342.  Foscolo, Discorso sul testo del Decamerone: Ma de' preti in dignità niuno poteva far motto senza pericolo; onde ogni frate fu l'irco delle iniquità d'Israele ecc.

343.  Il Bandello prelude, per esempio, alla Nov. 1 della Parte II, col dire che il vizio dell'avarizia non disdice tanto a chicchessia, quanto ai preti, che non hanno nessuna famiglia cui debbano provvedere ecc., e con questo ragionamento viene poi a giustificare una iniqua aggressione fatta ad un parroco di campagna da un giovane signore assistito da due soldati o banditi, che, per punirlo della sua avarizia, approfittano della sua impotenza cagionata dalla podagra e lo derubano di un montone che possedeva. Basta una sola storia di questo genere a mostrare, meglio che molte dissertazioni, in qual corrente di idee allora si vivesse e si agisse.

344.  Giov. Villani, III, 29, lo dice assai chiaramente un secolo dopo.

345.  Probabilmente s'intende la sua tavoletta col motto I H S.

346.  Seggi erano le classi, nelle quali era ripartita la nobiltà napoletana. — La rivalità dei due ordini è sovente messa in ridicolo, dal Bandello, per es. III, Nov. 14.

347.  Per ciò che segue cfr. Jov. Pontan. De Sermone, L. II, e il Bandello, Parte I, Nov. 32.

348.  Perciò quest'intrighi poterono anche in prossimità di essa essere apertamente denunciati. Cfr. anche Jov. Pontan. Antonius e Charon.

349.  In via di esempio, l'ottavo canto della Macaroneide.

350.  La storia leggesi nel Vasari, V. p. 120, Vita di Sandro Botticelli, e mostra, che talvolta si scherzava anche coll'Inquisizione. Del resto il Vicario quivi menzionato può ben essere stato quello dell'Arcivescovo, anzichè quello dell'Inquisitore domenicano.

351.  Bursellis, Ann. Bonon. ap. Murat. XXIII, col. 886, cfr. 896.

352.  V. pag. 96 e segg. Egli era abate dei Vallombrosani. Il passo è tolto dal vol. II, p. 209, Nov. X. Una piccante descrizione della vita agiata dei Certosini veggasi nel Commentario d'Italia, fol. 32 e segg., citato già a pag. 92.

353.  Pio II per principio avrebbe voluto l'abolizione del celibato ecclesiastico: Sacertibus magna ratione sublatas nuptias majori restituendas videri, era una delle sue sentenze favorite. Platina, Vitae Pontiff. p. 311.

354.  Ricordi, N. 28. delle Opere inedite, vol. I.

355.  Ricordi, N. 1, 123, 125.

356.  Per vero molto incostante.

357.  Cfr. il suo Orlandino cantato sotto il nome di Limerno Pitocco, cap. XI, str. 40 e segg. cap. VII, str. 57, cap. VIII, str. 3 e segg. specialmente la 57.

358.  Diario ferrarese, presso Murat. XXIV col. 362.

359.  Egli aveva con sè un interprete tedesco ed uno slavo. Anche san Bernardo dovette una volta, predicando nei paesi renani, ricorrere ad un tale spediente.

360.  Il Capistrano, per esempio, si accontentava di fare il segno della croce su migliaja d'infermi, che gli erano condotti e di benedirli in nome della santa Trinità e di san Bernardino suo maestro, dietro di che qua e là accadeva realmente qualche guarigione, come in simili casi suole accadere. La cronaca di Brescia accenna al fatto con queste parole: egli fece di bei miracoli, ma nel narrarli si andava oltre il vero.

361.  Per esempio il Poggio, De avaritia, nelle Opere, fol. 2. Egli trova l'opera dei predicatori facile, perchè in ogni città ripetevano le stesse cose e congedavano il popolo, lasciandolo più sciocco di quando era venuto.

362.  Franco Sacchetti, Nov. 73: predicatori che non riescono nel loro intento, sono un tema frequente in tutti i novellieri.

363.  Cfr. la nota farsa del Decamerone. VI, Nov. 10.

364.  Con che la cosa acquistò un colore affatto speciale. Cfr. Malipiero, Ann. venet. Arch. Stor. VII, I, p. 18. — Chron. venet. presso Murat. XXIV, col. 114. — Storia bresciana, presso Murat. XXI, col. 898.

