PARTE SECONDA DELL’ISTORIA.

Capitolo I. Della nascita e coronazione del buon Re, e come portò arme primamente.

Qui comincia la seconda parte del presente libro, nella quale come ho detto dinanzi, voi potrete udire li grandi fatti e le Cavallerie del buon Re. Questi, secondo quanto più volte udii dire, fu nato il giorno e festa di Monsignore San Marco Apostolo ed Evangelista[39]. Quel giorno portavansi le croci a processione in molti luoghi di Francia, e vi eran dette le croci nere[40] il che accennò quasi profeticamente alle genti che in gran moltitudine morirono crocesignate durante li santi viaggi d’oltremare in Egitto ed in Cartagine; donde molto gran duolo ne è stato fatto e menato in questo mondo, ed ora se ne mena gran gioia in paradiso di coloro che, a gloria della Croce, hanno saputo acquistarlo.

Egli fu coronato la prima domenica di Avvento[41] della cui Domenica la Messa si comincia a queste parole: Ad te levavi animam meam, il che vale a dire: Bel Sire Iddio, io ho levato mia anima e mio cuore in verso te, e in te mi fido. Nelle quali parole aveva il buon Re gran fidanza, in dicendole di sè, e ciò per lo carico grande ch’elli veniva a prendere. Egli ebbe in Dio molto gran fidanza dall’infanzia sua sino alla morte; perchè alla fine de’ suoi ultimi dì sempre invocava Dio i suoi Santi e Sante, e specialmente aveva egli per intercessori Monsignore San Iacopo, e Madama Santa Genevieva. Per le quali cose fu elli guardato da Dio, dalla sua infanzia sino allo ultimo punto, quanto all’anima sua. E così per li buoni insegnamenti di sua Madre, la quale ben l’insegnò a Dio credere, temere, ed amare in giovinezza, egli ha dippoi bene e santamente vissuto secondo Dio. Sua Madre gli attrasse tutte genti di religione e gli faceva udire nelle Domeniche e Feste, Sermoni riferenti la santa parola di Dio. Donde più volte rammentò che sua Madre gli aveva spesso ripetuto che ella amerebbe meglio ch’e’ fusse morto ch’egli avesse commesso un sol peccato mortale.

E ben gli fu bisogno che di sua giovine età Dio l’aiutasse, perchè sua madre era d’Ispagna, paese istrano talchè dimorò senza nullo parente nè amico nel Reame di Francia[42]. E perciò che li Baroni di Francia videro lui e Sua Madre come stranieri senza sopporto fuorchè di Dio, essi fecero del Conte di Bologna, che era zio del Re suo padre ultimamente trapassato, il loro capitano, e lo teneano come per loro Signore e Maestro. Onde avvenne che, appresso che il buon Re fu coronato giovincello, per cominciamento di guerra, alcuni dei detti Baroni di Francia richiesero a sua Madre, ch’ella loro volesse donare certa gran quantità di terre nel reame. E per ciò ch’ella nol volle, non appartenendole di diminuire il Reame oltre il volere dil figliuol suo ch’era già Re coronato, quei Baroni si assembrarono tutti a Corbello. E mi contò il santo Re ch’egli e sua Madre, i quali erano a Montelery, non ne osarono andare sino a Parigi, tanto che quelli della Villa li vennero cercare in arme in molto gran quantità. E mi disse anche che da Montelery sino a Parigi il cammino era pieno ed allistato di genti d’arme e di popolo, che a Nostro Signore gridavano tutti ad alta voce, che gli donasse vita e vittoria guardandolo e mantenendolo contra tutti i nemici suoi; il che veramente Dio fece in alquanti luoghi e passaggi, come voi udirete qui appresso.

Avvenne che i Baroni di Francia si assembraro a Corbello, e macchinarono intra loro di comune assentimento ch’e’ farebbono si che ’l conte di Brettagna si leverebbe contra il Re. E puosero tra loro per gran tradigione, che se il Re li volesse inviare contra esso Conte, andrebbono bensì al comandamento, ma non vi menerebbero con loro che due Cavallieri ciascuno, affinchè più agiatamente il Conte potesse vincere il buon Re Luigi e sua Madre che era donna di strania nazione come avete udito. Ed in così che que’ Baroni promisero al detto Conte di Brettagna, e così fecero: ed ho udito dire a molti che il Conte avrebbe distrutto e soggiogato il Re e sua Madre, se non fusse stata l’aìta di Dio che giammai non gli fallì. Perchè, come per permissione divina, al grande bisogno ed alla grande strettezza del buon Re, il Conte Tebaldo di Sciampagna si sentì ismosso a voler soccorrerlo[43], e di fatto si partì con ben trecento Cavallieri molto bene in punto di battaglia, ed arrivarono a buon ora colla grazia di Dio. Sicchè per lo soccorso di quel Conte di Sciampagna convenne al Conte di Brettagna rendersi al suo Signore ed a lui gridare mercè. Ed il buon Re, che nullamente ne appetiva vendetta, considerò che la vittoria avutane era stata per la possanza e bontà di Dio ch’avea promosso il valente Conte di Sciampagna a venirlo vedere, e ricevve quello di Brettagna a mercè, ed allora andò il Re securamente per le sue terre.

E qui è a dire siccome talvolta insorgano in alcune materie delle incidenze, le quali pur si deggiono isporre per servir meglio il proposito, tuttocchè vi si mostri di lasciar per poco il principale dell’istoria. E qui è appunto l’occasione di recitarvi alcune cose che in mestieri tornano a poter bene intendere il trattato nostro. Perchè diremo tutto per lo vero così. Il buon Conte Errico di Sciampagna, detto il Largo, ebbe dalla Contessa Maria sua donna, che era sorella del Re di Francia e della fidanzata di re Riccardo d’Inghilterra, due figliuoli, de’ quali il primogenito ebbe nome altresì Errico, e l’altro Tebaldo. Errico se n’andò crociato in Terra Santa col Re Filippo Augusto di Francia e col Re Riccardo d’Inghilterra, li quali tre assediarono la città di Acri e la presero. E tantosto che ella fu presa lo re Filippo se ne rivenne in Francia, donde elli fu molto biasmato. Dimorò il Re Riccardo in Terra Santa e là fece grandissimi fatti d’arme sui miscredenti, e Saracini; tanto che il ridottarono sì forte, ch’egli è scritto ne’ Libri del Viaggio della Santa Terra che, quando i piccoli fanciulli de’ Saracini gridavano, le madri dicevan loro: Vè qua Re Riccardo che ti vien caendo, e tantosto, della paura che que’ piccini traevano dal solo udirlo nomare, essi cagliavano e ammutolivano. E a simiglianti quando Saracini e Turchi erano al campo, e ch’e’ cavalli loro, aombrando, barberavano e si gittavan per paura in sinistro, dicevan loro frizzandoli: che? credi forse che sia costà Re Riccardo? Il che tutto sta chiaramente a dimostrare ch’egli facea su loro di gran fatti d’arme, e ch’egli n’era a dismisura temuto. Ora quel Re Riccardo tanto procacciò per sue prodezze e bontadi ch’egli fece dare in donna al Conte Errico di Sciampagna, ch’era dimorato con lui, Isabella reina di Gerusalemme. E questo Errico, innanzi sua morte, ebbe dalla detta Reina sua moglie due figliuole Alice e Filippa, delle quali la prima fu reina di Cipri, e l’altra andò in donna a Messer Airardo di Brienne, donde grande lignaggio è uscito, siccome appare in Francia e in Sciampagna. Ma di Filippa di Brienne non vi dirò io nulla al presente, anzi vi parlerò della Reina di Cipri, per ciò ch’egli licitamente si conviene a continuare mia istoria, e dirovvene appunto così.

Capitolo II. Qui conta come seguitò la guerra de’ Baroni di Francia, e come ’l Re la menò a suo prode, e ne seguì pace.

Appresso che il buon Re ebbe soggiogato e vinto il Conte Piero di Brettagna all’aiuto del Conte Tebaldo di Sciampagna, i Baroni di Francia furono molto indignati contra quest’ultimo, ed entrarono in opinione di diseredarlo, come quegli ch’era figliuolo del secondo genito Tebaldo, chiamando a ciò la Reina di Cipri, ch’era invece prima figliuola d’Errico stato il primogenito di Sciampagna. La qual cosa, se loro apparve moltissimo profittevole, non fu a tutti parimente in grado, per che alcuni di quei Baroni, e per non trovarvi pronto guadagno, e per non iscovrirsi commettitori di male, si fecero intraprenditori di far la pace tra li duo Conti e fu la cosa tanto menata in trattato d’una e d’altra parte, che, per lo appuntamento d’essa pace, il Conte Tebaldo di Sciampagna promise prendere a donna la figliuola del Conte Piero di Brettagna. E fu la giornata assegnata a ciò fare, e che si devesse la damigella ammenare per le sponsalizie ad una Badia de’ Fratelli Predicatori che è presso Casteltierry, in una villa che l’uomo dice Valserra. Ed, in così com’io intesi dire, il Conte Piero di Brettagna coi Baroni di Francia, che gli erano quasi tutti consorti, si partirono insieme per voler la damigella ammenare al Munistero di Valserra; e mandarono dicendo al Conte Tebaldo, che era a Casteltierry, che venisse a impalmar la donzella secondo la promessa. Ed egli bene il volea fare, quand’ecco arrivare a lui Messer Goffredo de la Cappella, che gli presenta lettere da parte il Re, per le quali gli scriveva così: — Sire Tebaldo di Sciampagna, io ho inteso che voi avete pattuito e promesso di prendere a donna la figliuola del Conte Piero di Brettagna. Pertanto vi mando che, sì caro come avete tutto quanto amate nel Reame di Francia, sì nol facciate punto. Lo ’mperchè di ciò voi ben vel sapete, poichè non ho io trovato giammai chi m’abbia voluto peggior male di lui. — E quando il Conte Tebaldo ebbe ciò inteso, tuttocchè si fosse mosso per andare a sposare la damigella di Brettagna, nullameno se ne ritornò a cheto in Casteltierry donde s’era partito.

