PARTE PRIMA DELL’ISTORIA.

Capitolo I. Di alcune sante parole che il buon Re disse a me e ad altri.

Quel santo uomo che fu Re San Luigi tutta sua vita amò e ridottò Dio di tutto suo podere, siccome bene apparve nelle opere sue, poi che, siccome Dio è morto per lo suo popolo, altresì ha messo il buon Re più volte suo corpo in dannaggio ed avventura di morte per lo popolo di suo reame come sarà tocco qui appresso. E come il buon Signore Re amasse il suo popolo di fino amore bene apparve in ciò che, istando una fiata in grande malattia che avealo sorpreso in Fonte-bell’-acqua, che l’uomo dice Fontanabelò, disse a Monsignor Luigi suo figliuolo primo nato[25]: «Bel figliuolo, io ti priego che tu ti faccia amare al popolo di tuo reame, perchè veramente io amerei meglio che uno Scozzese venuto d’Iscozia[26] o qualunque altro lontano straniero governasse il popolo del Reame bene e lealmente, che tu ti reggessi sprovvedutamente e a rimprovero.»

Il santo Re amò tanto verità che ai Saracini ed infedeli proprii non volle elli giammai mentire, nè disdirsi di cosa che loro avesse promessa, non ostante ch’e’ fussono suoi nimici, come toccato sarà qui appresso. Di sua bocca fu egli molto sobrio e casto; chè anche in giorno di mia vita, non gli udii divisare od appetire nulla vivanda, nè grande apparecchio di cose deliziose in bere ed in mangiare, come fanno molti ricchi uomini, anzi mangiava e prendeva pazientemente, ciò che gli si apprestava e metteva dinanzi. In sue parole fu egli sì appensato che giammai non gli udii dire malvagia parola d’alcuno, nè anche gli udii nomare il diavolo, tuttocchè tal nome sia bene isparso, ed al presente molto comune per lo mondo, ciò ch’io credo fermamente non essere punto aggradevole a Dio, ma anzi molto spiacente[27]. Suo vino attemperava per misura, secondo la forza e virtù che avea il vino, e ch’e’ poteva portar acqua. Di che una fiata mi domandò egli in Cipri perchè io non mettea acqua in mio vino. Ed io gli risposi che ciò faceva per li medici e cerusici, i quali mi dicevano che io aveva una grossa testa ed una fredda forcella[28] si ch’io non avrei podere d’indurarla. E il buon Re mi disse ch’essi m’ingannavano, e mi consigliò di attemprarlo, e che se io non apprendeva a temperarnelo in giovinezza, e che poi il volessi fare in vecchiezza, le gotte e le malattie ch’io aveva nella forcella mi crescerebbono più forte, ovvero s’io bevessi vin puro in vecchiezza, che ad ogni otta me ne inebrierei, ciò poi che a valentuomo riesce in cosa troppo laida. Il buon Signore Re mi domandò una fiata s’io voleva essere onorato in questo mondo presente, e nella fine di me avere il Paradiso. A che io risposi che sì, e ch’io li vorría bene così appunto. Allora mi disse egli: guardatevi dunque bene che voi non facciate nè diciate alcuna villana cosa a scienza vostra, ma sì vi reggiate che, se tutto il mondo sapesse e conoscesse vostro fatto o vostro motto, voi non aveste onta e vergogna di dire: io ho ciò fatto, io ho ciò detto. E mi disse parimente ch’io giammai non ismentissi nè disdicessi nulla di ciò ch’elli direbbe davanti a me, se pur così fosse ch’io per ciò non ne avessi a sofferire onta, dannaggio o peccato: e aggiungeva che soventi volte del disdire alcuno surgono dure parole e rudi, donde spesse fiate gli uomini s’intraferiscono e diffamano sino a restarne molti morti e disfatti.

Egli diceva altresì che l’uomo si dovea portare, vestire ed adornare secondo suo stato e condizione, e tuttavia di mezzana maniera, affinchè li prodi uomini ed antichi di questo mondo non potessono dire nè proverbiare a lui: tu fai troppo; e così che li giovani non potessero dire: tu fai poco, nè fai punto d’onore al tuo stato. E per ciò mi rimembro io che, toccando una fiata a monsignor lo Re di presente, del buon Signore Re che fu suo padre, intorno alla pompa e burbanza d’abbigliamenti e di cotte ricamate che or comunalmente si portano sull’arme, io gli diceva ch’unque mai, nella via d’oltremare, ov’io fui con suo padre e sua oste, non vidi una sola cotta ricamata, nè quella del Re, nè quella d’altri. Al che mi rispose che a torto egli le avea ricamate di sue armi, e che le eran costate otto lire di parisini; ed io gli dissi che meglio le arebbe impiegate donandole per Dio, e facendo sue cotte di buon zendado rinforzato battuto all’armi sue come lo Re suo padre faceva.

