118.  Inferno, XXI, 7. Purgat. XIII, 61.

119.  Non bisogna credere troppo in sul serio al Platina (Vitae Pontiff. p. 310), quando ci narra che egli tenesse nella sua corte un certo Greco, fiorentino, quasi in qualità di buffone: hominem certe cujusvis mores, naturam, linguam cum maximo omnium qui audiebant risu facile exprimentem.

120.  Pii II, Comment. VIII, p. 391.

121.  Questa così detta Caccia è ristampata nel Commentario all'Egloga del Castiglione.

122.  V. il Sirventese di Giannozzo da Firenze presso Trucchi, Poesie ital. inedite, II, p. 99. Le parole sono in parte affatto inintelligibili, vale a dire o realmente tolte dalle lingue dei soldati stranieri, o imitate assai destramente. — Anche la descrizione di Firenze durante la peste del 1527 del Machiavelli entra in qualche modo in quest'ordine di scritti, non essendo che una serie di singoli quadri di una evidenza parlante, relativi ad una condizione di cose veramente spaventevole.

123.  Se si crede al Boccaccio (Vita di Dante, p. 77), Dante avrebbe scritto due egloghe, probabilmente in latino.

124.  Il Boccaccio nel suo «Ameto» ci dà una specie di «Decamerone» miticamente travestito, e in modo comico dimentica talvolta questo travestimento. Una delle sue ninfe è ortodossa cattolica e fa d'occhietto in Roma ai prelati; un'altra prende marito. Nel «Ninfale fiesolano» la ninfa Mensola, già incinta, si consulta «con una vecchia e saggia ninfa» e simili.

125.  Nullum est hominum genus aptius urbi, dice Battista Mantovano (Ecl. VIII) degli abitatori di Monte Baldo e di Val Sassina, atti a qualunque mestiere. Come è noto, alcune popolazioni di campagna hanno ancora oggidì un privilegio speciale per certi lavori nelle grandi città.

126.  Uno dei passi più notevoli si ha per avventura nell'Orlandino, cap. V, Str. 54-58.

127.  Nella Lombardia i nobili non si vergognavano nel secolo XVI di ballare, saltare e gareggiare nella corsa coi contadini, (v. Il Cortigiano, L. 2, fol. 54). — Un proprietario, che si consola dell'avidità e falsità dei suoi contadini, perchè così s'impara a meglio sopportare praticando coi contadini, veggasi in Pandolfini, Del governo della famiglia, p. 86.

128.  Jov. Pontanus, De fortitudine, L. II.

129.  La celebre contadina della Valtellina, Bona Lombarda, divenuta poi moglie del condottiero Pietro Brunoro, ci vien fatta conoscere da Jacopo Bergomense e da Porcellio, presso Murat. XXV, col. 43. — Cfr. vol. I, pag. 203 nota.

130.  Sulle condizioni dei contadini d'allora in generale e su quelle speciali in taluni paesi noi non siamo in grado di dar qui notizie più particolareggiate. In quali rapporti stesse allora la proprietà libera con quella data ad affittanza, quali imposte gravassero su entrambe e con quale rapporto verso le attuali, sono questioni, la cui soluzione non potrà trovarsi che in opere speciali, che a noi non fu dato di consultare. In tempi burrascosi i contadini talvolta inferociscono in modo spaventoso (Arch. Stor. XVI, I, p. 451 e segg.). — Corio, fol. 259. — Annales foroliv. presso Murat. XXII, col. 227; ma in nessun luogo si viene ad una grande e generale guerra dei contadini. Di qualche importanza e non priva d'interesse è l'insurrezione del contado di Piacenza del 1462. Cfr. Corio, fol. 409. — Annales Placent. presso Murat. XX, col. 907. — Sismondi X, 138.

131.  Poesie di Lorenzo il Magnifico, I, p. 27 e segg. — Le poesie molto importanti dell'epoca del Menestrello tedesco, che porta il nome di Neithard von Reuenthal, non rappresentano la vita contadinesca se non in quanto il cavaliere per suo passatempo ha la degnazione di prendervi parte.

132.  Ibid. II, p. 149.

133.  Fra altre collezioni, anche nelle Deliciae poetar. ital. e nelle opere del Poliziano. — I poemi didascalici di Rucellai ed Alamanni, che sembrano contenere qualche cosa di simile, non furono da me consultati.

