146.  Lettere, vol. I, f. 17 v.

147.  Lettere, vol. I, f. 34 v.

148.  Lettere, vol. I, f. 199 r.

149.  Lettere, vol. I, f. 85 r. Vero è che molti anni dopo il Franco scriveva in uno dei sonetti contro l’Aretino:

Muojon di fame, e per l’Italia vanno

Mille buon spirti miseri e dolenti,

Ignudi e scalzi, dibattendo i denti,

Per un ladro spedale che non hanno.

E chiamava quei buoni spiriti a raccolta, li invitava ad esser tutti di un parere, e a levar alto la voce

Contro l’infami e pessime brigate

Che ne potrien volendo sostenere.

150.  Lettere, vol. I, f. 33 r.

151.  Lettere, vol. IV, f. 131 r.

152.  Lettere, vol. I, f. 264 r.

153.  Lettere, vol. III, f. 225 r.

154.  Capitolo Della poesia.

155.  Opere, ediz. di Venezia, 1740, vol. I, pp. 220-1.

156.  Vedi Cappelli, Pietro Aretino e una sua lettera inedita a Francesco I re di Francia, in Atti e mem. delle rr. Deput. di st. patria per le prov. mod. e parm., t. III, pp. 75-88.

157.  Lettere di diversi eccellentissimi uomini raccolte dal Dolce, vol. I, Venezia, 1559, p. 227.

158.  Atto V, sc. 12.

159.  La Scolastica, atto III, sc. 4. Vedi anche ciò che l’Ariosto dice agli spettatori nel Prologo dei Suppositi, e cfr. la sua satira A Pietro Bembo.

160.  Sul Genesi, XIX, 4, 5.

161.  Vita Leonis X, l. IV.

162.  Le rime burlesche edite e inedite di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca, per cura di Carlo Verzone, Firenze, 1882, pp. 336, 515. Vedi anche pp. 638, 639.

163.  La Cortegiana, atto I, sc. 22; Il Marescalco, atto II, sc. 4 e sc. 11. Vedi pure ciò che l’Aretino dice della sorte che toccava ai paggi, Ragionamento delle corti, Venezia, 1539, f. 7.

164.  Les vies des dames galantes, ediz. di Leida, 1722, vol. I, p. 216.

165.  Op. cit., disc. LXXIX, p. 622.

166.  Vita, l. II, c. 29.

167.  Vedi il capitolo Sopra un garzone.

168.  Vedi anche ciò che dice nel capitolo Alli signori abati. Cfr. l’Orlando innamorato rifatto da lui, l. III, c. 9.

169.  Vedi Le rime di Michelangelo Buonarroti, cavate dagli autografi e pubblicate da C. Guasti, Firenze, 1863, pp. 5-21, 26, 162.

170.  Vedi Solerti, Anche Torquato Tasso? nel Giornale storico della letteratura italiana, vol. IX, pp. 431-40.

171.  Capitolo Delle campane.

172.  Veggasi pure nel rarissimo volume intitolato Poesie da fuoco di diversi autori, Lucerna, 1651, una certa Persuasiva efficace, ecc.

173.  Lo Ipocrito, Prologo.

174.  Galliccioli, Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche, Venezia, 1795, vol. I, p. 260; Gamba, Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano, Venezia, 1832, p. 58.

175.  Molte notizie concernenti il vizio in Venezia si hanno nel volume Leggi e memorie venete sulla prostituzione sino alla caduta della Repubblica, a spese del conte di Orford, Venezia, 1870-2.

176.  Mutinelli, Storia arcana ed aneddottica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 50.

177.  Mutinelli, Op. cit., p. 121. Vedi per altre notizie Corradi, Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento, in Annali universali di medicina, volume CCLXIX, 1884.

178.  Novelle, parte I, nov. 6 e nov. 30. Vedi pare la novella 13 delle Porretane di Sabadino degli Arienti.

179.  Il Canello, in quel suo ingegnoso capitolo sulla Vita privata del Cinquecento, che è il secondo della Storia della letteratura italiana del secolo XVI (Milano, 1880), sostenne, tra l’altro (pp. 20-2), che il vizio decrebbe nel Cinquecento, anzi cessò pressochè interamente. È questa una opinione in tutto erronea. Il vizio crebbe anzi a dismisura, e una delle ragioni del suo crescere fu il propagarsi della sifilide.

