La città di Como. — La chiesa di S. Fedele. — La basilica di S. Abbondio. — Il Teatro. — Il Camposanto. — L’albergo Volta. — Chiasso. — Il Crotto e le polpette della Giovannina. — L’Albergo di Mendrisio. — Dottore e albergatore. — Il Monte Generoso. — Salita. — L’albergo del dottor Pasta. — La cura dell’aria. — Geologia, flora e fauna. — Il dottor Pasta. — L’albergo del Generoso. — Il tramonto. — Il Dosso-Bello. — La vetta. — Panorama. — Ancora l’albergo di Mendrisio. — La Cantina di Mendrisio. — L’Ospizio. — Vincenzo Vela. — Ligornetto. — Le cave di Arzo. — Le acque solforose di Stabio. — San Pietro di Castello. — Romanzo storico.
Discesi dalla facile e coltivata eminenza del Baradello, non s’aspetti il lettore ch’io lo conduca subitamente al lago e quivi il tragga al piroscafo che fumiga, ardente della sua corsa quotidiana a Colico, o il faccia entrare nel burchiello, come vorrebbe il navicellaio, che ci sollecita, il berretto nell’una e la catena della barca nell’altra mano.
Como ha ben altro ad intrattenerlo per un giorno, e anche più, quando ami le cose veder per bene, non già solo per la futile soddisfazione di poter dire: “ho visto.„
Fuor le mura avrà a vedere la chiesa di S. Fedele e la vicina fabbrica di macchine idrauliche del Regazzoni; la basilica di Sant’Abbondio, contemporanea a quella di S. Carpoforo, che ha già visitata sul Baradello, e che servì di cattedrale insino al 1013, in cui il vescovo Alberico v’ebbe a collocare i monaci retti dalla regola di S. Benedetto e la cattedrale aprì in città nel Duomo attuale, che pur interessa di visitare, come uno dei più insigni monumenti architettonici di Lombardia, autore Lorenzo degli Spazzi di Valtellina, compiuto poi da Tomaso Rodari di Maroggia, del quale son forse le due porticine dei fianchi, di squisitissimo lavoro. Ammirerà in esso diversi buoni quadri, fra cui il Natale di Gesù; l’Adorazione dei Magi; i santi Cristoforo e Sebastiano e lo stupendo S. Girolamo di Bernardino Luini; lo Sposalizio di Maria e la Fuga in Egitto di Gaudenzio Ferrari. Nè lasci di dare uno sguardo al Pretorio, che sta a lato del Duomo; al santuario del Crocifisso, per la fama che vi chiama a migliaja i divoti; al Liceo, dove è interessante il gabinetto di fisica, in cui si trovano macchine che servirono a quel sovrano intelletto scopritore della pila, ad Alessandro Volta vuo’ dire, al quale nella piazzetta prossima al lago venne eretta una statua, mediocre opera di Pompeo Marchesi; al Teatro, architettato dal Cusi, ampliato dal Ruspini e co’ bei dipinti del Pagliano e dello Speluzzi. Veda anche il Camposanto, architettato dal Tatti, e in cui si chiudono lodevoli monumenti, fra cui uno lodatissimo d’Antonio Tantardini di Milano.
Il ricapito poi per l’intera giornata e per quanto ti avverrà di passare in Como, non andrai errato ad eleggerlo all’albergo Volta che, in riva al lago, sta presso al luogo d’imbarcazione sui piroscafi. Ammodernato, vi si introdussero tutte le lautezze d’un albergo di prim’ordine, e il forestiero di qualunque nazione e di qualunque più elevata condizione non può che trovarsi a suo bell’agio.
Era indispensabile codesta indicazione; il lasciarla sarebbe stata mancanza verso il lettore, ingiustizia verso chi ha dotato Como di uno stabilimento, senza cui avevasi ragione, scesi appena dalla Camerlata, difilarsi pari pari al vapore, per ire in traccia d’albergo o alla Regina d’Inghilterra presso Cernobbio, o alla Cadenabbia, o a Bellagio od a Menaggio.
