142.  Giov. Villani, XI, 20. — Cfr. Matteo Villani, IX, 93.

143.  Queste e simili notizie presso Giov. Villani, XI, 87, XII, 54.

144.  Giov. Villani, XI, 91 e segg. — Discostandosi da esso il Machiavelli, Stor. fiorent., lib. II.

145.  Il parroco riponeva una fava nera per ogni bambino, una bianca per ogni bambina: in ciò consisteva tutto l'artificio statistico.

146.  In Firenze, città fabbricata solidamente, esistevano già regolari guardiani per gl'incendi. Ibid. XII, 35.

147.  Matteo Villani, III, 103.

148.  Matteo Villani, I, 2-7. Cfr. 58. — Per lo stesso tempo della peste sta in prima linea la celebre descrizione del Boccaccio sul principio del Decamerone.

149.  Giov. Villani, X, 164.

150.  Ex annalibus Ceretani, presso Fabroni, Magni Cosmi Vita, ad not. 34.

151.  Ricordi di Lorenzo, presso Fabroni, Laur. Med. magnifici Vita, adnot. 2 e 25. — P. Jovius, Elog. Cosmus.

152.  Di Benedetto Dei, presso Fabroni, ibid. adnot. 200. L'indicazione del tempo è tolta dal Varchi, III, p. 107. — Il progetto finanziario di un certo Lodovico Ghetti, con dati importanti, può vedersi in Roscoe, Vita di Lor. de' Medici, vol. II, append. 1.

153.  Per es. nell'Arch. Stor., IV.

154.  Libri, Hist. de sciences mathématiques, II, 162 e segg.

155.  Varchi, Storie fiorentine, III, p. 56 e segg. sulla fine del lib. IX. Alcuni numeri evidentemente erronei possono benissimo essere derivati da sviste di copisti o tipografiche.

156.  Sui rapporti dei valori e della ricchezza in Italia in generale io non posso, in mancanza di altri sussidi, dar qui che alcuni dati sconnessi, quali li ho trovati a caso. Le evidenti esagerazioni si lasciano da parte. Le monete d'oro, di cui parlano maggiormente i documenti, sono: il ducato, lo zecchino, il fiorino d'oro, e lo scudo d'oro. Il loro valore approssimativamente è lo stesso, da undici a dodici franchi della nostra moneta.

In Venezia, per esempio, il doge Andrea Vendramin (1476) con 170,000 ducati passava per molto ricco (Malipiero, l. c., VII, II, p. 666).

Intorno al 1460 il patriarca d'Aquileia, Lodovico Patavino, con 200,000 ducati è riguardato come il più ricco fra gl'italiani (Gasp. veronens. Vita Pauli JI, presso Murat., III, II, col. 1027). Altrove si hanno dati favolosi.

Antonio Grimani (v. pag. 91-92) pagò 30,000 ducati l'esaltazione di suo figlio Domenico al cardinalato. In solo danaro contante gli si attribuiscono 100,000 ducati (Chron. venetum, Muratori, XXIV, col. 125).

Intorno al grano in commercio e sul mercato di Venezia veggasi specialmente Malipiero, l. c., VII, II, pag. 709 e segg., (Notizia del 1498).

Nel 1522 non più Venezia, ma Genova e Roma sono le città che passano per le più ricche d'Italia. (Cosa appena credibile, perchè attestata da un Franc. Vettori: veggasi la di lui Storia, nell'Arch. Stor., append. T. VI, p. 343). Bandello, parte II, nov. 34 e 42, fa menzione del più ricco mercante genovese del suo tempo, Ansaldo Grimaldi.

Tra il 1400 e il 1580 Francesco Sansovino calcola che il valore del danaro sia disceso alla metà (Venezia, fol. 151 bis).

In Lombardia si crede che il rapporto dei prezzi dei grani alla metà del secolo XV con quelli del nostro secolo fossero come di 3 ad 8 (Sacco di Piacenza, nell'Arch. Stor., append., tom. V; nota dell'editore Scarabelli).

In Ferrara, al tempo del duca Borso, vi erano ricchi che possedevano da 50 a 60,000 ducati. (Diario ferrarese, Murat., XXIV, col. 207, 214, 218. Si ha poi un dato favoloso alla col. 187).

