Durante il tempo che ’l Re era a Giaffa gli fu detto che il Soldano di Damasco gli soffrirebbe la sua andata a Gerusalemme, e ciò per buono assicuramento. E molto volentieri l’avrebbe il Re voluto fare, ma n’ebbe su ciò il suo Gran Consiglio, il quale ne lo stornò. E gliene fecero rimostranza per uno esempio che fu tale. Che quando lo Re Filippo l’Augusto si partì da innanzi Acri per andare in Francia, lasciò egli molte sue genti nell’oste del Duca Ugone di Borgogna, il quale avolo era del Duca diretanamente morto. Ora in quello tempo, e durante che esso Ugo Duca, e lo Re Riccardo d’Inghilterra soggiornavano in Acri, furon loro apportate novelle ch’essi prenderebbon bene Gerusalemme la di mane quando il volessero, per ciò che il grande sforzo dei Cavalieri d’Egitto se n’era ito col Soldano di Damasco ad una guerra ch’egli aveva a Nessa contro ’l Soldano di detto luogo. Perchè tantosto s’accordaro il Duca di Borgogna e il Re Riccardo di levare il campo per andare verso Gerusalemme. E divisarono le lor battaglie, donde lo Re d’Inghilterra volle menar la primiera, e il Duca ebbe l’altra d’appresso colle genti del Re di Francia che erano dimorate alla sua bailìa. Ed in quella ch’e’ furono presso di Gerusalemme, e così presso di prendere la santa città, egli fu mandato dalla battaglia del Duca di Borgogna al Re d’Inghilterra ch’esso Duca se ne ritornava addietro solamente affinchè l’uomo non potesse dire che gl’Inghilesi, i quali il precedevano in gara, avessero essi preso Gerusalemme. Ed in quella che erano in tali dolorose parole, ci fu l’uno dell’antiguarda del Re d’Inghilterra, che gli gridò: Sire, Sire, venite sin qui, ed io vi mostrerò Gerusalemme che pare laggiù. Ma egli stette, e si levò davanti gli occhi la sua cotta d’arme tuttavia plorando e dicendo a Nostro Signore ad alta voce: Ah! buon Sire Iddio, te ne priego, fa ch’io mica non veda la tua santa città di Gerusalemme; poichè così va ch’io non la posso diliberare dalle mani de’ tuoi nemici! — Questo assempro fu mostrato a Re San Luigi per ciò ch’egli era il più gran Re de’ Cristiani, dicendogli che s’egli faceva il suo pellegrinaggio in Gerusalemme senza liberarla dalle mani dei nimici di Dio, tutti gli altri Re, che verrebbero al detto viaggio, si terrebbero appagati altresì di fare il pellegrinaggio loro senza più, siccome arebbe fatto lo Re di Francia.
Del buon Re Riccardo d’Inghilterra ch’ebbe in nome Cuor di Lione, vi dissi altrove in questo libro, ora vi dirò io del Duca di Borgogna. Sappiate dunque ch’elli fu molto buon Cavaliero di sua mano e molto cavalleresco, ma unqua non fu egli tenuto per saggio nè verso Dio nè verso il mondo. E bene ciò parve ne’ suoi fatti detti davanti: e di lui disse il Gran Re Filippo quando seppe che il Conte Giovanni di Chalons suo genero avea avuto un figliuolo, cui avevano rinominato Ugo; Dio lo voglia fare produomo e probuomo, perchè gran differenza diceva essere intra l’uno e l’altro, e che molti Cavalieri ci avea, così Cristiani come Saracini, i quali erano bensì assai prodi uomini, ma non erano punto uomini probi, poich’essi non temono nè amano Dio alcunamente. E diceva che grande grazia faceva Dio a un Cavaliero quando egli avea questo bene che per suoi fatti era chiamato produomo e probuomo: ma colui di chi abbiam detto qui davanti, poteva bene essere appellato produomo perch’egli era prò ed ardito di suo corpo, ma non già dell’anima sua, poich’elli non temeva punto a peccare nè a misprendersi inverso Dio.
Dei gran danari che il Re mise a chiudere Giaffa, non mi conviene mica il parlarne per ciò ch’essi furono senza numero. In fatti ne affortì egli e chiuse il borgo da l’uno de’ mari sino all’altro, e ci avea bene ventiquattro torri che grandi che piccole, e fosse a prode rinette e fatte di dentro e di fuora: e ci avea tre grandi porte, donde il Legato avea avuto commissione di farne fare una delle tre, e della muraglia tanto quanto correva da quella porta sino all’altra. Ed a conoscere per estimativa ciò che la cosa poteva costare al Re, egli è verità che una fiata mi domandò il Legato quanto io stimassi ciò che gli fosse costato la porta ed il tratto di muro ch’egli avea fatto fare. Ed io stimai che la porta gli era ben costata cinquecento lire, e la muraglia trecento. Ed allora il Legato, scotendo il capo, mi disse che io era ben lungi dal computo, e che, così l’âtasse Iddio, come la porta e il muro gli erano ben costati trentamila lire. Per la qual cosa può ben l’uomo pensare in suo cuore la massa grande d’argento che tutto quel cassero sarà costato al buon Santo Re.
Quando il Re ebbe accompito di munire e di chiudere Giaffa, gli prese volontà di fare a Saetta com’egli avea fatto a Giaffa, e di ridurla asserragliata e accasata così com’ell’era avanti che i Saracini l’avessono abbattuta: e s’ismosse per andarvi lui e sua oste il dì della festa de’ Monsignori Santo Pietro e Santo Paolo Apostoli. E quando ’l Re fu davanti il castello di Assur a tutto suo oste, sulla sera appellò egli le genti del suo Consiglio, e domandò loro d’una cosa ch’elli aveva volontà di fare, cioè ch’elli pensava prendere una città de’ Saracini, che l’uomo appella Napoli, e che si nomina nelle Scritture della Bibbia e dello antico Testamento, Samaria. Allora i Signori del Tempio, i Baroni e gli Ammiragli del Paese gli consigliarono ch’elli lo devesse fare, ma che non ci dovea punto essere di persona, per essere impresa troppo risicosa, dicendo che se per malastro vi fosse preso od ucciso, tutta la Santa Terra ne andrebbe perduta. Ed egli loro rispose che non lascerebbe già andare sue genti là dove non potesse essere corporalmente con loro. E per tale discordo dimorò l’impresa, e non ne fu più niente. Allora noi ci partimmo e venimmo sino alla sabbia d’Acri, e là si loggiò il Re e tutta sua oste quella nottata. E alla dimane venne a me una gran quantità di popolo della grande Erminia, il quale andava in pellegrinaggio a Gerusalemme. E mi venne supplicare quel popolo, per un turcimanno latino ch’essi avevano, avendo udito dire di me ch’io era il prossimano del Re, ch’io volessi mostrar loro il buon Re San Luigi. Ed allora io me n’andai di verso il Re, e gli dissi che una gran turba di genti della grande Erminia che andavano in Gerusalemme lo voleano vedere. Ed egli si prese a ridere, e mi disse che le facessi venire davanti a lui. E tantosto gli ammenai quel popolo che videlo molto volentieri, e molto lo onorarono negli atti loro; e poi quando l’ebbono lungamente ammirato, lo accomandarono a Dio in loro linguaggio, ed egli gli accommiatò in Dio similmente. La domane il Re e sua oste si partì ed andammo alloggiare in un luogo che l’uomo appella Passa-pullano, ov’egli ci avea di molte belle acque fontanili, di che nel paese s’irrigano le canne donde viene lo zuccaro. E quando io fui loggiato, l’uno de’ miei Cavalieri che s’era dato la fatica dell’apprestamento, mi disse: Sire, or v’ho io alloggiato molto meglio che ieri non eravate. E l’altro de’ miei Cavalieri che m’avea alloggiato quel giorno innanzi, gli va a dire: Voi siete troppo folle ed ardito quando a Monsignore voi andate a biasmare cosa ch’io ho fatto: e quando ebbe ciò detto, gli salì sopra e lo prese pei capelli. Or quando io scorsi l’oltracotanza di quel Cavaliere che davanti a me avea osato di prendere a capelli un altro mio Cavaliere, andaigli correre sopra, e gli donai un gran colpo di pugno tra le spalle. Lasciò egli allora tosto l’acciuffato, ed io dissi cruccioso all’acciuffatore ch’egli uscisse tosto del mio alloggiamento, e che giammai, così m’aiutasse Dio, egli non ne sarebbe di mia magione. Allora se ne uscì fuora quel Cavaliero menando gran duolo, e se n’andò verso Messer Gillio il Bruno, che era allora Connestabile di Francia, il quale se ne venne tantosto a me pregandomi ch’io volessi riprendere quel mio Cavaliero, e che grande ripentenza aveva egli di sua follia. Ed io gli dissi che non fareine già niente prima che il Legato m’avesse donato assoluzione del saramento ch’io ne avea fatto. E il Connestabile se n’andò diverso il Legato, gli contò tutto il caso, e gli richiese che mi volesse assolvere del giuramento isfuggitomi. E il Legato gli rispose ch’e’ non aveva podere d’assolvermene, visto che a buon diritto io aveva fatto il saramento, e ch’esso era ragionevole, per ciò che il Cavaliere l’aveva grandemente disservito. E questa cosa ho io voluto scrivere ne’ fatti di questo mio Libro, a fine di donare in esempio a ciascuno ch’e’ non voglia giammai saramentare se non gli avviene di farlo per ragione, perchè il Saggio dice, che:
Chi volentieri e a vanvera si giura
Avvien che spesse volte si pergiura.
