1. Ricordi di Filippo Rinuccini. — March. Stefani, agli anni 1377-78.
2. Leggiadramente il Machiavelli: «chi non ha lo Stato in questa terra, de’ nostri pari non trova cane che gli abbaj; e non siamo buoni ad altro che andare a’ mortori o alle ragunate d’un mogliazzo, o a starci tutto dì in sulla panca del Proconsolo a donzellarci.» (Mandragola, atto II, scena 3.)
3. «Sempre parve da gran tempo che chi ha fare le parti guarda a farla a sè buona.» (March. Stefani, lib. XII, rub. 931.) — Vedi Cronaca del Morelli, pag. 272, i Consigli per non pagare le gravezze celando il proprio valsente, con artifizi che si descrivono; aggiugnendo infine: «non le pagare, rubèllati dal Comune ec.»
4. Matteo Villani, lib. V, cap. 74.
5. Vedi in più luoghi circa alle gravezze che s’imponevano sotto vari nomi, lo stesso Matteo; e Pagnini, Sulla Decima, tomo I. — Canestrini, Scienza di Stato de’ Fiorentini, 1ª Parte, Sulle Imposte.
6. Pagnini, Sulla Decima, tomo I, pag. 16.
7. Matteo Villani, lib. III, 106; lib. VIII, 71; lib. IX, 3; e March. Stefani, lib. XI, rubr. 883.
8. Provvisione del 27 aprile 1369. — Petizione del 15 gennaio 1370 stile fior. — e Provvisione del 23 dicembre 1371.
9. Quando a frenare le usure più ingorde vennero in Firenze chiamati gli Ebrei, ebbero proibizione d’imprestare a frutto più alto. Nell’anno 1420 uscì divieto di fare contratti a usura col pegno a più di 5 danari al mese, ch’è il 25 per cento all’anno; più tardi si trovano imprestiti fino al 30 per cento. (Pagnini, Sulla Decima, tomo II, pag. 139.)
10. Un altro Monte fecero per la guerra di San Miniato, dove il capitale era solamente raddoppiato, così venendo a fruttare il dieci; si chiamò il Monte dell’uno due. (March. Stefani, lib. XI, rubr. 883.)
11. «Ancora si fece legge; conciossiacosachè molti incantavano del Monte, e diceano: lo Monte vale 30 per centinaio questo dì; io voglio fare teco una cosa, io voglio poterti dare oggi a un anno, ovvero tu dare a me, quanto a 31 per cento; che vuoi ti doni e fa’ questo? e cadeano in patto; poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comperava, e se rincaravano li vendeva, e ne promutava qua e là il patto 20 volte l’anno. Di che vi si puose su gabella fiorini 2 per cento a ogni promutatore.» (March. Stefani, lib. IX, rubr. 727.)
12. Cavalcanti, Storie, tomo I, pag. 416; tomo II, pag. 463.
13. «Veramente credo che comunemente già fa cinquanta anni, dal Mugello si sarebbe tratto diecimila uomini d’arme; ma i’ credo sicuro sieno diminuiti, come negli altri paesi tutti, e sì per la mortalità e sì per le guerre e gravezze, per le quali è suto forza a una gran gente il partirsi per non avere a stentare in prigione.» (Cronaca del Morelli, pag. 223.)
14. Matteo Villani, lib. III, cap. 36. — Intorno al vivere del popolo di Firenze in quelli stessi anni qualcosa può trarsi da un capitolo dove l’autore dei Centiloquio, Antonio Pucci, descrisse non senza vivezza le genti che praticavano in Mercato Vecchio, e le cose che ivi si vendevano. (Deliz. Erud., tomo VI, pag. 267.)
15. Vedi 1º vol., lib. III, cap. V; e Statuto Fiorentino, tomo II, pag. 195.
16. Vedi 1º vol., lib. III, cap. IV e V.
17. Quando una parte degli Albizzi, mutato casato, si chiamò degli Alessandri, tolsero entrambi le armi dall’arte ch’esercitavano, della Lana: gli Albizzi presero le Matasse, e gli Alessandri la Pecora.
