CAPITOLO XLV. Nemici dell'impero. I Germani. Costantino.

Questi nomi di Barbari ci avvertono ch'è tempo di far conoscere coloro, contro cui l'impero oggimai non tentava conquiste, ma cercava difese.

Nell'immenso spazio occupato da questo impero (t. III, p. 272) poche città e poche provincie conservavano un'indipendenza di puro nome, come sarebbe nelle Alpi il re Cozio, possessore di dodici città, di cui era capo Susa (Segusia): il resto obbediva agli ordini ed ai magistrati che venivano da Roma o da Milano. Ma chi scorresse quel confine, sentiva d'ogni parte fremere popoli, che minacciavano rialzarsi contro questa universale tiranna, non appena la compressione si rallentasse.

Dell'Africa settentrionale occupavano i Romani si può dir tutto il territorio abitabile, spintisi anche più volte fra le gole del monte Atlante. I Bereberi, i Getùli, i Mori o si scagliavano nel deserto rubando, o coltivavano le oasi, non domabili perchè non istanziati: e da essi il Romano traeva gli agrumi, la porpora delle loro rupi, le fiere per gli anfiteatri, l'avorio e gli schiavi negri. Ma di mano in mano che l'oppressione e l'esorbitanza de' tributi sminuivano la popolazione nei paesi sudditi a Roma, Mori e Getuli riconducevano gli armenti sulle campagne abbandonate, saccheggiando e fuggendo, e vendicando come un'ingiuria i supplizj che di loro pigliasse un'autorità che non riconoscevano. Cresciuti d'ardimento collo scemare della potenza romana, respinsero la civiltà sempre più verso le coste; e all'aprire del IV secolo, alcuni principi mori già avevano piantato dominj alle falde dell'Atlante e fra il deserto e la risorta Cartagine. Aspiravano però all'indipendenza non alla conquista; sicchè Roma non n'aveva a temere che di vedersi sottratto qualche terreno.

Nubia e Abissinia non erano soggette ai Romani. Altri Barbari circondavano l'Egitto, quali i Mori Nasamoni sulla riva occidentale del Nilo, e sulla orientale gli Arabi. Sopra la grande penisola dell'Asia meridionale, che gli Europei intitolano Arabia, i Romani vantarono qualche trionfo: all'effetto s'avvidero come natura non abbia fatto quei popoli per rimanere soggetti, nè acconci ad una stabile civiltà. Valeansi dunque di loro per trafficare coll'India; talvolta ne prendevano agli stipendj la cavalleria, senza pari al mondo per l'instancabile ardore e la docilità dei cavalli: ma nulla più che scorrerie pareano a temersi da un popolo, che trecencinquant'anni più tardi, svegliato alla voce di Maometto, doveva in men di uno conquistare più paesi che non Roma in otto secoli.

I Parti aveano soggiogato l'Armenia, che allora stendeasi ad oriente dell'Eufrate, da Satala fino alla spina di monti che costeggia il mar Caspio; e col porre un ramo degli Arsacidi sul trono d'Artaxata, erano venuti a contatto coll'impero. Ma quando li rimise al giogo la risorta schiatta persiana, anche l'Armenia ricuperò l'indipendenza, e si strinse ai Romani coi legami della religione. I Sassanidi, che aveano rinnovato l'impero della Persia, lo crebbero a segno, da sembrare il solo emulo formidabile del Campidoglio.

Ma più che i quaranta milioni obbedienti al re dei re doveva riuscire funesta a Roma la libertà de' popoli del Settentrione, che incolti e vigorosi, aspettavano il cenno di Dio per avventarsele e vendicare l'universo. Dai primordj della civile società, la stirpe che denominano indo-germanica si stese in diverse direzioni sopra la terra (t. I, p. 36); e gli uni, vôlti alla Persia, all'India, al Tibet, crearono o conservarono una civiltà meravigliosa; altri, costeggiando il mar Nero e il Caspio, si spiegarono dalla Siberia all'Eusino, e da tre bande inondarono l'Europa. Gli uni, per le montagne di Tracia, la Macedonia e l'Illiria vennero assidersi fra gli ulivi e i laureti della Grecia; e a quei miti soli e alla limpida aria indocilendo la natìa rozzezza, e temperando la fervida fantasia coll'armonico sentimento, crearono la più eletta immagine del bello, mercè della quale primeggiò la stirpe greca. Ma questa, all'ora ove siamo col nostro racconto, ha compiuto la sua missione, non più s'inorgoglia che di rimembranze, nè s'occupa che di diverbj, come i popoli decaduti: mentre sul teatro politico appajono la stirpe gotica e la teutone, che la lunga separazione rese affatto disformi dalla prima, benchè il linguaggio, anche dopo tante modificazioni, ne attesti la comune origine.

