Nº III. (Vedi pag. 259.)

ISTORIA COMPENDIATA DI SAN GIMIGNANO.

Questo difetto è nella storia, che non si trova quasi mai scritta dai vinti. Quello che si dicesse di Firenze dentro ai castelli e durante la lunga caccia patita da essi, ognuno può agevolmente figurarselo, perchè la vita dei castelli fu argomento favorito di molti racconti, sebbene in Italia meno che altrove. Ma dei piccoli Comuni chi potesse sapere le storie qui solamente nella Toscana, si vedrebbe innanzi come una serie di piccoli drammi, dove non sempre ai Fiorentini toccherebbe la parte migliore. Vero è che in tutti sottosopra le cose medesime sempre verrebbero sulla scena, e ciò tanto più quanto più il campo fosse angusto: ma insomma l’Italia si formò a quel modo, e ha la sua cellula nel Comune, ed i più piccoli ne sono i primi vitali ingredienti. Non è dei più piccoli quello che ora ci cade tra mano, ed è dei più noti. San Gimignano è visitato da molti stranieri; nessun’altra terra o castello di Toscana ritiene più della età di mezzo e meno fu invaso dalle susseguenti: in quelle torri e nelle chiese e nelle case di forti pietrami è pure qualcosa di non ricoperto dal fino intonaco dei tempi moderni; le antiche memorie se ne conservano il possesso, la nuova vita v’è poco entrata. Lo stesso accade generalmente; e per esempio nell’Inghilterra, le città più anticamente monumentali si vanno a vedere con grande rispetto, ma in quelle è sempre nelle strade la gente più rada e pare si muova più lenta che altrove.

Di San Gimignano abbiamo origini favolose, le vere ci mancano. È ameno il sito, capace il suolo di molti frutti, mite il clima: natura di luogo in tutto diversa da quella più aspra dove fu posta Volterra, che aveva il dominio di quel territorio. Qui era sorto già un castello, anticamente come noi crediamo, sebbene la prima certa memoria che se ne abbia non salga oltre all’anno 929, nè altra notizia ce ne rimanga per tutto il primo secolo dopo al mille. Le torri però in tanto numero, e antichissime, dimostrano avere quella terra (il come s’ignora) avuto potenza di famiglie nobili assai di buon’ora; tanto non crebbe nei primi tempi la vicina Colle, nè Poggibonsi che era stato castello imperiale. Tenevano i Vescovi la signoria di Volterra, e contro ad essi ebbe a combattere San Gimignano per la sua propria emancipazione, la quale fu intera nei primi anni che seguitarono dopo alla pace di Costanza. Dal 1200 cominciano atti di gente libera, il governo in mano di Consoli, e da principio il Podestà, uno degli uomini della terra stessa. Intanto Volterra anch’essa cercava sottrarsi ai Vescovi, uno dei quali cacciato di sede ebbe soccorso dai Sangimignanesi nemici al popolo di Volterra da cui si erano distaccati. Di qui lunghe guerre che si allargarono in più vasto campo, quando le innumerabili divisioni formarono quella dei Guelfi e dei Ghibellini. Ma in questa lotta San Gimignano si rinforzava e le libertà sue ebbero autentico riconoscimento da Federigo II imperatore l’anno 1241. Era uno di quei Comuni tenuti dai militi, che è dire dai nobili, i quali sapevano meglio intendersi con l’Imperatore; e seco andavano di gran cuore contro al popolo di Volterra.

Prevalse pertanto assai tra questi la potestà imperiale; pagavano volentieri a Federigo il feudo solito pagarsi ai Vescovi; i Potestà usarono chiamarsi tali Dei et Imperatoris gratia. Ma ciò non toglieva che al pari degli altri Comuni andassero contro a quella medesima potestà, facendo per l’ampliazione del loro contado guerra ai castelli che n’erano il nido. Seguirono gli anni della gran contesa per cui salivano e scendevano con tanto fragore più volte ciascuna delle due contrarie parti: San Gimignano modificava secondo i casi le istituzioni sue cittadine, piegandole verso alla parte popolare come i tempi volevano. Il popolo era ivi come a Siena rappresentato da un ordine che si chiamò dei Nove, ristretto però nè mai caduto nel maggior numero: quella terra ricordava sempre le origini sue, e manteneva le istituzioni che ad essa erano naturali; troppe torri aveva per essere mai bene guelfa.

