Come el Pontifice mandò el duca de Calavria fuor di Roma, et quello fece.

A Roma Alexandro Pontifice essendo in queste pratiche con el Re de Franza, et vedendo la sua voluntà al tutto esser di voler intrar in Roma, et za era andato legato dal Re suo nepote cardinal Monreal, el qual andava et ritornava in Roma per veder di adattar li capitoli, come dirò di sotto. Et vedendo questo el duca de Calavria, che el Pontifice si voleva adherir alla voluntà de ditto Re, non potendo far altro, dubitando dil populo, per el meglio deliberò partirsi con le sue zente di Roma. Et cussì el zorno de Nadal, che fo a dì 25 Dezembrio, el Pontifice, ditto la messa in la sua cappella, chiamò esso Ferdinando duca di Calavria, et a quello messe una baretta de varo, fodrà de varo, tamen era di velluto, in testa, et li fece cinger la spada a ladi (lato), investendolo dil ducato de Calavria, et a quello usò queste parole, lacrimando e uno et l'altro, et el Duca li era davanti in zenochioni, et disse: Duca, fiol nostro carissimo, andate et state di bona voglia, che havemo speranza ne lo eterno Iddio ne aiuterà: Et li dette la beneditione, offerendosi in ogni cosa, et quello lacrimando licentiò et scrisse un breve al re Alphonso zerca questa partita di suo fiol. El qual Duca, statim montato a cavallo con el sig. Virginio Orsini, conte di Petigliano, Zuan Iacomo di Traulzi, marchexe di Pescara, et altri condottieri con squadre zerca 22 et 1500 fanti, ussite di Roma accompagnato dal cardinal Ascanio suo barba, però che questo Duca nacque di una sua sorella et dil Duca presente Ludovico di Milano, la qual era morta za molti anni, nè da poi el Re Alphonso, che tunc era Duca di Calavria, si volse più maridar. Or questo suo barba lo andò confortando fino fuora di le porte di Roma, et in quel zorno medemo el Duca con tutte le zente cavalcono mia 18 a uno loco di la Chiesia chiamato Teoli, et quelli erano dentro non volseno l'intrasse in la terra, unde convenne star lì a la campagna, et patite assà incomodi. Et scrisse al Re suo padre era a Napoli el successo, et che non era più tempo de dimorar de chiamar Turchi in suo soccorso, ma che al tutto dovesseno farli venir, vedendo che niun in Italia più lo voleva aiutar. Et andò a Terracina terra di la Chiesia, ma custodita per el Re suo padre, dove vi venne don Fedrigo suo barba principe di Altemura, el qual havea disarmato l'armata. Et quivi feceno alcuni fanti, et al meglio poteno zercò di restaurar le sue zente dil Duca, et cavalli erano mal conditionati per li disagii portati maxime in Roma con gran carestia. Le zente veramente di la Chiesia rimasero in Roma, ita volente el Pontifice. Le qual da poi che 'l Re fo intrato et accordatosi insieme et partito per Reame, el Pontifice quelle licentioe, dicendo non li bisognava più zente, et rimase se non con la sua guardia, el resto casso.

Ma li tre legati erano con el Re a Brazano, domente queste cose si faceva, non restava di praticar accordo, et fonno fatto 18 capitoli, i quali perchè non haveno luoco nè il Re volse sottoscriverli, non saranno qui posti, et quasi di tutti erano d'accordo, eccetto che il Re voleva Gem Sultan fratello dil Turco con lui, et el Papa ghe lo voleva dar ogni volta che l'andasse contro infideli. Item che el Papa li desse quattro fortezze, la Rocca Suriana, la rocca di Velletri, la rocca di Civitavecchia et la rocca di Narni et anche Terracina, et cussì non fonno d'accordo. Et come ho ditto el card. Monreal più volte venne dal Re et ritornò a Roma. In questo interim, le sue zente andono per caxon di haver vittuarie, perchè era gran carestia in campo et assaissime persone da 30 in 40 milia. Alcuni Franzesi andò a uno castello di la Chiesia un poco straman et fuora di strada, chiamato Nera, dove vi era uno governator episcopo, el qual volendosi difender non volendo fare quello che tutti altri castelli et cittade havea fatto, che dove si aproximava Franzesi li presentaveno le chiave, unde ditti Franzesi intrò per forza, et esso episcopo fugite in una chiesia dove fu trovato et menato sopra una torre et buttato giuso, acciò el morisse, et lì in terra li fu dato tante lanzate che subito expirò, dicendo: cussì intravenirà a tutti coloro vorranno resister contra el nostro Re.

Ma el Re partito di Brazano venne allozar mia 7 luntan di Roma in uno loco ditto Bacano, et za in Roma a dì 27 Dezembrio el zorno di S. Zuane evangelista a hore 2 di zorno di voluntà dil Pontifice era intrato dentro cavalli 1500 de Franzesi, et cussì andava intrando continuamente. I quali questi Franzesi, come fonno intrati, comenzono a voler far moveste, zoè di elezer caxe di Romani per habitatione de li loro Monsignori et per altre zente doveva intrar con el Re, mettendo polizze sopra le caxe dove era scritto: lozamento di Mons. tal. Unde Romani non volendo tollerar, con ajuto de Spagnoli che sono nimici simpliciter de Franzesi, si levono in arme, et Franzesi conveneno star bassi fino el Re fo intrato nè far altra movesta. Ma per el Pontifice fo ordinado che tutte queste zente franzese, et quelle introrono con el Re, dovesse alozar solamente in caxa de prelati e monasterii di ogni sorte, et cortesani, et cussì fonno posto ordine a li alozamenti, et fo partito a tanti per caxa. Et Romani per gratuirse con el Re levono le arme de Soa Maestà sopra le sue porte, adeo per tutta Roma se vedea le arme dil Re di Franza. Et za la persona dil Re el zorno de Nadal, si havesse voluto, haveria potuto intrar; ma pur stava renitente, et voleva in le sue mano el castel de Santo Anzolo, la qual cosa el Pontifice mai volse consentir, imo el si havea reduto dentro, et posto alcuni cardinali nel suo palazzo, et alcune caxe lì attorno ditto castello za havea fatto buttar a terra et spianar, a ciò volendo el Re accamparsi attorno non potesse. Tutte le artegliarie messe sopra le mure, et zerca 400 fanti spagnoli messe in ditto castello dil qual era castellano lo episcopo Agregiantino, et oltra suo nipote el cardinal Monreal et Valenza che stavano nel palazzo de San Piero, etiam ne messe do altri cardinali, zoè el Cardinal de Napoli et San Zorzi, e tamen tutta Roma era in confusione.

Accadette mirum quid a dì 23 Dezembrio, che cazete da loro istesse una certa parte di muraglie di le mure di la città di Roma, le qual erano vecchie, per la qual cosa molti judicono esser voluntà de Dio che el Re intrasse, che fino le mura istesse voleva farli adito a intrar. Ma subito dove cadette fu riparato.

Ma el Re non volendo più star a indusiar, nè perder tempo in formar li capitoli, deliberò non concluder nè sigillar alcuna cosa fino non fusse intrato in Roma, ma ben volse far al Papa uno instrumento in publica forma, chiamato da Franzesi vodo et iuramento, el qual era come uno salvo condutto al nostro modo, ch'el Re prometteva sopra la sua corona et fede al Papa de non li far alcun danno nè in temporal nè in spiritual alla sua persona, et che voleva intrar in Roma el primo di Zener, ch'è primo zorno nuovo, et forestieri per tutto si muda, milesimo de 1495, excepto cha Venitiani, che comenza a Marzo; et però essendo io veneto seguiremo el nostro costume: or questo instrumento a dì 30 Dezembrio, el cardinal Monreal portò al Pontifice, el qual non potendo far altro fo contento l'intrasse, et chiamato el concistorio mandono a dir a Soa Maestà quando li piaceva dovesse intrar. Tamen el Pontifice si segurò nel suo palazzo con bona custodia, et redusse le sue zente di là dal Tevere appresso il castello, et lassò di qua per l'habitatione de Franzesi.

Intrata dil Re di Franza in Roma adi 31 Dezembrio 1494 et quello fece in Roma.

