369.  Presso Gugl. Malmesb. Gesta regum Anglor. L. II, § 169, 170, 203, 206 (ed. Londini, 1840, vol. I, pag. 277 e segg. pag. 354 e segg.) sono ricordati molti sogni di cercatori di tesori, indi è fatta menzione di Venere apparsa sotto forma di amoroso fantasma, e finalmente si parla del ritrovamento del corpo di Pallante, figlio di Evandro, intorno alla metà del secolo XI. — Cfr. Iac. ab Aquis, Imago Mundi (Hist. patr. Monum. Script. T. III, col. 1603), sull'origine della casa Colonna con riferimento all'invenzione di tesori nascosti. — Oltre alle storie dei tesori disseppelliti, il Malmesbury riporta tuttavia anche l'elegia di Idelberto di Mans, vescovo di Tours, che è uno degli esempi più singolari di entusiasmo umanistico nella prima metà del secolo XII.

370.  Dante, Convito, Tratt. IV, cap. 5.

371.  Epp. familiares, VI, 2, (p. 657); altrove parla di Roma prima di averla veduta, (ibid. II, 9, p. 600); cfr. II, 14.

372.  Dittamondo, II, cap. 3. Il corteo fa risovvenire in parte le ingenue figure dei tre Re Magi e il loro seguito. — La descrizione della città, II, cap. 31, non è senza pregi dal lato archeologico. — Secondo il Polistore (Murat. XXIV, col. 845) nel 1366 Nicolò ed Ugo d'Este fecero un viaggio a Roma, per vedere quelle magnificenze antiche, che al presente si possono vedere in Roma.

373.  Citiamo di passaggio un fatto, che mostra come anche fuori d'Italia nel medio-evo si riguardasse Roma come una cava di marmi e di pietre: il celebre abate Suggero, che (intorno al 1140) cercava imponenti colonne per la sua fabbrica di S. Dionigi, pensò in sulle prime niente meno che ai monoliti di granito delle terme di Diocleziano, ma poi mutò consiglio: V. Sugerii libellus alter, presso Duchesne, Scriptores, IV, p. 352. — Senza dubbio Carlomagno non aveva avuto pretese così esorbitanti.

374.  Poggii Opera fol. 50 e segg. Ruinarum urbis Romae descriptio. Intorno al 1430, vale a dire poco prima della morte di Martino V. — Le terme di Caracalla e di Diocleziano avevano ancora il loro rivestimento e le loro colonne.

375.  Il Poggio, come uno dei primi raccoglitori di iscrizioni, appare da una lettera riportata nella Vita Pogii, presso Muratori, XX, col. 177, e come raccoglitore di busti col. 183.

376.  Fabroni, Cosmus, Adnot. 86. Da una lettera di Alberto degli Alberti a Giovanni Medici. — Sulle condizioni di Roma sotto Martino V veggasi il Platina, p. 277, e durante l'assenza di Eugenio IV si consulti Vespasiano Fiorent. p. 21.

377.  Ciò che segue, è tolto da Jo. Ant. Campanus, Vita Pii II, presso Murat. III, II, col. 980 e segg. — Pii II Commentarii p. 48, 72 e segg. 206, 248 e segg. 501 e altrove.

378.  Boccaccio, Fiammetta, cap. 5.

379.  Leandro Alberti, Descriz. di tutta l'Italia, fol. 285. — Secondo Leonardo Aretino (Baluz. Miscell. III, p. III) Ciriaco percorse l'Etolia, l'Acarnaia, la Beozia, il Peloponneso e vide Sparta, Argo ed Atene.

380.  Due esempi per molti: la favolosa storia primitiva di Milano nel Manipulus, (Murat. XI, col 552) e quella di Firenze, sul principio della Cronaca di Ricordano Malaspini e presso Giov. Villani, secondo il quale Firenze aveva ragione di osteggiar Fiesole anti-romana e ribelle, mentre essa nutriva sentimenti così schiettamente romani (I, 9, 38, 41, II, 2). — Dante, Inf. XV, 76.

