462. Esempi tratti dalla vita di Lodovico il Moro da vedersi in Senarega, presso Murat. XXIV, col. 518, 524 e in Benedetto, presso Eccard, II, col. 1623. E tuttavia suo padre, il grande Francesco Sforza, avea disprezzato gli astrologi, e il suo avolo Giacomo per lo meno non s'era uniformato alle loro ammonizioni. Corio, fol. 221, 413.
463. Quest'opera è stata spesso stampata, ma io non ho mai potuto vederla. — Ciò che qui si riporta è desunto dagli Annal. Foroliv. presso Murat. XXII, col. 233 e segg. — Leon Battista Alberti cerca di spiritualizzare la ceremonia del getto dei fondamenti. Opere volgari, Tom. IV, p. 314, ovvero De re aedificat. L. I.
464. Negli oroscopi della seconda fondazione di Firenze (Giov. Villani, III, 1) sotto Carlo Magno e della prima di Venezia (vedi vol. I, p. 85) si cela forse un'antica rimembranza accanto alla poesia del più tardo medio-evo.
465. Annal. Foroliv. l. c. — Filippo Villani, Vite. — Machiavelli, Storie fiorent. L. I. — Quando s'avvicinavano le costellazioni che promettevano la vittoria, Bonatto saliva coll'astrolabio e il libro sulla torre di san Mercuriale in piazza e, giunto il momento, faceva suonare la campana maggiore per la partenza. Però si conviene che egli talvolta s'ingannò grandemente, e fra le altre non previde la sorte del Montefeltro e la sua propria. Egli fu ucciso dai malandrini non lungi da Cesena, quando, reduce da Parigi e dalle università italiane, dove aveva insegnato, tornava a Forlì.
466. Matteo Villani, XI, 3.
467. Jov. Pontan. De fortitudine, L. I. — I primi Sforza come onorevoli eccezioni, v. pag. 322, nota.
468. Paul. Jov. Elogia, sub. v. Livianus.
469. Che narra la cosa egli stesso. Benedictus, presso Eccard, II, col. 1617.
470. Così sembra doversi intendere la testimonianza di Jacopo Nardi, Vita di Ant. Giacomini, p. 65. — Ciò si incontra non di rado anche in vestiti ed utensili. Nel palazzo di Lucrezia Borgia in Ferrara la mula della duchessa d'Urbino portava una gualdrappa di velluto nero con segni astrologici ricamati in oro. Arch. Stor. Append. II, p. 305.
471. Azario, presso il Corio, fol. 258.
472. Qualche cosa di simile si potrebbe supporre perfino di un astrologo turco, il quale dopo la battaglia di Nicopoli consigliò al sultano Bajazet I di concedere il riscatto di Giovanni di Borgogna, «per causa del quale sarebbe stato versato ancora molto sangue cristiano». Non era gran fatto arduo il prevedere l'ulteriore andamento della guerra civile francese. Magn. chron. belgicum, p. 358. Juvénal des Ursins ad a. 1396.
473. Benedictus, presso Eccard, II, col. 1579. Fra le altre cose, nel 1493 del re Ferrante dicevasi, che egli perderebbe il suo regno sine cruore, sed sola fama, come nel fatto accadde.
474. Bapt. Mantuan. De patientia, L. III, cap. 12.
475. Giov. Villani, X, 39, 46. Vi contribuirono anche altre cause, e fra queste l'invidia dei colleghi. — Anche Bonatto aveva insegnato qualche cosa di simile, rappresentando, ad esempio, i miracoli dell'amor divino in S. Francesco come effetti prodotti dall'influsso del pianeta Marte. Cfr. Joh. Picus, Advers. astrol. II, 5.
476. Sono quelli dipinti dal Miretto al principio del secolo XV; secondo lo Scardeonio essi erano destinati ad indicandum nascentium naturas per gradus et numeros, principio più popolare di quello che noi oggi immaginiamo. Era un'astrologia à la portée de tout le monde.