Una passeggiata conviene ora che facciamo insieme, la quale avrei volontieri riservata, per procedere ordinatamente, allorchè giunti a mezzo del lago, che or misuro da Como a Bellagio, ci sarebbe occorso di scendere dalla barca o dal vapore ad Argegno, per metterci dentro la Valle Intelvi. Ma siccome non intendo di abusare delle gambe del mio lettore, nè farlo inerpicare di troppo su per le balze di San Fedele, così per giungere all’egual meta, approfittando delle mutate condizioni politiche che ricondussero fra noi e i nostri vicini della Svizzera le migliori relazioni d’amicizia, perchè già della medesima famiglia, onde non sia più mestieri ricorrere a passaporti o ad altri documenti personali, usciamo di Como, montiamo adagiati in carrozza il facile pendio dell’Olimpino, varchiamo il confine italiano, e, oltrepassato Chiasso...
Ma no; prima di oltrepassarlo, d’una promessa ho a sdebitarmi.
Chiasso era dapprima una borgata, che sembrava fatta apposta per beneficio di noi Lombardi, che volevamo sdrucciolar fuori dalle mani de’ nostri passati dominatori, quando, per un capriccio di poliziotto, per un sospetto generato da cattiva digestione del direttore di polizia di Milano, ci volevano agguantare. Al di là de’ pilastrini che per mezzo di una trave abbarrano il confine, Chiasso si distende, per mezzo diviso dalla strada che conduce a Capolago ed a Lugano, fiancheggiato da erbosi colli e da montagne popolate da paeselli e casolari, come branco di pecore pascenti[3], direbbe il nostro Manzoni. Ora Chiasso ha bel rilievo da una nascente fabbrica di tabacchi, che prepara sì eccellenti cigari, da sembrare che lo faccia espressamente a rendere ancora più insopportabili quelli che a noi dà la Regía; ha un albergo; e per noi, che non abbiamo l’agio di soggiornarvi, ha il Crotto della Giovannina, deliziosissimo chalet, d’architettura svizzera, che il mio ottimo ed ospitale amico, il colonnello federale Costantino Bernasconi, ha fabbricato, ma che alla barba sua prese il nome dalla sua conduttrice, e che io raccomando a chi transita per Chiasso, non a’ gaudenti della vicina Como, che già vi corrono la domenica a chiedere le polpette della Giovannina, rese celebri oramai, e che farebbero venire l’acquolina... no, volevo dire l’absinzio in bocca al chiarissimo autore della Giovinezza di Giulio Cesare, perchè di color mogano, com’ei le brama.
La promessa era appunto quella di segnalare questo simpatico recesso, a pochi passi dal paese, lungo l’acqua della Falopia che scorre in sottil vena, protetto dall’ombra di superbi tigli, fatto più bello e più fresco da una cascata pittoresca, e più ricerco pel suo vino di Chambery che vi si beve. Non dimenticherò l’ora che vi ho passata, nè il ballo della sera, dove al suono dell’organetto, uomini e donne di tutte le condizioni repubblicanamente ballonzolavano e si turbinavano in certe polke e in certi waltzer, che direbbonsi impossibili, se veduti non li avessi. Vidi colà l’elegante dalla cravatta bianca irreprensibile e il contrabbandiere in manica di camicia rimboccata all’insù del gomito, la guardia di finanza italiana e lo svizzero carabiniere, l’impiegato e il contadino, l’operaja e la sguajata manutengola del frodo; una baraonda, insomma, vispa, matta e rumorosa da comunicarvi, anche vostro malgrado, il buon umore e l’allegria.
Dopo ciò, tiriamo dritto.
Passiamo Balerna, villa un dì del vescovo di Como, rivendicata ora dal Comune, e arrestiamoci in Mendrisio all’albergo che dal paese assunse il nome d’Albergo di Mendrisio, del signor Bernardino Pasta, che, prima d’essere albergatore fu un egregio pittor di genere, le opere del quale andavan spesso assai lodate alle esposizioni di belle arti nel palazzo di Brera a Milano. Sono quivi le pazienti cavalcature che ci devono condurre sul Generoso; perocchè non abbia detto ancora che lo scopo della nostra passeggiata è l’ascesa al Generoso.
E sarà bene che ci informiamo dapprima se l’albergo che sta sopra a questo monte abbia ancora qualche camera in libertà; perchè avvenga non di rado che inglesi e americani, tedeschi e francesi, italiani e svizzeri, tanto in numero vi si trovino, da non lasciarvi uno de’ cento e più letti che vi stanno; e in tal caso il signor Pasta Bernardino di Mendrisio, fratello al dottor Carlo Pasta, ch’è l’albergatore del Generoso, vi potrà allora ospitare degnamente; perocchè vi abbia adesso allestito il proprio albergo di tutti i conforti della vita.