18. Tumulto de’ Ciompi, di G. Capponi.
19. Ciò dallo Stefani; ma una Provvisione dei 23 giugno, letta dal giovine Ammirato (lib. XIV, pag. 721), mentre ordina che i rubatori restituissero il tolto, fa eccezione per coloro che aveano rubato a Lapo da Castiglionchio; tanto era in odio cotesto uomo.
20. «E in quel medesimo dì uno che aveva nome Cecco d’Iacopo da Poggibonsi, coll’insegna dell’arme di libertà, la quale gli fu data per alcun nostro cittadino dell’ufficio degli Otto di guerra (del quale il nome per al presente mi taccio) fece di grandissimi danni e ruberie ec.» (Gino Capponi, Tumulto de’ Ciompi, pag. 222.)
21. Questo afferma G. Capponi, che tra i narratori del Tumulto più aderisce agli Ottimati.
22. G. Capponi, Tumulto de’ Ciompi. — Una lettera sopra il Tumulto, che sarebbe d’un testimone di veduta (Deliz. Erud., tomo XVII, pag. 170), contiene tra le altre Petizioni queste: «Che nell’offizio de’ Signori sia due de’ Minutissimi, due degli Artefici minuti, e il rimanente come tocca alle sette Arti maggiori e alli Scioperati: che all’offizio de’ dodici Buonuomini v’abbia tre di questi Minuti fuori d’Arti; e che dell’offizio de’ Gonfalonieri delle Compagnie, v’abbi quattro, e che di loro si debba fare squittinio di per sè: che il Gonfaloniere di Giustizia sia comune, a ciò possa toccare anco a loro. Che nessuno possa avere più d’un offizio per volta, salvo possa esser consolo. Che gli Uffiziali dell’Abbondanza della carne si levino e non si faccin più. Che nessuno possa esser preso per debito per di qui a due anni. Che quaranta di questi Minutissimi abbino la preminenza che ebbero gli ottanta del primo rumore. Che al Consiglio del Comune si arroga dieci de’ Minutissimi: che chi non ha offizio di Comune, non possa aver di quelli della Parte Guelfa: che Spinello della Camera, e sere Stefano e ser Matteo abbino la prestanza ch’ebbono gli ottanta: che il Gonfalone della Parte Guelfa stia in casa i Priori e mai si dia a’ Capitani per nessuna cagione: che niuno de’ Grandi possa essere del Consiglio del Comune, e in luogo loro sono i dieci qua addietro scritti per Arroti cioè de’ Minuti.» Giusto fu il popolo nel remunerare Spinello che aveva tenuto più anni i danari del Comune con lealtà e fede, e denunziò e ripose nella Camera tre mila ducati che aveagli donati l’Aguto quando prese la condotta; e morì povero, che non si potè fargli il mortorio come meritava, e fu dipinto per fama nella Camera del Comune. (Morelli, Cronaca, pag. 288.)
23. Una Provvisione dei 21 luglio (Archivio di Stato) contiene quei punti che risguardano alla Parte guelfa ed allo Smunire; e inoltre che sia vietato ai Capitani di parte guelfa l’inviare arroti o aggiunti ai Consigli sia del Popolo sia del Comune, e che dieci popolani per Quartiere siano aggiunti di nuovo al Consiglio del Comune; che al Magistrato della Parte venga tolto il Gonfalone regale fatto fare da Lapo da Castiglionchio, siccome vedemmo. Inoltre contiene: che Spinello di Luca Alberti, ser Stefano Becchi e ser Benedetto Landi sieno consorti e confederati di Salvestro de’ Medici e degli altri Priori che furono seco in officio a tutto giugno. — Vedi per questa e per altre due Provvisioni di quel tempo l’Appendice Nº I, in fine di questo volume.