381.  Commentarii, p. 206, nel libro IV.

382.  Mich. Cannesius, Vita Pauli II, presso Murat. III, II, col. 993. L'autore, per la pretesa parentela col Papa, non vuol essere scortese nemmeno con Nerone: egli dice soltanto: de quo rerum scriptores multa ac diversa commemorant. — Più singolare ancora parrà che la famiglia Plato di Milano si lusingasse di discendere dal grande Platone, e che Filelfo osasse dire ciò in un discorso per nozze e ripeterlo poscia in un elogio del giurista Teodoro Plato, come altresì che un Giovannantonio Plato al ritratto in rilievo del filosofo da lui scolpito (nel cortile del palazzo Magenta in Milano) non esitasse a porre un'iscrizione, nella quale si leggeva: Platonem suum, a quo originem et ingenium refert.

383.  Su ciò veggasi il Nantiporto, presso Murat. III, II, col. 1094; e l'Infessura, presso Eccard Scriptores, II, col. 1951. — Matarazzo, nell'Arch. stor. XVI, II, p. 180.

384.  Già sotto Giulio II si continuò a scavare nella persuasione di trovare altre statue. Vasari XI, p. 302, Vita di Giov. da Udine.

385.  Quatremère, Storia della vita etc. di Raffaello, ed. Longhena, p. 531.

386.  Lettere pittoriche, II, I. Il Tolomei al Landi, 14 nov. 1542.

387.  Egli voleva curis animique doloribus quacumque ratione aditum intercludere; le allegre riunioni e la musica lo attraevano moltissimo, e in tal modo sperava di prolungar la vita. Leonis X vita anonyma, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 169.

388.  Delle satire dell'Ariosto riferisconsi a questo argomento la I (Perch'ho molto ecc.) e la IV (Poichè, Annibale ecc.).

389.  Ranke, Die röm. Päpste, I, 408 e segg. — Lettere de' principi, I. Lettera del Negri, 1 settembre 1522.... tutti questi cortigiani esausti da Papa Leone e falliti.

390.  Pii II Commentarii, p. 251, nel libro V. — Cfr. anche l'elegia di Sannazzaro in ruinas Cumarum, nel libro II.

391.  Polifilo, Hypnerotomachia, senza numerazione di pagine. In estratto presso Temanza, p. 12.

392.  Mentre tutti i Padri della Chiesa e tutti i pellegrini non parlano che di una grotta. Anche i poeti fanno senza del palazzo. Cfr. Sannazzaro, De partu Virginis, L. II.

393.  Principalmente da Vespasiano Fiorentino, nel vol. X dello Spicileg. romanum del Mai. L'autore era un librajo fiorentino e spacciatore di copie, intorno alla metà del secolo XV e dopo.

394.  Come è noto, si spacciarono anche delle falsificazioni, per trarre in errore o mettere in derisione i dilettanti di antichità. Veggansi nelle opere bibliografiche, per molti altri, gli articoli concernenti Annio da Viterbo.

395.  Vespas. Fior. p. 31: Tommaso da Serezana usava dire, che dua cose farebbe, s'egli potesse mai spendere, ch'era in libri e murare. E l'una e l'altra fece nel suo pontificato. — Intorno a' suoi traduttori veggasi Aen. Sylv. De Europa, cap. 58, p. 459, e Papencordt, Gesch. der Stadt Rom, p. 502.

396.  Vespas. Fior. p. 48 e 658, 665. Cfr. J. Mannetti, Vita Nicolai V, presso Murat. III, II, col. 925 e segg. — Se e come Calisto III abbia in parte catalogato la raccolta, veggasi in Vespas. Fior. p. 284 e segg., coll'avvertenza del Mai.