Capitolo II. Di due questioni che ’l buon Santo Re m’indirizzò.

Il buon Re m’appellò una fiata aggiugnendo ch’e’ voleva parlarmi per lo sottil senno ch’elli diceva conoscermi; ed in presenza di molti mi disse: io ho chiamati questi Fratelli che qui sono, e vi fo una questione e dimanda di cosa che tocca Dio; e la domanda fu tale: Siniscalco, che è Dio? ed io gli risposi: Sire, egli è sì buona e sovrana cosa che migliore non può essere. Veramente, disse egli, ciò è molto bene risposto, perchè questa vostra risposta è scritta in questo libretto che tengo in mia mano. Ora altra domanda vi fo io, cioè: lo quale vi amereste meglio, essere misello e lazzero[29], od aver commesso e commettere uno peccato mortale? Ed io, che anche non gli voleva mentire, gli risposi, che io amerei meglio aver fatto trenta peccati mortali che essere misello. E quando li Fratelli si furo dipartiti di là, egli mi richiamò tutto solo, e mi fece sedere a’ suoi piedi e mi disse: Come avete osato voi dire ciò che avete detto? Ed io gli risposi che ancora io lo diceva: perchè così elli mi parlò: Ah folle musardo, musardo, voi vi siete ingannato, perchè voi sapete che nulla sì laida miselleria non è, come d’essere in peccato mortale, e l’anima la quale vi è, è simigliante allo avversario dello ’nferno; per che nulla sì laida miselleria non può essere. E ben è ciò vero, proseguì egli, perchè quando l’uomo è morto egli è sano e guarito di sua lebbra corporale; ma quando l’uomo, che ha fatto peccato mortale, muore, elli non sa punto, nè è certano d’avere avuto a sua vita un tale ripentimento che Dio gli voglia abbandonare il perdono. Per che grande paura deve elli avere che quella lebbra di peccato gli duri lungamente, e tanto quanto Dio sarà in Paradiso[30]. Per tutto ciò vi prego, seguitò egli, che, innanzi per lo amore di Dio, e poi per lo amore di me, vi ritornate questo mal detto in vostro cuore, e che voi amiate molto meglio che lebbra ed altri mali ed iscapiti vi venissero al corpo, che commettere in vostra anima un sol peccato mortale, che è lebbra e ladronaia sì infame[31].

Così in quella m’inchiese s’io lavava i piedi ai poveri il giorno del Giovedì santo: ed io gli risposi: bah! alla malora! già li piedi di que’ villani non laverò io mica. Veramente, diss’egli, ciò è detto oltre male, perchè voi non dovete mica avere in disdegno ciò che Dio fece per nostro insegnamento: chè elli, il quale era il Maestro e ’l Signore, lavò nel detto giorno li piedi agli Apostoli, e loro disse che in così com’egli, che era Maestro, loro avea fatto, che similmente essi facessono gli uni agli altri. A tanto dunque vi prego che per l’amore di lui e di me lo vogliate accostumar di fare quind’innanzi. E già egli amò tanto tutte genti che temevano ed amavano Dio perfettamente, che per la grande noméa ch’elli udì sonare di mio fratello Sir Egidio il Bruno, il quale pur non era di Francia, di temere e amar Dio altresì com’elli facea, sì gli donò la Connestabilía di essa Francia.

Capitolo III. Qui conta di Maestro Roberto di Sorbona.

Avvenne un’altra fiata che per lo grande rinômo ch’elli udì di Maestro Roberto di Sorbona d’esser prod’uomo, egli lo fece venire a lui e bere e mangiare a sua tavola[32]. Ora eravamo un tal dì egli ed io beendo e mangiando alla tavola del detto Signore Re, e parlavamo consiglio a cheto l’uno all’altro[33]. Il che vedendo il buon Re ci riprese in dicendo: Voi fate male di consigliarvi qui, parlate alto affinchè i vostri compagni non dubitino che voi parliate d’essi in male; se in mangiando di compagnia voi avete a parlare alcuna cosa che sia piacente a dirsi, sì allora parlate alto che ciascuno vi intenda, o se non, tacetevi.

