211.  Commentari di Neri Capponi.

212.  Il Doge avrebbe detto a Marcello Strozzi, che andò a Venezia per la seconda pace di Ferrara: «Saprete voi, Fiorentini, gastigare quel tristo del Signore di Lucca?» (Ivi.)

213.  Gli aveano risposto, che la Repubblica di Firenze non era consueta spoppare bambini. (Cavalcanti, lib. XI, cap. 6. — Poggio, Storie, lib. VI.)

214.  Scrive Leonardo Aretino nei Commentari, che moltitudo urbana mirabilmente appetiva la guerra di Lucca. — Questa città era stata sul punto di essere venduta da Braccio per cento mila fiorini. «Era Gino Capponi Gonfaloniere di giustizia, e il popolo voleva l’impresa; tennesene Consiglio, e determinossi del no pe’ savi uomini.» (Ricordi del Morelli, anno 1418.)

215.  Ricordi del Morelli, pag. 28.

216.  Un cartolaio che aveva votato la guerra contro Lucca ne chiese più anni dopo assoluzione dal Comune dei Lucchesi. (Vedi le Commissioni dell’Albizzi, tom. III, pag. 211.)

217.  Sono da leggere queste parole nel Cavalcanti, lib. V, cap. III, donde le trasse il Machiavelli: e l’Ammirato scrive, trovarsi quel discorso in molti giornali o zibaldoni che si scrivevano dai contemporanei. Il corpo di lui andò scoperto alla sepoltura, seguito da Cosimo e da Lorenzo suoi figli con altri ventotto della Casa Medici vestiti a bruno, e dai magistrati della Repubblica e ambasciatori che allora erano in Firenze: costò il funerale tre mila fiorini. È con la moglie sepolto sotto ad una bella tavola di marmo in mezzo alla sagrestia di San Lorenzo.

218.  Cavalcanti, tomo I, pag. 296. — Poggio, Storie, pag. 180.

219.  Commentari di Neri Capponi.

220.  Cavalcanti, tomo I, lib. V. — Examina di Niccolò Tinucci, che sta con le Istorie di Michele Bruto volgarizzate dal P. Stanislao Gatteschi. — Tra’ primi Dieci, con Neri di Gino e con Nerone di Dionigi Neroni e con l’ambiguo Ser Martino, furono Alamanno Salviati uomo aderente a parte Medicea, ed un artefice delle minori Arti per nome Puccio d’Antonio Pucci, di scaltro ingegno e che fu a Cosimo grande strumento. Dipoi tra’ Dieci, che ogni sei mesi mutavano, troviamo due volte Cosimo de’ Medici ed una Lorenzo suo fratello, con altri dei loro; poi Rinaldo degli Albizzi e Palla Strozzi, e degli antichi della Repubblica Lorenzo Ridolfi e Agnolo Pandolfini, e fino allo stesso Niccolò da Uzzano che molto aveva biasimato quella guerra.

221.  Vedi le lettere di Rinaldo e quelle dei Dieci a lui da’ 6 a’ 18 marzo 1429 stile fiorentino. Commissioni ec, tomo III.

222.  Il Cavalcanti, che fu autore di tanto feroci accuse, toglie a sè ogni fede co’ vituperi nei quali avvolge, non che Astorre, tutta la schiatta di lui: nè il Machiavelli altro poi fece che tramandare alla posterità le cose apposte dal Cavalcanti. — Il Gianni era in campo a’ 9 febbraio, e disse a Rinaldo «avere chiesto licenza perchè non voleva stare ai pericoli e agli stenti di qua, e che di lui si tenga costà dei ragionamenti ch’egli ha sentiti ec.» Dipoi faceva pure conto rimanere, tanto che ai 18 dello stesso mese praticava affinchè ai Dieci fosse rappresentato com’egli nel campo fosse utile e necessario. Dei fatti del Gianni è un molto ampio, e noi teniamo giusto, processo nelle note apposte dal signor Guasti a quel che risguarda l’assedio di Lucca.