365.  Storia bresciana, presso Murat. XXI col. 865.

366.  Allegretto, Diari sanesi, presso Murat. XXIII, col. 819.

367.  Infessura, presso Eccard, (Scriptor. II, col. 1874). Egli dice: canti, brevi, sorti. I primi possono essere stati libri di canzoni, quali furono arsi anche sotto il Savonarola. Ma il Graziani (Cron. di Perugia, Arch. Stor. XVI, I, p, 314) in simile occasione dice: brieve incante, che senza dubbio deve leggersi brevi e incanti, e una simile emendazione è forse da accettarsi anche nell'Infessura, le cui sorti accennano anche senza ciò a qualche cosa di superstizioso, forse al giuoco profetico delle carte. — Dopo l'introduzione della stampa si raccolsero anche, per esempio, tutti gli esemplari di Marziale per abbruciarli. Bandello, III, Nov. 10.

368.  V. la sua notevole biografia in Vespasiano fiorent. p. 244 e segg. — e quella di Enea Silvio, De viris illustr. p. 24.

369.  Allegretto, l. c. col. 823: un predicatore eccita il popolo contro i giudici (se invece non si deve leggere giudei), su di che essi ben presto sarebbero stati arsi nelle loro case.

370.  Infessura, l. c. Sul giorno della morte della strega sembra esservi un errore di scrittura. — Come lo stesso Santo abbia fatto distruggere un famoso boschetto presso Arezzo, ce lo narra il Vasari, III, 148, Vita di Parri Spinelli: spesse volte lo zelo sembra essersi arrestato alla distruzione di certe località, simboli e strumenti.

371.  Pareva che l'aria si fendesse, è detto in qualche punto.

372.  Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 167. Non è detto espressamente, ch'egli si sia occupato di questa disputa, ma non si può nemmen dubitarne. — Anche Jacopo della Marca una volta, dopo uno strepitoso successo, aveva appena lasciato Perugia (1445), che scoppiò una terribile vendetta nella famiglia Ranieri. Cfr. il Graziani, l. c. pag. 565 e segg. — In quest'occasione giova notare che quella città fu forse più di qualunque altra visitata da tali predicatori: cfr. pag. 597, 626, 631, 637, 647.

373.  Il Capistrano, dopo una predica, vestì cinquanta soldati. Stor. bresciana, l. c. — Graziani, l. c. p. 565 e segg. — Enea Silvio (De viris illustr. p. 25) una volta nella sua gioventù fu sul punto, dopo una predica di San Bernardino, di entrare nel suo ordine.

374.  Che ci sieno stati degli attriti fra i celebri predicatori dei Minori Osservanti e gl'invidiosi Domenicani, lo mostra la contesa intorno al sangue di Cristo colato dalla croce a inzuppare il terreno (1463). Intorno a fra Jacopo della Marca, che non volle a niun patto sottomettersi all'Inquisitore domenicano, Pio II si esprime nell'estesa sua Relazione, (Comment. L. XI p. 511) con una ironia molto fina: Pauperiem pati et famen et sitim et corporis cruciatum et mortem pro Christi nomine nonnulli possunt: jacturam nominis vel minimam ferre recusant, tamquam sua propria deficiente fama Dei quoque gloria pereat.

375.  La loro fama oscillava allora fra due estremi. Bisogna distinguerli dai monaci Eremitani. — In generale i limiti a questo riguardo non erano netti e precisi. Gli Spoletini, che andavano attorno come taumaturghi, si richiamavano sempre a sant'Antonio, od anche, per causa dei serpenti che maneggiavano, a san Paolo apostolo. Essi fin dal secolo XIII posero a contribuzione il contado con una specie di magia spirituale, e i loro ronzini erano ammaestrati ad inginocchiarsi, quando si nominava sant'Antonio. Essi simulavano di fare la questua per gli ospitali. Masuccio, Nov. 18, Bandello, III, Nov. 17. Il Firenzuola nel suo Asino d'oro dà loro le parti dei sacerdoti questuanti di Apulejo.

376.  Prato, Arch. Stor. III, p. 357. Burigozzo, ibid. p. 431.

377.  Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 855 e segg.

378.  Matteo Villani, VIII, I, e segg. Egli predicò dapprima contro la tirannide in generale, poi, quando la casa regnante dei Beccaria aveva voluto farlo uccidere, indusse con una predica a mutar la costituzione e le autorità, e costrinse i Beccaria a fuggire (1357).

379.  Talvolta anche le case regnanti in tempi difficili chiesero dei monaci, per eccitare il popolo alla fedeltà. Qualche cosa di simile a Ferrara veggasi in Sanudo (Murat. XXII, col. 1218).