24. «Il quale Michele era per addietro pettinatore di lana, come che allora fosse sopra i pettinatori e scardassieri d’Alessandro di Niccolò a salario, e la madre e la moglie faceano bottega di cavoli e d’erbe e dentro stoviglie di terra.» (March. Stefani, lib. X, rubr. 796.) — Questo Alessandro era degli Albizzi e fu quello il quale avendo sciamato, fondò la casa degli Alessandri. Abbiamo dal solo Leonardo d’Arezzo, che da giovinetto avea Michele esercitato in Lombardia il mestiere delle armi.
25. «Gli Otto della Guerra si tennono grandemente gabbati perchè pareva loro essere certi d’avere a riformare la città eglino; ma la speranza e il pensiero fallì loro, perchè il Popolo minuto vollono essere signori loro: e fu molto giusto, che chi per propria ambizione consente le alterazioni nella città, meriterebbe altro.» Qui Gino Capponi pone termine al Commentario: noi continueremo.
26. March. Stefani, lib. IX, rubr. 748 e 55.
27. Nella Provvisione sopraccitata dei 23 giugno venne ordinata detta consorteria, con obbligo d’assistersi come se fossero d’una medesima casa o famiglia, la quale consorteria non vollero che desse fra di loro divieto agli ufizi.
28. Scrive il Monaldi, che ai trentuno «furono dati i confini dove chiesero andare i confinati;» era discretezza a petto a quello che poi si fece.
29. Tumulti del 1378. In Archivio Storico Italiano, tomo XVII, 3ª Dispensa, 1873.
30. March. Stefani, lib. X, rubr. 800. — Boninsegni, Storie, lib. IV, pag. 625.
31. Marchionne Stefani, lib. X, rubr. 801. — Frammenti di Cronichetta (Giorn. Stor. degli Arch. Toscani, tomo I, pag. 61, 78). — Ammirato, lib. XIV, pag. 737, e nella Provvisione degli 11 settembre: «illi de illa tertia Arte populi minuti sive Populi Dei, qui sunt a dicto scruptinio prohibiti et exclusi.»
32. Il Monaldi nel Diario esprime pur egli la paura che si aveva in Firenze di quei Ciompi: «Se i minuti avessero vinto, ogni buon cittadino che avesse, sarebbe stato cacciato di casa sua ed entratovi lo scardassiere, togliendovi ciò che avesse; in Firenze ed in contado morto e diserto era ciascuno che nulla avesse.» Accenna pure alla importanza che avea pel popolo ottenere l’estimo.
33. Marchionne Stefani, luogo sopra citato.
34. Ciò appare dal Boninsegni, il quale scrive che Michele ed un Ghiotto da Secciano che si era portato francamente contro ai Ciompi, furono dichiarati abili ad avere ufficio o beneficio del Comune.
35. Provvisioni degli 11 e 28 settembre (Appendice, Nº I).
36. Giurarono «essere fedeli e devoti e amatori del Comune e popolo fiorentino e della sua libertà e della cattolica e cristianissima Parte Guelfa, e che avrebbero difeso a tutto potere il governo popolare per conservarlo in istato pacifico e libero.» (Ammirato, pag. 737.)
37. Marchionne Stefani, lib. X; Deliz. Erud., tomo XV. — Ser Naddo da Montecatini; Deliz. Erud., tomo XVIII. — Boninsegni, Stor. Fior., lib. IV. — Machiavelli, Stor. Fior., lib. III.
38. Il signor Palermo pubblicava insieme alle Laudi l’Apologia di Giannozzo: a lui lo Stefani certamente è così acerbo da non gli credere; il Boninsegni, senz’altro aggiugnere, tiene per vera l’imputazione.
39. Marchionne Stefani. — Ser Naddo. — Boninsegni.
40. Da un luogo malconcio della Cronaca di Marchionne Stefani (lib. XI, rubr. 857) apparisce come i Cherici avessero iscritta sul Monte una rendita di fiorini diciotto mila all’anno a titolo d’interesse o provvisione.
