Capitolo XXVII. Come per lo gran disagio della pistolenza il Re pose di torsi dalla via di Babilonia, e di alcune mie particolari incidenze.

Quando il Re e suoi Baroni si videro addotti a tale stremo, e che nullo rimedio non ci avea, tutti s’accordaro che il Re facesse passare sua oste di verso la terra di Babilonia nell’oste del Duca di Borgogna, il quale era da l’altra parte del fiume che andava a Damiata. E per ritrarre le genti sue agiatamente il Re fece fare un barbacane davanti il ponticello di che vi ho davanti parlato, ed era fatto di maniera che vi si potea assai entrar dentro per due lati tutto a cavallo. Quando quel barbacane fue fatto e apprestato tutte le genti dell’oste s’armaro, e là ci ebbe un grande assalto de’ Turchi, i quali videro bene che noi ne andavamo oltre nell’oste del Duca di Borgogna che era dall’altra parte. E come s’entrava in quel barbacane, i Turchi gettaronsi sulla nostra coda, e tanto fecero e tanto si penaro ch’essi presero Messere Erardo di Vallery, il quale tantosto fu riscosso per Messer Gianni suo fratello. Tuttavia il Re non si mosse nè le sue genti sino a che tutto lo arnese, l’armadura e ’l saettamento non fussono portati oltre. Ed allora passammo tutti appresso ’l Re, fuorchè Messer Gualtieri di Castillione che faceva la retroguarda nel barbacane. Quando tutta l’oste fu passata oltre, quelli della retroguarda furono a gran misagio pe’ Turchi ch’erano a cavallo, perchè essi traevano loro di fronte molto saettume non guardandoli a bastante l’altezza del barbacane; e li Turchi a piè gittavano loro grosse pietre e zolloni e ghiove indurate alle facce, sì che non se ne potevan difendere nè durare al parapetto: e ne sarebbon stati tutti perduti e distrutti, se non fusse stato il Conte d’Angiò fratello del Re, che andolli aspramente riscuotere, e li ammenò a salvamento.

E qui, per dare alcuna inframessa, vi vorrò raccontare cosa ch’io vidi il giorno davanti Quaresima-entrante. A punto in quel giorno morì un travalente, pro ed ardito Cavaliere che avea nome Messer Ugo di Landricorto, il quale era meco a bandiera e fu interrato nella mia Cappella. Ed in così ch’io vi udiva la Messa, sei de’ miei Cavalieri erano là appoggiati sovra de’ sacchi d’orzo, e parlavano alto l’uno all’altro, e facean noia al Prete che cantava la Messa. Ed io mi levai stante e loro andai dire ch’e’ si tacessono, e ch’egli era cosa villana a gentiluomini di parlar così alto intanto che la messa si cantava. Ed essi cominciarono a ridere, e mi dissero ch’e’ parlavano insieme di rimaritare la donna di quel Messer Ugo ch’era steso là nella bara. E di ciò anche li ripresi io duramente, e loro dissi che tali parole non erano buone nè belle, e ch’essi avevano troppo tosto obbliato il lor compagnone. Ora avenne egli che la dimane, in che fu la grande battaglia di che vi ho parlato, essi vi morirono tutti di mala morte, e ne furo anco tutti gittati a fiume. Sicchè alla sua volta ben altri avrebbono potuto ridere di lor follia, anco veggendo come alla fine sia convenuto alle donne loro rimaritarsi a tutte sei. Perchè egli è da credere che Dio, non lasciando alcuna malefatta impunita, ne volesse prendere vendicanza.

Quanto poi egli sia di me, io non avea punto peggio o meglio degli altri: perchè io era naverato ed affranto grievemente della detta giornata di Quaresima-entrante. E inoltre ciò aveva io il male delle gambe e della bocca, donde ho parlato davanti, e la scesa di rema nella testa, la quale mi filava a meraviglia per la bocca e per le narici. E con ciò io aveva la febbre doppia, che l’uomo dice quartana, di che Dio ci guardi. E di tutte queste malattie dimorava io obbligato al letto fino intorno a mezza Quaresima e più a lungo. E se io era bene malato, parimente lo era il mio povero Prete; sicchè un giorno avvenne, in così ch’elli cantava messa davanti a me giacente in letto malescio, che quando egli fu all’indritto del suo sagramento, io lo scorsi così tramalato, che visibilmente lo vedea ispasimare. Perchè, a far sì che non si lasciasse cadere in terra, mi gittai fuora del letto tutto inmalìto com’io era, e, presa mia cotta, andai abbracciarlo per didietro, e gli dissi ch’e’ facesse tutto a suo agio ed in pace, e ch’e’ prendesse coraggio e fidanza in colui che dovea tener tra sue mani. E adunque se ne rivenne un poco, e nol lasciai fino a che non ebbe accapato il suo sagramento, ciò ch’egli fece. E così accapò egli di celebrare sua messa a quella fiata, ma unque poi non cantolla, e morì così santamente che Dio ne ha l’anima al fermo.

Capitolo XXVIII. Qui conta del vano parlamento per pace fare tra ’l Re e ’l Soldano, e della nostra ritratta verso Damiata.

Ora per rientrare in nostra materia vi dirò io ch’egli fu ben vero ch’entro i Consigli del Re e del Soldano fu fatto alcun parlamento di accordo e di pace fare tra loro, e a ciò fu messo ed assegnato giorno. Ed era il trattato di loro accordo tale che ’l Re dovea rendere al Soldano la città di Damiata, ed il Soldano dovea rendere al Re tutto ’l Reame di Gerusalemme, e simigliantemente gli dovea guardare tutti i malati ch’erano dentro Damiata, e rendergli le carni salate che vi erano, con ciò sia che li Turchi e Saracini non ne mangiassero punto, ed altresì rendrebbono tutti gl’ingegni da guerra del Re, ed esso Re potrebbe inviar cherère tutte le cose sue nel detto luogo di Damiata. Ma di tal parlamento qual fatto uscì? Il Soldano fece inchiedere al Re qual sicuranza darebbe egli del rendergli la Città di Damiata? E a tale inchiesta seguì l’offerta ch’elli distenessero prigioniero l’uno de’ fratelli del Re, o il Conte d’Angiò o ’l Conte di Poitieri. E di tale offerenda i Turchi non ne vollero, anzi dimandaro in ostaggio la persona stessa del Re. Ma a ciò rispose il buon Cavaliere Messer Gioffredo di Sergines, che giammai non avrebbero li Turchi la persona del Re, e ch’elli amava molto meglio ch’e’ Turchi li avessero tutti appezzati, di quello ch’e’ fusse lor rimprocciato di avere concesso in gaggio il Re Signor loro. E così dimorò il parlamento, e non levò frutto. Tantosto la malattia, donde vi ho davanti parlato, cominciò a rinforzare nell’oste talmente ch’e’ bisognava che i barbieri strappassero e tagliassero ai colpiti di quella laida malattia de’ grossi carnicci che sormontavano sulle gengive in maniera che non si poteva mangiare. Ed era la gran pietà di udir gridare e guaìre per tutti i luoghi dell’oste coloro a chi si tagliava quella carne morta; e ciò mi rendea simiglianza delle povere femmine allorchè travagliano dello infantare, sì che me ne venìa al cuore grande scuriccio e riprezzo.

Quando il buon Re San Luigi vedeva quella pietà, egli giugnea le mani, levava la faccia al cielo, benedicendone a Nostro Signore di tutto ciò che gli donava. Tuttavia pur vedendo ch’egli non poteva così lungamente dimorare, senza che ne morisse egli e tutta sua gente, ordinò di muovere di là il Martedì a sera, l’ottava di Pasqua, per ritornarsene a Damiata. E fece comandare da parte sua a’ marinieri delle galee che apprestassono lor vascelli, e ch’essi raccogliessero tutti i malati per menarli a Damiata. Così comandò egli ad uno nomato Giosselino di Curvante, e ad altri suoi Maestri d’opere ed Ingegnieri ch’essi tagliassono le corde alle quali s’attenevano i ponti che fean la via tra noi e i Saracini. Ma, come mali pontonai, niente non ne fecero essi, donde poi gran danneggio ne avvenne. Quando io vidi che ciascuno s’apprestava per andarsene a Damiata, mi ritirai nel mio vascello con due de’ miei Cavalieri ch’io aveva anche solo di rimanente, e coll’altra mia masnada. E sulla sera, allorch’egli cominciò ad annerare, comandai al mio cómito ch’e’ levasse l’àncora, e che noi ne andassimo a valle. Ma egli mi rispose che mica l’oserebbe perchè intra noi e Damiata erano nel fiume le grandi galee del Soldano che ci prenderebbono e ucciderebbono tutti. Li marinieri del Re aveano fatto di grandi fuochi per raccogliere e riscaldare i poveri malati nelle loro galee, ed erano li detti malati, attendendo i vascelli, accolti sulla riva del fiume. Ed in quella ch’io ammonestava li miei marinai dello andarcene a poco a poco, scorsi i Saracini, alla chiarità de’ fuochi, che entravano pei ponti nell’oste nostra, ed uccidevano sulla riva i malati. Perchè, mentre li miei tiravano l’àncora spaventati, e che cominciammo un poco a voler discendere a valle, ecco qui venire li marinieri che dovevan prendere i poveri malati, i quali scorgendo come i Saracini li uccidevano, tagliarono rattamente le corde dell’àncore delle loro grandi galee ed accorsero sul mio piccolo vascello da tutti i lati, di che n’attendea l’ora ch’essi mi travolgessero nel profondo dell’acqua. Quando, come piacque a Dio, fummo iscapati di quel periglio ch’era ben grande, noi cominciammo a tirare a valle il fiume di frotto e furia. Il che veggendo il Re, il quale aveva la malattia dell’oste e la menagione come gli altri, e che, invece di guarentirsi nelle grandi galee, amava meglio morire che abbandonare il suo popolo, cominciò egli a bociare a noi ed a gridare che dimorassimo; e ci traeva di buone quadretta per farci dimorare sino a che ci donasse egli congedo di navigare: ma del rattenerci era niente, perchè in quello incalzo a tutti si convenia poggiare a valle o affondare.

