Capitolo XXXXII. Come ’l Re tenne consiglio del ritornare in Francia o del rimanere in Terra Santa, e come s’attenne al rimanere.

Tantosto appresso il Re fece appellare i suoi fratelli e ’l Conte di Fiandra, e tutti gli altri gran personaggi che avea con lui a certo giorno di domenica. E quando tutti furono presenti, egli loro disse: Signori, io v’ho fatto cherère per dire a voi delle novelle di Francia. Egli è vero che Madama la Reina mia madre mi ha mandato ch’io me ne venga frettolosamente, che ’l mio Reame è in grande periglio, perchè non ho pace nè tregua col Re d’Inghilterra. Ed egli è vero altresì che le genti di questa terra mi vogliono guardare dello andarmene, dicendo che s’io me ne vo, adunque la loro terra sarà perduta e distrutta, e ch’essi se ne verranno tutti appresso me. Pertanto vi prego che ci vogliate propensare, e che dentro otto giorni me ne rendiate risposta.

La domenica seguente tutti ci presentammo davanti ’l Re per donargli risposta di ciò ch’elli ci avea incaricato dirgli, intorno la sua andata, o la sua dimorata. E portò per tutti la parola Monsignore Messer Guido Malvicino, e disse così: Sire, i Monsignori vostri fratelli, e gli altri personaggi che qui sono, hanno riguardo al vostro Stato, ed hanno conoscenza che voi non avete punto podere di dimorare in questo paese all’onore di Voi ed al profitto del Reame vostro. Perchè in primiero luogo di tutti vostri Cavalieri che ammenaste in Cipri, di due mila ottocento, egli non ve ne è anche dimorato un centinaio. Per altra parte Voi non avete punto di abitazione in questa terra, ed altresì vostre genti non hanno punto nullo danaio. Perchè tutto considerato e propensato, tutti insieme vi consigliamo che Voi andiate in Francia a procacciare genti d’arme e danari, perchè rifornitovene possiate sollicitamente rivenire in questo paese per vendicanza prendervi degl’inimici di Dio e di sua Legge.

Quando il Re ebbe udito il consiglio di Messer Guido, egli non fu punto contento di ciò, anzi dimandò in particolare a ciascuno ciò che ben gli sembrava di questa materia, e primieramente al Conte d’Angiò, al Conte di Poitieri, al Conte di Fiandra, e agli altri gran personaggi, i quali erano davanti a lui, li quali tutti risposero ch’essi erano dell’opinione di Messer Guido Malvicino. Ma ben fu costretto il Conte di Giaffa, che aveva delle castella oltre mare di dire la sua opinione in questo affare; il quale, appresso il comandamento del Re, disse che la sua opinione era che, se il Re poteva tenere alloggiamento in campo, sarebbe stato di suo grande onore il dimorare, più che il ritornarsene così a maniera di vinto. Ed io ch’era a punto il quattordicesimo là assistente, risposi alla mia volta, che teneva l’opinione del Conte di Giaffa. E dissi per mia ragione, correr voce che ’l Re non aveva ancor messo nè impiegato alcun danaro di suo tesoro, ma che avea solamente dispeso quello de’ Maestri Cherci delle sue finanze; e che per ciò esso Re doveva inviare a cherère nei paesi della Morea e d’oltre mare, Cavalieri e genti d’armi a buon numero, e che quando s’udrà dire ch’egli largheggia di gaggi, avrà tantosto ricovrato genti da tutte parti, perchè potrà esso Re diliverare tanti poveri prigionieri, che sono stati presi al servigio di Dio e suo, che giammai non usciranno di lor prigioni s’egli se ne va senz’altro così. E sappiate che della mia opinione non fui io mica ripreso, ma molti si presero a piangere, perchè non ci avea guari colui, il quale non avesse alcuno de’ suoi parenti cattivo nelle prigioni de’ Saracini. Appresso me, Monsignor Guglielmo di Belmonte disse che la mia opinione era assai buona, e ch’e’ s’accordava a ciò ch’io avea detto. Appresso queste cose, e che ciascuno ebbe ordinatamente risposto, il Re fu tutto turbato per la diversità delle opinioni di suo Consiglio, e prese termine d’altri otto giorni per dichiarare ciò ch’elli ne vorrebbe fare. Ma ben dovete sapere, che quando noi fummo fuori della presenza del Re, ciascuno de’ Signori mi cominciò ad assalire, e mi diceva per dispetto ed invidia: Ah! certo il Re è folle, s’egli non crede a voi, Sire di Gionville, per disopra tutto il Consiglio del Reame di Francia. Ed io me ne tacqui, e stetti chiotto e pacioso.

Tantosto le tavole furono messe per andare a mangiare. Aveva sempre il Re in costume di farmi sedere alla sua tavola, se i fratelli suoi non vi fussono, ed anche usava in mangiando dirmi sempre alcuna cosa. Ma in quell’ora unqua motto non mi sonò, nè volse il viso verso di me. Allora mi pensai ch’elli fusse mal contento di me, perciò che aveva detto ch’e’ non avea ancora dispeso di suo tesoro, e che ne dovea dispendere largamente. Ed in così, com’elli ebbe reso grazie a Dio appresso suo desinare, io m’era ritirato ad una finestra ferrata ch’era presso il capezzale del letto del Re, e teneva le braccia passate per le barricelle dell’inferrata tutto pensivo: e diceva in mio cuore ch’ove il Re se n’andasse a questa fiata in Francia, che io men’andrei verso il Principe d’Antiochia, il quale era di mio parentado. Ed in così com’io era in tale pensiero, il buon Re si venne ad appoggiare sulle mie spalle, e mi tenea la testa per di dietro alle sue due mani. Ed io feci stima che fusse Monsignor Filippo di Nemorso che m’avea fatto troppo di noia quella giornata per lo consiglio ch’io avea donato; e cominciai a dirgli: Lasciatemi in pace Messer Filippo, in mala avventura che vi colga. E tornai il viso, ed il Re mi vi passò sovra le mani, e tantosto io seppi bene ch’elle erano le mani del Re ad uno smeraldo che aveva al dito, e me ne ismossi confuso come colui ch’avea mal parlato. E il Re mi fece dimorare tutto chiotto e poi mi va a dire: Venite qua, Sire di Gionville, come siete voi stato sì ardito di consigliarmi, contro tutto il Consiglio dei grandi personaggi di Francia, voi che siete giovine uomo, che io deggia dimorare in questa terra? Ed io gli risposi, che s’io lo aveva ben consigliato, ed egli credesse al mio consiglio; se male, non vi credesse punto e lo rifiutasse. Allora elli mi domandò, s’egli dimorasse, s’io vorrei dimorare con esso lui: Ed io risposi, che sì certamente, fosse ciò a mio spendio o all’altrui. Ed allora il Re mi disse che buon grado mi sapeva di ciò ch’io gli avea consigliato la dimoranza, ma che non lo dicessi a nessuno. Donde per tutta quella settimana io fui sì gioioso di ciò che m’avea detto, che nullo male più mi gravava, e mi difendeva arditamente contro gli altri Signori che me ne assalivano. E sappiate che l’uomo appella i paesani di quella terra Pullani[79], e fu avvertito Messer Piero d’Avallone, che era mio cugino, che mi si dava per istrazio un siffatto appellativo, perch’io aveva consigliato al Re la sua dimora coi Pullani. Perchè esso mi mandò ch’io me ne difendessi contro i linguardi, e dicessi loro ch’io amava meglio esser Pullano che Cavalier ricreduto com’essi erano.

Passata la settimana e venuta l’altra domenica, tutti ritornammo di verso il Re, e quando noi fummo presenti, egli cominciò a segnarsi del segno della Croce, soggiugnendo che ciò era lo insegnamento di sua Madre, la quale gli aveva appreso che qualora volesse qualche parola dire ch’egli così facesse, ed invocasse lo aiuto di Dio e dello Spirito Santo; e tali furono le parole del Re: Signori, io ringrazio voi che mi avete consigliato d’andarmene in Francia, e parimente ringrazio voi che mi consigliaste ch’io dimorassi in questo paese. Ma mi sono dappoi avvisato che, quando io dimorassi, non per ciò il mio Reame ne sarebbe in maggior periglio, perchè Madama la Reina mia Madre ha assai genti per difenderlo; ed ho altresì avuto riguardo al detto dei Cavalieri di questo paese, i quali affermano, che s’io mi metto in via, il Reame di Gerusalemme sarà perduto, perciocchè non vi dimorerà nullo appresso la mia partenza. Pertanto ho io fatto stima che son qui venuto per guardare esso Reame di Gerusalemme dall’essere interamente conquiso, e non punto per lasciarlo perdere, talchè, Signori, io vi dico, che se v’ha tra voi tutti chi voglia dimorar meco, si dichiari arditamente, ed a questi io prometto che donerò tanto, che la coppa sarà loro non mia[80], ed altresì facciano quelli che non vorranno dimorare, e dalla parte di Dio possano essi compiere il lor volere. Appresso queste parole, molti ce n’ebbe d’isbaìti, e che cominciarono a piangere a calde lagrime.

Capitolo XXXXIII. Come ’l Re tenne a suo spendio me e la mia bandiera sino al tempo di Pasqua a venire.