Per Firenze si hanno dati affatto eccezionali, che non conducono se non a conclusioni approssimative. Di questo genere sono quei prestiti, che figurano fatti da una sola o da poche case, ma che in fatto procedevano da grandi compagnie, e tali sono altresì quelle enormi contribuzioni imposte ai partiti che soggiacevano, come, per esempio, quelle che dall'anno 1430 al 1453 furono pagate da settantasette famiglie per l'ammontare di 4,875,000 fiorini d'oro (Varchi, III. p. 115 e segg.).

L'intero avere di Giovanni de' Medici ammontava, alla di lui morte (1428), a 179,221 fiorini d'oro, ma de' suoi due figli Cosimo e Lorenzo l'ultimo ne lasciò egli solo, alla propria morte (1440), ben 235,137 (Fabroni, Laur. Medic., adnot. 2).

Dell'alta cifra, a cui salirono in generale i guadagni, fa testimonianza, per esempio, il fatto che ancor nel secolo XIV le quarantaquattro botteghe di orefici che erano sul Ponte Vecchio, rendevano allo Stato 800 fiorini d'oro (Vasari, II, 114. Vita di Taddeo Gaddi). — Il Diario di Buonaccorso Pitti (presso Delecluze, Florence et ses vicissitudes, vol. II) è pieno di dati, i quali però non provano se non in generale gli alti prezzi di tutte le cose e il meschino valore del danaro.

Per Roma naturalmente le rendite della Curia, che affluivano da tutta Europa, non sono un dato attendibile, e non si può fidarsi affatto nemmen di quelli che parlano dei tesori papali e degli averi dei cardinali. Il noto banchiere Agostino Chigi lasciò nel 1520 una sostanza complessiva del valore di 800,000 ducati (Lettere pittoriche, I, append. 48).

157.  Per ciò che riguarda Cosimo (1433-1465) e suo nipote Lorenzo il Magnifico (morto nel 1492), l'autore si astiene da ogni giudizio sulla loro politica interna. Veggasi un'accusa molto autorevole (di Gino Capponi) nell'Arch. Stor., I, p. 315 e segg. — Le lodi tributate a Lorenzo da Roscoe sembrano essere state quelle che principalmente provocarono una reazione (Sismondi, Histoire des républiques italiennes, fra molti altri).

158.  Francesco Burlamacchi, il padre del capo dei protestanti lucchesi, Michele Burlamacchi. Cfr. Arch. Stor., Append. tom. II, p. 176. — Come Milano colla sua durezza verso le città sorelle dal secolo XI al XIII facilitò la formazione di un grande Stato dispotico, è noto universalmente. Anche allo spegnersi della dinastia de' Visconti nel 1447, Milano nocque alla libertà dell'Italia superiore col rifiutare ricisamente una federazione di città con parità di diritti. Cfr. Corio, fol. 358 e segg.

159.  Nella terza domenica dell'Avvento del 1494 il Savonarola predicò sul modo di attuare una costituzione come segue: le sedici compagnie della città dovrebbero preparare un progetto, i gonfalonieri scegliere i quattro migliori, e da questi la Signoria l'ottimo! — Ma le cose poi andarono diversamente, e precisamente per l'influenza stessa del Frate.

160.  Quest'ultima denominazione per la prima volta nel 1527, dopo la cacciata de' Medici. Veggasi il Varchi, I, 121 ecc.

161.  Machiavelli, Storie fiorent., lib. III. «Un savio dator delle leggi» poteva salvar Firenze.

162.  Varchi, Storie fiorent., I, p. 210.

163.  Discorso sopra il riformar lo Stato di Firenze, nelle Opere minori, p. 207.

164.  La stessa opinione, senza dubbio tolta di qui, incontrasi in Montesquieu.

165.  Per un tempo un po' posteriore (1522?) si confronti il giudizio spaventevolmente sincero di Guicciardini sulla condizione e sull'inevitabile organizzazione del partito mediceo, Lettere di Principi, III, fol. 124 (ediz. Venez. 1577).