477. Dell'Astrologia egli scrive (Orationes, fol. 35, in nuptias): haec efficit ut homines parum a Diis distare videantur. — Un altro entusiasta del medesimo tempo è Joh. Garzeonius, De dignitate urbis Bononiae, (Murat. XXI, col. 1163).
478. Petrarca, Epp. seniles. III, I, (p. 765), e in altri luoghi citati. La lettera cui si allude, è diretta al Boccaccio, che sembra aver pensato ugualmente.
479. Franco Sacchetti nella Novella 151 mette in ridicolo le loro dottrine.
480. Giov. Villani, III, I, X, 39.
481. Giov. Villani, XI, 2, XII, 4.
482. Anche l'autore degli Annales Placentini, (Murat. XX, col. 931), quell'Alberto da Ripalta menzionato a pag. 320 del voi. I, si associa a questa polemica. Ma il passo è notevole sotto un altro punto di vista, cioè perchè contiene le opinioni di quel tempo sulle nove comete allor conosciute e chiamate ciascuna con un nome. — Cfr. Giov. Villani, XI, 67.
483. Paul. Jov. Vita Leonis X, L. III, dove anche in Leone stesso è visibile una credenza almeno nei pronostici.
484. Jo. Pici Mirand. Adversus astrologos Libri XII.
485. Secondo Paul. Jov. Elogia literat. sub tit. Jo. Picus, il suo effetto sarebbe stato ut subtilium disciplinarum professores a scribendo deterruisse videatur.
486. De rebus coelestibus.
487. In S. Maria del Popolo a Roma. — Gli angeli ricordano la teoria di Dante nel principio del «Convito».
488. Questo è veramente il caso di Antonio Galateo, che in una lettera a Ferdinando il Cattolico (Mai, Spicil. roman. vol. VIII, p. 226, dell'anno 1510) rinnega apertamente l'astrologia, e in un'altra al Conte di Potenza (ibid. p. 539) dallo studio dei pianeti conclude, che i Turchi attaccherebbero nuovamente Rodi.
489. Ricordi, l. c. N. 57.
490. Un numero sterminato di simili superstizioni ascrive il Decembrio all'ultimo dei Visconti (Murat. XX, col. 1016 e segg.).
491. Varchi, Storie fiorent. L. IV (p. 174). I presentimenti e le profezie ebbero allora la stessa importanza a Firenze, come una volta in Gerusalemme assediata. Cfr. ibid, III, 143, 195, IV, 43, 177.
492. Matarazzo, Arch. Stor. XVI, II, p. 208.
493. Prato, Arch. Stor. III. p. 324, all'anno 1514.
494. Come fece la Madonna dell'Arbore nel duomo di Milano l'anno 1515; cfr. Prato, l. c. p. 327. Il medesimo cronista racconta che nello scavare le fondamenta per costruir la cappella dei Trivulzi (in S. Nazaro) si trovò un dragone della grandezza di un cavallo; si portò la testa nel palazzo dei Triulzi e si gettò via il resto.
495. Et fuit mirabile quod illico pluvia cessavit. Diarum Parmense presso Murat. XXII, col. 280. Quest'autore partecipa di quell'odio concentrato contro gli usurai, di cui è pieno il popolo. Cfr. col. 371.
496. Conjurationis Pactianae Commentarius, nelle Appendici al Roscoe, Vita di Lorenzo. — Del resto il Poliziano era almeno avverso all'astrologia.
497. Poggii facetiae, fol. 174. — Aen. Sylvius: De Europa, c. 53, 54 (Opera, p. 451, 455): egli racconta almeno prodigi veramente accaduti, per esempio, combattimenti di animali, apparizione di nuvole ecc. e li dà realmente come singolarità, quand'anche faccia menzione delle sorti che vi vanno connesse.
498. Poggii facetiae, fol. 160; cfr. Pausaniae, IX, 20.
499. Varchi, III, p. 195. Due persone sospette si risolvono di fuggir dallo Stato, perchè consultarono Virgilio (Aen. III, vs. 44). — Cfr. Rabelais, Pantagruel, III, 10.