L'arrivo de' Germani in Europa rimonta forse a quattordici secoli avanti Cristo; ed otto o nove ne tennero a dilatarsi dal Dniester al Pruth, e sul paese fra l'Ural e i Crapak. Tendendo continuo verso occidente, spingendo i Cimri, e spinti essi medesimi degli Slavi, trovaronsi arrestati dall'impero romano al tempo di Augusto, sicchè voltarono la fronte contro gli Slavi, e rincacciatili, poterono assodarsi nel vasto paese, che poi collettivamente si chiamò Germania o Alemagna.

Solo da quel punto la storia si prende cura di essi, e ci addita la stirpe gotica nelle montagnose foreste della Scandinavia; la teutonica sulle rive dell'Elba e del Reno, attenta ad esercitare la naturale vigoria, e mantenere gelosamente l'indipendenza, fidando nell'indomito suo coraggio. I primi di questi popoli che i Romani abbiano conosciuti, sono i posti avanzati che Cesare trovava sulle frontiere della Gallia; erranti, scomunati, senza proprietà fissa, nè agricoltura, nè vanto che del distruggere. Tacito conobbe quelli sulle rive del Reno, e seppe che, dietro alle popolazioni nomadi corseggianti al confine, n'esisteano di fisse, aventi lavoro, proprietà, poteri ereditarj, culto pubblico: ma le sue cognizioni non arrivavano che dove gli eserciti romani, onde fermavansi all'Elba, nè di là seppe altro che nomi.

Quando, imperante Augusto, i Romani ebbero particolarmente a fare coi popoli sul Danubio, li designarono col nome di Germani, che probabilmente i Galli avevano applicato a qualche orda venuta di qua dal Reno, e che poi fu accomunato a tutta la gente che, nel primo secolo, abitava dal Reno ai Carpazj e alla Vistola, e dal Baltico e dal mar Germanico fino al monte Cezio (Kalengebirge) e al Danubio; oltre quelli diffusi lungo questo fiume sin all'Eusino, e piantati nella Scandinavia. Probabilmente queste popolazioni diverse attribuivansi la generale denominazione di Daci (Deutsch) o Teutoni, ma nomi speciali deducevano da particolari circostanze; come gli Svevi da schweifen errare, o da swee, see il mare; i Sassoni, da sitzen stare seduti, o da saks spada corta; i Longobardi dalle labarde o dalle barbe prolisse; i Franchi da franke lancia; i Marcomanni dallo star vicini alla frontiera (marca); i Vandali da wand acqua, perchè forse da principio abitassero al mare o su qualche grosso fiume.

Queste medesime denominazioni son però male determinate, e nuova confusione proviene dall'uso degli antichi d'attribuire ai popoli deboli e vinti il nome del potente e vincitore. Per quanto ci è dato scorgere tra quel bujo, questi popoli si unirono in federazioni, simili a quelle degli Etruschi antichi e degli Svizzeri moderni, accordate in prima per resistere, in appresso per nuocere alla potenza romana. Sembra ancora che, verso il secondo secolo, alle varie genti prevalessero alcune, in modo da comparire otto nazioni, che paragoneremmo ad otto corpi di esercito; cioè Vandali, Burgundi, Longobardi, Goti, Svevi, Alemanni, Sassoni e Franchi.

Anche popolazioni sarmate, cioè di quella che or chiamiamo Russia, scesero in Europa; e principalmente formidabili furono i Rossolani e gli Jazigi, scorridori inarrivabili, contro cui i Romani alzarono un vallo fra il Theiss e il Danubio, senza per questo ottenere sicurezza.

Secondo l'Edda, libro sacro e poetico in cui è deposta la mitologia scandinava, Heimdall figliuolo di Odino (Wodan), scorrendo il mondo, generò tre figli: primo il Servo, nero, colle mani callose e gobbo; secondo il Libero, con capelli biondi, viso rosato, occhi sfavillanti; terzo il Nobile, col guardo penetrante di un dragone, gote vermiglie, capelli argentei. E quei che nacquero da ciascuno furono servi, liberi o nobili come essi. I figli del nobile aguzzarono le freccie, domarono cavalli, brandirono lancie: ultimo fu il re che conobbe i numi, comprese il canto degli uccelli, seppe calmare i flutti, estinguere gl'incendj, sopire i dolori[18].