Quando il buon Re era in gioia, elli mi faceva questioni, presente Maestro Roberto, talchè e’ mi domandò una fiata: Siniscalco, or mi dite la ragione per la quale avviene che prode uomo val meglio che giovane uomo[34]. Allora cominciò briga e disputazione in tra Maestro Roberto e me. E quando noi avemmo lungamente dibattuta e disputata la questione, il buon Re rendette la sentenza, e disse così: Maestro Roberto, io vorrei bene avere il nome di produomo, ma ch’e’ fusse buon produomo, ed il rimanente vi dimorasse, perchè produomo o probuomo è sì gran cosa e sì buona, che anche solo nel motto riempie tutta la bocca. Ed al contrario diceva il buon Signore Re che mala cosa era l’altrui prendere, poichè il rendere era sì grieve che solamente a nomarlo scortecciava la bocca, e ciò pe’ due r-r che vi sono, li quali vi stanno a significanza delli rastri dello avversario, lo quale tuttodì attira a sè ed arronciglia coloro che vorrebbono rendere lo avere od il mobile altrui; ed in così elli seduce usurieri e rapitori, e li ismuove di donare in fin di vita alla Chiesa loro usure e rapine per Dio, ciò ch’e’ dovrebbono invece non donare ma rendere, e ben sanno a cui. Ed istando sovra questo proposito, comandò che io dicessi di sua parte allo re Tebaldo di Navarra suo genero, ch’elli si prendesse guardia di ciò ch’e’ faceva, e ch’elli non ingombrasse sua anima, credendo poi esserne quieto pe’ gran danari ch’elli donava e lasciava al Munistero de’ Fratelli Predicatori di Provino; con ciò sia che il saggio uomo intanto ch’e’ vive, deggia fare tutto in così che far dee buon esecutore di testamento, ciò è primieramente e avanti altra ovra restituire e ristabilire i torti e’ gravami fatti ad altrui dal trapassato, e solo del residuo avere proprio di quel morto fare le elemosine ai poverelli di Dio: così come il Diritto scritto lo insegna[35].

Il santo Re fu un giorno di Pentecoste a Corbello accompagnato da ben trecento cavalieri, ove noi eravamo Maestro Roberto da Sorbona ed io. Ed il re appresso desinare si discese alla rinchiostra lasciando la cappella, e andò parlare al Conte di Brettagna, di chi Dio abbia l’anima, padre del Duca che è al presente. E davanti tutti gli altri mi prese il detto Maestro Roberto al mantello, e mi domandò, alla presenza del Re e di tutta la nobile compagnia: Ditemi, per vostro senno, se il Re si sedesse in questo chiostro, e voi andaste sedere in suo banco più alto di lui, sarestene voi a biasmare? Al che io risposi che: sì veramente. Or dunque, riprese egli, siete voi bene a biasmare, quando voi siete più riccamente vestito di mantello che ’l Re nostro Signore. Per che di tratto io gli dissi; Maestro Roberto, Maestro Roberto, io non son mica a biasmare, salvo l’onore del Re e di voi; poi che l’abito ch’io porto, tale che lo vedete, me l’hanno lasciato mio padre e mia madre, e non l’ho io punto fatto fare di mia autorità. Ma il contrario, è di voi, donde siete ben forte a biasimare e riprendere, dacchè voi, che siete figliuolo di villano e di villana, avete lasciato l’abito di vostro padre e di vostra madre, e vi siete vestito di più fino cammellino[36] che ’l Re non è. Ed allora io presi il panno del suo sorcotto e di quello del Re, e giuntili l’uno presso l’altro, seguitai: or riguardate s’io ho detto il vero. Ed allora il buon Re imprese a difendere Maestro Roberto di parole, ed a covrirgli suo onore di tutto suo podere in mostrando la grande umiltà che era in lui e com’egli era pietoso a ciascuno. Appresso queste cose il Re si trasse, ed appellò Monsignor Filippo padre del Re vivente, ed il Re Tebaldo suoi figliuoli[37] ed assisosi all’uscio della Cappella, mise la mano a terra e disse ai suddetti figliuoli: Sedetevi qui presso di me ch’uomo non vi vegga. Ah! Sire, dissono quelli, perdonateci, se vi piace, ma egli non ci appartiene di sedere sì presso di voi. Ed egli allora, rivolto a me: Siniscalco, sedetevi qui. Ed io tosto il feci così da presso che la mia robba toccava la sua. Ciò fatto, li fece assidere accanto a me, e allora soggiunse: Gran male avete fatto, quando voi che siete miei figliuoli, non avete fatto da prima ciò ch’io vi ho comandato: or guardatevi che giammai egli non vi avvenga. Ed essi risposero, che non più. Ed elli allora mi va a dire che ci aveva appellati per confessarsi di ciò che a torto aveva difeso e mantenuto Maestro Roberto contro di me; ma diss’egli, io lo feci perchè il vidi così isbaito che aveva assai mestieri di chi ’l soccorresse ed atasse: essere bensì vero che si dee vestire onestamente ad esserne o meglio amato da sua donna, o più pregiato dai minori, ma non così che ’l vestirsi e il portarsi ecceda misura di proprio stato: doversi insomma l’uomo mostrar fuora di tal maniera che vecchiezza non dica: tu troppo fai, nè giovinezza: fai poco, siccome fu avvertito d’innanzi.