Or come il Conte Piero di Brettagna, e li Baroni di Francia contrari al buon Re, i quali erano in attesa a Valserra seppero e videro che il Conte Tebaldo li aveva ingannati e delusi, per subito dispetto ed ira grandissima ch’e’ concepirono contra il detto Conte di Sciampagna, mandarono prestamente alla reina di Cipri; e questa venne a loro senza tardanza, e sì tosto ch’ella fu venuta, tutti d’uno comune assentimento, dopo aver fatto loro posture e conventi, inviarono cercare, ciascuno da sua parte, tanto di genti d’arme come ne poterono avere, e partironsi la bisogna intra loro per entrare di verso Francia nel paese del detto Conte, e così in Bria come in Sciampagna. E così menarono loro intelligenza col Duca di Borgogna, che aveva in donna la figliuola del Conte Roberto di Dreues, che da sua parte egli entrerebbe nella Contea di Sciampagna. Ed alla giornata assegnata ch’essi si dovevano tutti trovar insieme davanti la città di Troye per prenderla, il buon Re Luigi lo seppe, il quale parimente mandò tutte sue genti d’armi per andare al soccorso del Conte Tebaldo di Sciampagna. E di fatto li Baroni ardevano e bruciavano da loro parte tutto il paese per ove essi passavano, ed altresì faceva il Duca di Borgogna dal canto suo che s’intendeva con loro. Or quando il buon Conte Tebaldo si vide così fortemente assalito d’una parte e d’altra, bruciò elli medesimo e distrusse alquante ville di suo paese, e per ispeciale Esparné, Vertù e Sezanna, affinchè li Baroni e il Duca di Borgogna non le trovassono assai fornite come l’altre ville e cittadi, e così gli tornassono a nocumento. Or quando li borghesi di Troye videro ch’essi avean perduto il soggiorno del loro buon maestro e signore Conte di Sciampagna, di subito mandarono a Simone signore di Gionville, padre di quel Sire di Gionville che al presente è, e di cui è questo dittato, perchè li venisse soccorrere. Nè il buon Signore mancò all’invito, che anzi fu egli sì prestamente dinanzi la cittade a tutte sue genti, e sì vi fece d’arme a meraviglia che li Baroni fallirono a prendere la buona cittade, e fu lor forza passar oltre e andar a tendere gli alloggiamenti alla scoverta insieme col Duca di Borgogna. Or quando il buon Re di Francia seppe ch’essi furono là, egli con sue genti mosse dritto verso loro per combatterli. Il che veggendo i Baroni, gli mandarono per preghiera e richiesta che suo piacer fosse di tirare indietro suo corpo, ch’essi allora andrebbono combattere contra il Conte di Sciampagna e il Duca di Lorena e tutte lor genti d’arme, con trecento Cavalieri meno di quelli che il Conte e ’l Duca non avrebbono. E il Re loro rispose, che nullamente essi si combatterebbono alle sue genti, s’egli pure non vi fusse di sua persona. Il che udendo i Baroni, incontanente presso che confusi gli mandarono che assai volontieri farebbono intendere la Reina di Cipri a far pace col Conte Tebaldo di Sciampagna. Ma il buon Re mandò loro che a nulla pace non intenderebbe nè soffrirebbe che vi intendesse il Conte di Sciampagna, sino a che essi si tenessero armati nella Contea di Sciampagna. Perchè, dopo la risposta udita, se ne partirono di là, e senz’arrestarsi presero loro alloggiamenti sotto July. Ed il Re s’andò alloggiare ad Ylles donde elli li avea cacciati. Quando li Baroni videro che il Re li perseguiva così da presso, isloggiarono essi da July, e s’arrestarono a Langres che era nella Contea di Nevers, la quale parteggiava con loro. E così il buon Re San Luigi, dopo avere isgombra la Sciampagna accordò la pace tra quel Conte e la Reina di Cipri oltre il grado e il consiglio de’ Baroni. E la pace fu fatta tra loro in tal maniera che per partaggio e diritto di successione, il Conte donò alla Reina in tutto duo mila lire di terre e rendite, oltre a quaranta mila lire che il Re pagò a una sol data pel Conte di Sciampagna, per gli dispendii della detta Reina. Per le quali quaranta mila lire il Conte vendette al Re li feudi e signorie seguenti, cioè il fio del Conte di Blois, quello della Contea di Chartres, e della Contea di Sanserre, e ’l fio del Viscontado di Castelduno. E sebbene in quell’ora alcuni dicessero che il Re teneva li detti feudi in solo gaggio, pur ciò non è verità, perch’io il dimandai al buon Re, istando con lui oltremare, ed e’ mi rispose, che ciò era stato per piano accatto.

Capitolo III. Ove per inframmessa si tocca del Conte Errico di Sciampagna, e di Artaldo di Nogente il ricco borghese.

La terra, che il Conte Tebaldo donò alla Reina di Cipri, tiene al presente il Conte di Brienne che ora ci vive, ed il Conte di Ioingny, per ciò che l’avola del Conte di Brienne fu figliuola della Reina di Cipri e donna del gran Conte Gualtieri di Brienne. Ed affinchè sappiate donde vennero li feudi che il Signore di Sciampagna vendette al Re, di cui qui innanzi v’ho fatto menzione, io vi fo assapere che ’l gran Conte Tebaldo, il quale giace a Legny, ebbe tre figliuoli, di cui il primo ebbe in nome Errico, il secondo Tebaldo, e Stefano il terzo. Or quello Errico, che era il primo nato fu dappoi Conte di Sciampagna e di Bria, e fu appellato il Largo Conte Errico, perchè largo ed abbandonato fu egli tanto inverso Dio che inverso il mondo. Inverso Dio fu egli largo ed abbandonato com’egli appare alla Chiesa di Santo Stefano di Troix ed all’altre Chiese ch’elli fondò, ed ai gran doni ch’e’ vi faceva ogni giorno, come assai enne di memoria in tutta Sciampagna. In verso il mondo fu elli largo come bene apparve al fatto d’Artaldo di Nogente, ed in molte altre occasioni che troppo lungo sarebbe il voler raccontare. Ma del fatto del detto Artaldo farò ben io qui menzione. — Quell’Artaldo era il borghese in chi di quel tempo il detto Conte Errico credeva il più; e fu il detto Artaldo sì ricco uomo che di sua moneta fe’ far di levata tutto il castello di Nogente. Ora si avvenne che ’l Conte Errico volle un giorno discendere del suo palazzo di Troix per andare udir messa a Santo Stefano il giorno d’una Pentecoste. Ed a piè delle gradora della Chiesa si trovò a ginocchi un povero Cavaliere, il quale ad alta voce gridò e disse: Sir Conte, io vi richiedo al nome di Dio ch’egli vi piaccia donarmi di che maritare le mie due figliuole che qui vedete, perch’io son diserto e sì non ho di che farlo per me. — E Artaldo di Nogente, ch’era di drieto il Conte, disse a quel Cavaliere: Sir Cavaliere, voi fate male di domandare a Monsignore che vi doni, poi ch’egli ha tanto donato che non ha più di che. E quando il Conte ebbe ciò udito, egli si tornò verso Artaldo e gli disse: Ser Villano, voi non dite mica vero dicendo ch’io non ho più che donare, perchè ho io anche voi medesimo, ed ecco ch’io vi dono a lui: tenete, Cavaliere, io lo vi dono, e bene ve lo saprò guarentire. Di ciò il povero Cavaliero non fu punto isbaìto, ma impugnò subito il ricco borghese per sua cappa bene strettamente, e gli disse ch’egli nol lascerebbe partire insino a che non gli avesse finito di suo riscatto. E così fu veramente, che, se volle uscirne, convennegli pagare sino a cinquecento lire di moneta, e renderne in questo modo servite le due figliuole del Cavaliere, il che lasciando, seguiterò dicendovi che il secondo fratello di quell’Errico il Largo fu Tibaldo, il quale fu Conte di Blois, ed il terzo fu Stefano, il quale fu Conte di Sanserre. E questi due fratelli tennero loro Contee e Signorie dal loro fratello primo nato Errico il Largo, e appresso lui dagli eredi suoi che tenevano il paese di Sciampagna sino a che il Conte Tebaldo, di che femmo menzione, le vendette a Re San Luigi, come detto è qui davanti.

Capitolo IV. Della gran Corte che ’l Re bandì a Salinaro, poi della fellonia del Conte della Marca, e come questi ne fu punito.