Ma Carlo re, habuto tal risposta, non volse aspettar el zorno terminato di primo Zenaro, ma seguendo l'opinione astrologica ancora lui, vedendo esser bona hora, a dì 31 Dezembrio, el zorno de Santo Silvestro Papa, al qual Constantino imperatore concesse assà cose et adoptò la Chiesia, et quello publice instituì papa di Roma, esso Re di Franza volse intrar in Roma, et partito da Bacano dove era allozato, a hore tre di notte per la porta dil populo intrò senza saputa dil Pontifice, che si credeva dovesse venir el zorno driedo. L'ordine di l'intrar fo cussì. Prima tutte le sue zente d'arme e fantarie avanti, poi le carrette con li passavolanti et artigliarie, et lui in mezzo di la sua guardia, in compagnia con 8 Cardinali, zoè: S. Piero in Vincula, el qual di Hostia era ritornato, Ascanio, Savello et Colonna, San Dionysio et Curzense, San Severin et Lonà, parte dei qual el zorno avanti erano ussiti di Roma per venir contra el Re a honorarlo con le loro famiglie. Et cussì con questi cardinali con assaissime luminarie et fuoghi fatti per Roma, el Re intrò in la cittade. El populo mostrò gran consolation et festa: per le fenestre de Romani era posto luminarie fuora, adeo pareva tutta Roma ardesse, tanto erano li fuoghi, con grandissimo rumor, con gran multitudine de cavalli, adeo che l'ambassador nostro Paulo Pisani era in Roma, inteso che 'l Re veniva, montò a cavallo per andarli contra, ma tanta fu la calca di le zente che mai si potè aproximar a esso Re, et convenne ritornar a caxa. Li do ambassadori seguiva el Re non fonno presti a venir insieme con Soa Maestà, ma tuttavia li venne driedo, et intrò a dì ditto a hore 5 di notte, zoè do hore da poi el Re, e tutta quella notte fino a hore 9 stetteno le porte di Roma averte, et continuamente intrava Franzesi, Sguizari et altre generatione. Et el Re andò a dismontar al palazzo di S. Marco, dove li era preparato, el qual è bellissimo, et per Paulo Pontifice secondo veneto fo fatto fabbricar, et poi suo nepote cardinal de S. Marco pur di caxa Barba patricio veneto, et novamente defunto, fo compito di redurlo al modo è al presente, ma poi la sua morte Innocentio VIII pontifice ditto palazzo dette al cardinal di Bonivento di natione Zenoese, el qual cardinal venne contra dil Re fino fuora dil palazzo con la bareta in man, et cussì fece el Re. Et fattosi le debite riverentie, el Re volse metter el Cardinal de sora, el qual mai vi volse andar, et menò el Re in camera: demum intrò in un'altra camera, et stati insieme per uno quarto di hora, tolse licentia dal Re et venne fuora. Li altri Cardinali andorno a li loro palazzi, et el Re sentò su el letto, et si fece cavar li stivali et si messe i zoccoli, venne fuora di la camera, dove fo apparecchiato la tavola, et si messe al fuogo, si fè pettenar li cavelli et la barba, poi andò a cena. Era lì in tavola una navesella d'arzento, et come vien i piatti di le bandisoni, colui che porta il piatto, tuò un poco di quello, et fatto la credenza, lo resto butta in ditta navesella, et cussì si fa di ogni cosa. Beve con una tazza dorata con il coperchio; quando si metteva el vin in la tazza, uno de soi havea una cadenella d'oro, et in uno cao un pezzo de alicorno, ch'è contra il veneno, et menava attorno per ditta tazza, poi ne dava a bever a quel vi faceva la credenza, et di quello fo messo in un'altra tazza in cao di tola, dove era 4 medici, i quali cercono ditto vin si era buono per la maestà dil Re. Et cussì fanno in le vivande, però che, sempre che manza, li medichi li stà d'intorno a veder non manzasse molto et cosse cattive; manza sempre solo, et li soi gran maestri d'intorno in piedi. Poi, levato di tavola, venne in mezzo di la camera fra alcuni baroni et cavalieri, et con loro humanamente rasonava, toccandoli sotto la gola, per le qual cose dimostra esser human e dolze Re, et questa digressione et narratione ho voluto far, benchè non sia a proposito.

Niun altro cardinal adoncha andò contra el Re, che si l'havesse indusiato el zorno, sarebbe andati tutti, et la famiglia dil Pontifice che saria stata magnifica intrata. Et zonti li do nostri ambassadori Domenego Trivixan et Antonio Loredan insieme con Paulo Pisani tutti tre cavalieri et operati in diverse legatione per la Republica nostra, andono a visitar el Re a caxa, et nomine dominii si alegrò di la sua intrata, et usate le parole debite, et risposto dil Re, ringratiando la Signoria soa bona amiga, ritornò a caxa a expedir el corier a la Signoria di questa intrata in Roma dil Re.

Tutta questa notte stetteno Franzesi et Romani in piedi, altri conzando le loro arme, governando li cavalli, custodendo le carrette di artigliarie, preparandosi li allozamenti, sì che era sempre in da far. El Pontifice era nel suo palazzo, per el qual a suo piacer per do vie una publica l'altra subterranea puol andar in castel Santo Anzolo, el qual era ben custodito de molti Spagnoli et munitione. Ancora di là dal Tevere, come ho scritto, era in uno seragio 400 cavalli et alcuni fanti per soa defensione, benchè erano pochi imo niente al poter dil Re.

A dì primo Zener, el Re volse udir messa lì vicino a la chiesia di San Marco, per esser el primo dì de anno nuovo, et disse messa el cardinal San Dionysio suo franzese, et era la sua guardia in chiesa, et el Re sotto un baldacchino quadro damaschin bianco con le cortinette attorno, et ditto Re stette sempre in zenocchioni con le man zonte, mentre fo ditto la messa, e la sua guardia lì intorno, et lui diceva oratione. Era con lui questi Cardinali: San Piero in Vincula , Ascanio, Curcense, Savello, Farnese, San Severin et Colonnese, et el cardinal Valenza mentre el Re era in chiesa volle intrar per venir a honorar Soa Maestà, ma non potè intrar per la moltitudine di la zente. Et poi tornato el Re in palazzo, ditto Cardinal andò, et appena fu visto da esso Re, el Re udito messa ritornò in palazzo, ma el Pontifice con el resto de Cardinali disse messa in capella di S. Piero.

El Re fece editto: che niun de soi non dovesse far alcun danno nè violenza a niuno sì per caxon de vituarie quam per altro lì in Roma sotto pena di la forca; et etiam el Pontifice ne fece far uno altro: che niun romano nè cortesano dovesse dar alcun fastidio nè dir alcuna villania a Franzesi di la maestà dil Re, sotto pena etiam di esser appiccati senza altro rispetto. Et ancora fece el Re uno altro editto per nome dil Pontifice et suo, che ognuno dovesse portar vittuarie, et come fo ditto ordinò el precio de certa quantità, manco il formento et vino che prima erano montati in gran precio, altramente mandaria a tuor per il territorio etc.

In questo zorno intrò in Roma 5000 Sguizari armati benissimo in ordine, che fu bel veder: in tutto era in Roma venuti con el Re di le persone da 30 milia in suso, et alozato el Re, le sue zente comenzono attorno ditto palazzo di San Marco a buttar alcune caxe a terra, ma non da conto, et ivi messe le sue carrette di artegliarie; et cussì attorno si fortificò, facendo ripari, et steva con bona custodia. Li baroni dil Re, intrati che fonno in Roma, andono molti di loro a basar li piedi al Pontifice in palazzo, et visitando le altre chiese, cercando le perdonanze et reliquie sante. Et el Papa mandò a dir al Re, prima ch'el fosse ben venuto, poi che volendo venir a parlarli venisse solo con 4 de soi, et cussì voleva esser lui, dove consulteriano insieme.

Adi 2 Zener li Cardinali si ritrovavano in Roma andono a far riverentia al Re, et loro medemi portavano le code in mano, la qual cosa non si suol far se non quando vanno a la presentia dil Pontifice. Et non vi andò el cardinal de Napoli, el qual steva in palazzo dil Papa, et el cardinal Michiel nostro veneto, che tunc temporis si ritrovava ammalato. Et el Re steva con gran reputatione, et in la sua camera li 8 Cardinali nominati di sopra stevano in piedi, et lui sentando. Conclusive, Franzesi fanno puoco conto de Cardinali, et manco di altra zente, et per la superbia loro fanno poco honor et extimatione, sì come si suol far qui in Italia. Or ditti Cardinali haveno tutti audientia con poche parole, excetto do, ai quali el Re non volle parlarli, i qual do Cardinali non saranno qui posti pro bono respectu.

In questo zorno medemo, Piero di Medici intrò in Roma con el sig. Carlo Orsini fiol dil sig. Virginio, i qual fonno dal Re ben visti, et ditto Piero se ne stette qui a Roma sempre fino venne suo fratello cardinal.

Adi 4 Zener el Re mandò el cardinal de Parma con 4 de soi baroni, zoè monsig. de Obignì, mons. Presidente de Linguadoca, el qual dil mexe di Fevrer morite qui pur ambassador per el Re a Roma, el presidente di Paris et Peron di Basser, in palazzo dal Pontifice a dimandarli 3 cose. Prima suo fiol o nepote Cardinal de Valenza, con lui legato a l'acquisto dil Reame. Secundo el castello di Santo Anzolo in suo poter, acciò potesse andar et tornar in Roma a suo piacer. Tertio che, cussì come era ubligato za assai per patto expresso, dar li dovesse Gem Sultan fratello dil Gran Turco. El qual el Papa dil 148... in quà, zoè soi antecessori lo tien in castello con gran custodia, però che fu preso a Rodi, et per il gran maistro Piero Dambusso (d'Aubusson) al presente cardinal, fo mandato ne la Franza, poi fu posto qui nelle man dil Pontifice con condition che, ogni volta che el Re di Franza el volesse, el Pontifice fusse obligato di dargelo, et però al presente lo voleva. Unde el Papa rispose: primo meravigliarsi di queste nove richieste, maxime dil cardinal Valenza, et che non li pareva honesto el Re dimandasse darli tal Cardinal per legato, come che quando lui con el concistoro de Cardinal li pareva di mandar legato, loro lo elezevano. Item che el castello lui el teneva come capo di la christianità, per quelli potentati li havea dato ubedientia; maxime pro rege Maximiliano eletto imperatore, per el Re di Spagna, Re di Napoli et la Signoria di Venetia et altri. Et che di Gem Sultan a lui pareva non era tempo di muoverlo di dove era, ma pur che la mattina faria concistoro, et quello ivi delibereriano con l'aiutorio de Dio et de misser S. Piero et S. Paulo, li manderia a dinotar. Et ditti baroni ritornò dal Re, et disse la risposta dil Pontifice.