166.  Aen. Sylvii Apologia ad Martinum Mayer, p. 701. — In modo simile Machiavelli, Discorsi, I, 55 e l. c.

167.  Quanto una mezza cultura e una forza d'istruzione affatto moderna ponno influire sulla politica, appare dai parteggiamenti del 1535. V. Della Valle, Lettere Sanesi, III, p. 317. — Un certo numero di merciai, esaltati dalla lettura di Livio e dai Discorsi di Machiavelli, pretendono sul serio i tribuni del popolo ed altre magistrature romane contro il mal governo dei nobili e della burocrazia.

168.  Pierio Valeriano, De infelicit. literator., parlando di Bartolommeo Della Rovere.

169.  Senarega, De reb. genuens., presso Murat. XXIV, col. 548. Sulla poca sicurezza v. specialmente alle col. 519, 525, 528, ecc. V. il discorso molto esplicito dell'inviato all'occasione della cessione dello Stato a Francesco Sforza, presso Cagnola, Archivio Stor. III, p. 165 e segg. La figura dell'arcivescovo, doge, corsaro e (più tardi) cardinale Paolo Fregoso si distacca notevolmente dal quadro generale delle condizioni italiane.

170.  Baluz. Miscell., ediz. Mansi, t. IV, p. 81 e segg.

171.  Così, benchè tardi oggimai, il Varchi, Stor. fiorent. I, 57.

172.  Galeazzo Maria Sforza nel 1467 dice veramente all'inviato di Venezia il contrario, ma questa non è che una vanitosa millanteria. Cfr. Malipiero, Annali veneti, Arch. stor. VII, 1, p. 216 e segg. In ogni occasione città e villaggi si danno spontaneamente a Venezia, benchè sieno tali, che per lo più escono dalle mani di qualche tiranno, mentre Firenze è costretta a tener soggette colla forza le vicine repubbliche avvezze alla libertà, come osserva Guicciardini (Ricordi, n. 29).

173.  In modo affatto speciale in una Istruzione dell'anno 1452 agli inviati spediti a Carlo VII, presso Fabroni, Cosmus adnot. 107.

174.  Comines, Charles VIII, chap. 10: si riguardavano i francesi come Santi. — Cfr. chap. 17. — Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 5, 10, 14, 15. — Matarazzo, Cron. di Perugia, Arch. stor. XVI, II, p. 23; per non dire di altre numerose testimonianze.

175.  Pii II Commentarii, X, p. 492.

176.  Gingins, Dépêches des ambassadeurs milanais etc. I, p. 26, 153, 279, 283, 285, 327, 331, 345, 359, II, p. 29, 37, 101, 217, 306. Carlo si espresse una volta di dare Milano al giovane duca di Orléans.

177.  Niccolò Valori, Vita di Lorenzo.

178.  Fabroni, Laurentius magnificus, adnot. 205 e segg. Perfino in uno de' suoi Brevi era detto letteralmente: flectere si nequeam Superos, Acheronta movebo, ma è sperabile che non intendesse alludere ai Turchi (Villari, Storia di Savonarola, II, p. 48 dei Documenti).

179.  Per es. Giov. Pontano nel suo Caronte. Sulla fine egli aspetta uno Stato unitario.

180.  Comines, Charles, VIII, chap. 7. — Come Alfonso cercasse in guerra di prendere il suo avversario mediante un abboccamento, ci è narrato da Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1073. — Egli è il vero predecessore di Cesare Borgia.

181.  Pii II Commentarii, X, p. 492. — V. una fiorita lettera di Malatesta, nella quale egli raccomanda a Maometto II un pittore ritrattista, Matteo Passo di Verona, e gli annuncia l'invio di un libro sull'arte della guerra, probabilmente dell'anno 1463, presso Baluz. Miscell. III, 113. — Ciò che Galeazzo Maria di Milano disse nel 1467 ad un incaricato di Venezia, non fu che per millanteria. Cfr. Malipiero, Ann. veneti. Arch. stor. VII, I, 222. — Intorno a Boccalino vedi sopra a pag. 35.

182.  Porzio, Congiura de' Baroni, l. I, p. 4. Che Lorenzo vi abbia avuto una mano è appena credibile.

183.  Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 14 e 76.