L’altro giorno inseguente il Re e sua oste se n’andò davanti la città di Sur, che è appellata Tiro nella Bibbia; e là fu il Re parimente intalentato d’andare a prendere una città ch’era colà presso, e che aveva in nome Belinas. E gli consigliarono le sue genti che il devesse fare, ma ch’egli non ci dovesse punto essere, ed a ciò s’accordò finalmente a gran pena. E fu appuntato che il Conte d’Angiò andrebbe, e Messer Filippo di Monforte, il Sire di Sur Messer Gillio il Bruno Connestabile di Francia, Messer Piero il Ciambellano, ed i Maestri del Tempio e dello Spedale colle loro genti d’arme. E poi sulla notte noi ci armammo, e venimmo un poco appresso la punta del giorno in una pianura ch’era davanti la città di Belinas appellata nelle antiche Scritture Cesarea di Filippo. Ed è sedente quella città sovra una bella fontana che l’uomo appella Gior; e ne’ piani che sono davanti quella città ci ha un’altra molto bella sorgente, che ha in suo diritto nome Dan; e s’intrammischiano insieme i ruscelli di quelle due fontane alquanto lunge dalla città, ed il fiume che se ne fa è appellato unitamente Giordano là ove Gesù Cristo nostro Signore fu battezzato.
Per lo consiglio del Conte d’Angiò, de’ Maestri del Tempio e dello Spedale, e de’ Baroni del Paese fu avvisato che la battaglia del Re, ove io era per allora co’ miei Cavalieri, e coi quaranta Cavalieri Sciampagnesi che il Re mi aveva di già dato a bailire, andremmo ad interporci tra la città ed il castello; Messer Gioffredo di Sergines ed i produomini del Paese che erano con noi tenterebbono la città a man sinistra; gli Spedalieri a man destra; ed il Maestro del Tempio e sua compagnia, insisterebbono sulla via che noi altri della prima battaglia avremmo battuto. E adunque ciascuno s’ismosse a partire e noi approcciammo sino incontra la città per di dietro, e trovammo là alquanti di nostre genti morti, che i Saracini, dopo ch’e’ si erano traforati nella città, avevano uccisi e fuorgittati. E dovete sapere che la costa per ove noi dovevamo salire era assai perigliosa; perchè in primo luogo ci avevamo tre muri a sorpassare, e poi il dirupo era così infranto e smottato che nullamente vi si poteva tenere a cavallo: e nell’alto del colle ci avea gran quantità di Turchi a cavallo là veramente ov’egli ci conveniva montare. E in quella io vidi che taluno de’ nostri a un cotal luogo rompevano le mura della città, ed io mi volli tirare ad essi cavalcando. Un Cavaliero de’ miei pensò allora varcare in salto il muro, ma il cavallo gli cadde sovra rovescione; per che quando vidi ciò, mi discesi a piè, e presi il mio cavallo per lo freno, e la spada in pugno montammo arditamente contramonte quel colle. E allorchè li Turchi, ch’erano in sull’alto, ci videro andare ad essi sì fieramente, così come volle Iddio, se ne fuggirono e ci lasciarono lo spiazzo franco. E in quello spiazzo ci avea un sentieruzzo tagliato nella roccia che discendeva nella città: perchè quando noi fummo colassù donde erano fuggiti i Saracini indirizzandosi al castello, gli altri Saracini ch’erano nella città non osarono venire a noi, e si fuggirono anzi per temenza del sovracapo, fuora della città, e la lasciarono all’altre nostre genti senza nullo dibattimento di guerra. E ben sappiate che durante ch’io era in sull’alto di quel colle il Maresciallo del Tempio udì dire ch’io era in gran periglio, e se ne venne a monte sino a me. Ora vi dirò ch’io aveva con me li Cavalieri Teutoni, i quali quando videro che i Turchi a cavallo si fuggirono dritto al Castello ch’era assai dilungato dalla città, ismossersi tutti per correre loro sovra malgrado mio, e non ostante ch’io loro dicessi ch’e’ facean male, perchè noi avevamo accapata la nostra impresa, e fatto ciò che ci era stato comandato di fare. Il Castello era tutto al di sopra della città ed avea in nome Subberbe, ed è intorno a mezza lega in su l’alto della montagna che l’uomo appella Libano, e ci hanno a passare molte rocce stagliate e repenti sino al Castello. Or quando i Teutoni videro che follemente essi perseguivano coloro che montavano per al castello, i quali sapevano troppo bene i tragitti e rigiri di quelle rocce, pensarono di riferire addietro. Il che vedendo li Saracini incalzati, stettero, e poi messo piede a terra, incorsero loro sopra a ma’ passi, balzando pei noti scorci, e donando loro di gran colpi di mazze, e così ributtandoli aspramente sin verso il luogo ov’io era. E quando le genti ch’erano con me videro la iattura e il discapito in che i Cavalieri Teutoni erano condotti al discendere, e come i Saracini li perseguivano tuttavia, cominciarono a sbigottirsene e ad aver paura. Ed io loro dissi che se per avventura fuggissero, li farei tutti cassare e metter per sempre fuori dei gaggi del Re. Ed essi mi risposero: Sire di Gionville, noi abbiamo il peggio assai più che voi, perchè voi siete a cavallo per ismucciarvela quando vorrete, e noi altri siamo a piè, sicchè siamo a gran risico d’essere uccisi se i Saracini calassero sino a qui. Ed allora io mi discesi con essi a piede per dar loro buon coraggio, e inviai il mio cavallo nella battaglia de’ Tempieri, ch’era bene a una gran portata di ballestra da noi. E così come i Saracini cacciavano i Teutoni, là con loro si trovò un mio Cavaliere ch’un Saracino ferì di quadrello per mezzo la gola, e cadde, veggenti noi, tutto morto; ed allora mi disse un Cavaliero, ch’avea nome Messer Ugo d’Iscossato, avoncolo del mio Cavaliero morto, ch’io gli andassi âtare a portare suo nepote a valle per farlo interrare. Ma io non ne volli far niente, perchè il Cavaliero era andato correre lassù coi Teutoni oltre il mio grado, e dissi: or dunque se mal glien’è preso, io non ne posso altro. Così eravamo noi quando Messer Giovanni di Valencienne udì dire che noi eravamo in gran disarredo, ed in gran periglio di nostra vita, di che se n’andò verso Messer Oliviero di Termes ed a’ suoi altri Capitani di Linguadoco, e disse loro: Signori, io per me vi prego, e vi comando da parte il Re, che mi veniate âtare a riavere il Siniscalco di Sciampagna. Ed un Cavaliero ch’avea in nome Messer Guillelmo di Belmonte s’en venne a lui e gli disse ch’io era morto. Ma non ostante non s’ispargnò mica il buon Messer Oliviero di Termes, e volle sapere o di mia morte o di mia vita per dirne al Re sicure novelle; e venne contramonte montando sino all’alto della montagna là ove noi eravamo.
Quando Messer Oliviero fu montato e vide che noi eravamo in troppo grande periglio, e che non avremmo potuto discendere per ove eravamo montati, egli ci donò un buon consiglio: perchè ci fece discendere per un versante ch’era in quella montagna, come se noi avessimo voluto andare a Damasco: e diceva che i Saracini si ritrarrebbono al Castello pensando che noi li volessimo andare a sorprendere per didietro. E poi quando noi fummo discesi sino alla pianura, ci fece mettere il fuoco in tutte le biche del formento ch’era ne’ campi, e così ritraendoci dietro quella parata di fumo tanto femmo che venimmo a salvezza pel buon consiglio di Messer Oliviero, e la dimane ci rendemmo a Saetta là ov’era il Re. E trovammo che il buon sant’uomo avea fatto interrare li corpi de’ cristiani ch’erano stati uccisi, ed egli stesso aiutava a portarli in terra. E sappiate che ce n’avea alcuni, i quali erano isfatti e putenti tanto che coloro che li portavano se ne istoppavan le nari, ma il buon Re noi faceva mica. E quando noi fummo arrivati di verso lui, egli ci avea di già fatto fare le trabacche nostre e gli alloggiamenti.