223.  Lettere del 9 e una dei 18 febbraio. Commissioni ec., tomo III.

224.  Commentari di Neri Capponi. — «Fu cosa da fanciulli; perdessi tempo e danari e opere, per avventura fiorini quarantamila, e niente riuscì: ma restò in vergogna e danno.» (Ricordi del Morelli, pag. 87.) — Vedi pure lettere de’ 6 e 8 marzo, Commissioni di Rinaldo, tomo III.

225.  Cavalcanti, Storie, lib. VI, cap. 15. — Filippo de’ Nerli, assommando confusamente quei fatti, attribuisce all’invidia dei contrari le querele date così a Giovanni Guicciardini come ad Astorre ed a Rinaldo.

226.  Poggio, Stor. Fior., lib. VI. — «Il Duca mandò ambasciatori a noi, che dicevano ch’ei voleva mantenere la pace; e mostrocci amorevolezza, che ci donò lioncini; e due anni il palio di San Giovanni offerse a San Giovanni con l’arme sua, acciocchè noi ci dimesticassimo con quell’arme.» (Ricordi del Morelli, pag. 88.)

227.  «Odievoli motti per li nostri male ammaestrati figliuoli per tutta la città si cantavano: Ave Maria grazia piena, dopo Lucca avremo Siena: e altri cantavano: Guarti (guardati) Siena, che Lucca triema.» (Cavalcanti, lib. VI, cap. 18.)

228.  Cavalcanti, lib. VI, cap. 24, 25.

229.  «Dissesi il Duca n’avea ritratto, tra danari e gioielli, la valuta di duegento mila fiorini. Così si diceva in Firenze, ma credo più.» (Ricordi del Morelli, 93.) — Il Cavalcanti però afferma, che il Duca e lo Sforza non ne cavarono quanto si credevano.

230.  Tommasi, Storia di Lucca (Archiv. Stor., tomo X, lib. 2, cap. 9). — Malavolti, Storie di Siena, lib. II, parte 3ª. — «Si disse in Firenze, che lo Sforza per cento mila ci dava Lucca, e che Niccolò da Uzzano non volle; ed è vero, perchè ci metteva ne’ Borghi di Lucca. Se l’avessimo acquistata non so.» — «Vedesi che i Fiorentini erano bareggiati, e perchè alcuni ingrassavano, a tutto consentivano.» (Ricordi del Morelli, 93.)

231.  Neri Capponi, Commentari.

232.  Malavolti, Storia di Siena. — Vedi le Istruzioni e Relazioni della Repubblica di Siena dal 1428 al 31, pubblicate nell’Appendice all’Istoria del Cavalcanti.

233.  Tommasi, Storia di Lucca, lib. III, cap. 1. — Poggio, Stor. Fior., lib. VI. — Neri Capponi, Commentari. Da una Commissione a Neri Capponi, che fu rinviato al Campo con altri due cittadini, s’intravede la poca fede che ponevano nel Capitano quattro giorni prima della battaglia. (Archivio di Stato.)

234.  Solo in una notte quattordici castella aveano mandate al Piccinino le chiavi, e gli ufficiali della Repubblica, dei quali aveano gli abitatori più da lagnarsi, vi rimasero prigioni. — «Io non ho forse meno terre avute (diceva il Piccinino) per mancamenti de’ cittadini, che per nimicizia dei villani. Questo è perchè mandano per guardia delle fortezze lavoranti di lana; ai quali danno a quella ragione il dì di soldo che alle botteghe avevano di salario.» — Giovanni Aguto avea detto una volta ad Andrea Vettori, che andasse a fare dei panni, e a lui lasciasse governare l’esercito. (Cavalcanti, lib. VII, cap. 25 e 33.)

235.  Vedi Commentari di Neri Capponi. Il carteggio di Neri durante i due suoi Commissariati in quella guerra ci manca, e vorremmo noi porlo a riscontro di quello che abbiamo di Rinaldo degli Albizzi.