Ora ritorneremo a nostro proposito e materia, e diremo che, appresso queste cose, il Re tenne una gran corte e magione aperta a Salmur in Angiò, e ciò ch’io ne dirò sarà di tutta verità per ciò ch’io vi era. E ben vi certifico che ciò fu la più impareggiabile cosa ch’io vedessi anche, e la più adorna ed apprestata. Alla tavola del Re mangiavano il Conte di Poitieri, cui egli avea fatto novellamente Cavaliere il giorno di Santo Giovanni che non ha guari era passato, il Conte Giovanni di Dreux ch’egli avea fatto altresì Cavaliere novello, il Conte della Marca e il Conte Piero di Brettagna. E ad un’altra tavola davanti il Re all’indiritto del Conte di Dreux, mangiava il Re di Navarra che molto era parato ed adorno di drappi d’oro in cotta e mantello, la cintura, il fermaglio e la corona d’oro fino, davanti il quale io trinciava. Davanti il Re San Luigi servivano del mangiare il Conte d’Artois e suo fratello, ed il buon Conte di Soissone, il quale trinciava del coltello: e per la tavola del Re guardare erano Messere Umberto di Belgioco, che poi fu Connestabile di Francia, e Messer Onorato di Coucy, e Messer Arcimbaldo di Borbone. E ci avea dietro questi tre Baroni ben trenta de’ loro Cavalieri in cotte di drappo di seta per buona guardia, e dietro questi Cavalieri ci avea gran quantità di Uscieri d’arme e di sala, che erano al Conte di Poitieri e che portavano sue armi battute sopra zendado. Il re si era abbigliato orrevolmente il più ch’egli avea saputo farlo, sicchè saria cosa meravigliosa e lunga a raccontare; a tanto che udii dire a molti della compagnia che giammai essi non avean veduto tanto di sorcotti nè d’altri guarnimenti di drappo d’oro a una festa, com’egli ci avea a quella là.

Appresso quella Festa il Re condusse il Conte di Poitieri sino al detto loco di Poitieri per riprendere suoi feudi e signorie; ma uno inconveniente arrivò allora al Re dal Signore della Marca, che pure avea mangiato alla sua tavola a Salmur. Perchè assembrò egli segretamente gran genti d’arme tanto quanto potè incontra il Re, e le rattenne a Lesignano presso Poitieri. Il buon Re avrebbe ben voluto essere a Parigi; e gli fu forza di soggiornare a Poitieri quindici giorni senza ch’egli ne osasse sortire. E si diceva che il Re e ’l Conte di Poitieri aveano fatto malvagia pace col Conte della Marca. Perchè egli convenne che ’l Re, per accordarsi, andasse parlare al Conte della Marca ed alla Reina d’Inghilterra sua donna, la quale era madre dello Re d’Inghilterra.

E tantosto appresso che ’l Re se ne fu ritornato di Poitieri a Parigi, non tardò guari che il Re d’Inghilterra e il Conte della Marca si allearono insieme a guerreggiare contro il buon Re San Luigi colla più gran compagnia di guerra ch’essi poterono ammassare e soldare; e si recaro di Guascogna davanti il castello di Taglieborgo, che è assiso sopra una molto maschia riviera che ha in nome Carenta, sulla quale non avea là presso che uno piccolo ponte di pietra assai stretto per ove si potesse passare. E quando il Re lo seppe, mosse e s’addirizzò verso loro a Taglieborgo. E sì tosto come le nostre genti appercepiro quelle dell’oste nimica che aveano dal loro lato il detto castello di Taglieborgo, incontanente molto perigliosamente si presero a passare gli uni per di sovra il ponte, gli altri per battelli, e cominciaro a correr sovra gli Inghilesi, ed a donare ed a ricevere grandi colpi. Il che veggendo il buon Re, se ne va egli in gran periglio a mettersi per mezzo gli altri. E bene ci avea il periglio molto grande perchè, per un uomo che ’l Re aveva quando e’ fu passato, gl’Inghilesi ne aveano ben cento. Ma ciò non ostante quando essi Inghilesi videro il Re passato si cominciaro ad isbigottire così come Dio volle, e se n’entraro di dentro la città di Saintes. Ed egli avvenne che nella mislea ci ebbe alquanti di nostre genti per mezzo gl’Inghilesi che entraro con essi nella cittade e vi furono presi.

Donde poi ho udito dire ad alcuno di loro che in quella nottolata il Re d’Inghilterra e il Conte della Marca ebbero grande discordia l’uno all’altro nella detta cittade di Saintes, secondo che poterono intendere. E dicea lo Re d’Inghilterra che il Conte della Marca lo avea inviato chiedere dietro promessa ch’e’ troverebbe in Francia grande favore e soccorso; il che non essendo, e facendone dibattimento, si mosse il Re d’Inghilterra della città di Saintes, e se ne andò in Guascogna d’onde s’era partito; sicchè vedendo il conte della Marca ch’egli era solo dimorato, e conoscendo ch’e’ non poteva ammendare il mal fatto, si rese prigioniero del Re con sua donna e figliuoli. Donde poi avvenne che ’l Re n’ebbe gran quantità di terre dal Conte donandogli pace, ma io non so bene appunto chente e quali, per ciò ch’io non c’era presente, giacchè non avea allora vestito anche usbergo[44], e solo ho per udita che insieme alle terre il Conte quetò al Re ben diecimila lire di parigini di rendita che ciascun anno esso riceveva da lui.

Capitolo V. Perchè e come il buon Re si crociò, e come con esso presi io anche la Croce.

Appresso queste cose avvenne che ’l Re cadde in una molto grande malattia istando a Parigi, e funne talmente al basso, siccome poscia gli udii raccontare, che l’una delle Dame che lo guardava in sua malattia, credendo ch’e’ fusse trapassato, gli volle coprire il viso di uno lenzuolo, dicendo ch’egli era morto. E dell’altra parte del letto, in così come a Dio piacque, ci ebbe un’altra Dama, la quale non volle soffrire che gli fosse coverto il viso, e se gli desse sepoltura, ma sempre diceva che ancora gli bastava la vita. Sul che, durando il discordio di quelle Dame, di tratto il Signore operò in lui e gli donò la parola. E questa fu per dimandare che gli si apportasse la Croce, il che fu fatto. Or quando la buona Dama sua Madre seppe ch’egli avea ricovrato la parola, ella n’ebbe gioia sì grande che più non potea essere, ma quando, accorsa, il vide crociato, ne venne a meno così come s’ella l’avesse veduto morto[45].

E in quel tanto che ’l buon Re si crociò, si crociarono anche Roberto Conte d’Artois, Alfonso Conte di Poitieri, Carlo Conte d’Angiò che fu dappoi Re di Cicilia, i quali tutti tre erano fratelli del Re, ed Ugo Duca di Borgogna, Guglielmo Conte di Fiandra, suo fratello Guidone che poi non ha guari morì a Compiègne; il valente Conte Ugo di San Polo, Messer Gualtieri suo nipote, lo quale molto bene si portò oltre mare, ed avrebbe molto valuto, se avesse vissuto lungamente. Altresì fecero il Conte della Marca, di cui non ha guari parlammo, e Messere Ugo il Bruno e suo figliuolo il Conte di Salebruche, Messer Gualberto d’Aspromonte e’ suoi fratelli. Nella compagnia del quale io Giovanni di Gionville, per ciò che eravamo cugini, passai il mare in una piccola nave che noi allogammo. Noi eravamo in tutto venti Cavalieri, de’ quali di sua parte egli era il decimo, ed io il decimo di mia parte, e fu ciò appresso Pasqua l’anno di grazia 1248. Ma avanti la mia partenza io mandai a’ miei uomini e suggetti di Gionville che venissero tutto dinanzi a me la vigilia della detta Pasqua, che fu il giorno in che nacque Giovanni mio figliuolo Signore di Ancarville, che fu della prima mia donna, sorella del Conte di Gran Prato[46]. Io fui tutta la settimana a fare feste e banchetti con mio fratello Gioffredo Sire di Valcolore, e tutti li ricchi uomini del paese che là erano, ed appresso che avevamo bevuto e mangiato, dicevamo canzoni gli uni dopo gli altri, e dimenavamo gran gioia ciascuno di sua parte. Ma quando venne il Venerdì io dissi loro: Signori, sappiate ch’io me ne vo oltre mare, e sì non so s’io ritornerò giammai o no. Pertanto se ci ha nullo tra voi a chi per avventura abbia fatto alcun torto, e che si voglia lagnare di me, si tragga avanti, perch’io lo voglio ammendare qualmente ho in costume di fare a coloro che si dolgono di me o di mie genti, siccome a voi tutti è noto. Ed affinchè non avessi appoggio o vantaggio alcuno, durante il loro consiglio, mi tirai in disparte, e ne volli credere tutto ciò ch’essi me ne rapporterebbono senza nulla contraddizione[47]. E sì il faceva per ciò ch’io non voleva importare a torto un solo danaio: talchè per fornire il mio caso ingaggiai agli amici gran quantità di mia terra, tanto ch’egli non mi dimorò punto più di mille dugento lire in rendita di terre, perchè Madama mia Madre[48] viveva ancora, la quale teneva la più parte delle mie cose in suo dotamento. Così partii io decimo de’ Cavalieri miei, come vi ho detto dinanzi, con tre bandiere: e questo vi ho raccontato io, per ciò che se non fosse stato l’aiuto ed il soccorso di Dio, che giammai non mi obbliò, io non avrei saputo portare tal fascio quale fu il mio per lo tempo di sei anni in che fui per la Terra Santa in pellegrinaggio.

