538. Lettera XLII, p. 75.
539. Vedi Serassi, La Vita di Domenico Veniero, preposta alla edizione delle Rime, Bergamo, 1751, p. XIII.
540. Vedi il capitolo XVIII, e le lettere XL, p. 73; XIX, p. 84.
541. Lettere brevissime di Mutio Manfredi, il Fermo Academico Olimpico, ecc., scritte tutte in un anno, ecc., Venezia, 1606, p. 249. Il sonetto della Veronica si legge nella edizione che della Semiramide fa fatta in Bergamo per Comin Ventura nel 1593.
542. Rime di diversi eccellentissimi auttori nella morte dell’Illustre Sign. Estor Martinengo Conte di Malpaga. Raccolte, et mandate all’illustre, et valoroso Colonnello il S. Francesco Martinengo suo fratello, Conte di Malpaga. Dalla Signora Veronica Franco. Senza nessuna nota tipografica.
543. De antiquitate et viris illustribus Veronae, Padova, 1647, l. I, c. 20.
544. È il XXV, cioè l’ultimo, e conta non meno di 565 versi.
545. Molti altri amici nobili e illustri ebbe certamente la Veronica. Nel secondo testamento ella designa quale uno de’ suoi esecutori testamentarii il magnifico messer Lorenzo Morosini, e raccomanda i figliuoli al chiarissimo messer Giambattista Bernardo.
546. Capitolo XXII. Anche nel capitolo III deplora la Veronica d’essersi allontanata da Venezia:
E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossa
Da la mia patria.
547. Capitolo XII.
548. Parlando, nel capitolo XV, del colonnello, fratello di Estor Martinengo, diceva:
E come donna in questa patria nata,
Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse,
E ch’opra a lei prestasse utile e grata.
549. Lettera V, pag. 6. Gerolamo Fenaruolo, volendo dissuadere Adriano Willaert dal partirsi di Venezia, scriveva in un suo capitolo:
Questa Venezia è una città d’assai,
È un novo mondo, un novo Paradiso,
E sarà così fatta sempre mai.
Se voi guardate gli uomini nel viso,
Qui vedrete più vecchi che non sono
E stelle in cielo e gamberi a Treviso.
E questo nasce perchè l’aere è buono,
Perchè sempre si vive in allegrezza,
Perchè quel che si mangia ci sa buono.
L’infinita abbondanza e la ricchezza,
I comodi, i diletti, ed i piaceri
Fan veder vita eterna a la vecchiezza.
E senza tante pinole e cristeri
Tiran dal corpo al fondo del crivello
La soma d’ogni sorte di pensieri.
Sansovino, Sette libri di satire, f. 193 r.
550. Di trattenimenti musioali è pur cenno nella lettera XLVI, pag. 79.
551. Parlando di certa canzone della Ghirometta, dice Scipione Ammirato in un luogo de’ suoi Opuscoli: «Era uscita allor per Venezia questa canzone in campagna, e cantavasi da piccoli, e da grandi di giorno, e di notte per le piazze, e per le vie sì fattamente, che ciascuno avea del continuo gli orecchi intronati dal tuono di questa canzone». Cito da un opuscoletto per nozze, intitolato Novelle di Scipione Ammirato, Bologna, 1856, p. 10.
552. V. le lettere del Calmo ad Angiola Sara e alla signora Frondosa, ediz. cit. l. III, lett. 39, l. IV, lett. 42, pp. 245, 346-7.
553. Lettera XIII, p. 21.
554. Nell’opera di Giacomo Franco, Habiti d’huomini et donne venetiane ecc., sono due stampe che qui vogliono essere ricordate. La prima rappresenta molte gondole con persone che vanno a diporto. In una è una tavola imbandita con uomini e donne che mangiano; in altra una donna che suona il clavicembalo, con altre donne e nomini che suonano varii strumenti. Sotto vi è scritto: In questa maniera la state ne’ grandi caldi si va ai freschi per li canali della Città la sera fino a mezza notte, con musiche di voci e diversi istromenti con grandissimo diletto, con le signore Cortigiane, e spesso anco si cena in barca con mirabil piacere. La seconda stampa mostra come si andasse l’inverno a uccellare in barca sulla laguna.
555. Lettera XLIV, pp. 76-8.
556. Vedi per tali notizie Tassini, Op. cit., p. 40.
557. Nel testamento del 1570 è cenno di beni mobili e stabili, di un filo di perle nº 51 ballotte, di piatti d’argento e di altra argenteria con lo stemma della Veronica.