Qui avete delineata la costituzione primitiva della nazione scandinava, la quale si riprodusse nelle principali razze germaniche. Un Dio padre; tre Caste d'uomini, diversi per natura; vero e assoluto libero non era che il capo; in dipendenza da lui gli altri si trovavano o liberi o no, e i figliuoli seguivano la condizione del padre. Correva però divario tra le famiglie semplicemente libere ed i tenitori delle grandi possessioni, ai quali soli spettava il voto nelle adunanze, fors'anche il sacerdozio, e tra essi eleggevansi i re[19]. I liberi erano capaci di tutti i diritti.

La nobiltà, fosse patriziato religioso, o privilegio delle famiglie e dei conti, sembra fosse ridotta ad una distinzione affatto personale, che non dava prevalenza nel governo o nell'amministrazione della giustizia; se non che ad essa erano privilegiate alcune dignità, come in Roma ai cittadini d'ottimo diritto. Non potevano i nobili sposarsi con liberi, nè questi con schiavi. Il restante popolo serviva in guerra col titolo di liti (leute, gente), o con quello di coloni lavorava i campi. I coloni avevano casa e famiglia propria, coltivando il terreno cui erano affissi in perpetuo, senz'altro che pagar al signore un canone in derrate, in bestiame o in panni. A costoro, e a servi, affrancati, donne, vecchi, infermicci lasciavansi i campi e le arti, mentre ai liberi restavano la guerra per occupazione, la caccia per divertimento, il saccheggio per industria.

È antico il vezzo de' malcontenti di cercare fra i Barbari quella moralità, che dicono scomparsa d'infra la gente civile. Così lo storico Tacito esagerò la bontà morale de' Germani per farne raffaccio ai Romani; anche i santi Padri gli elevarono sopra di questi, perchè non ne aveano la raffinata corruttela: ma vuolsi distinguere l'ignoranza de' vizj dalla pratica ragionata delle virtù. Appena cessassero dalla caccia o dalla guerra, piombavano, come tutti i Barbari, dall'eccesso della fatica nell'inerzia assoluta; restavano poveri, perchè nulla si esaurisce più presto che il saccheggio; e ignudi e sudici passavano l'intero giorno al focolare sguazzando la preda, e poltrendo, bagnandosi, straviziando, alle violenti emozioni del giuoco abbandonandosi con tale frenesia, da mettere s'un trar di dadi l'avere, la moglie, i figli, se stessi. Tra i conviti, loro delizia, ponevano in discussione gli affari di maggior momento, serbandosi a deciderne il domani a mente riposata. Qualunque capitasse, otteneva franca ospitalità, e dava occasione di banchettare gli amici, e d'eccedere in voracità e bagordi. Mentre i meno ricchi mesceano bevande forti in tazze formate del cranio di nemici, i doviziosi traevano il vino dalle terre dell'impero, e scaldati da questo, rompevano a risse ed a violenze mortali, dimenticando le accordate paci, e ridestando antiche vendette.

Non bollente di voluttuosi istinti come nell'Asia, più che la bellezza l'uomo pregiava nelle donne la prudenza, il valore, la castità. Sposate in età abbastanza matura, non venivano al marito con vezzi e cervello e passioni fanciullesche come in Asia, ma tali da ragionar l'obbedienza: onde inspiravano più saldo affetto, e ottenevano grand'ascendente sugli uomini. In casa attendevano all'ago, al pennecchio, ai campi; in guerra seguivano gli uomini incorandoli, talora combattendo, sempre pigliando in cura i feriti. Una fanciulla macchiava la verginale onestà? fosse pur bella e ricca, più non trovava nozze; l'adultera era severamente punita; la poligamia permessa soltanto ai re ed ai grandi come distintivo d'onore. Non che le mogli recassero dote al marito, questo le comprava dal futuro suocero con doni, che consistevano per lo più in un par di bovi, un cavallo bardato, e scudo e lancia; cui la sposa ricambiava con una compita armadura, simbolo della comunione di beni e di fatiche.

Quando un garzone se ne fosse reso degno con qualche bella lode, riceveva asta e scudo dal padre o da alcun ragguardevole Germano nell'adunanza degli uomini; e d'allora più non li deponeva, assistendo armato alle assemblee, a banchetti, a giudizj, a giuochi, a sacrifizj; sulle armi giurava come sacre; coll'armi e col cavallo era sepolto.

