301. L’Itinerario del Tarsia è forse tutt’uno con un Viaggio del pedante che Niccolò Villani cita, senza nominarne l’autore, in un luogo del suo Ragionamento sopra la poesia giocosa, Venezia, 1634. Si ha pure un Itinere di ser Poi Pedante a Livorno, composto da Agostino Coltellini; ma essendo il Coltellini nato nel 1613, non è da credere che al suo poema alluda il Villani. Bensì è da notare che lo stesso Coltellini ricorda il Mantovano Itiner di Fidenzio; ma di questo non ho notizia.
302. Molta poesia pedantesca giace inedita e sconosciuta nelle biblioteche, e moltissima n’ebbe a produrre il Cinquecento. Dice il Ruscelli nel suo trattato Del modo di comporre (Venezia, 1563, pp. 74-5): «Molto vagamente pur in questi anni stessi hanno il mio Signor Domenico Veniero, ed altri nobilissimi ingegni introdotto di scrivere in versi sciolti, e di terze rime, alcuni soggetti piacevolissimi, e principalmente volendo contrafar la pedanteria. I quali per certo riescono con tanta vaghezza e con tanta grazia, che ogni altra sorte che volesse farsi, sarebbe un levarle in tutto del vero esser loro; e non so se questa, nè altra lingua, abbia sorte di componimento così piacevole». Poesie pedantesche di Antonio Querenghi si conservano manoscritte nella Marciana.
303. Ciò non vuol già dire che anche fuori non siasi avuto qualche saggio di lingua pedantesca: leggasi, per esempio, nel l. II, cap. 6, della Vie de Gargantua et de Pantagruel il discorso messo in bocca allo studente limosino.
304. Cena I, nov. 2.
305. Cena II, nov. 7.
306. Nov. 5.
307. Essais, c. XXIV.
308. Atto III, sc. 12.
309. Atto III, sc. 10.
310. Atto I, sc. 5.
311. Atto II, sc. 4.
312. Atto I, sc. 9.
313. Atto I, sc. 1.
314. Cfr. Domenichi, Facetie, ediz. cit., p. 362.
315. Alessandro Allegri finse alcune Lettere di ser Poi pedante al Petrarca, al Boccaccio ed al Bembo (Bologna, 1613; ristampate in Venezia dal Gamba, s. a., e dal Mortara in Casalmaggiore, 1850). Ser Poi si professa grande ammiratore di tutti e tre.
316. Atto III, sc. 5.
317. Atto III, sc. 2.
318. Marzi, La Fanciulla, atto III, sc. 5.
319. Dolce, Il Ragazzo, atto I, sc. 4.
320. Abbiamo già trovato un Metafrasto, nome reso poi celebre dal Molière: nella Olimpia di Giambattista Della Porta il pedante si chiama Protodidascalo; nella Fantesca, dello stesso, Narticoforo; Panthemio nei Falsi Sospetti di Bernardino Pino; Felisippo nelle Querele amorose di Giambattista Ranucci, ecc., ecc.
321. I Torti amorosi, atto I, sc. 7.
322. Atto III, sc. 11. Nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, etc., Parigi, 1871-3, vol. V, p. 465, è registrata una commedia manoscritta, Il Pedante geloso, dove un pedante amoreggia col discepolo Ganimede.
323. Atto I, sc. 5.
324. Atto II, sc. 1.
325. Atto III, sc. 5.
326. Atto III, sc. 6.
327. Atto III, sc. 10.
328. Atto III, sc. 11.
329. Atto III, sc. 12.
330. Atto IV, sc. 11.
331. Atto IV, sc. 14.
332. Vedi Bartoli, Scenari inediti della commedia dell’arte, Firenze, 1880, pp. LI-LIII.
333. S’ingannava certamente lo Stoppato quando affermava la presenza del pedante nella commedia popolare improvvisa prima ancora che nella erudita. La commedia popolare in Italia, Padova, 1887, pp. 72-4.
