Nº V. (Vedi pag. 146.)

ORDINE DEGLI UFFICI DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.

L’ordine della città è diviso principalmente in quattro parti, o chiamansi Quartieri, e ’l primo è il Quartiere di Santo Spirito, e ’l secondo, quello di Santa Croce, e ’l terzo quello di Santa Maria Novella, e ’l quarto quello di San Giovanni. Ciascuno Quartiere è diviso per quattro Gonfaloni, che sono in tutto sedici, e ogni Gonfalone ha suo segno, non bisogna nominargli. Appresso v’è l’ordine delle Arti, che sono partite in ventuna, i nomi delle quali è buono a sapere per molte cose, che hanno a seguire, a meglio intenderle. La prima è l’Arte de’ Giudici, e Notai, e questa ha un Proconsolo sopra’ suoi Consoli, e reggesi con grande autorità, e puossi dire essere il ceppo della ragione di tutta la Notarìa, che si esercita per tutta la Cristianità, e indi sono stati i gran Maestri, e autori, e componitori d’essa. La fonte de’ dottori delle leggi è Bologna, e la fonte de’ dottori della Notarìa è Firenze.

Appresso è l’Arte de’ Mercatanti, che trafficano in grosso fuori di Firenze, che niun’altra città ne potrebbe de’ suoi tanti annoverare, quanti sono il numero di quegli.

La terza è l’Arte de’ Cambiatori, che si può dire, che l’Arte del cambiare per tutto il mondo sia quasi tutta nelle mani de’ Fiorentini, perchè per tutte le buone città di mercatanzìe tengono fattori a fare cambi.

La quarta è l’Arte della Lana, e più panni, e più fini fanno fare in Firenze, che in alcuno altro luogo, e i suoi Maestri sono grandi, e buoni onorati cittadini, e sanno fare.

La quinta è l’Arte della Seta, e li drappi d’oro, e di seta, e degli orafi, delle quali Arti si lavora nobilmente, e massime dei drappi.

La sesta è l’Arte degli Speziali, e de’ Medici, e Merciai, ed è grande Arte in numero di persone.

La settima è quella de’ Vaiai, e Pellicciai, e infino a qui si chiamano le sette Arti maggiori.

Poi sono le quattordici, che si chiamano Arti minori, ciascuna è distinta, e ordinata, secondo sua faccenda, Linaiuoli, e Rigattieri insieme, Calzolai, Fabbri, Pizzicagnoli, Macellari, che si chiamano Beccai, Vinattieri, Albergatori, Coreggiai, Quoiai, Corazzai, Chiavaiuoli, Maestri di murare, Maestri di legname, e Fornai.

I Signori si chiamano Priori dell’Arti, e Gonfaloniere di Giustizia del Popolo e Comune di Firenze, e sono otto Priori, cioè due di ciascuno Quartiere, e un Gonfaloniere di Giustizia, che ogni volta muta Quartiere per ordine, sicchè ogni Quartiere ha la sua volta il Gonfaloniere di Giustizia, e tutti sono scelti uomini, e più vantaggiati, e provati, e quegli quasi ha essere il capo di tutti i Priori, e ha andare innanzi, e non può essere alcun Gonfaloniere di questi, che non abbia compiuto il tempo di quarantacinque anni, e la mattina, che entra in uficio, gli è dato in mano il Gonfalone della Giustizia, che è la croce vermiglia nel campo bianco in un gran Gonfalone di drappo, il quale tiene in camera sua, e quando bisognasse aoperarlo, e salisse con esso a cavallo, tutto il popolo lo debba seguire, e andargli dreto, e ubbidirlo.

E’ Priori sono otto, de’ quali sei hanno a essere dell’Arti maggiori, e duo delle quattordici Arti minori, e di questo uficio non possono essere insieme due consorti, nè parenti per linea masculina, nè da indi a un anno; e chi è di detto ufficio, non può essere altra volta, se non passati tre anni dal dì finisce tale uficio.