397.  Vespas. Fior. p. 617 e segg.

398.  Vespas. Fior. p. 547 e segg.

399.  Vespas. Fior. p. 193. Cfr. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 1185 e segg.

400.  Come l'affare sia stato trattato, veggasi presso Malipiero, Ann. veneti, Arch. Stor. VII, II, p. 663, 655.

401.  Vespas. Fior. p. 124 e segg.

402.  Forse nella presa di Urbino effettuata dalle truppe di Cesare Borgia? — Si mette in dubbio l'esistenza del manoscritto, ma non posso indurmi a credere che Vespasiano abbia scambiato il semplice estratto delle sentenze di Menandro (forse un duecento versi) con tutte le opere del medesimo, specialmente in una serie di codici tanto completi (fossero pure il Sofocle e il Pindaro quali giunsero sino a noi). E non è neanche impossibile, che quel Menandro una volta o l'altra non torni a rivivere.

403.  Se Piero de' Medici, alla morte del re bibliofilo Mattia Corvino d'Ungheria, prevede che gli amanuensi dovranno ribassare il prezzo delle loro mercedi, poichè altrimenti non troveranno più da occuparsi presso nessuno (e voleva dire, fuorchè presso di noi), ciò non può intendersi che rispetto ai greci, poichè i calligrafi abbondavano ancor molto in Italia. — Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 156. Cfr. Adn. 154.

404.  Gaye, Carteggio, I, p. 164. Una lettera del 1455 sotto Calisto III. Anche la celebre Bibbia miniata di Urbino è scritta da un francese, al servizio di Vespasiano. Vegg. D'Agincourt, la Peinture tab. 78.

405.  Vespas. Fiorent. p. 335.

406.  Anche per le biblioteche di Urbino e di Pesaro (quella di Aless. Sforza, v. pag. 38) il Papa usò una simile cortesia.

407.  Vespas. Fiorent. pag. 129.

408.  Artes-Quis labor est fessis demptus ab articulis, in una poesia di Roberto Orso, intorno al 1470, Rerum ital. scriptor. ex codd. florent. T. II, col. 693. Egli si rallegra un po' prima della sollecita diffusione, che era a sperarsi, degli autori classici. Cfr. Libri, Hist. de sciences mathématiques, II, 278 e segg. — Sugli stampatori di Roma v. Gaspar. Veron. Vita Pauli II, presso Murat. III, II, col. 1046. Il primo privilegio in Venezia v. Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 1189.

409.  Qualche cosa di simile c'era stato già al tempo dei copisti. V. Vespas. Fiorent. p. 656 e segg. a proposito della Cronaca del mondo di Zembino da Pistoja.

410.  Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 212. — Ciò accadde rispetto al libello De exilio.

411.  Cfr. Sismondi, VI, p. 149 e segg.

412.  La morte successiva di questi greci è constatata da Pierio Valeriano, De infelicitate literator. parlando dei Lascaris. E Paolo Giovio sulla fine de' suoi Elegia literaria dice dei tedeschi.... quum literae non latinae modo cum pudore nostro, sed graecae et hebraicae in eorum terras fatali commigratione transierint. (Intorno al 1540).

413.  Ranke die Päpste, I, 486. — Si confronti la fine di questa parte del nostro lavoro.

414.  Tommaso Gar, Relazioni della corte di Roma, I, p. 338, 379.

415.  Giorgio da Trebisonda assunto a Venezia nel 1459 con centocinquanta ducati a professore di rettorica, v. Malipiero, Arch. stor. VII, II, p. 653. — Sulla cattedra di greco in Perugia v. Arch. stor. XVI, II, p. 19 dell'Introduzione. — Per Rimini resta il dubbio se vi si insegnasse il greco; cfr. Anecd. litter. II, p. 300.

416.  Vespas. Fior. p. 48, 476, 578, 614. — Anche fra Ambrogio Camaldolese conosceva l'ebraico. Ibid. p. 320.

417.  Sisto IV, che alzò l'edifizio per la Vaticana e che l'accrebbe con molti acquisti, sciupò anche alcuni stipendi a pagare copisti dal latino, dal greco e dall'ebraico (librarios), v. Platina, Vita Sixti IV, p. 332.