380.  Prato, Arch. Stor. III, p. 251. Di fanatici predicatori surti poi con tendenza anti-francesi, è fatta menzione dopo la cacciata dei francesi, dal Burigozzo, ibid. p. 443, 449, 485, ad ann. 1523, 1526, 1529.

381.  Jac. Pitti, Storia fiorent. L. II, p. 112.

382.  Perrens: Jèrôme Savonarole, 2 vol., tra le molte opere speciali di data un po' vecchia forse il meglio ordinato e il più moderato. — Più tardi P. Villari, La storia di Girol. Savonarola, (2 vol. in 8.º Firenze, Le Monnier).

383.  Il Savonarola sarebbe forse stato l'unico, che avesse potuto restituire alle città soggette la libertà e tuttavia mantenere comecchessia l'unità dello Stato toscano. Ma egli non sembra avervi mai pensato, e, quanto a Pisa, egli la odiava al pari di qualunque dei fiorentini.

384.  Riscontro assai notevole coi Sanesi, i quali nel 1483 aveano donato la loro città lacerata dai partiti sotto forma solenne alla Madonna. V. Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 815.

385.  Degli impii astrologi egli dice: non è da disputar (con loro) altrimenti che col fuoco.

386.  V. il passo relativo nella Predica XIV sopra Ezechiello, presso Perrens, l. c. vol. I, pag. 30, nota.

387.  Col titolo: De rusticorum religione.

388.  Franco Sacchetti, Nov. 109, dove sono altri aneddoti di simil genere.

389.  Bapt. Mantuan. De sacris diebus, L. II, esclama:

Ista superstitio, ducens a Manibus ortum

Tartareis, sancta de religione facessat

Christigenum! vivis epulas date, sacra sepultis.

Un secolo prima, quando l'esercito di Giovanni XXII entrò nella Marca contro i Ghibellini, si giustificò l'invasione con una accusa esplicita di eresia ed idolatria; tuttavia anche Recanati, che si arrese spontaneamente, non isfuggì all'incendio, «perchè quivi erano stati adorati alcuni idoli». Giov. Villani, IX. 139, 141. — Sotto Pio II si parla di un ostinato adoratore del sole, urbinate di nascita. Aen. Sylv. Opera:, p. 289. Histor. rer. ubique gestar. c. 12. — Il fatto più singolare accadde nel Foro romano sotto Leone X: per causa di una pestilenza fu sacrificato con solenni riti pagani un toro. Paul. Jov. Histor. XXI, 8.

390.  Così il Sabellico, De situ venetae urbis. Bensì egli ricorda i nomi dei santi al modo dei filologi e senza preporvi l'appellativo di sanctus o divus, ma adduce una quantità di reliquie con un certo senso di tenerezza, e in parecchi luoghi si vanta di averle baciate.

391.  De laudibus Patavii, presso Murat. XXIV, col. 1149-1151.

392.  Prato, Arch. Stor. III, p. 408. — Egli non appartiene alla schiera degli increduli, ma protesta apertamente contro coloro, che vogliono trovare un nesso tra questi due fatti.

393.  Pii II Comment. L. VIII, p. 352, e segg. Verebatur Pontifex, ne in honore tanti Apostoli diminute agere videretur etc.

394.  Jacob. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 187, Luigi ebbe un bel prostrarsi dinanzi alle reliquie; ciò non lo salvò dalla morte. — Le catacombe allora erano affatto dimenticate, tuttavia anche il Savonarola l. c. col. 1150 dice di Roma: velut ager Aceldama Sanctorum habita est.

395.  Bursellis, Annal. Bonon. presso Murat. XXIII, col. 905. Fu uno dei sedici patrizi, Bart. della Volta, morto nel 1485.

396.  Vasari, III, e segg. c. N. Vita di Ghiberti.

397.  Matteo Villani, III, 15 e 16.

398.  Si dovrebbe, oltre a ciò, distinguere tra il culto, fiorente in Italia, di corpi di Santi degli ultimi secoli ancora storicamente conosciuti e la tendenza prevalente invece nei paesi nordici a razzolare frammenti di corpi e di vestimenti ecc. dei più rimoti tempi del Cristianesimo. Importantissima, specialmente pei pellegrini, era sotto quest'ultimo punto di vista la grande raccolta delle reliquie lateranensi. Ma sopra i sarcofaghi di san Domenico e di sant'Antonio da Padova e sopra la tomba misteriosa di san Francesco splende, oltre la santità, anche un raggio di celebrità storica. V. vol. I, pag. 198.