E ’l primo uficio comincia in Calen di gennaio, e dura due mesi, e così poi l’altro in Calen di marzo, e seguita per tutto l’anno, sicchè in un anno si mutano sei volte; e la mattina quando entrano in uficio, si fa festa per tutta la città colle botteghe serrate, e tutto il popolo va alla piazza per fare compagnia a quegli, che escono dell’uficio passato, e tornano a casa, ciascuno co’ suoi più prossimi vicini, o amici, o parenti, e quegli, che hanno fornito l’uficio de’ due mesi, lasciano l’uficio a’ nuovi, che entrano, e hannogli prima due dì informati di tutte le cose, che hanno tra le mani.

Questi due mesi stanno sempre in Palagio fermi, e in Palagio mangiano, e dormono, e ogni dì stanno a collegio a sedere a udire, e diterminare il bisogno del Comune, e hanno tra loro per ordine uno di loro sempre Proposto, e tocca a ciascuno la sua volta per sorta, e dura tre dì, e tutti gli altri hanno in que’ tre dì a seguire il Proposto, e va innanzi allato al Gonfaloniere, e quello, che è Proposto, è signore di proporre, e mettere a partito fra loro ciò, che a lui pare, e sanza lui que’ tre dì non si può fare alcuna cosa.

Le loro deliberazioni si fanno segrete con fave nere e bianche, e hanno un frate segretario, che riceve in uno bossolo le dette fave; ciascuno glie ne dà in mano una segretamente, e coperta, e il frate la riceve, e mette nel bossolo. Le nere dicono sì, e le bianche dicono no, a volere essere vinto, e deliberato, e’ si conviene che sieno le due parti nere.

Ciascuno ha la sua camera nel Palagio fatta per ordine, e per Quartiere, e quella del Gonfaloniere è in capo di tutte, e ciascuno ha al suo servigio un donzello, che lo governa in camera di ciò fa bisogno, e simile lo serve alla mensa di tagliare, e di ciò fa bisogno, e sono nove donzelli orrevoli, e costumati, e stanno fermi in Palagio, e così ciascuno ha due serventi da mandare in qua, e ’n là, dove fusse bisogno, e al servigio di tutto l’uficio sono cento famigli, che per ordine vanno vestiti di verde, e portano certi segni di Comune, i quali hanno a fare compagnia innanzi, e dietro a’ detti Signori, quando vanno fuori, e hanno a andare per gli cittadini quando i Signori gli vogliono, e questi cento famigli hanno un Capitano forestiero, che si chiama Capitano de’ fanti, il quale è sopra tutti, e hagli a tenere in ordine, e correggere, ed è molto onorato.

E sono di tanta preminenza questi famigli de’ Signori, che quando un di loro fusse dato per compagnia a uno, che avesse bando della persona, o debito, non è alcuno rettore, nè uficiale, nè cittadino, che per la vita sua dicesse, o facesse nulla contro a quel tale, e ’l detto famiglio si concede per partito, e diliberazione de’ detti Signori.

Alla mensa de’ Signori non siede alcun altro, che loro e ’l loro notaio, e’ Signori forestieri, o Ambasciadori di Signori, o di Comuni quando, gli volessono fare onore, o alcuna volta per festa i rettori, e certi uficiali cittadini.

E la mensa de’ detti Signori, si dice, che è sì bene apparecchiata, e riccamente ornata, e pulitamente servita, quanto mensa d’alcun’altra Signoria, e per ordine; e come sono diputati ogni mese alla loro mensa fiorini trecento d’oro, tengono pifferi, e sonatori, e buffoni, e giocolari, e tutte cose da sollazzo, e da magnificenza, ma poco tempo vi mettono, che di presente sono chiamati dal Proposto, e posti a sedere per attendere a’ bisogni del Comune, che sempre abbonda loro faccenda, e mai non vi manca che fare.

Hanno appresso di loro un Notaio, che sta due mesi in Palagio come loro, e alla loro mensa, il quale non ha a fare altro, se non a scrivere le loro deliberazioni.

Hanno un altro Notaio fermo in perpetuo, aiuta quando fa bisogno, e ’l quale tiene i libri delle leggi, e ordini del Comune, e ha a scrivere, e a tenere conto di tutte le informagioni che si fanno per li Signori, e Collegi con loro Consigli.

Hanno uno Cancelliere, che sempre ne sta fermo in Palagio; i quali hanno a scrivere tutte le lettere, e pistole, che si mandano a’ principi del mondo, e a qualunque signoria, e privata persona per parte del Comune, i quali sono sempre poeti, e di grande scienza.