418.  Pierius Valerian. De infelicit. literat. parlando del Mongajo. — Intorno al Ramusio cfr. Sansovino, Venezia, fol. 250.

419.  Specialmente nell'importante lettera dell'anno 1485 ad Ermolao Barbaro, presso Ang. Polit. epist. L. IX. — Cfr. Jo. Pici Oratio de hominis dignitate.

420.  Come essi medesimi si giudicassero, appare da un passo del Poggio (De Avaritia, fol. 2), ove è detto, che solo coloro possono dire di essere vissuti, che scrissero dotti ed eloquenti libri latini o ne tradussero qualcuno dal greco in latino.

421.  Libri, Histoire des sciences mathém. II, 159 e segg., 258 e seguenti.

422.  Purgatorio XVIII, dove se ne trovano esempi non dubbi: Maria s'affretta al monte, Cesare alla Spagna; Maria è povera e Fabrizio disinteressato: — In questa occasione è da far notare l'introduzione cronologica delle Sibille nell'antica storia profana, quale fu tentata nel 1360 dall'Uberti nel suo «Dittamondo».

423.  Poeta anche presso Dante (Vita nuova, p. 47) significa soltanto colui che scrive versi latini, mentre per chi scrive in italiano si usano le espressioni rimatore, dicitore per rima. Coll'andar del tempo però queste espressioni e queste idee finiscono col fondersi reciprocamente.

424.  Anche il Petrarca al colmo della sua gloria ha dei momenti melanconici e si lagna che la sua cattiva stella lo abbia condannato a vivere i suoi ultimi anni in mezzo a furfanti (extremi fures). Nella finta lettera a Livio, Opera, p. 704 e segg.

425.  Più strettamente si tiene il Boccaccio alla poesia propriamente detta nella sua lettera posteriore al Pizinga, nelle Opere volgari, vol. XVI. Ma anche qui egli non conosce altra poesia che quella dell'antichità, e ignora affatto i trovatori.

426.  Boccaccio, Vita di Dante, p. 50: la quale (laurea) non scienza accresce, ma è dell'acquistata certissimo testimonio e ornamento.

427.  Paradiso, XXV, 1 e segg. — Boccaccio, Vita di Dante, p. 50: sopra le fonti di S. Giovanni si era disposto di coronare. Cfr. Paradiso, I, 25.

428.  La lettera di Boccaccio allo stesso, nelle Opere volgari, vol. XVI: si praestet Deus, concedente senatu Romuleo...

429.  Matteo Villani V, 26. Vi fu una solenne cavalcata per la città, nella quale i seguaci dell'imperatore, i suoi baroni, accompagnarono il poeta. — Anche Fazio degli Uberti fu incoronato, ma non si sa dove, nè da chi.

430.  Jac. Volaterranus, presso Murat. XXIII, col. 185.

431.  Vespas. Fior. p. 575, 589. — Vita Jan. Manetti, presso Murat. XX, col. 543. — La celebrità di Leonardo Aretino, anche vivo, era tale che veniva gente d'ogni paese solo per vederlo, e uno spagnuolo si gettò in ginocchio dinanzi a lui. Vespas. p. 568. — Pel monumento di Guarino il magistrato di Ferrara decretò nel 1461 la somma, allora considerevole, di cento ducati.

432.  Cfr. Libri, Hist. des sciences mathémat. II, p. 92 e segg. — Bologna, come è noto, era più antica; Pisa per contrario fu una fondazione di Lorenzo il Magnifico ad solatium veteris amissae libertatis, come dice Giovio, Vita Leonis X, L. I. — L'università di Firenze (cfr. Gaye, Carteggio, I, p. 251 sino a 580 passim; Matteo Villani I, 8; VII, 90) già esistente nel 1321, con obbligatorietà di studi pei nativi della città, fu ripristinata dopo la pestilenza del 1348 e dotata di duemila e cinquecento fiorini d'oro annui, ma sonnecchiò di nuovo, e nel 1357 fu riformata una seconda volta. La cattedra per la spiegazione della Divina Commedia, fondata dietro domanda di molti cittadini nel 1373, fu in seguito unita per lo più a quella di filologia e di rettorica, anche quando la tenne il Filelfo.