Ad ogni modo, salvo a ridirne nel ritorno dal Generoso, noi possiamo farvi qui l’asciolvere nostro, mentre staccansi gli asini ed i muli dalla greppia e vi s’adattano le selle per le signore, e troveremo il nostro conto. La via ne richiamerà almen due ore; l’aria del monte ne renderà acuto l’appetito; sarà bene pertanto seguire il mio avviso.
Intanto che facciamo onore alla buona colazione che ci dà il signor Pasta, discorriamo un po’ del Generoso, che dovremo ascendere fra breve.
Esso è il monte più alto di quel gruppo delle Prealpi che sorge fra le valli di Mendrisio e d’Intelvi, e De Welden ne misurò l’altezza barometrica della punta meridionale fino a metri 1740, e il ticinese Lavezzari quella della punta settentrionale fino a metri 1733 sopra il livello del mare[4]. Vien chiamato eziandio Mendrisone e Calvagione, con quest’ultimo nome venendo designato da’ valligiani del versante lombardo; ed appartiene tanto alla Svizzera italiana che alla nostra Lombardia, perchè appunto pria di giungere sulla vetta sta la pietra che divide i due territorj. Ma siccome a noi insegnano gli statistici che nel dire de’ confini d’un paese, non si abbadi a que’ limiti temporanei che può imporre la politica contingente, così certo non andò lontano dal vero chi il Monte Generoso, per la maraviglia del panorama di cui dispone da’ suoi culmini, ebbe a chiamarlo il Righi lombardo, a simiglianza di quello svizzero, che ergesi al di sopra di Zurigo, dove, malgrado la sua antica celebrità e la vista de’ sottoposti laghi di Zug, dei Quattro Cantoni, di Loverz e di Sempach, e de’ monti elvetici, non ha però l’ampiezza dell’orizzonte e la serenità del Generoso, ricinto non da brulle roccie, ma da monti coperti di verzura e di fiori, e sorridente alle acque del Lario e del Ceresio che si vedono scorrergli ai piedi, e più lontano a quelle del lago di Varese coi vicini laghetti di Biandronno, di Monate, di Comabbio e di Muzzano, e più lontano ancora a quelle del Verbano.
Ma le nostre cavalcature scalpitano, le nostre guide attendono: affrettiamoci. Quando discenderemo domani, occuperemo la giornata nel visitare gli interessanti dintorni del piano.
La via che scegliamo è la migliore. Se non abbiamo aspettato ad andare sul Generoso dalla parte di Vall’Intelvi, a causa del cammino dirupato, mai più non ci vorremmo noi avventurare per l’erta e non meno difficile via di Maroggio sul lago di Lugano e che passa per Rovio. Pigliamo adunque questa stradicciuola che ci scorge a Salorino: sarà la più facile, la più amena.
Breve è il tratto che riesce a quel montano paesello, e presto lasciatolo addietro, s’entra in una valle e quindi in boschi di castagni e faggi, poi si traversano praterie, si rasentano burroni, si aprono prospettive mirabili ed incantevoli: dappertutto si svolgono quadri d’una natura agreste, ma piena di poesia, onde legittima è l’estasi degli artisti, che ad ogni istante vi rinvengono trovate e soggetti a studî ed a schizzi. A quando ridente, a quando severa, sia che si presentino verdi tappeti smaltati di fiori, sia che si parino avanti roccie ed abissi, la via riesce ognora interessante, ed è appena se dal tumulto degli affetti che vi tenzonano nell’anima, tutta occupata dalle più svariate sensazioni, ora liete or melanconiche, e se dalle or sublimi ed or terrene imagini, che vi avvicendano il sorriso e la volontà del piangere, l’inno e l’anacreontica, vi richiama il tintinnío della campanella del vostro ronzino, o l’inciampar di esso in qualche ciottolo importuno.
Non temere, gentile compagna della nostra peregrinazione; nessun pericolo si presenta lungo tutta la via; affidati secura alla robusta guida che fiancheggia la tua comoda cavalcatura, e tutta e interamente godi del nuovo spettacolo che ti si offre davanti.
Ma il filo telegrafico che d’un tratto si vede, ti invita a seguirne il corso e presto ti fa scorgere primi i fumajuoli, che mandando dalle loro gole colonne di fumo, avvertono che la meta è vicina, che l’abitato è imminente.