Ancora el Re dimandò danari in prestedo ad alcuni Cardinali, i quali si excusono non haver, promettendoli li loro arzenti. Tamen el Re non li volse tuor, et Colonnesi con li suoi seguazi erano molto superbiti, et messeno a sacco una caxa di uno episcopo di Conti, sua parte contraria, et in Roma le bottege erano serrate, tutti andavano armati, et essendo in queste novitade le caxe de Cardinali, dubitando non esser messe a sacco, stavano con gran guardia, havendo provvisionati. El Re non ussiva de palazzo de S. Marco, aspettando la risposta dil Pontifice. Et a ciò se intendi quanti Cardinali erano in questo tempo, ho voluto qui sotto scriverli, et quelli hanno una † erano fuora di Roma.

Cardinali romani, anno 1494.

Questi adoncha 35 sono tutti li Cardinali vivi al presente et loro titoli, et in tutto sì come in la pratica di la canzellaria romana si leze, puol esser num. 54, zoè 6 episcopi, et 30 preti, et diaconi 18. Sed ad rem nostram redeamus.

Non voglio restar de scriver quello ch'el zuoba, fo primo dì di Zener, et zorno driedo che 'l Re intrò in Roma, fo ritrovato in San Piero l'infrascritti versi, li quali fonno fatti contra el Papa, come lezendo intenderai el tutto[109].

Adi 5 Zener el Pontifice, per haver habuto assà moltitudine de Franzesi baroni che li era venuto a basar li piedi et haver la beneditione sua, li venne una certa angossa, et fo portato in letto, et stette tre hore come stramortito, tandem revenuto deliberò el zorno di Pasqua, che fo la circoncisione dil Signore, a dì 6, in la sua camera medema far concistorio; et cussì el Pontifice vestito in letto fece chiamar concistorio, dove venne Cardinali 16, tra li qual vi era el cardinal Santo Dionysio franzese. Et el Papa propose la richiesta fatta per el Re, dicendo la risposta data, et le ragione movea Soa Beatitudine a non voler exaudirlo in niuna cosa di quello havea mandato a dimandar. Et cussì terminono ivi in concistorio: prima laudato l'opinione de Soa Santità, poi che iterum li replicasse che questa era etiam ferma voluntà del concistorio de non darli el castello per niun modo. Za era andate parole attorno Roma, che el Papa havea deliberato, si el Re de Franza volesse pur al tutto haver el castello et lo volesse bombardar, che metteria sopra le mure la Veronica, zoè el sudario de Christo proprio che ivi si attrova, le teste di S. Piero et Polo Apostoli loro protettori, el corpo di Cristo et altre reliquie, et che si esso Re, havendo fama de Christianissimo, poi voleva bombardar, dovesse bombardar a soa posta in queste cose sacre; ancora, che non potendo più, faria una excomunica a lui e tutti i soi; con un jubileo plenario a tutti coloro fusse contrarii et offendesse ditto Re de Franza, el qual veniva contra la Chiesa. Tamen niuna cosa fo fatto.

Ma el Re mandò iterum quelli quattro baroni a dimandar al Pontifice la risposta, perchè za se intendeva in quel zorno faceva concistorio. Unde el Pontifice li fece chiamar dentro, et li disse largo modo el voler suo; et che el Re non si pensasse fino lui era Papa de haver mai el castello ne le mano, bastava haver el passo etc.; et che era fermo et costante in quello havea avanti risposto; et che manderia 4 Cardinali da Soa Maestà a justificar ogni sua volontà cussì esser et de Rev.mi Cardinali. Et ditti baroni ritornono dal Re. Et el Papa mandò questi 4 cardinali, el cardinal de Napoli, el cardinal Alexandrino, el card. Santa Anastasia et el card. Monreal, i quali andati dal Re, appena fono visti, imo exposto la loro imbassata, stetteno un gran pezzo credendo haver risposta dal Re, el qual post multa li disse: andè, et manderò a dir al Papa per li miei baroni quello vorrò.

Et inteso la risposta dil Papa, el Re deliberò de voler haver el castello, usando assà alte parole. Et in Roma tutti stevano con gran paura, perchè seguite certa novità, che alcuni de soi messeno a sacco li Zudei et fece gran danno. Ancora a dì 8 se apizò alcuni Italiani con Sguizari, et Sguizari se messe in ordine et messe a sacco la caxa di uno spicier, nome Piero Branca, et fece bottin per 8 milia ducati, per modo che el Re, inteso questo, havendo molto a mal, fece cavalcar alcuni soi capitani per cessar ditto rumore, et fo presi fra italiani, franzesi et do negri, n.º X, dei qual fo appiccati uno franzese et li do negri, et fece uno editto che niun non andasse senza luse la notte per Roma, et chi andava fusse appiccato. Item che, in termene de tre zorni, quelli havea ditte robe tolte ut supra, sotto pena di la forca si venisse a manifestar. Et cussì fo restituido gran parte. Item che li Zudei portasse una † bianca su la spalla, ai qual, havendo ditto segno, non li fosse fatto noja alcuna. Oltra di questo ordinò che 4 cavalieri franzesi con 500 cavalli per uno andasseno la notte attorno Roma, a ciò non fosse fatto danno ad alcuno. Et fu trovato alcuni senza luse, li quali secondo l'editto regio fonno appiccati; et a dì 9 de notte el Re fece appiccar uno suo cavalier, et questo per haver messo su le zente a tal rumori.

Ma el Papa per timor de novitade, a dì 7 ditto si redusse ad habitar in castello, et pur si tramava pratiche di accordo con el Re. El qual poi seguite, come dirò di sotto.

Adi X per l'abondantia di le acque havea piovesto, per el cargo di le artegliarie et di li repari fatti dentro, che molto cargava il muro, cazete cinque passa di muro attorno dil castel Santo Anzolo, zoè 14 merli, nel qual loco el Papa fo la sera avanti, le qual muraglie fonno subito riconzate et di novo fortificato, ma è mirum quid che avanti el Re intrasse in Roma cazete certa parte di muro di la terra, et a hora cazete queste dil castello. Et non molto da poi seguite l'accordo dil Pontifice et dil Re, come intenderete leggendo. Ergo son gran segnali.

Provvisione fatte per re Alphonso nel reame in questo tempo.

Domente queste cose a Roma si fanno, havendo inteso el re Alphonso era a Napoli la intrata dil Re di Franza in Roma, fece molte provisione. Prima mandò vice re in la Puia Camillo Pandon, con commissione amplissime dovesse trovar danari. Mandò do comissarii per il paese a tuor le vittuarie, sì de fuora come in alcuni castelli, e far la tansacione de le bocche, e non lassarli vittuarie se non per 4 mesi. El resto fece condur a Napoli in li castelli et in altre fortezze lì attorno, a ciò Franzesi non havesse vittuarie. Item mandò per uno zudeo di cadauna casa dil suo reame, che statim dovesseno venir a Napoli alla sua presentia, dai quali volse tra loro tutti ducati 56 milia in termene de zorni 8. Mandò per li marani spagnoli, sì per quelli habitava in Napoli quam fuora, e tolse danari a imprestedo a ducati 36 per cento de usura, et per ogni 100 ducati li dava ducati 3 al mese, da esser pagati ogni mese. Et za havea comenzà a pagar la prima paga, zoè la prima usura; et molti de questi marani in questo tempo al meglio poteno con loro brigate si partino di Napoli et venneno ad habitar qui a Venetia, et portè grande haver con loro. Et è da saper che questi marani sono zente baptizata, tamen li soi furon zudei, et stavano nel paese dil serenissimo Re di Spagna, e tenivano quodammodo un'altra leze, media tra la hebraica et Christiana: pur dimostravano esser boni christiani publice, et privatim tenivano le sinagoge in casa. Ma parse a questo glorioso Re et Regina di Spagna, di cazzarli tutti dil paese, zoè quelli che non volevano lassar la vita loro teniva, et fece molti inquisitori frati per tutti li soi regni, con grande auctorità, et uno sopra tutti chiamato l'inquisitor major, i quali facevano la inchiesta, et molti marani fono brusati, altri fuziteno in diverse parte dil mondo, et le loro statue erano brusate. Molti capitono qua a Napoli et in Reame ancora l'anno 1492. Esso altissimo Re di Spagna discaccioe di tutti li soi regni tutti li zudei, che fonno numero grandissimo, ita che niun per tempo potesseno ritornare, et li concesse certo termene a veder el suo, et che non portasseno danari fuora dil paese; ma ben mobele quanto a loro piacevano. Et questi venneno ramengi in diverse parte dil mondo; molti qui in Reame, altri a Constantinopoli, altri in varie regione; et molti essendo su le nave, per fortuna si summerseno nel mare, adeo che più sotto el dominio dil potentissimo Re di Spagna non si attrova più zudio, nemichi di la fede christiana. Et per haver dato re Ferando recapito nel suo regno, fortasse Iddio li dà al presente tal affanni.