Quando fui presto di partire, e tutto in quella ch’io voleva movere, Giovanni Sire d’Aspromonte e il Conte di Salebruche inviarono verso me a sapere s’io voleva che noi andassimo insieme, da che essi erano tutto pronti coi Cavalieri loro. Ciò ch’io avendo consentito molto volontieri, femmo, come ho predetto, allogare una nave a Marsiglia, che ci portò e condusse tutti insieme arnesi e cavalli.

E ben sappiate che avanti il partire il Re mandò a Parigi tutti li Baroni di Francia, e loro fece fare fede ed omaggio e giurare che lealtà essi porterebbono a’ figliuoli suoi se alcuna mala cosa avvenisse di sua persona nel santo viaggio d’oltre mare. E similmente mandò egli a me; ma io che punto non era suggetto immediatamente a lui, ma rilevava dal Conte di Sciampagna, non volli fare alcun sagramento. E quando io volli partire e mettermi alla via, inviai cercare l’Abbate di Cheminone, che di quel tempo era tenuto il più produomo che fusse in tutto l’Ordine bianco[49] per riconcigliarmi a lui. Ed egli, poi che m’ebbe ascoltato, mi diè e cinse la mia scarsella, e mi mise il mio bordone alle mani. E tantosto io me ne partii di Gionville, senza che rientrassi unqua poi nel castello sino al ritorno del viaggio d’oltre mare; e me ne andai primamente a santi peregrinaggi che erano lì presso, cioè a Blecorte, a Sant’Urbano, ed in altri santi luoghi tutto a piè, scalzato e in pannucci. Ed in quella che, andando da Blecorte a Sant’Urbano, mi convenne ripassare d’appresso al castello di Gionville, io non osai anche tornar la faccia verso di quello per troppa paura d’averne siffatto cordoglio che il cuore mi s’intenerisse di ciò ch’io lasciava i miei due figliuoli e il mio bel castello dove era tutto de’ miei e di me. Ma subito tirai oltre col Conte di Salebruche e con nostre genti e Cavalieri, e andammo desinare a Fontana-l’Arcivescovo davanti a Dongiò. E là lo Abbate di Sant’Urbano, a chi Dio faccia perdono, donò a me ed a’ miei Cavalieri de’ bei gioielli.[50] E poi prendemmo congedo da lui, e ce n’andammo dritto ad Ausonne, e colà mettemmo noi e nostri arnesi in battello sulla Saonna sino a Lione, e nostri cavalli e destrieri ammenavansi a mano costeggiando la riviera. E quando fummo a Lione noi là entrammo nella riviera del Rodano per andare in Arles il Bianco. Ed ho ben sovvenenza che, di lungo la via sovra il Rodano, trovammo uno castello che l’uomo appellava Rocca vischiosa, lo qual castello il Re avea fatto abbattere, per ciò che il Sire di quello, che avea in nome Roggero, tenea malvagio rinòmo di rubare e spogliare tutti li mercadanti e pellegrini che passavano per colà.

Capitolo VI. Come prendemmo il mare a Marsiglia, e come si navicò sino a Cipri.

Noi entrammo nel mese d’Agosto di quell’anno nella nave alla Roccia di Marsiglia, e quella nave era detta Uscieri, sicchè ne fu aperto l’uscio per farvi entrare i nostri cavalli che dovevamo menare oltre mare. E quando tutti furono entrati, l’uscio fu rinchiuso e istoppato e impeciato, così come si vorrebbe fare ad una botte da vino, per ciò che quando la nave è in alto mare, tutto quell’uscio è nell’acqua. E tantosto il Maestro della nave si gridò a sue genti ch’erano al becco della nave[51]: Vostra bisogna ènne presta, e siam noi al punto? Ed essi rispuosero, che sì veramente. E quando li Preti e Cherci furo entrati, egli li fece tutti montare nel cassero della nave, e li pregò cantassero e lodassero il nome di Dio sì che ci volesse tutti condurre a bene. E tutti ad alta voce cominciare a cantare quel bell’inno Veni Creator Spiritus di motto in motto; ed in cantando così li marinai fecero vela da parte di Dio. E incontanente il vento s’imbottò nella vela, di che la nave abrivando ci fè perder di vista la terra sì che non vedemmo più che cielo e mare: e ciascun giorno ci allontanavamo più del luogo donde noi eravamo partiti, e più cresceva il periglio. E per ciò io voglio ben dire che colui è matto e folle, il quale sa avere qualcosa dello altrui od alcun peccato mortale nell’anima sua, e si butta in tale risicoso dannaggio, perchè, se l’uomo s’addorme a sera, egli punto non sa se al mattino egli si troverà anche sulla nave, o sotto tutte l’acque del mare.

Ora vi dirò la prima cosa meravigliosa che ci arrivò in mare. Ciò fu una gran montagna tutta rotonda che noi trovammo davanti Barberia intorno l’ora di Vespro, e quando noi l’avemmo passata, tirammo oltre tutta quella notte. Quando venne il mattino noi pensavamo aver fatto ben cinquanta leghe e più, ma che è che non è, noi ci trovammo ancora davanti quella gran montagna. Chi funne isbaìto ne fummo noi, e tantosto navigammo a gran forza siccome innanzi tutto quel giorno e la notte seguente; ma ciò fu tutt’uno, perchè noi ci trovammo ancor là. Allora ne fummo più di prima ismarriti, e temevamo esser tutti in forte periglio di morte, perchè e’ marinai dicevano che tantosto li Saracini di Barberìa ci verrebbono a correr sopra. In quella ci ebbe un prod’uomo di Chiesa assai buono che venia detto il Decano di Maurù, il quale ci disse: Signori, giammai in parrocchia alcuna io non vidi persecuzione per forza o per diffalta d’acqua, o per altro bisogno od inconveniente, che, quando lo si avesse fatto devotamente a Dio la processione per tre volte in dì di Sabbato, che il buon Dio e la Santa sua Madre non le deliverasse di male e non le rammenasse a ciò appunto che domandavano. Or sappiate che quel dì era Sabbato, perchè tantosto cominciammo a far processione allo ’ntorno degli alberi della Nave. E ben mi sovviene ch’io stesso mi fei menare sorreggendomi sotto le braccia per ciò ch’io era molto fievole per malattia. E incontanente cominciammo a perdere la vista di quella montagna, e fummo in Cipri il terzo Sabbato da che fu fatta nostra terza processione.

Capitolo VII. Di ciò che avvenne nel nostro soggiorno in Cipri.

Quando fummo arrivati in Cipri, il buon Re San Luigi era già là, e vi avea fatto fare provvisione di viveri a grande abbondanza. Perchè voi avreste detto che quei cellieri, quand’uomo li vedeva da lunge, fossero anzi grandi magioni, tanto s’ammontavano le une sulle altre le botti e le carrate di vino che le sue genti aveano acquistate da due anni innanzi, e che ora si levavano per mezzo i campi. E similmente era dei granai di frumento, orzo ed altre biade che erano altresì ammonticellati ne’ campi, i quali granai alla vista rendean sembianza di poggi tanto n’eran larghe ed alte le biche. E saper dovete che bene avreste creduto che fussero stati poggi, giacchè la pioggia, che avea battute le biade da lungo tempo, le avea fatte germinare tutto al di sopra, talmente che non ne parea che la verdezza dell’erba. Ed egli avvenne che quando si volle levare il biado di là per menarlo in Egitto ove andava tutta l’oste del Re, se ne abbattè al di sopra la crosta erbosa, e si trovò il biado al di sotto sì bello e fresco come se e’ non ha guari fusse stato trebbiato. Frattanto il buon Re avea tal desiderio di andare in Egitto senza soggiornare che s’e’ non fussono stati li Baroni, e gli altri suoi prossimani, che là gli fecero attendere l’accolta di sue genti che erano tuttavia attardate, egli sarebbesene partito solo od a ben poco di compagnia.

Mentre che ’l Re soggiornava in Cipri, il Gran Re di Tartarìa inviò verso lui un’Ambasciata, e li Ambasciadori gli dissero di molte buone parole, non ostante che per avventura non ne fusse l’intenzione altresì dibonare. Tra le quali parole mandavagli il Re di Tartarìa ch’egli era tutto presto ed al suo comando per atarlo a conquistare la Terra Santa e deliberare Gerusalemme delle mani de’ Saracini e de’ Pagani. Il Re ricevve benignamente tale Ambasciata, ed inviò parimente di sue genti in Ambascieria verso quel Re di Tartarìa e questi furono due anni avanti ch’e’ ritornassono. Ed inviò il Re al Tartarino una tenda fatta alla guisa d’una Cappella, la quale era molto ricca e ben fatta tutta di buono scarlatto fine. E ciò faceva per vedere s’egli potesse attrarre esso Re e sue genti alla nostra fede e credenza. Perchè e’ vi fece intagliare e ritrarre per imagine l’Annunciazione della Vergine Madre di Dio con tutti gli altri punti principali della Fede. E portarono la detta tenda duo Fratelli Minori che intendevano il linguaggio Saracinesco, che furono scelti dal Re perchè potessono confortarlo, ed insegnargli comente e’ doveva credere la buona fede di Dio. E ben sappiate che quando finalmente li due Fratelli Minori ritornarono di verso il Re, s’addirizzarono ad Acri credendo trovarvelo, ma poi ch’egli era già a Cesarea, se ne rivennero in Francia senz’altro. Ora il sapere siccome gli altri messaggeri, che ’l Re insieme coi detti Fratelli avea trammessi in Tartarìa, vi furono ricevuti, sarebbe meraviglia a raccontare, in così come l’ho udito narrare al Re, ed a quegli stessi dappoi molte volte secondo ch’io li inchiedeva; ma non ne dirò qui niente, per tema d’interrompere il principale della mia incominciata materia.