184.  Malipiero, l. c. p. 565, 568.

185.  Trithem, Annales Hirsaug. ad an. 1490, tom. II, p. 535 e segg.

186.  Malipiero, l. c. p. 161. Cfr. p. 152. — Sulla consegna di Zizim a Carlo VIII veggasi a p. 145, dove appare chiaramente che esisteva una corrispondenza delle più vergognose tra Alessandro e Bajazet, anche se dovessero essere soppressi i documenti riportati da Burcardo.

187.  Bapt. Mantuanus, De calamitatibus temporum, sulla fine del secondo libro, nel canto della Nereide Dori alla flotta turca.

188.  Tommaso Gar, Relazioni della Corte di Roma, I, p. 55.

189.  Ranke, Geschichten der romanischen und germanirchen Völker. — L'opinione del Michelet (Réforme, p. 467), che i Turchi avrebbero finito per fondersi con gli occidentali, non mi persuade affatto. — Forse per la prima volta la missione riserbata alla Spagna trovasi indicata nel discorso solenne, che Fedra Inghirami nel 1510 tenne alla presenza di Giulio II, per festeggiare la presa di Bugia operata dalla flotta di Ferdinando il cattolico. Cfr. Anecdota litteraria, II, p. 149.

190.  Fra gli altri il Corio, fol. 333. Cfr. il contegno tenuto con lo Sforza, fol. 329.

191.  Nic. Valori. Vita di Lorenzo. — Paul. Jovius, Vita Leonis X, L. I: quest'ultimo certamente dietro fonti autorevoli, benchè non senza rettorica.

192.  Se il Comines in questa e in mille altre occasioni osserva e giudica non meno oggettivamente di qualsiasi italiano, bisogna anche tener conto dei rapporti ch'egli ebbe con gli Italiani, specialmente con Angelo Catto.

193.  Cfr. per es. Malipiero, l. c. p. 216, 221, 236, 237, 478 ec.

194.  Presso Villari, la Storia di G. Savonarola, vol. II, p. XLIII dei Documenti, tra i quali trovansi anche altre importanti lettere politiche. — Altri documenti della fine del secolo XV specialmente presso il Baluzio, Miscellanea, ed. Mansi, vol. I.

195.  Pii II Commentarii, L. IV, p. 190 ad a. 1459.

196.  Paul. Jovius, Elogia. Ciò fa ricordare Federigo di Urbino, che si sarebbe vergognato di tollerare nella sua biblioteca un libro stampato. Cfr. Vespas. fiorent.

197.  Porcellii Commentaria Jac. Piccinini presso Murat. XX. Una continuazione per la guerra del 1453 ibid. XXV.

198.  Per isbaglio il Porcellio dice Scipione Emiliano, mentre intende il vecchio Africano.

199.  Simonetta, Hist. Franc. Sfortiae, presso Murat. XXI, c. 630.

200.  Egli viene trattato anche come tale. Cfr. Bandello, parte I, nov. 40.

201.  Cfr. per es. De obsidione Tiphernatium nel 2.º volume dei Rer. ital. scriptores ex codd. florent., col. 690. Avvenimento molto caratteristico dell'anno 1474. — Il duello del maresciallo Boucicault con Galeazzo Gonzaga 1406, presso Cagnola, Arch. Stor. III, p. 25. — Come Sisto IV onorasse i duelli delle sue guardie, è raccontato dall'Infessura. I suoi successori emanarono Bolle contro il duello in generale. Sept. Decretal. V, tit. 17.

202.  I particolari nell'Arch. Stor. Append. T. V., ed in una lettera presso Baluz. Miscell. III, p. 158, nella quale le truppe dello Sforza sono rappresentate come una delle più terribili orde di mercenari, che sieno mai state.

203.  Una volta per sempre rimandiamo qui alla Storia dei Papi di Ranke (v. I), e a quella di Sugenheim Sull'origine e lo sviluppo dello Stato della Chiesa.