Capitolo IV. Di due insegnamenti che ’l Re mi diede.

Qui appresso udirete uno insegnamento che il buon Re mi diede a conoscere. Era il tempo in che si rivenìa d’oltremare e si stava tutto dinanzi l’isola di Cipri, quando per uno vento, che l’uomo appella Garbino, il quale non è punto l’uno dei quattro venti maestri regnanti in mare, ecco che la nostra nave urtò e donò un gran colpo ad uno rocco talmente che li marinai ne furono tutti perduti, e disperati, stracciandone loro robbe e loro barbe. Di che il buon Re salì fuori del letto tutto scalzato, non avendo più che una cotta, e si andò a gittar in croce davanti il Corpo prezioso di Nostro Signore, come colui che non ne attendea che la morte. E tantosto appresso s’appaciò il fortunale, e la nave surse disimpedita e rigallò come in giolito. Alla dimane mi appellò ’l Re e mi disse: Siniscalco, sappiate che Dio ieri ci ha mostro una parte di suo gran podere, poichè uno di que’ venti piccolini, che a pena gli sa uomo nominare, ha pensato annegare il Re di Francia, sua donna, suoi figliuoli e famiglia. E dice Santo Anselmo che ciò è una minaccia di Nostro Signore, altresì come s’egli volesse dirci: Ora vediate e conosciate che, s’io l’avessi voluto permettere, ne sareste stati tutti sommersi. Al che è da rispondere: Sire Iddio, e perchè ne minacci tu? se la minaccia che tu ne fai non è punto per tuo prode nè per tuo vantaggio; poichè, se tu ne avessi tutti perduti, tu non ne saresti già più povero, ed in così non più ricco se tutti salvati? Certo dunque il tuo minacciare è per nostro profitto, non per tuo, quando noi il sappiamo conoscere e intendere. Or bene dunque Siniscalco, seguitò il Re, di queste tali minacce noi dobbiamo intendere che se ci ha in noi cosa a Dio dispiacente, che noi la debbiamo rattamente levare e così per simigliante vi debbiamo riporre ciò che sappiamo essergli in piacere che sia fatto. E se così faremo Nostro Signore ci donerà più di bene in questo mondo e nell’altro che non ne sapremmo divisare, e se faremo altrimente, egli farà di noi ciò che il Signore fa del malvagio sergente, il quale, se per la minaccia non si corregge, ed il Signore lo fiere nel corpo, ne’ beni e sino a la morte, e a peggio se possibile è anche. Dunque in così farà Nostro Signore al peccatore malvagio che per sua minaccia non si vuole ammendare, e lo colpirà in sè e nelle cose sue crudelmente.

Il buon sant’uomo Re si sforzò di tutto suo podere a farmi credere fermamente la Legge Cristiana che Dio ci ha donato, così come voi udirete qui appresso. Dicevami dunque che noi dobbiamo sì fermamente credere gli articoli della Fede, che per nullo iscapito che ce ne possa venire al corpo non ci lasciam trascorrere a fare nè dire il contrario. E inoltre diceva che lo inimico dell’umana natura che è il diavolo, è sì sottile, che, quando le genti muoiono, egli si travaglia di tutto suo podere a farle morire in alcun dubbio degli articoli della Fede: chè egli vede e conosce bene ch’e’ non può togliere all’uomo le buone opere ch’esso ha fatto, e che ne ha perduto l’anima s’elli muore in secura credenza della fede cattolica. Per ciò dee l’uomo prendersi guardia di questo affare, ed averci tale securtà di credenza ch’e’ possa dire all’inimico quando gli dà tale tentazione: Vattene nimico di nostra natura, tu non mi getterai già fuori di ciò che credo fermarmente, cioè delli articoli della mia Fede, anzi meglio amerei che tu mi facessi tutte le membra dilaccare; poichè io voglio vivere e morire puntualmente in questa credenza. E chi così fa vince lo inimico di quell’arma istessa, donde esso nimico voleva ucciderlo.