334. Il Teatro delle favole rappresentative, Venezia, 1611.
335. Ecco un po’ di bibliografia pel Seicento; ma c’è ben altro. L’ardito amante, di Lodovico Bartolaja, Napoli, 1606; La Clarice, del signor Mesto, accademico Filomato (Ubaldino Malavolti), Siena, 1611; La Forza d’Amore, di Cajo Gnavio, Venezia, 1614; Olinda pedante finto, di Gerolamo Martinengo, Vicenza, 1615; Le pazzie giovanili, di Francesco Gattici, Venezia, 1624; La imbriachezza d’amore, di Lorenzo Guidotti, Roma, 1625; Gli estinti furori, di Lodovico Moro, Roma, 1628; Il pedante impazzito, di Francesco Righelli, Bracciano, 1628; Gli accidenti d’amore, di Fulvio Genga, Venezia, 1635; Gli infelici amori, di Alfonso Litta, Macerata, 1648; Il pedante staffilato, Modena, 1651; Desiderio e speranza fantastichi, commedia tropologica di Desiderio Cini, Venezia, 1607; Il pedante di Tarsia, dramma musicale rappresentato la prima volta in Bologna nel 1680.
336. Vedi Francesco Torraca, Studi di storia letteraria napoletana, Livorno, 1884, pp. 100 sgg.
337. Vedi Michele Scherillo, Storia letteraria dell’opera buffa napolitana, Napoli, 1883, pp. 260 sgg.; e Una fonte del Socrate immaginario, in Giornale storico della letteratura italiana, vol. V, pp. 186 sgg.
338. Carmina ad Pasquillum Herculem obtruncantem Hydram referentem posita M. D. X. Roma, per Giacomo Mazochio, 1510.
339. Poesie di Francesco Ruspoli, ediz. cit., pp. 129, 185, 187, 189, 191, 193, 195. Per finirla mi contenterò di ricordare, senz’altrimenti discorrerne, la Paedagogomachia di Marcantonio Bonciario, poema latino in otto libri, dove i pedanti sono assai maltrattati. Con questo titolo, e intero, fu stampato il poema in Perugia nel 1611; ma una parte n’era già stata pubblicata più anni innanzi, sotto il titolo di Oedipus. Il Bonciario stesso dice le ragioni che glielo fecero comporre nel dialogo intitolato Estaticus, site de ludicra poesi, Perugia, 1616, pp. 95-101. Cfr. la sua Pro poemate ludicro apologia.
340. Vedi per questi cenni Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare, Venezia, 1581, l. X. Vedi ancora Feste e trionfi fatti dalla Signoria di Venetia nella venuta di Henrico III, discritte da Rocco Benedetti, 2ª ediz. accresciuta, Venezia, 1574; Marsilio della Croce, Historia della pubblica et famosa entrata in Vinegia del Serenissimo Enrico III re di Francia et Polonia, Venezia, 1574; Niccolò Lucangeli, Successi del viaggio d’Enrico III dalla sua partita di Cracovia fino all’arrivo in Torino, Venezia, 1574; Ordre de la réception et entrée de Henry de Valois, roy de France et de Pologne, en la riche et florissante ville de Venise, Lione, 1574.
341. Il lettore è avvertito che io non intendo delineare, nemmeno in iscorcio, la storia della prostituzione in Italia, nel secolo XVI; a far ciò sarebbe poco un volume. Il mio proposito è di ritrarre e lumeggiare alquanto più compiutamente che non siasi fatto sinora la figura della cortigiana, la quale da sè sola potrebbe dare tema più che sufficiente ad un libro, quando fossero conosciuti i numerosi documenti che la concernono, e che inesplorati ancora giacciono nelle biblioteche. Io ho cercato di raccogliere in queste pagine una certa copia di notizie, bastevoli al proposito mio, non senza giovarmi dell’opera di alcuni gentili, quando si trattò di libri che io non potei avere tra mani, o di notizie che non potei procacciarmi direttamente. Onde è che porgo qui i miei più vivi ringraziamenti ai professori Ariodante Fabretti, Alessandro d’Ancona, Adolfo Tobler, Vittorio Cian, Cesare De Lollis, al dott. Alessandro Luzio, al signor Pietro Sgulmero. Uno specialissimo ringraziamento poi debbo al mio caro e valoroso Vittorio Rossi, il quale rincorso dalle mie insistenti richieste da Firenze a Venezia, e da Venezia a Firenze, non lasciò di mandarmi, con pazienza pari alla gentilezza, appunti, estratti e copie.