Tutti costoro hanno bisogno di tenere sotto loro molti, che scrivano, e facciano quelle cose, che sono ordinate loro.

L’uficio, e balìa, e autorità, e potenza de’ detti Signori è grande senza misura; ciò che vogliono, possono, mentre che dura il loro uficio, ma non aoperano questa potenzia, se non in certi casi necessari, e stremi, e di rado; anzi seguitano secondo gli ordini fatti per lo Comune, e non possono essere dopo l’uficio compiuto sindacati, nè corretti d’alcuna cosa, che fatta avessono, se non per baratterìa, o simonìa, e questo ha a conoscere uno uficiale, e rettore forestiere, che si chiama Esecutore degli ordini, e quando non ci è, succede in suo luogo, il Podestà di Firenze.

Poi è l’uficio de’ sedici Gonfalonieri delle compagnie e comincia adì otto di gennaio, e dura per quattro mesi, sicchè in un anno si mutano tre ufici; questi hanno sempre a ogni richiesta de’ Signori, che è quasi ogni dì essere a’ loro piedi a consigliare come fanno i cardinali, e ’l Papa, e la mattina, che entrano, si fa festa a botteghe serrate, e stanno i Signori in sulla ringhiera fuori del Palagio, e simile i rettori con loro, e uno de’ detti rettori monta in un’altra ringhiera, o vogliamo dire pergamo, e fa una bella orazione a onore di quella signoria, e de’ Gonfalonieri, e a ciascuno è dato il suo Gonfalone in mano, e con trombe, e pifferi innanzi se ne vanno a casa loro accompagnati, e onorati da tutto il popolo, e tutti gli uomini del Gonfalone vanno in compagnia col suo, e dreto al suo Gonfaloniere, e ciascuno Gonfalone ha sotto se tre pennoni di quel segno medesimo, che si danno dove i Gonfaloni; costoro non hanno a fare altro, se non a’ bisogni essere con quel segno a seguire il suo Gonfalone.

Poi v’è uno uficio, che si chiama Dodici buoni uomini, che sono tre di ciascun Quartieri, e dura tre mesi; cominciano per il primo uficio adì 15 di marzo, e durano mentre che ’l dì cresce, e a mezzo giugno, che comincia il dì a scemare, entrano gli altri, e durano infino che ’l dì è uguale alla notte; poi gli altri infino al minorare, dipoi gli altri infino a’ dì iguali di mezo marzo, e questo è con certo misterio, e hanno a stare ciascuno dì, quando i Signori mandano per loro, a’ loro piedi a consigliare, e per ordine di Comune sono molte cose di grande importanza, che non si possono fare per gli Signori sanza i Dodici.

Questi due ufici, Gonfalonieri, e Dodici si dicono Collegi, e sono molto onorati appresso de’ Signori.

Poi è il Consiglio del Popolo, che sono dieci per Gonfalone, e tutti i Consoli dell’Arti insieme co’ Signori, e Collegi, e certi altri ufici, che sono in tutto circa dugento cinquanta, per lo qual consiglio s’hanno a conservare le leggi, e statuti, e ordini di Comune già fatti per li Signori, e Collegi, e se non si vincesse per le due parti del detto consiglio insieme col loro colle fave nere, e bianche in segreto, non vale niente, e non può andare innanzi.

E quello, che sarà confermato per lo detto consiglio, bisogna, che vada poi un’altra volta a partito in un altro consiglio, che si chiama consiglio del Comune, dove sono circa dugento insieme co’ Signori, e Collegi, e non essendo confermato, e vinto per le due parti, simile in questo secondo consiglio non vale, ma le cose giuste, e utili, e oneste si vincono, e intendesi essere legge di Comune.

L’uficio de’ Dieci di balìa, che sono eletti a boce, ovvero colle fave sanza farne borsa, sono uomini valenti, e scelti, e pratichi, e non si fanno, se non a tempo di guerra, e costoro hanno allora di fuori della città, e ne’ fatti della guerra tutta la balía, e potenza de’ Signori, e di tutto il Comune.

L’uficio degli Otto della guardia hanno a stare desti, e attenti contro di chi cercasse di fare, o facesse alcune cose contro al reggimento, e contro alla città, o castelli, o terre del Comune, e non hanno balía di punire, ma di mettere il colpevole nelle mani del Rettore, che ne faccia giustizia.