Pertanto diceva il buon Re che la Fede e credenza di Dio era tal cosa a che noi avremmo dovuto accomodarci senza dubbio alcuno, anche se non ne fossimo noi certificati soltanto che per lo udir dire. E su questo punto mi fece il buon Signore una domanda, cioè: Comente mio padre avea nome. Ed io gli risposi ch’elli avea in nome Simone. Or per qual modo il sapete voi? diss’egli: ed io gli dissi che ben n’era certo e lo credea fermamente per ciò che mia madre lo mi avea detto molte volte. Adunque soggiunse egli, dovete voi credere perfettamente gli articoli della Fede per ciò che gli Apostoli di Nostro Signore ve lo testimoniano, in così come voi udite cantare al Credo tutte le Domeniche. E su tale proposito mi disse egli che uno Vescovo di Parigi, nomato in suo dritto nome Guglielmo, gli contò un giorno che uno gran Maestro in Divinità gli era venuto innanzi per parlare e consigliare se medesimo a lui. Ma che, come e’ fu per dire suo caso, si prese a piagnere molto forte e duramente. Per che il Vescovo cominciò ad ammonirlo dicendo: Maestro, non piangete punto e non vi togliete di conforto, perchè sappiate veramente che nullo non può essere peccatore sì grande che Dio non sia più possente di perdonargli. Ah! disse il maestro, Monsignor lo Vescovo, che io non ne posso altro che piagnere, poichè mi dubito di essere miscredente ad uno punto, e questo è ch’io non posso essere asseverato in cuore del santo Sagramento dello Altare in così come Santa Chiesa lo insegna e comanda a credere; e veggio bene che ciò mi viene di tentazione dello inimico. Maestro, disse allora il Vescovo, or mi dite, quando l’inimico vi invia tale tentazione, e vi dispone per a tale errore, v’è egli in piacere? Rispose il Maestro: certamente non mai, ma al contrario mi dispiace e m’annoia tanto che più non potrebb’essere. Or bene, disse il Vescovo, io vi domando se voi prendereste oro nè argento nè alcuno bene mondano per rinegare di vostra bocca niente che toccasse al Santo Sagramento dello Altare nè ad alcuno de’ Sagramenti della Chiesa? Veramente, rispose il Maestro, siate certo che nulla cosa terrena non è, di che io ne volessi aver preso, e che anzi amerei meglio mi distroncassero tutto vivo a membro a membro, che aver rinegato il minimo dei detti Santi Sagramenti. Adunque il Vescovo gli mostrò per esempio il grande merito ch’egli acquistava nella pena ch’e’ sofferiva della tentazione, e gli disse così: — Maestro, voi sapete che ’l Re di Francia guerreggia contro ’l Re d’Inghilterra, e sapete che il castello ch’è il più presso della marca[38] de’ detti due Re si è la Roccella in Poitù; dunque rispondetemi: Se lo Re di Francia vi avesse dato balìa di guardargli il castello della Roccella che è si presso della marca, ed a me l’avesse data sopra il castello di Montelery che è nel fino cuore di Francia; a quale dovrebbe il Re, nel termine di sua guerra, saper miglior grado, a voi od a me di aver guardati di perdita i suoi castelli? — Certo, Monsignore, disse il Maestro, io credo che ciò sarebbe a me che gli avrei bene guardata la Roccella, la quale è in luogo più dubitoso, e ci è la ragione assai buona. — Maestro, disse allora il Vescovo, io vi certifico che mio cuore, gli è tutto simigliente al castello di Montelery, perchè io del Santo Sagramento dell’Altare, e così degli altri, ne sono così asseverato che non me ne viene dubbio neuno. Per tanto vi dico come per uno grado che Dio nostro Creatore mi sa di ciò ch’io li creda securamente ed in pace, che bene a doppio ve ne sa egli grado di ciò che voi gli guardiate vostro cuore in perplessità e tribolazione: donde io vi dico che molto meglio gli piace in questo caso il vostro stato che non il mio, e sònovene di ciò ben gioioso, e vi prego l’abbiate in sovvenenza, ed egli vi soccorrerà certo al bisogno. Quando il Maestro ebbe tutto ciò inteso e col cuore ascoltato, s’agginocchiò innanzi ’l Vescovo, e si tenne di lui molto contento e ben pago.