Ecco, l’albergo si affaccia finalmente; ecco.... lo vedi in tutta la sua estensione. Tanta grandiosità ti fa maravigliato e corri subito a pensare quanto ardimento sia stato quello di chi osò escogitarlo a tanta altezza, poichè siamo a 1209 metri sul livello del mare[5], e quanta fede abbia egli avuto nella sua impresa da avventurare tanta fortuna.
Questo coraggioso fu il signor Carlo Pasta.
Vorrei descrivere l’albergo magnifico a cui siamo arrivati; ma prima ne reclama l’attenzione nostra la persona del suo proprietario. Egli è venuto incontro a riceverci del miglior garbo possibile; è di lui dunque che prima dobbiamo intrattenerci.
Il signor Carlo Pasta non è soltanto albergatore: egli è il dottor Pasta. Non è quindi a cercarsi se in lui l’idea di rizzare questo magnifico stabilimento sia stata pullulata dall’interesse unicamente: egli, se da esso fosse stato mosso soltanto, non l’avrebbe osato; vorrei dire di più, sarebbe stato temerario. Medico dotto, egli vagheggiò la sua impresa anche a beneficio di chi vorrebbe poi ricercare il ristauramento della salute alla salubrità dell’aere. Sì, quassù sul Generoso non si viene per cure termali; il buon dottore lascia che le acque di queste balze scendano pei due versanti e si gittino per una parte nel Lario, per l’altra nel Ceresio; la cura ch’egli vi offre è quella dell’aria, ed è la meno incomoda, la meno dispendiosa, la più certa. Qui si allargano i polmoni che la bevono, si rinnova l’appetito, si rintegrano le forze, si alleggerisce dalle cure lo spirito, e si discende poi con tanto tesoro di salute e di buon umore da sfidare e le umide brume della bassa e il cumulo, non meno infesto, delle cure cittadine.
Lettore, se a te sono aperte le discipline delle scienze naturali, il tuo cammino può fornirti inoltre larga materia ad osservazioni e studî. Le condizioni geologiche delle roccie e l’abbondanza dei fossili possono esercitare assai spesso il tuo martello, se geologo; come la ricchissima flora ad ogni momento può arricchire la tua raccolta, se botanico.
La natura delle roccie è la calcarea grigia basica dell’êra giurassica; più in su per altro si incontrano banchi estesi stratificati di calcare rosso ammonitico, e più in su ancora altri banchi di un calcare bianco, più comunemente detto majolica, atto a mutarsi in calce eccellente. Sulle vette del Generoso, nella roccia di calcare fosco si scoprirono conchiglie, spirifere, terebratule e pentacriniti, e nel calcare rosso molte specie di ammoniti.
Se poi si voglia erborizzare, verrà in copia sotto mano l’aconito, l’arnica, la genziana, la belladonna, l’assenzio, i rododendri, le rose, gli anemoni, le primule soavi, i ranuncoli, le achillee, le sassifraghe, le cinerarie, i candidi asfodeli, il nero veratro, le dafni alpine, le rute, le peonie, le silene, le betulle, le orchidee, i crisantemi corimbosi, e cento altre specie di piante, che io non saprei enumerare, ma delle quali il dotto Lavizzari ha tenuto esatto conto colla nomenclatura di Linneo e d’altri botanici[6]. Tutti però, anche al nostro occhio profano, col loro abito roseo o cilestro, giallo oppur bianco, violaceo o nero, fra tappeti di verzura e con tutte le gradazioni dell’iride, cospirano a smaltarci il cammino, a rallegrarci la vista, a profumarci l’aere, a compiere l’incanto di sì diverse scene. Fra’ cespugli s’ode il zirlare del tordo, su per gli alberi il gorgheggiare dell’usignuolo e il trillar della capinera; mentre dai greppi inaccessibili modulano i loro canti il passero solitario e il codirosso, e lontano lontano s’ode l’intermittente suono delle campanelle delle mandre pascolanti sulla montagna.
A tutto ciò aggiungi l’azzurra vôlta de’ cieli, limpida e pura come tra’ monti, il bacio dell’aure che ti refrigerano e fanno stormir le frondi, le liste argentee dei laghi che ti vengono poco a poco apparendo, mano mano che salendo domini l’orizzonte, e ti scompajono quindi dietro un colle, per ricomparirti dipoi più estesi.