Ancora re Alphonso vendette molti castelli e contadi per zerca ducati 30 milia; fra i qual ne comprò uno D. Tulio suo secretario per ducati 12 milia; et questi comprava ditti contadi e castelli, compravano a rason de ducati 40 per cento a l'anno de intrata de iurisdictione havea. Item mandò in Sicilia do comessarii con danari a far fantarie; mandò Perucha corsaro cathelano, era lì in Napoli, havia disarmato, homo di gran cuor, con 600 provvisionati et alcune artegliarie a uno passo di Trajetto, è sora el fiume Garigliano. Et cussì in altri passi et fortezze messe custodia. In Napoli faceva soldar fanterie a ducati 3 al mese, paga di tre mesi avanti trato. Tansoe tutte le sue terre et castelli di reame et regno suo, che cadauna dovesse far fanti in aiuto di la sua corona, maxime a tanto bisogno: et, fatta la descritione, sariano zerca fanti 12 milia, come per lettere di l'ambassador nostro Paulo Trivisano cavalier se intese, con el qual el Re conferiva ogni cosa. Item fece spianar verso Roma mia 60, butar e ruinar a terra tutte case e conventi, zoè a li passi dove se puol venir in Reame, perchè per tre vie vi si va, et tutte buttano al piano di Sessa. La prima è da Taiacozzo al contà d'Alba, poi la Celana et al pian di Sessa; la seconda a S. Germano, a Pontecorbo, al passo de Mignano et al pian di Sessa; la terza a la volta di Marino, Velitri, Fondi, Itri et pur al pian di Sessa; sì che tutte tre vie metteno cao al pian di Sessa. Ancora fece brusar li strami et fieni, voltar le semente sotto sora, et arar in questo tempo la terra era seminata, che fo una compassion che tante biave se perdesse. Tamen fece a ciò Franzesi nè al presente nè questo altro anno havesseno vittuarie, et che da la grandissima carestia et inopia prendesseno altro partito, ma poco li valse. Item fè stropar tutti i pozzi, romper et stropar le fontane al meglio poteva, perchè non trovasseno acqua. In la Calavria era vicere Don Cesare, fo fiol di suo padre non legittimo, el qual etiam lì in Calavria fece molte provvisione, elesse uno ambassador a la Signoria chiamato Hieronimo Sperandio dottor, el qual per la via de la Puia venisse poi per mar a Venetia, et quando zonzete et quello volse intenderete di sotto. Ancora esso re Alphonso fece molte provvision, provvedendo al meglio poteva al suo stato. Et non restava advisar al suo ambassador era in Spagna, che el Re desse aiuto et a lui et alla Majestà di sua sorella raina, in compagnia di la qual era andato za molti mexi a starvi, de comandamento dil Re, l'arcivescovo di Teragona, et è fino al presente. Era za partito l'ambassador dil sig. Turco, con el qual Alphonso havea concertato et pregato gran cose, maxime che facesse romper a Zenoesi, et che el Turco mandasse a tuor l'isola de Scyo a lui vicina, perchè Zenoesi erano stati bona causa di far venir el Re a suo danni, per haverli fatto l'armata lì a Zenoa. Et quelli di l'Aquila mandò ambassadori a Napoli, dicendo non si dubitasse mai di la fede loro, et cussì fermi sariano a mantenir l'omagio et fedeltà zurata a sua Majestà, la qual cosa fo molto accetta al Re, benchè poi fo el contrario.

In questo mezo, el duca de Calavria partito con le sue zente da Teracina andò per quelle parte, et a San Zermano si pose, el qual loco è mia 30 da Roma et 60 da Napoli, fortissimo et come si divulgava inexpugnabile. Era con squadre 60 et fanti 5000. Et ditto Duca andò con alcune zente, essendo venuto in campo don Fedrigo, el qual era andato a far certa quantità di fanti. Or andò esso Duca a uno luogo dil prefato, chiamato Sora, mia 70 da Roma et 50 da Napoli, el qual fu alias de Ferdinando, et concesso a papa Pio, perchè, diceva, era di la Chiesia. Unde Sixto Pontifice volendo benificiar li soi, come fece el conte Hieronimo de Riario che li dette Imola et Forlì, et a questo prefato che era suo nepote, fratello dil cardinal San Piero in Vincula, oltra Senegaglia li dette contado: et qui Calavresi li detteno la battaglia et sachizolo, ma li custodi si defeseno. Et inteso questo a Roma, subito se partì el sig. Prospero Colonna con alcune squadre de cavagli et fanti et franzesi, et lo andò a soccorrer, et za el duca de Calavria non l'havendo potuto haver era ritornato.

Per lettere di 10 Zener da Napoli, venute con grandissima difficultà perchè non poteva venir corrieri per le vie rotte, se intese come a dì 9 il duca de Calavria era partito dil campo da San Zermano, et venuto prestissimo con X cavalli et non più in Napoli; et con la Majestà dil Re suo padre steteno in colloquio soli zerca hore 8, dove consultano gran cose, come l'è da creder: poi l'altro zorno, ita che stete solum hore 16 in Napoli, tolse licentia dal padre, dove vi era l'ambassador nostro, perchè altri oratori ivi non se ritrovava, et inzenochiato, magna spectante caterva, volse la benedition dal padre, et quella habuta, lo basò con gran contamination de li circumstanti, quasi dimostrando voleva al tutto esser a le mane con Franzesi, et far fatti d'arme. Et ritornò con bon animo a San Zermano, dove era el suo exercito, con questo che cadauno sarebbe stato per si sotto degno capitano, zoè el sig. Virginio Orsini, el conte de Petigliano, Zuan Iacomo di Traulzi, Iacomo conte, el marchexe di Pescara, et molti altri signori et baroni, et continue andava augumentando l'exercito.

A dì 14 Zener el re Alphonso si comunicò coram populo, et levò una fama di voler partirse de Napoli, et lassar suo fiol al governo, et lui venir in campo contra el Re de Franza con 3000 biscaini, i quali erano venuti et passati in Sicilia per tuor soldo di esso Re, tamen mai si partì più Alphonso di Napoli, fina fece quello seguite et intenderete di sotto. Questo re Alphonso in questo tempo era molto dato alla devotione, conversava ut plurimum con frati, lezeva l'offitio grande come religioso, et non voglio star di scrivere una devotione faceva il zuoba santo, che el Re serviva in persona regiamente a 12 poveri, et fè chiamar 46 poveri l'anno 1494, a dì 23 Marzo zoè passato, et felli sentar in tre tavole: questo fece perchè havea anni 46, e tanti anni quanti ha tanti poveri serve, crescendo ogn'anno uno: et alla prima tavola, ch'è di 12 poveri, pur ditto numero lui medemo serve, come ho scritto, con grande humanità et abondantia de ferculi; a le altre do, conti, duchi, marchexi et baroni. Poi el Re lava li piedi a ditti 12 poveri, et li basa i piè, et li dette panno per camisa, zupon, calze, mantello et scarpe, et tre carlini per uno, ch'è una bellissima consuetudine a imitatione dil nostro Signor Yesu Christo, che lavò li piedi a li Apostoli. Sed de his satis.

Dil re Maximiliano alcuna cosa notanda, et di la sua Dieta.