342. Opere, Venezia, 1740, vol. III, p. 213.
343. Il nome di cortigiana non avrebbe dovuto darsi mai a meretrice di postribolo. Il Citolini nota espressamente nella Tipocosmia (Venezia, 1561, p. 443): la puttana, o di bordello, o cortigiana. La differenza si sente in questi stessi versi di Pasquino, che pur vorrebbero negarla:
Lassa andare le cortesane,
Se non voi disfarte al tutto;
Come l’altre son puttane;
Ma più caro vendon lor frutto.
Consigli utilissimi dello eccellente dottore maestro Pasquino a tutti gli gentilhuomini, officiali, procuratori, notari, artisti, bravazzi, et altri che vengono di novo a Roma, ecc., Roma, s. a., cit. dal Cian, Galanterie italiane del secolo XVI, Torino, 1887 (estratto dal giornale La Letteratura), p. 60.
344. Tratto da un codice inedito dell’Archivio Vaticano e pubblicato da M. Armellini nel periodico Gli studi in Italia, Anno IV (1881), vol. II; anno V (1882), vol. I.
345. Diarium sive rerum urbanarum commentarii, edizione di Parigi, 1883-5, t. II, p. 443; t. III, p. 167. «In sero fecerunt cenam cum duce Valentinense in camera sua, in palatio apostolico, quinquaginta meretrices honeste, cortegiane nuncupate, que post cenam coreaverunt cum servitoribus et aliis ibidem existentibus, primo in vestibus suis, denique nude. Post cenam posita fuerunt candelabra communia mense in candelis ardentibus per terram, et projecte ante candelabra per terram castanee quas meretrices ipse super manibus et pedibus, nude, candelabra pertranseuntes, colligebant, Papa, duce et D. Lucretia sorore sua presentibus et aspicientibus. Tandem exposita dona ultima, diploides de serico, paria caligarum, bireta, et alia pro illis qui pluries dictas meretrices carnaliter agnoscerent; que fuerunt ibidem in aula publice carnaliter tractate arbitrio presentium, dona distributa victoribus».
346. La storia delle cortigiane indubitamente si lega alla storia dell’umanesimo; ma dove e in qual modo cominci nel Quattrocento a delinearsi la figura della nuova etèra, non ci è noto. Gli è curioso, per esempio, che nell’Hermaphroditus del Panormita (m. 1471) non la si vegga per anche apparire, o se ne vegga come un’ombra soltanto. Il Panormita ricorda in quei suoi epigrammi molte meritrici, ma sono, la più parte, meretrici di un postribolo fiorentino. Vero è che egli manda loro il suo libro; ma la cosa non si vuole intendere, così alla lettera, nè prova in modo alcuno che in quelle donne fosse coltura. Ciò nondimeno qualche cenno in quei versi non manca, che parrebbe convenirsi meglio a cortigiana che a meretrice comune. Il seguente epitafio è per una puella ornatissima:
Hoc jacet ingenuae formae Catharina sepulcro,
Grata fuit multis scita puella procis.
Morte sua lugent cantus, lugentque choreae,
Flet Venus et moesto corpore moeret Amor.
In un altro epitafio, pro Nichina defuncta, dice il poeta:
Pieriae cantent circum tua busta puellae,
Et Phoebus lyricis mulceat ossa sonis;
ma la stessa Nichina dice di sè:
lupanar
Incolui, fulgor fornicis unus eram.