204.  Sull'impressione delle benedizioni di Eugenio IV in Firenze veggasi Vespas. fiorent. 18. — Sulla maestà delle funzioni ecclesiastiche di Niccolò V, v. Infessura (Eccard. II, col. 1883 e segg.) e J. Manetti Vita Nicolai V (Murat. III, II, col. 923). — Sugli omaggi resi a Pio II, v. Diario ferrarese (Murat XXI. col. 205), e Pii Comment. passim, specialmente IV, 201, 204, XI, 562. Anche assassini di professione non osano attentare alla vita del Papa. — Le grandi funzioni in chiesa furono trattate come cosa di molta importanza dal vanitoso Paolo II (Platina, l. c. 321) e da Sisto IV, che, ad onta della podagra, celebrò seduto la Messa pasquale (Jac. Volaterranus, Diarium, Murat. XXIII, col. 131). In modo abbastanza notevole il popolo fa distinzione tra la forza magica della benedizione e l'indegnità di chi benedice: quando il Papa nel 1481 non volle dar la benedizione nel dì dell'Ascensione, non gli mancarono maledizioni e imprecazioni (Ibid. col. 133).

205.  Machiavelli, Scritti minori, pag. 142, nel noto Discorso sulla catastrofe di Sinigaglia. — Vero è però che gli spagnuoli e i francesi si mostravano assai più zelanti dei soldati italiani. — Cfr. presso Paul. Jov., Vita Leonis X (L. II) la scena che precedette la battaglia di Ravenna, nella quale l'armata spagnuola, allo scopo di ottenere l'assoluzione, fece ressa intorno al Legato del Papa, che ne pianse di gioia. Veggasi inoltre (presso lo stesso) ciò che fecero i Francesi a Milano.

206.  Invece quegli eretici della Campagna, propriamente di Poli, i quali credevano che un Papa dovesse innanzi tutto avere a distintivo la povertà di Cristo, potrebbero tutt'al più sospettarsi infetti di dottrine simili a quelle dei Valdesi. Il modo, con cui vennero imprigionati sotto Paolo II, è narrato dall'Infessura (Eccard. II, col. 1893) e dal Platina, pag. 317 ec.

207.  L. B. Alberti: De Porcaria conjuratione, presso Murat. XXV, col. 309 e segg. — Il Porcari voleva: omnem pontificiam turbam funditus extinguere. L'autore conclude: video sane, quo stent loco res Italiae; intelligo, qui sint, quibus hic perturbata esse omnia conducat.... Egli li chiama extrinsecos impulsores, e crede che il Porcari avrebbe trovato più tardi degli imitatori. Infatti anche le idee del Porcari avevano una certa somiglianza con quelle di Cola di Rienzo.

208.  Ut Papa tantutm vicarius Christi sit et non etiam Caesaris.... Tunc Papa et dicetur et erit pater sanctus, pater omnium, pater ecclesiae etc.

209.  Pii II, Commentarii, IV, pag. 208 e segg.

210.  Platina, Vitae Paparum, p. 318.

211.  Battista Mantovano, De calamitatibus temporum, L. III. L'arabo vende l'incenso, il fenicio la porpora, l'indiano l'avorio: venalia nobis templa, sacerdotes, altaria, sacra, coronae, ignes, thura, preces, coelum est venale, Deusque.

212.  Si veggano, per es., gli Annales Placentini, presso Murat. XX, col. 943.

213.  Corio, Storia di Milano, fol. 416-420. Pietro aveva già aiutato a far cadere la elezione su Sisto V. Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, col. 1895. È notevole che nel 1469 era stato profetizzato, che dentro tre anni da Savona (patria di Sisto, eletto nel 1471) sarebbe venuta la salute. V. la lettera colla sua data presso Baluz. Miscell. III, p. 181. — Secondo il Machiavelli. Stor. fiorent. L. VII i Veneziani avrebbero avvelenato il cardinale. Certo è che i motivi non sarebbero loro mancati.

214.  Ancora Onorio II voleva, dopo la morte di Guglielmo I (1127), incorporare l'Apulia come feudo devoluto a S. Pietro.

215.  Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 130. Un referendario scriveva di ambedue: hanno in ogni elezione a mettere a sacco questa corte, e sono i maggiori ribaldi del mondo.

216.  Corio, fol. 450.

217.  Un monitorio molto caratteristico veggasi in Fabroni, Laurentius magnif. adnot. 217, e in estratto presso Ranke, Die römischen Päpste, I, p. 45.