Durante queste cose, un giorno essendo io davanti l’Re gli domandai congedo d’andare in pellegrinaggio a Nostra Donna di Tortosa, ch’era allora molto in noméa, e ci aveva gran quantità di pellegrini per ciascun giorno, conciossiachè si diceva ch’egli fosse il primiero altare ch’unqua si facesse nell’onore della gran Madre di Dio. E faceva Nostra Donna de’ miracoli grandi a meraviglia; intra li quali ella ne fece uno d’un pover uomo ch’era fuori di suo senno ed indemoniato, perch’egli aveva il maligno spirito entro suo corpo. Ed avvenne per un giorno, ch’egli fu ammenato a quell’altare di Nostra Donna di Tortosa; ed in così che gli amici suoi, i quali aveanlo ammenato là, pregavano a Nostra Donna ch’ella gli volesse ricovrare sanità e guerigione, il diavolo che la povera creatura aveva in corpo, parlò e disse: Nostra Donna non è punto qui; ella è in Egitto per aiutare al Re di Francia ed ai Cristiani che oggi arrivano in Terra Santa contro tutta Pagania che li attende sulla piaggia a cavallo. E fu messo in iscritto il giorno in che il diavolo profetò questi motti, e fu lo scritto apportato al Legato che era col Re di Francia, il quale mi disse dappoi che a quel giorno appunto noi eravamo arrivati in terra d’Egitto. Ed io son certano che della buona Dama Santa Maria ci ebbe colà per noi gran bisogno.
Il Re molto volentieri mi diè congedo di andare a quel pellegrinaggio, e m’incaricò ch’io gli comprassi per cento lire di camelotti di diversi colori ch’egli voleva donare ai Cordiglieri quando noi saremmo ritornati in Francia: e allora io pensai in mio core ch’egli non dimorerebbe più guari lungamente a rivenirsene di qua mare. E quando io fui a Tripoli, là ov’era il luogo del mio pellegrinaggio, vi feci la mia oblazione a Dio e a Nostra Donna di Tortosa, e poi appresso vi comperai li camelotti che il Re m’avea comandato d’incettarvi. Il che veggendo i miei Cavalieri mi domandarono che voleva farne? ed io lor diedi a credere che ne faceva incetta per mio guadagno.
Appresso che noi fummo là arrivati, il Principe di quella terra, il quale seppe ch’io era partito dall’oste del Re di Francia, venne al davanti di noi, e ci fece molto grande onore, e ci offrì de’ grandi doni; donde umilmente lo ringraziammo, e non volemmo niente prendere, fuor che di reliquie, ch’io apportai al Re co’ suoi camelotti. E sappiate che la Reina aveva bene udito novelle ch’io era stato in pellegrinaggio, e che aveva apportate delle reliquie. Ora io le inviai per uno de’ miei Cavalieri quattro pezze di camelotto di quelle che avea comperate, e quando il Cavaliere entrò verso lei in sua camera, ella si cominciò ad agginocchiare davanti i camelotti che erano inviluppati in un drappo; di che il Cavaliere meravigliandosi che la Reina s’agginocchiasse davanti a lui, e non sapendo perchè, si va altresì a gittare sui ginocchi. E adunque la Reina gli disse: Sir Cavaliere, voi non vi dovete mica agginocchiare quando voi portate delle sante reliquie. Allora il mio Cavaliere rizzandosi le disse che le non erano punto reliquie, ma che erano camelotti ch’io le presentava. Quando la Reina e le sue Damigelle intesero che là non erano punto reliquie, elleno si presero forte a ridere, e la Reina disse: Sir Cavaliere, mal giorno sia donato al vostro Signore, quando elli m’ha fatto agginocchiare davanti i suoi camelotti.
Tantosto appresso, il Re essendo a Saetta ebbe novelle che Madama sua Madre era morta. Donde elli menò si gran duolo ch’egli fu per due giorni in sua camera senza ch’uomo potesse parlargli. Ed appresso i due giorni passati, egli m’inviò cherére per uno dei Valetti di camera, e quando gli fui davanti, gridò e, stendendomi le braccia, cominciò a dire: Ah! Siniscalco, io ho perduto la mia buona Madre! ed io lo interruppi soggiugnendo: Sire, io non me ne isbaisco punto, poichè tutti sappiamo ch’ella, sendo nata, aveva pure una fiata a morire. Ma ben io mi meraviglio del grande ed oltraggioso duolo che voi ne menate, voi, dico, che siete a dritto tenuto tanto savio Principe. E voi ben sapete, seguitai io, che il Saggio dice, come il misagio che il valente uomo ha in suo cuore, non gli deggia apparire al viso, sicchè altri il conosca: perchè colui, che lo fa apparire, dona gran gioia a’ nimici suoi, ed agli amici pena e iscorruccio. E così di parole in parole il venni un poco appaciando: ed allora egli fece fare oltre mare molti bei servigi per l’anima della fu buona Dama sua Madre, e similmente inviò in Francia un gran forziere caricato di gioielli e pietre preziose alle Chiese di Francia con lettere missive, nelle quali invitava i prelati ch’e’ volessono pregare a Dio per lui e per la detta Dama sua Madre.
Ben tosto appresso il Re volle dar ordine alle sue bisogne, e sapere s’egli doveva ritornarsene in Francia, od ancora dimorare colà. E in così ch’egli era su questo proposito, tuttavia istando a Saetta, ch’egli avea pressochè asserragliata interamente, appellò il Legato ch’era con lui, e gli fece fare alquante processioni, richerendone a Dio che gli desse a conoscere lo quale farebbe meglio di suo piacere, o dello andarsene in Francia o del dimorare colà. Un poco appresso che le processioni furono fatte, io era andato un cotal dì coi Ricchi Uomini del paese a diportarmi in un pratello; quando il Re mi fece appellare, ed era il Legato con lui; ed allora mi va a dire esso Legato alla presenza del Re: Siniscalco, il Re si loda grandemente dei buoni ed aggradevoli servigi che voi gli avete fatto, e forte desidera il vostro pro e il vostro onore, e mi fa dirvi, affinchè ne prendiate in vostro cuore alcun solazzo di gioia, che sua intenzione è d’andarsene in Francia di dentro Pasqua che viene. E adunque io gli risposi che Nostro Signore Iddio il lasciasse fare alla sua buona volontà. Dopo queste parole il Legato si partì d’insieme il Re, e mi pregò ch’io gli facessi compagnia sino al suo alloggiamento: ciò ch’io feci volentieri. E là mi fece entrare nella sua guardaroba, e poi cominciò a lagrimare, e presomi per le mani, mi disse: Siniscalco, io son ben gioioso, e rendone grazie a Dio di che abbiate così isfuggito tanti e sì grandi pericoli, da poi che voi siete stato in questa terra; ma d’altra parte io sono molto tristo e dolente di cuore ch’elli mi convenga lasciare le vostre buone e sante compagnie per ritornarmene in Corte di Roma, intra gente così disleale come ci ha[86]. Ma io vi dirò, mia intenzione è di dimorare ancora un anno appresso voi in Acri, per dispendervi tutti li miei danari a farvi acchiudere ed accerchiare il sobborgo, affinchè, quando ne sarò così tutto scusso, non mi possa venir uomo a impugnare di rimbrotti, e di accuse, quasi n’abbia fatto civanzo. Ed io, dipartendomi, il confortai che mettesse adunque ad effetto la sua intenzione.
Quando io fui ritornato di verso il Re la dimane comandò che mi armassi co’ miei Cavalieri, e quando fummo tutti armati venni a lui chiedendogli che gli piaceva ch’io facessi; ed egli allora mi disse ch’io menassi la Reina e’ figliuoli suoi sino a Sur, là per ove ci avea ben sette leghe: e di ciò non lo volli punto disdire non ostante che gran periglio ci fusse a passare, perchè non avevamo noi allora notte e giorno nè tregua nè pace, nè cogli Egiziani nè con quelli di Damasco. Con tutto ciò noi partimmo e venimmo la mercè di Dio tutto in pace e senza alcuno impedimento in Sur anzi l’otta del sonno. Tantosto appresso il Patriarca ed i Baroni del Paese, i quali lungamente avevano accompagnato il Re, veggendo ch’elli aveva accerchiata Saetta di grandi mura, e fatte fare grosse torri, e fosse iscavare di dentro e di fuora, se ne vennero a lui, e gli resero umilmente grazie e lodi dei grandi beni, onori, e piaceri che loro avea fatti nella Santa Terra; perchè egli vi avea fatto rimurar di nuovo oltre Saetta, Cesarea e Giaffa, ed avea rafforzata la Città d’Acri di grandi muraglie altresì e di grosse torri. E gli dissero: Sire, noi vediamo ben chiaramente, che la vostra dimora con noi più non ci appartiene, e ch’ella non può durare più oltre, così che ne venga oggimai maggior profitto al Reame di Gerusalemme; per ciò noi vi consigliamo tutti insieme che ve n’andiate in Acri, e là cominciate a far mettere su e ad appuntare il vostro passaggio allo ’ntorno di questa Quaresima, perchè voi possiate ritornare in Francia securamente. E così per tale consiglio il Re si partì da Saetta tranquillo in suo cuore, e se ne venne a Sur, là ove noi avevamo ammenato la Reina e figliuoli; ed all’entrata di Quaresima venimmo in Acri tutti insieme.
Tutta la Quaresima il Re fece apprestare il naviglio per rivenirne in Francia, donde egli ci avea quattordici che navi che galee: e la vigilia della festa di San Marco appresso Pasqua, il Re e la Reina si raccolsero nella lor nave, e tutto il navile uscendo di stallo cominciò con buono e secondevole vento a prender l’abbrivo sul mare[87]. E mi disse il Re ch’egli era nato nel proprio giorno di San Marco; ed io gli soggiunsi, ch’elli poteva bandire che se allora c’era nato, ora c’era rinato, poichè in tal dì iscapolava di quella perigliosa terra ove noi eravamo dimorati sì lungamente.