500. Certe fantasie di dotti, come, per esempio lo splendor o lo spiritus di Cardano e il daemon familiaris di suo padre, noi le lasciamo in disparte. Cfr. Cardanus, De propria vita, cap. 4, 38, 47. Egli stesso era contrario alla magia, cap. 29. Prodigi e spettri che egli vide, cap. 37, 41. — Quant'oltre andasse la paura degli spettri nell'ultimo dei Visconti, veggasi nel Decembrio presso il Murat. XX, col. 1016.
501. Parte II, Nov. I.
502. Bandello, III, Nov. 20. Veramente non era che un amante, il quale voleva spaventare il marito della sua bella e distorlo dall'abitare un palazzo. Egli e i suoi si travestirono da demonii; e fu fatto perfino venire da altro paese un tale, che era capace di contraffare la voce e il grido di tutti gli animali.
503. Graziani, Arch. Stor. XVI, I, p. 640. ad a. 1467. L'amministratore morì di spavento.
504. Balth. Castilionii Prosopopeja Lud. Pici.
505. Gio. Villani, XI, 2. Egli intese la cosa dall'abate de' Vallombrosani, al quale l'aveva narrata l'eremita stesso.
506. Di ciò che le maliarde potessero nell'antico tempo romano, non rimangono che scarsissimi cenni. Della trasformazione di un uomo in un asino nel secolo XI sotto Leone IX veggasi in Malmesbur, II, § 171 (vol. I, p. 282).
507. Questo potrebbe essere stato il caso della singolare ossessa, che intorno al 1513 fu consultata a Ferrara ed altrove da alcuni grandi di Lombardia per udirne le profezie; essa si chiamava Rodogina. I particolari in Rabelais Pantagruele, IV, 58.
508. Jov. Pontan. Antonius.
509. Graziani, Arch. Stor. XVI, I, p. 565, ad a. 1445, parlando di una strega di Nocera, che offerse soltanto la metà e fu arsa. La legge colpisce quelle che facciono le fature ovvero venefitie ovvero encantatione d'immundi spiriti a nuocere.
510. Lib. I, op. 46, Opera, p. 531 e segg. Invece di umbra a pag. 532 deve leggersi Umbria, e invece di lacum leggasi locum.
511. Più tardi lo dice Medicus ducis Saxoniae, homo tum dives, tum potens.
512. Una specie di baratro infernale si conosceva nel secolo XVI non lungi da Ansedonia in Toscana. Era una caverna, dove nell'arena scorgevansi tracce d'animali e d'uomini, che, anche cancellate, tornavano a riapparire il giorno seguente. Uberti, il Dittamondo, L. III, cap. 9.
513. Pii II Comment. L. I, p. 10.
514. Benv. Cellini, L. I, cap. 65.
515. L'Italia liberata dai Goti, Canto XXIV. Si può chiedere, se il Trissino stesso creda alla possibilità delle sue descrizioni ovvero se si tratti soltanto di un elemento di poesia romanzesca. Il medesimo dubbio è permesso di fronte al suo probabile modello, Lucano (Canto VI), dove la maga tessala scongiura un morto per compiacere a Sesto Pompeo.
516. Septimo Decretal. Lib. V, tit. XII. Essa comincia: Summis desiderantibus affectibus, ecc. Incidentalmente io mi credo permesso di osservare, che qui, studiando più a fondo l'argomento, scompare affatto ogni idea di uno stato di cose originariamente obbiettivo, di un avanzo di credenze pagane, e così via. Chi vuol persuadersi, come la fantasia dei monaci mendicanti sia l'unica sorgente di tutti questi delirii, tenga dietro, nelle Memorie di Jacopo du Clerc, al così detto processo contro i Valdesi tenuto in Arras nell'anno 1459. Soltanto dopo uno studio secolare di essi anche la fantasia popolare si persuase delle arti, colle quali in simili cose si era usati di procedere e che in allora nuovamente si riprodussero.