A tutti i liberi possidenti era un dovere, anzi un diritto il militare; e in occasione di guerra nazionale tutti convocavansi col bando militare o eribanno per proteggere la patria. Altre volte un capo qualunque radunava in banda armata i suoi clienti, o chiunque preferisse i rischi al riposo ed al lavoro, e s'avventurava in nuovi paesi. Supremi loro distintivi erano l'amore dell'indipendenza, e il diletto d'esercitare liberamente le forze: quindi il mettersi a pericolo con baldanza spensierata, non curarsi della sorte dei vicini, combatter domani quelli con cui jeri trovavansi in lega; manìa di libertà, che associandosi colla dipendenza militare, diede origine alla feudalità.

Tra gente siffatta dovevano frequentare occasioni di guerra; e quand'anche gli storici nol dicessero, la mobilità di quelle tribù è attestata dalla grande migrazione. Questa a torto vien dipinta quasi un'improvvisa vertigine generale, un subito levarsi de' Germani ed irrompere sull'impero, o perchè giurati in lega d'armi a guerra finita, o perchè rincalzati da un'onda di Jung-nu che fossero espulsi dalla Cina, e che a torto si confondono cogli Unni. Il movimento era continuato da secoli, e queste popolazioni derivate dall'Oriente (matrice dei popoli, più vera che non il Settentrione), or più or meno, ma incessantemente si erano dilatate pel nord dell'Europa, spingendosi e respingendosi a vicenda, contrastate da indigeni, da Boj, da Lettoni, da Celti.

Forse per incalzo dei Germani, i Galli erano piombati sui paesi meridionali e nella nostra penisola, fin a distruggere Roma col loro Brenno (t. I, p. 493), e prendere stanza nell'Italia superiore. I Teutoni al tempo di Mario valicarono le Alpi: Cesare impedì che con Ariovisto occupassero l'Elvezia. Incontratisi con quest'altra onda romana, che in senso contrario invadeva il paese, ne restarono lungo tempo frenati, non però quieti.

Il Danubio, divenuto frontiera settentrionale dell'impero, come il Reno fu munito con una schiera di fortificazioni e con uno spalto di terra da Ratisbona fin al confluente del Lahn, le quali impedissero le correrie dei Germani non soggiogati, mentre quelli di qua dal fiume accettavano i modi, l'industria e l'oppressione dei vincitori. Questi sulle prime eransi proposto di sottomettere i Germani come avean fatto dei Galli, svellendone i costumi, il governo, la lingua: ma lo sterminio di Varo (t. ii, p. 375) mostrò impossibile l'impresa, e che invece d'assalirli a visiera alzata, conveniva alimentare fra essi le discordie, or questi or quelli favorendo. Con ciò i Romani riuscirono a farsene alleati alcuni, come i Cherusci e i Batavi; alcuni tributarj, come i Frisoni e i Caninefati; o snervare i loro capi coi godimenti della civiltà.

Non però rimanevansi tranquilli alle loro sedi; ed ora i Cherusci insorgevano pel valore di Erminio; ora Maroboduo snidava i Boj dall'antica sede, e vi piantava nuove genti; ora Claudio Civile rialzava la fortuna dei Batavi. E furono vinti spesso; ma se l'orgoglio romano si vantava d'avere volta per volta distrutti questi popoli, essi lo smentivano col sorgere più rigogliosi di prima a lanciare nuovi colpi contro il non più immobile sasso del Campidoglio.

Trajano, spintosi ben addentro nel nord-est, potè ridurre a provincia la Dacia, ponendovi numerosa colonia di soldati, che misti coi natii, formarono la gente dei Valacchi, superbi anche adesso della romana origine. Sotto Marc'Aurelio i Marcomanni riuscirono fino ad Aquileja, e d'allora crebbe il numero degli Alemanni che Roma adoprò in guerra, nelle magistrature e nelle colonie.

Duravano dunque da molti secoli e i moti interni e le migrazioni. Fame, peste, diluvj, allettamento di patria migliore, baruffe intestine, oracoli, emulazioni di re, avidità di bottino, di conquiste, di sangue, traevano alcun popolo a respingere un altro: talvolta un capo colla numerosa banda de' suoi fedeli, o con una tribù, cominciava correrie; e dal fare preso ardimento al fare, spingeva le imprese più che prima non avesse immaginato. Il paese che abbandonavano non lasciava ad essi nè rimembranze nè desiderj, giacchè portavano seco gli Dei, le famiglie, le ossa dei progenitori, tutte le cose che fanno cara la patria.

