentivano sonar la campana dil palazzo di la Signoria, la qual di raro vel numquam si sona a campana e martello, se non quando intravviene qualche novità grande: et fo sonata al tempo che Piero de Medici andò attorno la terra, come ho scritto di sopra, cussì etiam li campanelli di le chiesie dil contado de Fiorenza dovesseno sonar, nè mai restar se quella prima di la città non restasse; et che tutti, a tanti per caxa, dovesseno correr armati come meglio potevano a Fiorenza a ubidientia di la Signoria. Questo feceno a ciò el Re non li venisse voglia di far qualche movesta, essendo con cerca X milia persone allozato in la terra: ancora secretamente feceno intrar molti del contado armati in Fiorenza, i quali stevano occulti, a ciò in omni eventu fusseno presto preparati. Et questo fu la causa che nè Fiorentini poteno mandar contra li ditti ambassadori, nè etiam uno de primi baroni dil Re, al qual era stà commesso dovesse venirli contra et honorarli. Et zonti ditti oratori, sedate le cose, Fiorentini si venneno ad excusar, et li consignono una caxa honorifice preparata, et cussì etiam ex parte Regis venneno ad receverli, narrando la cagione che non erano venuti contra. Et poi andono a la presentia dil Re, dal qual fonno benigne ricevuti; et exposeno a dì 25 la loro imbassata, sì publica quam privata, et con el Re andò per fino a Roma et deinde a Napoli, come tutto scriverò di sotto.

Et Pontifice Romano, come capo di la Christianità, essendo suo ufficio di veder pacificar le cose, maxime in Italia, vedendo che el Re non havea voluto parlar a Lucca al Cardinal di Siena legato suo; et vedendo che el cardinal Curcense, tituli Sanctae Mariae in Cosmedin, di natione franzese, el qual noviter, a riquisitione dil re Maximiliano, da questo Pontifice fu creato insieme con XI altri cardinali ne l'anno 1493 di Dicembre, voleva venir a trovar il Re a Fiorenza, li commesse alcune cose dovesse dir a Sua Maestà et detteli zerca quella legatione, zoè veder di adattar, potendo. Ma non potè far nulla, nè etiam molto si scaldò, per esser franzese. Ma pur el Papa terminò di star constante, et al tutto metter sue forze in ajuto dil re Alphonso, al qual concesse tutti li passi de entrar in Reame che era di la Chiesa, a ciò li fortificasse et mettesse custodia, come ho scritto di sopra. Ma Colonnesi non restava di far a Romani il pezo potevano.

El cardinal Farnese, fatto legato in Patrimonio, volendo intrar in Montefiascone, loco di la Chiesia, non fu accettato; ma Franzesi poi intrò zerca 4000 a dì 26 Novembrio, come dirò di sotto.

Ritorniamo a Pisani. I quali, partido el Re di Pisa, cerca XXV zoveni figlioli de principali cittadini andono alla cazza et preseno molte selvadesine, et cussì tutti vestiti a uno modo de turchino, con l'arma et insegna dil Re nel petto, venneno a trovar el Re a Fiorenza, et presentarli quello havevano cazzato. La qual cosa fo al Re molto accetta. Unde questi fonno con bel modo da Fiorentini retenuti, benchè el Re l'havesse molto a mal, et però volse mantenir Pisani in libertà, et zerca Pisa non servar li capitoli a Fiorentini. Et ancora Pisani intendendo che 'l Re havea fatto uno capitolo con Fiorentini zerca loro, per el qual pareva non dovesseno esser (come erano) reduti in libertà, mandono al Re soi ambassadori, i quali fonno Bernardin de Lagnolo cavalier, Simon Francesco de Orlandi et Piero Griffo jur. doct., a ciò ottenesseno da Soa Maestà la libertà. Et questi da poi che alcuni stetteno seguitando el Re, da poi il suo partir de Viterbo, ottenneno carta et privilegio rimanesseno in libertà con alcuni capitoli: tamen che dovesseno pro nunc levar le insegne sue, et esser sotto li soi do governadori et capitano ivi lasciato. Et cussì ditti oratori ritornono a Pisa.

Ma è da saper che Pisa è camera de imperio, et ex consequenti ditto Re non ha alcuna jurisditione, nisi in armis, de redurli in libertà.

Ma el Re de Franza preditto, essendo stato in Fiorenza zorni XI, habuto danari da Fiorentini, zoè ducati 50 milia, havendo visto la terra, però che tal hora vi andò a cavallo quella vedendo, fo a messa a S. Johanne et Santa Liberata; et ritrovandosi ivi ambassadori de Senesi, che l'aspettavano per compagnarlo in Siena, li dava passo et vittuarie, offerendoli la terra, come sempre havevano fatto, per la devotione portavano a la casa di Franza, i quali fonno Zuan Antonio Saracini et Bartholomio di Carlo franzoso. Questi pregono Sua Maestà che con più poca zente potesse dovesse intrar in la città. Za era venuti a la presentia dil Re li cittadini fora ussiti di Siena, i quali del 1487 fonno discacciati da la parte contraria, pregando el Re volesse farli ritornar in Siena. Et cussì el Re cercò di farlo, benchè non potesse ottenir questo da Senesi, come dirò di sotto. Et el Re lasciato do soi ambassadori o vero commessarii in Fiorenza, secondo la forma di capitoli, i quali fonno monsig. di la Mota, el qual non molto da poi fo mandato ambassador a Milano, et ne successe uno altro chiamato Gian Francesco general di Bertagna catelano; et l'altro pur lassato in questo tempo fu el presidente dil Delphinà. Et a dì 28 Novembrio da po disnar partì de Fiorenza, et andò mia 3 a uno monasterio di la Certosa, dove è una bellissima et forte fortezza, cussì è fabbricato ditto monasterio, et quivi se puose. Insieme vi seguiva li ambassadori de Venitiani; et Fiorentini etiam vi mandò fino a Siena, et do che dovesse seguir Sua Maestà sempre, zoè Francesco Soderini episcopo di Volterra, et Neri Capponi. Ma lasciamo qui el Re, et quello in questo mezzo seguite scriviamo.

Za le sue zente erano andate parte avanti avviato verso Siena, et anche su quel di la Chiesia, facendo corrarie et prendendo alcuni castelli per caxon di haver vittuarie. Et mentre che el Re era in Siena mandò monsig. di Mompensier con 3500 cavalli avanti in Siena: el qual havendo intelligentia con quei de Acquapendente, ch'è una terra dil Papa, mandò 1500 cavalli, i quali ivi presentati ebbeno subito la terra. Et cussì si andavano sparpagnando per quelli castelli vicini di la Chiesia, et dannizavano, benchè, dove andava, subito li era portate le chiave, come fu Orvieto, Montefiascone et altri luoghi, i quali non accade qui descriverli.