517. Di Alessandro VI, di Leon V, di Adriano VI, l. c.
518. Proverbialmente nominata come il paese delle streghe: per esempio, nell'Orlandino, cap. I, str. 12.
519. Per esempio il Bandello, III, Nov. 29, 52. Prato, Arch. Stor. III, p. 408. — Bursellis, Annal. Bonon. ap. Murat. XXIII, col. 897, parla già ancora all'anno 1468 della condanna di un priore dell'ordine dei Serviti, che teneva un vero bordello di spiriti: cives Bononienses cum Daemonibus coire faciebat in specie puellarum. Egli faceva dei veri sacrifici ai demonii. — Un riscontro a ciò in Procop. Histor. arcana, c. 12, dove un lupanare vero è frequentato da un demonio, che getta gli altri frequentatori sulla pubblica via.
520. Sugli schifosi ingredienti di cui si compone la cucina delle streghe, veggasi la Macaroneide, Phaut. XVI, XXI, dove si espongono distesamente tutte le loro ribalderie.
521. Nel Ragionamento del Zoppino. Egli crede che le cortigiane apprendessero le loro arti da certe femmine ebree, che possedevano certe malìe.
522. Varchi, Stor. fiorent. II, p. 152.
523. Questa riserva fu poscia espressamente accentuata. Corn. Agrippa, De occulta philosophia, cap. 39.
524. Septimo Decretal. l. c.
525. Zodiacus, Vitae, XII. 363, 529. Cfr. X, 393 o segg.
526. Ibid. IX, 201 e segg.
527. Ibid. X, 770 e segg.
528. Il tipo mitico degli stregoni nei poeti di allora è, come tutti sanno, Malagigi. Dipingendo questa figura il Pulci si esprime anche teoricamente sui limiti della potenza dei demonii e degli scongiuri (Morgante. Canto XVIV, str. 106 e segg.). Peccato che non si possa sapere quanto sul serio egli prendesse la cosa. (Cfr. Canto XXI).
529. Polidoro Virgilio era bensì italiano di nascita, ma la sua opera De prodigiis non fa che constatare sostanzialmente le superstizioni d'Inghilterra, dov'egli passò la sua vita. Parlando però della prescienza dei demonii, egli fa una singolare applicazione delle sue teorie al Sacco di Roma del 1527.
530. Tuttavia l'assassinio per lo meno è ben di rado lo scopo e forse mai il mezzo. Un dissoluto, quale era Gilles de Retz (intorno al 1440), il quale sacrificò ai demonii più di cento fanciulli, non trova in Italia neanche un lontano riscontro.
531. Cfr. l'importante scritto di Roth Virgilio Mago nella «Germania» di Pfeiffer, IV. — Il sorgere di Virgilio nel posto dell'antico teleste può probabilmente spiegarsi dai frequenti pellegrinaggi alla sua tomba, che ancora al tempo imperiale devono aver colpito la fantasia popolare. — Sul telesma di Parigi, v. Gregorio Turon. VIII, 33.
532. Uberti, Dittamondo, L. III, c. 14.
533. Ciò che segue veggasi in Giovanni Villani, I, 42, 60, II, 1, III, 1, V, 38, XI, 1. Egli stesso non crede a simili empietà. — Cfr. Dante, Inferno, XIII, 146.
534. Giusta un frammento riportato dal Baluz. Miscell. IX, 119, una volta nei tempi antichi gli abitanti di Perugia ebbero guerra con quelli di Ravenna, et militem marmoreum, qui juxta Ravennam se continue volvebat ad solem, usurpaverunt et ad eorum civitatem virtuosissime transtulerunt. Probabilmente una figura simbolica anche questa del destino.
535. La credenza locale su questo fatto riscontrasi registrata negli Annal. foroliv. presso Murat. XXII, col. 207, 288; e con molte amplificazioni la cosa stessa è narrata da Filippo Villani, Vite, p. 43.