218.  E fors'anche feudi napoletani, per cui Innocenzo chiamò nuovamente gli Angioini contro il re Ferrante, che a questo riguardo faceva il sordo. Il contegno del Papa in questo negozio, e la sua partecipazione alla seconda congiura dei Baroni rivelano inettitudine e disonestà ad un tempo. Del suo modo brutale di trattar colle potenze estere veggasi a pag. 125.

219.  Cfr. specialmente l'Infessura, presso Eccard, Scriptores, II, passim.

220.  Ad eccezione dei Bentivoglio di Bologna e della casa Estense di Ferrara. Quest'ultima fu costretta ad imparentarsi: Lucrezia Borgia fu data in moglie al principe Alfonso.

221.  Secondo il Corio (fol. 479), Carlo pensava ad un Concilio, alla deposizione del Papa e perfino alla sua deportazione in Francia, e precisamente all'epoca del suo ritorno da Napoli. Secondo Benedetto (Charolus VIII, presso Eccard script. II, col. 1584), Carlo, offeso che il Papa e i cardinali non avessero voluto riconoscerlo nel nuovo suo regno, avrebbe concepito ancora a Napoli l'idea de Italiae imperio deque pontificis statu mutando, ma subito dopo l'avrebbe abbandonata, accontentandosi di umiliare personalmente Alessandro. Il Papa però si sottrasse a tempo. — I particolari da questo tempo in avanti presso Pilorgerie, Campagne et bulletins de la grande armée d'Italie 1494-1495 (Paris, 1866 8.º), dove si discorre della gravità del pericolo, in cui si trovò più volte Alessandro (p. III, 117 ecc.). Perfino nel suo ritorno (p. 281 e segg.) Carlo non pensava a fargli alcun male.

222.  Corio, fol. 550. — Malipiero, Ann. veneti, Arch. stor. VII, I, p. 318. — Da quale spirito di rapacità fosse dominata la famiglia intera scorgesi, fra molti altri, dal Malipiero, l. c. p. 585. Un nipote viene accolto splendidamente a Venezia in qualità di legato pontificio e vi fa gran bottino di danaro vendendo dispense: le persone addette al suo servizio rubano, partendo, tutto ciò su cui possono mettere le mani, anche un arazzo tessuto in oro dell'altare maggiore di una chiesa di Murano.

223.  Ciò presso il Panvinio (Contin. Platinae, p. 359): insidiis Caesaris fratris interfectus.... connivente.... ad scelus patre. Testimonianza certo autentica, contro la quale hanno poco peso le asserzioni del Malipiero e del Matarazzo, che ne danno la colpa a Giovanni Sforza. — Anche la commozione profonda di Alessandro accennerebbe ad una complicità. Quando il cadavere fu estratto dal Tevere, il Sannazzaro scrisse:

Piscatorem hominum ne te non, Sexte, putemus,

Piscaris natum retibus, ecce, tuum.

224.  Machiavelli, Opere, ediz. Milan. vol. V, p. 387, 393, 395, nella Legazione al duca Valentino.

225.  Tommaso Gar, Relazioni della Corte di Roma, I, p. 12 nella Relaz. di P. Capello. Letteralmente è detto: il Papa rispetta Venezia quanto nessun altro potentato del mondo, e però desidera che ella (la signoria di Venezia) protegga il figliuolo e dice voler fare tale ordine, che il Papato o sia suo, ovvero della Signoria nostra. La parola suo non può riferirsi che a Cesare. Del resto delle incertezze cagionate dall'uso del pronome possessivo si ha un saggio nella questione oggidì ancor viva rispetto alle parole usate dal Vasari nella Vita di Raffaello: «a Bindo Altoviti fece il ritratto suo» ecc.

226.  Strottii poetae, p. 19, nel poema sulla Caccia di Ercole Strozza, cui triplicem fata invidere coronam. Poi anche nell'Elegia per la morte di Cesare, p. 31 e segg.: speraretque olim solii decora alta paterni.

227.  Ibid. Giove una volta avrebbe promesso: affore Alexandri sobolem, quae poneret olim Italiae leges, atque aurea saecla referret, ecc.

228.  Ibid: sacrumque decus majora parantem deposuisse.

229.  Come è noto, egli era congiunto in matrimonio con una principessa francese della casa di Albret, e n'ebbe una figlia: ma in qualche modo avrebbe pur cercato di fondare una dinastia. Non si sa s'egli abbia fatto passi per riprendere il cappello cardinalizio, quantunque (secondo il Machiavelli, l. c. 285) dovesse calcolare sopra una prossima morte del padre.