In questi zorni accadette di una preda fatta per Franzesi, la qual non voglio lassar di scriver, ch'è una madonna Julia di Fieschi, moglie dil sig. Ursino sig. di Brassanello, ch'è uno castello appresso Viterbo, et sorella dil cardinal romano chiamato Farnesio, novamente da questo Pontifice creato cardinal, et era favorita dil Pontifice, di età giovine et bellissima, savia, accorta et mansueta, la qual era venuta de Roma a uno sponsalicio de alcuni soi parenti, et partita di uno castello a presso Montefiascone o vero Acquapendente, ivi ne la strada con zerca cavalli 40, et molti di quelli era in sua compagnia, de la fameglia dil cardinal preditto, el qual non era stà accettato in Montefiascone, et era ritornato a Viterbo legato. Or da uno monsig. di Alegra fo presa, et poi menata a Viterbo, come dirò di sotto: et inteso chi la era, dette taglia ducati 3000, et scrisse al Re di questa presa, el qual non la volse veder. Ma lei scritto a Roma come era benissimo trattata, et che li fusse mandato la taglia, essendo stata alcuni zorni lei con le sue donzelle con Franzesi a Viterbo, habuto la taglia, benchè altri dicono per liberalità di quel che la prese non volse taglia niuna, ma libere con 400 Franzesi foe accompagnata fino a le porte di Roma, et ita fuit.

Ma el Re, partito di la Certosa, venne de sera a San Cassano, et ad allozar a Poggibonzi, lochi di Fiorentini, demum intrò in Siena. Ma prima che descriva el modo et ordine et quello fece in Siena, voglio di Fiorentini scriver alcuna cosa.

Successo a Fiorenza da poi la partita dil Re.

Fiorentini, benchè havesseno conclusi li capitoli con el Re, che li fosse reso li soi luochi, pur per più securtà esso Re volse tenir Serzana, Serzanello, Pietrasanta, el forte de Livorno, et si pol dir di Pisa, et in Fiorenza lassò li do sopra nominati. Tamen non mosse in ditti luoghi le insegne de Fiorentini, ma ben li custodi, et vi puose de suoi franzesi.

Ma, partito el Re, deliberorono di far li loro ufficii, essendo tempo de li do mesi di mutar Signoria, et cussì elesseno una parte de cittadini in palazzo di signori, et tra loro questi ufficii i quali parte, maxime li accoppiatori, dovesseno durar uno anno, li nomi di quali qui sotto saranno scritti. Ma el populo, inteso questo modo novo, non volendo tollerar, si levono a rumor, et corseno tutti sopra la piazza, unde fo deliberato a far a questo modo, compito el tempo de questi deputati che era uno anno, di governarsi secondo el costume vecchio, zoè che tutti quelli di Fiorenza potesseno venir a consiglio compiti anni XXX, essendo stato però o loro, o il padre, o suo avo, intro uno di questi tre officii, o vero di signori, o confalonieri, o di collegio; et non vi essendo stati, come è ditto di sopra, non se intenda dil loro consiglio. Dove, questo numero reduto, dovesseno deliberar el modo de li officii haveano a far, maxime la Signoria, come cussì feceno, qual intenderete lezendo più avanti. Tamen pro nunc quelli officii fatti restasseno, et cussì fo sedato el popolo fiorentino.

Questi sono XX accoppiatori creati per uno anno.

X Conservatori di la libertà.

8 di guardia di balia.

Et non molto da poi provedendo a poner buon governo al stato loro, dil mexe di.... uno Antonio di Miniato cittadino pur di Fiorenza, che per consulti di la terra era eletto perpetuo official di monte, al qual se depositava tutte le intrate de Fiorenza. Questo, quando Lorenzo de Medici da poi la guerra con el re Ferrando andò a Napoli, et ritornato messe una parte che necessitava donar molti danari et presenti a Signori occultamente per conservar la libertà di Fiorenza, et el populo che vedeva che el re Ferrando l'havea rimandato con maggior autorità che prima, dubitando disseno tutti esser contenti, et per Lorenzo fo eletto questo Antonio de Miniato et confirmato dal populo, o vero consiglier a tal administration di l'entrade, come ho ditto, et da po' etiam, morto Lorenzo, sotto Piero vi restò; ma, seguita la ribellione di Piero, ditto Antonio in questo tempo da Signori fiorentini fo preso, et fugli domandato l'administratione di anni 16, che tanto tempo havea scosso le intrade di Fiorenza. Rispose haver dato a la caxa de Medici un milion e 500 miera de fiorini, senza i altri lui havea speso per conto e comandamento di Lorenzo et Piero. Unde fo terminato che 'l fusse decapitato su la porta dil palazzo dil Papa, et che tutti i soi beni andasseno in Comune, et altri parenti in exilio complici; i quali anche loro havevano participato in questo scelere, di tuor li danari publici. Et fugli trovato in caxa di ditto Antonio miera 40 fiorini, scosi sotto el soler dil fuogo, li qual lui a poco a poco li accumulava, stimando che mai per alcun tempo non se ne sapesse, et pur fonno trovati.

Intrata dil Re di Franza in Siena adi do Dezembrio 1494.

Intrò el Re di Franza in Siena con grandissimo triumpho, li andò contra la Signoria di Siena et assà cittadini. Fo fatto alcuni archi triumphali a le porte, gioso di qual discendevano alcuni angeli, et li presentò le chiave di la cittade. Et intrò a dì do Dezembrio di marti a hore 23, et a la prima porta de Camolia fo fatto uno arco triumphal con queste lettere: Sena vetus civitas Virginis. A la seconda porta fo fatto una lupa, ch'è la insegna de Senesi, a li piedi di la qual erano queste parole: Venisti tandem, rex Christianissime, cui nostrae ultro patent januae. Et a la terza porta era uno arco triumphale con do homeni, uno di qual representava Carlo Magno, et havea queste lettere: Italiae, ecclesiaeque romanae liberator, christianaeque fidei ampliator sanctissimus; l'altro rappresentava questo Re presente, con questo verso: Carolus octavus Francorum rex, ad idem divino missus numine. Et era preparato il suo allozamento bellissimo de ogni sorte tapezzarie, panni d'oro etiam nel Vescovado, el qual per Pio pontifice, per esser Senese, quando vi stette fo fabbricato molto degnamente, et sopra la porta de ditto Vescovado era scritto: Salve, dive Carole, Francorum gloria, Italiae praesidium, Africae terror. Fonno poi cantati li infrascritti versi, quibus beata Virgo Francorum regem alloquitur:

Inclite francorum rex, invictissime regum,

Unica christicolae spes et fiducia gentis,

Ingredere et felix subeas mea tecta, secundis

Auspiciis, nam re ipsa libens vultuque sereno

Urbe mea accipio, felicibus annue ceptis,

Committoque tibi veteres mea moenia Senas,

Senas Gallorum Senonum de nomine dictas.