399.  Non sarebbe senza interesse il notare esattamente, quanto nelle decisioni religiose dei Papi e dei teologi di quel tempo fosse l'effetto di un sentimento parziale di nazionalità italiana. Di questa specie è forse lo zelo mostrato da Sisto IV pel dogma dell'Immacolata Concezione (Extravag. Comment L. III, tit. XII). Per contrario può notarsi un'influenza nordica nel culto sempre crescente di san Giuseppe e dei genitori di Maria: esso era già popolare nella Francia settentrionale sin dai primi anni del secolo XV e vi fu ufficialmente permesso nel 1414 da un legato di Giovanni XXIII (Baluz. Miscell. III). Soltanto un buon mezzo secolo più tardi Sisto IV fondò per tutta la Chiesa la festa della Presentazione di Maria al Tempio, e quelle di sant'Anna e di san Giuseppe (Trithem. Ann. Hirsaug. II, 518).

400.  Questa notevole espressione, nel lavoro de' suoi ultimi anni, De sacris diebus, L. I, si riferisce veramente tanto all'arte sacra, che alla profana. Agli ebrei, egli dice, a ragione fu interdetta ogni rappresentazione figurativa, perchè altrimenti sarebbero ricaduti nell'idolatria, che regnava tutto all'intorno:

Nunc autem, postquam penitus natura Satanum

Cognita, et antiqua sine majestate relicta est,

Nulla ferunt nobis statuae discrimina, nullos

Fert pictura dolos; jam sunt innoxia signa;

Sunt modo virtutum testes monimentaque laudum

Marmora, et aeternae decora immortalia famae....

401.  Così Battista Mantovano si lagna di certi nebulones (De sacr. dieb. L. V), che non volevano credere all'autenticità del preziosissimo Sangue di Mantova. Anche quella critica, che oramai disputava sulla donazione di Costantino, non poteva certamente essere favorevole al culto delle reliquie, benchè non ne parlasse.

402.  Specialmente nel canto XXIII, 1, la celebre preghiera di S. Bernardo: Vergine Madre, figlia del tuo figlio ecc.

403.  Fors'anche Pio II, colla sua Elegia alla Vergine (nelle Opere, p. 964), e che sin dalla sua gioventù si credeva sotto la protezione speciale di Maria. Jac. Card. Papiens. De morte Pii, p. 656.

404.  Importantissimi in questo riguardo sono i pochi e freddi sonetti di Vittoria alla Vergine (N. 85 e segg.).

405.  Bapt. Mantuan. De sacris diebus, L. V, e specialmente il discorso di Pico, che era destinato a recitarsi nel Concilio lateranense, presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, vol. VIII, p. 115.

406.  Monachi Paduani chron. L. III, sul principio. Di questa pubblica penitenza vi si dice: invasit primitus Perusinos, Romanos postmodum, deinde fere Italiae populos universos. — Per converso Gugl. Ventura (De gestis Astensium, col. 701) chiama la processione dei Flagellanti admirabilis Lombardorum commotio, aggiungendo che alcuni eremiti aveano lasciato le loro solitudini per venire nelle città ed eccitarle a penitenza.

407.  Giov. Villani, VIII, 122, XI, 23.

408.  Corio, fol. 21. Sismondi VII, 398 e segg.

409.  Peregrinazioni a luoghi più lontani sono assai rare. Quelle dei principi di casa d'Este a Gerusalemme, a S. Jacopo di Galizia e a Vienna sono annoverate nel Diario ferrarese, presso Muratori XXIV, col. 182, 197, 190, 279. Quelle di Rinaldo Albizzi in Terrasanta presso Machiavelli, Stor. fiorent. L. V. Anche qui talvolta il movente è la sete di acquistar fama e gloria: di Leonardo Frescobaldi, e di un suo compagno, che intorno al 1400 volevano peregrinare in Terrasanta, il cronista Giovanni Cavalcanti (II, p. 478) dice: stimarono di eternarsi nella mente degli uomini futuri.

410.  Bursellis, Annal. Bonon. presso Murat. XXIII, col. 800.

411.  Allegretto, presso Murat. XXIII, col. 855 e segg.

412.  Burigozzo, Arch. Stor. III, p. 486. — Per la miseria della Lombardia in quel tempo la fonte più autorevole è Galeazzo Capella (De rebus nuper in Italia gestis); nel complesso Milano non sofferse meno di quello che abbia sofferto Roma nel famoso Sacco.