(Quinque illustrium poetarum, Antonii Panormitani, etc. lusus in Venerem, Parigi, 1791, pp. 15, 38). Le meretrici di cui fa parola il Poggio in alcune delle sue Facetiae (XXV, LXIII, LXXVII, XCII, CXIII, CLXXXVIII, CCXXXV, CCXLIII) nulla hanno della cortigiana. Così pure nulla mostrano della cortigiana, e tutto della meretrice volgare, le Silvie, le Lelie, le Lucie, le Tecle e le Orsole di Giano Pannonio (1434-72), Poemata, Trajecti ad Rhenum, 1874, vol. I, pp. 505, 506, 522, 524, 550, 565, 577, 578, 583, 584, 592, 599, 600, 601, 616, 618, 619.
347. G. Cugnoni, Agostino Chigi il Magnifico, in Archivio della Società Romana di storia patria, vol. II (1879), p. 78.
348. Galligo, Circa ad alcuni antichi e singolari documenti riguardanti la prostituzione tratti dall’Archivio centrale di Stato di Firenze, in Giornale italiano delle malattie veneree, ecc., anno IV (1869), vol. I, pp. 186-92, 247-53.
349. Atto III, sc. 10.
350. Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Ludovico puttaniere, Ragionamenti, Cosmopoli, 1660, p. 442.
351. Tariffa delle puttane, ouero ragionamento del forestiere e del gentil huomo: nel quale si dinota il prezzo e la qualità di tutte le cortigiane di Vinegia; col nome delle ruffiane; et alcune novelle piacevoli da ridere fatte da alcune di queste famose signore a gli suoi amorosi. Stampato nel nostro hemispero, l’anno 1535, del mese di Agosto. (Vedi Passano, I novellieri italiani in verso indicati e descritti, Bologna, 1868, pp. 114 sgg.). Io cito dalla ristampa fatta dal Liseux a Parigi, nel 1883. I due versi testè riferiti stanno a pag. 74: ad essi tengono dietro questi altri:
Spesso disputa del parlar toscano,
Di musica, e ’l cervel così le gira,
Che pensa averne il grido di lontano.
352. Lo stesso Aretino fa dire dalla Nanna alla Pippa, sua figliuola: «smusica un versolino da te imparato per burla, trampella il monocordo, stronca il liuto, fa vista di leggere il Furioso, il Petrarca, e il Cento (il Centonovelle, ossia il Decameron), che terrai sempre in tavola». (Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 253).
353. Lettere di cortigiane del secolo XVI, pubblicate da L. A. Ferrai, Firenze, 1884, pp. 31-2.
354. Allude all’opinione di Pierfrancesco Giambullari che faceva derivare la lingua italiana dall’aramea, opinione contraddetta dal Varchi nell’Ercolano, e che diede luogo a dispute e a fazioni.
355. Dice la comare alla balia in uno dei Ragionamenti dell’Aretino (parte II, giornata III, p. 391): «Tu parli di construtto; nientedimeno le gentilezze son gentilezze, ed erano già molto usate le canzoni, e quella che non ne avesse saputo una frotta de le più belle e de le più nuove se ne saria vergognata, e cotal piacere tanto era ne le puttane, come ne le ruffiane». Di una cortigiana chiamata Sirena
Per la dolce armonia che sì le piacque,
è ricordo nel Trionfo della lussuria di maestro Pasquino, curioso componimento, di cui dirò or ora. Del canto di Nannina Zingera diceva il Lasca in un suo capitolo:
Non è nel ciel fra gli spirti contenti
Soave tanto e sì dolce armonia,
Da fare i monti andar, fermare i venti.