180.  Lettere, vol. I, f. 85 v.

181.  Giovanni Burchard descrive la seguente mascherata fatta in Roma nel decembre del 1502 (Diarium sive rerum urbanarum commentarii, ediz. di Parigi, 1883-5, t. III, p. 227): «Post prandium iverunt ad plateam S. Petri triginta mascherati habentes nasos longos et grossos in formam priaporum sive membrorum virilium in magna quantitate, precedente valisia cardinalari habente scutum cum tribus taxillis, quam sequebantur scutiferi et illos mallerii, post quos equitavit unus in veste longa e capello antiquo cardinalari: etiam mallerii equitabant asinos, et aliqui eorum tam parvos quod pedibus eorum terram tangebant et simul cum asinis ambulabant, illis insidentes. Ascenderunt ad plateolam inter portam palatii et audientiam ubi ostenderunt se Pape qui erat in fenestra supra portam in logia Paulina; deinde equitaverunt per totam Urbem». Di così bella mascherata, della quale si sarà compiaciuto non poco il sollazzevole papa Alessandro, non fa cenno l’Ademollo nel libro suo Alessandro VI, Giulio II e Leone X nel carnevale di Roma, Firenze, 1886.

182.  Bernardino Arelio parla di una Puttana errante e la sua lettera è del 17 d’ottobre del 1531. Il poema del Veniero venne fuori appunto in quel torno di tempo; però è da creder senz’altro che ad esso alluda l’Arelio.

183.  Qui mi bisogna intrattener di me, per un istante il lettore. Il sig. Carlo Dejob, nel suo recente libro De l’influence du Concile de Trente sur la littérature et le beaux-arts chez les peuples catholiques (Parigi, 1884), attribuisce a me (cap. VI, pp. 275 sgg.) le stesse opinioni professate dal Canello circa la pretesa rigenerazione morale d’Italia nel Cinquecento, e me le attribuisce in grazia di uno scritto vecchio già d’una decina d’anni, e che io non avrei mai immaginato dovesse procurarmi una così fatta sorpresa. (Vedi ne’ miei Studii drammatici, Torino, 1878, lo studio intitolato Tre commedie italiane del Cinquecento). Non so come il sig. Dejob abbia lette quelle pagine; so che io non pensava allora della moralità del Cinquecento diversamente da ora. Se poi egli non riesce a vedere la satira morale nè nella Mandragola del Machiavelli, nè nel Candelajo di Giordano Bruno, la colpa veramente non è mia.

184.  Vedi un documento di vivo e delicato amor paterno nella lettera a Sebastiano del Piombo, vol. I, f. 114 v.

185.  Vedi G. Lafenestre, La vie et l’œuvre de Titien, Parigi, (1886), pp. 124-6.

186.  Lettere, vol. IV, f. 184 v.

187.  Lettere, vol. I, f. 42 v.

188.  Lettere, vol. I, f. 56 v.

189.  Lettere, vol. II, f. 33 r.

190.  Lettere scritte a Pietro Aretino emendate per cura di Teodorico Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, parte I, p. 319.

191.  Vedi nella Nuova Antologia, serie II, t. LIII, uno scritto del Panzacchi dal titolo Pietro Aretino innamorato.

192.  Lettere, vol. I, f. 33 r.

193.  Lettere, vol. I, f. 81 r.

194.  Lettere, vol. I, f. 86 v.

195.  Lettere, vol. I, f. 145 r.

196.  Lettere, vol. I, f. 21 v.

197.  Ciò si rileva da una lettera inedita che è nell’archivio di Mantova. Sinigaglia, Op. cit., p. 101.

198.  Lettere, vol. I, f. 204 r.

199.  Lettere, vol. III, f. 340 r.

200.  Op. cit., p. 127.

201.  Op. cit., vol. II, p. 127.

202.  Études sur W. Shakspeare, Marie Stuart et l’Arétin, Parigi, 1851, p. 387.