Dopo che ’l Re ebbe dichiarato la sua volontà, e che sua intenzione era di dimorar là, elli ne lasciò venire in Francia i suoi fratelli. Ma io non so punto bene se ciò fu a loro richiesta, o per la volontà del Re, e fu al tempo intorno alla San Giovanni Battista.[81] E tantosto appresso che i suoi fratelli furono partiti da lui per venirne in Francia, il Re volle sapere come le genti, ch’erano dimorate con lui, aveano fatto diligenza di ricovrar genti d’arme. E il giorno della festa di Monsignor Santo Jacopo, di cui io era stato pellegrino per lo gran bene ch’e’ m’avea fatto, dopo che ’l Re, la messa udita, s’era ritratto in sua camera, appellò de’ suoi principali di consiglio, ciò furono Messer Piero Ciambellano, che fu il più leale uomo e il più dritturiere ch’io vedessi unqua nella magione del Re, Messer Gioffredo di Sergines il buon Cavaliero, Messer Gille il Bruno il buon produomo, e le altre genti di suo Consiglio, colle quali era altresì il buon produomo a chi il Re avea donato la Connestabilìa di Francia appresso la morte di Messer Imberto di Belgioco. E loro domandò ’l Re quali genti e qual numero essi avevano ammassato per rimetter su il suo esercito, e siccome scorrucciato diceva loro: Voi ben sapete ch’egli ha un mese, o intorno, ch’io vi dichiarai che la mia volontà era di rimanere, e non ho ancora udito alcune novelle che voi abbiate fatto arma di Cavalieri nè d’altre genti: così fu che gli rispose Messer Piero Ciambellano per tutti gli altri: Sire, se noi non abbiamo ancora fatto niente di ciò, egli è per non potere; poichè senza falta ciascuno si fa sì caro, e vuol guadagnare sì gran prezzo di gaggi, che noi non oseremmo prometter loro di dare ciò ch’essi dimandano. E il Re volle savere a chi essi aveano parlato, ed anche chi erano coloro i quali domandavano sì grossi gaggi. E tutti risposero che era io, e che non voleva star contento alla mezzolanità. Ed io udiva tutte queste cose istando nella camera del Re, e ben sappiate che gli dicevano tali parole di me le genti sunnominate di suo Consiglio, per ciò che gli avea consigliato, contro la loro opinione, ch’elli dimorasse, e che del ritornare in Francia non fosse niente. Allora mi fece appellare il Re, e tantosto andai a lui, e me gli gittai davanti a ginocchi; ed elli mi fece levare e sedere; e quando fui assiso, mi va a dire: Siniscalco, voi sapete bene ch’io ho sempre avuto fidanza in voi, e vi ho tanto amato, e tuttavolta le mie genti m’han rapportato che voi siete sì duro ch’essi non vi possono contentare di ciò che vi prometton di gaggi, or come è ciò? Ed io gli risposi: Sire, io non so a punto ciò ch’essi vi rapportino, ma quanto è di me, s’io dimando buon salario, non ne posso altro; perchè voi sapete bene che quando fui preso sull’acqua, allora io perdei quanto che avea, senza che mi dimorasse nulla dal corpo in fuori, e per ciò non potrei io intertenere mie genti a poco di cosa. E ’l Re mi domandò quanto io voleva avere per la mia compagnia sino al tempo di Pasqua a venire[82], che erano li due terzi dell’annata. Ed io gli dimandai due mila lire. Or mi dite, parlò il Re, avete qualche Cavaliero con voi? Ed io gli risposi: Sire, ho fatto dimorare Messer Piero di Pontemolano ed altri due Banneretti, che mi costano quattrocento lire ciascuno. E allora contò il Re sulle sue dita, e mi disse: Sono dunque milla e dugento lire che vi costeranno i vostri Cavalieri e lor genti d’arme. Al che soggiunsi: Or riguardate pertanto, Sire, s’egli non farà d’uopo di ben ottocento lire per montarmi di arnesi e cavalli, e per dare a mangiare ai miei Cavalieri sino al tempo di Pasqua? Allora il Re disse alle genti di suo Consiglio ch’egli non vedeva punto in me d’oltraggio nè di dismisura, e mi va a dire, ch’elli mi riteneva a suo spendio.

Capitolo XXXXIV. Di tre Imbasciate che vennero al Re in Acri.

Tantosto appresso non tardò guari che lo Imperatore Federigo di Lamagna inviò un’Ambasciata di verso il Re, e per sue lettere di credenza diceva commente elli andava a scrivere al Soldano di Babilonia, di cui mostrava ignorare la morte, sì ch’elli credesse alle genti sue che inviava verso di lui, e, che ad ogni modo liberasse il Re, e’ Crociati di cattivitade. E molto bene mi sovviene come alquanti dissero che punto non avrebbon voluto che l’Ambasciata di quello Imperador Federigo li avesse trovati tuttavia prigionieri; perchè essi si dubitavano che ciò facesse quell’Imperadore per farci sostenere più strettamente e per meglio ingombrarci. Ma quando essi ci ebbero trovati diliveri ritornarono prestamente verso il loro Signore.

Parimente appresso quell’Ambasciata, venne al Re l’Ambasciata del Soldano di Damasco sino in Acri, e per quella esso Soldano si lagnava degli Almiranti di Egitto ch’aveano ucciso il Soldano di Babilonia, il quale era suo cugino; e gli prometteva che se il volea soccorrere contro di loro, che elli gli rilascierebbe il Reame di Gerusalemme ch’esso tenea. Il Re rispose alle genti del Soldano, si ritirassono ai loro alloggiamenti, ed esso di breve farebbe risposta a ciò che il Soldano gli mandava; e così se ne andarono a prendere stanza. E subito appresso ch’essi furono alloggiati, il Re trovò in suo Consiglio, ch’egli invierebbe la risposta al Soldano di Damasco per mezzo di un proprio messaggere, e trametterebbe con essi un Religioso, che avea nome Frate Ivo il Bretone, il quale era dell’Ordine de’ Fratelli Predicatori. E tantosto fue fatto venire Frate Ivone, e il Re inviollo verso gli Ambasciadori del Soldano a dire che ’l Re voleva ch’e’ se n’andasse con loro a Damasco per rendere la risposta ch’esso Re inviava al Soldano, e ciò perch’egli intendeva e parlava il saracinesco. E così puntualmente fece il detto Fra’ Ivo. Ma ben voglio qui raccontare una cosa che udii dire al medesimo Frate, la quale è che, andandosene dalla magione del Re allo alloggiamento degli Ambasciadori del Soldano, trovò per mezzo la ruga una femmina molto antica, la quale portava nella sua mano destra una scodella piena di fuoco, e nella mano sinistra una fiala piena d’acqua. E Frate Ivo le domandò: Femmina, che vuoi tu fare di questo fuoco e di quella acqua che tu porti? Ed ella gli rispose che del fuoco volea bruciare il paradiso, e dell’acqua voleva stutare lo inferno, affinchè giammai non ne fusse più nè dell’uno nè dell’altro. E ’l Religioso le domandò, perchè ella diceva tali parole. E colei gli rispose: Per ciò ch’io non voglio mica che nullo faccia giammai bene in questo mondo per averne il Paradiso in guiderdone, nè così che nullo si guardi di peccare per iscuriccio del fuoco infernale. Ma ben lo dee uom fare per lo intiero e perfetto amore che noi debbiamo avere al nostro creatore Sire Iddio, il quale è lo bene sovrano, e che ci ha amato tanto ch’elli s’è sottomesso a morte per nostra redenzione, e per detergere lo peccato del nostro archiparente Adamo, e così menarci a salvezza.

Infrattanto come lo Re soggiornò in Acri vennero di verso lui li Messaggeri del Principe de’ Beduini, che si appellava il Vecchio della Montagna. E quando il Re ebbe udito sua messa al mattino, elli volle udire ciò che li detti messaggeri avevano in loro mandato, ed essi venuti davanti il Re, furono fatti assedere per dire il messaggio; e cominciò un Almirante che là era di domandare al Re s’elli conosceva punto Messere il Principe della Montagna. E lo Re gli rispose, che no, perchè, non l’aveva visto giammai, ma bene aveva udito parlare di lui. E lo Almirante disse al Re: Sire, poi che voi avete udito parlare di Monsignore, io mi meraviglio molto che voi non gli abbiate inviato tanto del vostro che voi ne aggiate fatto un vostro amico, in così che fanno lo Imperadore di Lamagna, il Re d’Ungheria, il Soldano di Babilonia, e più altri Re e Principi grandi, tutti gli anni, per ciò ch’essi conoscono bene che senza lui essi non porriano durare nè vivere, se non tanto ch’elli piacerebbe a Monsignore; e per ciò ci ha inviati elli di verso voi, per dire ed avvertirvi che ne vogliate fare così, o per lo meno che lo facciate tener quieto del tributo ch’elli deve ciascun anno al Gran Maestro del Tempio, ed allo Spedale, e ciò facendo egli si terrà a pagato da voi. Ben dice Monsignore che s’elli facesse uccidere il Maestro del Tempio o dello Spedale, che tantosto e’ ce n’arebbe un altro altresì buono, e per ciò non vuole elli mica mettere sue genti in avventura di periglio, ed in luogo dove non vi saprebbe niente guadagnare. Il Re loro rispose ch’e’ si consiglierebbe, e ch’essi rivenissero sulla sera di verso lui, ed allora ne renderebbe risposta.