Nella Lucerna di Eureta Misoscolo (Francesco Pona), Parigi, s. a., dice una lucerna, che un tempo era stata cortigiana (p. 66): «Canto... di sirena era il mio, perchè con sì fatta vivezza e spirito mi faceva udire toccando un’arpa, un leuto, o una chitariglia, e cantando, che avrei fatto languir d’amore un Senocrate, anzi il Disamore». La signora Calandra, una delle amiche o vere o finte del Calmo, sonava il liuto e cantava in modo soprammirabile. (Le lettere di messer Andrea Calmo, riprodotte da Vittorio Rossi, Torino, 1888, l. IV, lett. 19, pp. 295-6). Di tale virtù non era stata priva una gran cortigiana romana, cui Gioachino du Bellay fa raccontare la propria storia in uno de’ suoi Jeux rustiques:
J’avoy du luth moyennement appris,
Et quelque peu entendoy la musique:
Quant à la voix, je l’avois angélique,
Et ne se fust nul autre peu vanter,
De sçavoir mieux le Pétrarque chanter.
Il Du Bellay soggiornò alcun tempo a Roma circa il mezzo del secolo XVI, e ciò dà molta importanza a quella sua poesia, che dovrò citare più altre volte. Il Trionfo della lussuria di maestro Pasquino, testè citato, e che dovrò citare ancora, è un poemetto di quattro capitoli in terzine, stampato in Venezia (non so se ce ne sieno altre edizioni) nel 1537. È una specie di visione, in cui lo Zoppino prima, e poi maestro Andrea dipintore (personaggio che ritroveremo più oltre) mostrano all’autore varie genti, seguitatrici del carro della lussuria, tra le quali sono meretrici in gran numero. Questo curioso componimento vedrà di nuovo quanto prima la luce a cura del sig. G. Baccini.
356. Le rime burlesche edite e inedite di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca per cura di Carlo Verzone, Firenze, 1882, capitolo In lode della Nannina Zinzera cortigiana, p. 571.
357. Capitolo alla Signora Ortensia Greca, Il secondo libro delle opere burlesche di M. Francesco Berni e di altri, parte I, Leida (Livorno), 1824, p. 62. Modello di cortigiana elegante e compita può considerarsi quella Tortora della quale si parla nella Puttana errante in prosa, molto a torto attribuita all’Aretino. Di lei dice la Maddalena alla Giulia: «Ella, come ho detto, essendo bellissima, di corpo nettissima, sta sempre allegra con ogni persona: non che rida forte e fuor di modo, mostrando [i] denti, soavemente sorride, ed è sollazzevole con motti pronti, quali non dicono parole ingiuriose ad alcuni, ma dilettano e muovono a riso. Sempre ella ragiona poi con tutti moderatamente, ed ha cognizione di molte e varie cose, e sanne bene ragionare. Conversa con ogniuno con gentilezza, non dice mai bugie e non inganna, ma va da chi promette, e non chiede nulla avanti tratto..... A cena beve e mangia moderatamente, nè se mostra avida di cibi, quantunque al gusto suo fossero soavissimi; anzi quelli che gli sono posti inanzi moderatamente piglia, e poco ne mangia, premendogli con le punte de le dita, e mangiali a poco a poco, da un lato solo, e poi ad agio, senza segno di avidità. Sta sempre con viso quasi ridente, non parla in orecchi a persona, riguarda solo colui che l’ha invitata, a cui fa vezzi; e s’egli è appresso, o teneramente gli preme il piede, o gli tocca, che par a caso, la mano; con lui sorride, e con lui parla, e sempre a lui s’accosta, e con ogni arte si mostra accesa di lui, e di qualunque cosa ch’egli faccia». Cito, acconciando, dalla spropositatissima stampa fatta dagli Elzevir per accompagnare i Ragionamenti. Questa Puttana errante altro non è se non il primo dei Dialoghi doi di Ginevra e Rosana, stampati la prima volta nel 1584. Vuol esser notato che la Tortora, qual è descritta in questo passo, appare in tutto simile alla etèra Lira descritta da Luciano, Dialoghi delle cortigiane, VI.