236.  Malavolti, Storia di Siena; e Cavalcanti, lib. VII.

237.  Ammirato, Storie, anno 1431. — Cavalcanti, Storie, lib. VII, cap. 29, 30. — Questi, non mai dimentico d’essere egli di casa Grandi come era il Mannelli, mentre biasima le armi date in mano ai villani, si piace a dipignerlo grande e bello della persona, con un’accia in mano facendo volgere al piloto diritta la prua contro la galera genovese. Ma nel descrivere la partenza dei legni da Pisa il nostro autore sembra pigliare la tromba epica quando rappresenta in sulle sponde dell’Arno il popolo dei Pisani, attratto dalla ferocia degli aspetti e dalle armi splendenti, bramare in cuor suo la sconfitta di quei prodi ch’egli ammirava ma che a lui erano strumenti odiosi di servitù. — Vedi Archiv. Stor., Appendice, vol. I, pag. 143.

238.  Leonardo Boninsegni.Neri Capponi. — «La Repubblica donava a Micheletto un ricco elmetto coperto di rose d’oro suvvi un giglio d’oro, e un cavallo coperto di chermisi broccato d’oro, e le bandiere quadre del Comune riccamente fatte e messe d’ariento: costò detto dono fiorini duemila: e un simile aveano fatto a Niccolò da Tolentino.» Morelli, Ricordi (Delizie degli Eruditi, tomo XIX, pag. 106).

239.  Neri Capponi, Commentari. — Morelli, Ricordi. — Ammirato, Storie. — Commissione di Rinaldo degli Albizzi per accompagnare l’Imperatore, ultima del tomo III.

240.  In quella paco Maso andò contro ai maggiorenti della città, ma fece al popolo cosa grata. (Cavalcanti, tomo II, pag. 466 e seg.)

241.  Cavalcanti, lib. VII, cap. 6, 7, 8. — Machiavelli, Stor., lib. IV.

242.  Vedi molte buone leggi da lui fatte fare a sollievo dei poveri ed a mantenimento della giustizia. (Cavalcanti, tomo II, pag. 464.)

243.  Niccolò da Uzzano si sarebbe lasciato sentir dire che dove nella Repubblica dovesse diventar principe un suo cittadino, avrebbe egli amato la maggiorità di Cosimo piuttosto che quella di Rinaldo. (Cavalcanti. I, 381.)

244.  Rinaldo essendo potestà di Prato avrebbe fatto sequestrare certi muli dei quali era Maso debitore a un vetturale che, per non avere danaro pronto, era da un creditore suo tenuto in carcere. (Ivi, tomo II, pag. 504.)

245.  «Io dico che quella cosa ch’è di tutti, è grandissima stoltizia riconoscerla da pochi uomini; ognuno c’è per lo cuoio e per lo pelo, secondo il suo grado e la sua facoltà: a me pare che sia somma prudenza quello che non si può vendere, saperlo donare; con la legge tutto si governi ec.» Parole di Rinaldo. (Cavalcanti, lib. I, cap. 7.)

246.  «Averardo e Giovanni di Puccio ne scrisse in tuo servizio — tutto conferisci con Ser Martino come con padre.» (Lettera di Rinaldo degli Albizzi ad Ormanno suo figlio, 3 febbraio.) — «Veggio quello t’ha detto Nanni Pucci, che è segno di buona amicizia: Averardo de’ Medici anche me ne scrive da Pisa.» (20 febbraio.) — «Dillo con Ser Martino e con N. Pucci e con chi ti piace; non t’allargare con troppi.» (Ivi.) — «Quanto scrivi di Cosimo e d’Averardo e d’Alamanno ec.» (13 marzo.) Queste ed altre parole confermano che Rinaldo avesse allora buona intelligenza con gli amici di Cosimo e con lui medesimo.

247.  Vedi, tra le altre, la lettera ad Ormanno de’ 31 gennaio.

248.  Examina del Tinucci, che va con le Storie di Michele Bruto.

249.  Storie di Domenico Boninsegni e Ammirato.

250.  Neri ne’ Commentari scrive essere stato confinato per una legge che si chiamava degli Scandalosi et majorità (così anche un nostro MS.): intendeva bastare a vincere il partito il maggior numero delle fave, senza bisogno dei due terzi che per il solito ci volevano a tali condanne. Le molte pratiche intorno a questa legge sono riferite distesamente dal signor Guasti nelle Prefazioni da lui aggiunte alle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, tomo III, pag. 167 e seg. — Intorno alle pratiche di Neri col Papa, le quali furono a lui causa del bando, vedi Platina, Vita Nerii Capponi (in Muratori, Rer. Ital. Script., tomo XX, col. 480-90).