Il Sabbato inseguente arrivammo sull’Isola di Cipri, e ci aveva una montagna appresso l’Isola che l’uomo appellava la montagna della Croce, alla quale montagna si potea conoscere da lunge che si approssimava alla detta Isola di Cipri. E sappiate che quello Sabbato sul vesperare si levò un grande nebbione, il quale della terra discese sul mare, e lo abbuiò talmente che i marinieri pensarono essere assai più lunge dall’Isola ch’essi non erano veramente: di che perderono la montagna di vista, la quale si stinse entro la tenebra del caligato. Ed in così avvenne che, nello intento di arrivare di buon otta all’Isola, i nostri marinai s’isforzarono di navigare a gran vigore di braccia, perchè sprovvedutamente andammo ad abbordare su una coda di sabbia ch’era poco sotto mare; e se per avventura non ci fossimo così arrenati, saremmo andati ad urtare a di grandi rocce canterute ch’erano colà presso nascose, e vi saremmo stati tutti pericolati e sommersi. Con tutto ciò fummo noi a grande disagio là ove eravamo atterrati, perchè ciascuno si pensò d’essere annegato e perduto e che la galea si fendesse. Il Piloto gittò allora suo piombino in mare, e trovò che la nave non era punto arrenata e che l’acqua bastava a rigallarla, di che ciascuno cominciò a rallegrarsi ed a renderne grazie a Dio. E ce n’avea molti prostesi dinanzi il Sacrosanto Corpo di Nostro Signore ch’era in vista sulla nave, gridando perdono a Dio poichè ciascuno s’attendeva alla morte. E tantosto ch’elli fu giorno noi vedemmo gli scogli, ai quali noi avremmo urtato senza fallo se non fusse stato la fortuna del piaggione di sabbia che c’impigliò. Come venne il mattino il Re inviò cherère i Maestri Piloti delle navi, e questi ammenarono con loro quattro palombari o mergoni, i quali son genti che vanno a nuoto al fondo dell’acqua come e’ pesci. Li quali quattro palombari furono dai Maestri suddetti fatti scendere in mare là indiritta dove la nave toccò fondo. E costoro capolevarono, e poi passarono per di sotto la nave ov’era il Re con noi altri. E quand’essi risortirono dell’acqua furono uditi tutti quattro spartitamente per sapere ciò ch’essi vi avean trovato. Ma ciascuno d’essi rapportò che al luogo ove s’era urtata la nostra nave, la sabbia avea ischeggiato per ben tre tese ed amminuito la carena su che era la nave fondata. E quando si furo uditi rapportare così, il Re e tutti noi ne rimanemmo alquanto ismarriti e pensosi: perchè il Re domandò ai Maestri quale consiglio donerebbono essi di quella cosa: ed i Maestri nocchieri gli dissero: Sire, per tutto consiglio, se ci volete credere, voi discenderete di questa nave in un’altra; perchè noi bene intendiamo come, poi che il suo fondamento ha sofferto tale urto quale avete udito, ne debbano essere stati altresì iscommessi gli armamenti delle costole, e per ciò dubitiamo grandemente che, quando verrà in mare alto, non possa la nave durare il colpo dei flutti senza ch’ella perisca. Perchè tale esempio ne abbiamo noi veduto, quando voi partiste di Francia, d’un’altra nave che aveva similmente urtato e sofferto un tale stroscio come ha questa qui; e quando essa fu in alto mare non potè bastarvi contro i colpi delle onde, e ne fu isconfitta e spezzata, e ne annegarono quelli che v’eran dentro, senza che altri ne iscampasse fuorchè una giovine donna col suo fantino che tenea in collo, li quali d’avventura dimorarono su l’uno dei tavoloni della nave, che l’acqua poi menò a riva. E quando il Re ebbe udito ciò ch’e’ Piloti gli avevano consigliato e dato in esempio, io stesso testimoniai ch’essi dicevano il vero; perchè io avea veduti la donna e il fanciullino che erano arrivati davanti la Città di Bafa, e li vidi nella magione del Conte di Gioigny, il quale ve li faceva nodrire per lo amore di Dio. Allora il Re appellò le genti di suo Consiglio per sapere ciò che era da farsi: e tutti gli consigliammo di fare ciò a punto che gli uomini sperti di mare gli avevano consigliato. Allora chiamò il Re i Piloti di nuovo e domandò loro, sopra la fede e lealtà ch’essi gli dovevano, se la nave fusse loro, e fusse piena di mercatanzie, s’essi ne discenderebbono o no. Ed essi risposero tutti insieme che mai no, e che in tal caso amerebbero meglio di mettere loro corpi in avventura di morte che di lasciar perdere una tal nave, che sarebbe ai medesimi costata ben quaranta o cinquanta mila lire. E perchè, soggiunse il Re, mi consigliate voi dunque ch’io ne discenda? E quegli risposero: Sire, voi e noi non è già tutt’uno, nè pari è la posta, perchè oro nè argento non potrebbe esser sì tanto ch’elli fusse pregiato nè estimato come il corpo di voi, di madama la Reina vostra sposa e de’ vostri tre figliuoli che avete qui, e pertanto non vi consiglieremmo giammai che vi metteste in tale risico ed avventura. Or vi dirò io, soggiunse il Re, il mio consiglio ed avviso. Se io discendo di questa nave, egli ci ha qui dentro cinque o seicento persone, le quali dimoreranno nell’isola di Cipri per la paura del periglio della nave ove sono i loro corpi; chè non ci ha alcuno che non ami altanto suo corpo com’io fo il mio; e, se una fiata vi discendono, giammai non avranno speranze di ritornare in loro paese non bastando a pagarne il nàvolo; pertanto vi dico ch’io amo meglio mettere me, la Reina e’ figliuoli nelle mani e nella santa guardia di Dio, che di apportare un tanto dannaggio a sì gran popolo come egli ha qui dentro.
Ed il gran male e dannaggio che ’l Re arebbe fatto s’elli fusse disceso bene ci apparve in Messer Oliviero di Termes il possente Cavaliero, il quale era in quella nave dov’era il Re; il quale Messer Oliviero era l’uno de’ più valenti e de’ più arditi uomini ch’unqua io conoscessi in Terra Santa. Tuttavolta non osò egli dimorare, e si discese nell’Isola: ed allora avvenne che, sebbene fusse un grande e notabile personaggio e molto ricco d’avere, egli vi trovò tanto d’impedimenti e di disturbanze, ch’e’ fu più di un anno e mezzo avanti che potesse rivenire di verso il Re. Ora intendete dunque che mai arebbono potuto fare tanti piccoli personaggi, i quali non aveano di che pagare nè finire ai tributi, visto che sì gran ricco uomo ci avea dovuto interporre sì lungo soprastamento.
Appresso che Dio ci ebbe stratti di quel periglio, ove noi eravamo così stati davanti l’Isola di Cipri, noi entrammo in un altro non minore. Perchè si levò egli in mare un vento sì terribile e maraviglioso, che a forza e malgrado nostro ci rigettava tuttavia sull’Isola di Cipri che noi avevamo già trapassata. Gittarono perciò i marinieri quattro delle loro àncore in mare, ma unqua non seppero arrestare la nostra nave sino a che la quinta di soccorso non ci fu gittata. E ben sappiate ch’egli ci convenne abbattere i paretelli della camera dove si teneva il Re, ed era tale il tifone che in essa nissuno osava tenersi ritto di paura che le folate sferratole nol rapissero in mare. Perchè la Reina montò a quella camera dove ella credeva trovare il Re, e non vi trovò che Messer Gillio il Bruno Connestabile di Francia, e me, che vi ci tenevamo bocconi. E quando io la vidi, le domandai che volesse; ed Ella rispose che domandava il Re per pregarlo ch’e’ volesse fare qualche voto a Dio od a’ suoi Santi, affinchè noi potessimo essere liberati della tormenta, da che i marinai le avevano detto che noi eravamo in gran pericolo di annegare. Ed io le dissi: Madama, promettete di fare il viaggio a Monsignore San Nicolao di Varengavilla, ed io mi fo forte che Dio ci renderà in Francia a salvezza. Allora Ella mi rispose: Ah! Siniscalco, io arei paura che ’l Re non volesse ch’io facessi il viaggio, e che per ciò nol potessi accompire. Almeno, Madama, promettetegli che, se Dio vi renda in Francia salvamente, voi gli donerete una nave di cinque marchi d’argento per lo Re, per voi, e pe’ vostri figliuoli: e se in così il fate, io vi prometto ed assevero che alla preghiera di San Nicolao Dio vi renderà in Francia a salvamento: ed io prometto quanto a me, che ove ritorni a Gionville, ne l’anderò vedere sino al luogo suo a piè e tutto scalzato. Allora ella promise a San Nicolao di offerirgli la nave d’argento, e mi richiese ch’io gliene entrassi mallevadore siccome feci. E poco stante Ella ritornò a noi, e ci venne dire che Dio, alla supplicazione di San Nicolao, ci avea guarentiti di quel periglio. E qui sappiate che la Reina, quando fu ritornata in Francia, fece fare la nave ch’ella aveva promessa a Monsignore San Nicolao, e ci fe’ rilevare il Re, lei, ed i tre figliuoli, i marinai, l’albero, i cordaggi, ed i governali tutti d’argento, od acconci a fila d’argento. La qual nave ella m’inviò, mandandomi ch’io la recassi offerere a Monsignore Santo Nicolao, e così feci; ed ancora dopo lungo tempo ve l’ho io vista, allorchè sono stato della comitiva che ha menata la sorella dello Re attuale al Re di Lamagna[88].