L’uficio de’ Regolatori sono sei, e hanno a provvedere sempre tutte le rendite, e entrate del Comune, che elleno si mantengano buone, e non sieno maculate, e ’n tutte le spese, che si fanno, provvedere che ’l Comune non sia ingannato, e fare rivedere le ragioni de’ Camarlinghi, e fare riscuotere da chi deve dare.

Sono altri uficiali, che si dicono Governatori delle Gabelle delle Porti; oggi si chiamano Maestri di Dogana, e del sale, vino, e contratti, che hanno assai faccende a provvedere, che ’l Comune non sia ingannato.

L’uficio de’ Capitani di Parte guelfa è grande, e d’onoranza più per memoria dell’antica virtù, e operazioni operate sotto quel segno, che per cose, che al dì d’oggi abbiano a fare. Hanno a ricevere molte rendite, e spenderle in onore della Parte guelfa.

L’uficio dei Dieci della Libertà è di grande importanza, e dassi a uomini di molta scienza, e pratichi, e hanno a udire le querele di molti, che sono molestati civilmente alla ragione per vigore di strumenti, e carte, e dicono, o non essere stato vero, o avere pagato, o non doversi giudicare per quella via, o essersi obbrigati per inganni, o fraude, e sì costoro hanno a conoscere se la cosa il merita, e strignerli a fare compromesso, e che si vegga per via d’equità, e di discrezione, e molto giova questo uficio allo aiuto di persone povere, che non hanno da spendere in piatire, e in procuratori, e avvocati.

Uficiali d’Abbondanza si fanno solo in tempo di carestia, acciocchè la Terra stia abbondevole di grano per la povera gente, e allora usano bellissimi modi a fare contro alla carestia.

Uficiali di Grascia hanno a provvedere sopra le mulina, e mugnai, che rendano a’ cittadini buona ragione, e tengono ragione di molte cose contro a coloro, che non sono sottoposti ad alcuna Arte.

Sono appresso uficiali di pupilli, e vedove, eletti a boce, buoni, e onesti uomini, che temano Iddio, e amino misericordia, e fanno tenere conto, e ragione di tutti e’ pupilli, che sono lasciati sotto loro governo per insino che sieno in età perfetta.

Uficiali di Castella hanno a provvedere sempre, che le castella, e rocche, e fortezze del Comune sieno salde, e fare racconciare dove bisognasse, e sieno bene fornite d’opera, e da vivere, e sieno bene guardate, e che v’è mandato tenga la famiglia, che dee tenere.

Uficiali della Torre, hanno a mantenere, e migliorare ponti, e mura della città, e contado, fare racconciare i lastrichi delle vie, quando sono guasti, e provvedere a tetti, e sporti, e ruine.

Uficiali di Condotta sono sopra soldare, e fare rassegnare gente d’arme.

Molti altri ufici di Comune, che sarebbe lungo a dire, e ciascuno ha sua casa, dove si raunano, e scrivani, e camarlinghi.

Sono dipoi i Consoli dell’Arte, e ciascuna Arte ha sua casa, e residenza molto onorate, e ornate, dove si raunano due dì per lo meno ogni settimana, a tenere ragione, e udire, e giudicare, e quale Arte ha otto Consoli, e quale sei, e ’n quale sono quattro, secondo che è maggiore, e di maggiore faccenda, e alla sentenza de’ Consoli non si può appellare. Ogni Arte può conoscere, e giudicare la quistione di qualunque, che si richiamasse contro a un sottoposto a quella tale Arte, e contro a ciascuno, che non fusse sottoposto ad alcun’Arte, quando il sottoposto di quell’Arte si richiamasse di quel tale.