El re Maximiliano, inteso la morte di suo cugnato duca de Milano, ritrovandose in Fiandra ne le terre di suo fiol archiduca Philippo di Bergogna con sua moglie madona Bianca, molto si dolse. Et più la moglie dimandando vendetta contra el duca Ludovico, che si havea fatto lui Duca, et privato el nepote. Et subito scrisse a Milano, dolendosi molto di la morte di suo cognato, et che el signor Ludovico dovesse haver custodia dil Ducheto, moglie et fratello, et governar ben quel stato: ita che, a tempo legittimo, esso Re possa dominar pacifice. Et però Ludovico dubitando di novità si scriveva: Ludovicus Maria Sforcia, dux etcetera, come ho scritto di sopra; benchè poi mutasse ancora. Esso Re di Romani, mandò ambassadori a Milano, i quali gionti in questi giorni, et andati a l'audientia dil signor Ludovico duca, si dolseno di la morte dil Duca, et come la Cesarea Majestà dil Re et Regina havea habuto grandissimo dolor, nè mai si alegrò di alcuna creation sua a ditto Ducato, benchè sapesse quello era successo, quasi dimostrando non haver habuto piacer de questo, et dimandò el resto di la dota sua restava haver, et era ducati 100 milia, et etiam passo et vittuarie, el qual, senza haverlo domandato, era certo di haverlo habuto, sì per il parentado, quam per essere Milano terra de Imperio, et che al tutto voleva venir a tuor la corona a Roma. Et li fo dato ducati 60 milia, et loro pur steteno fermi a Milano, per veder de haver el resto. Et poi andono a Roma dal Re di Franza, come scriverò di sotto. Et in questo mexe di Zener, sì per haver la investisone dil ducato da esso Re de Romani, quam per tasentarlo, etiam el Duca di Milano li mandò do ambassadori, quali fonno Zuan Francesco da Marliano dottor, et Baldissera de Pusterla cavalier, el qual mandò con la imperatrice sua moglie, et da ditto re Maximiliano fu decorato de la militia. Ma ditto Re era pur occupado contra el Duca de Goler (Juliers) et lo episcopo di Lexe (Liegi), che li havea tolto alcuni castelli et molto dannizava. Tamen non molto da poi sedò et pacificò ogni cosa, et venne in Alemagna, et ordinò de far una dieta a dì 2 di Fevrer a Vormes, zoè uno conseglio generale, dove havevano a deliberar gran cose, et quelle voleva far con uno grande exercito che havea ordinato, et maxime la compagnia dil..., che sono sette comuni, che fanno da persone 40 milia in suso quando vogliono si metter in ordine, et faceva zente in favore di ditto Re Maximiliano. Et scrisse a tutti coloro doveva venir a ditta dieta, come per la lettera qui accopiata vederete el tutto; benchè ditta dieta fusse prolongada poi assà, come scriverò più avanti. Ancora ditto Re scrisse a la Signoria che havea creati li soi ambassadori, li quali di breve seriano a Venetia, ma fo judicato, per el molto tardar, volesse far prima la dieta et poi mandarli. La qual cosa molto dispiaceva al duca de Milano, et pur mandava a notificar a la Signoria, come era certo el Re preditto faceva gran zente per venir in Italia. Et etiam lui elexe do solenni ambassadori a ditta Signoria, li nome di qual zonti sarà nominati, i quali etiam fonno molto tardivi. Ma avanti descriva alcuna cosa, per cognitione di coloro non hanno molto pratica di le cose, voglio scriver el modo di la incoronatione, et prima elexione de l'imperator romano. Et è da saper che del 1486, vivente Federigo terzo padre suo imperator, a dì 16 Fevrer in Franchfordia questo Maximiliano, el qual era veduo, et per moglie dil 1476 madona Maria fo fiola dil duca Carlo di Bergogna, rotto in battaglia da Lodovico padre de questo Re de Franza presente, di la qual have uno fiol et una fiola. Or questa donna, cascando di uno cavallo, morite, et el fiol fo sublevato Archiduca di Bergogna, et esso Maximiliano discaziato dil governo. Or da li septe electori, li quali nominarò di sotto, fo eletto, l'anno sopra ditto, Re di Romani; el qual ordene fo instituido del 1002, et in quel tempo primo elexeno Re di Romani, et poi incoronato dal Pontifice e imperador Augusto. El qual se die incoronar con 3 corone. Prima di ferro, che significa potentia et fortezza, et di questa se die coronar per l'arciepiscopo Coloniense, in la villa ditta Acquese vel Acquisgrano, in la provincia coloniense, leodiense dyocese. La seconda di arzento, che significa che esso è clara justitia et munda, et se die coronar per l'arzivescovo de Milano, in la chiesia de Modoetia de la diocese milanese[110]. La terza è di oro, che significa maiorità et nobilità de tutti altri metalli, et se die coronar a Roma per el Pontifice, in la chiesia de San Piero a l'altar de San Mauritio, in segno ch'è Imperator, et è sotto la sua confirmatione. Et ditto Imperator non die star in Roma, da poi la sua coronatione, se non una notte, ma ne l'uscir de la città, die andar su il monte appresso la chiesia di San Piero fuora di le mura per do mia, che si chiama monte Mauro, el qual monte è più alto de li altri ivi a torno, et quando è in cima, levando la man, die dir: omnia quae videmus nostra sunt, et ad mandata nostra perveniunt. Et statim die mandar per tutto el mondo, che a li soi mandati vegni tutti i baroni et principi christiani et pagani. Et ancora è da saper che in la città Acquense lì in Alemagna è coronato con la corona propria, che fu di Carlo Magno, et Federico so padre stette 13 anni a coronarse, per caxon di scisme era: però che del 1440 fo creato, et dil 1452 incoronato da papa Nicola quinto. Et morite dil 1493, a dì 19 Avosto, a le 23, come ho scritto di sopra nel primo libro.

Electores Imperii.

Archiepiscopus Maguntinus, sacri Imperii per Germaniam archicancellarius. — Archiepiscopus Coloniensis, sacri Imperii per Italiam archicancellarius. — Archiepiscopus Treverensis, per regnum Arelatense archicancellarius. — Rex Bohemiae, qui fuit Dux. — Marchio Brandeburgensis. — Dux Saxoniae, et — Dux Bavariae (sic). — Ut patet his versibus: Sunt autem officiales isti: Maguntinus, Treverensis, Coloniensis, quilibet imperii sit cancellarius horum. Inde Palatinus dapifer, Dux portitor ensis, Marchio praepositus camerae, pincerna Bohemus. Hi statuunt regem, servantque per ordinem legem, atque creant dominum, cuncta per saecula summum.

Maximilianus Dei gratia Romanorum rex semper Augustus[111]. A Venetia quello si faceva et anche a Milano.

A dì 5 Zener zonse a Venetia uno ambassador dil Re et Regina di Spagna, chiamato don Lorenzo Suares de Figarola (Figueroa) cavalier casigliano, et menò con lui uno suo fiol de anni zerca 20, nominato don Consalvo Ruis, el qual ambassador, come disse, era venuto prestissimo, partito di Madrit dove era l'altezza dil Re et Regina con la corte, ch'è terra situada su piera che buta fuogo, fortissima, et era stado do mexi in cammino, sempre cavalcando, venuto per la Franza, et in alcuni luoghi disse veniva ambassador al Re di Franza, a ciò non fusse ritenuto intendendo veniva a la Signoria, maxime per la caxon veniva, et passò incognito per Milano, et zonto a presso li nostri confini scrisse a la Signoria come veniva, et passato per Vicenza da Alvixe Malipiero capitano, el qual li andò incontra, fu benigne ricevuto, ma non volse dimorar, et venne di longo a Padoa, dove stette 3 zorni sì per causa di reposarsi quam di mettersi in ordine de habiti, et venne con belle mule. Et de ordine di la Signoria da li rettori di Padoa fu molto honorato, et misser Antonio Morosini cavalier capitano li andò contra con essa compagnia, et venne ad alozar nel palazzo de ditto capitano, et da Marin di Garzoni podestà etiam fu visitato. Or poi, deputato questo zorno di venir ch'era la vezilia di Pasqua, per la Signoria li fo mandato contra molti cavalieri et dottori et altri patricii fino a Lizza Fusina. Etiam vi andò Ioh. Baptista Spinello dottor et cavalier, ambassador dil re Alphonso, et Aldobrandino di Guidoni dottor ambassador dil Duca di Ferrara, el qual è longamente stato orator quivi, et fu menato con li piati fino alla Zuecha, dove era preparata una caxa, et lì fe fatto le spexe, mentre stette in questa terra, per l'officio di le Raxon vecchie a queste deputato. Et li fo fatto grande honor, sì per esser ambassador de chi era, quam perchè etiam el suo Re molto honoroe Hieronimo Lion cavalier et Zorzi Pixani dottor, etiam lui fatto cavalier quando andono ambassadori in Spagna a congratularsi dil regno acquistato di Granata. Or tutta la terra era in expectatione de intender quello voleva ditto ambassador, et quasi tutta la corte di palazzo era piena a vederlo venir. Et la mattina, fo el zorno de Pasqua, andò in collegio all'audientia, dove stette poco, perchè el Principe dovea andar a messa secondo el consueto in chiesia de San Marco. Et cussì vi andò con questi ambassadori: legato dil Papa, oratori de Franza, de Spagna, de Napoli, de Milan, de Ferrara et de Mantoa. Et el Senato poi el zorno driedo have audientia privata, et nostri patricii sapeva la lengua castigliana fonno interpreti, et expose la sua ambassada: come el suo serenissimo Re et Regina, compadre di questa Signoria, però che Nicolò Michiel, dottor et cavalier, ritrovandose del 1478 ambassador di questa Signoria in Sibilia, baptizò el principe fiolo primario dil Re[112], et ogni anno, quando vi va galie, la Signoria li manda presenti di panni d'oro et sede, come a suo fiol et fiozo; et che l'altezza dil Re et Regina preditta lo havea mandato per visitar la Signoria Illustrissima, offerendosi in tutto ogni suo poter. Conclusive, dolendosi di la venuta dil Re di Franza in Italia, et che quando el se partì non se intendeva el suo tanto prosperar, et benchè el suo Re et Regina havesseno paxe con el Re de Franza, tamen che antiqua era con questa Signoria l'amicitia et grande benivolentia: et però offeriva el poter di loro Altezze, sì per mare quam per terra, a comandi di quella; et altre cose secrete poi conferiteno... Ma ben se divulgava che, non potendo Spagna romper guerra a Franza, pur per aiutar suo parente re Alphonso di caxa di Aragona, voleva: volendo la Signoria però dimostrarsi nemiga di esso Re de Franza, prometteva darli ogni aiuto etc. Et a la risposta fo fatto consultatione, et poi che el Principe li disse el voler dil Senato, questo ambassador subito spazò fanti in Spagna al Re, et stette qui allozato ut supra. Demum alcuni mexi da poi si mutò di stanza, per non comportarli l'habitar a la Zuecha, et venne a star a la Charitade, in la caxa fu da ca Correr sopra el canal grando. Ditto ambassador era sapientissimo in parlar mirabile et ornato chastigliano, et molto virtuoso, adeo nostri faceva grande extimatione di lui. Era fradello di don Garcilasso di la Vega, che etiam in questo tempo era ambassador dil suo Re et Regina al Summo Pontifice, stato za uno anno. Et se intese certo, come 50 caravelle dil suo Re erano preparate; capitano di le qual era el conte da Trivento altramente chiamato conte de Rechesens, et quelle venivano in Sicilia a Palermo per essere a la obedientia dil Pontifice et in aiuto dil Re de Napoli; et quello di dette caravelle seguite scriverò più avanti.