Capitolo XXIX. Ove si mette per conto la fazione e maniera come fu preso il buon Santo Re.

Ora vi lascierò qui del dire ciò che ho io veduto, e vi metterò per conto la fazione e maniera come fu preso il Re, secondo ch’egli medesimo mi disse. Io gli udii dunque dire ch’egli avea lasciato le sue genti d’arme e la sua battaglia, e s’era messo Lui e Messer Gioffredo di Sergines nella battaglia di Messer Gualtieri di Castillione che faceva la retroguarda. Ed era il Re montato su un piccolo corsiero, e vestiva un sajone di seta; e non gli dimorò, siccome gli ho di poi udito dire, di tutte le sue genti d’arme, che il buon cavaliere Messer Gioffredo di Sergines, il quale lo scorse sino ad una piccola villa nomata Casel, là ove il Re fu preso[75]. Ma a tanto che i Turchi il potessono avere, gli udii contare che Messer Gioffredo di Sargines lo difendeva nella fazione che ’l buon sergente difende dalle mosche il nappo del suo Signore. Perchè tutte le fiate ch’e’ Saracini l’approcciavano, e Messer Gioffredo lo difendea a gran colpi di taglio e di punta, e ben sembrava che sua forza e suo pro ed ardito cuore gli si fussono addoppiati in corpo, sicchè a tutti li colpi li rincacciava dal venir sopra il Re. E così l’ammenò egli sino al luogo di Casel, e là fu disceso in grembo di una borghese ch’era di Parigi, e là pure pensavano vederlo passare il passo della morte, e non isperavano punto che giammai elli potesse valicare quel giorno senza morire.

Appresso poco arrivò verso il Re Messer Filippo di Monforte, e gli disse ch’egli veniva dal veder lo Ammiraglio del Soldano, a chi avea altre volte parlato della tregua, e che se ciò era suo buon piacere, egli ancora di ricapo gliene andrebbe parlare. E il Re lo pregò di farlo, e ch’egli voleala tenere e fare nella maniera ch’essi la vorrebbero. Adunque partì Monsignore di Monforte, e se ne andò verso i Saracini, li quali, cessando dalla caccia, avean già levate le tovaglie[76] dalle lor teste. E consegnò il Sire di Monforte lo anello suo, ch’elli tirò del dito, allo Ammiraglio de’ Saracini, in assecuranza di tenere le tregue; e ciò sin che ne farebbono l’appuntamento tale ch’essi l’aveano domandato altra fiata, siccome è stato tocco qui sopra. Ora avvenne che appresso questo fatto, un traditore malvagio Usciere nomato Marcello, cominciò a gridare alle nostre genti ad alta voce: Signori Cavalieri, arrendetevi tutti, il Re lo vi manda per me, e non lo fate punto uccidere. A questi motti furono tutti atterrati e pensarono che ’l Re loro avesse così mandato, di che ciascuno, per la salvanza del Re, rese ai Saracini sue armi ed arnese. Quando l’Ammiraglio vide ch’e’ Saracini ammenavano le genti del Re, disse a Messer Filippo di Monforte, ch’egli non gli assicurava mica la tregua, poichè e’ potea ben vedere che tutte le genti sue erano prese dai Saracini. Il che veggendo in fatto Messer Filippo, e pensandosi che ’l Re fusse trapassato, fu molto isbaìto, perch’egli sapea bene, non ostante ch’egli fusse messaggiere di dimandar la tregua, che tantosto egli sarebbe preso altresì, e non sapeva a chi aver ricorso. Conciossiachè in Pagania ci ha una costuma molto malvagia, che quando in tra ’l Soldano ed alcuno dei Re di quel paese inviansi loro messaggeri l’uno a l’altro per avere o dimandar tregue, e l’uno de’ duo Principi si muore, il messaggere, s’egli è trovato, e che le tregue non sian donate, elli sarà fatto prigioniero da qualche parte che ciò sia, sia elli cioè messaggere del Re o del Soldano.

Capitolo XXX. Come io fossi preso, e condotto in fine di vita, e poi guerito per un beveraggio datomi da un buon Saracino.

Ma, lasciando per ora questa materia, e rivenendo a me, ben dovete sapere che noi altri i quali eravamo in acqua sui nostri vascelli istimando scappare sino a Damiata, non fummo punto più abili o benagurosi di coloro ch’erano rimasi a terra, perchè noi fummo presi altresì come udirete qui appresso. Il vero è che, istando noi sull’acqua, si levò un terribile vento contro noi, che veniva di verso Damiata, il quale ci tolse il corso dell’acqua per modo che, non bastando ad appoderarlo, ci convenne tornare a dietro verso li Saracini. Il Re avea ben lasciato ed ordinato molti Cavalieri a guardare i malati sulla riva del fiume, ma ciò non ci servì di niente per tirarci ad essi, da che se n’eran tutti fuggiti. Or quando venne verso la punta del giorno, bassò il vento, e noi calammo sino al passaggio nel quale erano le galee del Soldano che guardavano il fiume sì che alcun vivere non fusse ammenato da Damiata all’oste, donde è stato toccato qui davanti. E quando essi ci ebbero scorto, levarono un gran bruìto e cominciarono a trarre su noi, e sovra gli altri nostri Cavalieri ch’erano da l’altro lato della riva, verrette ardenti di fuoco greco a fusone, tanto che sembrava che le stelle cadessono di cielo. Ed in quella che i miei marinieri avean guadagnato il ratto della corrente per passar oltre, e che potevam vedere i Cavalieri lasciati a guardia de’ malati speronare verso Damiata, ecco il ventavolo che si va a rilevare più forte che davante e ci getta dalla correntia in costa a l’una delle rive del fiume. Ed all’altra riva ci avea sì grande quantità di vascelli delle nostre genti che i Saracini avean preso e guadagnato, che noi non osammo avvicinarli. Ed istando così senza smuoverci noi vedevam bene che essi uccidevano le genti che vi eran dentro e gittavanle nell’acqua; e li vedevamo simigliantemente trar fuora delle navi li cofani e li arnesi ch’essi avean guadagnato. E per ciò che non volevamo andare ai Saracini, che ci minacciavano, essi ci tiravano gran forza di saettame. Ed allora io mi feci vestir l’usbergo affinchè i dardi che cadevano nel nostro vascello non mi impiagassero. Ora a capo del vascello ci avea delle mie genti, le quali cominciano gridarmi: Sire, Sire, il nostro nocchiere per ciò che i Saracini il minacciano ci vuol menare a terra là ove noi saremmo tantosto ancisi e morti. Adunque io mi feci sorreggere, sendo malato, e presi la mia spada tutta nuda, e dissi ai marinieri ch’io li taglierei se si argomentavano più avanti di menarmi a terra tra Saracini. Ed essi mi vanno rispondere, che non per ciò mi farebbono passar oltre, e per tanto ch’io avvisassi lo quale amava il meglio, o ch’essi mi menassero a riva, o ch’essi mi ancorassero nella riviera. Ed io amai meglio, donde poi ben mi prese in così come voi udirete, che essi mi ancorassero nel fiume, di quello che mi menassero a riva dove io vedeva tagliare le nostre genti; e così mi credettono, e così fu fatto. Ma non tardò guari che tantosto ecco qui venire verso noi quattro delle galee del Soldano, nelle quali avea forse due mila uomini. Allora io appellai li miei Cavalieri, e richiesi ch’essi mi consigliassono di ciò ch’era a fare, o di renderci alle galee del Soldano che s’approssimavano, o d’andare a renderci a coloro ch’erano a terra. Fummo tutti d’un accordo ch’egli valeva meglio renderci a quelli delle galee, per ciò ch’essi ci terrebbero tutti insieme, che di renderci a quelli di terra, i quali ci avrebbono tutti separati gli uni dagli altri, ed avrebbonci per avventura venduti ai Beduini di cui vi ho parlato davanti. A questo consiglio non volle mica consentire un mio Cherco ch’io aveva, ma diceva che tutti ci dovevamo lasciar uccidere a fine di andare in Paradiso. Ciò che noi non volemmo credere, perchè la paura della morte ci pressava troppo forte.

Quando io vidi ch’egli era forza di rendermi, io presi un piccolo cofanetto ch’avea tutto presso, ove erano i miei gioielli e le mie reliquie, e gittai tutto didentro il fiume. In quella mi disse l’uno de’ miei marinieri che s’io non gli lasciava dire ai Saracini ch’io era cugino del Re, ch’essi ci taglierebbono tutti; ed io gli risposi ch’e’ dicesse ciò che e’ volesse. E adunque ecco arrivare a noi la primiera delle quattro galee che venia di traverso e gittar l’ancora tutto presso il nostro vascello. Allora m’inviò Dio, e in così ben credo che venisse da lui, un Saracino che era della terra dello Imperadore Federigo[77], il quale avea vestito soltanto una brachessa di tela cruda, e venne nuotando per mezzo l’acque diritto al mio vascello, e salitovi sovra m’abbracciò per gli fianchi, e mi disse: Sire, se voi non mi credete, voi siete perduto, perch’egli vi conviene per salvarvi mettervi fuori della vostra nave e gittarvi nell’acqua, ed essi non vi vedranno mica, per ciò ch’elli s’attenderanno al guadagno del vascello. Detto questo mi fe’ gittare una corda dalla loro galea sulla tolda della mia nave, e con quella mi collai nell’acqua, e il Saracino a pruovo; donde gran bisogno mi fu per sostenermi e condurmi nella galea, perchè io era sì fievole di malattia che andava tutto vagellando e sarei caduto al fondo del fiume.