134.  Poesie di Lorenzo il Magnifico, II, p. 75.

135.  Tali sono le imitazioni o contraffazioni di diversi dialetti, alle quali devono naturalmente essersi accompagnate anche quelle dei costumi locali. Cfr. vol. I, pag. 213.

136.  Joh. Pici Oratio de hominis dignitate, nelle sue opere ed anche in edizioni separate.

137.  Allude alla caduta di Lucifero e degli altri angeli ribelli.

138.  Presso la nobiltà piemontese l'abitare nei castelli delle campagne pareva una singolare eccezione. Bandello, Parte II, Nov. 12.

139.  Ciò molto tempo prima dell'invenzione della stampa. Una moltitudine di manoscritti, e dei migliori, erano di amanuensi fiorentini. Senza il bruciamento delle vanità promosso dal Savonarola, ne avremmo molti di più ancora oggidì. Cfr. p. 268.

140.  Dante, De Monarchia, L. II, c. 3.

141.  Paradiso, XVI, in principio.

142.  Convito; quasi l'intero Trattato, IV, e parecchi altri luoghi.

143.  Poggii Opera, Dial. De nobilitate.

144.  Lo stesso disprezzo della nobiltà del sangue s'incontra poscia assai di frequente negli umanisti. Cfr. i passi più risentiti in Aen. Sylv. Opera, p. 84 (Hist. Bohem. c. 2), e 640 (Storia di Lucrezia e di Eurialo).

145.  Principalmente nella capitale. Cfr. Bandello, Parte II, Nov. 7. Jov. Pontan. Antonius (dove lo scadimento morale dell'aristocrazia si fa cominciare dalla venuta degli Aragonesi).

146.  In Italia almeno era cosa universalmente ammessa, che chi aveva considerevoli rendite fondiarie, non si trovava per nulla al di sotto dell'aristocrazia.

147.  Per formarsi una giusta idea di ciò che era la nobiltà nell'Alta Italia, riesce utilissimo il Bandello colle sue frequenti polemiche contro i matrimoni male assortiti. Parte I, Nov. 4, 26. Parte III, 60, IV, 8. — Un nobile milanese che esercita la mercatura, è una eccezione. Parte III, Nov. 37. — Come i nobili lombardi prendessero parte ai giuochi dei contadini v. sopra pag. 106, nota.

148.  Il giudizio severo di Machiavelli, Discorsi, I, 55, si riferisce soltanto all'aristocrazia ancora provveduta di feudi, assolutamente oziosa e politicamente nociva. — Agrippa di Nettesheim, il quale va debitore delle sue più notevoli idee al lungo soggiorno che fece in Italia, ha pure un capitolo sopra la nobiltà e il principato (De incertitudine et vanitate scientiarum, cap. 80), che per sarcastica amarezza supera tutte le invettive scritte da altri, e che certamente non è se non un riflesso del fiero antagonismo, che allora regnava nelle diverse classi sociali fuori d'Italia.

149.  Masuccio, Nov. 19.

150.  Iacopo Pitti a Cosimo I, Arch. Stor. IV, II, p. 99. — Anche nell'Italia superiore accadde qualche cosa di simile sotto la dominazione spagnuola. Il Bandello (Parte II, Nov. 40) appartiene appunto a questo tempo.

151.  Se Vespasiano fiorentino nel secolo XV si esprime in questo senso, (cfr. 518, 632) che i ricchi non dovrebbero cercar d'aumentare il patrimonio ereditato, ma spendere annualmente tutte le loro rendite, ciò non può, in bocca d'un fiorentino, intendersi se non rispetto ai grandi possessori fondiarj.

152.  Sacchetti, Nov. 153. Cfr. Nov. 82 e 150.

153.  Poggius, De nobilitate, fol. 27.

154.  Vasari III, 49 e not. Vita di Dello.

155.  Petrarca, Epist senil. XI, 13, p. 889. Un'altro passo nelle Epist. famil. dipinge il raccapriccio da lui provato quando a Napoli in un torneo vide cadere un cavaliere.

156.  Nov. 64. — Perciò anche nell'Orlandino (II, str. 7), parlando di un torneo sotto Carlomagno, è detto espressamente: «qui non combattevano nè cuochi, nè guatteri, ma re, duchi e marchesi».