Correvano allora tempi magnifici a San Gimignano: sorgeva il pubblico Palazzo con altri edifizi, fioriva quella piccola repubblichetta richiesta più volte per ambascerie dalle città e dai signori vicini, di lei più possenti; i suoi magistrati andavano arbitri o pacieri di grandi vertenze. Rimane tuttora in quelli archivi documento dell’ambasceria che Dante Alighieri vi esercitò in nome della Repubblica di Firenze agli 8 di maggio 1299; orava dinanzi al Potestà, che era dei Tolomei da Siena, esortando il Consiglio generale a farsi più vivo e rafforzare la lega toscana, verso alla quale parevano essere le volontà dubbie, secondo le varie parti che dividevano i Sangimignanesi. A procurare la concordia poco di poi venne della persona sua in San Gimignano il Cardinale d’Acquasparta come Legato di Bonifazio VIII; si fece una pace, ma fu presto rotta. Potenti famiglie nemiche tra loro per gelosia di grandezza cittadina si chiamavano guelfi o ghibellini, o bianchi o neri o di quanti altri nomi sa l’odio cuoprirsi; nè mancarono a San Gimignano i consueti ammazzamenti, come in ogni altra delle minori o delle maggiori terre d’Italia. Questo ripetersi da per tutto degli stessi casi, questo inutile rivoltolarsi durante più secoli, viene oggi chiamato da un nobile ingegno bellezza di storia. A noi non pare; anzi agl’Italiani facciamo colpa del non avere saputo men tristo rimedio inventare contro al sonno, malattia dei popoli peggiore d’ogni altra per la parentela che ha con la morte.

Ma pure in quella età nascevano grandi fatti, in mezzo ai quali nè il buon diritto alla sua propria indipendenza, nè una gran voglia di mantenerla, bastavano a fare che un piccolo Comune avesse, come si suol dire, voce in capitolo. Scese in Italia Arrigo VII, s’inalzò Castruccio, la Toscana ebbe a difendersi contro al Bavaro e contro al Re di Boemia. San Gimignano, posta in mezzo tra Volterra e Siena e Firenze, volentieri avrebbe cercato sostegno da quella parte cui potesse riuscire più utile amica: tirava da Siena i suoi Potestà e alcune forme di reggimento; ma Siena era instabile, e troppo Firenze pigliava la mano già sopra i vicini. Questa si diede al Duca di Calabria; e San Gimignano, senz’altro pensare, dovè seguitarla. Non ne avesse anche avuto voglia, andava insieme con la corrente guelfa, stava con la Lega della quale Firenze era capo; e questa, come su tutti gli altri aveva la forza che gli difendeva, così anche aveva l’arbitrio a costringerli e una crescente volontà di farsi da tutti ubbidire. Chiedeva di nome gli uomini e il denaro per le taglie che prima aveva essa medesima decretate: di già i rifiuti o le renitenze si chiamavano ribellione. Ma perchè uno Stato indipendente ti serva a tuo modo, è necessario potergli comandare in casa dentro. Il primo d’aprile 1333 una lettera al Comune di San Gimignano gli dava ordine di ratificare nel Consiglio del Popolo certe mutazioni fatte allo Statuto di quella terra, nè so con qual titolo, da tre cittadini Fiorentini: dice la lettera che ogni negligenza all’ubbidire, gli avrebbe fatti incorrere in pena.

Era in San Gimignano potente su tutte le altre la famiglia degli Ardinghelli. Se propriamente fossero Guelfi o Ghibellini io non lo so, nè bene credo che lo sapessero essi stessi. A me parrebbe senza calunnia potere affermare che furono Guelfi, quando con quel nome potevano farsi un grande seguito nella terra; ma quando ad essi venne la voglia o parve essere necessità, per mantenere il grado loro, di uscire fuori dai termini della civile eguaglianza, allora di fatto se non di nome furono Ghibellini. Ciò nonostante pare che molto se la intendessero con la Repubblica di Firenze, la quale cercando sopra la Toscana di avere un imperio, gradiva che le comunità inferiori, di nome amiche ma in fatto suddite, dipendessero da pochi, perchè i pochi è sempre più facile guadagnare e mezzi più certi si hanno a tenerli. Il Comune di San Gimignano bandì gli Ardinghelli, ma lì appresso era il luogo di Camporbiano, terra di Marzocco; e gli Ardinghelli di là infestavano i Sangimignanesi tanto malamente, che alla fine questi perduta pazienza, un giorno a bandiere spiegate e sotto alla condotta del Potestà loro e Capitano di popolo, che era un Saracini di Siena, andarono contro a Camporbiano, v’entrarono a forza e l’arsero. Questo alla Signoria di Firenze parve delitto di lesa maestà; citò avanti a sè il Potestà e tutti quelli della cavalcata; nessuno comparve; per il che furono condannati come contumaci in lire cinquantamila, con la comminatoria di essere arsi (così è scritto) il Potestà e centoquarantasette Sangimignanesi. Chiesero grazia, e il Consiglio generale di Firenze con voti centoventitrè contro cinquantuno condonò la pena, con che i fuorusciti fossero rimessi in patria e riavessero i beni loro: ma non andò molto che un’altra volta furono ricacciati.