Io fui tirato sin dentro la galea, nella quale avea ben ancora ottanta uomini oltre quelli ch’erano entrati nel mio vascello, e quel povero Saracino mi teneva tuttavia abbracciato. E tantosto fui portato a terra, e mi corsero su per volermi tagliar la gola, ebbene mi ci attendea, e colui che m’avrebbe scannato pensava tenerselo a molto onore. Ma quel Saracino che m’avea tolto fuori del mio vascello, non mi voleva lasciare, anzi gridava loro: Il cugino del Re, il cugino del Re. Ed allora io che m’era già sentito il coltello tutto presso la gola, e che m’era già messo in terra ginocchione, mi vidi liberato di quel periglio all’aìta di Dio e di quel povero Saracino, il quale mi menò sino al castello là ove erano li Caporali de’ Saracini. E quando io fui con loro, essi mi levarono l’usbergo, e di pietà che ebbero di me, veggendomi così malato, mi gittarono indosso una mia coperta d’iscarlatto foderata di vajo minuto che Madama mia Madre m’avea donato; ed un altro d’essi m’apportò una coreggia bianca di che mi cignessi per disopra il mio copertoio, e sì un altro de’ Cavalieri Saracini mi diè un capperoncello ch’io misi sulla mia testa. Dopo di che cominciai a tremare ed a incocciar li denti, sì della grande paura ch’io aveva, e sì ancora della malattia. Domandai allora a bere, e mi si andò cherère dell’acqua in un pozzo, e si tosto ch’io ne ebbi messo in bocca per avallarla, essa mi salse invece per le narici. Dio solo sa in qual pietoso punto era allora, perchè sperava molto più la morte che la vita, avendo l’apostema alla gorga. E quando le mie genti mi videro così sortir l’acqua per le narici, essi cominciarono a plorare, ed a menar grande duolo; e il Saracino che m’avea salvato domandò loro perchè ploravano, ed essi gli fecero intendere ch’io era pressochè morto, e ch’io aveva alla strozza l’apostema, la quale mi strangolava. E quel buon Saracino, che sempre aveva avuto pietà di me, lo va a dire ad uno de’ suoi Cavalieri, e questi risposegli: mi confortasse a sicuro, chè egli mi donerebbe qualche cosa a bere, donde sarei guarito entro due dì, ed in così fece; e veramente ne fui guerito all’aiuto di Dio e di quel beveraggio che mi diede il Cavaliere Saracino.

Capitolo XXXI. Di quello avvenne dopo la mia guarigione, e come fui menato là dove erano le genti del Re.

Tantosto appresso la mia guarigione lo Ammiraglio delle galee del Soldano mi mandò che fossi davanti a lui per sapere s’io era cugino del Re come si sonava: Ed io gli risposi, che no, e gli contai comente ciò era stato fatto, nè perchè; e che era stato il cómito che lo mi avea consigliato di paura che i Saracini delle galee, che ci venivano sopra, ci ammazzassono tutti. E lo Ammiraglio soggiunse che molto bene era stato consigliato, perchè altramente noi saremmo stati uccisi senza faglia e gittati entro il fiume. Di ricapo mi domandò il detto Ammiraglio s’io aveva alcuna conoscenza dello Imperadore Federigo d’Allemagna che allor viveva, e s’io era mica di suo lignaggio. Ed io gli risposi la verità di avere inteso come Madama mia Madre era sua cugina nata di germano. E lo Ammiraglio mi rispose ch’egli me ne amava di tanto meglio. E così, in quella che noi eravamo là mangiando e beendo, egli m’avea fatto venire davanti un borghese di Parigi: e quando il borghese mi vide mangiare, egli mi va dire: Ah! Sire, che fate voi? Che io fo? dissi io. Ed il borghese mi va avvertire dalla parte di Dio ch’io mangiava nel giorno di venerdì. E subito io lanciai addietro la scodella ove mangiava. Il che vedendo lo Ammiraglio, domandò al Saracino che m’avea salvato e che era sempre con me, perchè io avea lasciato a mangiare. Ed egli dissegli per ciò ch’egli era venerdì ed io non ci pensava punto. E lo Ammiraglio rispose che già Dio non l’avrebbe a dispiacere poi ch’io non lo aveva fatto saputamente. E sappiate come il Legato ch’era venuto col Re, mi tenzonava di che io digiunassi, e perch’io era malato, e perchè non ci avea più col Re uomo di Stato fuor di me, e pertanto diceva ch’io facea male a digiunare; ma, non meno per ciò ch’io fussi prigioniero, punto non lasciai a digiunare tutti li venerdì in pane ed acqua.

La domenica d’appresso ch’io fui preso, lo Ammiraglio fece discendere del castello a valle il fiume sulla riva tutti quelli ch’erano stati presi sull’acqua. E quando io fui là, Messer Gianni mio Cappellano fu tratto dalla sentina della galea, e quando e’ vide e provò l’aria, ispasimò, e incontanente ucciserlo i Saracini davanti a me e lo gittarono a fiume, ed al suo cherco, il quale altresì non ne poteva più della malattia dell’oste ch’egli aveva, lanciarono un mortaio sulla testa, e così infranto lo gittarono a fiume appresso il Maestro. E similmente facevano essi degli altri prigionieri, perchè in così che traevanli della sentina ove erano stati stivati, egli ci avea de’ Saracini propizi, i quali da che essi ne vedeano uno male disposto o fievole, sì lo uccidevano e lo gittavano nell’acqua, e così erano trattati tutti li poveri malati. Ed in riguardando quella tirannia, io loro feci dire pel mio Saracino, ch’essi facevano gran male, e che ciò era contro il comandamento di Saladino il pagano, il quale diceva che non si doveva uccidere nè far morire uomo poi che gli si era dato a mangiare del suo pane e del suo sale. Ma essi mi fecero rispondere che coloro non erano più uomini d’alcuna valuta, e ch’essi non potevano omai più fare alcun’ovra, poi che erano troppo malati. E appresso queste cose elli mi fecero venir dinanzi tutti i miei marinieri, narrandomi che tutti erano rinegati. Ed io dissi loro che non ci avessono per ciò fidanza, e che ciò era solamente di paura che uomo li uccidesse, ma che come tosto sarebbonsi essi trovati in buon luogo od in lor paese, incontanente ritornerebbono alla prima fede. Ed a ciò mi rispose lo Ammiraglio, ch’egli me ne credeva bene, e che Saladino diceva come giammai non si vide di un Cristiano un buon Saracino, e così di un Saracino un buon Cristiano. Dopo di che lo Ammiraglio mi fece montare su un palafreno, e cavalcavamo l’uno accosto l’altro. Ed in così menommi passare a uno ponte, e di là sino al luogo dove era il santo Re e le genti sue prigionieri. Ed all’entrata d’un gran paviglione trovammo lo Scrivano che scriveva li nomi de’ prigionieri da parte il Soldano. Or là mi convenne nomare il mio nome, che non loro volli celare, e fu scritto come gli altri. Anche all’entrata del detto paviglione quel Saracino, che sempre mi aveva seguito ed accompagnato, e che mi avea salvato nella galea, mi disse: Sire, io non vi posso più seguitare e perdonatemene, ma bene vi raccomando questo giovine infante che avete con voi, e vi prego che lo teniate sempre per lo pugno, o altrimenti io so che i Saracini lo uccideranno. L’infante avea nome Bartolomeo di Monfalcone figliuolo del Signore di Monfalcone di Bari. Tantosto che il mio nome fue iscritto, l’Ammiraglio ci menò, il giovine figliuolo ed io, didentro il paviglione, ove erano li Baroni di Francia, e più migliaia di persone con loro. E quando io fui didentro entrato, tutti cominciaro a menare sì gran gioia dii vedermi, che non vi si potea niente udire per lo bruìto della gioia ch’essi ne facevano, perchè mi pensavano aver perduto.

Ora in quella che noi stavamo insembre sperando l’aìta di Dio, noi non dimorammo guari che un gran ricco uomo[78] Saracino ci menò tutti più avanti in un altro paviglione dove avevamo una cera assai miserevole. Assai d’altri Cavalieri e d’altri di nostre genti erano altresì prigionieri, ma chiusi in una gran corte attorneata di muraglie di terra. E quelli là facevano trar fuora li prigionieri l’uno appresso l’altro, e loro domandavano se si volevano rinegare, e quelli che dicevano si, e che si rinegavano, erano messi a parte, e quelli che nol volean fare, tutto incontanente avean mozzo il capo.

Capitolo XXXII. Come fu menato il Trattato per la diliveranza del Re e nostra.