Allora poi che videro i Romani indeboliti lentarsi nella resistenza, cedere alcune provincie, in altre non opporre che una muraglia, più innanzi s'ardirono; ed allettati dal predare paesi colti e ricchi, e dall'umiliare la nazione che li chiamava barbari, irruppero tutti insieme; come al fiaccarsi della diga precipita il nostro Po sulle circostanti campagne, senza che per questo si dica esserne allora cominciati il corso e la foga. Che però l'impulso venisse di lontano, parrebbe provato dal vedere che i primi invasori non sono già i popoli confinanti, bensì i più remoti: gli Unni dal Volga; poi gli Alani dal Tanai e dal Boristene; poi i Vandali dalla Pannonia; seguono i Goti dalla Germania settentrionale, indi dalla centrale Eruli e Turingi, in appresso i Franchi dalla meridionale, e i Borgognoni dalla grande Polonia.

I più segnalati fra questi popoli sono i Goti, che provenivano essi pure dall'Asia, e precisamente dai contorni del lago Aral, dove ebbero il nome di Messàgeti o Geti[20]: poi sembra pigliassero stanza nella penisola scandinava e attorno al Baltico, divisi in Ostrogoti od orientali, e Visigoti od occidentali, secondo la loro posizione colà; nomi che conservarono poi nelle successive migrazioni. Aggiunge la nazionale leggenda, che in tre vascelli uscirono dalla Scandinavia, uno dei quali essendo rimasto indietro, a quei che lo salivano restò il nome di Gepidi, cioè infingardi.

Sarebbero dunque tre famiglie della nazione stessa: ma qual conto fare di tradizioni, alterate sulle bocche, e spesso mutate di gente in gente? Fatto è che i Goti ci appajono una nazione battagliera e numerosa, che meglio d'ogni altra germanica ebbe il concetto della monarchia ereditaria, dipendendo, non obbedendo, gli Ostrogoti alla stirpe degli Amali, i Visigoti a quella dei Balti, che si vantavano progenie degli Ansi loro semidei, e tra essi la nazione sceglieva il re.

Dapprima seguirono il corso della Vistola, poi la catena de' Carpazj: al tempo degli Antonini abitavano quella che oggi è la Prussia, donde mossi, abbracciarono o sospinsero Eruli, Burgundi ed altri, bevettero alle foci del Boristene e del Tanai, e trovaronsi dinanzi la Dacia, ove un popolo laborioso coltivava campi gratissimi, s'arricchiva colle industrie, e nella diuturna pace aveva trascurato le difese contro nemici che reputava abbastanza discosti. Con poca difficoltà i Goti la invasero, e Decio imperatore, venuto in persona a combatterli, vi perdè la battaglia e la vita. Il successore di nulla si mostrò più premuroso che di lasciar liberamente tornarsene i Barbari, carichi di preda e di baldanza; che più? s'obbligò a loro di annuo tributo. Non era il modo d'invogliar altri all'attacco? Sempre nuovi sciami irrompevano in fatto sulle provincie limitrofe come a preda sicura, respinti talvolta, reduci sempre, tanto più mentre gli eserciti si trovavano impegnati fra emuli imperatori.

Piantatisi nell'Ucrania, i Goti vennero ben presto signori della costa settentrionale dell'Eusino, donde corseggiarono le ricche e molli provincie dell'Asia Minore. Usciti poi dall'Ellesponto, serpeggiarono tra le isole Egee, e sorti nel Pireo, s'impadronirono della città di Minerva, sparsero il guasto per tutta la Grecia, e si difilavano sull'Italia, quando Gallieno, scosso dalle torpide voluttà e comprata una banda di Eruli, al cui capo concesse gli ornamenti consolari, tenne testa agli invasori. La dissensione e l'indisciplina dell'esercito romano diedero agio ai Goti di ritirarsi, e sui rimasti vascelli devastare il lido ove Troja fu, poi riposarsi nella Tracia.

Aureliano, dopo giornata campale, gl'indusse ad una pace, ove obbligavansi a fornire di duemila cavalieri gli eserciti romani, lasciando ostaggi i figliuoli de' caporioni, cui Aureliano fece educare convenientemente al sesso e al grado, poi le fanciulle impalmò a' primarj suoi uffiziali affine di saldar l'unione tra le due genti. Egli poi ritirava le guarnigioni dalla Dacia, i cui coloni rinvigorirono la parte meridionale del Danubio, mentre sull'abbandonato paese dilagavano Vandali e Goti, che dai coloni rimasi impararono qualche arte di pace, mantennero relazioni di commercio coll'altra riva del fiume, e furono barriera a nuovi invasori.