Capitolo V. Anche della istessa materia e del governo della sua vita.

Un’altra fiata il santo Re mi contò che ad un’otta in Albigese le genti del paese mossero all’incontra del Conte di Monforte, che allora guardava per lo Re la terra di Albigese, e gli dissono venisse a vedere il Corpo di Nostro Signore, lo quale era divenuto in carne ed in sangue entro le mani del Prete offerente, donde essi erano al tutto meravigliati. Ed il Conte rispuose loro: Andatevi voi altri che ne dubitate, perchè, quanto a me, io credo perfettamente e senza dubbio il Santo Sagramento dello Altare, siccome nostra madre santa Chiesa ne lo testimonia ed insegna; talchè io spero, in credendolo così, averne corona in Paradiso più che gli Angioli, i quali creder lo deggiono poichè il vedono a faccia a faccia.

Ancora mi contava il buon santo Re, che una volta avvenne che nel Munistero di Cluny ebbevi grande disputazione di Cherici e di Giudei; e che là si trovò un Cavaliero vecchio ed antico, lo quale richiese finalmente allo Abbate di quel Munistero, ch’elli pure avesse un poco d’udienza e congedo di parlare; il che per Messer lo Abbate, il quale non sospicava a dove volesse uscire, gli fu a gran pena ottriato. E allora il buon Cavaliero si lieva ritto di sopra la gruccia ch’egli portava a sostegno, e dice che gli si faccia venire appresso il più gran Maestro di que’ Giudei. E come questo gli fu assentito, il Cavaliero gli va fare questa dimanda: Maestro, rispondete; credete voi nella Vergine Maria che portò il nostro Salvatore Gesù Cristo nel fianco suo e poscia nelle sue braccia, e credete voi ch’ella l’abbia Vergine partorito, e sia madre di Dio? A che il Giudeo rispose che di tutto ciò egli non credeva neente. E il Cavaliero gli disse: Molto follemente avete risposto, e siete pazzamente ardito quando voi, che non lo credete, siete entrato per negarla in suo Munistero ed in sua magione; e che ciò sia veramente voi di presente lo apparerete; ed in così dicendo, egli leva sua gruccia, e fiere il Giudeo bene stretto sopra l’orecchio, tanto ch’egli lo stende a terra del colpo. E ciò veggendo gli altri Giudei, lievano il lor Maestro, e se ne fuggono così che ne dimora finita la disputazione de’ Cherici e de’ Giudei. Allora venne lo Abbate turbato in viso a quel Cavaliero, e gli disse: Sir Cavaliero, voi avete fatto strana follía di ciò che avete colpito e non argomentato. E il Cavaliero gli rispose: Ma voi avete fatto ancora più grande follía dello avere così assembrata e sofferta una tale e sì lunga disputazione di errori; perchè qui entro ci avea gran quantità di Cristiani buoni ma grossi, i quali se ne sarebbono andati miscredenti e torbi per lo argomentoso gergo delli Giudei. — E così vi dico io, soggiunsemi di suo il Re, che nullo, se non è gran Cherco e Teologante perfetto, non dee disputare con Giudei; ma si dee l’uomo laico, quando elli ode male dire della Fede Cristiana, difendere la cosa non già solamente di parole, ma a buona spada pugnante e tagliante, non a vincere l’errore dello intelletto, ma ad attutire lo scandolezzo della bocca.

Il governamento della vita ebbe tale, che tutti li giorni udiva le ore canoniche in nota, ed una Messa bassa di requiem, e poi l’officio del giorno di Santo o Santa. Appresso desinare sempre in letto si riposava, e poi, quando n’era surto, dicea le preci de’ morti con uno de’ suoi cappellani, e poi Vespro, indi tutte le sere udía la Compieta.

Capitolo VI. Di un insegnamento che un buon Cordigliere diede al Re, e come ’l Re non l’obbliasse punto.