Cedevano innanzi alla comunanza cittadina più forte di loro, fuori trovavano chi gli proteggesse. Al Duca d’Atene si erano accostati malcontenti di tutta Toscana, come a cosa nuova. In Firenze un fuoruscito sangimignanese, capitano dei fanti della Signoria, teneva in guardia il Palazzo: costui ne aperse la porta al Duca, dal quale in premio di tanto servizio fu creato cavaliere: tornata libera la città, fu anch’egli dipinto a vitupero come traditore. San Gimignano al nuovo Duca aveva mandato il numero consueto di venticinque cavalieri e cento pedoni, secondo la taglia; ma perchè non volle consentire subito al richiamo dei fuorusciti, questi dapprima respinti con la forza v’entrarono poi con le armi e col nome del Duca, il quale n’ebbe il governo e prima cosa ordinò di fabbricare un cassero dentro la terra istessa. Tornava questa in libertà dopo alla cacciata del Duca, ma più che mai vessata dalle trame e dagli assalti dei fuorusciti, contro ai quali non avendo possa, ricorse a Firenze. Si aggiunse la peste, dopo alla quale San Gimignano mezzo vuotata d’abitatori e fuori battuta da continui assalti dei suoi medesimi, non valendo più da sè a reggersi, fece il primo atto di formale dedizione alla Repubblica di Firenze, che fu per tre anni, da potersi rinnovare, accomunando le due cittadinanze, con che avessero i Fiorentini la sola scelta del Capitano, quella del Potestà rimanendo sempre libera in mano dei Sangimignanesi.

Questi credevano forse con un tale atto e sotto alla guardia della Repubblica di Firenze potere costringere a una convivenza quieta le parti contrarie. Ma fu invano, perchè gli esuli tornati potevano troppo, e dentro aveva il Capitano dei Fiorentini messo innanzi qualche altra famiglia da stare a contrappeso. Il che non fece che più inasprire le inimicizie, perchè i Salvucci per tal modo favoriti poterono tanto, che dietro un’accusa male provata persuasero al Capitano, uomo dappoco, di condannare a morte due giovani degli Ardinghelli: fu eseguita la sentenza in fretta e prima che da Firenze venisse divieto. Peggio sino allora non si era mai fatto: agli Ardinghelli cupidi di vendetta si aggiunsero i signorotti da Picchena, vicino castello, e i Rossi famiglia di grandi, i quali cacciati da Firenze vivevano sulle loro possessioni lì appresso. Insieme ed in arme un giorno entrarono in San Gimignano, ed assalita la casa dei Salvucci, che sulla piazza era delle maggiori, la posero a sacco ed a fuoco. Questi si rifugiarono in Firenze; e allora fu gara tra essi e gli Ardinghelli, quale dei due riuscisse con suo maggiore profitto a dare la terra liberamente in potestà dei Fiorentini, che vi mandarono a buon conto seicento soldati, i quali si tennero al di fuori delle mura. Intanto i negoziati procedevano variamente, finchè agli 11 d’agosto 1353 fu stipulato l’atto di perpetua dedizione, per cui San Gimignano, perduta affatto l’indipendenza, ebbe dai Fiorentini la Potestà; e per l’interna amministrazione del Comune, mutato l’antico ordine, fu posto come a Firenze un magistrato di Priori e un Gonfaloniere: il castello di Picchena, smantellato, andò sotto la giurisdizione del Comune di San Gimignano.