L’uficio della Mercatanzia sono uno uficiale forestiere dottore di legge civile, con sei consiglieri cittadini de’ più notabili, e savj, e pratichi uomini dell’Arti dette, uno di ciascun’Arte delle cinque maggiori, che se ne trae fuori quella de’ giudici, e notai, e quella de’ vaiai, e pellicciai, e poi uno come tocca per sorta intra tutte le XIV Arti, cioè le XIV minori, e con esse è quella de’ vaiai, e pellicciai, e pigliasi quello ordine perchè quelle cinque Arti, cioè mercatanti, cambiatori, lanaiuoli, setaiuoli, e speziali, sono mercatanti, e di loro sono eletti a questo uficio pochi, ma solamente que’ sono i vantaggiati, e innanzi a questo uficio vengono tutte le grandi quistioni, e gran casi di tutto il mondo, e liti di cose fatte per mare, e per terra, e di compagnie, e di falliti, e di rappresaglie, e d’infiniti casi, e dannovisi giustissimi giudicj, e notabili determinazioni, e alle loro sentenze non si può appellare. Questo uficio ha una casa, e un palazzo assai grande, e onorato, e ornato, e magnifico, e dura l’uficio de’ Sei tre mesi, e l’uficiale forestiere sei mesi, e bisogna, che tenga ferma abitazione nel detto palazzo egli, e suoi notai, e famigli, e non vi può menare sua donna, nè figliuoli.

Resta a dire de’ tre rettori principali, Podestà, Capitano, Esecutore, che bisogna, che sieno forestieri, di luogo di lungi a Firenze per lo meno miglia sessanta, e dura l’uficio loro mesi sei, e non può tornare altra volta infra dieci anni, nè egli, nè suoi giudici, se non fusse per deliberazione del Comune vinta per gli consigli, che interviene rade volte. Questo si fa perchè quello Rettore non abbia parenti, nè amici, nè conoscenti, nè grandi, nè minori, se non gli ordini, e le leggi della città, i quali dee osservare, e hanno grandissima balìa, e stanno con grandissima onoranza. In prima

Il detto Podestà tiene con seco quattro giudici dottori in legge civile, e sedici notai, perchè alla sua corte si piatisce di tutti i casi civili, di reditadi, di testamenti, e lasci di dote, di compre e vendite, di tutti e’ casi, de’ quali apparisce strumento pubblico, e hanno a conoscere, e terminare di ragione; poi dee tenere molta famiglia, e cavalli, e ha di salario in sei mesi fiorini dumilatrecento, e sta in un bellissimo palagio, e non può essere Podestà, nè Capitano in Firenze alcuno, se non conte, o marchese, o cavaliere, e che sia guelfo, e l’esecutore conviene, che sia il contrario, e non de’ detti gradi, ma che sia uomo popolare, e guelfo, e ’l Capitano, e ’l Podestà, e lo Esecutore hanno tutti balìa sopra i condannati, e sbanditi, e contro a tutti i micidj, e furti, e falsarj, e ogni cosa criminale. Il Capitano si dice del Popolo, e il segno suo è per guardia della città, e dello Stato, e reggimento d’essa, e ha balìa di fatto contro a chi tentasse alcuna cosa contro a reggimento; lo Esecutore ha balìa di fatto solamente contro a’ grandi uomini in difensione de’ popolani, e minori, e questo fu trovato per antico tempo a riprimere la superbia de’ maggiori, e farò senza più dire degli ufici drento della città.

Ma gli uficj di fuori sono quegli, di che i cittadini avanzano, e hanno salario, e premio, e sono i principali, e maggiori; in prima