358. Le due cortigiane, atto III, sc. 1.
359. Lettere, Parigi, 1609, vol. IV, f. 159 r. e v.
360. Le lettere, ediz. cit., l. III, lett. 41, p. 248.
361. Novelle, parte II, nov. 51.
362. Novelle, parte IV, nov. 17.
363. Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private, ediz. di Venezia, 1599, p. 21. Vedi anche pp. 234, 236 e 385.
364. Journal de voyage de M. De Montaigne en Italie par la Suisse et l’Allemagne en 1580 et 1581, Roma (Parigi), 1774, vol. II, p. 165.
365. La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1587, discorso LXXV, pp. 605-7. Prima del Garzoni, Agrippa di Nettesheim aveva detto nel libro suo De vanitate omnium scientiarum et artium, cap. LXIV, De lenonia: «Oportet ergo perfectum et consummatum lenonem lenamve omniscium esse, nec ad unam solam disciplinam, velut ad arcticam stellam tantum respicere, sed omnes amplecti, eam artem professus cui caeterae omnes serviunt et famulantur». Il mezzano deve aver famigliari poesia, retorica, dialettica, aritmetica, musica e le altre arti: deve sapere le storie di Lancilotto, di Tristano, di Eurialo ed altre simili, avere a mano gli autori. Di certa mezzana si dice nella Lucerna del Pona (sera quarta, pp. 191-2): «Ella sapea gli amori di Florio e Biancofiore, di Paris e Vienna, di Amadigi e Oriana, di Genevra la bella e Isotta la bionda, e in somma tutti quei ruffianesimi delle istorie di Grecia e della Tavola Rotonda meglio che il suo nome».
366. Il Marescalco, atto V, sc. 2.
367. Lettere, vol. I, f. 105 r. Bartolomeo Taegio, in un suo dialogo intitolato La Villa, (Milano, 1559), fa dire a uno degli interlocutori che le donne letterate si hanno comunemente in sospetto, perchè la malizia naturale, propria del loro sesso, rinforzano con l’artificiale, che si apprende dalle dottrine (p. 120). Il Tansillo scrisse due capitoli nei quali prova che non si deve amare donna accorta e che sappia assai, e un terzo in cui sostiene tutto il contrario. Capitoli giocosi e satirici di Luigi Tansillo editi ed inediti, Napoli, 1870, capitoli VIII, IX, X.
368. La Talanta, atto II, sc. 2, e Ragionamenti, parte I, giornata III, p. 141.
369. Op. cit., discorso LXXIV, p. 597. Cfr. Rao, Invettive, orationi et discorsi, Venezia, 1587, f. 21 v.
370. Garzoni, Op. cit., disc. LXXIV, p. 597.
371. Alla Imperia senza dubbio si vuole alludere nel Trionfo della lussuria, là dove maestro Andrea dice all’autore:
Vedi colei, che in la tua patria nacque,
Poi per superbia a sè fe’ dire Imperia,
Ch’ogni altra cosa appresso a sè li spiacque.
372. Dice la Nanna in uno dei Ragionamenti dell’Aretino: «chi si fa figliuola del Duca Valentino, chi del Cardinale Ascanio; e Madrema si sottoscrive Lucrezia Porzia Patrizia Romana, e suggella le lettere con un segno grande grande». Parte I, giornata III, p. 158. Nello Stufajuolo del Doni, uno sciocco innamorato, dà, in una sua lettera, titolo di marchesana a certa cortigiana tedesca.
373. Nel Trionfo della lussuria di maestro Pasquino è cenno di una cortigiana, non nominata, la quale in inferno, di rabbia arde e sospira, sapendo di poter essere riconosciuta pel sangue suo che agogna a grande onore. Non può essere Tullia d’Aragona, la quale è ricordata come viva, e molto favorita, poco più oltre. Il Trionfo fu stampato nel 1537 e la Tullia visse fino al 1556.