Siena adoncha è città seconda in Toscana de potentia et ricchezze, et come scrive Policarpo nel VI suo libro di le Croniche fo edificata più de 300 anni avanti l'avvenimento di Cristo da Franzesi Sennonesi per habitatione de loro homeni antichi; ma al presente si può numerare fra le altre moderne, perchè in quella non è alcun segno de antiquità ma tutta degnamente rinnovata. Altri vol fusse edificata da Carlo Martello, ma Biondi foroliviense historico scrive esser stà edificata da Iohanne XVIII, et da sei plebatichi a quella assignati fo chiamata Siena, de quali fo el primo de Perosa, de Chiusi, de Rezzo, Fiesole, Fiorenza et Volterra. Questa città è in su un colle, ha intorno ripe de tufi, ma nella parte superiore de questa città sono paesi plani, con molti giardini, et è molto coltivata. Vi sono molti superbi et degni edificii et studio publico in ogni facultà, una piazza degnissima con palazzi di Signori ed altri privati superbissimi, uno hospitale ricchissimo et piatoso con un degno governo, et ha grande intrata. Per la città sono torre altissime et forte. El suo territorio è paese fertilissimo in ciascuna cosa a l'humana vita necessaria. È mia 80 discosta da Roma. In questa alcuna religione ebbe principio: come fu Monte Oliveto quello descoperto numerato fra Canonici regulari di Santo Augustino, de gli Iesuati et quasi quello di Santo Francesco per San Bernardino che fu di Siena. Quivi del 1058 fu fatto el Concilio, et Nicolao II creato pontifice. Di questa città vi fu Alexandro III che sostenne molti mali da Federigo Barbarossa et alla fine aiutato da Venitiani: etiam Pio secundo, Santa Catharina di Siena del terzo ordine di Santo Domenego, Ugo Benzi medico summo, et molti altri li quali numerare sarebbe perder il tempo.

Or il Re intrò in Siena con 4000 cavalli, dove era il Cardinal di Siena nominato di sopra tituli Sancti Eustachii, el qual è episcopo di quella città. Or el Re, visto non li haver voluto parlar a Lucca come legato, quivi essendo persona privata et non nomine Pontificis, li fece le debite accoglienze, dimandando perdono si a Lucca non li havea parlato, perchè sì come Cardinal o vero per nome de Senesi fusse venuto, libentissime li arebbe dato audientia, ma non volse come legato dil Papa, et cussì al presente li fece bona ciera, per esser degno prelato. È da sapere che la prima cosa che fece el Re quando intrò in Siena, fu che andò di longo al Domo. Ivi fece l'oratione, seguendo quel ditto di Christo: Primum quaerite regnum Dei, et poi dimandò a la Signoria, però che Siena si governava come Fiorenza fanno. Li Signori et Confalonier stanno in palazzo, et portano certi signali a le barette per esser conosciuti. Li chiamano et sottoscrivonsi alle lettere: Priores, gubernatores comunis et cap. populi civitatis Senarum. Et cussì come a Fiorenza è confalonier, cussì qui è capitano dil populo. Or el Re dimandò 4 cose: Primo, che li fora ussiti dovessero esser lassati intrar, et li fosse perdonato. Secundo, che li fusse prestati certa quantità de danari. Tertio, che li desseno formenti, promettendo di pagarli. Quarto, potesse haver il passo aperto. A le qual richieste, fatto le debite consultatione, risposeno: prima non voler più li fora ussiti, tamen che vederebbeno di adattar, come cussì fo. Che danari non havevano, ma che formenti erano contenti di dar a Sua Maestà moza mille, che valevano ducati 4000, di quali volevano li danari. Tamen ebbe promesse et mai fo satisfatti. Oltra di questo per liberalità di Senesi, li appresentono in dono altri mille moza de formenti. Et cussì seguite le cose con Senesi.

Viene qui a Siena dal Re el Cardinal di Sanseverino, el qual licet fusse da la parte di Ascanio, tamen era in Roma, et per esser episcopo maleacense (di Malaga) et stato qualche tempo in Franza, parse al Pontifice di mandarlo per legato, et con lui uno ambassador di re Alphonso, per veder si potevano conzar che non venisse più di longo, mediante li ambassadori venitiani, et darli qualche tributo etc. Ma el Re dato audientia a ditto legato, et dittoli come al tutto voleva esser a Roma, et ritrovarsi far le feste di Nadal ivi con la Beatitudine dil Pontifice, dove el vederia di conzar e far quello si havesse a far. Et ditto cardinal, havendo tal risposta, in uno zorno et mezzo ritornò da Siena a Roma, ch'è mia 100.

Quelli di Viterbo, in questo mezzo, ch'è una città dil Pontifice mia 40 da Siena et 60 da Roma, la qual dil 1193 per Celestino III pontifice fu denominata città, et ordinò in quella la dignità episcopal, el cui vescovo fusse similmente pastore di Toscanella et di Centocelle, et terra bella, grandissime chiese et torrazze assai et fontane, circonda mia 3 et si dice Viterbo. È loco di 4 città piccole, et già dil 1493, perchè a Roma vi era la peste grande, questo Pontifice con molti Cardinali et la corte qui in Viterbo vi stette. Or appropinquandosi el Re, el Pontifice era contento che 'l sig. Virginio Orsini a compiacentia dil re Alphonso con alcune squadre de cavalli et assà fanti dovesse intrar a custodia di Viterbo, et etiam se divulgava el Re preditto Alphonso havea scritto a suo fiol duca di Calavria, venuto di Santo Arcangelo, dove era stato fino hora, più propinquo a Roma con le sue zente, et conte di Petigliano, che dovesse entrar lì in Viterbo a ciò Franzesi non tegnisseno quella terra. Ma Viterbesi non volendo guerra sopra il suo, mandò a notificar al Re, che ancora era quivi a Siena, dovesse mandar zente che le metteriano in la terra avanti che giongesse el presidio aragonese, offerendosi loro et la terra sua a Sua Maestà. Per la qual cosa el Re vi mandò monsignor di Alegra nominato di sopra, et poi immediate venne monsignor di Monpensier con 4000 Franzesi et introno in Viterbo. Ma alcuni custodi dil Pontifice intrò in la rocca, tamen etiam di subito si rese.

De l'intrata dil Re di Franza in Viterbo et successo fin l'intrar in Roma.

Vedendo el re di Franza prosperar le sue cose felicemente et esser in gran reputatione in Italia, che 'l suo exercito augumentava però che per ogni luogo dove el passava zente paesane lo seguiva per andar al vadagno, havendo visto che dove si appresentava le chiave erano portate, et licet fusse inverno, tempi da star a li alozzamenti, pur franzesi li piaceva guerrizar, et li pareva istade, per esser sotto un altro clima. Et a dì 4 Dezembrio a hore 18 partì di Siena, essendo stà molto honorato da quella comunità, con do Cardinali San Piero in Vincula et Curcense, essendo stato tre zorni in Siena. Venne allozar la sera a Bonconvento, loco de Senesi, et passato a Montepulzano, a dì 7 ad Acquapendente terra di la Chiesa novamente da li soi d'accordo acquistata, et qui si reposò, per esser Domenega inassueto a cavalcar, per devotione. Et a dì 8 ditto intrò in Viterbo con molte di le sue zente, et non vi potendo capir, la terra licet fusse grande, mandono fuori di la città gli homeni di le lor caxe, et li franzesi rimaseno ivi ad alozar. Et mandò a dir al Papa che li volesse dar passo et vittuarie, però che erano nel suo campo gran carestie, come etiam era il vero, qual per lettere di ambassadori nostri se intese. Et el conte di Cajazzo col conte Carlo di Belzojoso, i quali havevano seguito el Re fino a Viterbo, a dì 6 Dezembrio tornono a Milano et a Vegevene dal Duca.