Capitano di Pisa, Capitano d’Arezzo, Capitano di Pistoia, Capitano di Volterra: questi sono Signori di quelle Terre, mentre che durano sei mesi di tali ufici, e hanno balía per la guardia della Terra di ragione, e di fatto sanza misura. Appresso Podestà di Pisa, Podestà d’Arezzo, Podestà di Pistoia, Capitano di Cortona, Capitano del Borgo a San Sepolcro, Podestà di Prato, Podestà di Colle, Podestà di San Gimigniano, Podestà di Monte Pulciano, e altri, che hanno a governare i casi civili, e criminali, e menare suo’ giudici, e famigli assai, e sono molto onorati. Poi sono Vicario di San Miniato, Vicario di Val di Nievole, e di Pescia, Vicario di Firenzuola, Vicario di Poppi, e del Casentino, Vicario d’Anghiari, tre Vicariati in quello di Pisa; Capitano dell’Alpe di Pistoia, e Capitano di Romagna, e di Castrocaro, Vicario di Poppi, e di tutto il Casentino, Podestà di Castiglione Aretino, Podestà, ovvero Capitano di Maremma di Pisa. Poi sono tanto numero di Podestà in tutte l’altre terre, che sarebbe troppo lungo dire, a volerle sapere. A questi ufici sono eletti in Firenze buoni, e discreti cittadini il più che si può, e vanno in detti luoghi per acquistare chi onore, e chi avere, e chi l’una cosa, e chi l’altra; e interviene spesso, che sono di quelli, a chi viene fatto d’acquistare in tutto, o in parte di quel ch’è detto, e alcuna volta il contrario, cioè vergogna, e danno, perocchè i fatti degli uomini di Firenze non possono essere nascosi, e hanno troppi occhi addosso, e chi fa bene, n’acquista il merito, e chi fa male tosto è manifesto, ed è punito, e corretto, e gastigato per debito di giustizia, e per esemplo degli altri; e quando detti uficiali tornano in Firenze delle dette Terre, sono bene esaminate l’opere fatte per loro, e a ciascuno è retribuito a Firenze secondo il merito, e per la virtù di questa giustizia i buoni sono sempre invitati, e confortati a ben fare, e i rei e malvagi, puniti e spaventati, e il bene cresce, e il male si spegne, e seguitano una concordia in Firenze di grandi, e minori, e mezzani onorati ciascuno secondo suo grado, e secondo i loro meriti, che ne seguita una melodia sì dolce, che la sente il Cielo, e muove i santi ad amare questa città, e difenderla da chi volesse guastare tanto tranquillo e pacifico stato.

Appresso vi sono, come dissi in principio, il gran numero di buoni uomini e donne, che sempre con orazioni e limosine, e sante operazioni impetrano da Dio misericordia contro a’ viziosi, che non può essere, che non ve ne sieno, a tale che per amore de’ buoni Nostro Signore Iddio ha guardata, e conservata quella città, e accresciuta quanto altra città d’Italia. Amen.

DESCRIZIONE DELLE FESTE DI SAN GIOVANNI.

Quando ne viene il tempo della Primavera, che tutto il Mondo rallegra, ogni Fiorentino comincia a pensare di fare bella Festa di San Giovanni, che è poi a mezza la State, e di vestimenti, e di adornamenti, e di gioie ciascuno si mette in ordine a buon’otta; chiunque ha a fare conviti di nozze, o altra Festa s’indugia a quel tempo per fare onore alla Festa mesi due innanzi, si comincia a fare il Palio, e le veste de’ Servitori, e’ pennoni, e le trombe, e i Palj del drappo, che le Terre accomandate, e del Comune danno per censo, e ceri, e altre cose, che si debbono offerere e invitare gente a procacciare cose per li conviti, e venire d’ogni parte cavalli per correre il Palio, e tutta la Città si vede in faccenda per lo apparecchiamento della Festa, e gli animi de’ giovani, e delle donne, che stanno in tali apparecchiamenti; non resta però, che i dì delle Feste, che sono innanzi, come è Santo Zanobi, e per la Ascensione, e per lo Spirito Santo, e per la Santa Trinità, e per la Festa del Corpo di Cristo, di fare tutte quelle cose, che allegrezza dimostrino, e gli animi pieni di letizia, ed ancora ballare, sonare, e cantare, conviti, e giostre, e altri giuochi leggiadri, che pare, che niuna altra cosa s’abbia a fare in que’ tempi infino al dì della vigilia di San Giovanni.

Giunti al dì della vigilia di San Giovanni, la mattina di buon’ora tutte le Arti fanno la mostra fuori alle pareti delle loro botteghe di tutte le ricche cose, ornamenti, e gioie; quanti drappi d’oro e di seta si mostrano, ch’adornerebbero dieci Reami! quante gioie d’oro, e d’ariento, e capoletti, e tavole dipinte, e intagli mirabili, e cose, si appartengono a fatti d’arme, sarebbe lungo a contare per ordine.