251.  Lettere dei 6 e 12 marzo 1430.

252.  Quanto all’ufficio di Senatore di Roma tenuto dall’Albizzi, vedi l’Appendice VI, tomo III delle Commissioni.

253.  Examina del Tinucci.

254.  Vedi Cavalcanti, lib. VII, cap. 8; e Tinucci.

255.  Fabbroni, Vita di Cosimo.

256.  «Ecci chi vorrebbe, per fare vergogna e danno ad altri, che il Comune avesse e vergogna e danno, e ingegnansi in quanto possono, che questo abbi a seguire; che è cattiva condizione d’uomo. Parmi nonostante che questa impresa sia ai più piaciuta, e che veduto la cosa essere ridotta in luogo dove interviene l’onore del Comune, per ciascuno si debba dare ogni favore possibile; et così fo in quello posso qua, e simile conforto te, benchè sono certo non ne bisogni.» (Ad Averardo de’ Medici, da Firenze 4 febbraio 1430.)

257.  «Mi pare la guerra sia più lunga non vorremmo, e tutto per non l’aver voluta quando si poteva: sicchè Iddio perdoni a chi n’è cagione.» (Accusa la quale non so a chi vada, nè a che accenni.) Allo stesso Averardo, da Verona 21 ottobre 1430, ed altra da Ostiglia 1º dicembre.

258.  Abbiamo la Posta del capitale in commercio spettante a Cosimo dei Medici nel Catasto del 1432. I traffici per la fabbricazione di merci e le accomandite di cambio andavano per compagnie, dove i Medici spesso avevano la rata più grossa. Segue la Posta com’è nel libro:

Cosimo di Giovanni de’ Medici, figli e nipoti, pel traffico di Firenze, di fiorini 120, tocca a loro. Fior. 78 15
Per la commandita di Bruggia e Londra, in loro ditta, per fiorini 160, tocca loro 78 17
Per quella di Avignone e Ginevra, per la rata di fiorini 160, tocca loro 96 —
Pel traffico di Vinegia sotto la ditta di Pier Francesco de’ Medici e compagni, per la rata di fiorini 100, tocca loro 65 12
Pel traffico della Lana sotto la ditta Giov. di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 30, tocca loro 18 15
Pel traffico della Lana dice in Piero di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 15
Pel traffico di Pisa dice in Ugolino Martelli, per la rata di fiorini 80, tocca loro 30 —
Pel traffico della Seta dice in Piero di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 10
 
Somma in tutto il Catasto ed è l’imposta sul commercio di Cosimo de’ Medici fiorini d’oro 428 —

Canestrini, La Scienza e l’arte di Stato, pag. 157. — La terra, le case, l’entrate sul Monte, i crediti, i mobili, stavano da sè.

259.  Vespasiano da Bisticci, Vita di Cosimo de’ Medici.

260.  Si trova in addietro l’una delle due Parti (non so quale) essersi chiamati i Buoni e l’altra i Belli; e l’una Valacchi e l’altra Uomini da bene. (Cavalcanti, Stor., lib. I, cap. 1.)

261.  L’autore dal quale più cose traemmo circa lo stato della Repubblica e il gioco vario delle parti, dicemmo noi essere devoto ai Medici; ed è vero che Giovanni Cavalcanti, avverso al governo degli Ottimati, encomia sempre con parole affettuose Giovanni dei Medici; ma inverso Cosimo il linguaggio di lui ne sembra più adulatorio che schietto, spesso involgendosi negli artifizi. Comincia l’Istoria da una sorta d’invocazione a Cosimo stesso, il quale vorrebbe chiamare piuttosto uomo divino che mortale, siccome colui che dalla fortuna, senno di Dio, venne favorito con tutte le sue divine potenze. Ma vuole tacerne, «perchè egli conosce negli uomini le virtù non essere in questa momentanea vita nè immutabili nè perpetue, e che allora quando le felicità esaltano gli uomini, la ingratitudine sottentra, e la superbia occupa le virtù.» Laonde nel seguito de’ tempi il linguaggio del nostro autore si fa più severo, e aguzza la penna contro a Cosimo ed ai suoi: finisce l’Istoria compiangendo alla morte di Rinaldo degli Albizzi, quando aveva perduto questi ogni speranza di riacquistare la patria, facendo risorgere con armi nemiche lo stato antico della Repubblica. Ma queste cose poi vedremo.