A Roma quello fece Alexandro pontifice in questo tempo.

El Pontifice, vedendo l'aproximarse dil Re di Franza, disposto pur al tutto di non abbandonar Alphonso, et facea fortificar el castello ponendovi custodia. Tutta Roma si levava saepius a rumore. Colonnesi scorsizava fino su le porte: le porte di Roma teniva cadenate, et etiam per paura fece murar alcune porte, maxime da la banda de Viterbo, et riparar a le mure. Era gran carestia per caxon che per il Tevere non poteva venir vittuarie, adeo il rugio dil formento, ch'è stera do venitiani, valeva carlini 48, el vino ducati 40 la botta, et cussì tutte le altre robe era cresciute in precio: non poteva vegnir da mar, et manco da terra per le corrarie faceva Colonnesi ogni zorno fino su le porte, et non potevano più Romani, et maxime preti usi a ogni delitia, tollerar tanta carestia. Dubitava el Pontifice el Re non el desmettesse dil papado; sperava che Alphonso o da Venetiani o Spagna o Turchi dovesse haver soccorso; et cussì stava in queste pratiche, saepius consultando in concistorio con Rev.mi Cardinali. Si divulgava el Papa voleva abbandonar Roma, et andar, secondo alcuni, a Napoli, altri venir a Venetia, come fece del 1172 Alexandro terzo, che da Venitiani fu benigne ricevuto, et datoli vittoria contra Federico Barbarossa, et rimesso nel Papado; la cui istoria sarebbe molto longa a volerla qui descrivere. El campo dil Re di Franza era pur vicino a Roma, et sparpagnato da Viterbo fino a presso Roma in quelle terre di Orsini, come dirò di sotto; el qual era certo da 30 in 40 milia persone, et più ogni hora s'ingrossava. Et el Papa non potendo con forze resistere, benchè exhortasse continue Paulo Pisani ambassador di la Signoria ivi, dovesse scriver a quella li dovesseno (come sempre Vinitiani hanno fatto) al presente ajutar la Chiesia, et li era risposto non dubitasse di aver danno alcuno, pur molti Cardinali era contrarii al Papa. Si ritrovava lì in Roma ambassador dil re Alphonso Antonio di Zenari dottor, nominato di sopra, era prima a Milano. Or el Pontifice fece molti provvisionati et messe vittuarie in Castel Santo Anzolo per anni 3, el qual castello è fortissimo et, ut dicitur, inexpugnabele, havendo tentato di far ogni accordo col re di Franza, et lì in Roma era soi ambassadori, et el Cardinal S. Dionisio franzese. Unde fense di voler adherirse a la voluntà dil Re, poi che ad altro modo non poteva far, et za havea fatto trieva per alcuni zorni con Colonnesi per praticar accordo, et ordinato di far un concistorio dove voleva fusse tutti li cardinali, et etiam dette salvocondutto al Cardinal Ascanio dovesse venir liberamente in Roma. El qual era stato za per avanti, et partito in discordia. Et cussì adi X di Dezembrio venuto li cardinali in castello, o vero in palazzo, dove era preparato di far concistorio. El Pontifice za havea ordinato a soi che cussì come venivano questi 3 cardinali, zoè Ascanio, Sanseverin et Lonà novamente creato a requisition di esso Mons. Ascanio, fusseno ritenuti, et cussì fo fatto. Unde li altri cardinali erano venuti per essere in concistorio, visto questo, ritornono alle loro habitationi. Ancora da poi in Roma fo retenuto et menato in castello da quelli dil Pontifice el sig. Prospero Colonna, uno de primi de quella parte nemica di Orsini, assà nominato di sopra, et etiam Hieronimo di Totavilla fo fiol dil Cardinal Roam, seguiva ditta parte colonnese. Questa nuova subito Paulo Pisani cav. ambassador in corte scrisse a la Signoria, et venne prestissima in hore 44, zonse a dì 13 da mattina fo il zorno di Santa Lucia. Et fo dismesso consiglio et fatto Pregadi, et da poi el Cardinal di Lonà fu lassato con promissione di andar a Hostia, et veder che il sig. Fabricio Colonna, fratello di Prospero, volesse render Hostia ne le man di la Chiesia. Ma non potè far nulla, perchè quella terra di genti franzesi era ben custodita; et de subito che ditti cardinali fo retenuti, el Papa mandò fuora di Roma li ambassadori dil Re di Franza, et la sera fece entrar dentro el sig. Virginio Orsini capitano dil re Alphonso con squadre 30 et alcuni fanti; el qual di Baccano era venuto su le porte con intendimento dil Papa. Ancora el zorno da poi che fo adi XI intrò in Roma el duca di Calavria, allozò de Aleria con el conte de Petigliano con squadre zerca 25 et certi fanti, zoè le zente l'havia habuto in Romagna, et con quelle era rimasto, ben che le mancava el duca d'Urbino signor di Pexaro et altri. Questo duca fino hora era stato, partito che fu di Cesena, verso le marine con le sue zente, da poi di Santo Arcanzolo a Monte Rotondo loco de gli Orsini, et cussì ditte zente aragonese in Roma si allozono, et conclusive tutta la terra era in arme. Li Cardinali et prelati si fortificavano la notte in loro caxe per dubio di danno per tanti soldati era lì in Roma, et ditte zente in una parte di la terra fo poste ad allozar, et ivi si fortificono facendo a modo repari. Et el Pontifice scrisse uno breve al duca de Milano per la ritention fatta di suo fratello Monsig. Ascanio, el qual quivi è posto, et etiam la risposta dil Duca.

Exemplum brevis Sanctissimi domini nostri ad Ill.mum et Exc.mum D. Ducem Mediolani.

Videntes magnas praesentium rerum turbationes et angustias, decrevimus (non nisi ad bonum finem) retinere apud nos dilectum filium nostrum Ascanium cardinalem Sanctae Romanae Ecclesiae Vice Cancellarium fratrem tuum, ut, sicut circumspectionem suam tamquam nos ipsos amamus, ita ad omnem rerum successum futurum sit nobiscum; cui ita numquam deficiemus cum omnibus facultatibus nostris, etiam propria persona, sicut nobis ipsis. Insuper etiam retineri fecimus Prosperum de Colonna, qui Romam venerat absque tamen aliqua securitate nostra, ut per eum recuperemus arcem nostram Hostiensem, quam proditorie hoc anno occupaverat, et alia omnia bona communia et publica sequantur. Ad quae intendimus toto corde. Haec significata duximus tuae nobilitati, ut illi omnia nostra sint communia; quam pro Deo rogamus ut pro pace et quiete Italiae velit se totum addicere et operam dare. Non enim dubitamus, mediante divino auxilio, quod omnia bene succedant; significantes et affirmantes tuae nobilitati quod bono animo et opere nobis correspondendo, prout de illa speramus, pro statu et exaltatione tua quantum in hoc mundo facere possumus et propriam personam exposituri sumus. Romae, die decimo Xmbris 1494, pontificatus nostri anno secundo.