Io vi consiglio adunque la cura dell’aria del Generoso per una ventina di giorni almeno. Dai primi di maggio a tutto settembre lo stabilimento del dottor Pasta è a vostra disposizione; con riserva, io credo, che lo sia tutto l’anno, quando la ragione e la moda pe’ viaggiatori vi trarranno non interrotto concorso, e una via di ferro, come ho udito dirsi che intendasi di fare, ne agevolerà la salita.
Questo brav’uomo del dottor Pasta diventa ben presto l’amico e il consigliero de’ suoi ospiti. Di gentili e aperte maniere, colto non solo ma dotto, voi vivete tranquilli anche sul più leggiero incomodo di salute. Tutto ciò costituisce il segreto che attira tanto concorso a quest’albergo, sì che non valse a rattenere in Mendrisio più d’un Inglese, cui fu dall’alto telegrafato essere tutte occupate le camere dell’albergo e i più che cento suoi letti.
Stretta la mano al simpatico albergatore, sul piazzale stesso che sta davanti all’albergo, malgrado che la salita vi abbia per avventura un po’ affaticati, pure non potete a meno di rivolgervi a scorrere d’un’occhiata tutt’all’intorno il superbo e pittoresco orizzonte che vi si schiera davanti.
Ma esso vi basti per ora: di quell’orizzonte, ed anche di meglio, ci occuperemo nella gita che faremo sulla vetta di questo monte; ora piuttosto uno sguardo all’edificio.
La sua ortografia non presenta a primo aspetto eleganza di linee architettoniche; ma in compenso il suo disegno è pieno di armonia e severo. Sorge a tre piani da un terrazzo, entro il quale sono praticati sotterranei, dove è la cucina, la panatteria ed altri locali di servizio. Dalla parte opposta al piazzale d’ingresso ve ne ha un altro con giardino, e da dove l’occhio si spazia lungo il piano lombardo, giù per la china della valle del Po. Quivi è collocato un telescopio inglese, intorno al quale sono sempre i numerosi ospiti in traccia del più diletto punto di vista. Le città, le grosse borgate, le migliaja di villaggi, i santuari co’ loro acuminati campanili, le ferrovie, le lunghe linee delle più vaste strade e quelle de’ fiumi, e i bacini de’ laghi coi fumiganti piroscafi che li solcano, sono disseminati nel più stupendo panorama.
Entrati nell’albergo, tutto ammirar dobbiamo distribuito colla migliore intelligenza. V’è una vasta sala da pranzo, dove tutti i numerosi ospiti convengono all’ora indetta per la table d’hôte; una per la lettura, e vi stanno libri e giornali d’ogni nazione; un’altra assai ben intesa pel bigliardo; e tutte adorne di bei quadri e di specchi e addobbate con semplicità ed eleganza.
I tre piani superiori hanno ognuno una propria sala comune di ricevimento e numerose camere con eleganti suppellettili ed assai soffici letti.
Ho già detto più sopra che i comforts di questo stabilimento sono completati da un servizio telegrafico: la posta poi vi giunge quotidiana colle lettere e coi giornali.
Se si chiede poi quale il trattamento, la risposta si riassume in una parola: squisito. La cucina vi è ottima e scelta; latte, burro e miele freschissimi sempre e saporitissimi, quali possono fornire l’erbe aromatiche e i fiori della montagna onde si nutrono mandre ed alveari; e dopo tutto, la vostra borsa non si spaventi: i prezzi vi sono moderatissimi.
L’albergo, insomma, è accessibile a tutti, ed è già molto che in mezzo a tanta letizia non si cacci il roditore pensiero che poi vi si abbia a far iscontare in danaro gli splendidi orizzonti, le poetiche passeggiate e il sottile e salutare aere bevuto.
Cominciamo ora le nostre escursioni, poichè ci siamo riposati e rifocillati col copioso pranzo. Come, chiederete voi, ora che il sole tramonta?
— Precisamente perchè il sole tramonta.
Entriamo in questo sentiero quasi orizzontale che fiancheggia l’albergo e guida in dieci minuti alla spianata dal lato occidentale del monte.
Qui esso declina, qui sotto scintilla l’onda del lago di Lugano, ripercossa dai raggi del sole che piega al tramonto.
La scena è stupenda che ti si distende davanti. Nuvoletti frangiati d’oro o porporini vagano là sul confine dell’orizzonte, dove il Rosa lo chiude colle sue cime candide di neve; lunghe strisce del color della viola in altre parti listano il firmamento; il rancio del lembo estremo si muterà fra breve nel rosso di fuoco, onde sembra che il
Ministro maggior della natura
pria di calar dietro i monti, ne baci d’un ardente bacio i culmini più sublimi.