433.  A questo si deve far attenzione nelle enumerazioni, come per es. nel prospetto di professori di Pavia intorno all'anno 1400 (Corio, Storia di Milano, fol. 290), dove, fra altri, figurano venti giuristi.

434.  Marin Sanudo, presso Murat. XXII, col. 290.

435.  Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 52, dell'anno 1491.

436.  Allegretto, Diari Sanesi, presso Murat. XXIII, col. 824.

437.  Filelfo chiamato all'Università di Pisa, recentemente fondata, pretese per lo meno 500 fiorini d'oro. Cfr. Fabroni, Laurent. Magn. Adnot. 41.

438.  Cfr. Vespas. Fior. p. 271, 572, 580, 625. — Vita Jan. Manetti, presso Murat. XX, col. 531 e segg.

439.  Vespas. Fior. p. 640. — Non mi fu mai dato di vedere le biografie di Guarino e di Vittorino del Rosmini.

440.  Vespas. Fiorent. p. 646.

441.  All'arciduca Sigismondo, Epist. 105, p. 600 e al re Ladislao Postumo, p. 605: quest'ultima lettera è in forma di trattato: De liberorum educatione.

442.  Ecco le parole di Vespasiano: a vederlo in tavola così antico com'era, era una gentilezza.

443.  Ibid. p. 485.

444.  Secondo Vespas. p. 271 qui v'era un convegno di dotti, dove anche si disputava.

445.  Veggasi la di lui vita in Murat. XX, col. 522 e segg.

446.  Ciò che di essa si sapeva prima, non può riguardarsi che come una cognizione puramente frammentaria. Una strana disputa ebbe luogo nel 1438 a Ferrara tra Ugo da Siena e i Greci venuti al Concilio intorno all'antagonismo che esiste fra Aristotele e Platone. Cfr. Enea Silvio, De Europa, cap. 52. (Opera, p. 450).

447.  Presso Nicolò Valori, nella Vita di Lorenzo il Magnifico. Cfr. Vespas. Fiorent. p. 426. — I primi protettori dell'Argiropulo furono gli Acciajuoli. Ibid. 292: Il cardinal Bessarione e i suoi paragoni tra Platone e Aristotele. Ibid. 223: Il Cusano come platonico. Ibid. 308: Narciso da Catalogna e le sue dispute coll'Argiropulo. Ibid. 571: Singoli dialoghi di Platone già tradotti da Leonardo Aretino. Ibid. 298: Primi sintomi d'influenza del neoplatonismo.

448.  Varchi, Storie fiorent. L. IV, p. 321, dove si ha un eccellente pittura del modo di vivere di Filippo.

449.  Le Biografie sopra menzionate del Rosmini (intorno a Vittorino e al Guarino), come anche la Vita del Poggio dello Shepherd, debbono contenere molte notizie su questo riguardo.

450.  Epist. 39, Opera, p. 526, a Mariano Socino.

451.  Non bisogna lasciarsi trarre in errore dal fatto che, accanto a queste lodi, sono frequenti i lamenti sulla grettezza dei Mecenati principeschi e sull'indifferenza di alcuni principi per gli uomini celebri. — Un esempio se ne ha in Battista Mantovano (Eclog. V) ancora nel secolo XV. Era impossibile piacere a tutti.

452.  Per ciò che riguarda la protezione accordata dai Papi alle scienze sin verso la fine del secolo XV, dobbiamo, per amore di brevità, rimandare alla conclusione della Storia della città di Roma nel medio-evo di Papencordt.