Or riveniamo al proposito là ove noi eravamo nel mare, e diciamo che quando il Re vide che noi eravamo sfuggiti da que’ due grandi pericoli, egli si levò sul palco della nave, ed essendo io là presente e tuttavia a lui dinanzi mi va a dire: Or riguardate, Siniscalco, se Dio non ci ha ben mostrata sua gran possanza, quando per uno vento piccolino e che non è pure de’ quattro venti maestri in mare, il Re di Francia, la Reina, e’ figliuoli suoi e tanti altri grandi personaggi hanno pensato esserne tutti insieme sommersi. Con tutto ciò io ne lo lodo, e so che grandi grazie gliene debbiamo ben rendere. E già sappiate, Siniscalco, che quando tali tribolazioni avvengono alle genti, od altre miserevoli fortune di malattie, elleno sono, per buono avviso dei Santi, le minacce del male e le sommosse al bene di Nostro Signore. E per ciò io vi dico, seguitava il buon Santo Re, che li risichi là ove noi siamo stati, sono altresì minacce di Iddio, il quale per essi mostra dirci: Or vedete voi bene che, s’io avessi voluto, vi sareste tutti pericolati nell’acque e annegati. Di che è a trarne documento di guardare bene e finamente s’egli ci abbia in noi cosa dispiacente a Dio Creatore, e s’ella v’è, sì appercepita l’abbiamo, e sì tosto la dobbiamo rigettare ed espellere. E se così faremo egli ce ne amerà e ci guarderà tuttavia da sciagure; e se faremo il contradio, appresso ch’egli ci avrà misericordevolmente minacciati, invierà sovra noi qualche gran male o di morte, o di dannaggio nel corpo, ovvero ci lascierà nello ’nferno discendere perdurevolmente in eterno. Ed anche seguitava il buon Re San Luigi: Siniscalco, il sant’uomo Job diceva a Dio: Sire Iddio, e perchè ci minacci tu? se la minaccia che tu ne fai non è punto per tuo prode e per tuo vantaggio? poichè, se tu ne avessi tutti perduti, tu non ne saresti già più povero, ed in così non più ricco se tutti salvati? Certo dunque il tuo minacciare è per nostro profitto, non per tuo, quando noi il sappiamo conoscere e intendere. Donde dobbiamo anche una volta vedere che le minacce non la percossa della sciagura esce dallo amore di Dio benedetto per noi, il quale ci vuole così per via di penitenza ammenare a gloria e a salvezza. Per tanto dunque, Siniscalco, pentiamoci di nostre colpe, e ristoriamo i demeriti, e saremo saggi.
Di là in avanti, e appresso che noi avemmo preso nell’Isola di Cipri acqua fresca, ed altre piccole nostre necessitadi, e che la tormenta fu cessata, noi partimmo di là, e venimmo a un’altra Isola, che l’uomo appella Isola di Lampadusa. E là discendemmo a terra, e prendemmo gran quantità di conigli, e là pure trovammo un eremitaggio iscavato entro le rocce, ed un bel giardino, il quale era impiantato d’olivi, e fichi, e ceppi di vite, e più altri alberi fruttiferosi: e ci avea una bella fontana d’acqua dolce, il cui rivolo defluiva fresco fresco per mezzo il giardino del romitaggio. Il Re e la sua compagnia andarono sino al capo di quel giardino, e lo cercarono attentamente, e così insieme vi trovammo uno oratorio, di cui la prima vôlta era bianca di calce, e sopravi una bella croce di terra vermiglia; ed in un’altra vôlta più avanti trovammo due corpi morti, i quali avevano le mani incrociate sul petto, e dell’ossa loro non ci avea più che le costole le quali s’intertenessero. Ed erano quegli scheletri volti verso Oriente così com’egli è costume disporre gli altri morti fuggiti in terra. E quando noi avemmo ben veduto per tutto, il Re e la sua compagnia ritiraronsi nella nave. Or sappiate che quando noi vi fummo rientrati, ci fallì l’uno de’ marinai; donde il Comito si pensò in lui, ch’elli sapeva bene lo quale era, e com’egli volesse dimorare colà per essere e vivere quindi innanzi penitente e romito. E per ciò il Re a l’avventura fece lasciare tre sacca piene di biscotto sulla riva di quell’isola erma, affinchè il marinaio, che eravi dimorato, li trovasse e ne vivesse per alcun tempo. Poco appresso arrivò un’avventura in mare nella nave di Messer d’Argones, il quale era l’uno dei più possenti Signori di Provenza: ciò è ch’essendo egli una mattinata in suo letto, il Sole colpivalo sovra ’l viso per un pertugio. Allora il detto Messer d’Argonne appellò uno de’ suoi scudieri, e gli disse che andasse a stoppare il pertugio per ove traforava il Sole: e lo scudiero, veggendo ch’e’ non poteva istopparlo di dentro, uscì della nave, e si mise all’opera nel di fuori, e così andando tentone, gli fuggì un piede, ed egli cadde nell’acqua. Tantosto ch’e’ fu caduto, la nave si allontanò, e non ci avea punto di picciole barche accostate con che poterlo soccorrere. Noi lo vedemmo da lunge stando sul cassero della galea del Re, la quale veniva appresso ben mezza lega lontano dalla nave donde elli era caduto. Tuttavolta pensavamo che ciò fusse stato qualche cosa caduta in mare, perchè quello scudiero non si moveva nè si âtava in nissuna guisa. E quando noi l’avemmo appercepito di presso, l’uno de’ navicelli del Re lo raccolse, e lo frammise nella nostra nave, nella quale dopo d’essere stato raccolto, ci contò egli come era caduto. E noi gli domandammo, come era ciò ch’egli non s’âtasse altrimenti nè a nuotare, nè a gridare o a far cenno alle genti della nave. Ed egli ci disse che non avea nullo bisogno di farlo, perchè, in cadendo, egli s’era gridato: Ah! Nostra Donna di Valverde! di che la buona Santa Madre Maria lo sostenne per le spalle, e lo sorresse sino a tanto che la galea del Re fu arrivata a lui. E nell’onore della benedetta e miracolosa Vergine e Madre, io ho fatto pingere di ritratto nella mia Cappella a Gionville il detto miracolo, ed anche nelle vetrate della Chiesa di Blecorto ècci alluminato per memoria.
Alla fine di dieci settimane, in che noi fummo in mare navigando, arrivammo al porto di Yeres, davanti il castello che era al Conte di Provenza, il quale fu dappoi Re di Sicilia. E la Reina, e tutto il Consiglio del Re lo pregarono ch’ei là discendesse poi ch’egli era nella terra di suo fratello. Ma il Re disse ch’elli non discenderebbe punto, sin tanto ch’e’ non fusse in Acquemorte che era sua terra. E sovra questo disparere ci tenne il Re il mercoledì e il giovedì, senza che nullo lo potesse fare accordare a discendervi. E il venerdì, come il Re era assiso su l’uno de’ seggi della nave, egli mi appellò, e mi domandò consiglio s’egli si doveva discendere, o no. Ed io gli dissi: Sire, e’ mi sembra che voi deggiate discendere senza fallo, perchè una fiata Madama di Borbone salita in questo porto medesimo non si volle discendere, anzi si rimise sopramare per andare ad Acquemorte: ma ella a suo gran disagio dimorò ben sette e più settimane sul mare per lo tempo che vi durò contradioso. E adunque il Re a mio consiglio s’accordò di discendere a Yeres, donde la Reina e la Compagnia furono molto paghi e gioiosi.
Nel Castello di Yeres soggiornammo il Re, la Reina, i figliuoli loro e noi tutti domentre che si procacciavano de’ cavalli per venircene in Francia. L’Abbate di Cluny, che fu dappoi Vescovo d’Oliva, inviò al Re due palafreni, l’uno per lui, l’altro per la Reina; e dicevasi allora ch’e’ valevano bene ciascuno cinquecento lire. Or quando il Re ebbe accettati que’ due bei cavalli, Messer lo Abbate richiesegli ch’elli potesse parlare con lui la dimane toccante li suoi affari. Ed il Re glielo ottriò. E quando venne il domani, lo Abbate parlò al Re, il quale lo ascoltò lungamente ed a gran piacere. E quando quello Abbate se ne fu partito, io domandai al Re s’egli soffrirebbe ch’io volessi conoscere da lui qualche cosa; ed egli mi rispose che sì. Adunque io gli domandai: Sire, non è egli forse vero che voi avete ascoltato Messer lo Abbate così lungamente per lo dono dei suoi due cavalli? E il Re da capo mi rispose: che sì certamente. Ed io allora gli dissi ch’io m’era ardito d’indirizzargli tale domanda affinch’egli difendesse alle genti di suo Consiglio giurato, che quand’essi arriverebbero in Francia, non prendessero niente da quelli che avessero per bisogne a venir loro davanti: perchè siate certano, Sire, dissi io, che, se essi prendono, ne ascolteranno più diligentemente e più lungamente i donatori così come voi avete fatto dello Abbate di Cluny. Allora il Re appellò tutto suo Consiglio, e loro contò in ridendo la domanda ch’io gli avea fatta, e la ragione d’essa domanda; ma non meno per ciò gli rispuosono i Consiglieri ch’io gli aveva dato un savio e bontadioso consiglio.