41. Il Comune così guadagnava circa sessanta mila fiorini l’anno di interesse: ma fu grande cosa, perchè forse cinque mila persone aveano danari sul Monte, uomini e femmine: e molti aveano venduti i loro poderi o case, e chi disfatto bottega per l’ingordigia dell’interesse che il Monte pagava. Era vietato per legge mettere a partito o in guisa alcuna promuovere mutazione agli Statuti del Monte, e ciò fino dall’istituzione sua: ma aveano trovato modo a sospendere la legge (Stefani, lib. XI, rubr. 863), dalla quale erano eccettuati uomini e donne di case principesche; Durazzo, Della Scala, Visconti ed altri, i quali aveano danari nel Monte.
42. Marchionne Stefani, lib. XI, rubr. 877.
43. Era legge che fosse tagliata la mano a chi ferisse, e non pagasse fra dieci dì, di certe ferite. Al tempo dei Ciompi fu abolita quella legge. (Stefani, lib. XI. rubr. 864.)
44. Leonardo d’Arezzo scrive che Benedetto Alberti era in armi sulla piazza quando Giorgio fu decapitato. Il Machiavelli vi aggiunge del suo un’arringa che lo Scali prima di morire avrebbe fatta a Benedetto; io poco m’affido all’autorità dell’Aretino che manda a morte Tommaso Strozzi insieme e a lato di Giorgio Scali. — Vedi anche Ser Naddo da Montecatini (Deliz. Erud., tomo XVIII); e Cronichetta di un anonimo fiorentino pubblicata dal signor Gherardi (tomo VI dei Documenti di Storia Italiana).
45. Provvisioni dei 21, 22, 23 gennaio 1382 (stil. fior. 1381). Archivio di Stato. — Vedi Appendice Nº II.
46. Ser Naddo da Montecatini scrive che Salvestro andò a Lucca a confine.
47. Maddalena figlia di questo Carlo si era maritata (Diario del Monaldi) l’anno innanzi a Luchino Visconti, che ora viveva in Firenze spossessato come dubbio figlio di quell’altro Luchino Visconti che fu signore di Milano. È singolare che tali nozze in mezzo al governo plebeo fossero celebrate, come si trova, con palii e giostre mentre che il padre era a confine.
48. Boninsegni e Ser Naddo.
49. Rimane tuttora a un luogo dei Camaldoli di San Lorenzo il nome di Cella di Ciardo.
50. Storie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, tomo II, pag. 487.
51. Marchionne Stefani, lib. XI, rubr. 921-23. — Ser Naddo.
52. Capitoli del Comune ec., regesto pubblicato dal signor Cesare Guasti. Firenze, 1866; tomo I, pag. 371-449.
53. Lionardo Aretino, Stor., lib. IX. — Marchionne Stefani, lib. XII. — Boninsegni, lib. IV. — Ammirato, lib. XV. — L’Archivio Centrale di Stato (Lib. XIV dei Capitoli) ha documenti i quali risguardano a questa vertenza; e vedi una deliberazione della Signoria, Archivio Storico Italiano (tomo XIII, pag. 119).
54. Marchionne Stefani, lib. XI, rubr. 777.
55. Abbiamo il decreto di questa Balìa tra’ documenti pubblicati dal signor Passerini nella sua pregevole Istoria della famiglia degli Alberti. Il bando non era da principio che per due anni, e fu pronunziato dietro una petizione degli stessi Benedetto e Cipriano, i quali dicevano volersi per loro faccende assentare: singolare ipocrisia della sentenza la quale voleva dai condannati essere invocata.
56. «Molti, gioventù che non passava l’adolescenza, si trovarono negli uffici per procuro de’ padri loro che erano nel reggimento; e occorse che facendosi lo squittinio in que’ tempi, si trovò che dei quattro tre non passavano i venti anni, e pur tali furono portati allo squittinio che giacevano nelle fasce.» (Filippo Villani, lib. XI, cap. 65.)
57. Boninsegni, lib. IV. — Minerbetti, cap. IV e seg., dell’an. 1387.
58. Sismondi, Hist. des Repub. Ital., chap. LIII.
59. Boninsegni, Stor. Fior., lib. IV, pag. 685.
60. Il Conte di Virtù avea di rendita ferma delle sue terre un milione e 200 migliaia di fiorini, senza l’imposte che faceva, ed in tempo di pace avanzava assai danari. (Goro Dati, Storia di Firenze, pag. LI.)