Voi dovete dunque sapere che del tempo che partii di Francia per venire oltre mare, io non teneva allora punto più di mille dugento lire di rendita, e sì mi caricai di nove Cavalieri, di cui io era il decimo, con tre bandiere, come v’ho detto qui innanzi. E quando fui arrivato in Cipri io non avea più che dugento quaranta lire tornesi che in oro che in argento, dopo che n’ebbi pagato il naulo dell’Uscieri. Talmente che alcuni de’ miei Cavalieri mi dissero ch’e’ mi abbandonerebbono se non mi provvedessi di moneta. Allora fui qualche poco ismarrito in mio coraggio, ma pur mantenni sempre fidanza in Dio. E n’ebbi pro, perchè quando il buon Re San Luigi seppe la mia distretta, si inviò cherendomi, e ritenutomi a lui, mi donò il buon Signore ottocento lire tornesi, di che ringraziai Dio, perch’io avea già più moneta ch’egli non me ne facesse bisogno.

Capitolo VIII. Dove si parla per inframmessa dei Soldani d’Oltremare.

E a questo luogo, poich’egli sarà occorrenza in seguito di parlare de’ Principi d’oltre mare, sì vi dirò io alcuna cosa di loro stato e possanza, e primieramente del Soldano d’Iconio. Questo Soldano era il più possente Re di Paganìa, e fece fare una cosa molto meravigliosa; perch’egli fe’ fondere una parte di suo oro, e ne fe’ empire de’ gran vaselli alla guisa di quegli orci di terra là ove si mette il vino oltre mare; e poi appresso egli fe’ ispezzare detti vaselli che bene avrebbon tenuto tre o quattro moggia di vino, e lasciò il tutto a scoverto in un suo castello, sicchè ciascuno che vi entrava poteva vedere e toccare le masse dell’oro sovrastare lo infrantume degli orci. E si diceva ch’egli avea ben sei o sette di cotali grandi vaselli d’oro. E di vero la sua molta ricchezza apparve bene in un padiglione che ’l Re d’Armenia inviò al Re di Francia che allora era in Cipri. Il padiglione era stimato valere cinquecento lire, e gli mandò dicendo il Re d’Armenia che l’uno de’ Sergenti del Soldano d’Iconio glielo aveva donato. E dovete sapere che questo Sergente era quello che avea in guardia e governo li padiglioni del Soldano, e che avea il carico di fargli rinettare ciascun dì le sue sale e magioni.

Ora quel Re d’Armenia, poichè era quasi in servaggio verso il Soldano d’Iconio, se n’andò al Gran Re di Tartaria, e gli contò comente senza posa quel Soldano d’Iconio gli faceva la guerra e lo teneva in grande servaggio, ed il venne pregando che nel volesse soccorrere ed atare. E qualora gli donasse balìa su grossa mano di sue genti d’arme, gli disse ch’egli era contento d’essere suo uomo assoggettato. Ciò che ’l Re di Tartaria volle fare assai volentieri, e gli cedè gran numero di genti d’arme. Allora se n’andò il Re d’Armenia a tutte sue genti combattere col Soldano d’Iconio e avevano assai possanza l’uno per l’altro. Ma gli Armeniani ed i Tartarini disfecero a fondo l’oste del Soldano, e talmente fece lo re d’Armenia, seguitando il corso della vittoria, ch’egli si tolse quind’innanzi di sua servitù e suggezione. E per la grande nomèa ch’era in Cipri di quella battaglia, ci ebbe molti di nostre genti che passarono in Armenia per andare in quella guerra a guadagnare e profittare, ma di coloro unqua più non se ne udiro novelle.

Anche del Soldano di Babilonia vi dirò io. Egli si pensava che ’l Re andasse guerreggiare il Soldano di Hamano, ch’era suo antico nimico; e così attese sino al tempo novello per volersi giungere con lui ad andare contra il detto Soldano di Hamano. Ma quando il Soldano di Babilonia vide che ’l Re non veniva verso lui, si partì egli e andò assediare l’altro Soldano davanti la città di Hamano medesima ove elli era. E questi come si vide così assediato, egli non seppe troppo bene di qual modo venirne a capo, perchè ben sapeva che se il Soldano di Babilonia vi durasse lungamente, certo il conquisterebbe e il confonderebbe. Ma egli fece tanto per doni e promesse ad uno de’ Valletti di Camera del detto Soldano di Babilonia, a chi egli parlò, che il fece avvelenare. E la maniera del farlo fu che questo Valletto di camera, il quale, secondo lor modo, era detto in tale officio il Sergente, conoscendo come soventi fiate, appresso che il Soldano avea giucato agli scacchi, egli s’andava a stendere sur una stuoia che era al piè del suo letto, tanto si procacciò destramente che la invelenì tutta di tossico. Ora avvenne che il Soldano tutto scalzato si mise su quella stuoia attossicata, e stornossi sovr’una scalfittura malignosa ch’egli avea ad una gamba, e incontanente il veleno gli entrò pel mal scalfitto nel corpo talmente ch’egli divenne tutto attrappito di quel lato del corpo a cui era la gamba offesa, e quando finalmente il veleno lo punse al cuore egli era ben istato duo dì senza bere, senza mangiare e senza dir motto. E per tal modo il Soldano di Hamano dimorò in pace, e bisognò che il malescio Soldano di Babilonia fusse ammenato per sue genti in Egitto.

Capitolo IX. Come ci ismovemmo di Cipri, e venimmo in vista di Damiata in Egitto.

Tantosto che fummo al buon mese[52] egli fu gridato e fatto comandamento, da parte il Re, che tutti i navigli fussero ricaricati di viveri per esser presti a partire quando esso Re indicherebbelo. E quando la cosa fue fatta e compiuta, il Re, la Reina e tutte sue genti, si ritiraro ciascuno nella sua nave. Ed il proprio Venerdì innanzi la Pentecoste di quell’anno, il Re fece gridare che tutti tirassono appresso lui la dimane, e che si ferisse dritto in Egitto. E la dimane appunto giorno di Sabbato tutte le navi si partirono e fecer vela, il che era piacevole e insieme mirabil cosa a vedere, perch’egli sembrava che tutto il mare, tanto che si poteva vedere, fusse coverto di tele per la gran quantitade di vele ch’erano donate al vento, e ci avea ben mille ottocento vascelli che grandi che piccoli.

Il Re arrivò il giorno di Pentecoste ad un promontorio che si appellava la Punta di Limessone cogli altri vascelli dintorno a lui, e discesero a terra ed udiro la Messa. Ma grande isconforto arrivò a quella volta, perchè di ben duemila ottocento Cavalieri ch’erano partiti per andare appresso il Re, non se ne trovaro con lui a terra che settecento, e tutto il dimorante uno vento orribile, che a modo di scïone o di remolino, venne di verso Egitto, li separò di loro via e della compagnia del Re, e li gittò in Acri ed in altri strani paesi, e non li rivide il Re da lungo tempo. Donde elli e sua compagnia furono tutta quella giornata molto dolenti e isbaìti perchè li credevano o tutti morti od in grande periglio.

La dimane dappoi la Pentecoste il mal vento era bastato e spirava a grado, perchè il Re e noi tutti che eravamo con lui femmo vela da parte di Dio per tirar sempre avanti. Ed egli avvenne che, in andando, noi rincontrammo il Principe della Morea e il Duca di Borgogna insieme, li quali aveano parimente soggiornato in un luogo della Morea. Ed arrivò il Re e sua Compagnia a Damiata il lunedì appresso la Pentecoste, là appunto ove ad attenderci era gran compagnia; perchè sulla riva del mare noi trovammo tutta la possanza del Soldano che era molto bella gente a riguardare.

Lo Almirante che comandavale portava armi di fino oro lucentissime così che quando il Sole le colpiva, il ridonavano agli occhi tanto da farlo parere un altro Sole, ed il tumulto che menavano con loro corni e nacchere era una cosa molto spaventevole ad udire e molto strania a’ Franzesi.