230.  Machiavelli, l. c. p. 334. Dei disegni su Siena, ed eventualmente su tutta la Toscana, esistevano, ma non erano ancora maturi: inoltre non si poteva prescindere dall'assenso della Francia.

231.  Machiavelli, l. c. p. 326, 351, 314. — Matarazzo, Cronaca di Perugia, Arch. stor. XVII. II, p. 137 e 221: egli voleva che i suoi soldati si acquartierassero a loro piacere, per guisa che in tempo di pace guadagnavano più ancora, che in tempo di guerra.

232.  Così Pierio Valeriano, De infelicitate literator., parlando di Giovanni Regio.

233.  Tommaso Gar, l. c. p. 11.

234.  Paulus Jovius, Elogia, Caesar Borgia. — Nei Commentarii urbani di Raffaello da Volterra il libro XXII contiene una caratteristica di Alessandro scritta al tempo di Giulio II, e tuttavia molto circospetta. Fra le altre cose vi si dice: Roma.... nobilis jam carnificina facta erat.

235.  Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 362.

236.  Paul. Jovius, Historiar. II, fol. 47.

237.  Panvinius, Epitome pontificum, p. 359. Il tentativo d'avvelenamento contro il posteriore Giulio II veggasi a p. 313. — Secondo Sismondi (XIII, 246) morì nella stessa maniera anche Lopez, cardinale di Capua, stato già lunghi anni il confidente di tutti i segreti: secondo Sanuto (presso Ranke, Röm. Päpste, I, p. 52, nota) anche il cardinale di Verona.

238.  Prato, Arch. stor. III. p. 254 — Cfr. Attilio Alessio, presso il Baluz. Miscell. IV, p. 518 e segg.

239.  Ed anche assai sfruttato dal Papa. — Cfr. Chron. venetum, presso Murat. XXIV, col. 133.

240.  Anshelm, Berner Chronik, III, pag. 146-156. — Trithem. Annales Hirsaug. II, 579, 584, 586.

241.  Panvin., Cont. Platinae, p. 341.

242.  Da ciò la pompa dei monumenti sepolcrali posti ai prelati ancor vivi, per togliere ai Papi almeno una parte del bottino.

243.  In onta all'asserzione del Giovio (Vita Alphonsi ducis), resta sempre incerto, se Giulio realmente abbia sperato di potere indurre Ferdinando il Cattolico a riporre sul trono di Napoli la dinastia aragonese, che n'era stata cacciata.

244.  Ambedue le poesie, per es., presso il Roscoe, Leone X ed. Bossi, IV, 257 e 297. — Ma è anche vero che, quando Giulio nel luglio del 1511 fu preso da un deliquio di molte ore e fu creduto morto, le menti più esaltate tra le più illustri famiglie — Pompeo Colonna ed Antonio Savelli — s'affrettarono tosto a chiamare al Campidoglio il popolo e ad esortarlo a torsi dal collo il giogo della tirannia papale, a vendicarsi in libertà.... a pubblica ribellione, come narra il Guicciardini nel L. X.

245.  Septimo decretal. l. I, t. 3, cap. 1-3.

246.  Franc. Vettori, nell'Arch. stor. VI, 297.

247.  Oltre a ciò si vuole (secondo Paul. Lang. Chronicon Citicense) che abbia fruttato non meno di 500,000 fiorini d'oro: l'ordine de' Francescani soltanto, il cui generale diventò cardinale esso pure, ne pagò 30,000.

248.  Franc. Vettori, l. c. p. 301.--Arch. stor. Appen. I, p. 293 e segg. — Roscoe, Leone X, ed. Bossi, VI, p. 232 e segg. — Tommaso Gar, l. c. p. 42.

249.  Ariosto, Satire, VI, vs. 106:

Tutti morrete ed è fatal che muoja

Leone appresso. . . . . . . .

250.  Una combinazione di questa specie può vedersi in un Dispaccio del card. Bibiena datato da Parigi, 1518, nelle Lettere de' principi I, 56.

251.  Franc. Vettori, l. c. p. 333.