Quando si venne al vespro, e ch’elli furono rivenuti davanti il Re, essi trovarono con lui il Maestro del Tempio da una parte, e il Maestro dello Spedale dall’altra. Allora il Re disse loro che di ricapo dicessero il loro caso e il dimando che avean fatto al mattino. Ed essi rispuosono ch’e’ non erano punto consigliati di dirli ancora una fiata, fuorchè davanti quelli stessi ch’erano presenti al mattino. E allora li Maestri del Tempio e dello Spedale loro comandarono fieramente ch’essi li dicessero ancora una fiata. E lo Almirante obbedì ripetendo ciò ch’avea detto al mattino davanti ’l Re tutto così com’è contenuto di sopra. Appresso la qual cosa li Maestri disser loro in saracinesco che venissero al mattino a parlare con essi, e che n’avrebbono tutt’insieme la risposta del Re. Perchè al mattino quando furono davanti li gran Maestri suddetti, questi loro dissero, che molto follemente e troppo arditamente il loro Sire avea mandato al Re di Francia tali cose e tanto dure parole, e che se non era per l’onore del Re, e per ciò ch’elli erano venuti davanti a lui come messaggeri, li farebbono essi tutti annegare e gittar nel cupo del mare d’Acri in dispetto del loro Signore. Perchè vi comandiamo, soggiunsero li Gran Maestri, che voi ve ne ritorniate verso il vostro Signore, e che dentro quindici giorni apportiate al Re lettere del vostro Principe, per le quali esso Re sia contento di lui e di voi. E veramente entro la prescritta quindicina li messaggeri di quel Principe della Montagna rivennero di verso il Re e gli dissero: Sire, noi siamo rivenuti a voi da parte del nostro Sire, il quale vi manda che tutto siccome la camicia è lo abbigliamento il più presso del nostro corpo, così similmente vi invia egli la sua camicia che qui vedete, donde elli vi fa un presente, in significanza che voi siete quel Re, cui egli ama a più avere in amore, e ad intertenere. E per più grande assicuranza di ciò, vedete qui il suo annello ch’elli v’invia, che è di fino oro, e nel quale è inscritto il suo nome: e di questo annello vi disposa il nostro Sire, e intende che da oggi mai siate con lui tutto a uno come le dita della mano. E intra l’altre cose inviò quel Vecchio della Montagna al Re uno elefante di cristallo, e figure d’uomini di diverse fazioni in cristallo, e tavole e scacchi altresì, il tutto fatto a rifioriture d’ambra rilegate sul cristallo a belle roselline e giràli di oro puro. E sappiate che sì tosto che i messaggeri ebbero aperto l’astuccio ove erano gli donativi, tutta la camera fu incontanente imbalsamata del grande e soave olore che sentivano quelle cose.

Capitolo XXXXV. Nel quale si ritrae ciò che Frate Ivo il Bretone raccontò del Veglio della Montagna.

Il Re, che voleva guiderdonare il presente che gli avea fatto il Vecchio Prenze della Montagna, gl’inviò per suoi messaggeri e per Frate Ivone il Bretone, che intendeva il saracinesco, gran quantità di vestimenta di scarlatto, coppe d’oro ed altro vasellame d’ariento. E quando Frate Ivo fu di verso il Prenze de’ Beduini, parlò con lui, e lo inchiese di sua legge. Ma, siccome rapportò al Re, trovò ch’elli non credeva punto in Macometto, e ch’e’ credeva nella legge d’Haly, ch’egli diceva essere stato avoncolo di Macometto. E contava che quello Haly mise Macometto nell’onore in che fu in questo mondo, e che quando Macometto ebbe bene conquiso la signoria e preminenza del popolo, elli si dispettò e s’allontanò da Haly suo avoncolo. Perchè, quando Haly vide la fellonia di Macometto, e ch’e’ cominciava forte a soppiantarlo, tirò a sè del popolo quanto ne potè avere, e lo menò abitare a parte ne’ deserti delle montagne d’Egitto, e là cominciò loro a fare e a donare un’altra legge che quella di Macometto non era; sicchè quelli là, i quali di presente tengono la legge d’Haly, dicono tra loro che quelli i quali tengono la legge di Macometto sono miscredenti; e simigliantemente al contrario dicono li Maomettani che li Beduini sono miscredenti, e ciascun d’essi dice il vero, perchè l’uno inverso l’altro miscrede.

L’uno de’ punti e comandamenti della legge d’Haly si è tale: che quando alcun uomo si fa uccidere per accompire la volontà del suo Signore, l’anima di lui, che così è morto, va in un altro corpo più agiato, più bello e più forte ch’elli non era il primiero, e perciò non tengono conto li Beduini della Montagna del farsi uccidere per far lo volere del lor Signore, credendo al fermo che la lor anima si torni in altro corpo là ove è più a suo agio che davanti. L’altro comandamento di sua legge si è che null’uomo non può morire che sino al giorno che gli è determinato, ed in così il credono li Beduini ch’essi non si vogliono armare quando vanno in guerra, e, se il facessono, penserebbero fare contro il suddetto comandamento; perchè, ove maledicano a’ lor figliuoli, dicon loro: maledetto sia tu come l’uomo che s’arma per paura di morte. La qual cosa essi tengono a grande onta; ed è grande errore, perchè sembrerebbe che Iddio non avesse podere di allungarci od abbreviarci la vita, e ch’e’ non fusse onnipossente, ciò che è falso, perchè la tutta possanza è in Lui solo.

E sappiate che quando Frate Ivo il Bretone fu inverso il Veglio della Montagna, là ove il Re l’aveva inviato, trovò egli al capezzale del letto di quel Principe un libretto, nel quale ci aveano per iscritto molte belle parole che nostro Signore altra fiata aveva dette a Monsignore San Pietro, durante ch’elli era in terra ed innanzi la sua passione. E quando Frate Ivo le ebbe lette, egli disse: Olà, Sire, molto fareste bene se voi leggeste sovente questo picciolo libro, perchè egli ci ha di assai buone scritture. E il Vecchio della Montagna gli rispose: che sì faceva egli, e che avea molto gran fidanza in Monsignore San Pietro. E diceva che al cominciamento del mondo l’anima di Abele, allorchè suo fratello Caino l’ebbe morto, entrò nel corpo di Noè, e che l’anima di Noè, appresso la morte sua, rivenne nel corpo d’Abramo, e che di poi l’anima di Abramo è venuta nel corpo di Monsignore San Pietro, il quale ecci in terra tuttavia. Quando Frate Ivo lo udì parlare così, gli rimostrò che sua credenza non valeva niente, e gl’insegnò molti detti belli e veritevoli, toccanti le comandamenta d’Iddio, ma unqua non ci volle credere. E diceva Frate Ivo, siccome gli udii contare al Re, che quando quel Prenze de’ Beduini cavalcava ai campi, elli avea un uomo davanti a lui che portava la sua azza d’arme, la quale aveva il manico coverto d’argento e tutto intorniato di coltelli trincianti. E colui che portava l’azza, gridava in suo linguaggio ad alta voce: Tornatevi addietro, fuggitevi dinanzi Colui che porta la morte dei Re entro sue mani.

Capitolo XXXXVI. Come il buon Re ponesse condizioni di tregua ed alleanza cogli Almiranti d’Egitto contro ’l Soldano di Damasco, e come gli Almiranti sapessero non menarle a conchiusione.

Ritornando alla prima materia, io vi avea lasciato a dire la risposta che ’l Re mandò al Soldano di Damasco, la quale fu tale, cioè che ’l Re invierebbe agli Almiranti d’Egitto per sapere s’essi il rileverebbono, e gli renderebbono la tregua che gli avevan bensì promessa, ma cui avevan già rotta come è detto davanti; e che, se essi ne mantenessero il rifiuto, assai volentieri il Re lo aiterebbe a vendicare la morte di suo cugino il Soldano di Babilonia ch’essi avevano morto.

Perchè, appresso ciò, il Re, durante ch’elli era in Acri, inviò Messer Giovanni di Vallanza in Egitto verso gli Almiranti per inchiedere che essi satisfacessero gli oltraggi e violenze fatti al Re, tanto ch’e’ ne fusse contento. Ciò che gli Almiranti gli promisero fare purchè il Re si volesse alleare ad essi, ed aiutarlo allo ’ncontro del Soldano di Damasco dianzi nomato. E per ammollire il cuore del Re, appresso le grandi rimostranze che Messer Giovanni di Vallanza il buon produomo lor fece, biasimandoli e vituperandoli così dei torti commessi come delle tregue e convenenze rotte, inviarono essi al Re e liberarono di lor prigioni tutti i Cavalieri che distenevano in cattività. E così gl’inviarono l’ossa del Conte Gualtieri di Brienne, il quale era morto captivo, affinchè e’ fusse sepolturato in terra santa. Ed ammenonne Messer Giovanni duecento Cavalieri, ed altra gran quantità di popolo minuto che tutti erano prigionieri dei Saracini. E quando elli fu venuto in Acri, Madama di Saetta, ch’era cugina germana del detto Messer Gualtieri di Brienne, prese l’ossa del detto suo cugino e le fece sepolturare nella Chiesa dello Spedale d’Acri bene e onorabilmente, e vi fece fare un servigio grande a meraviglia, in tal maniera che ciascun Cavaliero offrì un cero ed un danaio d’argento; ed il Re offrì un torcetto con un bisante alla moneta di Madama di Saetta: donde ciascuno si meravigliò, perchè giammai non se gli era veduto offrire danaio alcuno che non fusse di sua moneta, ma il Re sì il volle fare per sua cortesia. Tra i Cavalieri che Messer Giovanni di Vallanza rammenò d’Egitto io ne conobbi ben quaranta della Corte di Sciampagna, i quali erano tutti diserti e male attornati; e tutti questi quaranta io feci abbigliare e vestire a’ miei danari di cotte e sorcotti di verde, e li menai davanti il Re pregandolo che li volesse tutti ritenere in suo servigio. E quando il Re ebbe udito la richiesta egli non mi disse un motto qualunque. E fuvvi uno delle genti di suo Consiglio che là era, il quale mi riprese dicendo ch’io facea molto male quando apportava al Re tali novella, poichè nello stato suo ci avea già eccesso di spendio di più che sette mila lire. Ed io gli risposi che la mala ventura il faceva così parlare, poichè in tra noi di Sciampagna avevamo ben perduto in servigio del Re trentacinque Cavalieri tutti portanti bandiera; e dissi altamente che ’l Re non facea punto bene se non li ritenea, visto il bisogno ch’elli aveva di Cavalieri; e ciò dicendo, per pietà della mia contrada, cominciai a plorare. Allora il Re m’appaciò, e m’ottriò quello che gli avea domandato, e ritenne tutti quei Cavalieri, e me li mise nella mia battaglia.