Responsum ducis Mediolani Pontifici maximo.

Monet me per litteras suas Sanctitas Vestra, detentum a se Rev.mum et Ill.mum Dominum Cardinalem fratrem meum, et tanquam id honoris causa et non iniuria factum sit et ex hoc omnia bona cessura sint, me ut ad Italiae quietem animum intendam efficacibus verbis cohortatur. Moverat me antea hujus injuriae magnitudo, quantum et ratio ipsa et literae quas, re audita, statim ad Sanctitatem Vestram scripsi, docere potuerunt; sed incredibile est quantum ad primum dolorem accesserit postquam haec legi quae in Sanctitatis vestrae litteris continentur. Quae enim conveniens causa esse potuit ut qui mihi frater est, tanto genere ortus, et qui primos christianorum regum affinitate arctissima contingit, detineri et in custodia haberi deberet? Aut ubicumque tanta barbaries fuit in qua sine causa manus in aliquem inferantur, et ei, a quo beneficia ingentia acceperis, pro beneficio maleficium et iniuriam reddas? quo igitur magis haec considero, eo maior et admiratio et dolor subit. Si enim in fratre meo culpa est, cur non exprobratur? Sin autem nihil deliquit, si semper de Sanctitate Vestra benemeritus est, cur et ille et ego tam insigni iniuria afficimur, quod ei libertas per Sanctitatem Vestram adepta est? ego vero non modo in bonam partem hoc accepturus non sum, imo nihil est in quo me Sanctitas Vestra magis laedere potuerit, et quod... ut omnia etiam extrema temptaturus sim magis me movere possit. Vehementer igitur Sanctitas Vestra fallitur si hanc captivitatem posse christianissimum Francorum Regem a proposito avertere sibi persuasit. Qua re, si caetera eum a suscepto bello dehortarentur, ipsa sola ut incenderetur magis, et omnia mallet quam non ulcisci tantam iniuriam, efficerem ego quoque, cui hunc animum natura dedit ne, ubi fieri potest, ullius rei magis quam pacis studio tenear. Adeo longe absum ut a Sanctitate Vestra tam graviter loesus quieturus sim, quod etiam si laniari fratrem meum videam, Francorum Regem hortari ad bellum et ei vires meas addere non cessabo. Hoc igitur responsi mei sponsum sit, nisi liberato fratre meo, pacati et quieti nihil a me Sanctitatem Vestram habiturum esse. Et si Francorum arma ad hoc non sufficerent, propinquos ac necessarios reges ad hoc bellum ab exteris nationibus concitabo... Serenissimi et christianissimi Romanorum et Franchorum Regum, in quibus reipublicae christianae spes omnis nititur, et aliorum Principum et Potentatum et praesertim Illustrissimi Dominii Veneti affinitatem et benevolentiam relinquo. Vestra autem Sanctitas, quae iniuria tantos reges et principes offendere verita non est, quid spei suos habere velit ipsa consideret. Vegleveni, XXIº Decembris Mº CCCC LXXXX IIIJ.

Subscriptio) Ludovicus Maria Sforcia Anglus
Mediolani dux etc.

Ma el Re di Franza, che ancora non era partito de Viterbo, inteso questo, molto stette suspeso, et si meravigliò assai, et subito mandò uno araldo dal Pontifice a dolersi di questo, et che dovesse lassar in libertà el cardinal Ascanio suo carissimo parente et commissario, et quello voleva dir questa retention, et che non rendendo el venerebbe per forza in Roma facendo grandissime crudeltà, et usò ditto araldo assà altre parole. Ma el Papa li rispose che tornasse dal suo Re, et che remanderia soi legati a Soa Maestà, li quali li diriano el suo voler et quello era in animo de far, et che el cardinal Ascanio et gli altri li haveva ritenuti come desobedienti de li m.ti la Santa Chiesia, tamen che stevano bene, et li voleva appresso de lui, et cussì a dì 13 Dezembrio fatto concistoro, el Pontifice mandò tre legati a esso Re, i quali fonno lo episcopo di Narni, lo episcopo di Concordia di natione vicentino de caxa di Chieregati, et frate Gratiano spagnol di l'ordine de Frati Menori, ai quali fo commesso dovesseno conferir con el Re alcune cose, excusar el Pontifice dil retegnir di Ascanio, et veder si insieme, pur che con li ambassadori di la Signoria, poteva adattar sì con Sua Beatitudine quam con re Alphonso, manifestandoli che la retention de Cardinali et Prospero Colonna era a bon fine. Ma quam primum se intese in campo dil Re di Franza la retention di questi tre Cardinali, el signor Galeazzo di S. Severino, el qual da Lion fino a Viterbo sempre havea seguito el Re, essendo stà retenuto suo fratello cardinal, et etiam Ascanio fratello dil suo carissimo signor et benefattor duca de Milano, si partì dal Re, et in quattro zorni fatto cammino da corrier venne a Vegevene dal duca preditto, el qual duca non solum scrisse el brieve scritto di sopra al Pontifice, ma ancora più mandò a inanimar esso Re di Franza, promettendo mai di abbandonarlo nè mancarli di la fede a lui data, et che li manderia zente, et feze preparar el conte de Cajazzo el qual con alcuni cavalli lezier dovea (andar) verso Roma incontinente, et altre zente li sarebbe venute driedo; etiam mancando dinari li offeriva breviter ogni aiuto, purchè el Re volesse approximarse con l'exercito a Roma. Si dubitava el duca, come era da dubitarse, che 'l Pontifice non facesse morir ditti Cardinali, eo maxime suo fratello; i quali, benchè fusseno retenuti, non però steva se non honorifice in castello, come merito li R.mi Cardinali debbeno stare. Et el Papa faceva far in Roma grande custodia; steva in castello dubitando che el Re non venisse con furia a intrar in Roma, per esser potentissimo; era molti spagnoli a custodia dil palazzo, et non poteva uscir de Roma niuno, senza bolletin dil Pontifice. Et corrieri a Venetia, dal primo che portò la nuova di la retention, steteno assà a venir, però che le strade furono rotte, nè poteva venir securamente. Et accidit che venendo uno corrier de Roma a Venetia con lettere di l'ambassador, fo spogliato per la strada appresso Perosa, dà et toltoli le lettere, le qual essendo in zifra, come è consueto di far, non le intendendo le restituite, et post tot labores fonno portate a la Signoria. Ad altri corrieri li fonno tolte le lettere et cavallo, altri presi, i quali acciò non vedesseno le lettere che havea, quelle strazzò ovvero le butono in acqua loro medemi, sì che le strade erano rotte come intravien a tempo de guerra, maxime per la Toscana, che Siena, Pisa, Fiorenza et Lucca erano in qualche commotione di aiere, come dirò di sotto, et li contadini attendevano più a robar che a far altro.