Voi riguardate a quel solenne occaso, nel silenzio religioso di quell’ora; e dalla valle sottoposta, dove l’ombre giganti si distendono, sorge e viene insino a voi la squilla vespertina del villaggio che saluta il dì che muore.
La brezza aleggia più sollecita e viva...
Il sole è sceso dietro la linea de’ lontani monti: la luna gli succede nell’impero del firmamento. — Ritorniamo all’albergo.
Se t’arresti più giorni sul Generoso, non obbliare l’altra vaghissima escursione al Dosso-Bello, da dove ti si offriranno le ridenti sponde del Lario, colla fila non interrotta di paesi e di ville, e ti verrà dato rivedere da lunge la terra che già visitasti del Baradello, e la striscia del fumo che libera la locomotiva che da Camerlata muove per Monza e Milano.
L’indomani affréttati alla escursione più vagheggiata, fino alla vetta cioè del Generoso. È la meta di quanti traggono al già descritto albergo: e ben ne vale la pena. Sono alquanto più di cinquecento metri di altitudine a montarsi (531); il cammino richiede almeno un’ora e mezza.
Non isgomentarti, o lettore, delle prime asperità delle vie aperte sul fianco orientale del monte; più agevole si rende di poi la salita, mercè le cure del dottor Pasta. Sono cinque anfratti che avrai a percorrere, ma dolci, senza vepri nè ciottoloni, in mezzo a pascoli ubertosi, ricchi di mandre, che vedete liberamente pascolare, sì che non la sete, ma piuttosto la curiosità di trovarvi fra roccie calcari una fonte a un chilometro dall’albergo, vi trae a gustar la limpida linfa che vi sorge.
Ma lieti e non affaticati, eccoci pervenuti alla vetta. L’ho già detto: la punta meridionale è a 1740 metri sul livello del mare e la settentrionale è di sei metri più depressa.
Qui sul molle e verde tappeto sediamo, perocchè le infinite meraviglie che ad un tratto si rivelano all’esterrefatto sguardo sieno troppe, e convenga una ad una distinguerle ed ammirarle.
Ah! voi vi sentite ora maggiori di quel che siete, quasi numi che imperate al creato, nel veder tanta e sì stupenda natura svolgersi sotto di voi. Ne’ giorni estivi, mentre sul vostro capo si distende limpida e serena la vôlta de’ cieli, vedreste adunarsi i nembi sotto de’ vostri piedi, scoppiar gli uragani, guizzar le folgori, e l’illusione della vostra divinità vi parrebbe più vera.
Ecco: la vetta, come dissi, è partita in due distinte prominenze, l’una dall’altra distante di circa trecento metri; questa che sogguarda al Lario segna il principio dell’Italia; quella che al Ceresio segna il principio della Svizzera. Su quest’ultima veggonsi gli avanzi di un segnale trigonometrico che servì per la triangolazione iniziata dagli astronomi ai tempi del primo regno d’Italia.
Qui posiamo, esclama pure il Lavizzari, sotto il cielo di Dante, di Colombo, di Leonardo, di Raffaello, di Galileo; qui viviamo sul suolo di Lutero, di Haller, di Rousseau, di Bernouilli, di Saussure. Qui l’anello delle due nazioni; qui la terra dei vulcani tocca la terra dei ghiacciai; qui cessano i lauri, i mirti; qui incominciano i licheni, gli abeti; qui la rosa delle Alpi si intreccia colla peonia peregrina; qui il ranuncolo glaciale s’annoda alla silena insubrica; qui infine la flora del Mediterraneo si sposa alla flora germanica.
Girate ora lentamente lo sguardo all’intorno del vastissimo orizzonte. Da questa parte, che direi italiana, voi vedete dalle montagne della Valtellina, giù giù, seguendo la linea del lago di Como, tutta la lunga sequela di quelle, verdeggianti per lo più, che costituiscono l’ultimo contrafforto delle Alpi, e dietro le altre sul cui pendio s’adagia Bellagio e più giù la Pliniana, il Moncodine o Grigna, il Monte Campione ed il Monte Serada o, come più popolarmente è detto, il Resegone, onorato di mirabile descrizione da Manzoni.