Appresso per la Terra in sull’ora della terza si fa una solenne pricissione di tutti i Cherici, Preti, Monaci, e Frati, che sono grande numero di Regole, con tante Reliquie di Santi, che è una cosa infinita, e di grandissima divozione, oltre alla maravigliosa ricchezza di loro adornamenti, con ricchissimi paramenti addosso, quanti n’abbia il Mondo, di veste d’oro, e di seta, e di figure ricamate, e con molte Compagnie d’uomini secolari, che vanno ciascuno innanzi alla regola, dove tale Compagnia si raguna, con abito d’Angioli, e suoni e stromenti d’ogni ragione, e canti maravigliosi, facendo bellissime rappresentazioni di que’ Santi, e di quelle Reliquie, a cui onore la fanno. Partonsi da Santa Maria del Fiore, e vanno per la Terra, e quivi ritornano.

Poi dopo mezzo giorno, e alquanto passato il caldo, circa all’ora del Vespro tutti i Cittadini sono ragunati ciascuno sotto il suo Gonfalone che sono sedici, e per ordine primo, e secondo, e così succedendo vanno l’uno Gonfalone drieto all’altro, e in ciascuno Gonfalone tutti i suoi Cittadini a due a due andando innanzi i più degni, e i più antichi; e così seguendo infino a’ garzoni riccamente vestiti, a offerere alla Chiesa di San Giovanni un torchietto di cera di libbre una per uno, avendo i detti Gonfaloni spesse volte, o la maggiore parte d’essi innanzi da sè uomini con giuochi d’onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le strade, dove passano, sono tutte adorne alle mura e al sedere di capoletti, spalliere, e pancali, i quali sono coperti di zendadi, e per tutto è pieno di donne giovani, e fanciulle vestite di seta, e ornate di gioie, e di pietre preziose, e di perle, e questa offerta basta infino al coricare del sole, e fatto l’offerta, ciascuno cittadino, e donna si tornano a casa a dare ordine per la mattina seguente.

La mattina di San Giovanni chi va a vedere la piazza de’ Signori, gli pare vedere una cosa trionfale, e magnifica, e maravigliosa, che appena che l’animo vi basti. Sono intorno alla gran piazza cento torri, che paiono d’oro, portate quali con carrette, e quali con portatori, che si chiamano ceri, fatti di legname, di carta, e di cera con oro, e con colori, e con figure rilevate, voti drento, e drento vi stanno uomini, che fanno volgere di continovo, e girare intorno quelle figure. Quivi sono uomini a cavallo armeggiando, e quali sono pedoni con lance, e quali con palvesi correndo, e quali sono donzelle, che danzano a rigoletto. In su essi sono scolpiti animali, e uccelli, e diverse ragioni d’alberi, pomi, e tutte cose, che hanno a dilettare il vedere, e il cuore.

Appresso intorno alla ringhiera del Palagio vi ha cento pali, o più nelle loro aste appiccati in anelli di ferro, e i primi sono quelli delle maggiori città, che danno tributo al Comune, come quello di Pisa, d’Arezo, di Pistoia, di Volterra, di Cortona e di Lucignano, e di Castiglione Aretino, e di certi Signori di Poppi, e di Piombino, che sono raccomandati del Comune, e sono di velluto doppi, quale di vaio, quale di drappo di seta, gli altri tutti sono di velluto, o d’altri drappi, o taffettà listrati di seta, che pare una maravigliosa cosa a vedere.

La prima offerta, che si fa la mattina, sì sono i Capitani della Parte guelfa con tutti i cavalieri, essendovi ancora Signori, Ambasciadori, e Cavalieri forestieri, che vanno con loro con grande numero de’ più onorevoli cittadini della Terra, e col Gonfalone del segno della Parte guelfa innanzi portato da uno de’ loro donzelli in su uno grosso palafreno vestito di sopravvesta di drappo, e il cavallo covertato infino a terra di drappo bianco col segno della Parte guelfa.

Poi seguono i detti pali portati a uno a uno da un uomo a cavallo, quale uomo ha il cavallo covertato di seta, e quale no: come sono per nome chiamati, e’ vannosi a offerere alla chiesa di San Giovanni. E questi pali si danno per tributo delle Terre acquistate dal Comune di Firenze, e di loro raccomandati da un certo tempo in qua.

I ceri soprascritti, che paiono torri d’oro, sono i censi delle Terre più antiche de’ Fiorentini, e così per ordine di degnità vanno l’uno drieto all’altro a offerere a San Giovanni, e poi l’altro dì sono appiccati intorno alla chiesa dentro, e stanno tutto l’anno così infino all’altra Festa, e poi se ne spiccano i vecchi, e de’ pali fassene paramenti, e palj da altari, e parte de’ detti palj si vendono allo ’ncanto.