Partita dil Re di Franza da Viterbo et quello seguite fino a l'intrar in Roma.

In questo tempo che a Roma tal cose si fanno, et le zente dil Re di Franza za erano bona parte partite da Viterbo, et andate per quelli castelli vicini a Roma, et el Re essendo stato zorni... in Viterbo, a dì 22 Dezembrio si partì, et andò con el suo exercito verso Ronsiglione, et qui fece carta a Pisani de libertà, come ho ditto di sopra. Li ambassadori di la Signoria, per non esser lozamento dove andava el Re per la moltitudine di le zente lo seguiva, rimaseno a Viterbo, tamen mandono con Soa Maestà Francesco da la Zudecha loro segretario, il qual di ogni successo dil Re advisava li ambassadori et loro poi drezzava le lettere a Venetia. Ma el Re andò di longo a Nepi ad alozar, terra di beneficii dil cardinal Ascanio, et quivi stette do zorni, ma le sue zente andono a Brazano, Campagnano et l'Anguillara, castelli tutti del sig. Virginio Orsini di qua dal Tevere, et andati a Campagnano che è castello primario, dove vi era dentro Carlo fiol di esso sig. Virginio, el qual non potendo resistere a le forze franzese si rendette a patti, salvo li averi et le persone, et Franzesi introno dentro; et cussì andavano Franzesi per quelli altri castelli sì della Chiesa quam di alcuni Segnorotti, e tutti, come si appropinquaveno, levaveno le insegne di Franza et li averzeva le porte, pur era carestia, et la moltitudine erano sì che si puol concluder fino qui non abbi desnuato spada Franzesi per combattere, ma ben per far paura, nè in alcuno luogo accampato, benchè con loro havesseno ogni cosa necessaria a oppugnar una terra, come ho scritto di sopra. Et a dì 18 el Re partito de Nepi venne ad allozar a Brazano, dove qui stette longamente, loco pur di ditti Orsini, et havendo udito li legati dil Papa, pur non li piaceva la dimora faceva di retenir ditti Cardinali, et continue mandava a dir al Pontifice volesse lassar el card. Ascanio, et che lui voleva intrar per le feste di Nadal in Roma, le qual si appropinquava, et che dovesseno mandar fuora li Aragonesi soi nemici; tamen li tre legati non restava di praticar accordo. Et in questo medemo zorno, a dì 18, el Re chiamò el secretario di li ambassadori di la Signoria, et dimandò: ch'è de li ambassadori? el qual rispose erano rimasti da driedo per causa di allozzamenti, onde Soa Maestà li disse dovesseno al tutto farli venir, perchè havea da consultar, et etiam volea con loro intrar per le feste di Nadal in Roma. Unde inteso questo da Venitiani, fo scritto che ditti ambassadori con che compagnia potesse, se ben dovesse de li soi mandar in driedo, seguir la persona dil Re, et cussì feceno, che subito andono a trovar esso Re a Brazano, et come fonno zonti, el Re li dette audientia, dicendo: Domini Oratores, datime conforto, et fate la Signoria mi ajuta, che il Santo Pare retien pur ancora el cardinal Ascanio et Prospero Colonna, et vi prometto di ogni mio progresso far partecipe dil tutto quella Ill.ma Signoria. Et cussì ditti ambassadori promesseno di scriver a la Signoria.

Parte di questo exercito, come ho ditto, si divise da li altri, et preseno alcuni castelli, et feceno alcuni ponti di legno sopra el Tevere per passar di là; et zerca 5000 Franzesi in questi zorni, a dì 19 et a dì 22 ditto, corseno fino su le porte di Roma chiamando el duca de Calavria dovesse venir fuora a la battaglia. El qual duca si volse armar, et fece metter in ordine le sue zente con el sig. Virginio Orsini et conte de Petigliano, ma tanto stette a venir fuora che Franzesi, fatto alcuni danni, ritornono ai loro allozamenti.

In questo mezzo a Roma el Papa in castello praticò di accordar che Colonnesi venisse al suo soldo et dil re Alphonso, facendoli gran promissione, et fece certi patti et capitoli con el sig. Prospero Colonna, era lì retenuto.

Et a dì 18 ditto, el Pontifice venne in concistoro con certi capitoli, la substantia di qual è questa. Primo che libere dovesse esser lassato esso sig. Prospero di Castello, el qual prometteva in termene de do zorni andar a Hostia et far che suo fratello sig. Fabricio li daria la terra et fortezza ne le man, la qual lui la consegnaria poi al Papa. Item che restava soldato dil Pontifice et re Alphonso, et questi li promettevano di dar ducati 30 milia a l'anno, zoè do terzi Alphonso et un terzo la Chiesia. Item che 20 milia scudi restava haver de stipendio livrato et promesso dal Re di Franza come suo soldato, libere el Pontifice li prometteva darli de contadi, habuto Hostia. Item che tutti li soi castelli et lochi tolti per re Alphonso siano resi et restituidi a essi Signori Colonnesi, et pagatoli el danno havesseno habuto per l'incursione. Et alcuni altri i quali ad plenum non se intese, ma zurato di mantegnir al Papa quanto havea promesso, et sigillati li capitoli fo lassado di Castello et andò esso sig. Prospero verso Hostia per veder di rehaverla, unde suo fratello mostrò di esser renitente, et al tutto volerla tenir per il Re di Franza. Tamen erano d'accordo, et volevano mantenir la fede data al Re.

Ancora fo lassato el cardinal S. Severino, et mandato per el Pontifice legato al Re di Franza a Brazano, a ciò vedesse di operar quello che li tre non havevano potuto operar et che el Re non dovesse andar più oltra, promettendo di far che re Alphonso li daria tributo annuatim, et che pur si Soa Christianissima Maiestà havesse voglia, come sempre ha ditto, et per il protesto fatto in Fiorenza appar che lui vuol andar contra infedeli a recuperar la Terra Santa, ex nunc esso Pontifice voleva esser causa di far una liga et paxe universale, zoè Soa Beatitudine, esso Christianissimo Re di Franza, la Maestà dil Re et Regina di Spagna, la Ill.ma Signoria di Venetia, lo Ill.mo Duca de Milano, Fiorentini et altri potentati, maxime la Cesarea Maestà dil re Maximiliano eletto Imperator et el Re d'Ungaria. La qual unione esso Summo Pontifice bastava l'animo in brevissimi zorni di far et concluder, ne li quali era posto etiam el re Alphonso di Napoli; et cussì tutti collegadi dovesseno andar alla destrutione di infedeli, posto che dimostrava esso Re haverne tanta voglia et che non volesse esser causa di far cede (stragi) nel Reame di Napoli, et che Alphonso preditto havesse cagion di chiamar in suo soccorso Turchi, i quali si offeriva de venir et venuti mal saria a discazarli: et altre et simele parole, nomine Pontificis et Collegii Cardinalium. El qual Cardinal con Francesco Guidizoni protonotario et alcuni di la sua fameglia se ne venne a trovar el Re, et referito la sua legatione a Brazano, minime niuna cosa ottenir potè, però che esso Re et quelli lo consegliava havea deliberato di acquistar el reame de Napoli, discazar re Alphonso et Aragonesi di quello, metteno li baroni dil Re venne expulsi in loro stato, i quali erano con lui, et tuttavia lo seguiva; et però stette fermo in voler la intrata di Roma una volta, dicendo non voleva offender la Chiesia nè el Santo Pare in niuna cosa; imo, come christianissimo, da quelli la volesse dannizar, ajutarla.