Un giorno fu che uno buon Cordigliere venne tutto dinanzi il Re al castello di Yeres, ove noi discendemmo di mare, e gli disse per maniera d’insegnamento, ch’elli avea letta la Bibbia ed altri buoni libri parlanti de’ Principi miscredenti, ma che giammai elli non trovò che Reame si perdesse, foss’egli in tra credenti o scredenti, fuorchè per diffalta di dirittura. Si prenda or dunque, disse il Cordigliere, ben guardia il Re ch’io qui veggio e che se ne va in Francia, sicchè faccia amministrare buona giustizia e drittura diligentemente al suo popolo, a ciò che Nostro Signore gli soffra e permetta gioire di suo Reame e tenerlo in pace e tranquillitade tutto il corso della sua vita. Ed egli si dice che questo buono e pro’ Cordigliere, il quale insegnò il Re sì adrittamente, giace a Marsiglia là ove Nostro Signore fece per lui molti buoni miracoli. E ben sappiate ch’esso buon Cordigliere non volle anche dimorare col Re, per preghiera e richiesta ch’e’ gliene facesse, più che una sola giornata!

Il buon Re non obbliò punto l’insegnamento del Cordigliere, anzi ha governato suo Reame bene e lealmente secondo Dio, ed ha sempre voluto che Giustizia sia fatta ed amministrata, come voi udirete. Perchè di costume, dopo che il Sire di Neelle, e il buon Signore di Soissone, io, ed altri de’ suoi prossimani, eravamo stati a la Messa, egli bisognava che noi andassimo udire li Piati de la Porta, ciò che di presente suol dirsi Le richieste del Palazzo a Parigi. E, quando il buon Re era al mattino venuto della Chiesa, elli ci inviava cherére, e ci domandava com’era ita nostra faccenda, e s’egli ci avea alcuna cosa che non si potesse spacciare senza di lui. E quando alcuna ne avea, noi gliel dicevamo, ed egli allora mandava le parti innanzi a sè, e chiedea loro a che si tenea che non avessero a grato l’arbitrio offerto da’ suoi savi, e, come ne avea contezza, tantosto li contentava e metteva in ragione e drittura; e sempre di buon costume così seguitò a fare il sant’uomo Re.

Molte volte ho veduto ch’esso buon Re, appresso aver udito Messa in Estate, se ne andava a solazzo al bosco di Vincenne, e si sedeva al piè d’una quercia, e ci facea seder tutti accanto a lui, e tutti quelli che si pensavano aver affare con esso Re, veniano a parlargli, senza che alcuno Usciere o Valetto desse loro impedimento. E domandava alto di sua bocca s’egli ci avea nullo che si credesse a mal partito; e quando più ce n’avea, egli dicea loro: Amici, sostate e vi si spaccerà l’uno appresso l’altro. Poi di sovente appellava Monsignor Pietro di Fontana, e Monsignor Goffredo di Villetta, e dicea: scioglietemi questi partiti. E quando avvisava qualche cosa ad ammendare nella parola di que’ che avvocavano la causa altrui, elli medesimo tutto graziosamente di sua bocca li riprendea. Così molte fiate ho veduto che al detto tempo d’Istate, il buon Re veniva nel Giardino di Parigi vestito d’una cotta di camellino, di un sorcotto di bucherame senza maniche, e di un mantello sovraposto di zendado nero, e faceva là stendere de’ tappeti perchè vi ci assidessimo accanto a lui, e là pure spacciava diligentemente il suo popolo, com’io v’ho detto innanzi del Bosco di Vincenne.

Capitolo VII. Come ’l buon Re sapesse all’uopo difendere i laici da oltraggio, e come fosse leale e fino guardatore di giustizia e di pace.