262.  «E’ danari del Monte tornarono a fiorini diciotto per cento e non si trovava compratore.» (Febbraio 1432-33.) — «A’ 23 di aprile 1433 a ore 22 ci furono due cavallari con nuove della pace, e con l’ulivo ch’ell’era conchiusa col Duca, e sonorono le campane, e fessi fuochi. Non se ne rallegrò se non e’ poveri; e’ danari del Comune non migliororono nulla.» (Morelli, Ricordi; in Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 168.)

263.  Fabbroni, Vita di Cosimo, pag. 96.

264.  Della Pratica tace affatto il Cavalcanti, e così pure il Machiavelli. — Forse dei nostri lettori taluno ricorda come nell’anno 1396 fosse pigliato con lo stesso inganno Donato Acciaioli: vi ebbero molte circostanze somiglianti, ma era il caso troppo diverso.

265.  Fabbroni, Vita di Cosimo, pag. 75. — È un ordine dato in forma di bullettino al Capitano del Popolo, perch’egli abbia a fare eseguire la detta sentenza.

266.  Cavalcanti, Storie.

267.  Ricordi di Cosimo.Fabbroni, Vita.

268.  Cavalcanti. — Ammirato.

269.  Cambi, Storie (Deliz. Erud., pag. 187).

270.  «Si volsero a ridurre la terra secondo l’uso del buon vivere e pacifico, e a fare che niuno cittadino avesse più autorità l’uno che un altro, se non quella che gli avevano dato la sorte e la dignità — non pensavano che avevano a fare con un potente nemico.» — Sono parole del buon libraio Vespasiano da Bisticci, che amico a Cosimo del quale scriveva la Vita, era poi anche un fiore di galantuomo. E in altro luogo aggiunge egli: «Non tolsero lo stato a persona, ma dettenlo a tutti quelli che lo meritavano.»

271.  Il Cavalcanti compose (com’è suo costume) una lunga diceria dell’Albizzi a fine di persuadere la chiamata dei Grandi a parte della Repubblica, ed una di Mariotto Baldovinetti che dissuase il partito. Dell’una e dell’altra il Machiavelli diede un estratto; ma sembra a me sotto quei due nomi avere voluto il Cavalcanti spiegare a disteso come l’aiuto dei Grandi ci volesse a reggere in piedi quel debole Stato, e come i Grandi, cercati forse, non se ne degnassero.

272.  La Repubblica s’era intromessa per la liberazione del Tolentino. Il primo d’aprile 1435 la Signoria scrive a Neri Capponi ambasciatore a Venezia: «Questo dì c’è di nuovo che Niccolò da Tolentino è morto. Il modo della morte, secondo che scrive Niccolò Piccinino a’ figlioli, fu che andando del borgo di Val di Taro ad altro luogo per stanza, gli cadde addosso il cavallo che cavalcava, et così morì. Questo è secondo lo scrivere; la verità non sappiamo.»

273.  Commentari di Neri Capponi. — Boninsegni. — Giov. Morelli, Ricordi. — Machiavelli, lib. V. — Scipione Ammirato, lib. XX.

274.  Ricordi di Cosimo de’ Medici; Fabbroni, pag. 99.

275.  Il Cavalcanti (lib. IX, cap. 27) dice «che la Signoria di Venezia commise inoltre a certi suoi ambasciatori che erano per le faccende della Lega in Firenze, che a’ nostri ufficiali del Catasto favoreggiassero la posta di Cosimo come Veneziano cittadino.»