453.  Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis, parlando di Sferulo da Camerino. Il buon uomo non terminò il poema a tempo, e si trovò il lavoro sul tavolo ancora quarant'anni dopo. Sui magri emolumenti accordati da Sisto IV cfr. Pierio Valer. De infelicit. literator., parlando di Teodoro Gaza. — Sull'esclusione degli umanisti dal cardinalato sotto i predecessori di Leone, reggasi l'orazione funebre di Lorenzo Grana sul card. Egidio. Anecd. litterar. IV, p. 307.

454.  Il meglio nelle Deliciae poetarum italorum e nelle appendici alle diverse edizioni di Roscoe, Leone X.

455.  Pauli Jovii Elogia, parlando di Guido Postumo.

456.  Pierio Valeriane nella sua Simîa.

457.  V. L'elegia di Giovanni Aurelio Muzio, nelle Deliciae poetarum ital.

458.  La nota storia della borsa di velluto rosso con pacchetti d'oro di diversa grandezza, nella quale Leone metteva la mano alla cieca, veggasi presso Giraldi, Hecatommithi, VI, nov. 8. E per converso gl'improvvisatori latini di Leone venivano battuti a colpi di staffile, qualora avessero fatto versi non eleganti e di non giusta misura. Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis.

459.  Roscoe, Leone X, ed. Bossi, IV, 181.

460.  Vespas. Fior. pag. 69 e segg. Le traduzioni dal greco, che Alfonso fece fare, p. 93. — Vita Jan. Manetti, presso Murat. XX, col. 541 e segg. 550 e segg. 595. — Il Panormita: Dicta et facta Alphonsi, insieme alle Glosse di Enea Silvio.

461.  Ovid. Amores, III, 15, vs. II. — Jovian. Pontan. De principe.

462.  Giorn. Napolet. presso Murat. XXI, col. 1127.

463.  Vespas. Fior. 3, 119 e seg. — Volle avere piena notizia di ogni cosa, così sacra come gentile. — Cfr. sopra pag. 59 e segg.

464.  L'ultimo dei Visconti divideva la sua ammirazione tra Livio, i Romanzi della Cavalleria francese, Dante e il Petrarca. Gli umanisti, che gli si presentavano colla promessa di «dargli fama», di regola erano congedati da lui nel giro di pochi giorni. Cfr. il Decembrio, presso Murat. XX, col. 1014.

465.  Paul. Jov. Vita Alphonsi ducis.

466.  Sul Collenuccio alla corte di Giovanni Sforza di Pesaro (figlio di Alessandro, v. pag. 37), che poi lo ricompensò colla morte, veggasi a pag. 188 nota 1, 3. Presso l'ultimo degli Ordelaffi di Forlì il posto era preso da Codro Urceo. — Fra i tiranni colti va annoverato anche Galeotto Manfredi di Faenza, ucciso nel 1488 dalla propria moglie, ed ugualmente anche alcuni dei Bentivoglio di Bologna.

467.  Anecd. literar. II, p. 305 e segg. 405. Basinio di Parma si burla di Porcellio e di Tommaso Seneca; essi, come affamati parassiti, dovettero nella loro vecchiaia servire ancora in qualità di soldati, mentr'egli possedeva campi e ville. (Intorno al 1460: documento importante, dal quale emerge, che vi erano ancora degli umanisti, come i due ultimi nominati, i quali cercavano difendersi contro l'invasione sempre crescente della filologia greca).

468.  Maggiori particolari su queste tombe in Keyssler, Neueste Reisen, p. 924.

469.  Pii II Comment. L. II, p. 92. La parola historiae qui comprende l'intera antichità.

470.  Fabroni, Cosmus, adnot. 117. — Vespas. Fior. passim. — Un passo importante su ciò che i Fiorentini esigevano dai loro segretari, veggasi presso Enea Silvio, De Europa, cap. 54 (Opera pag. 454).

471.  Cfr. pag. 293 e Papencordt, Geschichte der Stadt Rom, p. 512, sul nuovo collegio degli abbreviatori fondato da Pio.