Come dall'oriente i Goti, così dal nord-est della Germania uscì una seconda invasione, quella dei Franchi, che sotto Gallieno tragittarono il Reno, invasero le Gallie e la Spagna. Gli usurpatori che non iscrupoleggiavano sui mezzi per sostenersi nell'impero, ricorsero più volte al costoro braccio; ma infine Aureliano li ricacciò di là dal Reno. Poco tardarono a ripassarlo; e avvegnachè Probo ne trionfasse, non per questo mitigò la loro fierezza. Gran prova rinnovarono di loro ardimento allorchè dal mar Nero, ove esso imperatore gli aveva relegati, osarono sopra fragili legni tragittarsi nel Bosforo Tracio e nell'Egeo, e sbarcati predarono molti luoghi della Grecia e dell'Asia Minore, sorpresero Siracusa, approdarono in Africa, indi usciti dallo stretto di Cadice per l'Oceano tornarono in Germania[21]. Corsa appena credibile a chi non abbia osservato anche ai dì nostri quanto ardimento possa infondere la navigazione da corsaro. Rapidissimi si vedevano i Franchi piombare sulle coste dell'Armorica e della Belgica, saccheggiare e sottrarsi; poi quando Carausio si fu valso di loro per usurpare la Bretagna, divenuti più audaci, occuparono tutta l'isola de' Batavi. Colà furono vinti da Costanzo Cloro, e trapiantati lungi dal Reno; ma poco indugiarono a sorgere terribili contro di Costantino e di Crispo.

Altra o lega o gente principale fra' nemici di Roma, sono gli Alemanni. Con questo nome comparvero primamente sul Meno ai giorni di Caracalla, il quale non solo scelse fra loro le sue guardie, ma ne imitò il vestire e la bionda capellatura. Benchè non osassero travalicare le barriere dei Romani, molestavano senza tregua il confine e le opulente contrade della Gallia; poi alcuni, varcato il Danubio, per le alpi Retiche scesero in queste nostre parti, ed accamparono fin sotto a Ravenna, donde con lautissimo bottino ritirarono il passo davanti all'esercito romano. Un'altra volta ben trecentomila di essi giunsero a Milano.

Mentre poi Aureliano componeva coi Goti le cose sul confine illirico, gli Alemanni si scagliarono da capo nell'armi, e con quarantamila cavalieri e il doppio di fanti invasero la Rezia, menarono guasto dal Danubio al Po; ma intanto che si ritiravano, l'imperatore intercettò loro i passi con tanta maestria, che chiesero patti. Appena però dalle incalzanti necessità fu egli chiamato altrove, gli Alemanni ruppero quella siepe d'armi, e si difilarono sopra l'Italia, sperperando fin a Milano, e spargendosi a branchi per le valli dell'Adda e del Ticino: presso Piacenza sconfissero i Romani, ma a Fano rimasero vinti: poi disfatti interamente a Pavia, sbrattarono l'Italia. La subitanea invasione fece avvisato Aureliano della necessità di circondare di mura Roma, ridotta a difendersi sul Tevere, non più sul Volga o sull'Eufrate. E gli Alemanni acquistarono tanta preponderanza, che il nome loro venne esteso a tutti que' Germani che non s'appigliarono alla lega dei Franchi; laonde essendo spesso scambiati Alemanni e Germani, mal si possono sceverare le imprese di questi e di quelli.

Fu per tenere questi Barbari in soggezione che Diocleziano collocò un imperatore ed una corte sul loro stesso confine, nell'alta Italia. Costanzo irruppe sul terreno dei Franchi, e rattenne gli Alemanni dal riversarsi sulle Gallie; ma a molte orde di Sarmati, di Carpi, di Bastarni fu concesso stanza nelle provincie consumate d'abitanti. Da ciò rimaneva blandita la vanità romana; e una politica di corta veduta s'appagava di questi effimeri trionfi, senza avvedersi che l'impero si educava in seno la serpe che lo morderebbe.