536. Platina, Vitae Pontiff, p. 320: veteres potius hac in re quam Petrum, Anacletum et Linum imitatus.
537. E che si sente, per esempio nel Suggero De consecratione ecclesiae (Duchesne, Scriptores, IV, p. 355) e nel Chron. Petershusanum, I, 13 e 16.
538. Cfr. anche la Calandra del Bibbiena.
539. Bandello, III, Nov. 52.
540. Ibid. III, Nov. 29. Il negromante si fa promettere con solenni giuramenti il segreto, in questo caso con promessa giurata sull'altare di S. Petronio in Bologna, quando la chiesa era al tutto deserta. — Una buona raccolta di scongiuri magici trovasi nella Macaroneide, Phantas. XVIII.
541. Benv. Cellini, I. c. 64.
542. Vasari, III, 143, Vita di Andrea da Fiesole. Era Silvio Cosini, il quale del resto «era persona, che prestava fede agli incanti e simili sciocchezze».
543. Uberti, il Dittamondo, III, cap. I. Egli visita anche nella Marca d'Ancona Scariotto, pretesa patria di Giuda e soggiunge: «A questo punto io non posso neanche pretermettere il Monte di Pilato, col suo lago, dove per tutta l'estate si tiene una guardia continua e regolare; perocchè chi s'intende di magia, sale colassù con misterioso volo per consacrarvi il suo libro, dietro di che si alza un gran turbine, come dicono le genti del luogo». Il consacrare i libri è, come notammo a pag. 344, una ceremonia speciale diversa affatto dallo scongiuro propriamente detto. — Nel secolo XIV l'ascendere al Monte di Pilato (Pilatusberg) presso Lucerna era cosa proibita «sotto pena della vita e della confiscazione dei beni», come ce ne assicura il lucernese Diebold Schilling (pag. 67). Si credeva che nel lago, che è sul dosso del monte, vi fosse uno spettro, che doveva essere «lo spirito di Pilato». Quando lassù giungeva qualcuno e gettava qualche cosa nel lago, immediatamente sollevavansi turbini spaventosi.
544. De obsidione Tiphernatium 1474. (Rerum Italic. scriptores ex florent. codicibus, Tom. II).
545. Di questa specie particolare di superstizione molto diffusa (intorno al 1520) fra i soldati si ride Limerno Pitocco nell'Orlandino, cap. V, str. 60.
546. Paul. Jov. Elegia liter. sub voce Cocles.
547. In Giovio qui parla in modo speciale l'arguto pittore di ritratti.
548. E precisamente consultando le stelle, perchè Gaurico non conosceva la fisiognomia; ma pel suo proprio destino egli era rinviato alla profezia di Cocle, perchè suo padre aveva trascurato di registrare il suo oroscopo.
549. Paul. Jov. l. c. sub voce Tibertus.
550. Le notizie più necessarie intorno a queste specie accessorie della magia possono vedersi in Corn. Agrippa, De occulta philosophia, cap. 57, 52.
551. Libri, Hist. des sciences mathémat. II, p. 122.
552. Novi nihil narro, mos est publicus (Remed. utriusque fortunae, pag. 93); una delle parti di questo libro scritte con più vivacità e ab irato.
553. Il passo principale presso Trithem. Annal. Hirsaug. II, pag. 286 e seg.
554. Neque enim desunt, dice Paul. Jov. Elogia liter. sub voce Pompon. Gauricus. Cfr. ibid. sub voce Aurel. Augurellus. — Macaroneide, Chant. XII.
555. Ariosto, Sonetto 34.... non creder sopra il tetto. Il poeta riferisce ciò con fina malizia ad un magistrato, che in una questione di dare ed avere aveva deciso a danno di lui.
556. Narrazione del caso del Boscoli, Arch. Stor. I, p. 273 e segg. — L'espressione solita era: non aver fede. Cfr. il Vasari, VII, p. 122, Vita di Piero di Cosimo.