472.  Anecdota literar., I, p. 119 e segg. Arringa di Iacopo da Volterra in nome dei segretari, senza dubbio del tempo di Sisto IV. — Le pretese umanistiche degli avvocati concistoriali si basavano sulla loro eloquenza, come quelle dei segretari sulle loro lettere.

473.  Enea Silvio conobbe a fondo la vera Cancelleria imperiale sotto Federico III. Cfr. Epp. 23 e 105, Opera, p. 516 e 607.

474.  Corio, Storia di Milano, fol. 449, la lettera d'Isabella di Aragona a suo padre Alfonso di Napoli; fol. 451, 464 due lettere del Moro a Carlo VIII. — Con che è da confrontare la relazione, contenuta nelle Lettere pittoriche, III, 86 (Sebastiano del Piombo all'Aretino) del come Clemente VII, durante il sacco dì Roma, abbia chiamato a sè nel Castello i suoi dotti e ad ognuno abbia dato l'incarico separato di preparare una lettera per Carlo V.

475.  Sulla raccolta delle lettere dell'Aretino vegg. sopra pag. 223 e nota. — Collezioni di lettere latine erano state stampate ancora nel secolo XV.

476.  Si confrontino le Orazioni nelle opere di Filelfo, Sabellico, Beroaldo ed altri e gli scritti e le biografie di Giannozzo Manetti, Enea Silvio ecc.

477.  Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 198, 205.

478.  Pii II Comment. L. I, p. 10.

479.  Proporzionata alla gloria di chi riusciva era la vergogna di colui che dinanzi a sì numerose e illustri assemblee si confondeva e perdeva la parola. Esempi di questo genere di spavento trovansi citati in Pietro Crinito, De honesta disciplina, V, cap. 3. Cfr. Vespas. Fior. p. 319, 430.

480.  Pii II Comment., L. IV, p. 205. C'erano inoltre dei Romani, che lo aspettavano a Viterbo. Singuli per se verba facere, ne alius alio melior videretur, cum essent eloquentia ferme pares. — Il fatto che il vescovo d'Arezzo non abbia potuto prendere la parola per tutte le ambascerie mandate dagli Stati italiani al nuovo papa Alessandro VI, è annoverato dal Guicciardini (nel principio del I libro) fra le cause più serie, che contribuirono alle sventure d'Italia dell'anno 1494.

481.  Riportata da Marin Sanudo, presso Murat. XXIII, col. 1160.

482.  Pii II Comment., L. II, p. 107. Cfr. p. 87. — Anche un'altra principessa, Madonna Battista da Montefeltro, maritata in Malatesta, arringò in latino Sigismondo e Martino. Cfr. Archivio Storico IV, I, p. 452, nota.

483.  De expeditione in Turcas, presso Murat. XXIII, col 68. Nihil enim Pii concionantis maiestate sublimius. — Oltre la ingenua compiacenza con cui Pio stesso descrive i propri trionfi, veggasi il Campano, Vita Pii II, presso Murat. III, II, passim.

484.  Carlo V una volta, non potendo tener dietro in Genova alla fiorita dicitura latina di un oratore, uscì confidenzialmente col Giovio in questa esclamazione: «Ahimè, quanto aveva ragione una volta il mio maestro Adriano, quando mi prediceva, che sarei stato punito della mia poca diligenza nello studio del latino!» — Paul. Jov. Vita Hadriani VI.

485.  Lil. Greg. Gyraldus, De poetis nostri temporis, parlando del Collenuccio. — Filelfo, laico e ammogliato, tenne nel duomo di Como un discorso per l'ingresso del vescovo Scarampi nell'anno 1460.

486.  Fabroni, Cosmus, Adnot. 52.

487.  Il che però scandolezzò alquanto Jacopo da Volterra (Murat. XXIII, col. 171) udendo il discorso commemorativo in lode del Platina.

488.  Anecd. literar., I, p. 299, nell'orazione funebre di Fedra per Lodovico Podocataro, che il Guarino sceglieva di preferenza per tali uffici.