Continuamente si scorsizava fino su le porte di Roma, dannizando el paese, nè in Roma vi poteva intrar vittuarie, et mentre che el sig. Prospero Colonna mostrava di adattar le cose con suo fratello in Hostia, a dì 25 Dezembrio el cardinal San Piero in Vincula con fanti franzesi 350 partito dil campo del Re, intrò in Hostia et messe quelle zente et uno capitano franzese chiamato.... de guerra, el qual fino al presente è ivi a custodia per el Re di Franza. Et subito intrato ditto Cardinal, fonno più costanti che mai fusseno, dicendo non voleva obbedir al Pontifice, el qual non era iure et rite creato, et che oltramontani ancora non li havia dato la ubedientia, come era la verità. Et el sig. Prospero strazò i capitoli fatti col Pontifice, andò in campo dal Re et ruppe la fede data al Papa, dicendo haverla data sforzata per uscir di Castello, et quella prima data a la Majestà dil Re era pura et libera, et quella al tutto voleva observar.

Ancora el cardinal Ascanio vize canzelier fo lassato in libertà, et venne in campo a trovar el Re, et come se divulgaveno erano su pratiche di far liga con tutti li Principi christiani contra infedeli, et trieva tra el preditto Re di Franza et el Re di Napoli, tamen non concluseno alcuna cosa, dicendo el Re come sarebbe in Roma co el Pontifice adatteria el tutto, ne le qual pratiche se interponeva li Ambassadori di la Signoria. Ma el sig. Prospero andò a Marino, castello di suo fratello signor Fabricio, mia X lontan da Roma, et ivi stette con le sue zente.

In Roma era, come ho scritto di sopra, el Duca di Calavria fiol dil re Alphonso con el sig. Verginio Orsini, conte di Petigliano et Zuan Jacomo di Traulzi; in tutto con alcune zente di la Chiesia squadre 55 et fanti 5000. Questo Duca non restava di exhortar el Pontifice a star constante et saldo, et non abbandonar el Re suo padre. Praticavano di intrar ditte zente in Castel Santo Anzolo, pregando volesse scomunegar ditto Re di Franza, et far cruciata contra di lui, et cussì stavano in queste pratiche con gran carestia. Lì eravi ambassador di Alphonso, Antonio di Zennari.

Seguito et rumore accaduto in Fiorenza et di loro governo.

A Fiorenza accadette in questi zorni alcuni rumori, zoè che essendo zonto Piero de Medici venuto per la via di Ancona a la presentia dil Re a Brasano, pur lamentandosi di la ingratitudine de Fiorentini usata contra di lui et di la caxa de Medici, maxime da poi che nel 1432 Cosma suo avo fu revocato, Piero, Lorenzo et esso Piero sempre a quella republica aveva giovato, difesa et custodita in libertà, et che a hora che lui si havea adherito a esso Christianissimo Re, li soi contrarii et emuli l'haveano scacciato con suoi fratelli et il Rev.mo Cardinal, datoli taglia, i quali per più securtà di la vita loro erano capitati a Venetia, et che lui era venuto a inchinarsi a Soa Maestà, et quello che li comandava dovesse far voleva obbedir. Tamen che la roba sua a Fiorenza era dilaniata. Unde el Re molto dolendosi, non volendo tollerar questo, scrisse a li soi restati in Fiorenza Ambassadori, o vero commissarii, prima dovesseno dir a Fiorentini li mandasseno alcuni danari, come si havevano ubbligati per li capitoli, et che non dovesseno molestar la roba di Piero de Medici. Et inteso questo, Fiorentini feceno li soi consegli. Ma el populo si levono a rumor, et corseno armati su la piazza, altri voleva iterum el governo di Piero, altri voleva obbedir a ogni mandato dil Re. Et de quelli do che ivi era nomine suo, altri non volleva per niente ubbedir in niuna cosa, anzi volevano servar quella sua Republica in libertà, et non sottoponeva a niuno, et far quello a loro piacevano, et di novo constituir el suo governo, seguendo el costume veneto in crear li magistrati. Unde per queste dissensione el consiglio, che era reduto per trovar li danari per mandar al Re, non feceno alcuna provvisione, et fo in grandissima discordia, maxime zerca el novo governo havevano a far, però che za havevano eletti 100 cittadini chiamati il collegio di 100, i quali durasseno uno anno, et questi elesseno li Accoppiatori et altri officii pur per uno anno come ho scritto di sopra. Ma non contentandosi el populo in publica concione in piazza, redutti la Signoria, li fece lezer publice li capitoli fatti con el Re di Franza, et terminono di tenir el modo de far el suo conseglio come al principio di questo secondo libro ho scritto, et si pacificono tutti, intervenendo però l'autorità di quel frate Hieronimo. Ma Senesi, Lucchesi et Pisani feceno liga ditte comunità insieme, con aiuto de Zenoesi, per aiutar Pisani a conservarsi in libertà, che pur Fiorentini faceva preparamenti per rehaver Pisa, et tutti quelli di li contadi soprascritti erano in arme, zoè villani, che parevano un campo contra Fiorentini, et dannizono alcuni castelli. Quello seguite poi intenderete più oltra seguendo il costume nostro.

Cose accadute in Venetia in questo tempo et dil Gran Turco.