157.  Questa rimane sempre una delle più antiche parodie delle giostre. Ci vollero poi altri sessant'anni prima che Iacopo Coeur, il borghese ministro di finanza di Carlo VII, facesse bandire un torneo di asini nel cortile del suo palazzo di Bourges (intorno al 1450). La parodia più splendida a questo riguardo, il canto secondo dell'Orlandino testè citato, non fu pubblicata per la prima volta che nell'anno 1526.

158.  Cfr. le già nominate poesie del Poliziano e di Luca Pulci. Inoltre Paul. Jov. Vita Leonis X. L. I. — Machiavelli, Stor. fiorent. L. VIII. — Paul. Jov. Elogia, parlando di Pietro de' Medici e di Francesco Borbone. — Vasari IX. 219. Vita di Granacci. — Nel Morgante del Pulci, che fu scritto sotto gli occhi di Lorenzo, i cavalieri sono piuttosto comici nei loro discorsi e nelle loro gesta, ma però sempre ligi al codice cavalleresco. Anche il Bojardo scrive per quelli che s'intendono di giostre e dell'arte del guerreggiare. Cfr. pag. 65. — Le giostre in Ferrara nel 1464, menzionate nel Diario ferrar. presso Muratori XXIV, col. 208. — in Venezia, v. Sansovino, Venezia, fol. 153 e segg. — in Bologna nel 1470 e seguenti, v. Bursellis, Annal. Bonon. Muratori XXIII, col. 898, 903, 906, 908, 909, dove è da notare una bizzarra mescolanza di sentimentalismo a proposito della rappresentazione, che vi si faceva dei trionfi romani. — Federigo da Urbino (v. vol. I, pag. 59) in un torneo perdette l'occhio destro ab ictu lanceae. — Sui tornei d'allora nei paesi settentrionali veggasi per tutti: Olivier de la Marche, Mémoir. passim, ma specialmente i capit. 8, 9, 14, 16, 18, 19, 21 ecc.

159.  Bald. Castiglione, Il Cortigiano, L. I, fol. 18.

160.  Paul. Jov. Elogia, sub. tit. Petrus Gravina, Alex. Achillinus, Balth. Castellio ecc.

161.  Casa, Il Galateo, p. 78.

162.  Intorno a ciò veggansi i libri sulle fogge del vestire veneziano, e Sansovino: Venezia, fol. 150 e segg. L'abbigliamento della fidanzata negli sponsali — bianco coi capelli ondeggianti sulle spalle — è quello della Flora del Tiziano.

163.  Jov. Pontan. De principe: utinam autem non eo impudentiae perventum esset, ut inter mercatorem et patricium nullum sit in vestitu ceteroque ornatu discrimen. Sed haec tanta licentia reprehendi potest, coherceri non potest, quamquam mutari vestes sic quotidie videamus, ut quas quarto ante mense in deliciis habebamus, nunc repudiemus et tanquam veteramenta abiiciamus. Quodque tolerari vix potest, nullum fere vestimenti genus probatur, quod e Galliis non fuerit adductum, in quibus laevia pleraque in pretio sunt, tametsi nostri persaepe homines modum illis et quasi formulam quandam praescribant.

164.  Su ciò veggasi per esempio, il Diario ferrarese presso Muratori, XXIV, col. 297, 320, 376, 399; in quest'ultima è menzionata anche la moda tedesca.

165.  Si cfr. con ciò i passi relativi in Falke: Die deutsche Trachten, und Modenwelt.

166.  Intorno alle donne fiorentine veggansi i passi principali in Giov. Villani X, 10 e 152; Matteo Villani I, 4. Nel grande editto sulle mode dell'anno 1330 vengono, tra molte altre cose, permesse soltanto le figure stampate sugli abbigliamenti femminili, e per converso sono vietate quelle semplicemente dipinte. Non sarebbe questa per avventura una allusione alla stampa mediante un modello?

167.  Quelle che si componevano di capelli veri, dicevansi capelli morti. — In Anshelm. Cronaca di Berna, IV, p. 30 (1508) è fatta menzione di falsi denti d'avorio, che un prelato italiano usava, ma solo per rendere più chiara la sua pronuncia.

168.  Infessura, presso Eccard, Scriptt. II, col. 1874. — Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 823. — Poi gli autori che parlano di Savonarola, (v. più innanzi.)