203.  Il Sinigaglia di questo ritratto non dice altro, se non che appartenne già ad un signor Carovana di Firenze.

204.  Lettere, vol. I, f. 279 v., 280 r.

205.  Lettere, vol. II, f. 36 r.

206.  Lettere, vol. IV, f. 161 r.

207.  Lettere, vol. V, f. 299 r.

208.  Lettere, vol. V, f. 320 r.

209.  Lettere, vol. I, f. 136 r.

210.  Lettere, vol. I, f. 247 r.

211.  Vedi, per es., la lettera a Lodovico Dolce, vol. I, f. 122 r.

212.  Lettere, vol. V, f. 16 r.

213.  Lettere, vol. V, f. 1 r.

214.  Lettere, vol. II, f. 118 v.

215.  Op. cit., p. 132.

216.  Lettere, vol. II, f. 7 r.

217.  Lettere, vol. II, f. 43 v.

218.  Lettere, vol. I, f. 21 v.

219.  Lettere, vol. II, f. 122 r.

220.  Lettere, vol. I, f. 210 r.

221.  Lettere, vol. I, f. 226 v.

222.  Vedi in questo volume lo scritto che segue: I pedanti.

223.  Lettere, vol. III, f. 157 v.

224.  Lettere, vol. III, f. 72 r.

225.  Lettere, vol. I, f. 431 r.

226.  Lettere, vol. I, f. 431 r.

227.  Lettere, vol. III, f. 72 r.

228.  Lettere, vol. I, f. 99 r.

229.  Lettere, vol. II, f. 75 r.

230.  Lettere, vol. II, f. 52 r.

231.  Lettere, vol. I, f. 21 v.

232.  Lettere, vol. III, f. 288 r.

233.  Lettere, vol. I, f. 106 v.

234.  Lettere, vol. II, f. 121 v.

235.  Lettere, vol. I, f. 253 v.

236.  Lettere, vol. III, f. 48 v.

237.  Lettere, vol. II, f. 27 r.

238.  Lettere, vol. II, f. 82 v.

239.  Lettere, vol. I, f. 146 v.

240.  Lettere, vol. I, f. 193 v.

241.  Lettere, vol. I, f. 202 v.

242.  Lettere, vol. I, f. 169 v.

243.  Lettere, vol. I, f. 215 r.

244.  Sansovino, Sette libri di satire, f. 198 v.

245.  Venezia, 1550, f. 33 v.

246.  Lettere, vol. V, f. 284 v.

247.  Lettere, vol. VI, f. 5 r.

248.  Lettere, vol. V, f. 185 v.

249.  Op. cit., pp. 470-1.

250.  Lettere, vol. I, f. 226 v.

251.  Cap. I, st. 17 sgg.

252.  Die Cultur der Renaissance in Italien, 3ª ediz., Lipsia, 1877-8, vol. I, p. 191.

253.  Menagiana, vol. II, p. 109.

254.  Lettere, vol. V, f. 185 r.

255.  Ediz. di Firenze, 1570, p. 60.

256.  Vedi ciò che del vestire e dell’aspetto del pedante in genere dicono: il Caro, nel Commento di ser Agresto, ecc.; Pietro Aretino, Ragionamenti, parte I, giornata II, Cosmopoli, 1660, pp. 77-8; Cesare Caporali, nella prima parte di quel suo capitolo che appunto s’intitola Il Pedante, d’onde attinse Mathurin Régnier pel suo Repas ridicule; Tommaso Garzoni, nella Piazza universale di tutte le professioni del mondo, ediz. di Venezia, 1587, p. 91.

257.  Parte X.

258.  Loc. cit.

259.  Se ne può vedere qualche esempio nelle Facezie del Domenichi, ediz. di Venezia, 1599, pp. 63, 382; nella Saggia pazzia di Antonio Maria Spelta, Pavia, 1607, l. II, c. 4; nel Diporto dei viandanti di Cristoforo Zabata, Pavia, 1596, p. 120; nel Fuggilozio di Tommaso Costo, Venezia, 1601, p. 245.

260.  I Marmi, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 104.

261.  Cent. I, ragg. 77.

262.  Le pistole vulgari, Risposta della Lucerna, ediz. di Venezia, 1542, f. 192 v.

263.  Ragguagli di Parnaso, cent. I, ragg. 53.

264.  Nel dialogo intitolato Antonius.

265.  Genialium dierum, I, 21; III, 19. Il Pontano ed Alessandro degli Alessandri parlano di grammatici latini; ma lo Spelta si lagna anche molto della pedanteria dei grammatici volgari, Op. cit., l. II, c. 5.