A Venetia, per lettere di Antonio Grimani capitano zeneral da mar, se intese come lui haveva habuto il certo da Costantinopoli, che el sig. Turco, inteso la venuta dil Re di Franza di qua da monti, tamen non haveva ancora inteso la sua intrata di Fiorenza; dubitando che esso Re, ottenendo el reame di Napoli, poi non volesse seguir quello sempre havea ditto, di passar a la Vallona a danno de Turchi, vedendo che za Turchi di le marine, da paura di l'armata di Franza erano venuti 110 mia fra terra, et abbandonate le marine reduttosi alle fortezze, lassando li loro tugurii et habitatione, esso sig. Turco deliberò di provveder et fece subito uno editto che tutti li soi bassà, subassà et altri di li soi Turchi primarii, dovesseno venir a la Porta, zoè da lui a Constantinopoli, a consultatione. Come etiam per lettere di Andrea Gritti patricio nostro era ivi mercadante, la Signoria fo certificata di questo; et che ordinò ditta Porta uno zórno di zuoba, ch'era apud illos festa solennissima et non assueta, di far in tal zorno consultatione. Et mandò per tutti i calafai, fabri et altri maistri, che statim dovesseno nel suo arsenal lavorar per far galie, perchè a tempo nuovo voleva haver una grandissima armata, di vele, come si divulgava, 200; et mandò uno ambassador al re Alphonso, come ho scritto di sopra, confortandolo che dovesse questa invernata difenderse, perchè a tempo nuovo li voleva dar grandissimo soccorso sì de exercito terrestre quam con potente armata, la qual facea metter in ordine. Et za italiani dubitava el re Alphonso non facesse passar Turchi di la Vallona, perchè za ne era ivi redutti qualche bassà, et etiam esso Re ordinò tutti li navilii erano in Puia fusse retenuti, et però si dubitava.

A dì 19 Dezembrio nel consiglio di Pregadi fu preso certe provvisioni per trovar danari, a ciò a li bisogni fusseno preparati, et maxime di tansar le arte o vero botteghe. Et cussì per li X Savii in Rialto a questo deputadi, ogni zorno andavano tanxando ditte arte, et la tansa mandaveno a li governadori de le intrade, dove pagavano.

Essendo venuta a Mantoa, come ho scritto di sopra, madonna Chiara sorella dil Marchexe et moglie di monsig. Mompensier capitano dil Re di Franza, non restava di exhortar el fratello volesse accordarse con la Maestà dil Re suo, promettendoli gran cose; licet questo marchexe, za anni 4, era a soldo di la Signoria con ducati 30 mila a l'anno in tempo di paxe, pagato ogni mexe ducati 2500 a la camera di Padoa. Et perchè a la fin di questo mexe veniva a compir la ferma de li 4 anni, tamen mancava 4 mesi a praticar, nel tempo non si poteva accordar con niuno, secondo la forma di l'accordo havea con ditta Ill.ma Signoria. Unde fo preso in Pregadi di dar libertà al Collegio di confermarlo, con li modi et condition a loro parevano. El qual Marchexe teniva el suo ambassador fermo qui a Venetia, chiamato Antonio Triumpho; et in questi zorni mandò a donar a la Signoria uno bellissimo presente di salvadesine, benchè ogni anno da poi era condotto consuetava di far; ma questo fu molto più bello de li altri, el qual fo partito tra el Serenissimo Prencipe et li Padri di Collegio, sì come si suol far.

In questo mezzo, el Cardinal Ystrigoniense, fiol dil Duca di Ferrara, venne di Hongaria dove era stato gran tempo, et essendo ivi fu creato da questo Pontifice cardinal, et sta nel suo vescovado in Ystrigonia con sua ameda la Raina, moglie che fu di re Mathyas. Et ne l'andar a Ferrara dal padre, convenne passar per il Polesene di Ruigo; tamen non fo lassato intrar con zente in Ruigo, et etiam don Alphonso fiol dil Duca et suo fratello volendo venirli in contra, mandò a dimandar allozamento in Ruigo; al qual fo risposto che si Soa Signoria voleva intrar con alcuni de sui el fusse ben venuto, ma con 500 cavalli con qual veniva, non volevano tante zente in la terra. Et cussì nè el Cardinal nè don Alphonso non intrò in Ruigo, et passò di fuora via, et andò a Ferrara. Et ditto Cardinal quivi restò nè non andò a Roma fino che vi ritornò in Hongaria; et poi a dì 12 Fevrer essendo sta chiamato dal Re di Hongaria, che 'l ritornasse in Ystrigonia, alias lo priverebbe di quelle intrate, partì di Ferrara con la sua fameglia, et habuto licentia da la Signoria, allozò in Ruigo, demum cavalcando verso Hongaria andò in Ystrigonia.

El re Alphonso per tutto el suo regno faceva provvisione, et per littere di Paulo Trivixano cav. ambassador nostro a Napoli se intese come, havendo lui nomine Dominii dimandato la tratta di 200 cavalli di le sue razze, non solamente el Re fu contento di dar ditta tratta, ma più che volse far uno presente a la Signoria di corsieri 100 forniti a tutte sue spese fino su la piazza di San Marco; etiam la tratta de formenti di la Puia concesse a nostri, come ho scritto di sopra, benchè Puiesi non volevano vender per caxon di non haver carestia. Oltra di questo el Re scrisse a la Signoria, pregando li volesse dar aiuto et soccorso, et conseiarlo di quello havesse a far, et che, al più poteva far, era in tutto squadre 75 et fanti 7 in 8 milia, et che lui si redurave in Terra di Lavoro a presso Capua, et converrà abbandonar la defensione di Fondi, Aquila et Terracina, che sono passi de intrar in Reame, et che al tutto era disposto de affrontarsi col Re di Franza, et far fatto d'arme, volendo morir prima da valente capitano che veder la ruina dil suo Stato. Concludendo, volea aiuto; Unde la Signoria li risposeno: la qual risposta fu molto secreta. Et inteso de li 100 corsieri et di la tratta, feceno metter in ordine in l'arsenal do arsilii, i quali andasse in Puia, benchè prima voleva mandarli in Ancona, ma poi mutono pensier, et con Zuam Borgi secretario fo mandati con li danari per li 200 cavalli, come scriverò di sotto. Ma avanti ditti arsilii zonzesse, venendo li cavalli, da Franzesi fo presi, et non si potè haver.

Quelli di l'Aquila, che è una di le prime terre in l'Apruzzo sotto el Re di Napoli, a ciò Alphonso non dubitasse di la loro fede, perchè za el Re di Franza mostrava de za intrar in Roma dover andarli a campo, mandono a Napoli molti fioli de li cittadini primarii per ostasi al Re, dicendo se volevano difender vigorosamente, benchè ancora ogni loro ricchezza de li bestiami fusse nella Puglia, questo perchè su quel di l'Aquila, per esser loco fertile, non vi ponno star nè viver per li pascoli, et convien l'inverno andar a pascolar nella Puia. Ancora feceno alcuni fanti, zerca 2000, pagati de suo denari in defensione loro.

El fiol dil Pontifice nominato di sopra, don Zufrè prencipe de Squilazi et zenero di re Alphonso, el qual venne a Napoli a sposar la muger in queste novità, mai si volse partir dal suocero, a ciò el padre havesse cagion di aiutar Alphonso, havendo el fiol in quelle parte. Et è da saper, che questo Pontifice ha tre figlioli et una fia, zoè el duca Johanne de Gandia, el qual habita nel suo ducato in Spagna, el cardinal Don Cesare chiamato di Valenza, questo prencipe de Squilazi, et mad.ª Lugretia maridata in sig. Johanne di Pesaro, fo fiol dil sig. Costanzo, dil qual di sopra habbiamo assà descritto.