169.  Sansovino, Venezia, fol. 152: capelli biondissimi per forza di sole. Cfr. sopra, pag. 96.

170.  Come anche accadde in Germania. — Poesie satiriche, pagina 119: nella satira di Bernardo Giambullari per prender moglie si ha un'idea di tutta la chimica della toeletta, che evidentemente s'appoggia ancora in gran parte sulla superstizione e sulla magia.

171.  I quali anche s'adoperavano a mettere in evidenza il lato schifoso, pericoloso e ridicolo di queste unzioni. Cfr. Ariosto, Satira III, V. 202 e segg. — Aretino, Il Marescalco, atto II, scena 5, e in molti passi dei Ragionamenti. Poi Giambullari, l. c. — Phil. Beroald. sen. Carmina.

172.  Cennino Cennini nel suo Trattato della pittura, cap. 161, dà una ricetta degli unguenti usati per dipingersi il viso, evidentemente pei Misteri e le Mascherate, poichè nel capo susseguente egli riprende seriamente l'uso d'imbellettarsi e di usare acque odorose in generale.

173.  Cfr. la Nencia da Barberino, str. 20 e 40. L'innamorato le promette belletto e biacca, che egli le porterà in un bossolo dalla città. Cfr. sopra pag. 107.

174.  Agnolo Pandolfini, Trattato del governo della famiglia, p. 118.

175.  Tristan. Caracciolo, presso Murat. XXII, col. 87. — Bandello, Parte II, Nov. 47.

176.  Capitolo I a Cosimo: quei cento scudi nuovi e profumati, che l'altro dì mi mandaste a donare. Alcuni oggetti che datano da quel tempo, serbano ancora qualche traccia di odore.

177.  Vespasiano fiorent. p. 458 nella Vita di Donato Acciajuoli, e p. 625 nella Vita del Niccoli.

178.  Giraldi, Hecatommithi, Introduz., Nov. 6.

179.  Paul. Jov. Elogia.

180.  Aen. Sylvius (Vitae Paparum, presso Murat. III, II, col. 880); egli dice parlando di Baccano: pauca sunt mapalia, eaque hospitia faciunt Theutonici; hoc hominum genus totam fere Italiam hospitalem facit; ubi non repereris hos, neque diversorium quaeras.

181.  Franco Sacchetti, Nov. 21. — Padova intorno al 1450 vantava un grandioso albergo all'insegna del Bue, che aveva stalle per 200 cavalli. Michele Savonarola, presso Murat. XXIV, col. 1175. — Firenze aveva, fuori di porta S. Gallo, una delle più belle osterie che si conoscessero, ma serviva soltanto di luogo di convegno, a quanto sembra, per chi vi andava a diporto dalla città. Varchi, Stor. fiorent. III, p. 86.

182.  Veggasi ad es. i passi relativi nella Nave della follia di Sebastiano Brant, nei Colloqui di Erasmo, nel poema latino Grobianus ecc. — Fra gli scrittori antichi cfr. Teofrasto, I Caratteri.

183.  Che la burla si fosse fatta più moderata può vedersi da molti esempi addotti nel Cortigiano, L. II, fol. 96. Tuttavia in Firenze essa si mantenne quanto più potè. Ne sono una prova le novelle del Lasca.

184.  Per Milano è importantissimo un passo del Bandello. Parte I, Nov. 9. C'erano più di 60 carrozze tirate a quattro cavalli, e innumerevoli a due, in parte riccamente dorate e intagliate, con damaschi di seta. Cfr. ivi Nov. 4. — Ariosto, Sat. III, v. 127.

185.  Bandello, Parte I, Nov. 3, III, 42, IV, 25.

186.  De vulgari eloquio, ed. Corbinelli, Parisiis 1577, scritto, secondo il Boccaccio (Vita di Dante, p. 77), poco prima della sua morte. — Sul rapido mutarsi della lingua mentre era ancor vivo egli si esprime nel principio del «Convito».

187.  Il prevalere successivo della medesima nella letteratura e nella vita pratica potrebbe da qualsiasi conoscitore indigeno rappresentarsi facilmente per mezzo di alcune tabelle comparative. In esse bisognerebbe far rilevare quanto a lungo nei secoli XIV e XV si sieno, o del tutto od in parte, mantenuti i singoli dialetti nelle corrispondenze giornaliere, negli atti governativi, nei protocolli giudiziarii, e finalmente nelle cronache e nelle altre produzioni letterarie. E bisognerebbe tener conto altresì del perdurare dei dialetti italiani accanto ad un latino sempre meno puro, che poi servì come lingua ufficiale.