Ciò veggendo il Re appellò tutti suoi Baroni e Consiglieri per sapere ciò che si dovea fare, ed essi lo consigliarono che attendesse sue genti a rivenire, per ciò che di sua oste non gli era rimasa la terza parte per la fortuna del vento di che v’ho detto di sopra. Ma il Re non volle di ciò niente udire nè credere, anzi diceva che pur ciò facendo egli donerebbe coraggio a’ nemici suoi, ed avvertiva insieme come non v’avesse colà alcun porto di mare al quale discendere per attendervi sue genti a sigurtade, sicchè aggiugneva che bene una nuova rapina di vento ci poteva sorprendere, e sbandarci e gettarci lunge qua e là in istrani paesi, come egli era avvenuto de’ suoi Cavalieri l’ultima Pentecoste. Sicchè fu accordato, al suo avviso e piacere, che il venerdì innanzi la Trinità il Re scenderebbe, ed andrebbe combattere contro a’ Saracini se pure ardissono di fronteggiarlo. E comandò il Re a Monsignore Giovanni di Belmonte ch’e’ facesse dare a Monsignore Airardo di Brienne, con chi io era, una galea per discendervi noi e nostre genti d’arme, perciò che gli uscieri non potevano, per la sottigliezza del mare, attingere alla terra. Ed in così come Dio volle io mi lasciai della mia nave calare in una piccola galea che mi pensava aver perduta, ove stavano otto de’ miei cavalli. La qual galeotta m’avea donato Madama di Bairuth, la quale era cugina germana del Conte di Montebelial: ed al venerdì Monsignore Airardo di Brienne ed io tutti armati movemmo di verso il Re per domandargli la detta galea ch’egli ci aveva innanzi ottriata. Ma Messer Giovanni di Belmonte ci rispose, presente il Re, che noi non n’avremmo punto. Il che vi ho voluto dire perchè sappiate che il buon Re aveva altrettanto affare a trattenere in pace sue genti come egli n’avea a sopportare sue fortune e sue perdite.

Quando le nostre genti videro che noi non ammenavamo punto di galee, essi si lasciarono cadere nella galeotta a gran forza, di che i marinai veggendo ch’ella affonderebbe a poco a poco nel mare, si ritirarono nella nave, e ci abbandonarono coi Cavalieri nella piccola barca. Allora io m’isgridai e domandai al Maestro di quanto egli avea troppo di gente nella galeotta, ed egli mi disse ch’egli ce n’avea troppo di diciotto uomini d’arme. Perchè tantosto ne la scaricai d’altrettanti e li misi nella nave ove erano i miei cavalli. Ed in quella ch’io facea eseguire un tal tramenìo, un Cavaliero fu, che era a Monsignor Airarto di Brienne, nomato Pluchetto, il quale per seguirci, volle al tutto discendere della gran nave nella barca, ma la barca s’allontanava, ed il Cavaliero cadde armato in mare e annegò.

Capitolo X. Come si ferì alla terra contro lo sforzo de’ Saracini, e perchè questi fuggironsi e ci lasciaron Damiata.

Allora noi cominciammo a navigare per di dietro la barca della gran nave del Re e andammo alla terra. E tantosto che le genti del Re, le quali ferivano alla terra come noi, videro che noi andavamo più tosto ch’elli non facevano, ci gridarono di sostenere sì che arrivasse l’insegna di San Dionigi; ma io non ne li volli credere, anzi ci lasciammo correre davanti ad una grossa battaglia di Saracini e di Turchi, là ove egli ci avea bene sei mila uomini a cavallo. Li quali, sì tosto che ci videro ferire alla terra, toccarono degli sproni diritto a noi. E noi ficcammo il calcio delle nostre lancie a terra nella sabbia, e rivolgendo loro le punte e covrendoci degli scudi ne attendemmo l’impeto: ma come essi videro ciò, e che noi prendevamo terra tuttavia, tornarono di tratto le briglie e fuggirono.

Il buon produomo Messer Baldovino di Reims, tosto ch’e’ fu sceso a terra, mi mandò dicendo per l’uno de’ suoi Scudieri ch’io l’attendessi; ed io gli mandai pel suo messaggero medesimo che assai volentieri il farei, e che un sì valente uomo quale egli era valeva bene d’essere atteso: donde egli mi seppe grado tutta sua vita. E tantosto arrivò egli in nostra compagnia con gran numero di Cavalieri. E ben sappiate che per gl’inconvenienti ch’io vi ho messo in conto, quando fui a terra non avea meco allora di tutte le genti che avea menato di mie terre, nè pedone nè cavaliere: ma non perciò Dio m’ebbe sempre atato di sua grazia, donde io ne lo lodo e ringrazio.

Alla nostra mano sinistra arrivò il Conte di Giaffa, il quale era cugino germano del Conte di Monbelial e del lignaggio della Casa di Gionville. Questo Conte di Giaffa arrivò molto nobilmente a terra, perchè la sua galea era tutta pinta di dentro e di fuora agli scudi dell’armi sue, le quali armi son d’oro ad una croce di rosso appastato. Egli avea ben trecento marinai nella sua galea, de’ quali ciascuno portava una targa a sue armi, ed a ciascuna targa ci avea su un pennoncello de’ suoi colori, sicchè quando correva sul mare era bello a vedere e ad intendere, a cagione dello sbattìto che menavano i pennoncelli e così del bombo di nacchere taballi e corni saracineschi ch’egli aveva in sulla galea. E sì tosto che questa ebbe ferito nella sabbia il più avanti che vi potè essere impinta, egli e suoi cavalieri e genti di guerra ne uscirono molto bene armati ed in punto, e vennero ad arringarsi di costa a noi. E prestamente fece il Conte di Giaffa tendere suoi padiglioni; perchè i Saracini, quando li videro tesi, si assembraro in gran numero e rivennero correndo contro di noi a gran battuta di sproni: ma come e’ conobbero che noi punto non ce ne ispaventavamo, e che anzi li attendevamo di piè fermo e in silenzio, ed essi da capo ci tornarono il dosso e se ne fuggirono a dreto.

Alla man destra arrivò allora la galea della riverita insegna di San Dionigi, a bene una portata di ballestra da noi. Ed egli avvenne che, siccome ella toccò terra, un Saracino si mosse a furia contro le genti di quella galea, il facesse egli o per non potere suo bizzarro cavallo arrestare, o perchè pensava aver soccorso da’ suoi: ma certo è bene che il poveretto ne fu tantosto morto e ispezzato. Quando il buon Re San Luigi seppe che la insegna di San Dionigi già era sulla terra, egli sortì del suo vascello che era già presso della riva, e non si diè tanto d’agio che il vascello ove egli era mordesse piaggia, anzi, oltre il grado del Legato che era con lui[53], se ne gittò fuora nel mare; e fu nell’acqua sino alle spalle, e montò all’incalzo suo scudo al collo, suo elmo in testa e sua lancia in pugno. E quando ebbe aggiunte sue genti, scorse dal suo lato una battaglia d’armati, e domandò chi fussero, e poi che gli dissero ch’erano Turchi e Saracini, ed egli pensò d’incorrer lor sopra tutto solo, ma le sue genti il fecero dimorare sino a che tutti i suoi cavalieri fossero ai luoghi loro ed apprestati alla mislèa.

Tantosto inviarono li Saracini verso il Soldano di Babilonia un loro messaggero, per fargli assapere che il Re era arrivato. Per tre volte ripeterono il messaggio, ma anche risposta non ne ebbero perchè il Soldano era fieramente malato. Il che vedendo li Saracini, e pensando che il loro Soldano fusse morto, abbandonaro la città di Damiata. Quando il Re ne udì la novella egli inviò un suo Cavaliero per saperne il vero sino a Damiata. E ben presto ritornò il Cavaliero di verso il Re e gli rapportò ch’egli era il vero ch’e’ fusse morto, e che se n’erano fuggiti li Saracini, e ch’egli era stato sin dentro loro magioni. Allora il Re fece appellare il Legato, e tutti i Prelati dell’oste e fece cantare Te Deum laudamus tutto al lungo, e poi montò a cavallo insieme con noi, e ce n’andammo ad alloggiare davanti Damiata. I Turchi male avvertiti partirono troppo subitani, sicchè non ci tagliaro i ponti delle navi ch’essi avean fatto, donde gran dispiacere ci avrebbon recato; ma bene per altra via essi ci fecero molto gran male e dannaggio, di ciò ch’essi buttaro il fuoco per tutti i lati della Fonda, là ove tutte loro mercatanzie erano e il loro avere di pregio, ch’essi fecero cautelosamente abbruciare, di paura che noi ce ne fussimo in modo alcuno avanzati[54]. E fu una cosa stessa come chi buttasse domani il fuoco nella ruga del Piccol Ponte a Parigi, di che Dio ci guardi.

Capitolo XI. Dell’obblio in che fu lasciata la grazia fattaci da Dio nel donarci Damiata.

Ora diciamo in noi medesimi qual grazia ci fece Dio nostro Creatore quand’egli ci difese di morte e di periglio allo arrivare che femmo, allorchè noi tuttavia a piè, corremmo a gioia sovra i nostri nimici che bene erano a cavallo? E qual altra più grande grazia ci fece il buon Signor Nostro, quand’elli ci liverò[55] Damiata senza danno de’ nostri corpi, la quale giammai non avremmo potuto avere, se non l’avessimo ottenuta per affamare? Certo la grazia è molto grande, e bene il possiamo dire e vedere tutto chiaramente.

Il Re Giovanni ben l’avea altra fiata presa per fame al tempo de’ nostri predecessori; ma nel fatto nostro io dubito che il buon Signore Iddio possa altrettanto dire di noi come egli disse de’ figliuoli d’Israello, quando li ebbe condotti e menati nella Terra di promissione, perchè elli rimproverò loro, dicendo: et pro nihilo habuerunt terram desiderabilem, con ciò che segue. Ed e’ lo diceva perciò ch’essi l’aveano obbliato, ed egli loro avea tanto fatto di bene, poichè li aveva salvati e messi fuora della cattività di Faraone, e donati della Terra promessa: ed altresì potrà egli aver detto di noi, che tosto l’obbliammo come sarà detto qui appresso.