558. Capitolo XXIII.
559. Capitolo XVI.
560. Lettera VIII, pp. 14-6.
561. Vedi Cicogna, Op. cit., t. VI, pp. 884-5 e Tassini, Op. cit., pp. 89-97. Il vero testamento del Ramberti è del 19 aprile 1570; Cicogna, ibid., p. 957; Tassini, ibid., pp. 89-97.
562. Lettera XLVIII, pp. 82-4.
563. Lettera XXX, pp. 58-9. Il detrattore cui questa lettera è scritta aveva commesso in casa della Veronica, a quanto costei afferma, un vilissimo mancamento, non sappiam quale.
564. Vedi Tassini, Op. cit. pp. 23-5.
565. Sandonnini, Alessandro Tassoni ed il Sant’Uffizio, in Giornale storico della letteratura italiana, vol. IX, pp. 345 sgg.
566. Una delle più semplici consisteva in tracciar certi cuori nella cenere calda, e in recitarvi su questi versi:
Prima che ’l fuoco spenghi
Fa che a mia porta venghi.
Tal ti punga il mio amore
Quale io fo questo cuore.
Vedi pp. 425-6. Cfr. Ragionamenti, parte II, giornata III, pp. 406-10. Delle malie che usavano le meretrici per trattenere gli amanti è cenno in una poesia di Vincenzo Belando, intitolata Scudo d’amanti dove si scuopre gli assassinamenti, inganni, astutie, forfanterie e truffarie che usano le puttane per ingannare i simplici giovani, ecc., stampata insieme con le Lettere facete e chiribizzose, ecc. dello stesso autore, Parigi, 1588. Uno stuolo di maliarde faceva comparire il Veniero nel trionfo di Elena Ballerina in Roma, La Puttana errante, canto IV. Cfr. La vieille courtisane del Du Bellay e Luciano, Dialoghi delle cortigiane, I, IV.
567. Lettere XI, pp. 18-20; XXXI, pp. 60-2.
568. Lettera XXXIX, p. 71.
569. Lettera XXXVIII, p. 70.
570. Ibid.
571. Lettera XXII, pp. 41-6.
572. Novelle letterarie per l’anno 1757, pag. 320; Cicogna, Op. cit., vol. VI, pag. 884; Tassini, Op. cit., p. 65.
573. Entrambi questi sonetti furono pubblicati dal Cicogna, Op. cit., t. V, pag. 424.
574. Tassini, Op. cit., p. 39.
575. Lo pubblicò il Cicogna, Op. cit., t. V, pp. 414-5.
576. Tassini, Op. cit., p. 43.
577. Cicogna, Op. cit., t. V, p. 412.
578. Anche questo documento fu pubblicato dal Cicogna, Op. cit., t. V, pp. 416-7.
579. Lettera XXXIX, p. 71. Della madre la Veronica non fa parola se non nel suo secondo testamento, dove è detto: «It. lasso a suor Marina, monaca nel mon. di S. Bernardin in Padova, duc. diese per una volta tantum, i quali duc. diese ghe lasso per discargo dell’anima di mia madre, perchè suo padre ghe li aveva lassati, quali gli siino dati subito venduta la mia robba». Fu la madre forse quella che la spinse al vizio, o che, semplicemente, la trasse al suo esempio? L’ho già detto: potrebbe darsi. Nel suo Memoriale la Veronica dice che molte madri meretrici, «ridutte in bisogno, vendono secretamente la verginità de le proprie innocenti figliole, incaminandole per la medesima via del peccato che esse hanno tenuto». Una di tali vendute fu probabilmente la Veronica.
580. Lettera XV, p. 23.
581. Veggasi, per esempio, la lettera XVIII, p. 31.
582. Vedi intorno a Tullia d’Aragona Guido Biagi, Un’etèra romana, in Nuova Antologia, serie 3ª, vol. IV (1836) pp. 654-711.
583. Lettera XXXVIII, p. 70.
584. L’edizione più antica di questi due curiosi poemetti credo sia la seguente: El vanto della cortigiana ferrarese qual narra la bellezza sua. Con il lamento per esser redutta in la carretta per el mal franzese et l’amonitorio che fa alle altre donne. Seguita l’epigramma con el purgatorio delle cortigiane, per Giov. Bapt. Verini, Venezia, 1532. Molte altre edizioni se ne fecero, per le quali vedi la Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, etc., vol. V, p. 241, vol. VI, p. 384, e Rossi, Le lettere del Calmo, Appendice I, pp. 386-8. Il Purgatorio è di maestro Andrea dipintore; che il Vanto e il Lamento sieno di Giambattista Verini, fiorentino, è probabile, ma non è provato. Ad ogni modo la scena dei due poemetti è in Roma. Io riproduco qui l’uno e l’altro secondo una stampa veneziana del 1538, ritoccando solo la grafia e qualche verso che nel testo non torna, acconciando alcuno errore. La medesima stampa contiene pure Il lamento e la morte de la cortigiana, in undici terzine; ma è cosa che non merita d’essere trascritta.