188.  Così la pensa anche Dante: De vulgari eloquio, I, c. 17, 18.

189.  Anche molto tempo prima si scriveva e si leggeva il toscano in Piemonte, ma per l'appunto si scriveva e si leggeva assai poco.

190.  Nella vita quotidiana si sapeva benissimo per quali cose potesse adoperarsi il dialetto, e per quali no. Gioviano Pontano si permette di ammonire espressamente il principe ereditario di Napoli a non farne uso (Jov. Pont. De principe). Come è noto, gli ultimi Borboni non erano molto scrupolosi in questo riguardo. — Un cardinale milanese messo in derisione, perchè a Roma voleva usare il proprio dialetto, veggasi nel Bandello, Parte II, Nov. 31.

191.  Bald. Castiglione, Il Cortigiano, L. I, f. 27 e segg. — Benchè abbia la forma di un dialogo, l'opinione dell'autore emerge chiarissima in mille punti.

192.  Sol che in questo riguardo non si vada troppo oltre. I satirici vi frammischiano elementi spagnuoli e il Folengo (sotto il pseudonimo di Limerno Pitocco, nell'«Orlandino») anche voci francesi, ma solo per celia. Nelle Commedie uno spagnuolo parla un gergo ridicolo misto di spagnuolo e di italiano. È abbastanza singolare che una via di Milano, che al tempo della venuta dei francesi (1500-1512, 1515-1522) si chiamò Rue belle, ancor oggidì si chiami Rugabella. Della lunga dominazione spagnuola non è rimasta quasi traccia veruna nella lingua, e negli edifizi e nelle vie tutt'al più qua e là il nome di qualche vicerè. Fu nel secolo XVIII che colle idee francesi diluviarono in Italia anche le voci e i modi di quella lingua; i puristi del nostro secolo fecero e fanno ogni sforzo per bandirli del tutto.

193.  Firenzuola, Opere, I nella prefazione al Discorso sulla Bellezza delle donne, e II nei Ragionamenti, che precedono le Novelle.

194.  Bandello, Parte I, Proemio e Nov. 1 e 2. — Un altro lombardo, il già nominato Teofilo Folengo, nel suo «Orlandino» scioglie la questione col farvi sopra le più grosse risate del mondo.

195.  Uno di questi ebbe luogo, a quanto sembra, in Bologna sul finire del 1531 sotto la presidenza del Bembo. Veggasi la lettera di Claudio Tolomei, presso il Firenzuola, Opere, vol. II, nelle Appendici.

196.  Luigi Cornaro si lamenta verso il 1550 (al principio del suo Trattato della vita sobria) che da non lungo tempo prevalgano in Italia le ceremonie (spagnuole) e i complimenti, il luteranismo e la crapula. (Al tempo stesso scomparvero la temperanza e la lieta società). Cfr. pag. 114.

197.  Vasari XII, p. 9 e 11, Vita del Rustici. — Ed anche la maledica genia degli artisti affamati, XI, 216 e segg. Vita di Aristotile. — I capitoli del Machiavelli per una società di buontemponi (nelle opere minori, p. 407) sono una comica caricatura degli statuti delle società in generale, nello stile alquanto libero degli uomini di mondo. — Incomparabilmente bella è e rimarrà sempre la nota descrizione di quel convegno notturno d'artisti in Roma, di cui parla Benvenuto Cellini, I, cap. 30.

198.  La mensa doveva tenersi presso a poco tra le dieci e le undici del mattino. Cfr. Bandello, Parte II, Nov. 10.

199.  Prato, Arch. stor., III, p. 309.

200.  I passi più importanti: Parte I, Nov. 1, 3, 21, 30, 44, II, 10, 34, 55, III, 17, ecc.

201.  Cfr. Lorenzo il Magnifico de' Medici, Poesie, I, 204 (Il Simposio), 291 (la Caccia col falcone). — Roscoe, Vita di Lorenzo, III, p. 140, e appendici 17 sino a 21.