413.  La si chiamava anche l'arca del testimonio, e si era persuasi che la cosa era disposta con gran misterio.

414.  Diario ferrarese, presso Murat. XXIV, col. 317, 322, 323, 326, 386, 401.

415.  Per buono rispetto a lui noto e perchè sempre è buono a star bene con Iddio, dice l'annalista.

416.  Probabilmente quella nominata nel vol. I a pag. 39, parlando di Perugia.

417.  Il cronista lo dice un Messo dei Cancellieri del Duca. Ma evidentemente la cosa deve essere partita dalla corte e non dai preposti di qualsiasi ordine o da una autorità ecclesiastica qualunque.

418.  Cfr. la citazione del discorso di Pico «Sulla dignità dell'uomo» pag. 110.

419.  Prescindendo dal fatto, che talvolta presso gli stessi Arabi si poteva incontrare una uguale tolleranza o indifferenza.

420.  Così presso il Boccaccio. — Sultani senza nome presso Masuccio, Nov. 46, 48, 49.

421.  Decamerone, I, Nov. 3. Egli pel primo nomina anche la religione cristiana, mentre nelle «Cento novelle» incontrasi una lacuna.

422.  In bocca però del demonio Astarotte, Canto XXV, str. 231 e segg. Cfr. str. 141 e segg.

423.  Canto XXVIII, str. 38 e segg.

424.  Canto XVIII, str. 112, sino alla fine.

425.  Il Pulci riprende un tema analogo, benchè solo di passaggio, nella figura del principe Chiaristante, Canto XXI, str. 101 e segg. 121 e segg. 145 e segg. 163 e segg., che non crede in nulla e accetta per sè e per sua moglie onori divini. Si sarebbe quasi tentati di pensare a Sigismondo Malatesta (v. vol. I, pag. 44 e 301, vol. II, pag. 246).

426.  Giov. Villani, III, 29, VI, 46. Il nome appare assai per tempo anche nel nord; ancora prima del 1150, in occasione di una storia spaventevole (di due ecclesiastici di Nantes) accaduta circa 90 anni prima, si ha la definizione di Gugl. Malmesbur. L. III, § 237 (ed. Londin. 1840, 405): Epicureorum, qui opinantur animam corpore solutam in aerem evanescere, in auras affluere.

427.  Si confrontino le prove universalmente conosciute nel terzo libro di Lucrezio.

428.  Inferno, VII, 67-96.

429.  Purgatorio, XVI, 73. Si confronti la teoria dell'influsso dei pianeti nel «Convito». — Anche il demonio Astarotte del Pulci (XXV, 156) confessa la libertà dell'uomo e la giustizia divina.

430.  Vespasiano fiorent. p. 26, 320, 435, 626, 651. Murat. XX, col. 532.

431.  Intorno al Pomponazzo veggansi le opere speciali, e fra le altre quella di Ritter, Stor. della filosofia, vol. IX.

432.  Paul. Jovii Elogia liter.

433.  Codri Urcei opera, colla sua Vita di Bartol. Bianchini, poi le sue Lezioni filologiche, p. 65, 151, 278, ecc.

434.  Animum meum seu animam, differenza, colla quale allora la filologia si compiaceva di mettere in qualche imbarazzo la teologia.

435.  Platina, Vitae Pontiff. p. 311, christianam fidem, si miraculis non esset approbata, honestate sua recipi debuisse.

436.  Specialmente quando i monaci dal pergamo ne inventavano sempre di nuove. Del resto anche quelle da lungo accettate non andavano esenti da osservazioni. Il Firenzuola (Opere, vol. II, p. 208, Nov. 10) si fa beffe dei francescani di Novara, che con danaro maliziosamente estorto vogliono costruire una cappella nella loro chiesa, dove fosse dipinta quella bella storia, quando san Francesco predicava agli uccelli nel deserto, e quando ei fece la santa zuppa, e che l'agnolo Gabriello gli portò i zoccoli.

437.  Qualche cosa su lui si ha in Bapt. Mantuan. De patientia, L. III c. 13.

438.  Bursellis, Annal. Bonon, presso Murat. XXIII, col. 915.

439.  Quant'oltre andassero talvolta i discorsi maligni, fu mostrato con esempi, che parlano da sè, da Gieseler, Storia della Chiesa, II, IV, c. 154, nota.