266.  Garzoni, loc. cit.

267.  Franco, Dialogi piacevoli, ediz. di Venezia, 1541, f. 70 r.

268.  Ediz. cit., dial. II.

269.  Tale epistola non si legge, se non erro, che nella prima edizione delle Pístole vulgari, Venezia, 1539.

270.  Op. cit., p. 319.

271.  Loc. cit. Tali esempii sono riferiti anche dallo Spelta, Op. cit., pp. 29-30.

272.  Essais, c. XXIV.

273.  Poesie di Francesco Ruspoli, Livorno, 1882, son. LXXV.

274.  Venezia, 1554, ricordo CXXIII.

275.  Vedi qui addietro pp. 125 sgg. Del resto diceva sin da’ suoi tempi il Boccaccio che di quel vizio si credevano comunemente macchiati i grammatici, Commento della Divina Commedia, ediz. di Firenze, 1863, vol. II, p. 420.

276.  Mondi celesti, terrestri et infernali, Venezia, 1583, p. 250.

277.  Maccaronea II.

278.  Le diece veglie, Treviso, 1602, p. 264.

279.  La vie de Gargantua et de Pantagruel, l. I, cc. XIV, XV. I varii libri ricordati dal Rabelais furono veramente tutti molto usati nell’insegnamento.

280.  De pueris statim ac liberaliter instituendis.

281.  Loc. cit.

282.  Lettera al pedante Picard. Oeuvres comiques, galantes et littéraires, Parigi, 1858, p. 154.

283.  Li capitoli faceti editi ed inediti di mess. Agnolo Allori detto il Bronzino, Venezia, 1822, capitolo Del Bisogno.

284.  Ediz. di Pavia, 1567, ff. 11 r. sgg.

285.  Maccaronea II.

286.  Op. cit., p. 28.

287.  Atto III, sc. 2.

288.  Parte I, giornata II.

289.  Le satire alla berniesca, Torino, 1549.

290.  Le rime burlesche sopra varii et piacevoli soggetti, Venezia, 1570, capitolo XLII.

291.  Dialogo IV, ediz. cit., f. 70 v.

292.  Della famosissima compagnia della Lesina, Dialogo, Capitoli, Ragionamenti, ediz. di Venezia, 1664, p. 157.

293.  Op. cit.

294.  Veggasi, per esempio, ciò che ne dice Stefano Guazzo nel suo libro intitolato La civil conversatione, Venezia, 1575, p. 383.

295.  Lettere, ediz. di Venezia, 1545, lett. LI, al Giovio.

296.  Vedi Fontanini, Biblioteca dell’eloquenza italiana con note di Apostolo Zeno, edizione di Venezia, 1753, vol. I, p. 35, e Sabbadini, Storia del ciceronianismo, Torino, 1886, pp. 127 sgg.

297.  Il Cortegiano, l. I, c. 37, ediz. di Firenze, 1854.

298.  Dice Aonio Paleario in un dialogo intitolato Il Grammatico ovvero delle false esercitazioni delle scuole: «Non è maggior sciocchezza al mondo che voler essere volgar latino, o latino volgare. Da questi errori sono nati gli stili falsi toscani del Polifilo, e gli stili falsi latini, o moderni, di che è impestato il mondo». Seguita dicendo che alle scuole dei grammatici si imparava a scrivere il latino grammaticalmente, ma non latinamente; che usciti dopo molti anni di scuola, i giovani non sapevano scrivere nè una epistola latina, nè una epistola volgare, e che i grammatici imbastardivano così l’una come l’altra lingua. Il dialogo fu stampato la prima volta in Milano, nel 1557, poi in Perugia nel 1717.

299.  Vedi Genthe, Geschichte der macaronischen Poesie, Lipsia, 1836, pp. 83-94.

300.  Il sonetto è curioso: eccolo.

Fra gli Hetrusci gloriosi, et il collegio

Di noi magistri, che la lingua vetere

Sostenemo, e inalciamo fin all’aethere,

È nobil lite, et un dissidio egregio.

In contumelia nostra, et in dispregio,

Allegan quei, che dal Donato flectere

Non sapemo il sermon, nè men connectere

Fabula alcuna senza l’Apulegio.

Considerar devrian pur questi Tusculi,

Che del Donato senza li principii

L’antica lingua si potria dispergere.

Così veggiamo di giustitia emergere

Dal Donato Praetore i firmi initii:

Dunque il Donato è sopra gli altri opusculi.