Quando ’l Re ebbe udito parlare li messaggeri degli Almiranti d’Egitto che erano venuti con Messer Giovanni di Vallanza, e ch’essi se ne vollero ritornare, il Re disse loro ch’e’ non farebbe con essi nissuna tregua prima che gli avesser rendute tutte le teste de’ Cristiani morti che pendevano sulle mura del Cairo sino dal tempo che i Conti di Bari e di Monforte furono presi, e ch’essi gl’inviassero altresì tutti i fanciulli che, cattivati in poca età, essi aveano fatto rinegare e credere alla lor legge. Inoltre voleva esser tenuto quieto delle dugento mila lire che loro doveva anche. E per tutto ciò rinviò con essi il detto Messer Giovanni, attesa la grande saggezza e valenza che era in lui, per annunciare da parte sua un tale messaggio agli Almiranti.

Durante queste cose il Re si partì d’Acri e se n’andò a Cesarea con tutto ciò ch’elli avea di genti, e vi fece rifare le mura e le bastite che i Saracini avevano rotte e abbattute, ed era a ben dodici leghe d’Acri tirando verso Gerusalemme. E ben vi dico ch’io non so come e’ vi potesse fare tutto ciò che fecevi, se non per la benedetta volontà di Dio; perchè unqua durante l’annata e il tempo che ’l Re fu a Cesarea, non ci ebbe mai nullo che ci facesse alcun male, nè in Acri similmente, là ove noi non eravamo guari di gente[83].

Capitolo XXXXVII. Dove si fa incidenza per porre in conto ciò che i nostri Messaggeri ritrassono dei Tartarini e del loro Gran Re.

Per di verso il Re erano venuti, com’io ho già detto davanti, li Messaggeri del Gran Re di Tartaria durante che noi eravamo in Cipri. E dissono al Re ch’elli erano venuti per aiutarlo a conquistare il Reame di Gerusalemme sovra i Saracini. Il Re li rinviò, e con essi due notabili Frati Predicatori che tutti a due erano Preti. E gli inviò una Tenda-Cappella d’iscarlatto nella quale egli fece tirare all’ago tutta nostra credenza, l’Annunciazione dell’Agnolo Gabriello, la Natività, il Battesimo, la Passione, l’Ascensione, e lo Avvenimento del Santo Spirito: e con essa donò calici, libri, ornamenti, e tutto ciò che fa bisogno a cantare la messa. Ora qui vi ritrarrò io quello che di poi udii dire al Re di ciò che gli avevano riportato li detti Frati Predicatori che aveva inviati. Li messaggeri mossero sopra mare da Cipri e andarono a prender riva al porto di Antiochia. E dicevano che dal porto di Antiochia sino al luogo dov’era il Gran Re di Tartaria, essi misero bene un anno di tempo, e facevano dieci leghe per giorno. E trovarono tutta la terra ch’essi cavalcarono suggetta ai Tartarini. Ed in passando per lo paese scontravano in molti luoghi, ed in cittadi ed in ville, grandi tumuli di ossame di genti morte. Li messaggeri del Re s’inchiesero, come essi erano venuti in sì grande autoritade, e come avean potuto soggiogare tanto di paese, e distrurre e confondere tante genti come si pareva ai monticelli dell’ossa. E i Tartarini loro ne dissero la maniera, e primamente ritrassero di lor nascenza. Dicevano dunque ch’essi erano venuti, nati e concreati d’una gran landa di sabbione, là ov’egli non crescea nullo bene. E cominciava quella landa di sabbia ad una roccia, la quale era sì grande e sì meravigliosamente alta, che nullo uomo vivente non la poteva giammai passare, e si levava di verso Oriente. E loro dissero li Tartarini che intra quella roccia ed altre rocce, che si lievano più là verso la fine del mondo, erano inchiusi li popoli di Gog e Magog, i quali dovevano uscirne sul finire del secolo con l’Anticristo, quando elli verrebbe per tutto distruggere. E di quella erma landa venivano i popoli de’ Tartarini, i quali erano suggetti al Prete Janni d’una parte, ed allo Imperadore di Persia dall’altra; ed erano ancora tra più altri miscredenti, a’ quali, per venir sofferti, essi rendevano grandi tributi e tollette ciascun anno, anche per lo pasturaggio di loro bestie, donde essi solo vivono e fan proveccio. E dicevano li Tartarini che quello Prete Janni, lo Imperadore di Persia e gli altri Re a chi dovevano li detti tributi, li avevano in sì grande orrore e despitto, che quando portavan loro le rendite ed i fii, essi non li volevan ricevere di cospetto, ma loro tornavano il dosso per vilipendio e ischifanza. Donde avvenne che una fiata intra l’altra, un savio uomo di lor nazione cercò tutte le lande, e andò parlare qua e là agli uomini de’ luoghi, e loro rimostrò il vile servaggio in che essi erano verso molti Signori, pregandoneli che volessero, per qualche consiglio, trovar maniera ch’e’ potessero sortire del miscapito in che giacevano.

Ed in effetto fece tanto quel saggio uomo ch’egli assembrolli a certo giorno a capo di quella landa di sabbia alla indritta della terra del Prete Janni, e appresso molte rimostranze che quel savio uomo loro ebbe fatte, essi s’accordarono a fare tutto quanto elli vorrebbe, richerendolo che divisasse ciò che buono gli sembrava per venire al fine di ciò che diceva loro. Ed egli allora rispose ch’essi non potrebbono niente fare se non avevano un Re che ne fusse Maestro e Signore, e cui essi obbedissero e credessero a fare ciò ch’egli loro comanderebbe. E la maniera di fare il Re fu tale: che di cinquantadue generazioni ch’essi erano di Tartarini, egli fece che ciascuna di quelle generazioni gli apporterebbe una saetta, la quale sarebbe segnata del segno e nome della sua generazione. E fu accordato per tutto il popolo che così si farebbe, e così fue fatto. Poi le cinquantadue saette furono messe davanti un fanciullo di cinque anni, e della generazione della quale sarebbe la saetta che il fanciullo leverebbe, fu stabilito sarebbe fatto il loro Re. Quando il fanciullo ebbe levato l’una delle cinquantadue saette, che sortì quella della generazione donde era quel savio uomo, questi fece tirare e mettere addietro tutte le altre generazioni. E poi appresso, di quella generazione donde era stata la saetta che il fanciullo aveva levata, fece eleggere, con esso lui, cinquanta due uomini de’ più savii e valenti che fussono in essa. E quando furono così eletti, diede a ciascuno a parte la sua saetta, e la segnò del nome di ciascuno; poi fattone il fascio, ne fece di nuovo levare una a quel fanciullino di cinque anni, statuendo che colui a chi sarebbe la saetta levata dal fanciullo, quegli sarebbe loro Re e loro Signore. E per sorte avvenne che il fanciullo levò la saetta di quel saggio uomo il quale così li aveva insegnati; donde tutto il popolo fue molto gioioso; e ne menò gioia e passa gioia. Ed allora egli li fece tacere, e disse loro: Se voi volete ch’io sia vostro Signore sì giurerete per Colui che ha fatto il cielo e la terra, che voi terrete ed osserverete i miei comandamenti: ed essi tutti il giurarono.

Appresso queste cose egli loro donò ed istabilì degli insegnamenti che furono molto buoni per conservare il popolo in pace gli uni cogli altri. L’uno degli stabilimenti ch’egli loro donò fu tale: che nullo non prenderebbe il bene altrui oltre suo grado o ad inganno. L’altro fu tale: Che l’uno non colpirebbe l’altro s’elli non volesse perderne il pugno. L’altro fu tale: Che nullo per violenza non arebbe compagnia della donna o della figliuola d’altri s’e’ non volesse perderne la vita. E più altri belli insegnamenti e comandamenti loro donò per aver pace insieme ed amore.

E quando egli li ebbe così insegnati ed aordinati, cominciò a rimostrar loro come il più antico nimico ch’elli avessono fusse il Prete Janni, e come li aveva egli in grande odio e despitto da lungo tempo. E perciò, disse egli, io vi comando a tutti che dimane siate presti ed apparecchiati per corrergli sopra. E s’egli avviene ch’egli ci disconfigga, donde Dio ci guardi, ciascuno faccia del meglio ch’e’ potrà; e se noi lo disconfiggiamo, io vi comando che l’incalzo duri sino alla fine, e fusse anche sino a tre giorni e a tre notti, senza che nullo non sia sì ardito di mettere la mano a nullo guadagno, non intendendo ma che a gente tagliare e mettere a morte: perchè appresso che noi aremo avuto piena vittoria de’ nostri antichi nimici, io vi dipartirò il guadagno sì bene e lealmente che ciascuno se ne terrà a pagato e contento. E tutti s’accordaro a ciò fare molto volentieri.

La dimane venuta, siccome essi avean deliberato di fare, così fecero, e incorsero strettamente sui loro nimici, ed anche, siccome Iddio volle che è onnipossente, essi li menarono a disconfittura, e quanti ne trovarono in arme, tanti ne uccisero: ma quelli che trovarono portanti abiti di Religione, ed i Preti, non uccisero punto; sicchè tutto l’altro popolo delle terre del Prete Janni che non era stato in battaglia, si arrese ad essi chiedendo mercè, e si mise in lor suggezione.