Io vidi una giornata che tutti li Prelati di Francia si trovarono a Parigi per parlare al buon San Luigi, e fargli una richiesta, e quando egli lo seppe, si rese al Palazzo per là udirli di ciò che essi volevan dire. E quando tutti furono assembrati, si fu il Vescovo Guido d’Auserre, che fu figliuolo di Monsignor Guglielmo di Melot, il quale cominciò a dire al Re per lo congedo e commune assentimento di tutti gli altri Prelati: — Sire, sappiate che tutti questi Prelati, i quali qui sono in vostra presenza, mi fanno dire che voi lasciate perdere tutta la Cristianità, e ch’ella si perde entro vostre mani. — Allora il buon Re si segnò della Croce, e disse: Vescovo, or mi dichiarate come egli si fa e per quale ragione. — Sire, seguitò il Vescovo, egli è per ciò che l’uomo non tiene più conto delle scommuniche: perchè oggidì un uomo amerebbe meglio morire tutto iscommunicato, che di farsi assolvere, nè vuol nullamente dare soddisfazione alla Chiesa. Pertanto, Sire, elli vi richiedono tutti a una voce, per Dio e perchè così dovete farlo, ch’egli vi piaccia commandare a tutti i vostri Bailivi, Prevosti ed altri amministratori di giustizia, che, ove egli sia trovato alcuno in vostro Reame, il quale sarà stato un anno e uno giorno continuamente iscommunicato, ch’essi il costringano a farsi assolvere col mezzo dell’apprensione de’ beni. E il Sant’uomo rispose che molto volentieri il commanderebbe fare di coloro che si trovassono essere tortosi ed iniqui verso la Chiesa ed il prossimo. A che il Vescovo, soggiunse ch’e’ non apparteneva a’ laici a conoscere di loro causa. Ma a ciò rispose il Re ch’egli non farebbe altramente; e diceva che ciò sarebbe contro Dio e Ragione ch’egli facesse costrignere a farsi assolvere coloro, a chi i Cherici per avventura facessero torto, sì che non potessero essere uditi in loro buon diritto. E di ciò loro donò esempio del Conte di Brettagna, il quale per sette anni ha piatito contro i Prelati di Brettagna, tuttochè scommunicato, e finalmente ha sì ben condotto e menato sua causa, che il nostro Santo Padre il Papa li ha condannati inverso il medesimo Conte. Per che, seguitava dicendo, se dal primo anno io avessi voluto costringere esso Conte a farsi assolvere, avrebbe egli dovuto lasciare a que’ Prelati contro ragione ciò ch’essi gli domandavano oltre suo volere; il che facendo avrei io grandemente misfatto in verso Dio ed in verso il detto Conte di Brettagna. Appresso le quali cose udite per tutti que’ Prelati, loro convenne satisfarsi della buona risposta del Re, sicchè non udii più anche che ne fosse parlato o dimandato pel tempo avvenire.

La pace ch’egli fece col Re d’Inghilterra fu contra la volontà di tutto suo Consiglio, il quale dicevagli: — Sire, egli ci sembra che voi facciate un gran male al vostro Reame de la terra che voi donate e lasciate a questo Re, e ben ci sembra ch’egli non ci ha alcun diritto per ciò che suo padre la perdè per appensato giudicamento. — A che rispose il buon Re ch’egli sapeva bene come ’l Re d’Inghilterra non ci avesse nessun diritto, ma, diceva egli, che a buona causa egli bene doveva donargliela, poichè soggiungeva: Noi due abbiamo ciascuno l’una delle due sorelle a donna, donde i nostri figliuoli ne sono cugini germani: egli si conviene dunque che tra noi sia pace ed unione: ed egli anche m’è grato di aver fatto in così la pace col Re d’Inghilterra, per ciò ch’egli è al presente mio uomo ligio, ciò che non era punto davante.

Finalmente la grande lealtà del Re fu assai conosciuta nel fatto di Monsignor Rinaldo di Tria, il quale apportò a quel sant’uomo talune lettere patenti, per le quali dicevasi ch’elli avea donato agli eredi della Contessa di Bologna (la quale non ha guari tempo era morta) la Contea di Dammartino. Ora su tali lettere il suggello del Re ch’altra fiata c’era stato, era tutto rotto ed infranto, sicchè di detto suggello non ci avea più che la metà delle gambe della imagine del Re e lo sgabello sul quale essa imagine tenea li piedi. Ora il Re mostrò le dette lettere a noi che eravamo di suo consiglio, per consigliarlo sopra ciò. E tutti fummo d’opinione che ’l Re non era tenuto a mettere in esecuzione quelle lettere esautorate, e che per ciò gli eredi non doveano gioire di quel Contado. Ma egli, pur dubitando, appellò tantosto Giovanni Saracino suo Ciambellano, e gli disse che gli apportasse una lettera patente che innanzi gli avea commandato fare. E quando egli ebbe la lettera veduta, riguardò attentamente al suggello che vi era ed al rimanente del suggello delle lettere del detto Rinaldo, e ci disse: — Signori, vedete qui il suggello del quale io usava innanzi la partenza pel mio viaggio d’oltremare, e vedrete anche che questa rimanenza di suggello rassomiglia a punto all’impressione del suggello intero, per che non oserò io, secondo Dio e Ragione, ritenere la suddetta Contea di Dammartino. Ed allora appellò il nominato Monsignor Rinaldo di Tria, e gli disse: Bel Sire, io vi rendo la Contea che voi dimandate.