Ora sappiate che a Yeres correan novelle di un Cordigliere molto valente, il quale andava predicando per mezzo il paese, e si appellava Fra Ugo. Perchè il Re s’ismosse nel volerlo vedere ed udir parlare. E il giorno istesso ch’elli arrivò a Yeres noi andammo davanti il suo cammino, e vedemmo che una gran quantità d’uomini e di femmine lo andavano accompagnando e codiavanlo tutti a piè. Quando ci fummo accontati, il Re lo fece predicare, ed il primo Sermone ch’egli fece fu sulle genti di religione ch’e’ cominciò a biasmare, per ciò che nella compagnia del Re ce n’era a gran numero: e diceva ch’essi non erano punto in istato di salvarsi, ove non mentissero le Sante Scritture, il che non poteva esser vero: perchè le Sante Scritture dicono che un Religioso non può vivere fuor del suo chiostro senza cadere in più peccati mortali, niente più che il pesce non saprebbe vivere fuor dell’acqua senza morire. E la ragione era perchè i Religiosi, i quali seguono le Corti dei Re, bevono e mangiano più fiate diversi vini e vivande di quel che farebbono s’egli fussero nel loro chiostro. Donde avviene che l’agio ch’essi ne prendono li invita a peccare meglio che s’essi menassero austerità di vita. Appresso cominciò egli a parlare al Re, e gli donò a tenere per insegnamento che s’elli voleva lungamente vivere in pace ed a grado del suo popolo, ch’elli fosse dritturiere: e diceva che avea letto la Bibbia e gli altri Libri della Scrittura Santa, ma che giammai non avea trovato (fusse ciò tra Principi ed uomini Cristiani o tra miscredenti) che nulla terra o signoria fusse stata trasferita nè mutata per forza da uno ad altro Signore, fuorchè per falta di far giustizia e drittura. Per ciò, disse il Cordigliere, si guardi bene il Re qui presente ch’egli faccia bene amministrar giustizia a ciascuno in suo Reame di Francia, affinch’e’ possa sino a’ suoi ultimi di vivere in buona pace e tranquillità, e Dio non gli tolga il reame a suo danno e vergogna. Il Re per alquante fiate lo fece pregare ch’e’ dimorasse con lui almeno sin ch’e’ soggiornasse in Provenza, ma sempre gli fece rispondere ch’egli punto non dimorerebbe nella compagnia dei Re. Pertanto quel Cordigliere non fu che un giorno con noi, e la dimane se ne andò contramonte. Ed ho poi udito dire, ch’egli giace a Marsiglia, là ove Dio gli permette fare di molti bei miracoli.
Appresso queste cose il Re si partì di Yeres, e se ne venne nella Città d’Aix in Provenza per l’onore della benedetta Maddalena che vi giace presso ad una piccola giornata di cammino: e fummo al luogo detto della Caverna in una roccia molto alta ed erta là ove l’uomo diceva che la Santa Maddalena avea vissuto in romita lungo spazio di tempo. Poi di là venimmo passare il Rodano a Belcaro. E quando io vidi che il Re era entrato in sua terra ed in suo podere, presi congedo da lui, e me ne venni alla Delfina del Viennese ch’era mia nipote; e di là passai verso il Conte di Chalons mio Zio, e poi verso il Conte di Borgogna suo figliuolo, ed arrivai finalmente a Gionville. Nel qual caro luogo quando io ebbi soggiornato alcun poco, me ne ritornai verso il Re, lo quale trovai io a Soissone. E quando fui davanti a lui, egli mi fece sì grande gioia che tutti se ne meravigliarono. Là io trovai il Conte Giovanni di Bretagna e la Contessa sua donna, e la figliuola del Re Tebaldo. E per la dissensione che era intra il Re di Navarra e la figlia di Sciampagna, per alcun diritto che lo Re di Navarra pretendeva sul paese di Sciampagna, il Re li fece tutti venire a Parigi in parlamento per udire le parti e per far loro diritto.
A questo Parlamento domandò il Re Tebaldo di Navarra ad avere in maritaggio Isabella figliuola del Re, e m’avea esso tratto di Sciampagna per profferire le parole di domanda di quel maritaggio, per ciò che gli era nota la ciera grande che il Re m’avea fatta a Soissone: perchè men venni io deliberamente al Re a parlargli di quel parentado. Ed egli mi disse: Siniscalco, andate prima ad accordarvi ed a fare le paci vostre col Conte di Bertagna, e poi, ciò fatto, il maritaggio s’accompirà. Ed io gli dissi: Sire, è mio avviso che voi non attardiate li fatti vostri per veder acconci quelli degli altri. Ed egli mi rispose che per nulla cosa egli non mariterebbe sua figlia oltra il grado de’ suoi Baroni, e sino a che non fusse fatta la pace col Conte di Bertagna.
Allora me ne tornai tosto verso la Reina Margherita di Navarra, ed il Re suo figliuolo ed il loro Consiglio, ed esposi la volontà ferma del Re; la quale udita, incontanente e con diligenza se n’andarono far loro pace col conte di Bertagna. E quando la pace fu fatta il Re donò Isabella sua figlia a Re Tebaldo di Navarra; e furono le nozze fatte a Meluno grandi e plenarie. E poi da Meluno ammenò il Re Tebaldo la Reina novella a Provino, là ove essi furono ricevuti a grande onore dai Baroni ed a grandi spendii.
Ora vi dirò io dello stato del Re, e come egli si mantenne d’ora in avanti ch’e’ fu venuto d’oltremare. Sappiate dunque che dappoi non volle unqua portare ne’ suoi abiti nè vaio minuto, nè picciol grigio, nè iscarlatto, nè staffe e speroni dorati. Le sue robbe erano di cammelino o di perso, e le pellicce e i soppanni delle sue mantelline erano di coniglio o di lepre. Nella bocca sua fu assai sobrio nè divisò giammai che gli si apprestassero vivande deliziose e diverse, ma prendeva paciosamente ciò che gli venia messo dinanzi. Il suo vino attemperava d’acqua secondo la forza d’esso vino, e beveva in calice di cristallo. Comunemente quando e’ mangiava aveva dietro di sè i poveri, che facea pascere del suo servito, e poi appresso donare di suo danaro. Levate le tavole, aveva i suoi Preti che gli rendevano le grazie a Dio. E quando qualche gran personaggio istrano mangiava con lui, egli era loro di molto buona ed amorevole compagnia. Della saggezza sua poi vi dirò io ch’elli era tenuto pel più savio uomo di tutto suo Consiglio; e che quando gli arrivasse cosa a che bisognasse rispondere necessariamente senza rattento, giammai non attendeva egli il Consiglio suo, ma rispondeva di tratto allorchè erano richieste celeritade e drittura. Appresso il buon Re San Luigi procacciò tanto ch’egli fece venire a lui in Francia il Re d’Inghilterra, colla Reina e’ figliuoli per far pace ed accordo intra loro. Alla qual pace fare, erano assai contrarie le genti di suo Consiglio, e gli dicevano: Sire, noi siamo grandemente meravigliati comente voi vogliate consentire a bailire e lasciare al Re d’Inghilterra sì gran parte di vostre terre, che voi e’ predecessori vostri avete acquistate sovra di lui per li suoi misfatti: donde egli ci sembra che non ne siate punto bene avvertito, e che grado nè grazia non ve ne saprà egli. A ciò il Re rispondeva, ch’egli sapeva bene che il Re d’Inghilterra ed il suo predecessore avevano giustamente ed a buon diritto perdute le terre ch’egli teneva, e che non intendeva render loro alcuna cosa al che fare fosse egli tenuto; ma facevalo solamente per amore, pace ed unione avere, nodrire ed intertenere intra essi, e’ figliuoli loro che erano insieme cugini germani. E soggiungeva il Re: io penso che, ciò facendo, farò ovra molto buona e prosperosa, perchè in primo luogo ne acquisterò ferma pace, ed in appresso io ne lo farò mio uomo ligio e di fede, visto che sin qui non è egli ancora entrato in mio omaggio. E già il Re San Luigi fu l’uomo del mondo che più si travagliò a fare e mettere pace e concordia tra’ suoi soggetti, e per ispeciale intra li Principi e Signori di suo Reame e dei vicini, siccome fu intra il Conte di Chalone mio zio ed il Conte di Borgogna suo figliuolo che avevano guerra insieme, allorchè fummo al ritorno d’oltre mare. E per la pace fare intra il padre e ’l figliuolo inviò egli alquante genti di suo Consiglio sino in Borgogna al suo proprio costo, e finalmente tanto fece, che per suo mezzo la pace dei due personaggi fu ferma. Similmente per suo procaccio fu fatta pace intra il secondo Re Tebaldo di Navarra ed i Conti di Chalone e di Borgogna che avevano dura guerra insiememente l’uno contro gli altri, e vi inviò del pari delle genti di suo Consiglio che ne fecero lo accordo e appaciaronli.