440.  Jov. Pontan. De fortuna. La sua specie di Teodicea, II, p. 286.

441.  Aen. Sylvii, Opera, p. 611.

442.  Poggius, De miseriis humanae conditionis.

443.  Caracciolo, De varietate fortunae, presso Murat. XXII, uno degli scrittori più notevoli di quel tempo, che del resto non ne è scarso. Cfr. a pag. 78. — La Fortuna nelle processioni festive v. pag. 201 e nota.

444.  Leonis, Vita anonyma, presso Roscoe, ed. Bossi, XII, p. 153.

445.  Bursellis, Ann. Bonon. presso Murat. XXIII, col. 909: monimentum hoc conditum a Johanne Bentivolo secundo Patriae rectore, cui virtus et fortuna cuncta quae optari possunt, affatim praestiterunt. Del resto non è ben chiaro, se questa iscrizione sia stata posta esteriormente e in modo da essere visibile a tutti, o, come quella riportata poco prima, incisa e nascosta in uno dei fondamenti. In quest'ultimo caso ci sarebbe sotto un'altra idea: la fortuna, per mezzo di quella iscrizione segreta, nota forse soltanto al cronista, doveva andar congiunta a quell'edifizio per virtù di magìa.

446.  Quod ninium gentilitatis amatores essemus.

447.  Mentre tuttavia l'arte figurativa distingueva almeno tra gli angeli e i putti, e negli argomenti serii si serviva anche di mezzi più serii. — Annal. Estens. presso Murat. XX, col. 468; dove l'amorino o il putto ingenuamente è detto: instar Cupidinis angelus.

448.  Della Valle, Lettere sanesi. III, 18.

449.  Macrob. Saturn. III, 9. Senza dubbio egli fece anche i gesti quivi ritualmente prescritti.

450.  Monachus Paduanus, L. II, ap. Urstisius, Scriptores, I, p. 598, 599, 602, 607. — Anche l'ultimo dei Visconti (v. vol. I, pag. 51) aveva un gran numero di astrologi presso di sè. Cfr. il Decembrio, presso Murat. XX, col. 1017.

451.  Per esempio, Firenze, dove fu per qualche tempo il già citato Bonatto. Cfr. anche Matteo Villani, XI, 3, dove evidentemente si allude ad un astrologo della città.

452.  Libri, Hist. des scienc. mathémat. II, 52, 193. In Bologna pare che questa cattedra figuri già sin dal 1125. — Cfr. il prospetto dei professori di Pavia nel Corio, fol. 290. — Una simile cattedra nella Sapienza romana sotto Leone X è nominata da Roscoe, Leone X. ed. Bossi, V, pag. 283.

453.  Ancora intorno al 1260 papa Alessandro IV obbliga un cardinale e modesto astrologo, il Bianco, a far predizioni politiche. Giov. Villani, VI, 81.

454.  De dictis etc. Alphonsi. Opera, p. 493. Egli trovava che era pulchrius, quam utile. Platina Vitae Pontiff. p. 310. — Per Sisto IV cfr. Jac. Volaterran. presso Murat. XXIII, col. 173, 186.

455.  Piero Valeriano, De infelic. literat., parlando di Francesco Priuli, che scrisse sull'oroscopo di Leone X, e in tale occasione pubblicò molti segreti del Papa.

456.  Ranke, R. Päpste, I, p. 247.

457.  Vespasiano fiorent. p. 660, cfr. 341. — Ibid. p. 121 vien menzionato un altro Pagolo, quale matematico di corte ed astrologo di Federigo di Montefeltro, e, per una singolarità assai speciale, lo si dice tedesco di nazione.

458.  Firmicus Maternus, Matheseos Libri VIII, sulla fine del libro secondo.

459.  Presso il Bandello, III, Nov. 60 l'astrologo dì Alessandro Bentivoglio dichiara a Milano dinanzi ad una intera società la propria miseria.

460.  Un simile accesso di risolutezza lo ebbe Lodovico il Moro, quando fece fare la croce con quella iscrizione, che trovasi ora nella cattedrale di Coira. Anche Sisto IV disse una volta, che voleva provare, se la predizione era vera.

461.  Il padre di Piero Capponi, egli stesso astrologo, applicò il figlio al commercio, perchè non gli toccasse quella pericolosa ferita al capo, che gli era minacciata. Vita di P. Capponi, Arch. Stor. IV, II, 15. L'esempio tratto dalla vita del Cardano veggasi a pag. 82. — Il medico ed astrologo Pierleoni da Spoleto credeva di dover quandochessia annegarsi, quindi fuggiva l'acqua e ricusò splendidi posti in Padova ed in Venezia. Paul. Jov. Elogia literat.