374. Ecatommiti, nov. 8 dell’Introduzione.
375. Lo Zoppino parla dei vili natali di Matrema non vuole, di Giulia dal Sole, della Beatrice, di Angela Greca, di Cecilia Veneziana, di Tullia d’Aragona, di Lucrezia Padovana, della Angioletta, di Tina Baroncella e di altre. Ragionamento cit., pp. 442-7. Il Veniero, nella Puttana errante, assegna ad Elena Ballerina una assai vituperosa genealogia.
376. Ragionamento cit., pp. 431-2.
377. Garzoni, Op. cit., disc. LXXIV, p. 597.
378. Satira A M. Flaminio.
379. Vedi Lea femmes blondes selon les peintres de l’école de Vénise, par deux Vénitiens (Armand Baschet et Feuillet de Conche), Parigi, 1865, pp. 45-106, 271-309, dove è data notizia di parecchi libri curiosi. Dell’arte d’imbiondire i capelli parla pure il Calmo in parecchie delle sue lettere, ediz. cit., 1. IV, lett. 6, 31, 46. Vedi anche, per questa e per altre pratiche d’arte cosmetica, Piccolomini, La Raffaella, ovvero della bella creanza delle donne (1539), ristampa di Milano, 1862, pp. 24-31; Ricettario galante del secolo XVI, edito a cura di O. Guerrini, Bologna, 1883, Scelta di curiosità letterarie, disp. CXCV.
380. Op. cit., capitoli VII, VIII.
381. Di certo sapere più occulto, e di certe arti più recondite delle cortigiane lascio di discorrere; ma non parrà strano che tali donne fossero maestre di secreti, la conoscenza e l’uso dei quali non disdicevano troppo, sembra, nemmeno alle donne maritate. Vedasi per un esempio, ciò che dicono la signora Virginia, la signora Ardelia e la signora Angioletta nella Camilletta del Guttery, Parigi, 1586. Cfr. Aretino, Cortegiana, atto II, sc. 6, e La vieille courtisane del Du Bellay.
382. Pel vestire delle cortigiane in varie città d’Italia, vedi l’opera di Cesare Vecellio, Habiti antichi et moderni di tutto il mondo, edizione di Venezia, 1598, ff. 25, 26, 107, 114, 203, e pel vestire loro più particolarmente in Venezia quelle di Giacomo Franco, Habiti d’huomini e donne venetiane, ecc., Venezia (1610), e Habiti delle donne venetiane, s. l. ed a.
383.
Stì le vedi po andar fuora de ca,
Le par novizze al sangue de Sier Polo,
Con scuffie d’oro e con veste instoccà,
Annei in deo e caenelle al colo;
E i poveri meschini che no sa
Che tutte ste bagaje è tolte a nolo,
I crede aver cattà qualche signora,
E ’l mejo che l’ha in casa se una stuora.
Le berte, le truffe, i arlassi, e le magnarie che usa le puttane a i so bertoni, recitae da Nico Calafao da l’Arsenale. Delle rime piasevoli de diversi auttori, nuovamente accolte da M. Modesto Pino et intitolate La Caravana, Venezia, 1576, f. 19 r. In una commedia del Contile intitolata La Cesarea Gonzaga, è una cortigiana Marina, che si fa prestare veste, collana, anello da un ebreo cui si concede talvolta. In Venezia era vietato dar panni a nolo alle meretrici. (Leggi e memorie venete sulla prostituzione fino al cadere della Repubblica, Venezia, 1870-2, a spese del conte di Orford, p. 282).