Appresso quella pace cominciò un’altra gran guerra tra il Conte Tebaldo di Bar ed il Conte Errico di Lucemburgo, il quale aveva la sorella di lui a donna. E questi si combatterono l’un l’altro a mano a mano disotto Pigny. Ed il Conte di Bar prese quello di Lucemburgo, ed appresso guadagnò il castello di Ligny che è ad esso Conte di Lucemburgo a cagione della moglie. Per la qual guerra condurre a pace il Re c’inviò Monsignor Perrone il Ciambellano, che era l’uomo del mondo in chi ’l Re credeva il più, e ciò alle sue spese; e tanto ci si travagliò il Re che la pace loro fu fatta. Le genti del suo gran Consiglio lo riprendevano alcuna fiata per ciò ch’egli prendeva così gran pena ad appaciare gli strani, e rappresentavangli ch’e’ facea male quando non li lasciava guerreggiare, perchè egli ne sarebbe più ridottato, e gli appuntamenti si farebbero meglio appresso. A ciò loro rispondeva il Re e diceva: ch’essi bene nol consigliavano, perchè, soggiungeva, se i Principi e i gran Signori che son vicini del mio Reame, vedessero ch’io li lasciassi guerreggiare gli uni agli altri, potrebbono dire tra loro che ’l Re di Francia per sua malizia ed ingratitudine li lascia così consumare, e quindi contrarne odio, e così far giura insieme d’incorrermi sopra; donde io ne potrei soffrir male e danno nel mio Reame, e di vantaggio incontrare l’ira di Dio, il quale dice: benedetto sia colui che s’isforza di mettere unione e concordia tra i discordanti. E bene sappiate che per la bontà che i Borgognoni ed i Lorenesi vedevano nella persona del Re, e per la gran pena ch’elli avea preso in metterli ad unione, essi l’amavano tanto e così l’obbedivano ch’e’ furono tutti contenti di venir piatire davanti a lui intorno le discordie ch’essi avevano gli uni in verso gli altri. Ed io li vidi venire più volte per ciò a Parigi, a Reims, a Meluno ed ovunque là ove fosse il buon Re.
Il buon Re amò tanto Dio e la sua benedetta Madre, e sì li volle riveriti e onorati che tutti coloro ch’e’ poteva convincere d’aver fatto alcun villano saramento o detto qualch’altra villana e disonesta cosa mettendo mala bocca in cielo, egli li faceva grievemente punire. Ed io vidi una fiata a Cesarea oltre mare, ch’elli fece per ciò mettere in gogna sulla scala un orafo in sole brache e camicia molto villanamente ed a suo gran disonore. E così udii dire che (dopo ch’egli fu ritornato d’oltre mare e durante ch’io era andato a Gionville) avea fatto marcare a ferro caldo le nari e le labbra d’un borghese di Parigi per un blasfemo ch’elli avea fatto. Ed udii anche dire al Re di sua propria bocca, ch’egli stesso avrebbe voluto esser segnato d’un ferro ardente, se avesse potuto tanto fare ch’egli avesse tolto tutti i blasfemi e tutte le male giurazioni di suo Reame. In sua compagnia sono io bene stato per lo spazio di ventidue anni: ma unqua in mia vita, per qualunque corruccio ch’egli avesse, non l’ho udito giurare o blasfemare Dio, nè la sua degna Madre, nè alcun Santo, nè Santa. E quando egli voleva affermare alcuna cosa, solea dire: veramente egli è così, o: veramente non va mica così. E bene apparve che per nulla cosa egli non avrebbe voluto rinnegare o giurare Dio, quando il Soldano e gli Almiranti d’Egitto vollero che per maniera di sacramento esso ammettesse, rinnegherebbe Dio nel caso ch’e’ non tenesse l’appuntamento della pace da essi voluta: giacchè il Santo Re, quando gli fu rapportato che i Turchi volevano ch’elli fesse tale saramento, giammai non lo volle fare, anzi piuttosto arebbo amato morire, com’egli è messo in conto davanti. Giammai non gli udii nomare nè appellare il diavolo, se non fusse stato leggendo in alcun libro là ove bisognasse nomarlo per esempio. Ed è una vergognosa cosa nel Reame di Francia ed ai Principi mal sedente quella di sofferire ch’e’ sia così soventi fiate mentovato: perchè voi vedrete che l’uno non dirà punto all’altro tre motti per occasione di male, ch’egli non dica: Vattene al diavolo. Fatti da parte il diavolo, od in altre maniere lascibili di linguaggio. Ancora dirò che il Santo Re mi dimandò una fiata, se io lavava i piedi ai poveri il giorno del giovedì ultimo di Quaresima; ed io gli risposi che no, e ch’ella non mi sembrava mica essere cosa orrevole e onesta. Adunque il buon Re mi disse: Ah! Sire di Gionville, voi non dovete punto avere in disdegno e dispetto ciò che Dio ha fatto per nostro esempio, che lavolli a’ suoi Apostoli, lui, lui, che era loro Maestro e Signore: sicchè credo bene che voi a stento fareste ciò che fa il presente Re d’Inghilterra, il quale a quel giorno del Giovedì Santo lava i piedi, non ai poveri, ma sibbene ai miselli e lebbrosi, e poi li bacia.
Avanti che ’l buon Signore Re si ponesse in letto egli aveva sovente in costume di far venire i suoi figliuoli davanti a lui, e loro ricordava i bei fatti e’ detti dei Re e Principi antichi, e dicea loro che bene li dovevano sapere e ritenere per prendervi buono esempio. E parimente loro rimostrava i fatti dei malvagi uomini, i quali per lussuria, rapine, avarizie ed orgogli avevano perdute loro terre e loro signorie, e ne era loro malvagiamente avvenuto; e dette queste cose, soggiungeva il Re, guardatevene dunque di fare così com’essi hanno fatto, affinchè Dio non ne prenda corruccio contro di voi. Egli facea loro a simigliante apprendere l’officio di Nostra Donna, e facea in ciascun giorno udire e dire in presenza le Ore del giorno secondo i tempi, affine di accostumarli a così farlo quando essi sarebbero in occasione di tenere le terre loro. Ancora era un assai largo limosiniere, e per tutto ov’egli andava in suo Reame, visitava le povere Chiese, i Lazzaretti e gli Spedali; e s’inchereva de’ poveri gentiluomini, delle povere femmine vedove, delle povere figliuole a maritare: e per tutti i luoghi ove egli sapeva avervi necessità, od essere soffrattosi, egli faceva loro largamente donare di sua moneta. Ed ai poveri mendicanti facea dare a bere e a mangiare, ed io ho visto più fiate lui medesimo tagliar loro il pane, e donare a bere. In suo tempo egli ha fatto fare ed edificare più Chiese, Monasterii e Badie, ciò sono Realmonte, la Badia di Sant’Antonio allato Parigi, la Badia del Giglio, la Badia di Malboissone, ed alquante altre per le religioni de’ Predicatori e dei Cordiglieri. Fece egli similmente la Casa di Dio di Pontosia, quella di Vernone, la Casa de’ Trecento in Parigi, e la Badia dei Cordiglieri di San Clù, che Madama Isabella sua sorella fondò a la richiesta di lui. Quanto a li benefici delle Chiese che iscadevano in sua donagione, avanti ch’e’ ne volesse provvedere alcuno, s’andava incherendo a buone e sante persone dello stato e della condizione di coloro che glieli domandavano, e volea sapere s’essi erano cherci e litterati: e non voleva giammai che quelli a chi donasse i beneficii altri ne tenessero più che al loro stato non appartenesse: e sempre come dissi rilasciavali per grandi ed appensati consigli di genti dabbene.
Or qui appresso vedrete comente egli corresse i suoi Balivi, Giustizieri, ed altri Officiali, ed i belli e nuovi Stabilimenti ch’egli fece ed aordinò ad essere guardati per tutto il suo Reame di Francia, i quali sono i seguenti.