A dì 14 ditto, a hore 3 di notte, a Venetia fo visto fuogo in cielo da molti, a modo di una coxa ardente, ma poco durò, che parve la cascasse in acqua et disparve. Questi son prodigii che vieneno secondo Plinio, che poi segueno mutatione de regni, come fo questo de Napoli.

In questi zorni zonse a Venetia quello ambassador del signor Turco, che poco mancò non fosse presone dil prefato, come ho scritto, et stato infino hora a Mantoa, et dal Marchexe vestito d'oro, et habuto presenti a presso ducati 1000, ritornò per Po per andar ne li soi paesi, et allozò a la caxa dove habitava l'ambassador di esso Marchexe di Mantoa. Et la matina andò a la Signoria, dove per interprete usò grande parole, dicendo che si doleva di la Signoria non habbia fatto obbedir, et che si doveva haver mandato diexe galie a ruinar Sinegaia, havendo fatto questa inzuria al suo Signor, con el qual havevemo bona paxe, et al Papa. Demum che intendeva el successo di questo Re di Franza, et che 'l diceva di voler andare contra el suo Signor; et che lui voleva tornar a Constantinopoli non da ambassador ma da messo prestissimo, et far che 'l suo Signor mandi galie a tuor Franzesi se i non haverà con che passar in Turchia, a ciò i passino. Et che el suo Signor lo lasserà acquistar qualche luogo e reposarsi per do mexi, et poi ordinarà ai soi Bassà che li vadi contra, che non si degnerave di andar in persona, et farà tanta straze di loro, che non tornerà niuno Franzese di qua a portar la nuova nel suo paese, per la grandissima rotta haverave per la gran potentia dil suo Signor. Et molte altre parole disse. Unde per el Principe li fo risposo accomodatamente, tanto che quasi rimase satisfatto. Et poi ditto ambassador, montato in gripo se partì per Corphù, et poi a Constantinopoli a la presentia dil Signor.

Arrivoe a Milano, in questi zorni, Zenoesi, benchè tra loro za un tempo si havessano quasi tolti di l'ubidientia dil Duca de Milano, et discaziata la loro parte contraria, zoè Fregosi con li soi seguazi, et maxime el Cardinal, che era Doxe et arciepiscopo di Zenoa; et electo tra loro di l'altra parte uno capo, el qual in questo tempo era Augustin Adorno, et ha questo titolo: Ducali Ianuensi gubernatori ac locumtenenti. Et di queste parti di Zenoa, et quali sono, di sopra assai ne habbiamo descritto. Et el Doxe, o vero capo, domina el castello de Zenoa, el palazzo, et le altre fortezze de la cittade et castelli dil Zenoese, et ha la sua provvisione ordinaria et obedientia de li populi. Tamen San Zorzi he le sue intrade de dacii e altre cose da per sè, et si governano da signori che sono deputati. Or Zenoesi deliberono di redurse sotto la pristina ubedientia de Milano, maxime in queste novitade de Italia, et creono tra loro sedece ambassadori di principali cittadini, et questi andono a Milano dal duca Ludovico, et quello elexeno per loro Signore, et havesse el dominio, come prima havea li altri Duchi, et fonno benigne ricevuti et carezati.

Et essendo mancato di la prexente vita, come di sopra ho scritto, a Milano Battista Trevixan ambassador di la Signoria, andato ivi insieme con Sebastiano Baduario cavalier, et a dì 24 Dezembrio espirato, el Duca lassò passar le feste de Nadal, et poi venne di Vegevene in Milano, et ordinò solenne esequie nel domo a detto cadaver di questo ambassador veneto, o vero a la sua cassa, perchè el corpo mandò per Po a Venetia, et qui fu sepellito. Or a dì 4 Zener di domenega fo fatto ditte esequie, andò el Duca con la sua corte driedo, con tutta la chieresia de Milano, et l'andete el funere con bellissimo ordine.

Ancora Sebastian Badoer cavalier, rimaso privo del carissimo collega, non stette molto ben, et si ammalò, però di mal vecchio, per la sua gamba; preso ditto mal per disagi portadi in varie legatione. Et Zorzi Negro suo secretario spesso andava, avanti el Duca ritornasse a Milan, a Vegevene a consultar. Et el cargo dil governo de Milan restava a Bortholomio Calcho primo suo ducal secretario, et homo de grandissimo inzegno et pratica.

Consultava sapientissimamente Sebastian Badoer con el Duca, dimostrando non faceva per niun potentato de Italia che questo Re de Franza havesse dominio in Italia, et eran tante le savie parole sue, che el signor Duca faceva grande extimatione di consultar con quello. Et ritornato da Vegevene per star fermo con la corte de Milano, havendo za queste feste de Nadal butado zoso e corrotto et panni lugubri portava per suo nepote, et cussì tutta la sua corte, et molto carezava ditto nostro ambassador, sì per esser homo di primi nostri patricii et di grande autorità, quam etiam per dimostrar faceva caso di la Signoria più che de niuna altra potentia de Italia. Tamen se dubitava che re Maximiliano non venisse etiam lui in Italia, per andar a Roma a incoronarse.

Ancora mandò el conte de Cajazzo con 400 cavalli lizieri et alcuni fanti, et dovea seguirlo 150 homeni d'arme per andar verso Roma in aiuto dil Re di Franza; ma inteso le novità de Pisa con Fiorentini, quello mandò in Pisa, dove stette alcuni zorni, poi andò dal Re.

Oltra de questo mandò per madona Catharina signora de Forlì, et mugier fo dil conte Hieronimo, che dovesse venir a Milano. Et lei non volendo, fece cavalcar el signor Fracasso di S. Severino con alcune zente, et uno Sigismondo da Sonzin verso Imola et quelli lochi, tamen poi non seguite nulla.

Li ambassadori di re Maximiliano partino da Milano et andono a Fiorenza a domandar passo et vittuarie, et el suo Re veniva con 30 milia persone a incoronarse a Roma, et se divulgava voleva far do vie le soe zente, una per la via de Cuora (Coira) et de Milano, l'altra per Trento et passar sul Veronese et ridurse a Bologna, et ivi far la massa et andar tutti insieme verso Roma, ma per quest'anno non venne.

Et apropinquandose el tempo dil parturir de Beatrice moglie dil duca Ludovico de Milano, parse a soa sorella mazor madona Ixabella moglie dil marchexe de Mantoa de ritrovarse a ditto parturir: et cussì andò con bellissima compagnia et etiam madona Anna moglie di don Alphonso fiol dil duca di Ferrara et sorella che fo dil duca Zuan Galeazzo morto, et cussì ditte donne se ritrovono a Milano in questi zorni dove fo fatto bellissime feste. El marito marchexe stava in pratiche de accordarse con la Signoria et renovar la conduta, tamen pur el voleva titolo de Capetanio Zeneral de Terra, o vero più quantità de danari, promettendo ogni fideltà, mandar la moglie et fioli in questa terra, che fusse mandato governator patricio a Mantoa etc., et quello seguite et el modo fo poi accordato di sotto sarà scritto.

Da Ferrara per lettere di Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier vice domino se intese come el Duca era ammalato, et che havea fatto uno editto, che in tutto el suo dominio più non si dovesse spender monete de arzento de niuna sorte et qualità, sia qual si voglia, sotto grandissime pene, excepto tamen quelle di la Signoria nostra. Questo fece per la grandissima quantità de monede varie che ivi, per esser luogo di passo, si spendeva continuamente, et faceva gran danno.

A Venetia havendo mandato a tuor la Signoria in alcune isole in Arcipelago per via di Hieronimo Venier, che de alcune è signore, molti falconi pellegrini, i quali costa assai ducati, et più di X ducati l'uno; et questi zonti, non senza difficultà portati per mar, deliberono di donarle a li ambassadori erano in questa terra, et ne mandò a donar 20 a l'ambassador dil Re de Franza, 20 a l'ambassador dil Re de Spagna, 10 a l'ambassador dil Re de Napoli, 10 a l'ambassador de Milano, 5 a l'ambassador de Ferrara, et 5 a quello de Mantoa; i quali ambassadori accettono libentissime, come cosa regia, per mandarlo a li loro Signori da parte di quella Illustrissima Signoria, per esser cosa di farne grande extimatione. Ma l'ambassador de Napoli, essendo el Papa accordato con el Re de Franza, quelli remandò indriedo a la Signoria, dicendo el suo Re al presente li bisogna altro che mandarli falconi pellegrini; tamen molto ringratiava quella, et che in ogni altro tempo haria habuto el Re per el più singular dono li fusse mandato. Et inteso questo da Monsignor di Arzenton, ambassador de Franza, mandò a dimandar al Prencipe li volesse concederli per monsignor Duca de Orliens, era in Aste, dicendo havea gran piacer di tale cose. Et cussì etiam questi X fonno mandati a ditto ambassador, et tutti fonno mandati al loro Re, infino in Spagna ch'è tanto da lonzi et non senza gran difficultà. Et conveneno portarli su stange per terra con gran spesa et etiam al Re de Franza, al quale li fo presentadi, partido fo di Roma.

In questi zorni venne a Venetia el conte Ludovico Boscheto ambassador dil signor de Rimano, licet vi fosse uno altro suo qui chiamato Antonio de Cochiaro dottor, et venne per rifermar el soldo havea loro Signorie con questa Signoria, però che era compita la ferma. Et poi che stette alcuni zorni, ditto signor di Rimano fu conduto, et cressutoli cavalli 200, ita che vien haver 100 homeni d'arme, come dirò di sotto.

Come el Pontifice si accordò con el Re de Franza.