Una meravigliosa cosa avvenne appresso quella conquista; ciò fu che l’uno de’ Gran Maestri d’una delle generazioni dinanzi nomate, fu perduto ed assente dal popolo dei Tartarini per tre giorni senza che se ne avesse od udisse alcuna novella. E quando e’ fu rivenuto, a capo de’ tre giorni, rapportò al popolo ch’egli non pensava aver dimorato più che una sera, e che non aveva indurato sete nè fame. E raccontava ch’elli era salito su un monte il quale era alto a meraviglia, e che sovra quel monte egli avea trovato gran quantità delle più belle genti che avesse giammai vedute, e le meglio vestite e aornate; e nel mezzo del monte ci aveva uno Re assiso, il quale era il più bello a riguardare di tutti gli altri, ed il meglio parato, ed era in un trono rilucente a meraviglia, il quale era tutto d’oro. Alla sua destra aveva sei Re coronati e parati di pietre preziose, ed aitanti ce n’avea alla sua sinistra. Presso di lui alla destra mano ci avea una Reina agginocchiata, che gli diceva e pregava ch’e’ pensasse del popol suo. Alla mano sinistra era agginocchiato altresì un bellissimo damigello, il quale aveva due ali così risplendenti come il Sole; e tutt’intorno a quel Re erano belle genti alate a fusone. Ed il Re appellò quel savio uomo, e gli disse: Tu sei venuto dell’oste de’ Tartarini? Sire, sì, diss’egli, io ne son uno. Ebbene tu vi tornerai, e dirai al Re di Tartaria che tu hai veduto me che sono Signore del Cielo e della Terra, e ch’io gli mando ch’egli mi renda grazie e lodi della vittoria ch’io gli ho donato sul Prete Janni e sopra sua gente: e gli dirai di mia parte ch’io gli do possanza di mettere in sua suggezione tutta la terra. Sire, disse quel Gran Maestro de’ Tartarini, come me ne crederà egli il Re di Tartaria? Tu gli dirai ch’egli ti creda a tali insegne, che tu ti anderai combattere allo Imperadore di Persia con trecento uomini di tue genti, e che da parte mia tu vincerai lo detto Imperatore che si combatterà a te con trecento mila Cavalieri, ed uomini d’arme, e più. E avanti che tu vada combattere lo Imperadore di Persia, tu chiederai al Re di Tartaria ch’egli ti doni tutti li Preti, ed uomini di Religione, che sono dimorati tra quelli là ch’esso ha preso in mercè dopo la battaglia del Prete Janni, e ciò ch’essi ti diranno e testimonieranno, tu il crederai; perciocch’essi sono delle mie genti e servitori. Sire, disse quel savio uomo, io non me ne saprei andare, se tu non mi fai far la condotta. E allora il Re si tornò ed appellò una delle sue belle creature alate, e gli disse: Vien qua, Giorgio, fa di condurre quest’uomo sino alla sua albergheria, e rendivelo tosto e a salvezza. E tantosto fu trasportato quel saggio uomo de’ Tartarini nell’oste loro. Quando elli vi fu reso, e che tutto il popolo e le genti dell’oste lo videro, ne fecero grande allegrezza, ed egli senza dimora domandò al Re di Tartaria che gli donasse li Preti ed uomini di Religione come gli aveva insegnato il Re che trovò nell’alto del monte. Ciò che gli fu ottriato. E dibonaremente ricevve quel Gran Maestro dei Tartarini e tutte le genti sue l’insegnamento di coloro che gli eran stati donati, e tutti si fecero battezzare. E quando tutti furono battezzati, egli prese solamente trecento de’ suoi uomini d’arme, e li fece confessare ed apparecchiare. E di là se n’andò egli assalire lo Imperadore di Persia, e lo convinse e discacciollo fuori dell’Impero suo e di sua terra, sicchè se n’andò fuggendo sino al Reame di Gerusalemme. E fu colui che dipoi disconfisse le nostre genti, e prese il Conte Gualtieri di Brienne così come udirete qui appresso. Il popolo di questo Principe Cristiano si moltiplicò talmente e venne a sì gran numero, siccome poscia udii dire ai messaggeri che il Re aveva inviato in Tartaria, ch’essi aveano contato nell’oste sua ben ottocento Cappelle tutto levate sui carri.

Capitolo XXXXVIII. Di alcuni Cavalieri stranii che vennero al Re a Cesarea, e di ciò ch’e’ feciono e raccontarono.

Or rivenendo dopo il trascorso a nostra materia, diremo così. Domentre che il Re faceva asserragliare Cesarea, di cui vi ho parlato davanti, venne ad esso Re un Cavaliero che si nomava Messer Elinardo di Seningaan, il quale diceva ch’egli era partito del Reame di Norone[84], e là montato sovra mare, era venuto passando ed accerchiando tutta la Spagna e intromettendosi per lo stretto di Marocco, e che a molto greve periglio e dannaggio egli avea passato tutto ciò, e soffertovi molto di male avanti ch’elli potesse venire sino a noi. Il Re ritenne quel Cavaliere con altri nove alla sua bandiera, ed io gli udii dire che le notti nella terra del Reame di Norone erano sì corte nella State, che egli non ce n’avea alcuna, nella quale, anco nel suo più fitto, il lume del giorno non bruzzolasse. Or quando quel Cavaliero si fu adusato al paese si prese colle sue genti a cacciare al Lione; e molti ne presero perigliosamente ed in gran risico di loro corpi. Ed il modo, con che essi menavano la detta caccia, era ch’essi correvano su ai lioni a cavallo, e trovatone alcuno, il colpivano d’arco o di balestra, di che il Lione ferito correva alla sua volta su il primo ch’esso vedeva, e questi se ne fuggiva piccando degli speroni, e lasciando cadere a terra alcuna coverta, od una pezza di qualche vecchio drappo, ed il superbo animale apprendevala ed isquarciavala, credendo in essa tener l’uomo che l’avea colpito. Ed in quella che il lione s’arrestava a sdrucire la vecchia schiavina, gli altri uomini gli tiravano nuove frecciate, perchè la fiera lasciava lo sdrucio del pannuccio e correva su ’l suo nuovo uomo, il quale s’infuggiva altresì, ed altresì lasciava cadere un altro vecchio drappo, cui il lione similmente isquattrava; e così facendo soventi fiate, essi uccidevano finalmente la bestia di loro frecce. Un altro Cavaliere molto nobile venne al Re, durante che era a Cesarea, il quale si diceva essere di quelli di Toucy. E diceva il Re che quel Cavaliere era suo cugino, perciò ch’era disceso d’una delle sorelle di Re Filippo, che lo Imperadore di Costantinopoli ebbe a donna. Lo qual Cavaliere il Re ritenne per un anno con altri nove Cavalieri alla sua bandiera; ed appresso l’anno passato, egli se ne ritornò in Costantinopoli donde era venuto. Ed a quel Cavaliere udii dire e ritrarre al Re che lo Imperatore latino di Costantinopoli e le sue genti si allearono una fiata ad un Re, che l’uomo appellava il Re de’ Commani, per avere l’aita loro a conquidere lo Imperadore di Grecia ch’avea in nome Vatacio. E diceva quel Cavaliere che il Re del popolo dei Commani, per avere sigurtà e fidanza fraterna dell’Imperadore di Costantinopoli, e per l’uno l’altro soccorrersi, volle ch’essi, e ciascuno delle lor genti d’una parte ed altra, si facessero punger le vene e che si dessero a vicenda a bere del sangue loro in segno di fratellanza, dicendo ch’essi erano così d’uno sangue e fratelli. E così convenne egli fare tra le nostre genti e le genti di quel Cavaliere, e mescolarono del sangue loro con vino, e propinandolo l’uno all’altro, dissero allora che eran fatti fratelli d’un sangue solo. Ed ancora fecero essi un’altra cosa, cioè feciono passare un cane tra essi e le genti nostre, drittamente spartite, e poscia ispezzarono tutto il cane di loro spade pronunciando a gran voce: così sieno ispezzati quelli che falliranno gli uni agli altri.

Un’altra grande e meravigliosa cosa contò al Re quel Cavaliere di Toucy; e diceva che nel paese del Re dei Commani era morto un gran ricco tenitore di terre e Principe, al quale, quando e’ fue morto, fu fatta in terra una gran fossa molto larga e molto cupa, e fu assiso quel morto in una cadiera molto nobilmente parata ed ornata. E con esso lui fu disceso in quella fossa ed il miglior cavallo ch’elli avesse e l’uno de’ suoi sergenti, tutti vivi l’uomo e ’l cavallo. Ed aggiungeva che ’l sergente, avanti che entrar nella fossa, prese congedo dal Re e dagli altri gran personaggi che là erano, e che ’l Re gli diede oro e argento a fusone addogandoglielo al collo, e facendogli promettere che, quando sarebbe nell’altro mondo, gliel renderebbe, il che il pro sergente gli promise. Ed appresso il Re gli diede lettere indiritte al primiero Re che fu de’ Commani, mandandogli per le stesse, che quel produomo aveva molto bene vissuto e bene lo avea servito, pel che pregavalo che bene altresì il volesse guiderdonare. Dopo di che essi covrirono la fossa sull’uomo morto, e sul sergente e cavallo tutti vivi, di grosse tavole incavigliate, ed innanzi il dormire, in memoria e rimembranza di coloro ch’essi aveano interrato, levarono sul tavolato della fossa una gran montagna di pietre e di terra.

Capitolo XXXXIX. Delle nuove convenenze ch’io feci col Re appresso la Pasqua venuta, e della Giustizia ch’io vidi fare a Cesarea.