384. Questo, per altro, lo dice Lorenzo Veniero, La Zaffetta, edizione di Parigi, 1861, p. 22.
385. Il Calmo scriveva a una signora Alba, promettendole un gattino: «E’ vojo al tutto darve anca un gatesin bianco a mo la neve, el pi umele bestioleto che mai avè visto: vardè, el no ha tre mesi ch’el salta, el tombola, el se rampega, e fa tante matierie co si l’avesse intelletto...... e sì è può de razza da piar sorzi no ve posso dir; e sì ha tanta descrezion che el no tocca ni carne, ni pesce, si no ghe ne vien dao. Talmente che vojo, apresso el vostro papagà e faganelo, che vu siè cusì ben servia de animali, quanto altra cortesana che viva». Ediz. cit., l. IV, lett. 44, p. 353. Vedi inoltre la lettera che lo stesso Calmo scriveva alla signora Brunella, p. 285. Della liberalità delle pratiche fruivano naturalmente anche le bestiuole di casa. L’Agnola, serva dell’Angelica, nel Martello del Cecchi (atto III, sc. 5):
Quei che vengono
Di nuovo fan per noi; i danar ballano;
I presenti gagliardi ciascun cavane;
Serve, cuochi; che insino allo scojattolo
E al catellino e al mucino ne cavano
Le sonagliere.
386. Della ghiottornia delle cortigiane è fatto cenno assai spesso. La Nanna dell’Aretino ricorda tra l’altro come non era canova di prelato niuno che non fosse sverginata per lei. (Ragionamenti, parte I, giornata III, p. 140). In certa invettiva in dialetto veneziano un giovane dice all’antica sua druda:
Ma pezo po che ti gha un altro vicio,
Che se domanda el peccao della gola,
Che mandarave un stato in precipicio.
(Bandito in questo luoco solitario tramutato per un giovine che haveva il mal francese, con un capitolo in lingua venetiana contro una cortigiana, molto bello nè più stampato, s. l. ed a.). Dice la Bettina nei Germini sopra quaranta meretrici della città di Fiorenza:
... mangiai venzei tortole ad un tratto,
E trenta dua piatti di gelatina,
Perchè non ero ancor satolla affatto.
Il titolo intero di questo curioso poemetto è, nella stampa fiorentina del 1553, appresso Bartolomeo di Michelangelo, dalla quale cito, il seguente: I Germini sopra quaranta meretrici della città di Fiorenza, dove si conviene quattro ruffiane, le quali danno a ciascuna il trionfo ch’è a loro conveniente dimostrando di ciascuna il suo essere. Con una aggiunta nuovamente messa in questi. Opera piacevole. Ce ne furono anche altre edizioni. Questo poemetto sarà ancor esso, insieme col Trionfo della lussuria, ripubblicato dal sig. G. Baccini. La signora Brunella, a cui è scritta una delle lettere del Calmo, voleva ogni sorta di boconi licaizzi, paoni, galinazze, polastri de India, gali salvadeghi, pernise, tordi, quaje, pernigoni,..... e da può cena codognato, marzapan, e le so canele inzucarae, de vin e pan e formazi. (Le lettere, l. IV, lett. 16, p. 285). Di certa Orsa aveva già detto il Panormita in uno degli epigrammi dell’Hermaphroditus:
Si mihi sint epulae totidem, quot in alite plumae,
Uno luxuriens edet has Ursa die.
Si mihi sint totidem vegetes, quot in aequore pieces,
Uno subsitiens ebibet Ursa die.
Le primizie, e i bocconi più ghiotti erano per le signore cortigiane: gli adoratori non mancavano di farne loro presente. Parlando di Ferrara, dove la uccellagione era, in parte, di prerogativa ducale, dice Corbolo nella Lena dell’Ariosto (atto II, sc. 3):
Non ponno a nozze ed a conviti pubblici
I fagiani apparir sopra le tavole,
Chè le grida ci sono; e nelle camere
Con puttane i bertoni se li mangiano.
Il Franco dava merito alle cortigiane, non solo d’aver fatto rifiorire l’età dell’oro; ma ancora d’avere introdotte le squisitezze tutte e le eleganze della tavola: «Nè solamente avete rivocata si fatta età, ma postala anche ne la debita sua grandezza, e toltale la rustica semplicità, ed ogni ruvidezza di vivere. Invece de le ghiande, de le morole, e de le fragole, avete introdotte le suntuose vivande, e gli apparecchi de i cibi delicatissimi sopra i mantili ed i ricchi tapeti». Le pístole vulgari, Venezia, 1542, Pístola a le puttane, f. 223 v.