Ma prima di accettare in Firenze la sottomissione, avevano aspettato che dugentocinquanta uomini della terra venissero a offrirla personalmente; il partito per l’accettazione passò nei Consigli per un voto solo. Dipoi fu scambio tra le due parti di cortesia: mandò la Signoria un foglio bianco sottoscritto, dove i Sangimignanesi ponessero quelle condizioni che volevano: questi risposero con un altro foglio nel modo stesso: il primo esiste negli archivi pubblici della terra, dell’altro è un ricordo. Con tutto questo però non vollero i nuovi padroni essere da meno di quel che era stato nove anni prima il Duca d’Atene; imposero ai Sangimignanesi l’edificazione di una rôcca in luogo adatto e a loro spese; doveva essere sicurezza contro alle discordie o alle ribellioni, ma era difesa nel tempo stesso contro ai grandi, soliti a vivere fino allora secondo la legge comune e senza divieti o esclusioni. In tutto il resto procederono largamente; il che era una fina arte politica, ma era insieme un riconoscimento del diritto che in Toscana più che altrove godeva il Comune alla sua propria indipendenza, in tutto quello dove non fosse stato questo diritto abbandonato dal Comune stesso per la sua propria conservazione. Promisero anche l’esenzione dai balzelli straordinari e da certe tasse minutamente specificate. Poi mantennero la promessa quanto suole farsi in simili casi, e quanto i bisogni della Repubblica di Firenze concedevano. Allora si andava per via di richieste al Consiglio delle spese; così lo chiamavano in San Gimignano: questo si opponeva e mandava ambasciatori che disputavano e infine pagavano, ma le più volte meno del chiesto. Si mantenevano nelle apparenti relazioni tra’ due Stati queste forme di parità: in cose o di confini o di commerci San Gimignano mandava i suoi ambasciatori a trattare prima liberamente co’ vicini; e abbiamo accordi in tal modo fatti con Siena. Così, finchè non fu distrutto in Firenze il libero stato, San Gimignano ebbe un esercizio di volontà in cose pubbliche, una soddisfazione di certi che sono bisogni dell’animo e dell’intelletto: quello che alla libertà mancasse, trovava compenso di quiete e d’ordine e di sicurezza. Fatto è, che pare la terra in quelli anni prosperasse, perchè gli edifizi più ornati e più belli sorsero nel tempo della soggezione; le chiese nel quattrocento furono abbellite da grande copia di pitture affresco e in tavola dei più celebrati in quella età, come Benozzo Gozzoli e il Ghirlandaio e Antonio Pollaiolo, ai quali si aggiungono senza troppa inferiorità pittori sangimignanesi: fiorivano anche le lettere, e diedero qualche uomo il cui nome non è affatto spento.

Ma ciò non faceva che non piangessero i loro antichi liberi tempi, quando il bene come il male potevano farsi da sè medesimi. Nè certo i soprusi mancavano, contro ai quali le terre soggette, ponevano speranza nei Medici: ma questi, una volta che ebbero abbassato chi stava di sopra, non rialzarono però gli altri, ed il comune livello scese molto più basso di prima. D’allora in poi San Gimignano venne sempre a scadere: nei due secoli del principato di casa Medici la popolazione della terra scemò d’un terzo, quella del contado non perdè che il sesto. Opere pubbliche non si fecero, e spesso le antiche furono guaste per incuranza o perchè l’amore delle arti mancava e il gusto era pessimo. San Gimignano si chiama sempre dalle belle torri, ma nel cinquecento erano il doppio di quelle che ora bastano a darle aspetto insolito e quasi fantastico.

Il canonico di quella Collegiata Luigi Pecori, pubblicava l’anno 1853 una Storia della patria sua, molto accurata e di buon giudizio. Aggiunse in fine lo Statuto dell’anno 1255, ampliato e corretto nel 1314, le notizie risguardanti le cose ecclesiastiche, i pubblici edifici, i cittadini di qualche nome, le opere d’arte, con assai buon numero di documenti dei quali è ricco quell’archivio. Compose tavole dei prezzi di molte cose e dei salari e delle pene che si pagavano in moneta. Prima di lui Vincenzio Coppi dava la Storia di San Gimignano l’anno 1695, in un bel volume in foglio, con dedica al principe Ferdinando de’ Medici. Abbondano in quella ragguagli minutissimi d’ogni cosa la quale importi o che all’autore paresse in qualche modo importare al decoro della patria sua. Fornito di buone lettere più che di sana critica, mantiene per vera una favolosa origine di San Gimignano, sulla quale nei primi anni del quattrocento Mattia Lupi aveva scritto un poema latino, da lui chiamato eroico, in quattro libri di cattivi versi. Dissi in principio, e ripeto in fine, che vorrei piuttosto sapere il vero del come potè sorgere a qualche grandezza da molto antichi secoli questa terra.