Poco appresso c’inviò il Soldano il suo Consiglio a parlarci, e questi dimandò a quale di noi egli direbbe il messaggio del Soldano. E tutti ci accordammo che ciò fusse al Conte Piero di Bretagna per uno turcimanno che avevano i Saracini, il quale parlava l’uno e l’altro dei linguaggi, Francesco e Saracinesco. E furono tali le parole: Signori, il Soldano c’invia di verso voi per sapere se vorreste punto essere diliveri, e chè vorrestegli dare o fare per la vostra diliveranza ottenere? E a questa dimanda rispose il Conte Piero di Bretagna, che molto volentieri vorremmo esser diliveri delle mani del Soldano, e aver già fatto e indurato ciò che ne fosse possibile per ragione. Ed allora il Consiglio del Soldano domandò al Conte di Bretagna se noi vorremmo punto donare per nostra diliveranza alcuno de’ castelli o piazze forti appartenenti ai Baroni d’Oltremare? Ed il Conte rispose che ciò non potevamo noi fare, per ciò che li detti castelli e piazze erano tenuti dallo Imperadore d’Allemagna che allor ci vivea, e che giammai egli non consentirebbe che il Soldano tenesse cosa sotto di lui. Di ricapo domandò il Consiglio del Soldano, se noi vorremmo rendere nullo de’ Castelli del Tempio o dello Spedale di Rodi per nostra diliveranza. Ed il Conte rispose similmente ch’egli non si poteva fare perchè ciò sarebbe contro il saramento accostumato, il quale è che quando si mette li Castellani e Guardie dei detti luoghi, essi giurano a Dio che per la diliveranza di corpo d’uomo essi non renderanno nullo dei detti Castelli. Allora li Saracini insembre rispuosono ch’egli sembrava bene che noi non avessimo nullo talento nè inveggia d’essere diliverati, e ch’essi ci andrebbono inviare li giucatori di spade, li quali ci farebbono come agli altri. E sovra ciò se n’andaro. E tantosto appresso che il Consiglio del Soldano se ne fu andato, ecco qui venire a noi un Saracino molto vecchio e di grande apparenza, il quale aveva con lui una frotta di giovani Saracini, i quali tenevano ciascuno una larga spada a lato, donde fummo tutti molto ismarriti. E ci fece dimandare quell’antico Saracino per uno turcimanno, il quale intendeva e parlava la nostra lingua, s’egli era vero che noi credessimo in un solo Dio, che era nato per noi, crocefisso e morto per noi, ed al terzo giorno appresso sua morte risuscitato anche per noi. E noi rispondemmo, che sì veramente. Ed allora egli ci rispuose che poi così era, noi non ci dovevamo disconfortare d’avere sofferto nè di sofferire tali persecuzioni per lui, dacchè ancora non avevamo noi punto indurato la morte per lui, com’egli avea per noi fatto, e che s’egli avea avuto podere di sè risuscitare, che certamente egli ci dilivrerebbe tra breve. E allora se ne andò quel Saracino con tutti li suoi garzoni, senza farci altra cosa. Donde io fui molto gioioso e ringagliardito, perchè m’era inteso ch’essi fussono venuti per mozzarci il capo a tutti; e già non tardò appresso guari di tempo che noi avemmo novelle della nostra diliveranza.

Appresso queste cose di sovra dette il Consiglio del Soldano rivenne a noi, e ci disse che ’l Re avea tanto fatto ch’egli avea procacciato le nostre diliveranze, e che gli inviassimo quattro tra di noi per udire e sapere tutta la maniera del trattato. Ed a ciò fare gl’inviammo Monsignor Giovanni di Valery, Monsignor Filippo di Monforte, Monsignor Baldovino d’Ebelino Siniscalco di Cipri, e Monsignor Guidone d’Ebelino suo fratello Connestabile di Cipri, che era l’uno dei belli e dei ben condizionati Cavalieri ch’unqua io conoscessi, e che molto amava le genti di quel paese. Li quali quattro Cavalieri di su nomati ci rapportarono tantosto la fazione e maniera della nostra diliveranza. Sappiate dunque che per assaggiare il Re, il Consiglio del Soldano gli fece tali o somiglianti dimande ch’egli ci avea fatte qui innanzi, ed in così che piacque a Nostro Signore, il buon Re San Luigi loro rispose altrettale o somigliante risposta a ciascuna delle due domande come noi avevamo fatto per la bocca del Conte Piero di Bertagna. Di che i Saracini, veggendo che ’l Re non voleva ottemperare alle inchieste loro, il minacciarono di metterlo in ceppi, o come l’uom dice in bernoccoli, che è il più greve tormento ch’essi possano fare a chicchessia. E sono due gran ceppi di legno che s’intertengono a l’un de’ capi, e quando essi vogliono mettervi dentro alcuno, sollevano un ceppo ed all’uomo stratato in terra attraversano le gambe di grosse caviglie, poi su vi abbassano l’altro ceppo sospeso, e fannovi assedere un uomo sovra. Donde elli avviene ch’e’ non dimora a colui che vi ha le gambe insertate un mezzo piede d’osso che non ne sia rotto o schiacciato. E per peggio fargli, a capo di tre dì gli rimettono le gambe, che sono grosse ed enfiate, di dentro que’ bernoccoli, e le ritriturano di ricapo, il che è cosa orribilmente crudele solo allo intendere, non che al provare. E ben sappiate che essi anco legano il martoriato a grossi nervi di bue per la testa, di paura ch’elli di là entro non si rimuova. Ma di tutte quelle minacce non fece conto il buon Re, anzi disse loro ch’egli era prigioniero, e ch’essi potevano fare di suo corpo a lor volere.

Quando i Saracini videro ch’e’ non potrebbono vincere la costanza del Re per minacce, ritornarono a lui e gli domandarono quanto vorrebbe donar di finanza al Soldano oltra Damiata ch’egli renderebbe loro. Ed il Re rispose che se il Soldano voleva prendere prezzo e riscatto ragionevole, manderebbe egli a la Reina, ch’ella il pagasse per la redenzione di sue genti. E i Saracini gli domandarono perchè voleva egli mandare a la Reina; ed egli rispuose loro che ben a ragione doveva ciò fare perch’ella era sua Dama e Compagna. Adunque il Consiglio si tornò al Soldano per sapere quanto esso domanderebbe al Re, e saputolo, si ritornò ad esso Re, e gli dissero che se la Reina voleva pagare un milione di bisanti d’oro, che allora valevano cinquecento mila lire, ch’ella libererebbe il Re, ciò facendo. Ed il Re domandò loro per saramento se il Soldano consentirebbe la diliveranza, ove la Reina pagasse loro le cinquecento mila lire. Perchè essi ritornaro al Soldano per sapere s’egli lo voleva così fare e promettere, e ne rapportarono ch’e’ lo volea bene e gliene fecero il saramento. E sì tosto che li Saracini gli ebbono giurato e promesso in lor fede di così fare e di così liberare, il Re promise ch’egli pagherebbe volentieri per la redenzione e diliveranza di sue genti cinque cento mila lire, e pel suo corpo ch’egli renderebbe Damiata al Soldano, poich’elli non era punto tale ch’e’ volesse redimersi, nè volesse avere per alcuna finanza di danaio la diliveranza del corpo suo. Quando il Soldano intese la buona volontà del Re, uscì dicendo: Fe’ di Macometto! franco e liberale è il Francesco, il quale non ha voluto bargagnare sovra sì gran somma di danaio, ma ha ottriato fare e pagare ciò che l’uomo gli ha dimandato: or gli andate dire, fece il Soldano, che io gli dono sul riscatto cento mila lire, e non ne pagherà più che quattro cento milia.

Capitolo XXXIII. Come appresso il Trattato si approdò alla nuova Albergheria del Soldano, e come gli Almiranti si giuraro contra di lui.

Adunque il Soldano fe’ tosto mettere in quattro galee sul fiume le genti più grandi e più nobili che ’l Re avesse per menarle a Damiata. Ed erano nella galea ove fui messo, il buon Conte Piero di Bertagna, Guiglielmo Conte di Fiandra, Giovanni il buon Conte di Soissone, Messere Umberto di Belgioco Connestabile, e li due buoni Cavalieri Messer Baldovino d’Ebelino e Guido suo fratello. E quelli della galea ci fecero approdare davanti una gran magione che il Soldano avea fatto levare sovra il fiume. Ed era così fatta questa albergheria ch’egli vi avea una bella torre fatta di abetelle e tutta chiusa allo ’ntorno di una tela intinta. Ed all’entrata della porta ci avea un gran paviglione teso, e là lasciavano gli Almiranti del Soldano loro spade e loro verghe quando volevano ire a parlargli. Appresso a quel paviglione ci aveva un’altra bella gran porta, e per quella s’entrava in una sala ispaziosa che era quella del Soldano; appo la quale rizzavasi un’altra torre fatta tutto come la primiera, e per questa montavasi alla camera del Soldano. Nel mezzo di quell’albergheria si apriva un pratello, ed in quello si drizzava una terza torre più grande che l’altre tutte, e sovr’essa il Soldano montava per prospettare tutto il paese di là intorno, e l’oste d’una parte e dell’altra. Anche in quel pratello era uno viale tirante verso il fiume, ed a capo il viale avea il Soldano fatto tendere un padiglioncello tutto sugli orlicci del fiume per andarvisi bagnare. Ed era quello alloggiamento tutto coverto, per disovra il fusto di legname, di traliccio, e per di sovra il traliccio parato di tela d’India, affinchè di fuora non si potesse trasvedere di dentro, ed anco tutte le torri erano similmente intelajate. Davanti questa albergheria arrivammo il giovedì innanzi la festa dell’Ascensione di Nostro Signore, e colà presso fu disceso il Re in un paviglione per parlare al Soldano, ed accordargli che il sabbato appresso gli renderebbe Damiata.