«Noi Luigi, per la grazia di Dio Re di Francia, stabiliamo che tutti i Balivi, Preposti, Maestri, Giudici, Ricevitori, ed altri in qualche officio essi sieno, non che ciascun d’essi, deggiano d’ora in avanti far giuramento che, domentre e’ saranno nei detti offici, faranno dritto e giustizia a chicchessia senza avere alcuna eccezione di persone, tanto a poveri quanto a ricchi, così agli strani come ai privati e dimestici, e guarderanno gli usi e’ costumi che sono buoni e approvati. E se per alcuno d’essi sarà fatto al contradio del loro giuramento, noi vogliamo ed espressamente ingiungiamo ch’essi ne sieno puniti nei beni e nel corpo secondo la richiesta dei casi. La punizione de’ quali nostri Balivi, Preposti, Giustizieri ed altri Officiali riserviamo a noi ed alla conoscenza nostra, e la attribuiamo a loro stessi quanto alle malefatte degli inferiori e soggetti ai medesimi. I nostri Tesorieri, Ricevitori, Preposti ed Uditori dei Conti e gli altri Officiali ed Intramettitori delle nostre finanze giureranno che bene e lealmente guarderanno le nostre rendite e dominii con tutti e ciascuno i nostri dritti, libertà e preminenze senza permettere e soffrire che ne sia niente sottratto, levato, o diminuito. Ed inoltre, non prenderanno essi, nè lascieranno prendere a loro genti e commessi, dono nè presente alcuno che si voglia far loro, od alle loro donne, o figliuoli, nè ad altri qualsivoglia pur che torni in loro favore: e se alcun dono ne fusse mai ricevuto, sì il faranno essi incontanente e senza detrazione rendere e restituire al donatore. E simigliantemente non faranno essi alcun dono o presente a nulla persona di cui sieno soggetti per qualsivoglia favore, abbuono o discarico. Ancora essi giureranno che, laddove essi sapessero o conoscessero alcun Officiale, sergente od altri che sia rapinatore od abusatore nel proprio officio, sicchè debba egli perdere e il detto officio e il servizio nostro, nol sosterranno essi nè celeranno per doni, favori, promesse o altrimenti, anzi li puniranno e correggeranno, secondo richiederà il caso, in buona fede ed equità, e senza alcun odio e rancore. Vogliamo inoltre, tuttochè i detti giuramenti siano presi davanti a noi, che ciò non ostante sieno essi pubblicati davanti i Cherci, Cavalieri, Signori, e Buoni Uomini tutti del Comune, affinchè meglio e più fermamente sieno tenuti e guardati, e che i giuratori abbino paura d’incorrere nel vizio di spergiurio, non già soltanto per lo timore della punizione di nostre mani, o della onta del mondo; ma ben anche per lo timore della punizione di Dio. In appresso noi difendiamo e proibiamo a tutti li detti nostri Balivi, Preposti, Maestri, Giudici ed altri nostri Officiali, ch’essi non giurino nè blasfemino il nome di Dio, della sua degna Madre, e dei benedetti Santi e Sante del Paradiso: ed a simigliante ch’essi non sieno giucatori di dadi, nè frequentatori di taverne o bordelli, sotto pena di privazione del loro officio, e di quella tal punizione che apparterrà al caso. Noi vogliamo del pari che tutte le femmine folli di loro corpo e communi, sieno messe fuori delle magioni de’ privati e così separate dalle altre persone, e che non verrà loro allogata nè data a fitto qualsivoglia casa ed abitazione per intertenervi il loro vizio e peccato di lussuria. Appresso ancora noi proibiamo e difendiamo che nullo de’ nostri Balivi, Preposti, Giudici ed altri Officiali amministratori della Giustizia non siano tanto arditi da acquistare o comperare per essi o per altri alcuna terra o possessione ne’ luoghi dov’essi avranno in mano la giustizia, senza nostro congedo, licenza e permissione, e prima che noi siamo bene certificati della cosa. Che se essi contrafacessero, noi vogliamo e intendiamo che le dette terre e possessioni siano e rimangano confiscate in nostre mani. Ed a simigliante non vogliamo punto che i suddetti nostri Officiali Superiori, tanto ch’essi saranno nel servigio nostro, maritino alcuni de’ loro figli, figlie od altri parenti ch’essi abbiano, a persone che sieno del loro baliaggio o giustizierato, senza il nostro congedo espresso ed ispeciale. E tutto ciò, dei detti acquisti e maritaggi proibiti, non intendiamo punto abbia luogo in tra gli altri Giudici ed Officiali inferiori, nè intra gli altri minori d’officio. Noi difendiamo altresì ch’e’ Balivi, Prevosti e simili tengano troppo gran numero di Sergenti, o di Bidelli in guisa che il comun popolo ne sia gravato. Difendiamo parimente che nullo de’ nostri soggetti sia preso al corpo od imprigionato per proprii debiti personali fuor per quelli che ci ragguardano, e che non sia levata ammenda sovra nullo de’ nostri soggetti per lo suo debito. Inoltre stabiliamo che coloro i quali terranno le Bailie, Preposture, Visconterie, od altri nostri Offici, non li possano vendere nè trasportare ad altra persona senza nostro congedo. E quando più saranno compartefici in un officio, noi vogliamo che uno lo eserciti per tutti. Difendiamo altresì ch’essi non ispossessino alcuno di possesso ch’e’ tenga senza conoscenza di causa, o senza nostro speciale comandamento. Ancora non vogliamo che sia levata alcuna esazione, balzello, tolta, o costume novello. Finalmente vogliamo che i nostri Balivi, Preposti, Maestri, Visconti ed altri nostri Officiali, i quali per alcun caso saranno messi fuori degli offici loro e del servizio nostro, siano, appresso ch’e’ saranno così deposti, per quaranta giorni residenti nel paese ove esercitavano gli offici stessi, o nelle persone loro o per procuratore speciale, affinchè essi rispondano ai nuovi entrati negli offici medesimi, intorno a ciò ch’essi vorranno domandar loro, relativamente a qualsivoglia malefatta o richiamo.»
Per li quali suddetti stabilimenti il Re ammendò grandemente suo Reame, e talmente che ciascuno viveva in pace e tranquillità. E sappiate che nel tempo passato l’Offizio della Prevosteria di Parigi si vendeva al più offerente. Donde egli avveniva che molte ruberie, e molti malefizii se ne facevano, e la giustizia ne era totalmente corrotta per favore d’amici, e per doni, e per promesse; sicchè l’uom comunale non osava abitare nelle terre del Reame, ma vi si teneva per entro quasi erratico e vagabondo. E soventi volte non ci aveva ai piati della detta Prevosteria, quando il Preposto tenea sue Assisie, che diece persone al più, tante erano le ingiustizie ed abusioni che vi si facevano. Pertanto non volle egli più che la Prepostura fusse venduta, anzi era Officio che Egli dava a qualche gran saggio uomo, e che di sua saggezza e bontà presentasse buoni e grandi gaggi. E fece abolire tutte le malvage costume donde il povero popolo era per lo innanzi gravato. E fece ricercare per tutto il paese laddove potesse trovare qualche savio, il quale fosse buon giustiziere e punisse strettamente i malfattori senza avere isguardo al ricco più che al povero; e gli fu ammenato uno, che si nomava Stefano Bevilacqua, al quale egli donò l’officio di Preposto di Parigi. E questi dappoi fece tali meraviglie nel mantenersi in detto officio che ormai più non ci avea ladrone, micidiale nè altro malfattore che osasse dimorare in Parigi, ch’elli tantosto non ne avesse conoscenza, e presolo, nol facesse impendere, o punire a rigor di giustizia secondo la qualità e quantità del mal fatto. E non ci avea favore di parentado nè d’amici, nè oro, nè argento che ne lo avesse potuto mai guarentire così che buona e pronta giustizia non ne fusse fatta. E finalmente nello lasso del tempo, il Reame di Francia si moltiplicò talmente per la dirittura che vi regnava, che i dominii, censi, rendite ed entrate vi crebbero d’anno in anno, sicchè se ne ammendò molto tutto il suddetto Reame.
Sino dal tempo della sua più giovine età fu egli pietoso dei poveri e dei soffrattosi, e talmente ci si accostumò, che, quanto egli bastò a regnare, ebbe sempre comunalmente centoventi poveri, i quali erano pasciuti ciascun giorno nella sua magione, in qualsivoglia parte egli fusse. Ed in Quaresima il numero dei poveri cresceva, e soventi fiate li ho visti servire da lui medesimo, e donare delle sue proprie vivande. E quando ciò avveniva nelle feste annuali, i giorni delle vigilie, avanti ch’elli bevesse o mangiasse, e’ li serviva a sue mani: e quando erano pasciuti, asportavano tutti ancora una certa somma di moneta. E a dir breve, faceva il Re San Luigi tanto di limosine, e di sì grandi, che a pena le si potrebbono tutte dire e dichiarare. Donde ci ebbero alcuni de’ suoi famigliari, i quali mormoravano di ciò ch’elli faceva sì grandi doni e limosine, e dicevano ch’e’ troppo vi dispendea. Ma rispondeva il buon Re ch’egli amava meglio fare grandi ispese in limosine, che in vanità ed in burbanze. Nè già per qualunque grandi limosine ch’e’ facesse, non lasciava a fare grande spendio e larghezza nella sua magione così intertenendola come apparteneva a tal Principe, e ben mostrandosi, quale egli era, splendido e liberale. Durante i Parlamenti e gli Stati ch’e’ tenne per fare i suoi nuovi Stabilimenti, faceva tutti servire a Corte i Signori, i Cavalieri e gli altri in più grande abbondanza e più altamente che giammai non avesser fatto i suoi predecessori. Amava molto tutte maniere di genti che si mettevano al servizio di Dio, e per ciò fondò egli e fece assai di belli Monasteri e Case di Religione per tutto il suo Reame; e medesimamente accerchiò tutta la città di Parigi di genti di religione, ch’egli vi ordinò, alloggiò, e fondò a suoi danari.