276.  Quando nel 30 andò a Verona fuggendo la peste, menava con sè Niccolò Niccoli, quell’insigne ritrovatore di antichi libri greci e latini, e Carlo Marsuppini d’Arezzo che fu poi segretario della Repubblica.

277.  Fabbroni, Vita di Cosimo, note a pag. 86, 87. — Romanin, Storia di Venezia, lib. X, cap. 7.

278.  Nel Catasto del 1427 la posta di Palla Strozzi era superiore a quella di Giovanni de’ Medici e ad ogni altra: quegli pagava cinquecento sette fiorini, questi trecento novantasette. (Canestrini, lib. cit.)

279.  Vespasiano da Bisticci, Vita di Agnolo Pandolfini.

280.  Cavalcanti, lib. X, cap. 7. — Nella vita manoscritta di Palla Strozzi, che abbiamo insieme con le altre vite della famiglia scritte da Lorenzo Strozzi fratello a Filippo, si nega l’andata un po’ ridicola del buon Palla, attribuendone l’invenzione al Machiavelli: si vede che Lorenzo Strozzi non aveva notizia delle Istorie del Cavalcanti.

281.  Storia di Iacopo Pitti, lib. I.

282.  «Il Papa aveva l’animo a volere il dominio della città, perchè gliene fu data intenzione.» (Commentari di Neri Capponi.)

283.  Gio. Cambi, Istorie. — Morelli, Ricordi; e Ammirato.

284.  Giovanni Cavalcanti, lib. X, cap. 19.

285.  «E appunto in capo dell’anno, in quel medesimo dì, cioè a’ 5 d’ottobre, e in quella medesima ora rientrammo in su quello del Comune, e in quel medesimo luogo. Di questo ho fatto ricordo, perchè ci fu detto da più persone devote e buone, quando fummo cacciati, che non passerebbe l’anno, che saremmo restituiti, e torneremmo a Firenze.» (Ricordi, ec.)

286.  Cavalcanti, lib. X, ultimi capitoli.

287.  Boninsegni, Storie. — Morelli, Ricordi. — Cambi, Cronaca. — Nerli, Commentari.

288.  Vespasiano da Bisticci, Vite di Palla Strozzi e di Agnolo Pandolfini.

289.  «Nel mese di gennaio prossimo fui il primo tratto dalle borse dello squittinio per Gonfaloniere di Giustizia; e al mio tempo non si confinò nè si fece male a persona: ma Francesco Guadagni e più altri, i quali trovai nelle mani del Capitano della Balìa, operai in forma non morirono, ma furono condannati in perpetua carcere.» (Cosimo de’ Medici, in fine ai Ricordi.)

290.  Ricordi di Filippo Rinuccini.

291.  «Qui autem Vexillifer Iustitiae in relegatione Cosmæ cum esset capitaneus Pisis, vocatus ad judicium, in via sive subitanea morte, sive veneno, periit.» (S. Antonino, Chronicon, pag. 504.)

292.  Scrisse agli Otto: «Io ho inteso il vostro bando, il quale come uomo che non voglio errare, vi avviso che in casa non ho altre armi se non un panieruzzo d’aguti, e un cultellino tutto intaccato, ed è della fante, ec.» (Cavalcanti, lib. X, cap. XXIII.)

293.  Storia di Giovanni Cambi.

294.  Cavalcanti, lib. VII, cap. 27.

295.  Cavalcanti, lib. X, ultimo capitolo. — Storie di Domenico Boninsegni. — Morelli, Ricordi. — Storia di Gio. Cambi. — Ammirato, lib. XX. — Commissione manoscritta, a Neri Capponi, dove si vede come a Firenze avessero cercato non si guastare con Siena. Ved. Appendice, Nº VII.

296.  Ma non voleva la Signoria di Venezia potesse ciascuno muovere guerra a sua posta e tirare gli altri. Allegava: «esser maggior pericolo che ciò da noi (Fiorentini) non venisse, perchè per avventura siamo più leggieri a muoverci e mutiamo la Signoria spesso. Il perchè talvolta si trovan di quelli che leggiermente vi salterebbon su, maxime cognoscendo avere obbligato la Signoria di Vinegia a concorrere, ec.» (Lettera della Signoria a Neri Capponi, rimasto in Venezia ambasciatore per la Lega; 1º aprile 1435.)