61. Lionardo Aretino, lib. IX.
62. Così appellato, secondo narra Giovanni di Iacopo Morelli nei Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, 2) per aver egli, sebbene fosse grande ghibellino, combattuto corpo a corpo con un tedesco ed uccisolo.
63. «Poi fece percuotere le mura con molte grosse bombarde, le quali mura perocchè erano non molto grosse, non poterono sostenere i colpi delle pietre, perocchè erano di più di trecento libbre l’una; anzi forarono in molte parti le mura, e in alcune parti le feciono cadere.» (Minerbetti, Cronaca, cap. XXII, an. 1390.)
64. Malavolti, Storia di Siena, lib. IX, parte 2ª.
65. Lionardo Aretino, lib. IX.
66. Lionardo Aretino, lib. X.
67. Sismondi, Histoire des Français. Cinquième partie, chap. XX.
68. «Chevauchons liement (lietamente) sur ces Lombards; nous avons bonne querelle et juste et bon capitaine, si en vaudra notre guerre grandement mieux et en sera plus belle. Et aussi nous allons au meilleur pays du monde, car Lombardie reçoit de tous côtés toute largesse de ce monde. Si sont Lombards de leur nature riches et couards; nous y ferons notre profit. Chacun de nous qui sommes capitaines retournerons si riches, que nous n’aurons que faire jamais de guerroyer.» (Chroniques de T. Froissart, lib. IV, chap. 20.)
69. Froissart, loc. cit. — Lionardo Aretino, lib. X.
70. Noi qui seguitiamo Lionardo Aretino, grave istorico di questa guerra, la cui narrazione parve a noi che procedesse chiara e netta. Il Boninsegni ed il Minerbetti pongono l’impedimento delle acque sul fiume dell’Oglio e prima della rotta dell’Armagnac. Il Poggio s’attiene al racconto di Lionardo. (Storia, lib. III.)
71. Lionardo Aretino, lib. X. — Ser Naddo da Montecatini. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 125 e seg.)
72. Minerbetti, cap. XII, an. 1392. — Boninsegni, Storie, lib. IV.
73. Provvisione del 19, 20 e 21 ottobre 1393. (Archivio di Stato.) — Vedi Appendice, Nº III.
74. Morelli, Cronica, pag. 293.
75. Lionardo Aretino scrive la cagione delle novità, e dell’esilio degli Alberti, fosse non tanto mancamento alcuno commesso di nuovo, quanto l’antica contesa delle parti ec.; e Ser Naddo: «Seguì detto rumore non per mancamento di nessuno degli Alberti, ma per opera di messer Maso degli Albizi Gonfaloniere, e per l’antica nimicizia che avea con gli Alberti, cominciata quando messer Benedetto, capo di quella famiglia, stette armato in piazza, mentre che Piero degli Albizzi e gli altri notabili cittadini furono indegnamente morti.» (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 140.) — Vedi poi le lunghe calamità degli Alberti nella Istoria sopraccitata di quella famiglia.
76. Scrive il Morelli (loc. cit.) «che da principio doveano essere sei mila, e che gli chiamarono giornee: fessene assai, ma non andarono innanzi;» e veramente erano troppi, da non fidarsene.
77. Provvisione surriferita. — Ser Naddo da Montecatini appella l’Arte della Lana «cagione d’ogni bene, che si facesse in quelli anni nella Repubblica.»
78. Minerbetti, Cronaca, cap. XXII, an. 1393.
79. Ricordi di Filippo Rinuccini.
80. Minerbetti, an. 1396, cap. XIV. — P. Boninsegni, an. 1396. — Lionardo Aretino, lib. XI. — Morelli, Cronaca. — Ser Naddo da Montecatini (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 153). — Lettera Di Donato Acciaioli alla Signoria; Firenze, 1857; con le Opere del Sacchetti.