I Franchi diedero assai a tribolare a Costantino, il quale contro di loro esercitò le legioni che dovevano renderlo signore del mondo; e, in memoria de' ben riusciti successi, istituì giuochi detti Franchici. Crispo suo figlio si rese formidabile a questi ed agli Alemanni; campeggiò egli medesimo i Goti, che rifattisi nella lunga pace, si unirono ai Sarmati della palude Meotide, e devastarono l'Illirico, finchè furono costretti a vergognosa ritirata. Anche nei loro paesi gli inseguì Costantino, passando il Danubio sul ristorato ponte di Trajano; e ridusse i Goti a cercar pace, e a tributargli quarantamila soldati.

Di molti allori già era dunque glorioso Costantino, quando, morto e deificato Costanzo, egli fu salutato imperatore (306); e secondo il costume, spedì all'altro augusto e ai Cesari la propria effigie in addobbo imperiale. Galerio ne montò in superbissima collera; pure, onde evitare la guerra civile, gli mandò la porpora e il solo titolo di cesare, quello d'augusto serbando a Severo.

Ma la inumanità di Galerio, la lunga assenza, e un censimento delle ricchezze fatto con tal rigore da ricorrere fin alla tortura per iscoprire gli averi nascosti, aveano mossa a rumore l'Italia, ove Massenzio, figlio di Massimiano e genero di Galerio, si fece gridare augusto, comprando i pretoriani col denaro, i Romani colla speranza di redimerli da Galerio, i Gentili con quella di restaurarne il culto. Massimiano, uscito dal ritiro, ripigliò gli affari (307), e qual collega di suo figlio ricevette omaggio dal popolo e dal senato; vinse e uccise Severo, chiese amico Costantino dandogli sposa sua figlia Fausta e il titolo d'augusto; poi vedendo di esser considerato men di quello che desiderasse, si recò a Galerio, chi dice per incitarlo contro il proprio figliuolo, e chi per trovar luogo e tempo a tradirlo. Galerio intanto era penetrato in Italia; ma come vide l'immensità di Roma, o piuttosto la risolutezza di questa a servirsi delle ricchezze per respingere colui che voleva rapirgliele, non ardì assediarla e si ritirò, devastando la nostra patria, che peggio i barbari non avrebbero potuto.

Al posto di Severo collocò Licinio Liciniano dace, amico suo e al par di lui valoroso ed ignorante, lascivo in vecchia età ed avaro. Massimino Daza, che governava l'Egitto e la Siria, pretese anch'egli al titolo d'augusto: per modo che sei imperatori presedevano al mondo romano, dal combattersi non rattenuti se non dal reciproco timore. Massimiano, rejetto da Galerio, rannodò con Costantino: ma mentre questo campeggiava i Franchi, ne divulgò la morte (309), e schiuso il tesoro d'Arles, colla prodigalità e col rammemorare l'antico splendore mosse i Galli a voler tornare in dominio, e stese la mano a Massenzio (310). Costantino sopragiunto, assediatolo in Marsiglia, l'ebbe in balia, e non gli lasciò che la scelta della morte.

Galerio divise la vita tra opere di pubblica utilità, piaceri e sevizie. Geloso del sapere e della franchezza, sbandì giureconsulti, avvocati, letterati; affidava i giudizj a guerrieri, digiuni delle leggi: ma ulceri vergognose e schifosi insetti il consumarono, senza che trovasse ristoro o nei medici che spesso mandava a morte, o nei voti moltiplicati ad Apollo e ad Esculapio. Credendosi castigato dal cielo per la persecuzione contro i Cristiani, la sospese con un editto in nome suo, di Licinio e di Costantino, e poco stante morì (311). Massimino volò dall'Oriente per occuparne le provincie, volò Licinio a contrastarlo; poi scesero ad accordi, statuendo per confine l'Ellesponto e il Bosforo di Tracia. Accordo di nemici, poichè le due rive stettero irte d'armi, e Licinio cercò l'alleanza di Costantino, Massimino quella di Massenzio, e guatavansi con terribile aspettazione dei popoli.

Massenzio tiranneggiava l'Italia smungendola con pazze prodigalità; dai senatori esigeva spontanei donativi in moltiplicate occasioni; pel minimo sospetto sfogava il rancore contro di questi, mentre colla seduzione o la violenza ne disonorava le mogli e le figliuole. Costrinse il governatore della città a cedergli Sofronia sua sposa: ma questa, cristiana e virtuosa, chiese tempo per addobbarsi; e orato, si uccise. Lasciava che i soldati lo imitassero, saccheggiando, uccidendo, lascivendo; talora ad alcuno concedeva la villa, ad altri la donna d'un senatore; mentr'egli nel voluttuoso palazzo, gittando magìa e indagando l'avvenire nelle viscere di femmine e di fanciulli, vantavasi d'esser unico imperatore, gli altri sostener solo le sue veci. Il contrasto dava spicco alla felicità delle provincie soggette a Costantino, assicurate dai Barbari, e meno esauste dagli ingordi tributi.