585. Questi nomi li abbiemo già trovati, e provano che il poemetto dovette essere composto verso il 1530.
586. Forse trinale da trina? ma i vocabolarii non l’hanno.
587. Vedi qui addietro pp. 234-5.
588. Traggo questa poesia, che non ha altro titolo, dal raro volume già citato, Delle rime piacevoli di diversi autori. Nuovamente accolte da M. Modesto Pino, et intitolato La Carovana, parte prima, ff. 25 r. a 27 v.
589. Vedi qui addietro p. 287.
590. Vedi la lettera del Paolucci in Lettere di Lodovico Ariosto raccolte da A. Cappelli, 3ª edizione, Milano, 1887, pp. CLXXI sgg. Primo a pubblicarla fu il Campori nelle sue Notizie di Raffaello, Atti e mem. delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm., t. I, 1863.
591. Lettere, ediz. di Parigi, 1606, vol. I, f. 26 r.
592. Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private, edizione di Venezia, 1599, pp. 202-4. Lo stesso racconto si ha pure nel Democritus ridens, Colonia, 1649, pp. 378-80. Il Serapica, o Sarapica, è ricordato più volte anche dall’Aretino, e da altri.
593. Domenichi, Op. cit., p. 201.
594. L’hospidale de’ pazzi incurabili, Venezia, 1617, p. 49.
595. Vita Leonis X, l. IV, ediz. di Firenze, 1551, p. 98. A dir vero il Giovio nomina solamente il Poggio, il Moro, fra Mariano e Brandino. Fra Martino è ricordato da Sigismondo Tizio nella voluminosa e manoscritta sua Cronaca di Siena (ap. Fabroni, Leonis X Pontificis Vita, Pisa, 1797, pag. 295, n. 82), e lo stesso Tizio narra pure con indignate parole come il cardinale Raffaele Petrucci mandasse il bastardo Andrea al pontefice (V. l’intero passo, che merita d’esser letto, riferito dal Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel secolo XVI, Firenze 1882, vol. I, p. 73). Ma ce n’erano anche degli altri. Nella Cortegiana dell’Aretino (atto I, sc. 12) un pescatore dice al Rosso, vendendogli certe lamprede: «L’altre l’ha tolte or ora lo spenditore di fra Mariano per dar cena al Moro, a Brandino, al Proto, a Troja, ed a tutti i ghiotti di palazzo». Troja era nientemeno che il vescovo di Troja; del Proto vedremo or ora. Quanto al Rosso introdotto dall’Aretino nella sua commedia, egli è probabilmente tutt’uno con un Rosso buffone, ricordato dallo stesso Aretino nel capitolo Al principe di Salerno, nella giornata II della parte I dei Ragionamenti e nel Ragionamento delle corti, e poi anche dal Mauro nel capitolo ad Ottaviano Salvi e dal Tansillo nel capitolo a Cola Maria Rocco e in quello al duca di Sessa. Dice di lui Ortensio Lando: «Il Rosso buffone, mentre servì Ippolito cardinale de’ Medici acquistò e facultà e fama grande, e ne viverà immortalmente» (Sette libri de cathaloghi a varie cose appartenenti, Venezia, 1552, l. VI, p. 501). Non è fuor del probabile che anche il Rosso abbia frequentata la corte di Leone X.
596. Vedi, per i secoli che precedono il XVI, un articolo di Adolfo Bartoli, Buffoni di corte, nel Fanfulla della Domenica del 1882, nº 11.
597. Orlando Furioso, c. XXXV, 20.
598. La piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia, 1587, disc. CXIX, p. 816. Cfr. Giulio Landi, Attioni morali, Venezia, 1564, p. 402, sgg.