81. Minerbetti, an. 1397, 1400. — Machiavelli, Stor. Fior., in fine del lib. III. — Morelli, Cronaca, loc. cit., ed alla pag. 324 e seg., dove narra come la Balía degli Ottantuno, fatta nel 1393, continuasse fino al 1404, e nelle borse fussero larghi a mettere nomi di persone da bene, e antiche a Firenze e specialmente delle Famiglie, i quali doveano avere trent’anni. Si vede pure come del tôrre quella Balía fosse il popolo molto lieto, ma gli uomini da guerra molto dolenti, perchè mutando anche l’imposta delle prestanze, credeano le paghe fossero peggio assicurate. — Vedi anche Morelli, Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 10).
82. Nella più sopra lodata Storia della Famiglia degli Alberti è ampia mèsse di documenti relativi alla persecuzione e quindi al ritorno di quella Famiglia: sono da vedere le condanne fatte con le Balíe degli anni 1401 e 1412; di poi cominciano le mitigazioni.
83. L’effigie di Giovanni Aguto fu dipinta a buon fresco da Paolo Uccello nel Duomo: un trent’anni fa venne portata sulla tela, e si vede internamente sopra una delle minori porte della facciata.
84. «I Fiorentini che sanno tutti i pertugi d’entrare e d’uscire che sono al mondo, a un’otta spiavano ogni dì ciò che faceva il Duca e si provvedevano a’ rimedi loro.» (Goro Dati, Storia, pag. 56, 57.) — «Sapeano a Firenze appunto quello che il Duca aveva d’entrata da potere spendere, e sapevasi tutta la spesa che egli portava tra in soldati e donare a’ Signori, e in ambasciate e in provvigioni e doni che dava per tener le terre a sua divozione; e sapevasi che a questa spesa gli mancava tanto d’entrata, massimamente perchè in tempo di guerra non gli rispondeva la metà, che a lui era forza gravare i suoi popoli di gravissime imposte.» (Idem, pag. 66.) — «Egli colla sfrenata volontà s’avea arrecato addosso peso e soma impossibile a poterla lungamente portare e sostenere, e era veduto e conosciuto per li Fiorentini che v’avea a scoppiare sotto.» (Idem, pag. 67.) — «E quasi aveano molti fatta la ragione colla penna in mano, e diceano come di cosa certa: tanto può durare.» (Ivi.)
85. È in mano nostra l’originale del Copialettere della Repubblica Fiorentina per tutto quell’anno 1396. Quivi, tra molte lettere, sono le istruzioni per non meno di sessanta ambascerie fuori Stato, mandate in quell’anno a’ vari Signori, alle città collegate, a’ Capitani delle Compagnie: notabili quelle del 5 aprile agli ambasciatori Palmieri, Altoviti e Onofrio Arnolfi, mandati al Papa e al re Ladislao; quelle a Grazia dei Castellani e Andrea Buondelmonti i quali andarono a Sigismondo in Ungheria, e quelle a Francesco Rucellai ed a Lorenzo Ridolfi anch’essi mandati a Roma e a Gaeta il 4 giugno, e la lettera al Comune di Roma, 8 gennaio 1397. — Aveva la Repubblica inviato anche in Avignone un ambasciatore, il quale per mezzo del Cardinale di Firenze Piero Corsini procurasse aiuti di Francia; e quello stesso ambasciatore doveva andare pure in Guascogna a Bernardo conte d’Armagnac, sollecitandolo affinchè scendesse in Italia a vendicare contro al Duca di Milano la rotta data agli Armagnac e la morte del fratello. (Istruzioni a Pero di Ser Pero da Samminiato, 6 marzo 1395 st. fior.) — Vedi pure, circa le intenzioni del Papa, la Legazione a Roma di Iacopo Salviati nel 1401. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 200.)