Quando venne il tempo che noi fummo presso di Pasqua, io mi partii da Acri, e andai a vedere il Re a Cesarea ch’e’ facea rimurare ed asserragliare. E quando fui verso lui, lo trovai nella sua camera parlando col Legato ch’era sempre stato seco oltremare. E quando egli mi vide, lasciò il Legato, e venendo verso di me, mi va a dire: Sire di Gionville, egli è ben vero ch’io non vi ho ritenuto che sino a Pasqua vegnente, e ciò pertanto vi prego mi diciate quanto io vi donerò da Pasqua sino a un anno prossimo a venire. Ed io gli risposi che già non era mica venuto di verso lui per tal cosa mercatantare, e che de’ suoi danari non ne voleva io più, purch’egli mi facesse altro mercato ed altra convenzione: cioè ch’elli non si corruccerebbe di cosa ch’io gli domandassi, il che faceva sovente, ed io all’incontro gli prometteva, che di ciò ch’egli mi rifiuterebbe, alla mia volta non mi corruccerei punto. Quando egli ebbe udito la mia domanda, si cominciò a ridere, e mi disse ch’e’ mi teneva a tal convenente e patto. E mi prese allora per la mano, e mi menò davanti il Legato e ’l suo Consiglio, e loro recitò la convenzione di lui e di me, e ciascuno fu gioioso ch’io dimorassi.

Qui appresso udirete le giustizie e’ giudicamenti ch’io vidi fare a Cesarea, immentre che il Re vi soggiornò. La prima giustizia fu d’un Cavaliere, il quale venne preso al bordello, ed a cui si partì un giuoco: o che la ribalda, colla quale era stato trovato, menerebbelo per mezzo l’oste in camicia, una corda legata alle sue vergogne, della qual corda la ribalda terrebbe l’un de’ capi; o, s’egli non volesse tale cosa soffrire, ch’egli perderebbe suo cavallo, sue armi ed arnese, e sarebbe iscacciato e fuorbandito dell’oste del Re. Il Cavaliere elesse che amava meglio perdere il cavallo e le armadure, e se ne partì in farsetto dell’oste. Quando io vidi che ’l cavallo fu confiscato al Re, glielo richiesi per uno de’ miei Cavalieri povero gentiluomo. Ma il Re mi rispose che la mia inchiesta non era punto ragionevole per ciò che il cavallo valeva bene da ottanta a cento lire, il che non era piccola somma: ed io gli dissi: Sire, voi avete rotte le convenenze d’intra voi e me, quando vi corrucciate di ciò ch’io v’ho richiesto. E ’l Re si prese a ridere, e mi disse: Sire di Gionville, voi direte tutto quanto vorrete, ma non per ciò riuscirete a farmi salire in corruccio: e così messa la cosa in badalucco, io non ebbi punto il cavallo pel povero gentiluomo.

La seconda giustizia ch’io vidi fu d’alcuni miei Cavalieri, i quali per un tal dì andarono cacciare ad una bestia che l’uomo appella Gazella, e che è del sembiante di un cavriuolo; ed i Frieri dello Spedale andarono all’incontro de’ miei Cavalieri, e sì combatterono ad essi talmente che fecer loro grandi oltraggi. Per li quali oltraggi io me n’andai querelare al Maestro dello Spedale, e menai con me i Cavalieri ch’erano stati oltraggiati. E quando il Maestro ebbe udito la mia querela, mi promise di farmene la ragione secondo il dritto e l’usaggio di Terra Santa, che tale era, ch’elli farebbe mangiare i Frieri ch’avean fatto l’oltraggio, sovra i loro mantelli, e quelli a chi l’oltraggio era stato fatto, vi si troverebbono, e leverebbono i mantelli de’ Frieri. Avvenne che il Maestro dello Spedale fece mangiare i Frieri ch’avean fatto l’oltraggio sovra i loro mantelli; ed io mi trovai là presente coi Cavalieri, e richiedemmo al Maestro ch’e’ facesse levare i Frieri di su i mantelli, ciò ch’egli pensò rifiutare; ma nella fine forza fu che così facesse, perchè noi ci assidemmo coi Frieri per mangiare con loro, ed essi nol vollero sofferire, e bisognò ch’essi si levassero di con noi per andare a mangiare cogli altri Frieri alla tavola, e ci lasciarono i lor mantelli.

L’altra giustizia fu per uno dei Sergenti del Re, che aveva in nome il Golato, il quale mise la mano sovr’uno de’ miei Cavalieri e lo scrollò rudemente. Io me n’andai querelare al Re, il quale mi disse che di ciò io me ne poteva ben diportare, visto che ’l Sergente non avea fatto ma che iscrollare il mio Cavaliere. Ed io gli risposi, che non me ne diporterei già, ma piuttosto gli lascierei suo servigio s’egli non mi faceva giustizia, poichè non apparteneva a sergente di metter mano nei cavalieri. Il che avendo il Re udito, mi fece tosto diritto, il quale fu tale, che, secondo l’usanza del Paese, il Sergente venne al mio albergo tutto scalzato e in camicia ed aveva una spada in suo pugno; e vennesi agginocchiare davanti il Cavaliere che avea oltraggiato, e gli tese la spada pel pomello, e gli disse: Sir Cavaliere, io vi grido mercè di ciò ch’io ho messo le mani in voi, e vi ho apportata questa spada, ch’io vi presento, affinchè voi me ne tagliate il pugno, s’egli farlo vi piace. Allora io pregai il Cavaliere che gli perdonasse suo maltalento, ed egli il fece. E più altri diversi giudicamenti vi vidi fare secondo i dritti e gli usaggi di Terra Santa.

Capitolo L. Delle tregue ed alleanze cogli Almiranti d’Egitto contro ’l Soldano di Damasco, le quali tuttavia non approdaro a compimento, e di ciò che avvenne sotto Giaffa.

Voi avete davanti udito come il Re avea mandato agli Almiranti d’Egitto che s’essi nol satisfacessero degli oltraggi e delle violenze che gli avean fatte, ch’elli non loro terrebbe alcuna tregua: ora sappiate che in quella vennero diverso lui li messaggeri d’Egitto, e gli apportaro per lettere che gli Almiranti gli volevano fare tutto ciò ch’egli avea loro mandato, siccome è detto davanti. Perchè il Re ed essi messaggeri presero giornata di trovarsi insieme a Giaffa; e là dovevano giurare gli Almiranti e promettere al Re ch’essi gli renderebbono il Reame di Gerusalemme: e così ’l Re e suoi più grandi personaggi dovevano giurare e promettere da lor parte ch’essi aiuterebbero agli Almiranti all’incontro del Soldano di Damasco. Ora avvenne che quando il Soldano di Damasco seppe che noi eravamo alleati con quelli d’Egitto, e seppe la giornata ch’era stata presa di trovarsi a Giaffa, inviò egli ben venti mila Turchi per guardare il passaggio. Ma non pertanto non lasciò punto il Re ch’e’ non si movesse per andare a Giaffa. E quando il Conte di Giaffa vide che ’l Re veniva, assortì egli e mise il suo castello in tal punto ch’e’ bene rassomigliava una buona città difendevole, perchè, tra ciascun merlo interposti, ci avea bene cinquecento uomini che su vi parevano con una targa ciascuno ed un pennoncello a sue armi, il che donava una fiera e bellissima vista: perchè le sue armi erano di fino oro a una croce di rosso appastato, e fatte molto riccamente. Noi ci alloggiammo ai campi tutto allo ’ntorno di quel castello di Giaffa, che sedeva lato lato il mare e in una penisola. E fece cominciare il Re a far asserragliare ed edificare un borgo allo ’ntorno del castello sì che il serraglio toccava il mare dai due lati; ed agli operai diceva ’l Re per aggiugnere cuore: Or sù, or sù, ch’ho pur io molte fiate portato la gerla per guadagnare il perdono. Gli Almiranti d’Egitto non osarono venire di paura delle genti che il Soldano di Damasco aveva messo alla guardia de’ lor passaggi, ma ciò non ostante inviarono al Re tutte le teste de’ Cristiani ch’essi avevano appese sulle mura del Cairo siccome il Re gli domandava, ed il Re fecele sepolturare in terra benedetta; e gl’inviarono tutti i fanciulli ch’essi avevano ritenuto, e che avean già fatto rinegare la santa legge di Dio, e, similmente inviarongli un Elefante che fu poscia in Francia frammesso.

Così come il Re a tutta sua oste soggiornava a Giaffa per fortificarvisi contro coloro che potessero assalirlo al castello, vennergli novelle che di già le genti del Soldano di Damasco erano sui campi in aguato, e che l’uno degli Almiranti del Soldano era venuto falciare e guastare le biada d’una rinchiostra colà presso, e distante solo intorno a tre leghe dall’oste sua. Perchè esso Re prestamente ci inviò vedere, ed andovvi in persona; ma sì tosto che quel Almirante ci sentì venire, egli cominciò a prender la fuga. Taluni di nostre genti corsero loro appresso a briglie abbattute, e ci fu un giovine Gentiluomo che li raggiunse, e mise per terra due Turchi a bella punta di lancia e senza ispezzarla. E quando lo Almirante vide che non ci avea ancora che quel Gentiluomo, egli si tornò verso lui, ed il Gentiluomo tuttavia in corsa gli diede un sì gran colpo di lancia che ferillo aspramente dentro suo corpo, e poi se ne ritornò a noi sano e balioso.

Quando gli Almiranti d’Egitto seppero che il Re e tutta sua oste erano a Giaffa, essi inviarono verso lui per aver di ricapo un’altra assegnazione del giorno in ch’essi potessero convenirlo senza falta veruna. E il Re loro assegnò ancora una giornata nella quale essi promisero di venire di verso lui per conchiudere le cose che erano a farsi d’una e d’altra parte. Durante quel tempo che noi attendevamo a venire la suddetta giornata, il Conte d’Eu venne di verso il Re ed ammenò con lui il buon Cavaliere Arnoldo di Guynes e i suoi due fratelli con altri otto Cavalieri, che il Re ritenne al suo servigio; e là esso Re fece il Conte d’Eu Cavaliere, il quale era tuttavia un giovine damigello.

