Il dottor Parenti, dopo aver accompagnato cogli occhi la propria creatura, esce dalla stanza tentennando il capo, scende le scale, muove difilato verso il gabinetto del direttore e viene innanzi all'amico Fulgenzio, col viso, contro il costume, oscurato dal pensiero.
Fulgenzio, sebbene intento ad esaminare documenti che si riferiscono a qualche nuovo membro della sua numerosa famiglia, è colpito alla prima dalla singolarità del caso che si legge sulla faccia del suo giovine amico, e si rivolge a lui colla premura impaziente di chi si aspetta una disgrazia.
— Buone nuove! dice il dottore per tranquillarlo.
— Buone nuove? ripete l'altro sbigottito, e me le rechi con quella faccia?
— Hai visto tuo figlio? domanda il dottore mutando accento e spianando le rughe della fronte.
— Non mi parlar di lui.
— Sono venuto a posta per parlarti di lui...
Il povero padre non risponde; l'altro soggiunge:
— E per dirti una millesima volta che Mario ha cuore, che Mario ti vuol bene.
— T'inganni, non ti credo, non ti voglio credere.
— Tanto è vero che non m'inganno, quanto è vero che tu mi credi e che vuoi credermi.
E dopo un istante di silenzio, durante il quale il direttore ha appuntato i gomiti al tavolino e stringe la fronte fra le mani, prosegue a dire, pronunziando le parole ad una ad una:
— Mario ti vuol bene, la sua tetraggine ha la stessa origine della tua; al pari di te egli non si crede amato e ti nasconde l'amore.
Le buone nuove sono come certe medicine che non bisogna trangugiare tutte d'un fiato; quelle parole cadute a goccia a goccia sul cuore del vecchio devono essere un balsamo, se bisogna giudicare dall'espressione di gioia quasi paurosa che si dipinge sulle sue severe sembianze.
— Vuoi dire?...
— Voglio dire che tra te e tuo figlio ci è di mezzo l'orgoglio d'entrambi, risponde il medico con accento un po' scherzoso; se Domeneddio avesse voluto fare il miracolo di darti un figlio autentico, non avrebbe potuto dartene uno che avesse meglio di questo il marchio di fabbrica; Mario ti assomiglia.
— Senti, interrompe Fulgenzio con voce commossa, tu non m'inganni, non è vero? perchè tu sei il mio amico migliore; io ti domando in nome della nostra amicizia: non ti parve mai che la mia testa vacillasse?
— Quale idea!
— Idea vecchia e tormentosa! I melanconici compagni della mia esistenza possono avermi attaccato il loro male; a volte penso che io stesso sono forse un pazzo senza avvedermene, e che tu mi curi di nascosto.
— Quale idea!
— Idea da pazzo!...
— Sicuro, idea da pazzo, e da pazzo della peggior specie che io conosca.
Ed il dottor Parenti sghignazzava così allegro, che è impossibile proseguire in quell'argomento.
— Mario dunque?...
— Mario si è accorto che tu non avresti stimato l'affetto che voleva darti se non come una moneta di basso conio, ed ha nascosto il suo borsello... E ti so dire che è un borsello gonfio, grosso così, e che ci è dentro un bel gruzzolo di napoleoni d'oro lampanti, e che potrebbe essere tutto tuo, solo che tu volessi. Non dico che Mario abbia tutta la ragione, ma ha certo il minor torto...
— Il maggior torto...
— L'hai tu; non stare a ribattere, l'hai tu. A te, esperimentato dagli anni, toccava leggere in quel libro aperto, che è il cuore della giovinezza, e fu lui il primo a leggere nel tuo libro chiuso. Se tu, invece di immaginare di aver tutto fatto col benefizio, ti fossi dato pensiero di studiare l'indole di tuo figlio, avresti saputo che egli è superbo, e gli avresti risparmiato il peso della gratitudine sollevandolo coll'amore. Dovevi mostrarti padre, e non sapesti essere che un benefattore. Le tue massime, tutto lo scetticismo dell'educazione che è passato sulla tua anima, lasciandola miracolosamente buona, non facevano per Mario se non affermare la sua salda credenza che, ritrovando un padre, non aveva cessato d'esser orfano.
— E come sai tutto ciò? chiede sospettoso il signor Fulgenzio.
— Me l'ha detto egli stesso; ho avuto con lui un colloquio or ora; piangeva...
— Piangeva!... Ed ha detto che mi ama?
— Ha detto che ti ama...
Il dottore sa benissimo che ha invece detto di odiarlo; ma per lui è tutt'uno.
Succede un lungo silenzio. Il vecchio preme più forte la fronte colle mani, ed il dottore lo guarda intento.
— Che cosa mi consigli di fare? dice alla fine il direttore senza levare il capo.
— Che cosa ti consiglia di fare il tuo cuore?
— Il mio cuore è impotente; io non so neppure se mi rimanga un cuore per altro che per soffrire; e il mio orgoglio si ribella. S'egli...
Il dottore comprende e l'interrompe.
— Non verrà... nè tu devi andare a lui; ma bisogna che v'incontriate sulla stessa via per caso; le parole non valgono; al punto in cui sono le cose, occorrono le opere: tu devi dargli una prova del tuo amore, senza che te la chieda e senza mostrar di volergliela dare.
— E quale?
— Non lo so; so per altro che Mario mi nasconde un segreto che mi bisogna scoprire. Stamane mi pareva di averci posto la mano sopra, ed ho sbagliato.
— Spiegati.
— Credevo che Mario si fosse innamorato di mia figlia, e che perciò fosse tetro e taciturno.
— E non è vero, per buona sorte?
— Per buona sorte! Ecco una parola che non è da padre.
— Mario in faccia al mondo sarà sempre un orfano.
— Lascia che questo lo pensi lui, come fa pur troppo, ma tu non lo dire. Se il mio sospetto si fosse avverato...
— Avresti allontanato tua figlia...
— L'avrei data in moglie a Mario.
Il signor Fulgenzio aveva una esclamazione ammirativa sulle labbra, ma la trattenne, vergognoso di parer più debole dell'amico.
— Disgraziatamente avevo visto le cose alla rovescia.
— Non è vero?
— Non è vero, ed è invece verissimo che Olimpia vuol bene a Mario.
— Ti pare?
— Ne sono sicuro; non tanto però quanto ne vuole alla sua bambola, e questo mi conforta. Torniamo a Mario; il poveretto ha dunque un altro segreto.
— Quale?
— Quando lo saprò non sarà più un segreto.
Il disgraziato padre è venuto a poco a poco abbandonando il cuore alla gioia della nuova rivelazione, ed a queste parole, incapace di trattenersi, si alza commosso e si butta nelle braccia dell'amico.
— E non ti pare che la mia testa vacilli, non è vero?
— Al contrario, mi pare; oh! se mi pare!
L'avete udita la risata sonora che prorompe dal labbro del dottor Parenti?