202.  Il titolo Simposio, è inesatto: dovrebbe dirsi: il Ritorno dalla Vendemmia. Lorenzo dipinge in modo piacevolissimo, facendo una parodia dell'Inferno di Dante, come egli abbia incontrato per lo più in Via Faenza, l'un dopo l'altro, tutti i suoi buoni amici più o meno spolverizzati, perchè reduci dalla campagna. Uno dei più comici e belli è il Capitolo ottavo, dove dipinge il piovano Arlotto, il quale esce in cerca della sete che ha perduto, ed a questo scopo porta con sè carne secca, una aringa, una ghiera di cacio, un salsicciotto, quattro sardelle, e tutte si cocevan nel sudore.

203.  Intorno a Cosimo Rucellai, come centro di questo circolo sul principio del secolo XVI, veggasi Machiavelli, Arte della guerra, L. I.

204.  Il Cortigiano, L. II, fol. 53. — Cfr. sopra pag. 125 e 143.

205.  Celio Calcagnini (Opera, p. 514) descrive l'educazione di un giovane italiano di condizione elevata intorno al 1500 (nell'orazion funebre di Antonio Costabili) nel modo seguente: dapprima artes liberales et ingenuae disciplina; tum adolescentia in iis exercitationibus acta, quae ad rem militarem corpus animumque praemuniunt. Nunc gymnastae operam dare, luctari, excurrere, natare, equitare, venari, aucupari, ad palum et apud lanistam ictus inferre aut declinare, caesim punctimve hostem ferire, hastam vibrare, sub armis hyemem juxta et aestatem traducere, lanceis occursare, veri ac communis Martis simulacra imitari. — Il Cardano (De propria vita, c. 7) fra i suoi esercizi ginnastici nomina anche il saltare sopra un cavallo di legno. — Cfr. il Gargantua, I, 23, 24: dell'educazione in generale, e 35: delle arti dei ginnasti.

206.  Sansovino, Venezia, fol. 172 e segg. Esse debbono essere nate in occasione delle gite che si facevano al Lido, dove si soleva esercitarsi al tiro della balestra: la grande regata generale del dì di S. Paolo era ufficiale sino dal 1315. — Prima si cavalcava anche molto a Venezia, quando le strade non erano ancora selciate in pietra, nè costrutti in marmo con archi molto alti i ponti di legno ancora piani. Il Petrarca fin dal suo tempo (Epist. seniles, IV, 2, p. 783) descrive un magnifico torneo di cavalieri sulla piazza di S. Marco, e del doge Steno si sa che intorno al 1400 aveva una scuderia non meno splendida di quella di qualsiasi principe d'Italia. Ma il cavalcare nelle vicinanze di quella piazza era di regola proibito sino dal 1291. — Più tardi naturalmente i veneziani passarono per meschini cavalcatori. Cfr. Ariosto, Sat. V, v. 208.

207.  Sulle cognizioni musicali di Dante e sulle melodie che accompagnarono alcune poesie del Petrarca e del Boccaccio, veggasi il Trucchi, Poesie ital. ined. II, p. 139. — Sui teorici del secolo XIV V. Filippo Villani, Vite, p. 46, e Scardeonio, De urb. Patav. antiq. presso Grevio, Thesaur. VI, III, col. 297. — Sulla musica alla corte di Federigo da Urbino ha molti particolari Vespasiano fiorent. pag. 122. — Sulla cappella dei fanciulli di Ercole I, veggasi il Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 358. — Fuori d'Italia alle persone di rango elevato non era lecito d'occuparsi personalmente di musica; alla corte fiamminga del giovane Carlo V s'ebbe una volta una questione assai grave su questo argomento: cfr. Hubert. Leod. De vita Frid. II, Palat. L. III. — Enrico VIII d'Inghilterra costituisce una singolare eccezione in proposito.

Un passo importante ed esteso intorno alla musica trovasi dove meno lo si cercherebbe, nella Macaroneide, Phantas XX. È la descrizione comica di un quartetto a voci, dalla quale appare che si cantavano anche canzoni francesi e spagnuole, che la musica aveva omai i suoi avversari (intorno al 1520) e che la cappella di Leone X e il compositore Josquin des Près (di cui si nominano le opere principali) erano l'oggetto del maggiore entusiasmo. Lo stesso autore (Folengo) mostra per la musica un fanatismo affatto moderno anche nel suo Orlandino (pubblicato sotto il nome di Limerno Pitocco), III, 23 e segg.

208.  Leonis vita anonyma, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 171. Non sarebbe questi per avventura il violinista della galleria Sciarra? Un Giovanni Maria da Corneto è lodato nell'Orlandino (p. 160, 326), III, 27.