E così come si era sulla partenza e il voler venire a Damiata per renderla al Soldano, lo Ammiraglio, che tale era stato al tempo del padre del giovine Soldano attuale, ebbe in lui alcun rimorso del dispiacere che esso giovine Signore gli avea fatto: perchè al suo avvenimento, dopo che quell’Ammiraglio l’ebbe inviato cherère per succedere al padre che morì a Damiata, esso invece per provvedere le genti sue ch’avea seco ammenato di stranie terre, lo disappuntò d’ogni onore, e parimente li Connestabili, Maliscalchi e Siniscalchi del padre suo. E per questa cagione li disappuntati presero tra loro consiglio, e si dissero l’uno all’altro: Signori, voi vedete il disonore che ’l Soldano ci ha fatto, poichè egli ci ha ismossi delle preminenze e governi in che il Soldano suo padre ci aveva messi. Per la qual cosa noi debbiamo esser certani, che s’elli rientra una fiata di dentro le fortezze di Damiata, egli ci farà poco appresso tutti prendere e morire in sue prigioni, di paura che per successione di tempo non prendessimo vendicanza di lui, in così come fece il suo anticessore dello Ammiraglio e degli altri che presero li Conti di Bari e di Monforte. E pertanto vale egli meglio che noi il facciamo uccidere avanti ch’egli sfugga delle nostre mani. Ed a ciò si consentirono tutti, e di fatto se n’andarono parlare a quelli della Halcqua di cui ho dinanzi toccato, che son coloro ch’hanno la guardia del corpo del Soldano; e a questi fecero somiglievoli rimostranze come essi avean avuto tra loro, e li richiesero che uccidessono il Soldano, e così loro il promisero quelli della Halcqua.

Capitolo XXXIV. Come i Cavalieri della Halcqua uccisono il Soldano di Babilonia.

Pertanto come un giorno il Soldano convitò a desinare i suoi Cavalieri della Halcqua, egli avvenne che, appresso le tavole levate, si volle ritirare nella sua camera: e dopo ch’egli ebbe preso congedo da suoi Almiranti, uno dei Cavalieri della Halcqua, il quale portava la spada del Soldano, lo ferì d’essa sulla mano, sicchè glie la fesse sin presso il braccio tra le quattro dita. Perchè allora il Soldano s’arretrò verso i suoi Almiranti che aveano conchiuso il fatto, e loro disse: Signori, io mi lagno a voi di quelli della Halcqua che m’hanno voluto uccidere siccome ben potete vedere alla mia mano. Ed essi gli rispuosono tutti a una voce, ch’egli loro valeva assai meglio ch’essi lo uccidessono, di quello che egli li facesse morire, siccome voleva farlo, se una fiata fusse rientrato nelle fortezze di Damiata. E sappiate che cautelosamente operarono ciò gli Almiranti, perchè essi fecero sonare le trombe e le nacchere del Soldano, e poichè tutta l’oste de’ Saracini fu assembrata per sapere il volere del Signore, gli Almiranti, loro complici ed alleati, dissero allo esercito che Damiata era presa, e che il Soldano se ne era ito a quella volta, ed aveva lasciato per comando che tutti andassono in arme appresso lui. Di che tutti subito armaronsi e se n’andaro piccando degli speroni verso Damiata; d’onde noi altri fummo a grande misagio, perchè credevamo che di vero Damiata fusse presa.

Il che veggendo il Soldano, e non potendo stornare la malizia ch’era stata cospirata contro la sua persona, se ne fuggì nell’alta torre ch’elli aveva presso della sua camera, di cui vi ho davanti parlato. Ed allora le sue genti medesime della Halcqua abbatterono tutti li paviglioni, ed intornearono quella torre ove egli se n’era fuggito. E di dentro la torre stessa egli ci aveva tre de’ suoi gran Maestri di Religione, i quali aveano mangiato con lui, che gli gridarono ch’e’ discendesse. Al che rispose che volontieri discenderebbe laddove essi lo assecurassero. Ed essi spietatamente soggiunsero che bene il farebbono discendere per forza ed a mal suo grado, e ch’e’ pensasse come non fusse anche a Damiata. E tantosto vanno a gittare il fuoco greco di dentro quella torre, ch’era solamente di abetelle e di tela com’io ho detto davanti. Ed incontanente fu abbragiata la torre, e vi prometto che giammai non vidi falò più bello nè più subitano. Quando il Soldano sentì pressarsi dal fuoco, egli discese per la via del pratello su ricordato, e s’infuggì verso il fiume. E tutto in fuggendo l’uno de’ Cavalieri della Halcqua lo ferì d’una coltella per mezzo le costole, ed egli si gittò con essa la coltella di dentro il fiume. E appresso lui si gittarono intorno a nove Cavalieri, i quali lo finirono in quelle acque assai vicino alla nostra galea. Or quando il Soldano fue morto l’uno de’ detti Cavalieri, che avea in nome Faracataico, fesselo per lo mezzo e gli trasse il cuore dello interame; e così fieramente se ne venne al Re colle mani sanguinenti, e gli domandò: Che mi donerai tu, poi ch’ho io ucciso il tuo nimico che t’arebbe fatto morire s’egli avesse vissuto? Ma a questa villana dimanda, nè levò il viso, nè rispose un sol motto il buon Re San Luigi.

Capitolo XXXV. Del male che ci avvenne dopo che ’l Soldano fue ucciso, e delle nuove convenenze giurate cogli Almiranti.

Quando costoro ebbono compiuto il misfatto, egli ne entrò ben trenta nella nostra galea con loro spade tutte nude in mano ed al collo loro azze d’armi. Ed io domandai a Monsignor Baldovino d’Ebelino, il quale intendeva bene Saracinesco, che era ciò che quelle genti dicevano, ed egli mi rispose ch’e’ dicevano come ci volessero mozzare ’l capo. Di che vistamente vidi un troppello di nostre genti che là erano, ire a confessarsi ad un Religioso della Trinità, il quale era con Monsignor Guglielmo Conte di Fiandra. Ma quant’a me non mi sovvenne allora di male nè di peccato ch’unqua avessi fatto, e non pensai se non a ricevere il colpo della morte, e m’agginocchiai a’ piedi de l’un d’essi tendendogli il collo, e dicendo queste parole nel fare il segno della Croce: Così morì Sant’Agnese. Accosto a me agginocchiossi Messer Guido d’Ebelino Connestabile di Cipri, e si confessò a me, ed io gli donai tale assoluzione come Dio me ne dava il podere: ma poi di cosa ch’egli mi avesse detto, quand’io fui levato, unqua non ne ricordai pure un motto.

Noi fummo allora messi nella sentina della galea tutti a disteso e stivati, ed argomentavamo molto di noi che non osassero assalirci tutti a un tratto, ma che indi ci volessero poi trarre l’uno appresso l’altro ed ucciderci; e fummo a tale miscapito tutta la notte, istando così strettamente sfratati ch’io aveva i miei piedi a dritta del viso di Monsignore il Conte Piero di Bertagna, e così li suoi piedi erano all’indritto del viso mio. Ora avvenne che la dimane noi fummo tratti fuora di quella sentina, e ci inviarono dire gli Almiranti, che noi loro andassimo rinovellare le convenenze che avevamo fatte al Soldano. Quelli ci andarono che poterono andarvi, ma il Conte di Brettagna, e lo Connestabile di Cipri, ed io, che eravamo grievemente malati, dimorammo.

Quelli che andarono parlare agli Almiranti, ciò furono il Conte di Fiandra, il Conte di Soissone, e gli altri cui bastarono le forze, raccontarono le convenzioni della nostra diliveranza. Per le quali gli Almiranti promisero che, sì tosto come fusse loro dilivera Damiata, essi altresì dilivrerebbono il Re e gli altri gran personaggi che erano prigionieri. E disser loro che se il Soldano fusse vissuto, ch’egli avrebbe fatto mozzare le teste al Re e a tutti loro; e che già contro le convenenze fatte e giurate al Re, elli avea fatto ammenare verso Babilonia alquanti de’ nostri grandi Baroni, e fattiveli uccidere; e ch’essi l’aveano tratto a morte, per ciò che bene sapevano, che sì tosto ch’egli arebbe avuto la signoria di Damiata, li farebbe similmente uccidere tutti o morire di mala morte nelle sue prigioni. Per questa convenenza il Re doveva giurare in oltre di far loro satisfazione di due cento mila lire avanti ch’elli partisse del fiume, e le due altre cento milia, elli le trammetterebbe loro da Acri, e ch’essi terrebbono per sigurtà di pagamento li malati ch’erano in Damiata, colle ballestre, lo armamento, gl’ingegni, il carrìno e le carni salate sino a che il Re, inviando a cherère tutto ciò, inviasse loro tutto insieme le diretane due cento milia lire dette di sovra. Il sacramento che doveva esser fatto tra il Re e gli Almiranti fu divisato. E tale fu quello degli Almiranti che nel caso ch’elli non tenessono al Re loro convenzioni e promesse, ch’ellino stessi volevano essere in così onìti e disonorati come quelli che per suo peccato andavano in pellegrinaggio a Macometto la testa tutta nuda, e come colui che, lassata la donna sua, la riprendeva appresso. Ed in questo secondo caso, nullo non poteva, secondo la legge di Macometto, lasciare la donna sua e poi riprenderla, avanti che elli avesse veduto alcun altro a giacersi con lei. Finalmente il terzo saramento era ch’ellino fussero disonorati e disonestati come il Saracino che mangiasse la carne del porco. E ricevve il Re li saramenti detti di sovra per ciò che Maestro Nicola d’Acri, che ben sapeva di lor fazioni, gli disse che più grandi saramenti non potevano essi fare.