599. Il Cortegiano, ediz. di Firenze, 1854, l. II, XLVI.
600. Opuscula moralia et politica, Parigi, 1645, De re aulica, l. 1, c. 6.
601. Non so donde il Flögel abbia tratta la notizia che Paolo II nutrì matti e buffoni (Geschichte der Hofnarren, Liegnitz e Lipsia, 1789, p. 434). Il Platina tanto avverso, e per buone ragioni, a quel pontefice, non fa parola di ciò nella Vita che ne compose.
602. Burchard, Diarium sive rerum urbanarum commentarii, edizione di Parigi, 1883-5, vol. III, pp. 126-7.
603. Novelle, parte I, nov. 30; parte IV, nov. 27.
604. Marcantonio Sidonio, Francesco del Lago di Garda e il Cimarosto sono ricordati da Ortensio Lando, Op. e l. cit. Il Cimarosto era di Brescia e se ne andò, come tanti altri suoi pari, a Roma per cercarvi fortuna. E in Roma ebbe occasione, se s’ha a credere allo Straparola, di far ridere sgangheratamente con certa sua burla Leone X (Vedi Le piacevoli notti, notte VII, fav. 3. Veramente, per un errore stranissimo ed inesplicabile, lo Straparola parla di un sommo pontefice Leone di nazione alemanno; ma non è dubbio ch’egli intende di Leone X. Alemanno fu Leone IX [1048-54]. Nelle edizioni espurgate delle Piacevoli notti Cimarosto rimane, ma Roma si muta in Firenze e il papa in un senatore). Del Bargiacca narra certa novella Tommaso Costo, Il Fuggilozio, Venezia, 1601, giornata V, p. 361. Marc’Antonio Majoraggio accenna, nella sua Oratio de laudibus auri, all’uso che avevano i cardinali di nutrire buffoni. Aveva torto perciò il Mauro di dire, parlando appunto dei buffoni, nel già citato capitolo a Ottaviano Salvi:
Non han però virtute in Cardinali,
I quai non ridon così volentieri
Come fan questi illustri temporali;
ma probabilmente diceva a quel modo per celia. Molti altri buffoni famosi ebbe il Cinquecento. Ricorderò ancora lo Strascino da Siena, che al mestier di poeta accoppiava quello di buffone, e fece ridere Leone X con le commedie e coi lazzi suoi; il Bruschetto di Antibo, che dice il Lando (Op. e l. cit.) si guadagnò con le buffonerie diecimila scudi, e fu fatto maestro delle poste; il Moretto da Lucca, vincitore in molte gare di buffoneria; un Berto, ricordato dal Castiglione (Op. cit., l. II, L); un Lionello, ricordato dal Garzoni, (Piazza, disc. L, p. 479). Di alcuni buffoni assai noti in Venezia fa menzione Andrea Calmo, Le lettere riprodotte da V. Rossi, Torino, 1888, l. II, lett. 34, p. 139.
605. Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite ed inedite di Angelo Ambrogini Poliziano, raccolte e illustrate da Isidoro del Lungo, Firenze, 1867, p. 283.
606. Opere, Venezia, 1729, t. III, p. 385.
607. Ediz. cit., l. II, LXXXVII.
608. Ghiribizzi di Mess. Bernabò Visconti signore di Milano, scritti da Girolamo Rofia da S. Miniato, Modena, 1868, pp. 18-20.
609. È cosa nota, del resto, che Leone X ebbe speciale avversione agli ordini mendicanti. Cfr. su questo tema del disprezzo onde sono colpiti i frati nel Cinquecento, Burckhardt, Die Cultur der Renaissance in Italien, 3ª ediz. Lipsia, 1877-8, vol. II, pp. 230 sgg.
610. Il Cortegiano, l. II, LXXXIX. Questo Serafino è pure tra gl’interlocutori del Cortegiano, l. I, IX. Anche il Garzoni ricorda fra Mariano e fra Serafino quali burlieri eccellenti, Piazza, disc. L, p. 490.
611. Alessandro Luzio, Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II, estratto dall’Archivio della R. Società Romana di storia patria, vol. IX, 1887, p. 36. Stazio Gadio, un altro dei famigliari del principe scriveva ad Isabella, informandola del medesimo fatto: «Stette tutto il dì in gran piacer di soni e canti e giochi, poi cenò, e frate Mariano de compagnia, qual fece qualche piacevoleza per far ridere, benchè mal possa scherzare, perchè è mal sano». Ibid.
612. Id., ibid., p. 46.
613. Id., ibid., pp. 47-9.
614. Id., ibid., pp. 69-71.
615. Lettera seconda citata, p. 70.
616. Il cardinale Hergenroether ha intrapresa, come è noto, la pubblicazione dei Regesta di Leone X. Non posso dire se nella parte di essi pubblicata sin ora, e che si stende per i due anni 1513 e 1514, compaja il nome di fra Mariano, perchè mancando ancora un indice dei nomi, la ricerca vi è troppo malagevole.