Similmente vennero diverso il Re il Principe d’Antiochia e sua Madre. Ai quali il Re fece grande onore e liete accoglienze, e fece Cavaliere il detto Principe, il quale non era che dell’età di sedici anni, ma con tutto ciò io non vidi unqua sì saggio in età parecchia: perchè quando fu Cavaliere, egli richiese al Re di parlargli intorno qualche cosa ch’ei voleva sporre in presenza di sua Madre: ciò che gli fu ottriato. E tale fu la sua dimanda: Sire, egli è ben vero che Madama mia Madre, la quale è qui presente, mi tiene in sua balìa, e mi vi terrà ancora sino a quattro anni a venire, dacchè ella gode di tutte le cose mie, ed io non ho possanza ancora di nulla fare. Tuttavolta m’è avviso ch’ella non debba mica lasciar perdere nè decadere la mia terra e città, perchè la mia città di Antiochia si perde entro sue mani: pertanto, Sire, io vi supplico umilmente che gliele vogliate rimostrare, e far tanto ch’ella mi dia denari e genti, affinchè io vada a soccorrere il mio popolo che è didentro la mia città, siccome ella lo doveva ben fare. Appresso che il Re ebbe inteso la domanda che il Principe gli moveva, fece egli e procacciò tanto a sua Madre ch’ella gli donò in effetto molti danari. Di che poi se n’andò il giovine Principe d’Antiochia alla sua città, là ove egli fece meraviglie. E da allora, per l’onore del Re inquartò egli le sue armi, che sono di vermiglio, colle armi di Francia.

Capitolo LI. Ove si conta per inframmessa del buon Conte di Giaffa Messer Gualtieri di Brienne, delle sue cavallerie, e della sua pietosa morte.

Ma poichè buona cosa è a raccontare ed a ridurre a memoria li fatti e virtudi d’alcuno eccellente Principe, pertanto qui parleremo ora del buon Conte di Giaffa, Messer Gualtieri di Brienne, il quale in suo vivente, a gran forza di fatti d’arme e di cavalleria, tenne la Contea di Giaffa per più anni, lui essendo assalito dagli Egiziani, e senza ch’e’ gioisce d’alcuna rendita, ma solamente di ciò ch’elli poteva guadagnar nelle corse ch’e’ faceva sui Saracini e nimici della Fede Cristiana. Ed avvenne una fiata ch’egli disconfisse una gran quantità di Saracini che menavano un grosso carico di drappi di seta di diverse sorte, li quali tutti guadagnò egli ed apportò in suo Castello: e quando vi giunse, li dipartì anche tutti a’ suoi Cavalieri senza che gliene dimorasse neente. Ed avea tale maniera di fare, che la sera, quando s’era dipartito da’ suoi Cavalieri, entrava in una sua Cappella, e là era lungamente a rendere grazie e lodi a Dio, e poi se ne veniva giacere colla Donna sua, che molto buona Dama era, ed era sorella del Re di Cipri.

Ora avete udito qui innanzi commente l’uno de’ Principi dei Tartarini aveva espulso e ributtato, a soli trecento Cavalieri, l’Imperadore di Persia a tutto trecento mila Cavalieri, per l’aita di Dio, fuori del suo Reame ed Imperio; al presente sapremo noi la via che tenne quello Imperadore di Persia ch’avea nome Barba Can. Quel Barba Can se ne venne nel Reame di Gerusalemme, e fece alla sua venuta molto di male, perch’egli prese il castello di Tabaria, che apparteneva a Messer Eude di Monbeliero, ed uccise tante di nostre genti quante potè trovarne fuori del Castel Pellegrino, fuori d’Acri, e fuori di Giaffa. Quando ebbe fatto tutto il male che potea fare, si tirò egli verso Babilonia affine d’aver soccorso da quel Soldano, che doveva venire a lui per correre su le nostre genti. Ed in questo periglio i Baroni del Paese, ed i Patriarchi avvisarono ch’essi andrebbono combattersi all’Imperatore avanti ch’egli avesse soccorso dal Soldano di Babilonia. Ed inviarono, cherendo soccorso, al Soldano d’Emessa, che l’uomo dicevan della Cammella, il quale era l’uno dei migliori Cavalieri e dei più leali che fusse in tutta Paganìa. Il quale venne ad essi, e fu ricevuto a grandissimo onore in Acri, e poscia appresso tutti insieme si partirono d’Acri e vennero a Giaffa. Quando tutti vi furono raccolti, le nostre genti pregarono il Conte Gualtieri ch’e’ volesse venir con loro contra l’Imperadore di Persia; ed il produomo rispose che molto volentieri verrebbevi solo che il Patriarca d’Acri lo assolvesse, il quale da alquanto tempo lo aveva iscomunicato, per ciò ch’e’ non voleva rendere una torre, ch’era nel suo castello di Giaffa, e che si appellava la torre del Patriarca. Ma il Patriarca non volle unqua di ciò fare niente, e pur nulla meno non lasciò il Conte Gualtieri per suo gran cuore di venire coi nostri in battaglia. E furono fatte tre battaglie, delle quali Messer Gualtieri ebbe la prima, il Soldano della Cammella l’altra, e il Patriarca coi Baroni del Paese la terza; e colla battaglia di Messer Gualtieri erano i Cavalieri dello Spedale.

Quando queste tre battaglie furo arredate, tutte si mossero e piccarono senza rattento. E tantosto vennero loro all’occhio i nemici, i quali sapendo la venuta delle nostre genti s’arrestarono e dispartironsi parimente in tre battaglie. E quando il Conte Gualtieri di Brienne vide che i suoi nimici s’ordinavano, si gridò: Signori, che facciam noi? noi diam loro podere di mettere arredo ed ordine nelle battaglie, e così cresciam loro il cuore quando ci vedono qui soggiornare: sicchè vi prego per Dio che noi loro andiam correr sopra. Ma unqua non ci ebbe alcuno che gliene volesse credere. Ed elli vedendo che anima non se ne volea muovere, si tirò verso il Patriarca per domandargli la sua assoluzione, e questi anche non ne volle far niente. In quella col Conte si trovò un Cherco molto notabile, che era Vescovo di Raima, e che avea condotti molti bei fatti di cavalleria nella compagnia del Conte Gualtieri; il quale Vescovo disse al Conte: Non vi turbate mica in vostra coscienza della iscomunicazione del Patriarca, perchè ha egli ora gran torto, ed io di mia possanza vi assolvo al nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. E poi aggiunse: Sa, su, andiamo, e corriamo sovra loro. Ed allora ferirono degli speroni, e si assembrarono alla battaglia dell’Imperatore di Persia, la quale era la diretana, e nella quale avea troppo gran pieno di gente per la poca possanza del Conte Gualtieri e della sua schiera. E là ci ebbe d’una parte e d’altra gran quantità di gente uccisa; ma ciò non ostante fu preso il Conte Gualtieri, perchè tutte sue genti si dettero svergognatamente alla fuga, e molti per troppa disperanza e rammaricchio s’andarono a gittare in mare[85]. E la causa dello sperpero e della disperazione, fu per ciò che l’una delle battaglie dello Imperadore di Persia si venne con tanto isforzo di gente a combattere col Soldano della Cammella, che, sebbene egli si difendesse a gran colpi ed a grandissimi fatti d’arme, pur tuttavia, avendo troppo fievole possanza al contrasto, di due mila Turchi che seco aveva, non gliene rimasero più di ottanta, e forza gli fu ritrarsi al suo castello della Cammella.

E vedendo lo Imperadore di Persia ch’egli avea avuto vittoria, prese in suo consiglio ch’egli andrebbe assediare il Soldano sino nel suo Castello della Cammella, ciò che a suo tempo volle fare. Ma sappiate che male gliene prese, perchè quel Soldano, come bene avvisato e consigliato, appellò le sue genti, e loro rimostrò, e disse: Signori, se noi ci lasciamo assediare, noi siamo perduti: pertanto egli val meglio che noi andiamo correre loro sopra per arte di guerra. E di fatto egli inviò delle sue genti quelle che erano male armate per di dietro una valle coverta, e insegnò loro colpissero improvvisi alle spalle l’oste dell’Imperadore: ciò ch’essi effettuaro, e fatto tempestosamente impeto nel carriaggio, si presero ad uccidere donne e fanciulli. Or quando lo Imperadore, che cavalcava molto davanti, udì il clamore dell’oste, si tornò indietro per al soccorso: ma appena ebbe volto il dosso, ecco il Soldano della Cammella, con ciò ch’egli aveva di buone genti d’armi, gittarsi sovra di lui. Per che egli avvenne che da due lati l’Imperadore fu sì duramente ed impensatamente assalito che di ben venticinquemila uomini ch’egli aveva, non gli dimorò uomo nè donna nè piccolo infante che tutti non fussono tagliati e messi alla morte.

Ora voi dovete sapere che lo Imperadore di Persia avanti ch’elli si partisse per andare all’assedio della Cammella, aveva menato il buon Conte di Giaffa Messer Gualtieri di Brienne davanti la sua città, e là lo fece impendere per le braccia alle forche veggenti quelli che erano nel castello di Giaffa, e facea bociar loro che giammai non farebbe dispendere il loro Conte sino a che non gli fusse reso il detto Castello. Ed in così che il povero Conte pendeva, egli gridava ad alta voce alle sue genti che, per nulla cosa ch’essi vedessero fargli, non rendessero mai il Castello, giacchè se ’l facessero lo Imperadore li farebbe tutti mettere a morte. E quando esso Imperadore vide ch’e’ non ci poteva altra cosa fare, inviò ’l Conte Gualtieri al Soldano di Babilonia, e gliene fece un presente, insieme al Maestro dello Spedale, e a più altri gran personaggi che aveva presi. Ed ebberci a condurre il Conte e gli altri prigionieri sino in Babilonia, ben trecento Cavalieri, ai quali prese troppo bene, perchè essi non si trovarono punto alla mortalità che fu fatta, davanti il castello della Cammella, dello Imperadore di Persia e di sue genti, donde è stato parlato pur dianzi.