Dopo questi si va a offerere una moltitudine maravigliosa, e infinita di cerotti grandi, quale di libbre cento, quale cinquanta, quale più, quale meno, per infino in libbre dieci di cera accesi, portati in mano da’ contadini di quelle ville, che gli offerano.

Dipoi vanno, a offerere i Signori della Zecca con un magnifico cero portato da un ricco carro adorno, e tirato da un paio di buoi covertati col segno ed arme di detta Zecca, e sono accompagnati i detti signori di Zecca da circa di quattrocento tutti venerabili uomini matricolati, e sottoposti all’Arte di Calimala Francesca, e de’ Cambiatori, ciascheduno con begli torchietti di cera in mano di peso di libbre una per ciascuno.

Dipoi vanno a offerere i Signori Priori, e loro Collegi colli loro Rettori in compagnia, cioè Podestà, Capitano, e Assecutore, con tanto ornamento, e servidori, e con tanto stormo di trombe, e di pifferi, che pare, che tutto il mondo ne risuoni.

E tornati, che’ Signori sono, vanno a offerere tutti i corsieri, che sono venuti per correre il Palio, e dopo loro tutti i Fiamminghi, e Bramanzoni, che sono a Firenze tessitori di panni di lana, e dopo questi sono offerti dodici prigioni, i quali per misericordia sono stati tratti di carcere per li opportuni consigli a onore di San Giovanni, i quali sieno gente miserabili, e sienvi per che cagione si voglia.

Fatte queste cose e offerte, uomini, e donne tornano a casa a desinare, e come ho detto, per tutta la città si fa quel dì nozze, e gran conviti con tanti pifferi, suoni, e canti, e balli, feste e letizia, e ornamento, che pare, che quella Terra sia il Paradiso.

Dipoi dopo desinare passato il mezzo dì, e la gente s’è alquanto riposata, come ciascuno s’è dilettato, tutte le donne, e fanciulle ne vanno dove hanno a passare quelli corsieri, che corrono al Palio, che passano per una via diritta per lo mezzo della città, dove sono buon numero d’abitazioni, e belle case, ricche, e di buoni cittadini, più che in niuna altra parte, e dall’uno capo all’altro della città per quella diritta via piena di fiori sono tutte le donne, e tutte le gioie, e ricchi adornamenti della città, e con grande festa, e sempre vi sono molti signori, e cavalieri, e gentiluomini forestieri, che ogni anno delle terre circostanti vengono a vedere la bellezza, e magnificenza di tale festa, ed evvi per detto corso tanta gente, che par cosa incredibile, di forestieri, e cittadini, che chi non lo vedesse, non lo potrebbe credere, nè immaginare.

Dipoi al suono de’ tre tocchi della campana grossa del Palagio de’ Signori, i corsieri apparecchiati alle mosse si muovono a correre, ed in sulla torre si veggono per li segni delli ragazzi, che su vi sono, quello è del tale, e quello è del tale, venuti da tutti i confini d’Italia i più vantaggiati corsieri barbereschi del mondo, e chi è il primo, che giugne al palio, lo guadagna, il quale è portato in sur una carretta triunfale con quattro ruote adorna con quattro lioni intagliati, che paiono vivi, uno in sur ogni canto del carro, tirato da due cavalli covertati col segno del Comune loro, e due garzoni, che gli cavalcano, e guidano; il quale è molto grande, e ricco palio di velluto chermisi fine in due pali, e tra l’uno e l’altro uno fregio d’oro fine largo un palmo foderato di pance di vaio, e orlato d’ermellini infrangiato di seta, e d’oro fine, che in tutto costa fiorini 300 o più, ma da un tempo in qua s’è fatto d’alt’e basso broccato d’oro bellissimo, e spendesi fiorini 600 o più.

Tutta la gran piazza di San Giovanni, e parte della via è coperta di tende azzurre con gigli gialli, la chiesa è una cosa di maravigliosa figura; ed altro tempo richiederà a parlare d’essa, quando aremo a dire degli ornamenti di quella città. (Questo l’autore non fece mai.)