Quando gli Almiranti ebbero giurato, elli fecero scrivere e diedero al Re il saramento ch’e’ volevano che facesse, il quale fue tale per lo consiglio di alcun cristiano rinegato ch’essi avevano. Che nel caso che il Re non tenesse loro sue promesse e le convenzioni poste intra loro, ch’elli fusse separato dalla compagnia di Dio e della sua degna Madre, dei dodici Apostoli, e di tutti gli altri Santi e Sante del Paradiso. Ed a quel saramento si accordò il Re. L’altro era che nel caso che lo Re non tenesse le dette cose, ch’elli fusse riputato ispergiuro come il Cristiano che ha rinegato Dio, e suo battesimo e sua legge, e che in dispetto di Dio sputa sulla Croce, ed ischiacciala sotto i piedi. Quando il Re ebbe udito quel saramento, disse che già nol farebbe egli.

Or quando gli Almiranti seppero che il Re non aveva voluto giurare, nè fare suo saramento in così a punto come ellino il richerevano, inviarono essi di verso lui il detto Maestro Nicola d’Acri, a dirgli ch’essi erano molto malcontenti di lui, e che avevano a gran dispetto lo aver giurato tutto ciò che ’l Re avea voluto, e che al presente egli non volea giurare ciò ch’essi gli richerevano. E il detto Maestro Nicola disse al Re ch’elli avesse ben per certano che s’elli non giurava a punto così come quelli volevano, ch’essi farebbono tagliar la testa a lui ed a tutte sue genti. A che il Re rispose che essi ne potevano fare a loro volontà, ma ch’elli amava troppo meglio morir buon cristiano che di vivere in corruccio di Dio, di sua Madre e de’ Santi suoi.

Egli ci avea un Patriarca col Re, che era di Gerusalemme, dell’età di ottant’anni o intorno; il qual Patriarca aveva altra fiata procacciato lo assicuramento dei Saracini inverso il Re, ed era venuto appo esso Re per aiutarlo a sua volta ad avere sua diliveranza inverso li Saracini. Ora era la costuma intra Pagani e Cristiani, che quando alcuni Principi erano in guerra l’uno coll’altro, e l’uno si moriva domentre ch’eglino avessero mandato ambasciadori in messaggio l’uno all’altro, quegli ambasciadori dimoravano in quel caso prigionieri ed ischiavi, fosse ciò in Pagania od in Cristianità. E per ciò che il Soldano, che avea dato sigurtà a quel Patriarca, di cui noi parliamo, era stato morto, per questa causa dimorò esso prigioniero dei Saracini altresì bene come noi. E veggendo gli Almiranti che il re non aveva nulla temenza di loro minacce, l’uno d’essi disse agli altri ch’egli era il Patriarca che così consigliava il Re: perchè seguitò dicendo, che se gli volevan credere, ch’elli farebbe bene giurarlo, tagliando la testa del Patriarca, e facendola volare nel grembo d’esso Re. Di che avvenne che sebbene gli altri Almiranti non gli tenesser credenza, pur tuttavia presero il buon uomo del Patriarca, e lo legarono davanti al Re ad un colonnino le mani dietro il dosso sì strettamente, che queste gli enfiarono in poco di tempo grosse come la testa, tanto che il sangue ne isprizzava in più luoghi. E del male ch’egli addurava, venìa gridando al Re: Ah! Sire, Sire, giurate arditamente, perchè io ne prendo il peccato sovra me e sovra mia anima, poichè egli è così che voi avete il desiderio e la volontà di accompire le vostre promesse ed il giuramento. Or io non so bene se a la fine il giuramento fue fatto; ma checchè ne sia, gli Almiranti si tennero al postutto contenti de’ giuramenti che il Re e gli altri Signori che là erano fecer loro.

Capitolo XXXVI. Come fummo fatti scendere a valle sino a Damiata, e come questa fue resa ai Saracini.

Ora dovete sapere che quando i Cavalieri della Halcqua ebbero ucciso il loro Soldano, gli Almiranti fecero sonare loro trombe e loro nacchere a gran forza davanti il paviglione del Re. E gli fue detto che gli Almiranti stessi aveano avuto gran voglia in loro consiglio di farlo Soldano di Babilonia. Su di che esso Re mi domandò un giorno s’io pensava punto ch’elli avrebbe accettato il Reame di Babilonia se glielo avessono offerto. Ed io gli risposi, che non sarebbe stato sì folle, visto ch’essi avevano così tradito ed ucciso il loro Signore. Ma non ostante ciò, il Re mi disse ch’elli non l’arebbe mica rifiutato. E sappiate ch’egli non tenne se non a che gli Almiranti dissero tra loro che il Re era il più fiero Cristiano ch’essi avessero giammai conosciuto: e dicevano ciò perchè, quando partiva del suo alloggiamento, segnava esso innanzi a sè il terreno del santo segno della Croce, e poi ne segnava altresì tutto suo corpo. E dicevano li Saracini che se il loro Macometto avesse loro altanto lasciato soffrire di miscapito, quanto Dio aveva lasciato addurare al Re, che giammai essi nè l’avrebbon adorato, nè avrebbono creduto in lui. Tantosto appresso che entro il Re e gli Almiranti furono fatte, accordate e giurate le convenzioni, fu appuntato tra loro che a l’indimane della festa dell’Ascensione di nostro Signore, Damiata sarebbe renduta agli Almiranti, e che li corpi del Re e di tutti noi altri prigionieri sarebbono diliverati. E furono ancorate le nostre quattro galee davanti il ponte di Damiata, e là fecero tendere al Re un paviglione perchè vi potesse discendere ed albergare.

Quando venne il giorno posto, intorno l’ora di Sol levante, Messer Gioffredo di Sergines andò nella Città di Damiata per farla rendere agli Almiranti: e tantosto sulla muraglia d’essa Città levaronsi al vento le armi del Soldano, e v’entrarono dentro li Cavalieri Saracini, e cominciarono a bere de’ vini che vi trovarono, talmente che molti tra loro s’inebriaro. E intra gli altri ne venne uno nella nostra galea, il quale tirò sua spada tutta sanguinente, e ci disse ch’egli ne aveva ucciso sei di nostre genti: il che era una cosa villana a dirsi da un Cavaliere non che da altri. E sappiate che la Reina, avanti che render Damiata, fu ritirata nelle nostre navi con tutte nostre genti, allo infuori de’ poveri malati ch’e’ Saracini dovean guardare, e renderli al Re, quando desse loro le dugento mila lire, donde è fatto sovra menzione: e così l’avevano promesso e giurato li Saracini: e similmente ci dovevano rendere gl’ingegni, lo arnese e le carni salate di cui essi punto non mangiano. Ma al contrario la traditrice canaglia uccise tutti li poveri malati, spezzarono gl’ingegni e l’altre cose che dovevano guardar salve, e rendere in tempo e luogo, e di tutto feciono una catasta e vi misero il fuoco, che fu sì grande ch’elli vi bastò tutti i giorni del venerdì, del sabbato, e della domenica seguenti.

Capitolo XXXVII. Come dopo lunga disputazione fummo finalmente diliverati di prigionia.

Ed appresso ch’elli ebbero così ucciso o spezzato tutto, noi altri che dovevamo essere diliverati a Sole levante, fummo sino a Sole cadente senza bere nè mangiare, nè il Re, nè alcuno di noi. E furono gli Almiranti in disputazione gli uni contro gli altri, e tutti macchinando nostra morte. L’uno degli Almiranti diceva agli altri: — Signori, se voi e tutte queste genti che qui siete meco, mi volete credere, noi uccideremo il Re e tutti questi grandi personaggi che sono con lui. Perchè allora di qui a quarant’anni noi non n’avremo a guardarcene, perciò che e’ loro figliuoli sono ancora minorelli, e noi abbiamo Damiata, sicchè il possiam fare sicuramente. Un altro Saracino che l’uomo appellava Scebrecy, il quale nativo era di Mauritania, diceva al contrario e rimostrava agli altri che se essi uccidevano il Re appresso lo aver ucciso il loro Soldano, sonerebbe per lo mondo che gli Egiziani erano le genti più malvage e più disleali. E quello Almirante, che ci voleva fare morire, diceva allo incontro per altre palliate rimostranze, che veramente s’erano essi mispresi dell’aver ucciso il loro Soldano, e che ciò era contro il comandamento di Macometto, che diceva in suo dittato doversi guardare il Signore come la pupilla dell’occhio; e ne mostrava il comandamento in uno libro che teneva in sua mano. Ma, aggiungeva egli: ora ascoltate, Signori, l’altro comandamento, e voltava adunque il foglio del libro, ammonendoli che Macometto comanda che, ad asseveranza della sua fede, si debba uccidere lo inimico della Legge. E poi diceva per rivenire alla sua intenza: Or riguardate il male che noi abbiam fatto d’aver ucciso il nostro Soldano contra ’l comandamento di Macometto, ed ancora il più gran male che noi faremmo se noi lasciassimo andare il Re, e non lo uccidessimo, sien qualsivogliano le sicuranze ch’egli abbia avuto da noi; perchè egli è desso lo più grande inimico della Legge di Paganìa. Ed a queste parole a poco presso fu che la nostra morte non venisse accordata. E da ciò avvenne che l’uno di quegli Almiranti che ci era contrario, pensando in suo cuore che ci devessono tutti far morire, venne sulla riva del fiume, e cominciò a gridare in saracinesco a quelli che ci conducevano nella galea, e colla tovaglia, ch’e’ si levò di testa, loro per di più accennava, e diceva ch’essi ci rimenassero verso Babilonia. E di fatto fummo disancorati e risospinti addietro contra monte; donde per entro noi fu menato un duolo tragrande, e molte lagrime ne uscirono degli occhi, perchè c’indovinavamo tutti che ci adducessero a mala morte.