557. Jov. Pontan. Charon.
558. Faustini Terdocei Triumphus Stultitiae, L. II.
559. Così il Borbone Morosino intorno al 1460, cfr. Sansovino, Venezia, L. XIII, p. 243.
560. Vespas. Fiorentino, pag. 260.
561. Orationes Philelphi, fol. 8.
562. Septimo Decretal. L. V, tit. III, cap. 8.
563. Ariosto, Orl. furioso, canto VII, str. 61. — Messa in ridicolo: Orlandino, cap. IV, str. 67, 68. (Cfr. pag. 71). — Cariteo, membro dell'accademia napoletana del Pontano, si vale della preesistenza delle anime per glorificare la missione della casa d'Aragona. Roscoe. Leone X, ed. Bossi, II, p. 288.
564. Orelli, ad Cicer. de Republ. L. VI. — Cfr. anche Lucan. Pharsal, IX, sul principio.
565. Petrarca, Epp. famil. IV, 3 (p. 629), IV, 6 (p. 632).
566. Fil. Villani, Vite, p. 15. Questo notevole passo, dove le opere meritorie sono retribuite in senso pagano, suona così: che agli uomini fortissimi, poichè hanno vinto le mostruose fatiche della terra, debitamente sieno date le stelle.
567. Inferno. IV, 24 e segg. — Cfr. Purgatorio, VII, 28, XXII, 109.
568. Questo cielo pagano trovasi espressamente anche nell'epitaffio dello scultore Nicolò dell'Arca:
Nunc te Praxiteles, Phidias, Polictetus adorant
Miranturque tuàs, o Nicolae, manus.
(Presso il Bursellis. Annal. Bonon. Murat. XXII, col. 912).
569. Nel suo Actius, scritto più tardi.
570. Cardanus, De propria vita, cap. 13; non poenitere ullius rei quam voluntarie effecerim, etiam quae male cessisset: senza di ciò io sarei stato l'uomo più infelice del mondo.
571. Discorsi, L. II, cap. 2.
572. Del governo della famiglia, p. 114.
573. Come saggio, ecco la breve Ode di M. Antonio Flaminio, che fa parte de' suoi Coryciana (v. vol. I, pag. 360, nota):
«Dii. quibus tam Coryciùs venusta
Signa, tam dives posuit sacellum,
Ulla si vestros animos piorum
Gratia tangit,
Vos jocos risusque senis faceti
Sospites servate diu; senectam
Vos date et semper viridem et Falerno
Usque madentem.
At simul longo satiatus aevo
Liquerit terras, dapibus Deorum
Laetus intersit, potiore mutans
Nectare Bachum».
574. Firenzuola. Opere, vol. IV, p. 147 e segg.
575. Nic. Valori; Vita di Lorenzo, passim. — La bella istruzione a suo figlio, il cardinale Giovanni, presso Fabroni, Laurent. Adnot. 178 e nelle Appendici di Roscoe, Vita di Lorenzo.
576. Joh. Pici Vita, auct. Joh. Franc. Pico. — La sua Deprecatio ad Deum, nella Deliciae poetar. italor.
577. Sono i canti intitolati: l'Orazione (Magno Dio, per la cui costante legge ecc. presso Roscoe, Leone X, ed. Bossi, VIII, p. 120), l'Inno (Oda il sacro inno tutta la natura ecc. presso Fabroni, Laurent. Adnot. 9). L'Altercazione (Poesie di Lorenzo il Magnifico, I, p. 265); nell'ultima Raccolta sono stampate anche le altre poesie qui nominate.
578. Se si potesse credere che il Pulci in qualsiasi punto del suo Morgante tratti sul serio le cose religiose, ciò dovrebbe valere specialmente rispetto al canto XVI, str. 6: il discorso in senso deistico della bella Antea, che è pagana, è forse l'espressione la più spiccata del modo di pensare, che prevaleva fra gli amici di Lorenzo: i discorsi poi del demonio Astarotte altrove citati (v. pag. 301 e 306 nota) ne formano come il complemento.