Udendo questi che Massenzio radunava gagliardo esercito per torgli l'impero col pretesto di vendicare il padre, lo prevenne e mosse verso Italia, sollecitato dal popolo e dal senato a redimere l'antica regina del mondo. Massenzio, fidando tutto ne' guerrieri, se gli era amicati; tornò i pretoriani al pristino numero; pose in armi ottantamila Italiani, aggiungendovi metà tanti Mori d'Africa, oltre i Siciliani, talchè comandava censettantamila pedoni e diciottomila cavalli[22]. Costantino non armava in tutto che novantamila de' primi ed ottomila degli altri; onde, distribuitine ove occorreva, provveduto alla difesa del regno suo, non potè moverne che quarantamila, prodi però, esercitati contro i robusti Germani, e condotti da capitano esperto ed amato.

Il quale, mentre la sua flotta assaliva la Corsica, la Sardegna e i porti d'Italia, valicò le alpi Cozie, e, prima che Massenzio il sapesse partito dal Reno, pel Moncenisio calò a Susa. Presala di viva forza (312), nelle pianure della Dora scontra un corpo italiano, coperti uomini e cavalli di ferro, e li rompe; entra in Torino, poi in Milano; ha Verona a discrezione, dopo sconfitto Pompejano che con grand'arte la difendeva. Massenzio intanto si stordiva o lusingava, finchè i suoi uffiziali furono spinti a mostrargli imminente la ruina. Posto in piedi un terzo esercito, egli se ne mise a capo, vergognandosi dei rimbrotti della moltitudine, e confortato dai Libri Sibillini che avevano ambiguamente risposto: — In questo giorno perirà il nemico di Roma». Incontratisi a nove miglia da Roma (ad Saxa Rubra), Massenzio vide l'esercito suo tagliato a pezzi, e fuggendo precipitò dal ponte Milvio nel Tevere: e Costantino, cinquantotto giorni dopo mosso da Verona, ebbe compita la guerra.

Padrone di Roma, estirpò ogni seme e razza del tiranno, ma per quanto la moltitudine gridasse, non consentì l'uccisione de' primarj amici di quello; e sospesa la crudeltà quando più non era necessaria, dimenticò il passato, diede il congedo ai pretoriani e ne disfece il campo, impedì i delatori, sollevò gli oppressi da Massenzio, e in due mesi, dicono i panegiristi, rimarginò le piaghe recate da sei anni di tirannia. Al senato restituì lo splendore, e ne fu ripagato con ogni modo d'onoranze; il primo posto fra gl'imperatori, arco di trionfo che tuttora sussiste, dedicati a lui molti edifizj cominciati da Massenzio, a non dire le feste che attirarono infinito concorso. Diede sua sorella all'imperatore Licinio: mosso sopra i Franchi, devastò le loro terre, e molti prigionieri gettò alle belve.

Quando Massimino Daza morì a Tarso, rimasero padroni Licinio delle provincie orientali, delle occidentali Costantino. Poteasi prevedere una scissura, che non tardò; e Costantino disfece l'emulo nella Pannonia e nelle pianure di Tracia (314), indi gli concesse pace. Ma avendo Costantino, nello sconfiggere i Sarmati e i Goti, inseguiti questi ultimi fin sulle terre di Licinio, si rinnovarono lamenti, che finirono in guerra aperta. Licinio fu novamente battuto presso Adrianopoli, e la sua flotta nello stretto di Gallipoli, onde chiese patti e gli ottenne. Avendo però Costantino saputo ch'esso allestiva nuove armi (323 — 3 luglio), e chiedeva perfino in ajuto i Barbari, lo prevenne e ruppe a segno, che non isperò salvezza altrimenti che col gettarsegli ai piedi, rinunciando alla porpora. Costantino l'accolse benigno, e lo inviò a Tessalonica con ogni cortesia; poco poi mandò a strangolarlo. Così l'impero restava unito nella robusta mano di Costantino, che, padrone del mondo, potè trarre ad effetto i lunghi divisamenti, e dargli politica nuova; nuova capitale, nuova religione.