In questo mezzo el Re de Franza, che 'l Pontifice era renitente in acordarse, mandò li soi Sguizari verso el Reame, et ancora alcuni soi capitani era partiti, una parte verso Terracina e Fondi, l'altra verso l'Aquila, et mandò uno suo araldo a l'Aquila a dinotar se dovesseno render in termene do zorni, altramente el Re veniria in persona, et venendo non li vorrebbe poi a patti: ma pur Aquilani mostrava volersi tenir per el suo re Alphonso, havendo maxime li loro animali in poter di ditto Re. Et publice resposeno volersi tenir per casa de Aragona, tamen in occulto con Franzesi praticavano accordo; la qual pratica menava uno domino Palamides Forbi di Provenza, el qual fo altre fiate in Italia col duca Zuanne di Andegavia nominato di sopra.

Le zenti che prima andò in Reame fonno squadre 60 et 4000 fanti zoe pedoni, et cussì continue mandava zente in Reame, sì per alleviar la terra, a ciò non patisse desasii per causa de vituarie. Et fo divulgato era di opinione de far do campi, perchè havea grande exercito, et da 30 milia persone in suso, la qual cosa non era creduta perchè si judicava l'inverno, per le neve grandissime, Franzesi non potessero passar monti: pur sempre qualche uno ne veniva. Et el duca de Orliens era in Aste ammalato con la quartana, et non era senza gran numero de persone che bisognando sarebbeno venuti in soccorso dil Re. Ancora la Raina de Franza soa moglie li scrisse, come a tempo nuovo li voleva mandar di la soa provintia di Bertagna X milia bertoni, et lei medema venirlo a trovar: ma la cagion de tanta zente fa che sempre augumentava, perchè è ditto comune: ogni uno segue la vittoria, et viva chi venze! Et questo Re, prosperando cussì felicemente, tutti li fora ussiti et bandizati, senza quelli che hanno piacer de ritrovarsi ne l'arme, da Milano fin a Roma veniva seguitando Soa Maestà.

A dì 12 et 13 dil mexe preditto di Zener fo concluso l'accordo tra el Pontifice et Re di Franza. Fo fatto gran fuogi sì in Castel Santo Anzolo quam per tutta la città, et soni di campane in segno di allegrezza, et li capitoli di detto accordo seranno qui sotto scritti. Et a dì 13 el Re montò a cavallo con li soi baroni et la sua guardia, et andò per Roma visitando le chiesie et perdonanze, vedendo dignissime antiquità. Di la qual città de Roma al presente niuna cosa voglio descriver, perchè occuparebbe molto tempo et saria cosa di far più gran volume. Ma lezendo Biondo Foroliviense, che fa di Roma una opera degna, di tutto quello fu et è in Roma si haverà cognitione. Ma el Re cavalcoe, che fina hora, ch'è zorni 13 da poi l'intrò in Roma, non era ussite di palazzo di San Marco.

In questo medemo zorno li zonse al porto di Hostia a la bocca dil Tevere vicin a Roma 22 caravelle, o vero nave, carge de vittuarie, vini, formenti et farine, venute di Provenza loco suo; per la qual venuta Franzesi fanno molto alliegri perchè pur ne era gran carestia in Roma, per la moltitudine di le sue zente. Ancora fo divulgato, o fusse o non... la verità dil numero, come li era zonto 40 milia scudi, li quali li fonno portati di Franza per terra, che fo causa di far più danarosi Franzesi et haver loro page: maxime le stranie generatione havea con lui, Elemani, Sguizari, Picardi, Scozesi, Bertoni et simel zente barbare. Etiam vi zonse uno Monsignor capetanio de 600 lanze franzese: et benchè cussì fusse scritto, tamen era, iuditio meo, solum di 100 lanze, ch'è 600 cavalli, perchè uno capitano dil Re per costume antiquo non puol haver più di 100 lanze per uno, et questa è la verità habuta da homeni pratichi. Et per lettere di ambassadori di la Signoria a presso Soa Maestà se intese, come el Re havea terminato, posto che col Pontifice era adattate le cose, di non dimorar più in Roma, perchè è da creder havesse lettere continuamente da li soi Anzuini sì in Napoli quam in Reame che andar dovesse. Et cussì volea partirse a dì 20, et andar mia 15 a Marino loco di Colonnesi, et ivi si porterave poi verso Terracina; et tamen non si partì di Roma fino a dì 28 ditto, come scriverò di sotto. Et a ciò el tutto lezendo chiaramente se intenda, qui saranno notadi li capitoli firmati di l'accordo col Pontifice.

Copia de Articoli fatti per la Santità dil Papa et la Majestà dil Christianissimo Re di Franza[113].

Et havendo el Re de Franza adattate le cose col Pontifice, a dì 16 Zener, fo di venere, montò a cavallo, et benissimo in ordene con la soa guardia avanti, et assà baroni driedo, andò verso el palazzo dil Papa, che prima non era stato a farli riverentia, et andò per la via di Santo Anzolo con alcuni Cardinali. Li venne contra a la porta di la chiesia tutta la chieresia di San Piero apparata, con una ombrella damaschin bianco con uno pano d'oro in cima et una † di sora, cantando Te Deum laudamus, et cussì quello ricevete, et sotto ditta ombrella, smontato da cavallo, intrò in San Piero, dove fo cantata una solenne messa da uno Cardinal in una cappella fatta fabricar per Carlo Magno suo predecessor re di Franza di Santa Petronilla, et quivi udito molto divotamente messa con tutta la soa guardia armata, la qual cussì armati steteno in chiesia. Et poi el Re andò nel palazzo dil Papa, dove era preparato per el suo allozar, et quivi disnò, et messo ordine di essere a uno disnar insieme col Pontifice, el qual steva in Castello. Et cussì el Re andò a l'hora ordinata, per trovar el Pontifice preditto. El qual Pontifice, inteso el Re veniva, si mosse et li venne contra. Et si scontrono el Papa con el Re in uno certo andio a presso el zardin, dove el Re volse inzenochiarse facendo la riverentia debita, volendo basar li piedi. Ma el Papa non volse, et abrazato disse: ben sia venuto el christianissimo Re, con molte dolce parole dimostrando gran consolatione. Et cussì veneno insieme in palazzo, in una sala che si suol far concistorio. Et era preparate do sedie coverte di veludo cremesin, una per el Papa l'altra per el Re a presso lui: et ivi si sentono con alcuni Cardinali che ivi erano venuti; et fo usato alcune parole per el Papa, et resposo benissimo per el Re, et fatto risponder a monsignor Samallo, concludendo el Re li voleva dar l'ubidientia quando a Soa Beatitudine pareva. Et ordinato fo el zorno de far concistorio publico. Et è da saper che la prima cosa domandò lì in sala el Re al Papa, che facesse Samallo cardinal, di presente; et cussì el Pontifice mandò per alcuni Cardinali, et in eodem instanti pronuntiò ditto mons. Samallo cardinal di la Romana Chiesia, licet non fusse tempo, che non si suol far Cardinali se non da le quattro tempore, tamen el Papa a requisition dil Re questo pronuntiò. El qual, essendo lì presente, si buttò in zenochioni rengratiando el Pontifice et el suo Roy di tanto beneficio, et cussì have el cappello et de cetero andò vestito da Cardinal. Et poi partiti, el Papa ritornò in Castello, et el Re rimase allozar in palazzo: tamen el Pontifice tornò in l'altra parte del ditto palazzo, et quivi etiam stette vicino al Re.

A dì 19 ditto fo fatto solenne concistorio, et el Re se inzenochiò davanti el Pontifice, et basoli li piedi come capo di la christianità, et li dette l'ubidientia, dicendo come altri Re et signori havea mandato ambassadori a Soa Beatitudine, et lui medemo in persona havea voluto venir a darli ubidientia etc., et per el presidente de Garnoboli, homo litteratissimo, fo fatta la oratione al Pontifice nomine Regis.

Ma a dì 17, che fo el sabado, la matina a bona hora, nescio qua de causa, ma se indicava per non haver habudo questo accordo in piacer, el reverendissimo cardinal Ascanio insieme con el so cardinal de Lonà tolse licentia dal Re de Franza, fenzendo el sig. Duca suo fradello era ammalato et voleva venir a Milano, et se partì de Roma et venne a Nepi dove stette 4 zorni, poi pervenne a Siena. Quello di lui seguirà per zornata lezendo sarà scritto.

Ancora el cardinal San Piero in Vincula et el cardinal Curcense, come fo divulgato, non erano contenti di tal cose; altri diceva per el re Maximiliano che al tutto voleva venir a Roma a coronarse; chi diceva perchè voleva el Papa fusse dismesso; et chi per una et chi per un'altra cosa diceva, tamen poi seguite el Re come mai.