86. «In questi tempi fece messer Maso degli Albizzi lega col Re di Francia per noi, con certi disutili patti.» (Morelli, Ricordi in Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 6.) — Vedi anche la Cronaca di Bonaccorso Pitti, il quale racconta distesamente le pratiche avute in Parigi col Re e coi Signori, presso ai quali aveva famigliarità grande pe’ molti viaggi da lui fatti in quella e in altre contrade, dov’era stato mercante, soldato, grande giocatore e uomo di corte, sinchè in Firenze non venne tardi agli uffici della Repubblica.
87. Istruzioni a Maso degli Albizzi mandato a Parigi, 5 maggio; a Bonaccorso Pitti, 18 luglio; a Leonardo Frescobaldi ambasciatore al Papa, 14 dicembre. — Lettera al Papa, 4 novembre. — Lettere due al Re ed una alla Regina di Francia, 18 e 31 dicembre. — Istruzione a Bonaccorso Pitti rinviato in Francia, 16 gennaio (1397). — Istruzione a Niccolò da Uzzano, 11 gennaio. — Scrivevano a Maso (1 luglio) non si parta dal Re senza nostra espressa licenza. Questo volemmo notare come indizio della soggezione in cui cercava la Signoria tenere colui che ambiva pur d’essere come principe nella Repubblica.
88. Lettera a Parigi, 28 agosto. — Vedi anche le Istruzioni a Palmieri Altoviti e Lodovico Albergotti inviati a Milano, 13 giugno.
89. Lettera al Re di Francia, 30 novembre.
90. Bonincontri, Annales Samminiatenses.
91. Goro Dati, lib. IV.
92. Minerbetti, Cronaca. — Boninsegni, Storie. — Lionardo Aretino, lib. XI.
93. Malavolti, Storie di Siena, an. 1391-99.
94. Morelli, Ricordi, (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 6).
95. Minerbetti, Cronaca, an. 1399, cap. VII. — Ammirato, lib. XVI.
96. Minerbetti, an. 1399, cap. VII e X. Cantavano tra le altre laudi questa:
«Misericordia, eterno Iddio;
Pace, pace, o Signor pio:
Non guardate al nostro error.»
Vedi anche Lionardo Aretino, sul principio del lib. XII.
97. Afferma il Corio, che Francesco Gonzaga si riconobbe feudatario del Duca di Milano, e di ciò furono celebrati solenni e pubblici istrumenti.
98. Vedi nella Cronaca di Giovanni Morelli, pag. 309, una satirica descrizione della spedizione di Roberto, e della privata diplomazia che facevano i mercanti fiorentini residenti in Alemagna, promettendo a Firenze grandi cose dell’Imperatore, e a questo danari senza averne dalla Repubblica il mandato. — Vedi poi tutta la legazione di Bonaccorso nella Cronaca scritta da lui, e le molte andate e venute in Alemagna e a Venezia, a motivo di danaro che facesse muovere l’Imperatore; il quale onorava Bonaccorso ed i fratelli suoi d’insegna data da lui e del titolo di Conti Palatini.
99. Cronaca di Gio. Morelli, pag. 314 e seg. — Minerbetti, an. 1401-2, e Boninsegni, Storie.
100. Lionardo Aretino, fine dell’Istoria. — Corio, Storia di Milano, part. IV.
101. Legazione a Roma di Iacopo Salviati con Maso degli Albizzi. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 214.) — Iacopo fu anche Capitano delle genti che andarono contro agli Ubertini e ai Conti da Bagno. (Ivi, pag. 220 e seg.) — Vedi anche la Commissione di Rinaldo degli Albizzi quando era Potestà di Rimini, vol. I. (Documenti di Storia Italiana, pubblicati a cura della R. Deputazione di storia patria ec.)
102. Malavolti, Storie di Siena.
103. Corio, Storia di Milano. — Minerbetti, Cronaca, an. 1403-4.
104. Bartolommeo da Scorno dovette pagare 25 mila fiorini d’oro, ed a Gherardo di Compagno, altro ricchissimo cittadino, furono dati tratti di corda finchè non ebbe messo fuori quanti danari egli si avesse. (Diceria in fino de’ Commentari di Gino Capponi.)