E comincerò nella persona stessa del Re, il quale fece convocare e appellare tutti suoi Baroni, e Prelati ch’erano venuti con lui, e loro domandò consiglio sul che dovea fare dei beni ch’avea trovati nella città di Damiata, e com’essi si doveano dispartire. Un Patriarca, che là era, parlò il primiero e gli disse[56]: Sire, e’ mi sembra ch’egli è buono che voi riteniate tutto il frumento, orzo, riso ed altri viveri, affinchè la cittade non ne dimori isguernita, e che voi facciate gridar nell’oste che tutti gli altri mobili sieno apportati nella magione del Legato sotto pena di scomunicazione. Al quale consiglio si accordaro tutti li Baroni e gli altri: pel che fu fatto così. E ne furo trovati valere li beni mobili apportati presso il Legato intorno a sei mila lire. E quando tutto fu assembrato nella magione del detto Legato, il Re ed i Baroni inviarono chiedere il buon produomo Messer Giovanni di Valerì. E quand’elli fu venuto, il Re gli disse ciò ch’egli avea fatto, e come gli era stato trovato pel suo Consilio che il Legato darebbegli le sei mila lire che valevano i mobili apportati al medesimo, affinchè egli le dispartisse là ove stimasse doversi ciò far per ragione, e fussero il meglio impiegate. Sire, disse allora il prod’uomo, io vi ringrazio molto umilmente dell’onore che mi fate: ma ciò non vi spiaccia, chè l’offerta non prenderò io punto. Già se a Dio piace, non disfarò io li buoni costumi antichi, e tali che li han tenuti i nostri predecessori in Terra Santa. Perchè quando essi avean preso sugli inimici alcuna cittade o guadagnato alcun grosso bottino, di tali beni che si trovavano in tale città il Re non ne dovea avere che il terzo, e le due parti ne doveano avere i pellegrini. E questa costuma tenne molto bene lo Re Giovanni quando altra fiata elli prese Damiata[57]. Ed in così ch’io ho udito dire a’ miei antenati, il Re di Gerusalemme che fu davanti lo Re Giovanni tenne questa costuma altresì senza fallirvi d’un punto. Ora avvisate; e se voi mi volete assegnare le due parti del frumento, orzo, riso, e delle altre cose che avete ritenute, ed io assai volentieri le dispenserò ai pellegrini per lo onore di Dio, e per mantenenza dell’antica costuma. Il Re non ebbe per aggradevole questo consiglio, e dimorò la cosa così, donde molte genti si tennero assai mal contente del Re, di che egli avea rotte le buone antiche costumanze.

Le genti del Re, quando furono a loro agio e bene alloggiate; esse, che avrebbon dovuto intertenere dibonarmente li mercatanti e’ seguenti l’oste con loro derrate e mercatanzie, allogarono invece e appaltaro ai medesimi le stazzone e li fondachi per vendervi le mercatanzie loro così care come fare il poteano. Donde avvenne che la nomèa di ciò si sparse nelle istranie terre, e giunse a coloro che volean di lontani paesi menar viveri all’oste, i quali perciò dimoraronsi del venire, il che apportò un molto gran male e dannaggio.

Li Baroni, Cavalieri ed altri ch’avrebbon dovuto guardare diligentemente il lor bene, e farne sparagno per soccorrersene in luogo ed in tempo, si presero a far grandi banchetti gli uni agli altri in abbondanza di deliziose vivande. Ed il comune popolo scapestrandosi si prese a forzare e violare donne e donzelle, donde uscinne gran male. Perchè egli bisognò che ’l Re ne donasse congedo a tutto spiano di sue genti ed officiali, poichè, siccome esso buon Re mi disse, egli trovò sino a uno gitto di pietra, presso e allo intorno del suo paviglione, molti bordelli[58] che le sue genti teneanvi, ed altri mali assai più che in oste egli avesse mai visto.

Capitolo XII. Di ciò che avvenne sino a che stemmo a campo presso Damiata.

Ma or riveniamo al principale di nostra materia e diciamo così. Quando noi fummo così stati in questa città di Damiata, il Soldano, con esso uno grosso esercito, assalì nostr’oste di verso terra. E incontanente lo Re e sue genti d’arme s’armaro e misono in punto. Ed a fine di difendere che li Turchi non si mettessero negli alloggiamenti che avevamo al campo, io andai verso il Re tutto armato, lo quale io trovai parimente armato, e così tutti suoi Cavalieri che sedevano appancati d’intorno a lui. E gli richiesi umilmente ch’e’ mi donasse congedo d’andare colle mie genti sino fuora dell’oste a fedire sui Saracini. Ma tantosto che Messer Giovanni di Belmonte ebbe udito la mia richiesta, egli isgridò molto forte, e mi comandò da parte lo Re, ch’io non fossi sì ardito d’uscire del mio alloggiamento sino a che esso Re mel comandasse. E qui dovete sapere che col Re ci avea otto buoni Cavalieri e valenti, i quali aveano avuto e guadagnato molte fiate lo pregio dell’armi tanto di qua il mare che oltre mare, e solevali l’uomo appellare li buoni Cavalieri. Dentro li quali eravi Messer Gioffredo di Sargines, Messer Matteo di Marly, Messer Filippo di Nantolio, e Messere Imberto di Belgioco Connestabile di Francia, li quali non c’eran mica a quel giorno, ma erano al campo fuora dell’oste, e così il Maestro de’ Balestrieri con gran quantitade di genti d’arme per guardare così che li Turchi non s’approcciassero di nostr’oste. — Ed egli avvenne che Messer Gualtieri d’Autreche si fece armare di tutto punto e donare suo scudo e sua lancia e montò a cavallo, e tantosto fece sostenere le cortine del suo paviglione, ed uscitone, ferì degli sproni correndo contra li Turchi. Ed in così ch’elli partì del paviglione tutto soletto, all’infuori d’un suo uomo nomato Castillione, ecco il suo cavallo di battaglia provare il vento colle nari, e sbuffare e barberare, e gittarlo a terra tutto disteso, e fuggire a furia coverto di sue armi verso i nimici. E ben sappiate come, sendo la più parte de’ Saracini montati sovra giumente, per ciò fu che il cavallo guaragno fiutolle, e volle correre a quelle in caldo ed in bizzarria. Ed udii dire a coloro che ciò avean visto che quattro Turchi vennero al Signore d’Autreche che giaceva a terra stordito, ed in passando e ripassando davanti a lui gli diedero sopra dei gran colpi di mazza, di che talmente ne fu in periglio che là ne sarebbe stato morto, se il Connestabile di Francia non lo fusse andato soccorrere con alquanti delle genti del Re che avea alla sua guida. Fu egli rimenato a braccia nel suo paviglione donde era partito pur dianzi, e talmente era naverato e pesto de’ gran colpi di mazza che avea sofferto, ch’elli non potea più parlare. Tantosto furongli addirizzati alquanti Medici e Cirugiani[59], i quali, poi che non parve loro in fin di vita, gli trasser sangue del braccio, donde male ne prese; perchè, quando venne la sera, taluno mi pregò che noi l’andassimo vedere per ciò ch’egli era uomo di gran rinòmo e valenza. Ciò ch’io feci assai volentieri e andammo verso di lui. Ed entrando nel suo paviglione, l’uno de’ suoi scudieri ci venne dire allo incontra che noi sostenessimo il piede di paura di risvegliarlo. Ciò che noi femmo, ed appressandoci bellamente il trovammo giacente sul suo covertoio di vaio minuto di cui era tutto inviluppato, perchè allora noi tirammo tutto a cheto verso dove tenea la faccia, ed affiatatolo, il trovammo morto. Di che noi e molti fummo tutto dolenti di aver perduto un così produomo. E quando fu detto al Re, egli rispose, che non ne vorrebbe mica avere alquanti che altresì fussero caparbii e disobbedienti a’ suoi comandamenti come era stato quel Signore d’Autreche, il quale per suo difetto medesimo s’era fatto uccidere.

Ora sappiate che il Soldano donava di ciascuna testa di Cristiano, a chi gliela portava, un bisante d’oro; donde codesti traditori Saracini entravano la notte a furto nell’oste nostra, e là dove trovavano genti che dormiano spartate tagliavan loro la testa: sicchè avvenne ch’e’ sorpresone ed uccisero la guaita o scolta del Signore di Corcenay, e ne asportaro la testa e lasciarono il corpo giacente sovra una tavola. E dovete anche sapere ch’essi conoscevano a punto l’andazzo dell’oste nostra, perchè le varie battaglie di nostre genti per compagnie agguatavano, ciascuna la sera sua, tutto intorno l’oste a cavallo l’una appresso l’altra; ed i Saracini che conoscevano questo andazzo, entravano nell’oste appresso che il guaraguato a cavallo era passato, e facevano segretamente molti mali e molti micìdi. E quando il Re fu di ciò avvertito, egli ordinò che da quell’ora innanzi, coloro che solevano fare il guato a cavallo, sì il farebbono a piede: di che la nostr’oste ne venne poi molto serrata e tenuta sì unita che ciascuno vi s’intrattoccava senza che vi vaneggiasse uno spiazzo solo.