Quando i Mercatanti di Babilonia seppero che ’l Soldano aveva in sue prigioni il Conte Gualtieri, assembraronsi, e tutti andarono fare un clamore al Soldano ch’egli fesse loro diritto del Conte di Giaffa, il quale li aveva strutti e spogliati parecchie fiate, e fatti loro grandi dannaggi. E così, ottemperando alla richiesta, il Soldano abbandonò loro il corpo del Conte Gualtieri perchè vi si potessero vendicare di lui. E questi cani traditori entrarono nella prigione là ove era il valente produomo, e là lo ispezzarono e lo misero a brani dopo avergli fatto più martirii soffrire, donde noi debbiam credere che l’anima sua ne sia gloriosa in Paradiso.

Capitolo LII. Come si fu pace tra ’l Soldano di Damasco e gli Almiranti d’Egitto, e come noi non avemmo più con nissun di loro nè triegua nè pace.

Ora riveniamo al Soldano di Damasco, il quale ritirò le sue genti che aveva a Gadres, ed entrò in Egitto, e là venne ad assalirvi gli Almiranti. E qui dovete sapere che, per fortuna di guerra, l’una battaglia del Soldano di Damasco disconfisse l’una delle battaglie degli Almiranti, e l’altra battaglia d’essi Almiranti vinse l’altra delle battaglie del Soldano; e per ciò se ne rivenne addietro a Gadres questo Soldano di Damasco ben naverato e ferito nella testa ed in altri luoghi. E durante ch’elli si tenne a Gadres gli Almiranti inviarono in ambasciata di verso lui, e là fecero pace ed accordo intra loro; e perciò dimorammo scherniti d’una e d’altra parte, perchè d’allora in avanti noi non avemmo nè pace nè tregua nè col Soldano nè cogli Almiranti. E sappiate che noi non eravamo nulla fiata in nostro oste di genti d’arme, che mille quattrocento incirca capaci di far difesa. Sì tosto come il Soldano di Damasco fu appaciato cogli Almiranti d’Egitto, fece egli ammassare tutte le sue genti che aveva a Gadres, e si partì e venne passare presso di nostr’oste con ben ventimila Saracini e diecimila Beduini a forse due sole leghe di distanza, ma unqua non ci osarono assalire: e fummo in aguato, il Re e il Maestro Ballistriere, bene tre giorni, di paura che essi si ferissero nell’oste nostra segretamente.

Il giorno della San Giovanni che segue a Pasqua, durante che ’l Re udiva il suo Sermone, egli venne una delle genti di detto Maestro alle macchine da gitto, il quale entrò tutto armato nella cappella del Re, e gli disse ch’e’ Saracini avevano accerchiata l’antiguarda de’ balestrieri. Allora io richiesi il Re che mi donasse congedo d’andarvi, ed egli il fece, e mi diede a balire sino a cinquecento uomini d’arme ch’egli nomò. E sì tosto come noi fummo fuori dell’oste, e che i Saracini, che tenevano in pressa i balestrieri, ci videro, si ritirarono di verso un Almirante che era su un colle davanti a noi a ben mille uomini d’arme. Allora si cominciò la battaglia intra i Saracini e la compagnia de’ balestrieri; e come quello Almirante vedeva che le sue genti erano pressate, incontanente le rinforzava; ed altrettanto faceva il Maestro dei balestrieri quando vedeva che le sue genti eran più fievoli. E durante che noi eravamo così combattendo, il Legato ed i Baroni dissero al Re che gran follia era ch’egli m’avesse lasciato così scoverto ne’ campi, ed egli comandò loro che mi venissero cherendo ed altresì il Maestro de’ Ballestrieri. Ed allora si dipartirono i Turchi, e noi ci ritraemmo dietro le parate dell’oste. E molte genti meravigliaronsi che i Turchi ci avessero lasciato in riposo, se non che taluno diceva che ciò era stato perchè e’ lor cavalli erano tutti lassi e affamati sendo stati sostenuti a disagio entro a Gadres bene uno anno intiero.

Capitolo LIII. Come i Turchi di Damasco vennero davanti Acri, e poi partitisine assalirono Saetta e la misero a distruzione.

Gli altri Turchi ch’erano partiti da innanzi Giaffa se ne vennero davanti Acri, e mandarono al Signore d’Assur, che era Connestabile del Reame di Gerusalemme, ch’egli loro inviasse cinquanta mila bisanti, o ch’essi distruggerebbono i giardini della città. Ed il Signore d’Assur mandò loro all’incontro che non invierebbe neente. Allora essi arringarono le loro battaglie, e se ne vennero lungo le sabbie d’Acri sì presso della Città che si sarebbe ben tirato fino entro la medesima con un ballestrone da tornio. E adunque sortì fuora della Città il Signore d’Assur, e s’andò a mettere loro a monte, là ove era il cemeterio di San Nicolao, per difendere li giardini. E quando li Turchi approcciaro, alquanti de’ nostri sergenti a piè uscirono anche d’Acri, i quali cominciarono a tirar loro sopra d’archi e ballestre a gran forza. E di paura ch’essi si mettessero in periglio, il Signore d’Assur li fece ritrarre alla muraglia per un giovine Cavaliere, che era di Genova.

Ed in quella che il giovine Cavaliere Genovese ritraeva que’ pedoni, un Saracino venne a lui mostrandosi spaurato ed ismosso in coraggio, il quale in suo saracinesco, gli disse ch’egli giostrerebbe a lui, se il volesse. E il Cavaliere gli rispose fieramente che molto volentieri il riceverebbe; ma quando volle incorrere su quel Saracino, appercepì egli colà presso ed alla sua mano sinistra altri otto Saracini che mostravano dimorar là per vedere chi guadagnerebbe di quella giostra: perchè allora il Cavaliero lasciò di correre al Saracino con chi aveva a giostrare, e prese la sua corsa al troppello degli otto agguatatoli, e ne ferì uno per mezzo il corpo, e traforandolo d’oltre in oltre colla sua lancia lo freddò sul colpo; e poi se ne ritornò a nostre genti. E gli altri Saracini gli corsero tutti sovra, ed uno ce n’ebbe che gli donò un gran colpo di mazza sul piastrone, ed il Cavaliere, al ritorno ch’e’ fece, diede al Saracino, che lo avea colpito, un tal colpo di spada sulla testa che gli fece balzar le tovaglie che ricoprivanla sino a terra. E sappiate che su quelle tovaglie essi ricevono sicuri di grandi colpi, e perciò le portano essi quando vanno in battaglia, e sono intortigliate l’una sull’altra molto dura ed artatamente. Allora un altro Saracino pensò calare un gran fendente di sua spada turchesca sul Cavaliere, ma questi seppe tanto ischiancirsi che il colpo non lo attaccò mica; ed in vece al ritorno che fece il Saracino, il Cavaliero gli abbandonò di forza un manrovescio della sua grossa spada per mezzo il braccio, che gli fece volare a terra la scimitarra, e così potè egli finalmente ammenare la sua gente da piè. Questi tre bei colpi fece il Cavalier Genovese davanti il Signore d’Assur, e davanti li grandi personaggi d’Acri, i quali erano montati sulle mura per vedere quelle genti. Dopo ciò si partirono li Saracini dinanzi ad Acri, e perciò che essi udirono che il Re faceva asserragliare Saetta, e ch’elli avea seco poco di buona gente d’arme, tirarono a quella parte. E quando il Re seppene la novella, per ciò ch’elli non avea mica la possanza di resistere contro di loro, si ritirò col Maestro degli Ingegnieri, e il più di gente che potè capirvi dentro il girone del castello di Saetta, il quale era bene affortito e ben chiuso. Ma guari non ci entrò di gente perchè il mastio incastellato era troppo picciolo e stretto, sicchè molti rimasero nelle borgora aperte. E tantosto li Saracini arrivarono ed entrarono in quelle borgora là dove non trovarono nulla difesa, perchè le non erano ancora accompite di chiudersi, e vi uccisero ben due mila sergenti e bagaglioni dell’oste nostra, e poi quand’ebbero ciò fatto e messo il caseggiato in preda e ruina se ne andarono a Damasco.

Quando il Re vide che i Saracini aveano tutta abbattuta e disertata Saetta ne fu molto dolente, ma egli non lo poteva ammendare: ed i Baroni del paese allo ’ncontro ne furono ben gioiosi. E la ragione era per ciò che ’l Re voleva appresso ciò, andare ad asserragliare un colle là ove di già ci solea avere un castello del tempo de’ Macabei. E sedeva quel vecchio castellare in sulla via che da Giaffa mena in Gerusalemme, e per ciò ch’egli era bene a cinque leghe lungi dal mare, i Baroni si discordavano a che egli fusse rimurato e chiuso, per ciò ch’essi dicevano, e dicevano bene il vero, che giammai non l’avrebbono potuto vittovagliare, senza che i Saracini ne togliessero a forza la vittuaria, per ciò che essi erano i più forti entro terra. E per ciò rimostrarono i Baroni al Re, che gli valeva molto meglio e più gli era a onore, il rifare ed acchiudere Saetta che lo andare ad imprendere un novello edifizio sì lungi dal mare: ed a ciò s’accordò il Re, tuttocchè di mal cuore.