A dì 20, fo el zorno de San Sebastian, el Papa medemo cantò una solenne messa in S. Piero, con tutti li Cardinali, et ivi era el Re, tamen prima havea disnato; et havea in consuetudine disnar a bon hora. Et esso Re volle dar di l'acqua a le mano; ma el Pontifice non volse, unde monsig. di Brexe zoè Filippo, monsignor de Foes, et monsignor di Monpensier li deteno l'acqua loro a le mano al Papa: l'uno teneva el bacil, l'altro butava l'acqua, l'altro li dette da sugar le mano. Et poi, compito la messa, el Re li volse al tutto darli l'acqua a le mano con gran humiltà per soa devotione. Et poi fo data la beneditione ivi in cappella. Era la guardia dil Re arrivata, che pareva si fusse in uno campo de armati. Et fo mostrato el volto santo di Santa Veronicha, et il capo di Santo Andrea. El qual Pio pontifice have de la Morea, et andò con tanto degna reliquia con tutta la chieresia fino a Ponte Molle. Et quivi in San Piero fece edificar una degna cappella a lato a la porta, dove morendo volse esser sepolto, et ivi la puose. Or, compite le cerimonie, el Papa dette la beneditione su el pozuol di San Piero, et fo publicata la indulgentia per el Cardinal S. Severino, nomine Pontificis, latina, vulgar et in franzese. Et dapoi disnar fo ordinato concistorio, dove vi fu 18 Cardinali, et San Piero in Vincula nè el Curcense non vi volseno andar, per la qual cosa molti si meravigliò. Le zente veramente dil Re di Franza andate verso el Reame preseno alcuni castelli a patti, però che dove si aproximavano li era presentate le chiave, zoè Civita Bucato et Civita de Chieti. Ancora quelli di l'Aquila sollecitati da quel domino Palamedes nominato di sopra et da Camillo Vitello: ma ditto domino Palamedes havendo gran poter in l'Aquila, et za al tempo dil re Zuane et re Renier ivi stette; ma fino questo tempo era stato in Franza. Et venuto el Re in Italia, etiam lui vi venne, et stette a Sinegaia, et menò la pratica di l'Aquila. Et cussì in questi zorni lui con alcuni foraussiti intrò in la ditta terra, et fo creato gubernatore da Aquilani, et scaciono quelli dil re Alphonso, et mandò ambassadori a Roma dal Re, notificando quello havevano fatto, et che volevano darsi a Soa Maestà. Tamen non volevano alcun Franzese dentro, et questo faceva perchè non havevano vittuarie. Unde el Re fo contento di la eletione di quello suo sopraditto al governo, et fo fatte gran feste in Roma da Franzesi per comenzar acquistar terre in Reame voluntarie, maxime di l'Aquila, ch'è terra fortissima, et havendo voluto tenirsi, haria dato molto da far al Re, et situata in monte assà aspro dil Apruzo, dove è il corpo dil devotissimo San Bernardino di l'ordine di Santo Francesco de Observanti, che ivi morite del 1443, era di natione senese, et fa molti miracoli. Or questa terra è la secunda dil Reame, la qual, come scrive Biondo foroliviense, del 1060 Ruberto Guiscardo el ducato di l'Aquila dominò, et a lui fu concesso per Nicolao secondo Pontifice, ma li animali soi de Aquilani era in la Puja, come ho scritto di sopra, et era grandissima quantità di piegore; et re Alphonso per più segurtà li fece menar in Terra di Lavoro, dove sono al presente. Oltra di questo Franzesi andati a Mola et Traetto haveno quelli lochi, et una fortezza sora el fiume Garigliano, ch'è mia 40 lontana da Napoli. Et accadete che alcune zente dil campo dil re Alphonso, zoè el conte di Petigliano et Iacomo Conte, fonno a le man con certi Franzesi in questi zorni, a uno passo chiamato Ponte di la Torre verso San Germano, et Franzesi fonno malmenati et morti, ut dicitur, più di 80. Tandem, sopravenendo assà moltitudine de Franzesi, Calavresi o vero Aragonesi fonno rebutadi, et Franzesi ottenne quel passo. Tutto el Reame era in combustione, non si obediva più comandamenti di re Alphonso, si udiva romori ne le cittade, cridando: Franza! Franza! maxime li Anzuini et cupidi di nove cose. Et el Re di Franza, essendo allozato in palazzo col Pontifice, più volte stette a consultar insieme, et una volta vi stette loro do soli hore 4, et havevano grande amicitia insieme, unde per Roma si judicava di qualche accordo havesse a seguir con el re Alphonso mediante el Pontifice, facendolo suo tributario, et ben che el Papa se affaticasse assai, tamen esso Re et quelli lo consigliava mai volse consentir alcun accordo, ymo dice al Pontifice in conclusione voleva el suo Reame, et poteva bastar ad Aragonesi haverlo goduto dal 1442 in qua indebitamente, et che poi faria un concilio zeneral de tutta la christianità, maxime de li potentati de Italia, et voleva ajuto da tutti a passar el mar a destrution de Turchi et infideli, et combatter per la fede di Christo. Et el Pontefice lo voleva incoronar imperador di Constantinopoli si 'l restava de l'impresa. Et el Re disse voleva prima ottener l'imperio, et poi haver el titolo d'imperator.

Et era disposto di partirsi a dì 22, et andar come havea deliberato a Marino per intrar in Reame, tamen molto si doleva di le nave doveva venir in la Calavria con el prencipe de Salerno con 1500 Franzesi, per comuover quelli populi; et non intendendo alcuna nuova di loro, dubitava fusse accaduto qualche male, le qual nave partì di Zenoa, come ho scritto di sopra.

Questa indusa in Roma fece el Re per caxon che da tante strade et fastidj el si haveva pur alquanto resentito, et habuto gran doglia di stomaco. Or ditto Re domandò al Pontifice volesse far a sue requisitione uno altro Cardinal, zoè el suo confessor era in Franza, chiamato mons. de Unians episcopo et zerman cusino di suo barba monsig. di Brexe, fradello de monsig. Luximburg, et el Papa fo contento. Tamen volse promuover questo pronunciar in concistorio. Et a dì 21 ditto fece redur li Cardinali a concistorio, et molti Cardinali erano renitenti, dicendo poteva bastar a la maestà dil Re di haver fatto uno fuora di tempo congruo, et che voleva etiam l'altro, tamen el Pontifice disse: l'è fatto; et cussì fu eletto questo Cardinal. In questi zorni lì a Roma morite alcuni Franzesi per numero 3, dubitavano di peste, la causa perchè Franzesi non havendo paura di morbo, et ne la Franza non se schiva, volseno habitar in molte caxe a Roma che ancora non erano sta habitade da poi el morbo che fo grandissimo l'anno 1492, per el qual questo Pontifice convenne con la sua corte partirsi di la città et venir a Viterbo per alcuni mesi. Morite etiam uno de soi capitani chiamato monsig. di Salbren nepote di monsig. lo grande scudier, el qual dal Re fo molto desiderato, et pur judicaveno di peste, tamen non seguite altro.

In questo mezzo el Re scrisse a monsig. di la Mota, era in Fiorenza, che dovesse andar per suo ambassador a Milano, o vero perchè Ascanio non li era più in amicitia, o pur dubitando che 'l duca Ludovico non lo compisse di ajutar etc., et mandò in Fiorenza in loco dil ditto uno Gian Frances, general di Bertagna di natione cathelano.

Lucchesi ancora mandono do ambassadori a ditto Re a dimandar a Soa Maestà, per l'amicitia li era stà mostrato di benivolentia di Soa Maestà verso quella comunità, li volesse far rehaver la soa terra, la qual alias impegnò a Zenoesi, nunc posseduta per Fiorentini, chiamata Pietrasanta; et essendo maxime al presente in le sue mano, et di questa richiesta li ambassadori di la Signoria li detteno ajuto, tamen fonno passuti di bone parole, e ritornono indriedo.

A dì 21 ditto, Domenego Trivixan et Antonio Loredan cavalieri ambassadori veneti al Re preditto, havendo in commissione di non andar se non fino a Roma con Soa Maestà, in questo zorno andono a tuor licentia. Ai quali el Re usò humanissime parole, dicendo prima dolersi di la soa absentia, ma che laudava dovesse obedir la soa Signoria, et prometteva de ogni suo successo per Mons. di Arzenton far notificar a la prelibata Signoria, come quella che lui amava summamente, per haverla trovata ferma et constante et in grande amicitia. Et cussì partiti da Soa Maestà, ponendosi in ordine per voler repatriare, la Signoria per molti respetti preseno nel Consiglio de Pregadi che ditti oratori non si dovesse partir, ymo andar seguendo Sua Maestà. Et cussì zonse el corrier a Roma a dì 22 che si volevano partir, con il mandato et voluntà dil Senato. Et questi ritornò dal Re, et notificolli quanto li era stà commesso. Di la qual cosa el Re molto aliegro dimostrò grande consolatione, et haver ubligation a questa Ill.ma Signoria, et che non faria alcuna cosa che prima non volesse comunicar con loro, et la Signoria era soa bona amiga, havendo visto a tante preghiere di re Alphonso, non si haveva voluto muover contra di lui, et che haveva atteso quanto li era stà promesso. Item come voleva partir di Roma a dì 26, et haveva mutato pensier dil camino, nè volea andar a Fondi nè a Terracina, ma in mezzo per campagna voleva andar, benchè le sue zente li advisava havevano gran carestia, et parte che andono a compagnar le artegliarie erano tornate adriedo in Roma per non trovar vittuarie da poter viver: unde parse al Re di licentiar dil suo exercito molte zente forestiere lo seguiva, et volle rimaner più presto con manco zente et soi Franzesi che aver tanta canaglia, tra i qual molti Sguizari, i quali tornavano ne li loro paesi, come etiam per lettere di Sebastian Baduario cavalier ambassador a Milano se intese, che per el Milanese ne passava assà, et ancora ne veniva di quà da monti zente nuova de Franzesi per andar a trovar el Re, intendendo il prosperar.