Pervenuto il vostro occhio alla città dei Plinii e di Volta, più in là sospingendolo, per una infinita serie di punti biancheggianti, che sono altrettanti paesi, vi trovate a Monza, quindi a Milano, subito di essa avvertiti dalla freccia ardita dell’aguglia principale del suo Duomo; indi vi si presenta la valle del Po e nel fondo l’azzurra linea degli Appennini. Convergete la pupilla a destra e vedrete Varese, Arona, Novara, Torino: Crema, Cremona e Vigevano le vedrete del pari al manco lato, o in direzione su per giù di Milano.
Poi, a sfondo di quella ove avete distinta Torino, vedete le cime del Rosa e del Bianco incoronati di perpetui geli, il Monviso, il Cenisio, l’Ortlerspitz, il Mischabel, il Pizzo della Bernina, lo Spluga, il Medelser, il Lucmagno, il Gottardo, il Galenstock, il Wetterhorn, il Fünsteraarhorn, l’Eiger, il Mönch, la Jungfrau, il Bietschœrner, l’Aletschkorn, il Fletschorner, il Mittagshorn, il Weissmies, il Cervino, il Winterberg ed altri moltissimi, che dalla vetta di questo Generoso vide e nominò quel rinomato naturalista che è G. Studer, nel suo Panorama des Alpes, disegnato sullo stesso nel 23 settembre 1869, e che io sono lieto di possedere.
Verso ponente poi la vista riesce per avventura più pittoresca, dominando sulla vasta regione montuosa che dalla Val Sássina si stende alla Val Cavargna, scorgendovisi l’estremità del lago di Lugano col villaggio di Porlezza, un breve tratto di quel di Como verso Bellagio, e belle ondulazioni di monti, e vallate disseminate di villaggi, di prati e di boschi, coi più graziosi contrasti di luce e d’ombra, da innamorare un pittore.
L’intrepido passeggiero, dove il voglia, potrà nel suo soggiorno sul Generoso pigliarsi un bel dì lo spasso di scendere dalla sua vetta alla Vall’Intelvi, prendendo il sentiero che mena ad Orimento, indi a San Fedele o a Castiglione in due ore e mezza; da dove potrà andare per San Fedele e Luino ad Osteno, che si specchia nelle onde del Ceresio, oppure per Dizzasco ad Argegno, che si specchia in quelle del Lario.
Ma noi dobbiamo rifare la nostra strada, riedere all’albergo del dottor Pasta, dove le cavalcature ci attendono per ridiscendere a Mendrisio.
E poichè siam di nuovo all’Albergo di Mendrisio del signor Bernardino Pasta, ch’era una vera necessità per questa grossa borgata (la quale vi rammenta la Gismonda di Silvio Pellico), le lautezze che offre e le comodità che lo fanno raccomandatissimo ai touristes, v’invogliano certo a fermarvi una o più giornate.
Nè vi troverete pentiti, da che le vicinanze hanno non dubbie attrattive per chi a viaggi od anco alle escursioni di piacere non pone scopo il materiale diletto soltanto, ma la ricreazione dello spirito eziandio.
A coloro che di quest’ultima sono poco curanti e preferiscono il primo, additerò le rinomate cantine di Mendrisio stesso, e avanti tutte quella che si denomina il Crotto del monte Generoso, e il buon vino parrà loro migliore per la vaghezza del luogo.
Agli altri indicherò visitare dapprima l’Ospizio di Mendrisio stesso, aperto agli infermi del Canton Ticino, giusta il volere del suo fondatore, il conte Alfonso Turconi. Quivi ammireranno un pregevolissimo bassorilievo in istucco dello scultore Pietro Bernasconi, e una statua rappresentante il Turconi medesimo, alla lode della quale basta pronunziare il nome del suo autore: Vincenzo Vela. — Tanto nomini nullum par elogium!
E poichè v’ho proferito il suo nome, come non visitarne l’elegante edificio, o villa, in Ligornetto, che sta a mezz’ora da Mendrisio e sorge in piccola eminenza tutto recinto da giardini, e dove quell’egregio si ritrasse troppo presto ad onorato riposo? La cupola che si eleva nel mezzo piove la luce sull’ampio locale, dove l’illustre artefice raccolse i modelli delle opere principali sue, che il resero così illustre, da divider egli meritamente col toscano Dupré lo scettro della italiana scultura.
Poi potrete visitare le cave de’ marmi di Arzo, che sono di un rosso variegato, e le acque solforose di Stabio efficacissime e che solo han d’uopo d’avere decenti stabilimenti che le ministrino, per conseguire fama ed affluenza maggiori; e finalmente la storica chiesa di San Pietro presso Castello, che dista pure non più di mezz’ora da Mendrisio.