Ma così come Dio volle, il quale giammai non obblia i suoi servidori, egli fu accordato, intorno a Sol cadente, in tra gli Almiranti che noi saremmo diliberati, e ci fecero rivenire verso Damiata, e furon messe le nostre quattro galee tutto presso il rivaggio del fiume. Adunque ci femmo a richierere d’essere messi a terra. Ma i Saracini nol vollero punto fare sino a che noi avessimo mangiato. E dicevano, che ciò farebbe onta agli Almiranti di lasciarci uscire di lor prigioni tutto digiuni. E tantosto ci ferono venire alcune vivande dall’oste, e ciò furono de’ bitorzoli di formaggio rincotti al sole, affinchè i vermini non vi incogliessero, e dell’ova dure lessate da quattro o cinque giorni; e questi, per l’onore di nostre persone, li aveano fatti alluminare sulle coccia in diversi colori.

E appresso che ci ebbero così pasciuti, ci sposero a terra, e noi ne andammo di verso il Re, che i Saracini ammenavano del paviglione ove lo avean tenuto, in contro l’acqua del fiume, e ce n’avea ben venti mila a piè colle spade cinte. Ora avvenne che nel fiume davanti il Re si trovò una galea di Genovesi, nella quale non appariva sovra coperta che un uomo solo; il quale, quando vide che il Re fu a dirimpetto della sua galea, cominciò egli a fistiare. E tantosto ecco qui sortire del soppalco della galea bene ottanta ballestrieri bene arnesati, le loro ballestre tese, e le frecce suvvi. Il che come videro i Saracini, cominciaro a fuggire a modo di berbici spaurate, nè anche col Re ne dimoraro più di due o tre. Li Genovesi allora gittarono a terra una panchetta, e raccolsero il Re, il Conte d’Angiò suo fratello che di poi fu Re di Cicilia, Monsignor Gioffredo di Sergines, Messere Filippo di Nemursio, il Maliscalco di Francia, il Maestro della Trinità, e me: e dimorò prigioniero, a guardia de’ Saracini, il Conte di Poitieri, sino a che il Re avesse loro pagato le dugento mila lire ch’e’ doveva sborsare avanti di partire del fiume.

Capitolo XXXVIII. Qui conta come fu lealmente pagato il tanto del riscatto pattuito, e come femmo vela per Acri di Soria.

Il sabbato d’appresso l’Ascensione, che fu l’indimane che noi eravamo stati liberati, vennero prendere congedo dal Re, il Conte di Fiandra, il Conte di Soissone e più altri grandi Signori. Ai quali pregò il Re ch’e’ volesseno attendere sino a che il Conte di Poitieri suo fratello fusse diliverato. Ma essi gli risposero ch’egli non era loro possibile, per ciò che le loro galee erano preste ed apparecchiate a partire. Ed allora andarono montare nelle galee ed abbrivarono per venire in Francia. Ed era con essi il Conte Piero di Bertagna, il quale era grievemente malato, e non visse più che tre settimane, e morì sopra mare.

Il Re non volle mica lasciare suo fratello il Conte di Poitieri, ma di presenza volle fare il pagamento delle dugento milia lire; e si dispose a fare il detto pagamento il sabbato, e tutta la giornata della domenica. E davansi li danari al peso della bilancia, e valeva ciascuna bilancia dieci mila lire. Quando venne la domenica a sera le genti del Re, che facevano il pagamento, gli mandarono che lor falliva ben ancora trenta mila lire. E col Re non ci avea che suo fratello il Conte d’Angiò, il Maliscalco di Francia, il Maestro della Trinità, e me, e tutti gli altri erano a fare il pagamento. Allora io dissi al Re ch’e’ gli valeva meglio pregare al Comandatore ed al Maliscalco del Tempio ch’essi gli prestassero le dette trenta mila lire per diliverare suo fratello. Ma del consiglio ch’io donava al Re mi riprese il Friere Stefano d’Otricorto che era Comandatore del Tempio, e mi disse: Sire di Gionville, il consiglio che voi date al Re non vale neente, nè si è ragionevole; perchè voi sapete bene che noi ricevemo le Comandigie a giuramento, e così senza che ne possiamo dare le entrate fuor a quelli che ci hanno fatto giurare. E il Maliscalco del Tempio, pensando di satisfare il Re, gli diceva: Sire, lasciate in pace le brighe e le tenzoni del Sire di Gionville e del nostro Comandatore, perchè non possiamo stornare le entrate nostre senza farci spergiuri. E sappiate che il Siniscalco vi dice male del consigliarvi, che se noi non ve le diamo, sì voi le prendiate: ma ciò non ostante voi ne farete a volontà vostra, perchè, se ’l farete, noi ce ne rivarremo sul vostro che avete in Acri. E quando io intesi la minaccia ch’essi facevano al Re, io gli dissi, che io ne andrei bene cherendo s’egli il voleva. Ed egli mi comandò di così fare; perchè tantosto me ne andai a l’una delle galee del Tempio, e venni ad un forziere di cui non mi si voleva dare le chiavi, ed io con una scure che vi trovai feci atto di aprirlo in nome del Re: il che vedendo il Maliscalco del Tempio, mi fece dar balìa delle chiavi, ed io aprii il forziere e ne presi la bastanza dello argento, e lo apportai al Re che molto fu gioioso della mia venuta. E sì fue fatto ed accompito il pagamento delle dugento milia lire per la diliveranza del Conte di Poitieri. E avanti che accompire il detto pagamento alcuni consigliavano al Re ch’elli non fesse del tutto pagare li Saracini, prima ch’essi gli avessero diliverato il corpo di suo fratello: ma egli rispondeva, poichè in così avea promesso, ch’egli loro darebbe tutto il danaro avanti che partire del fiume. E sopra questa parola Messer Filippo di Monforte disse al Re come avean frodato li Saracini di una bilancia che valeva dieci mila lire. Donde esso Re si corrucciò aspramente, e comandò al detto Messer Filippo, sulla fede che gli doveva come suo uomo ligio, ch’elli facesse tosto pagare le dette diece mila lire ai Saracini, se essi ne erano in resto, poichè diceva ch’egli già non si partirebbe sin che non fosse accompito il sodamento fatto agli Almiranti. Molti delle genti vedendo che ’l Re era sempre in pericolo da Saracini, lo pregavano sovente ch’elli si volesse ritirare in una galea che lo attendea in mare, e tanto fecero che pure in fine vi si trasse, sulla certezza ch’egli d’ogni giuramento s’era lealmente acchetato. E adunque cominciammo a navigare sul mare per tempo di notte e vi andammo bene una lega ardita senza poter nulla dire l’uno a l’altro, del misagio che noi avevamo di aver lasciato il Conte di Poitieri nella prigione. E non tardò guari che ecco qui Messer Filippo di Monforte, che era dimorato a fare il pagamento, il quale gridò al Re: Sire, Sire, ora attendete vostro fratello il Conte di Poitieri che se ne viene a voi in quell’altra galea. Di che il Re cominciò a dire alle sue genti che colà erano: Or lume, or lume. E tantosto ci ebbe gran gioia tra noi tutti della venuta del fratello del Re: e ci ebbe un povero pescatore che andò dire alla Contessa di Poitieri, ch’esso avea liberato il Conte delle mani de’ Saracini, ed ella gli fece donare venti lire di parisini. Ed allora ciascuno montò in galea e prese il vento.

Capitolo XXXIX. Qui si fa incidenza per contare alquanti fatti che ci avvennero in Egitto, e che erano stati intralasciati.

Prima di passar oltre non voglio obbliare alcune bisogne che arrivarono in Egitto immentre che noi ci eravamo. E primieramente vi dirò di Monsignore Messer Gualtiero di Castillione, del quale udii parlare ad un Cavaliere che lo avea veduto in una ruga presso Kasel, là ove il Re fu preso; e si diceva ch’elli aveva sua spada tutta nuda in pugno, e quando e’ vedeva li Turchi passare per quella ruga, ed elli correa loro sopra e li cacciava a grandi colpi davanti a lui; perchè avveniva che in questa caccia li Saracini, traendogli così davanti come di dietro, lo covrivano tutto di verrettoni. E mi diceva quel Cavaliero che, quando Messer Gualtiero li aveva così cacciati, ch’elli si disferrava delle verrette che lo mordevano, e si armava di ricapo. E fu là lungo tempo così combattendo, e lo vide più volte sollevarsi sulle staffe gridando: A Castillione, Cavalieri! e: Ove sono i miei prodi? Ma non vi se ne trovava pur uno. Ed uno giorno appresso, come io era collo Ammiraglio delle galee, m’inchiesi a tutte sue genti d’arme, s’egli ci avea nullo che ne sapesse dire alcune novelle. Ma io non ne potei giammai savere neente, fuori a una volta ch’io trovai un Cavaliere che avea nome Messer Giovanni Frumonte, il quale mi disse che, quando ammenavanlo prigioniere, elli vide un Turco montato sul cavallo di Messer Gualtieri di Castillione, e che il cavallo avea la colliera tutta sanguinente; ed egli gli domandò cosa fosse divenuto il Cavaliere a chi era il cavallo. E il Turco gli rispose ch’esso gli avea tagliata la gorgia tutto di sopra ’l suo cavallo, di che esso cavallo era in così sanguinoso, e imbruttito.

Vi dirò anche ch’elli ci avea un molto valente uomo in nostra oste, che avea in nome Messer Giacomo del Castello Vescovo di Soissone, il quale quando vide che noi ne rivenivamo verso Damiata, e che ciascuno se ne volea ritornare in Francia, amò meglio nel suo gran cuore di rimanere a dimorare con Dio, che rivedere il luogo dove era nato; e s’andò soletto a gittare didentro i Turchi, come s’egli li avesse voluti combattere tutto solo: ma tantosto l’inviarono a Dio, e lo misero nella compagnia de’ Martiri, perch’essi lo uccisono in poco d’ora.