209.  Lomazzo, Trattato dell'arte della pittura, ecc. p. 347. — Parlando della lira, si nomina Leonardo da Vinci, ed anche Alfonso di Ferrara (il duca?). L'autore mette insieme in generale le celebrità del secolo: c'entrano anche molti ebrei. — La maggior enumerazione di celebri artisti del secolo XVI, divisi in prima e seconda generazione, trovasi in Rabelais «Nuovo prologo» al IV libro. — Un virtuoso, il cieco Francesco da Firenze (morto nel 1390), fu già ancor molto prima incoronato con corona d'alloro dal re di Cipro in Venezia.

210.  Sansovino, Venezia, fol. 138. Naturalmente gli stessi amatori raccoglievano anche libri musicali.

211.  L'Accademia de' filarmonici di Verona è ricordata dal Vasari (XI, 133) nella Vita di Sanmicheli. — Intorno a Lorenzo il Magnifico già sin dal 1480 s'era raccolta una scuola d'armonia di 15 membri, fra i quali il celebre organista Squarcialupi. Cfr. Delécluze, Florence et ses vicissitudes, vol. II, p. 256. Sembra che Leone X abbia ereditato da suo padre Lorenzo la passione per la musica. Ugual passione aveva anche Pietro primogenito.

212.  Il Cortigiano, fol. 56. Cfr. fol. 41.

213.  Quattro viole da arco, senza dubbio un concerto assai difficile e raro per dilettanti fuori d'Italia.

214.  Bandello, Parte I, nov. 26, dove parla del canto di Antonio Bologna in casa di Ippolito Bentivoglio. Cfr. III, 26. Nel nostro tempo di svenevolezze sentimentali ciò si direbbe una profanazione dei sentimenti più sacri. — (Cfr. l'ultimo canto di Britannico, Tacit. Annal. XIII, 15). La recitazione accompagnata dal liuto o dalla viola non può ben distinguersi, nelle relazioni che se ne hanno, del canto propriamente detto.

215.  Scardeonius, l. c.

216.  Dedicata ad Annibale Maleguccio, altre volte indicata anche come la quinta o la sesta.

217.  Per contrario rarissime son le donne, che si dedichino allo studio delle arti figurative.

218.  Quest'è il senso, per es., in cui deve intendersi la biografia di Alessandra de' Bardi di Vespasiano fiorentino (Mai, Spicileg. rom. XI, p. 593 e segg.). L'autore, sia detto per incidenza, è un grande laudator temporis acti, e non deve dimenticarsi, che quasi cento anni prima di quello che egli chiama il buon tempo antico, il Boccaccio aveva scritto il Decamerone.

219.  Ant. Galateo, Epist. 3, alla giovane Bona Sforza, andata poi moglie a Sigismondo di Polonia: Incipe aliquid de viro sapere, quoniam ad imperandum viris nata es... Ita fac ut sapientibus viris placeas, ut te prudentes et graves viri admirentur et vulgi et muliercularum studia et judicia despicias ecc. — Un'altra lettera assai notevole veggasi nel Mai, Spicileg. rom. VIII, p. 532.

220.  Così è detta nel Chron. venetum presso Murat. XXIV, col. 127 e segg. Cfr. Infessura presso Eccard, Scriptt. II, col. 1981, e Arch. Stor. Append. II, p. 250.

221.  E talvolta è anche tale. — Come a tali racconti le donne abbiano a contenersi, è detto nel Cortigiano L. III, fol. 107. Ma che lo sapessero già quelle che erano presenti a' suoi dialoghi, dovrebbe inferirsi da un passo assai libero del L. II, fol. 190. — Ciò che si dice della donna di palazzo, che fa appunto riscontro al Cortigiano, non ha importanza decisiva, perchè essa serve la principessa in senso molto più stretto, che non faccia il cortigiano col principe. — Nel Bandello, I, Nov. 44, Bianca d'Este narra la terribile storia amorosa del proprio avolo Nicolò da Ferrara e di Parisina.

222.  Quanto gl'Italiani già esperti in molti viaggi sapessero apprezzare la libertà di conversazione loro accordata con alcune fanciulle in Inghilterra e nei Paesi Bassi, lo mostra il Bandello, II, Nov. 42, e IV, Nov. 27.