E fummo così lungamente a Damiata perchè il Re non trovava punto in suo Consiglio ch’egli dovesse tirar oltre, sino a che fusse venuto suo fratello il Conte di Poitieri, che il vento avea ammenato in Acri come vi ho detto qui davanti, perciò ch’elli aveva con lui tutto il retrobando di Francia. E di paura che li Turchi non si ferissero e traforassero per mezzo l’oste coi cavalli loro, il Re fece chiudere il parco dell’oste di grandi fossati, e sui terragli ci aveano ballestrieri a forza ed altre genti che agguatavano la notte com’io vi ho detto.

La festa di San Remigio fu passata avanti che alcune novelle venissero del Conte di Poitieri e di sue genti; donde il Re e tutti quelli dell’oste ne furono in gran misagio e sconforto, perciò che dubitavansi, nol vedendo venire altrimenti, ch’ellino fusser morti od in grave pericolo. Allora mi sovvenne del buon Decano di Maurù, e raccontai al Legato come per tre processioni ch’egli ci avea fatto fare sulla nave, noi fummo liberati del grande periglio in che eravamo. Il Legato accolse il consiglio, e fe’ gridare tre processioni nell’oste che si farebbono per tre Sabbati. La prima processione cominciò dalla magione d’esso Legato e andarono al Tempio di Nostra Donna in Damiata, ed era il Tempio nella Meschita de’ Turchi e Saracini, e l’avea quel Legato fatta dedicare di novello nell’onore della Madre di Dio la gloriosa Vergine Santa Maria. E così per due Sabbati fue fatto, ed in ciascuno il Legato facea sermoni, ed appresso il sermone udito, dava esso al Re ed agli altri gran Signori di larghi perdoni. Di dentro il terzo Sabbato arrivò il buon Conte di Poitieri colle sue genti, e bene gli fu mestieri di non esser venuto entro il tempo dei primi due Sabbati, perchè io vi prometto che davante quel tempo, egli vi regnò senza cessare sì gran tormenta nel mare davanti Damiata, ch’egli vi ebbe più di dugento quaranta vascelli, che grandi che piccoli, tutti ispezzati e perduti, e le genti che li guardavano sommerse: perchè se il Conte di Poitieri fusse allora venuto, egli sarebbe stato in pronto risico di morirvi di mala morte, e così al fermo sarebbe stato, se il buon Dio non gli avesse fatto sua aita.

Capitolo XIII. Come movemmo da Damiata per a Babilonia, secondo l’avviso malurioso del Conte d’Artese.

Or quando esso Conte di Poitieri fratello del Re fu arrivato, grande gioia s’ismosse in tutto lo esercito, ed il Re mandò cherendo suoi Baroni più prossimani, e l’altre genti di suo Consiglio, e loro domandò qual via egli doveva prendere o ad Alessandria o a Babilonia. Il Conte Piero di Brettagna col più degli altri Baroni furono d’opinione che ’l Re movesse ad Alessandria, perciò che davanti la cittade avea porto buono ad arrivarvi navi e battelli per vittovagliar l’oste. Ma a questa opinione fu contrario il Conte d’Artese, e disse che già non andrebbe egli ad Alessandria innanzi che non si fusse stati in Babilonia, la quale era capo di tutto il Reame d’Egitto[60]. E diceva per sue ragioni, che chi volea uccidere il serpente gli dovea schiacciar il capo tutto primiero. Ed a questo consiglio si tenne il Re e lasciò l’altra opinione.

All’entrata dell’Avvento[61] si partì dunque il Re e tutta sua oste per andare a Babilonia, siccome il Conte d’Artese avea consigliato. E nella via assai presso di Damiata trovammo uno fiume che usciva della grande riviera, e fu avvisato che ’l Re soggiornerebbe là uno giorno tanto che s’istopperebbe lo detto fiume a fine che si potesse trapassare. E fue la cosa fatta assai agiatamente, perchè si rinturò il detto fiume a raso a raso della grande riviera, per tal maniera che l’acqua non alzando punto da nissun lato si potè passar oltre a grand’agio. Or che fece il Soldano? Egli inviò inverso il Re, pensando farlo a cautela, cinquecento dei suoi Cavalieri, de’ meglio montati ch’e’ sapesse scerre, dicendo al Re ch’essi eran venuti per soccorrer lui e tutta sua oste, ma ciò era solamente per dilazionare la nostra venuta. Il giorno di San Nicolao il Re comandò che tutti montassero a cavallo, e difese sotto pena di ribellione che nullo di sue genti fusse tanto ardito che toccasse in male a l’uno di que’ Saracini che il Soldano gli avea inviato incontra. Ora avvenne che, quando essi Saracini videro che l’oste del Re fu ismossa a partire, e seppero ch’esso Re avea fatto difendere che nullo non li osasse toccare, imbaldanziro, e se ne vennero di gran coraggio tutti in frotta ai Tempieri, i quali avevano la prima battaglia. E l’uno di questi Turchi donò della propria mazza un sì gran colpo a l’uno de’ Cavalieri della prima battaglia che lo abbattè innanzi il cavallo del fratello di Rinaldo di Bichers che era allora Maliscalco dei Frieri del Tempio. Il che veggendo esso Maliscalco non si rattenne, ma gridò a’ suoi prò Cavalieri: Ora avanti, compagnoni, addosso dalla parte di Dio, chè ciò non si potrebbe soffrire. Ed ecco e’ fiere il suo cavallo degli sproni e si libera correndo sui Saracini, e con esso tutta la valente Compagnia dei Tempieri sale romendo come groppo di vento alla guerra. E ben sappiate che li cavalli de’ Turchi erano ismunti e travagliati, e li nostri tutti riposati e freschi, donde male loro ne arrivò: perchè io ho di poi assai udito dire che de’ Turchi non ne iscapò punto uno tutto solo, che non ne fusse o tagliato o costretto di gittarsi in mare e sommergersi.

Capitolo XIV. Qui tocca il conto dello fiume meraviglioso d’Egitto che l’uomo dice Nilo.

Qui si convien parlare del fiume meraviglioso che passa per lo paese dell’Egitto, e che viene, secondo ch’uom dice, dal Paradiso terrestre. Perchè queste cose uopo è sapere chi vuol intendere mia materia. Codesto fiume è istrano e diverso da tutte l’altre riviere: perchè quanto più in una grossa riviera ne cadono di minori, ed acque vi convengono da ogni lato, tanto più la medesima si sparpaglia e prende terreno, e vi si dirama entro in ruscelli; ma codesto fiume viene tutto solitario ed unito, e quand’egli è in Egitto, da sè medesmo gitta sue branche qua e là per mezzo il paese, e quando il tempo viene intorno alla San Remigio, egli da sè si espande per le branche sue in sette riviere, le quali cuoprono le terre piane; e poi quando l’acque si son ritirate, i lavoratori del paese vengono a lavorarvi la terra intrisa con aratri senza ruote, e vi sementano frumento, orzo, riso, comino; e tutto vi prova sì bene che nulla v’ha di che ammendare. L’uomo non sa donde venga quella crescita d’acque fuor che della santa grazia di Dio: e se ella non fusse, egli non verrebbe nullo bene nel paese d’Egitto per li grandi calori che vi regnano, sendo più presso al Sol levante, e non piovendovi come punto, o solo di lungi a lunge. Ancora sappiate che quel fiume è tutto torbato per lo scalpiccìo ed il viavai delle genti del paese che vi accorrono verso la sera per trarne acqua a bere, ma pur solo che in essa acqua e’ vi schiaccino quattro mandorle o quattro fave, ed ecco la dimane l’acqua si è tanto buona a bere che è meraviglia. Inoltre quando quel fiume entra in Egitto, egli vi ha genti tutte sperte ed accostumate, (come a dir sarebbono li pescatori delle nostre riviere) le quali a sera gittano loro reti incontro le correnti d’essa riviera, ed al mattino sovente vi trovano e prendono le spezierie che si vendono in queste parti di qua assai caramente, ed a picciol peso; siccome cannella, gengiovo, rabarbaro, gherofani, legno d’aloè ed altre buone e rare cose: e dicesi nel paese che cotali cose vengono del Paradiso terrestre, e che il vento le abbatte di buoni alberi che colà sono, in così appunto come il vento abbatte il seccume nelle foreste de’ paesi nostri: perchè poi ciò che cade nel fiume, e l’acqua ammena alla china, e’ mercatanti raccolgono come vi dissi a gran reti per rivenderlo poscia ad oncia ad oncia nelle parti nostre.

E si diceva nel paese di Babilonia che molte volte il Soldano aveva tentato di sapere donde il fiume veniva, per genti sperte che ne seguissero il corso a ritroso, e portassono con loro per vivere del pane, che vien detto biscotto, perciò ch’essi non ne avrebbono punto trovato. E queste genti una fiata gli rapportarono ch’essi avevano seguito quel fiume contramonte tanto che erano giunti sino ad una serra di roccia tagliata a picco, sulla quale serra e roccia non era possibile montare sì per l’ertezza scogliosa, e sì per l’acque del fiume che, quasi da cateratta aperta, se ne versavano a piombo. E loro era stato avviso che in sull’alto della montagna fossero alberi a fusone, ed aggiugnevano che colassù avean visto gran quantità di bestie selvatiche, e di molte strane fazioni, come lioni, serpenti, elefanti ed altre paurose e diverse, che stavano a riguardarli, se pure ardissono di montare; perchè le genti del Soldano, impauratesi, se ne erano ritornate, senza osare di passar oltre.