617. Accresce tale probabilità il fatto che il nome di fra Mariano non s’incontra nel Diario, o almeno nel manoscritto che se ne conserva nella Chigiana, secondo m’assicura il ch. professore Giuseppe Cugnoni, che gentilmente volle torsi la briga di percorrerlo. La stampa procurata dal Delicati e dall’Armellini (Il Diario di Leone X: dai volumi manoscritti degli Archivii Vaticani, Roma, 1884), contiene solo frammenti.
618. Relazioni venete, serie II, vol. III, p. 70-1. Veramente la stampa ha: fra Mariano Ebrandino, e l’editore nota che forse in luogo di Ebrandino è da leggere e Martino; ma un Brandino è ricordato, oltre che dal Giovio, anche dall’Aretino, come vedremo.
619. Comento del Grappa sopra la canzone in lode della salsiccia, Scelta di cur. lett., disp. 184, Bologna, 1881, pp. 77-8. Parlando di certi tordi avuti dal conte Manfredo di Collalto, e mangiati in compagnia del Tiziano, l’Aretino dice che gli erano molto piaciuti, «come piacquero a fra Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca, ed al Vescovo di Troja gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni e le lamprede, di che si empierono il ventre con il consenso delle lor anime cuoche delle stelle pazze e ladre, che le infusero in quei corpacci, erarii della superfluità della crapula, anzi paradisi delle vivande solenni...». Lettere, vol. I, f. 26 r. Del resto non erano questi i soli gran ghiottoni. In altra delle sue lettere dice lo stesso Aretino: «Io li vidi al tempo di Leone X quei cari Cardinali del buon Dio! oh come le loro anime cuciniere riempivano voluttuosamente i proprii corpacci!».
620. Giovio, Op. cit., p. 98.
621. Ap. Fabroni, Op. e l. cit.
622. Op. cit., p. 305.
623. Op. cit., l. III, pp. 188-9. Il Lando ricorda ancora quali moderni strenui mangiatori, un Catellaccio Fiorentino, un D. Antonio da Lecce, e un Cola Caforzio, che si mangiava una pezza di lardo. Alla voracità di fra Mariano allude senza dubbio anche Ercole Bentivoglio nella satira A. M. Flaminio, là dove dice:
... io non son Mariano nè il Rizzuolo,
Che come son levati, immantinente
Sen vanno a far la zuppa nel siruolo.
In quel passo del Tizio anche fra Martino è ricordato quale mangione famoso: ma di lui non si hanno, che io sappia, più particolari notizie.
624. Capitolo In lode della sete.
625. L. II, XLIV.
626. L. I, VIII.
627. Lettere facete et piacevoli di diversi huomini grandi, et chiari, et begli ingegni, raccolte da Dionigi Atanagi, Venezia, 1601, l. I, p. 310.
628. Ediz. di Cosmopoli, 1606, p. 220.
629. P. 413.
630. Lettere facete già citate, l. I, p. 167.
631. Luzio, Op. cit., p. 70.
632. Id., ibid., p. 46-7.
633. Le lettere di A. Calmo, ediz. cit., pp. 64-5.
634. Pazeria?
635. Così racconta fra Callisto Piacentino, canonico Lateranense, in una sua omelia. Il Roscoe giudica apocrifo tale racconto (The life and pontificate of Leo the tenth, cap. XXIII); ma esso è confermato da una lettera da Roma, scritta il 21 dicembre del 1521, venti giorni dopo la morte del pontefice, e riportata dal Sanudo. Vedi Gregorovius, Geschicte der Stadt Rom im Mittelalter, Stoccarda, 1859-73, vol. VIII, p. 262.
636. Il sonetto del Berni cui questi versi appartengono non fu composto contro Adriano VI, come già si credette, ma contro Clemente VII.
637. Lettere scritte a Pietro Aretino, emendate per cura di T. Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, p.te I, p. 14-15. Fra Sebastiano diede notizia della cosa anche a Michelangelo Buonarroti. Del succedere di fra Sebastiano a fra Mariano nell’officio di piombatore fa cenno anche il Vasari nella Vita di quello, Opere, ediz. del Sansoni, Firenze, 1877 sgg., vol. V, p. 576.
638. Ibid., pp. 102-3.