La rinomanza della chiesuola non è soltanto per la bella vista che vi si gode di parecchie terre svizzere e lombarde, ma altresì per un’orrenda strage avvenutavi in que’ miserevoli tempi che ardevano le ire fratricide de’ Guelfi e de’ Ghibellini.
Gli è un soggetto da romanzo, e però chiuderò la passeggiata nostra, col toglierla di netto dal Lavizzari e ripetervela adesso.
L’avo dell’illustre letterato Virunio Pontico della famiglia dei Busioni di Mendrisio, era Pietro, uomo d’alto affare; e Margherita sua moglie era ornamento delle donne de’ suoi tempi. La loro figlia Lavinia colla rara sua bellezza destava tale ammirazione, che vedevasi costretta ad evitare il pubblico sguardo. Invaghitosi perdutamente di costei il ghibellino Vizzardo Rusca, dimandolla sposa, rinunciando alla dote, e offrendosi non solo alla pace, ma ad imbrandire le armi contro i nemici della famiglia di lei. La supplichevole inchiesta fu negata dai genitori; ma Vizzardo, non perdendo la speranza, e vagando di nottetempo al modo degli innamorati intorno alla dimora della fanciulla, udì una sera da una stanza terrena i genitori di Lavinia dire che avrebbero piuttosto strozzata colle mani loro la figlia, anzichè concederla sposa a Vizzardo. Questi, fremendo d’amore e di sdegno, diessi ad ordire il feroce disegno di esterminare tutta la nemica famiglia. Egli uccise nove figli di Pietro; ma non potè raggiungere Lavinia, che il padre aveva nascosta entro un sotterraneo, ove rimase finchè Vizzardo fu ucciso. Il costui cadavere fu trascinato sulla sepoltura dei nove innocenti e quivi lasciato in pasto alle fiere. Frattanto moriva il padre, il quale fu sepolto in marmoreo avello nella chiesa di San Sisinio alla Torre, sovra un poggio presso Mendrisio.
I Ghibellini andavano tessendo insidie a Giorgio, avvenente fanciullo, decimoquinto figlio di Pietro, e che fu poi padre di Virunio Pontico[7]; volevano farlo divorare dai mastini, che a tal uopo nutrivano. A Margherita riescì di celare il prediletto Giorgio ne’ suoi poderi di Besazio presso il monte San Giorgio. Ma nel tornarsene a casa l’afflitta e irrequieta donna, di nuovo corse indietro per rivedere il figlio, e non avendolo tantosto colà trovato, cadde svenuta, nè si riebbe se non quando il rivide. Diede allora al figlio molto denaro ed un gomitolo di refe (marsupium pecuniarum auri et glomum rephi tradit)[8], comandandogli di fuggire tanto lungi che non udisse più il nome del suo paese. Giorgio recossi a Napoli; e mentre da parecchi anni viveva in molto favore della regina Giovanna, la madre, caduta in potere degli spietati nemici, veniva tratta da Mendrisio al castello di Capolago, e quivi sul lato sinistro della via crudelmente sospesa ad un’arbore. L’infelice Margherita, in procinto di morte, implorava contro gli uccisori de’ nove innocenti suoi figli un vendicatore. Udito l’orrendo fatto, Antonio, altro suo figlio, maggiore di Giorgio, radunò la sua fazione, e nella notte di Natale, entrato nella chiesa di San Pietro in Castello, trucidò uomini, donne, fanciulli ed il sacerdote all’altare; vi lasciò più di cento cadaveri. Questa inaudita strage avvenne nel 1390, quando già da dieci anni Antonio e Giorgio erano andati in lontano esilio. Lavinia, innocente causa di sì miserandi fatti, ricoveratasi a Belluno, ove il fratello Giorgio era capitano del presidio, si consacrò a vita claustrale e fu sepolta nella chiesa di San Francesco. Antonio, andando peregrino al Santo Sepolcro per espiare, secondo l’uso de’ tempi, i suoi delitti, perì in mare.
Compiuta così questa gioconda camminata, rifacciamo ora la strada e riconduciamoci, piena l’anima di sì svariate impressioni, a Como; nè più deviamo quindinnanzi dal proposito delle nostre escursioni per le sole terre dal Lario e per quelle dall’Éupili bagnate.