Un’altra cosa vidi, in quella che ’l Re attendeva sul fiume il pagamento ch’elli facea fare per riavere suo fratello il Conte di Poitieri; e questa fu che venne al Re un Saracino molto bene abbigliato, e molto bell’uomo a riguardare. E presentò al Re del lardo strutto in orciuoli, e dei fiori di diverse maniere, i quali erano molto odoranti, e gli disse: ch’egli erano i figliuoli di Nazac Soldano di Babilonia ch’era stato ucciso, che gli facevano il presente. Quando il Re udì quel Saracino parlar francesco, gli domandò chi glielo aveva sì bene appreso. Ed egli rispose che esso era Cristiano rinegato. E incontinente il Re gli disse, ch’e’ si tirasse a parte e al tutto fuori di sua presenza, poichè non gli sonerebbe più motto. Allora, trattolo disparte, lo inchiesi come egli avea rinegato, e donde era. E quel Saracino mi disse ch’egli era nato di Provino, e venuto in Egitto col fu Re Giovanni, ch’era maritato in Egitto e che vi avea di molti beni. Ed io gli soggiunsi: E non sapete voi a bastanza che, se moriste in tal punto, voi discenderete tutto dritto in inferno, e vi sarete dannato per sempre? Ed egli mi rispose: che certo sì, e che sapea bene com’egli non ci fosse legge migliore di quella de’ Cristiani; ma, parlò egli: io temo, se riedessi verso voi, la povertà ove sarei, e gl’infami rimprocci che l’uomo mi darebbe tutto il lungo della mia vita, appellandomi Rinegato, Rinegato. Pertanto io amo meglio vivere a mio agio e ricco, che divenire in tal punto. Ed io gli rimostrai ch’egli valeva troppo meglio temere l’onta di Dio e quella di tutto il mondo, quando, al finale Giudicamento, tutti misfatti saranno manifestati a ciascuno, e poi appresso essere dannati senza ritorno. Ma tutto ciò non mi servì di niente, ed anzi se ne partì da me, ed unqua più non lo vidi.

Capitolo XXXX. Di ciò che avvenne in Damiata alla buona Dama Madonna la Reina.

Qui davanti avete udito le grandi persecuzioni e miserie che ’l buon Re San Luigi e tutti noi abbiamo sofferte ed addurate oltre mare. Ora anche sappiate che la Reina, la buona Dama, non ne iscapolò punto senza averne la parte sua, e ben aspra al cuore, siccome udirete qui appresso. Perchè tre giorni avanti ch’ella partorisse, le vennero le amare novelle che ’l Re suo buon barone era preso. Delle quali novelle ella ne fu così turbata in suo corpo, ed a sì grande misagio, che senza posa in suo dormire le sembrava che tutta la camera fusse piena di Saracini venuti per ucciderla, e senza fine gridava: a l’aiuto a l’aiuto, là dove anche non c’era anima. E di grande paura che il frutto ch’ella portava non ne perisse, faceva durare tutta notte un Cavaliero al piede del suo letto senza dormire. Il qual Cavaliero era provato ed antico di ottant’anni e più: ed a ciascuna fiata ch’ella isgridava, ed egli la tenea per mezzo le mani, e le diceva: Madonna la Reina, state, io sono con voi, non aggiate paura. E avanti che la buona Dama, infantando, si dovesse giacere, ella fece vuotar la camera de’ personaggi che vi erano, fuor che di quel vecchio Cavaliere, e quando fu sola con lui, gli si gittò innanzi a ginocchi, e lo richiese che le donasse un dono. E il Cavaliere glielo ottriò per suo sagramento. E la Reina gli va dire: Sir Cavaliere, io vi richieggo sulla fede che voi m’avete donata, e per la fede che dovete al Re mio e vostro Signore, che se i Saracini prendessono Damiata, durante il tempo di mio giacere, che voi mi tagliate il capo avanti ch’essi possano toccare al mio corpo. E il Cavaliere con sereno viso le rispose, ch’egli molto volentieri il farebbe, e che già avea avuto in pensiero di così fare se il caso fosse accaduto.

Nè tardò guari che la Reina isgravossi nel detto luogo di Damiata d’un figliuolo ch’ebbe in nome Giovanni, ed in suo sovranome Tristano, per ciò ch’egli era nato in tristezza ed in povertà. E il proprio giorno ch’ella isgravossi, fulle detto che tutti quelli di Pisa e di Genova, e tutta la povera Comune che era nella Città, se ne volevano fuggire e lassare il Re. E la Reina li fece venire davanti il suo letto e loro domandò e disse: Signori, per la Dio mercè vi supplico ch’egli vi piaccia non abbandonar mica questa Città, perchè voi sapete bene che Monsignore lo Re, e tutti coloro che sono con lui sarebbono tutti perduti: e tuttavia s’egli non vi viene a piacere di così fare, almeno aggiate pietà di questa povera cattiva Dama che costì giace, e vogliate tanto attendere ch’ella sia rilevata. E coloro le rispuosono, ch’egli non era possibile, e ch’essi morrebbono tutti di fame in così fatta cittade. Ed ella loro rispose ch’e’ già non vi morrebbon di fame, e ch’ella farebbe accattare tutta la vittovaglia che si potrebbe trovare nella cittade, e ch’ella li terrebbe oggimai alle spese del Re. E così le convenne fare, e fece comprare di vittovaglia ciò ch’uomo ne potè trovare, ed in poco di tempo, avanti il suo rilevamento le costò trecensessanta mila lire e più per nodrire quelle genti; e ciò non ostante convenne alla buona Dama levarsi avanti il suo termine, e ch’ella andasse ad attendere nella Città d’Acri, per ciò che bisognava rilasciare Damiata ai Turchi ed ai Saracini.

Capitolo XXXXI. Qui dice il conto come ’l Re sofferse disagio in nave, e come io ebbi in Acri molte tribolazioni.

Dovete anche sapere che sebbene il Re avesse sofferto molto di male, ancora quand’egli entrò nella sua nave, le genti sue non gli avevano niente apparecchiato, come di robbe, letto, sdraio, nè altro bene o conforto alcuno; ma gli convenne giacere per sei giorni sulle materassa, sino a ciò che fussimo in Acri. E non aveva il Re nullo abbigliamento che due robbe che il Soldano gli avea fatto tagliare, le quali erano di sciamito nero foderate di vajo e di piccol grigio, con bottoni d’oro a fusone. Immentre che noi fummo sovra mare e che andavamo in Acri, io mi sedeva sempre appresso il Re, perciò che era malato. Ed allora mi contò elli come era stato preso, e come avea poscia procacciato la sua redenzione e la nostra per lo aiuto di Dio. E similmente gli venni io contando come era stato preso sull’acqua, e come un Saracino m’avea salvato la vita: sul che il Re mi diceva che grandemente era tenuto a Nostro Signore, quando elli mi avea stratto di così greve pericolo. Ed intra l’altre cose il buon santo Re lamentava a meraviglia la morte del Conte d’Artese suo fratello, perchè un giorno domandò che facesse l’altro suo fratello il Conte d’Angiò, e si dolse ch’egli non gli tenesse mai altrimenti compagnia, tuttocchè elli fussono insieme in una galea. Rapportarono allora al Re ch’egli giucava alle tavole con Messer Gualtiero di Nemorso. E quand’ebbe ciò inteso, si levò egli, e, vagellando per la grande fievolezza di malattia, cominciò ad andare, e quando fu sopra loro, prese i dadi e le tavole, e tutto gittò in mare, e si corrucciò fortemente al fratello di ciò ch’egli s’era sì tosto preso a giucare ai dadi, e che altrimenti non gli sovvenìa più della morte di suo fratello il Conte d’Artese, nè de’ perigli da’ quali Nostro Signore graziosamente li aveva diliberati. Ma Messer Gualtiero di Nemorso ne fu il meglio pagato, perchè il Re gittò tutti i danari suoi ch’egli vide sul tavolieri, appresso i dadi e le tavole, in mare.

E qui diritta voglio io ben raccontare alcune grandi persecuzioni e tribolazioni che mi sovvennero in Acri, delle quali i due, in chi aveva perfetta fidanza, mi diliverarono; ciò furo Nostro Signore Iddio e la benedetta Vergine Maria. E ciò dico io a fine d’ismuovere coloro che l’intenderanno ad avere altresì perfetta fidanza in Dio, e pazienza nelle loro avversità e tribolazioni, ed elli âterà loro così come ha fatto a me molte fiate. Or dunque diciamo, siccome allora che ’l Re giunse in Acri quelli della cittade lo vennero ricevere sino alla riva del mare con loro processioni a gioia e passa gioia. E ben tosto il Re m’inviò cherère, e mi comandò espressamente, su quel tanto ch’io avea caro suo amore, ch’io dimorassi a mangiare con lui sera e mattina, sin ch’egli avesse avvisato se noi ne anderemmo in Francia, o dimoreremmo colà. Io fui alloggiato presso il Curato di Acri, là ove il Vescovo di detto luogo m’avea statuito lo alloggiamento, e là io caddi grievemente malato: e di tutte mie genti non mi rimase un valletto solo, chè tutti dimoraro al letto malati come me. E non ci avea anima che mi riconfortasse d’una sol volta a bere; e per meglio allegrarmi tutti i giorni io vedeva per una finestra ch’era nella mia camera, apportare ben venti corpi morti alla Chiesa per interrarli: e quando io ne udia cantare Libera me, mi prendea a plorare a calde lagrime, in gridando a Dio mercè, e che suo piacer fosse il guardar me e le mie genti di quella fiera pistolenza che vi regnava; e così graziosamente Egli fece.