297.  Il Cavalcanti (lib. XI, cap. 3, 4) ha i nomi dei prigionieri e il numero delle navi prese, ed a chi ciascuna di esse andasse venduta.

298.  Machiavelli, Storie, lib. V.

299.  Legazione a Genova di Neri Capponi; copia presso noi. — Cavalcanti, lib. XI, cap. 7.

300.  Guasti, La Cupola di Santa Maria del Fiore.

301.  Ammirato, lib. XXI.

302.  «Ognuno che è in attitudine, ha prestato, e chi gran somma e chi mezzana e chi minore, secondo la sua possa.» (Lettera dei Dieci a Neri Capponi commissario sotto Lucca; 1º aprile.)

303.  «Il Conte pose campo a S. Maria di Castello (che prima il Piccinino aveva espugnata), e piantovvi una bombarda grossa di gitto di libbre 530: in quattro pietre che trasse dalla bombarda nel pedale della Torre, la fece cadere.» (N. Capponi, Commentari.)

304.  I Dieci nelle lettere a Neri insistono di continuo perchè sia dato il guasto alle terre dei Lucchesi. «Il guasto si dia senza più indugio, perchè per tutto Firenze non si grida altro; e se caso sopravvenisse che non si potesse fare, credaremmo esserne lapidati.» (Aprile 1437.) «Una delle maggiori e migliori sicurtà che possiamo avere etiandio essendo d’accordo con loro (co’ Lucchesi), è ch’eglino abbino bisogno d’essere pasciuti da noi e dalle terre nostre.» — «Co’ Lucchesi non è da stare a speranza d’accordo, perchè sono più gagliardi che innanzi perdessero il contado.» (Luglio 1437.)

305.  Commentari di Neri Capponi.

306.  «Si rannuvola verso la Marca, e dubitiamo che al Conte non convenga fare provvedimenti.» — «Tu dii che il Conte ti pare impensierito perchè crede dovere essere richiesto dalla Signoria di Vinegia, ec.» (Lettere citate.)

307.  Insin da principio i Veneziani a quella guerra battevano freddi, e per la dimora che il Conte faceva intorno a Lucca nasceva qualche ruggine tra le due Repubbliche. Si trattava co’ Lucchesi accordo, e i Dieci scrivono: «Noi abbiamo ammirazione di quello scrivi dell’ambasciatore di Vinegia, che sia intervenuto nella pratica, perchè a questa materia non vorremmo balii.» Neri aveva scritto: «Mentre il Conte era in ragionamento meco, l’ambasciatore di Vinegia se ne venne là senza essere chiamato; che mi parve presunzione. Avvisatemi come mi ho a governare, ec.» (Lettere citate.)

308.  Boninsegni, Storie. — Machiavelli, lib. V. — Ammirato, lib. XXI. — Tommasi, Storia di Lucca. — Il Papa in Bologna si era molto adoprato per la pace, andando persino ad offrire ai Fiorentini giurisdizione in Lucca, dove eleggessero essi il Potestà: non ci credeano, ma pure inviarono a Bologna Nerone di Nigi; poi non ne fu altro. (Lettere citate.) E se ne trova pure discorso in altre a Neri; il quale avendo ne’ primi d’agosto lasciato il campo sotto Lucca, ma essendo tuttora dei Dieci, era ito a Genova ambasciatore nell’ottobre di quell’anno stesso per causa di mercanzie.

309.  Machiavelli.

310.  Abbiamo (Archivio Storico, tomo XIII, pag. 299) un documento del 31 agosto 1438, per la restituzione di due mila fiorini d’oro prestati da Cosimo e Lorenzo dei Medici, per mezzo di loro soci residenti in Basilea, alla nazione Germanica rappresentata in quel Concilio, che avea promesso di rimborsarli sulle indulgenze pubblicate ivi a favore di chi desse mano alla riconciliazione dei Greci alla Chiesa.